irruppe nel mio carrozzone una frotta di ragazzi, accompagnati da un
prete, alunni d'un collegio di non so che villaggio, che andavano a fare
una scampagnata al convento del Montserrat. Eran tutti catalani, bei
visetti bianchi e rosei, con grandi occhi. Ognuno aveva un canestrino
con dentro pane e frutta; qualcuno un album, altri un canocchiale:
parlavano e ridevano tutti insieme, e si avvoltolavano sulle panche, e
facevano un casa del diavolo infinito. Per quanto tenessi l'orecchio
teso, e mi stillassi il cervello, non riuscii a capire una parola del
maledetto linguaggio che cinguettavano. Intavolai conversazione col
prete. "_Mire Usted_" mi disse dopo le prime parole, accennandomi uno
dei ragazzi; "_aquel niño sabe de memoria toda la Poética de
Oracio_;.... quell'altro là risolve dei problemi d'aritmetica da far
stordire; questo qui è nato per la filosofia;" e via via, mi segnalò le
doti di ciascuno. A un tratto s'interruppe, e gridò: "_Beretina!_"
Tutti i ragazzi cavaron di tasca la berrettina rossa catalana e gettando
alte grida d'allegrezza, se la misero in testa, chi tutta indietro che
gli cascava sulla nuca, chi tutta avanti, che gli copriva la punta del
naso; e il prete a far degli atti di disapprovazione; e allora quei che
l'avevan sulla nuca a tirarsela sul naso, e quei che l'avevan sul naso a
tirarsela sulla nuca; e lì risa, esclamazioni, e battìo di mani. Mi
avvicinai a uno dei più monelli, e così per celia, certo che sarebbe
stato come dire ai muri, gli domandai in italiano: "È la prima volta che
vai a fare una passeggiata al Montserrat?" Il ragazzo stette un po'
pensando, e poi rispose adagio adagio: "Ci so-no già sta-to altre
volte."--"Ah! caro bimbo!" gli gridai con una contentezza difficile a
immaginarsi; "e dove hai imparato l'italiano?" Qui il prete prese la
parola per dirmi che il padre di quel ragazzo aveva vissuto parecchi
anni a _Napoles_. Mentre io mi volto verso il mio piccolo catalano per
attaccar discorso, un maledettissimo fischio, e poi un maledettissimo
grido di:--_Olesa,_--che è il villaggio dal quale si va al monte, mi
taglia la parola in bocca. Il prete mi saluta, i ragazzi si precipitano
fuori, il treno riparte. Io misi la testa fuor del finestrino per
salutare il mio piccolo amico: "Buona passeggiata!" gli gridai, e lui
spiccicando le sillabe: "A-di-o!" Qualcuno ride a sentir rammentare
queste bazzecole: eppure sono i più vivi piaceri che si provin nei
viaggi!
Le città e i villaggi che si vedono nell'attraversar la Catalogna alla
vólta dell'Aragona, son quasi tutti popolati e floridi, e circondati di
case industriali, di opifici, di edifizi in costruzione, onde in ogni
parte si vedono sorgere di là dagli alberi dense colonne di fumo, e ad
ogni stazione è un via vai di contadini e di negozianti. La campagna è
una successione alternata di colte pianure, di amene colline, di
vallette pittoresche, coperte di boschi e dominate da vecchi castelli,
fino al villaggio di Cervera. Qui si cominciano a vedere ampie distese
di terreno arido, con poche case sparpagliate, che annunziano la
vicinanza dell'Aragona. Ma poi, all'improvviso, si entra in una ridente
vallata, coperta d'oliveti, di vigneti, di gelsi, di alberi fruttiferi,
sparsa di villaggi e di ville; si vedon da un lato le alte cime dei
Pirenei, dall'altro le montagne aragonesi; Lerida, la gloriosa città dai
dieci assedii, schierata lungo la sponda della Segra, sul pendio d'una
bella collina; e tutt'intorno una pompa di vegetazione, una varietà di
prospetti, un colpo d'occhio stupendo. È l'ultima veduta della campagna
catalana; dopo pochi minuti s'entra in Aragona.
* * * * *
Aragona! Quante vaghe istorie di guerre, di banditi, di regine, di
poeti, d'eroi, d'amori famosi ridesta nella memoria questo sonoro nome!
E qual profondo senso di simpatia e di rispetto! La vecchia, nobile ed
altera Aragona, sulla cui fronte brilla il più splendido raggio della
gloria di Spagna! Sul suo stemma secolare sta scritto a caratteri di
sangue:--Libertà e valore.--Quando il mondo si curvava sotto il giogo
della tirannide, il popolo aragonese diceva ai suoi re per bocca del suo
Gran Giustiziere:--Noi che siamo quanto voi, e più possenti di voi, vi
abbiamo eletto nostro signore e re, col patto che conserviate i nostri
diritti e la nostra libertà; e se no, no.--E i suoi re s'inginocchiavano
dinanzi alla maestà del Magistrato del popolo, e prestavan giuramento
sulla formola sacra. In mezzo alla barbarie del Medio Evo, la fiera
gente aragonese non conosceva la tortura, il giudizio segreto era
bandito dai suoi codici, tutte le sue istituzioni proteggevano la
libertà del cittadino, e la legge aveva impero assoluto. Discesero, mal
paghi alla ristretta patria delle montagne, da Sobrarbe a Huesca, da
Huesca a Saragozza, ed entrarono vincitori nel Mediterraneo. Congiunti
alla forte Catalogna, redensero dall'araba signoria le Baleari e
Valenza; combatterono a Muret per il diritto oltraggiato e la coscienza
violata; domarono gli avventurieri della casa d'Angiò, spodestandoli
delle terre italiane; ruppero le catene del porto di Marsiglia, che
pendono ancora dalle pareti dei loro tempi; signoreggiarono il mare dal
golfo di Taranto alle foci del Guadalaviar, colle navi di Ruggero di
Lauria; soggiogarono il Bosforo, colle navi di Ruggero di Flor; da Rosas
a Catania corsero il Mediterraneo sulle ali della vittoria; e come se
fosse angusto l'Occidente alla loro grandezza, andarono ad incidere
sulla cima dell'Olimpo, sulle pietre del Pireo, sui monti superbi che
son quasi le porte dell'Asia, il nome immortale della patria.
* * * * *
Questi pensieri,--benchè non proprio colle stesse parole, perchè non
avevo sotto gli occhi un certo libricciuolo di Emilio Castelar,--io
volgeva in mente entrando in Aragona. E per prima cosa mi si offerse
agli occhi, sulla riva della Cinca, il piccolo villaggio di Monzon, noto
per famose assemblee delle Cortes, e per alternati assalti e difese di
Spagnuoli e Francesi: sorte che fu comune, durante la guerra
d'indipendenza, a quasi tutti i villaggi di quelle provincie. Monzon è
prostrato ai piedi d'un formidabile monte, sul quale s'innalza un
castello nero, sinistro, enorme, quale avrebbe potuto immaginarlo il più
fosco dei feudatarii per condannare a una vita di terrore il più odiato
dei villaggi. La stessa _Guida_ si arresta davanti a codesto mostruoso
edifizio, e prorompe in un'esclamazione di timida meraviglia. Non v'è,
io credo, in tutta la Spagna, un altro villaggio, un altro monte, un
altro castello, che rappresentino meglio la paurosa sommessione d'un
popolo oppresso, e la minaccia perpetua d'un signore feroce. Un gigante
che prema il ginocchio sul petto d'un fanciullo steso a terra, è una
meschina similitudine per dare un'immagine della cosa; e tale fu
l'impressione che mi fece, che, pur non sapendo tenere in mano la
matita, m'ingegnai di abbozzare alla meglio il paesaggio, perchè non mi
uscisse dalla memoria; e mentre scarabocchiavo, mi venne fatto il primo
verso d'una ballata lugubre.
Dopo Monzon, la campagna aragonese non è che vaste pianure, chiuse in
lontananza da lunghe catene di colline rossastre, con pochi miseri
villaggi, e qualche colle solitario su cui nereggiano le rovine d'un
castello antico. L'Aragona, già sì fiorente sotto i suoi Re, è ora una
delle provincie più povere della Spagna. Solamente sulla sponda
dell'Ebro, e lungo il canale famoso che si stende da Tudela, per
diciotto leghe, fin presso Saragozza, e serve insieme all'irrigazione
dei campi e al trasporto delle derrate, ha un po' di vita il commercio;
nelle altre parti langue, od è morto. Le stazioni della strada ferrata
sono deserte: quando il treno si ferma, non si sente altra voce che
quella di qualche vecchio _trovatore_, che strimpella la chitarra,
canterellando una canzone monotona, che si riode poi in tutte le altre
stazioni, e in seguito nelle città aragonesi, variate le parole,
eternamente uguale il motivo. Non essendoci che vedere fuori del
finestrino, mi rivolsi ai compagni di viaggio.
Il carrozzone era pieno di gente; e siccome i carrozzoni di seconda
classe, in Spagna, non hanno scompartimenti, eravamo quaranta fra
viaggiatori e viaggiatrici, visibili tutti uno all'altro: preti,
monache, ragazzi, serve, e altri personaggi che potevano essere
negozianti, o impiegati, o agenti segreti di Don Carlos. I preti
fumavano, come è uso in Ispagna, il loro _cigarrito_, offerendo
amabilmente ai vicini la scatola da tabacco e le cartoline; altri
mangiavano a due palmenti, facendosi passare l'uno all'altro una specie
di vescica che, compressa con ambe le mani, mandava uno schizzo di vino;
altri leggevano il giornale corrugando tratto tratto le sopracciglia in
atto di profonda meditazione. Uno spagnuolo, quand'è in compagnia, non
si mette in bocca uno spicchio d'arancio, o una fetta di formaggio, o un
boccone di pane, se prima non ha pregato tutti di mangiare con lui; e
per questo io mi vidi passar sotto il naso frutta, e pani, e sardelle, e
bicchieri di vino, e che so io, accompagnato ogni cosa da un gentile:
"_Gusta Usted comer[1] conmigo_?" al quale risposi: "_Gracias_," a
contracorpo (è la parola che ci va) perchè avevo una fame da conte
Ugolino. Davanti a me, proprio co' piedi contro i miei, c'era una
monaca, giovane, a giudicarne dal mento, ch'era quel po' di viso che
appariva sotto il velo, e da una mano che lasciava come abbandonata sur
un ginocchio. Io le tenni gli occhi addosso per più d'un'ora, sperando
che alzasse il viso; ma rimase immobile come una statua. Eppure dal suo
atteggiamento era facile accorgersi che faceva uno sforzo per resistere
alla naturalissima curiosità di guardarsi intorno; e per questo appunto
mi destò un sentimento d'ammirazione.--Che costanza!--pensavo,--che
vigore di volontà! che forza di sacrifizio, anche nelle più piccole
cose! che nobile disprezzo delle vanità umane!--Stando in questi
pensieri, chinai gli occhi sulla sua mano,--era una bianca e piccola
mano--e mi parve di vederla muovere; guardo meglio, e vedo che si
allunga adagio adagio fuor della manica, e allarga le dita, e si
appoggia sul ginocchio un po' avanti, così, in modo da spenzolare, e si
rigira un po' da un lato, e si raccoglie e si ridistende... Dei del
cielo! Altro che disprezzo delle vanità umane! Era impossibile
ingannarsi: tutto quel lavorìo era fatto per mettere in mostra la
manina! E non alzò una volta la testa in tutto il tempo che rimase là, e
non lasciò vedere il viso neanco quando scese! Oh imperscrutabile
profondità dell'anima femminile!
Era scritto che in quel viaggio non dovessi incontrar altri amici che i
preti. Un vecchio sacerdote, di aspetto benevolo, mi diresse la parola,
e cominciammo una conversazione che durò fin quasi a Saragozza. Da
principio, quando gli dissi ch'ero italiano, stette un po' sospeso,
pensando forse ch'io potevo esser uno di quelli che avean scassinato le
serrature del Quirinale; ma avendogli detto che non m'occupavo di
politica, si rasserenò, e parlò con piena fiducia. Si cascò nella
letteratura; io gli dissi tutta la _Pentecoste_ del Manzoni, che lo fece
andare in visibilio; egli a me una poesia del celebre Luis de Leon,
poeta sacro del secolo decimosesto; e diventammo amici. Quando giungemmo
a Zoera, penultima stazione per arrivare a Saragozza, s'alzò, mi salutò,
e posto il piede sul montatoio, si voltò improvvisamente e mi susurrò
nell'orecchio: "_Cuidado_ (prudenza) _con las mujeres, que tienen muy
malas consecuencias en España._" Poi scese e si fermò per veder
partire il treno, e alzando una mano in atto di paterna ammonizione,
disse ancora una volta: "_Cuidado!_"
Arrivai a Saragozza a notte avanzata, e scendendo, mi colpì subito
l'orecchio la cadenza particolare colla quale parlavano i vetturini, i
facchini e i ragazzi, che si disputavano la mia valigia. In Aragona si
può dir che si parla il castigliano, anche dal popolo minuto, benchè con
qualche storpiatura e qualche barbarismo; ma allo spagnuolo delle
Castiglie basta una mezza parola per riconoscere l'aragonese; e non c'è
castigliano infatti, che non sappia imitare quell'accento, e non lo
metta, all'occasione, in ridicolo, per quello che ha di rozzo e di
monotono, presso a poco come si fa in Toscana della parlata di Lucca.
Entrai nella città con un certo sentimento di trepida riverenza; la
terribile fama di Saragozza me ne imponeva; quasi mi mordeva la
coscienza di averne tante volte profanato il nome nella scuola di
Rettorica, quando lo gettavo in volto, come un guanto di sfida, ai
tiranni; le strade eran buie; non vedevo che il nero contorno dei tetti
e dei campanili sul cielo stellato; non sentivo che il rumore delle
diligenze degli alberghi che si allontanavano. A certe svoltate, mi
pareva di veder luccicare alle finestre canne di fucile e pugnali, e di
udir grida lontane di feriti. Avrei dato non so quanto perchè spuntasse
il giorno, per cavarmi la vivissima curiosità che mi stimolava, di
visitar ad una ad una quelle strade, quelle piazze, quelle case famose
per lotte disperate e uccisioni orrende, ritratte da tanti pittori,
cantate da tanti poeti, e sognate da me tante volte prima di partire
d'Italia, ripetendomi con gioia:--Le vedrai!--Giunsi finalmente al mio
albergo, guardai fisso il cameriere che mi condusse alla camera,
sorridendogli amorevolmente come per dire:--Non sono un invasore,
risparmiami!--e data un'occhiata a un gran ritratto di Don Amedeo appeso
alla parete del corridoio, in un canto, a particolare conforto dei
viaggiatori italiani, andai a letto, chè cascavo di sonno come uno
qualunque dei miei lettori.
* * * * *
Allo spuntar del giorno mi precipitai fuori dell'albergo. Non c'era
ancor nè botteghe, nè porte, nè finestre aperte; ma non appena misi il
piede nella strada, mi scappò un mezzo grido di stupore. Passava una
brigatella di uomini così stranamente vestiti, che io credetti a prima
vista che fossero mascherati; e poi pensai: no, son comparse di teatro;
e poi ancora: no, neppure, sono matti. Figuratevi: per cappello, un
fazzoletto rosso annodato intorno al capo, a modo di cércine, dal quale
uscivano sopra e sotto i capelli arruffati; una coperta di lana a
striscie bianche e azzurre, indossata a guisa di mantello, ampia,
cadente fin quasi a terra, come una toga romana; una larga fascia
azzurra intorno alla vita; un paio di calzoncini corti, di velluto nero,
stretti intorno al ginocchio; le calze bianche; una specie di sandali a
nastri neri incrociati sul dosso del piede; e in questa artistica
varietà di vestimento, l'impronta evidente della miseria; e con
quest'evidenza di miseria, un non so che di teatrale, di altero, di
maestoso nel portamento e nei gesti, un'aria da Grandi di Spagna
decaduti, che mette in dubbio, al vederli, se s'abbia da ridere o da
compiangere, da metter la mano alla borsa per fare un'elemosina o da
levarsi il cappello in segno di riverenza. E non son altro che contadini
dei dintorni di Saragozza. Ma quella che ho accennato non è che una
delle mille varietà della stessa foggia di vestire. Andando oltre, ad
ogni passo ne incontrai una nuova: vi sono i vestiti all'antica, i
vestiti alla moderna, gli eleganti, i semplici, i festivi, i severi,
ognuno con ciarpe, fazzoletti, calze, cravatte, panciotti di colori
diversi; le donne colla crinolina, e le sottane corte, che lascian
vedere un po' di gamba, e i fianchi spropositatamente rialzati; i
ragazzi anch'essi col loro manto a striscie e la loro pezzuola intorno
al capo, e i loro atteggiamenti drammatici, come gli uomini. La prima
piazza sulla quale riuscii era piena di questa gente, divisa in gruppi,
chi seduto sugli scalini delle porte, chi appoggiato agli angoli delle
case, qualcuno sonando la chitarra, altri cantando; molti in giro a
chieder l'elemosina, coi panni rappezzati e laceri, ma pur colla testa
alta e l'occhio fiero; parevan gente usciti allora allora da un
veglione, dove avessero rappresentato tutti insieme una tribù selvaggia
di qualche ignoto paese. A poco a poco si apersero le botteghe e le
case, e il popolo saragozzano si sparse per le strade. I cittadini, nel
vestire, non han nulla di diverso da noi; ma sì qualcosa di particolare
nei volti; alla serietà degli abitanti della Catalogna, uniscono l'aria
sveglia degli abitanti delle Castiglie, avvivata ancora da
un'espressione di fierezza tutta propria del sangue aragonese.
* * * * *
Le strade di Saragozza hanno un aspetto severo, quasi tristo, com'io me
lo immaginava prima di vederle. Fuori del _Coso_, che è una larga strada
che attraversa una buona parte della città descrivendo una grande curva
semicircolare,--il _Coso_ anticamente famoso per le corse, le giostre e
i tornei che vi si celebravano nelle pubbliche feste,--fuori di questa
bella ed allegra strada, e d'alcune poche recentemente rifatte, che
paion strade di città francese, le altre son strette, tortuose,
fiancheggiate da case alte, di color cupo, di scarse finestre,
somiglianti a vecchie fortezze. Son strade che hanno una impronta, un
carattere, o come altri dice, una fisonomia loro propria, che vista una
volta, non si dimentica più; per tutta la nostra vita, quando si sentirà
nominar Saragozza, si vedranno quelle mura, quelle porte, quelle
finestre, come se si avessero dinanzi. Io vedo in questo punto la piazza
della Torre nuova, e potrei disegnar casa per casa, e colorirle tutte,
ciascuna col suo colore; e mi par di respirare quell'aria, tanto son
vive le immagini; e ripeto quello che dissi allora:--Questa piazza è
tremenda.--Perchè? non lo so; sarà stata un'illusione mia; segue delle
città come dei volti, che ciascuno ci legge a modo suo; le strade e le
piazze di Saragozza mi fecero codesto senso; ad ogni svoltata,
dicevo:--Questo luogo par fatto per combattervi;--e guardavo intorno,
come se ci mancasse qualcosa: una barricata, le feritoie, i cannoni.
Riprovavo tutta la profonda commozione che m'avevan data i racconti
dell'orribile assedio, e vedevo proprio la Saragozza del 1809, e correvo
di strada in strada con una curiosità crescente, come per trovare le
traccie di quella lotta titanica che ha atterrito il mondo. Qui,
pensavo, accennando a me stesso la via, dev'esser passata la divisione
Grandjean, di là sboccò forse la divisione Musnier, di costì si sarà
lanciata al combattimento la divisione Morlot; avanti, fino alla
cantonata: mi pare che qui sia seguito l'assalto dei volteggiatori della
Vistola; ancora un giro: qui fecero impeto i volteggiatori polacchi;
laggiù furon trucidati trecento spagnuoli; in questo punto scoppiò la
gran mina che fece saltar in aria una compagnia del reggimento di
Valenza; in quell'angolo morì il generale Lacoste colpito da una palla
nella fronte. Ecco le strade famose di Santa Engracia, di Santa Monica,
di Sant'Agostino, per le quali i Francesi s'avanzarono verso il _Coso_,
di casa in casa, a furia di mine e di contrammine, tra i rottami dei
muri enormi e le travi fumanti, sotto una tempesta di palle, di
mitraglia e di sassi; ecco i trivii, le piazzuole, gli angiporti oscuri,
dove si combatterono le orrende battaglie corpo a corpo, a colpi di
baionetta, a pugnalate, a falciate, a morsi; le case asserragliate,
difese stanza per stanza, tra le fiamme e il rovinío; le anguste scale
che corsero sangue, i tristi cortili che echeggiarono di grida di dolore
e di disperazione, che furon coperti di cadaveri sfracellati, che videro
tutti gli orrori della peste, della fame, della morte!
* * * * *
Di strada in strada riuscii davanti alla chiesa di _Nuestra Señora del
Pilar_, la terribile Madonna, alla quale veniva a chieder protezione e
coraggio la squallida folla dei soldati, dei cittadini, delle donne,
prima d'andar a morire sulle breccie. Il popolo di Saragozza ha
conservato per essa il fanatismo antico, e la venera con sentimento
particolare di amoroso terrore, vivo anche nell'animo della gente alla
quale è straniero ogni altro sentimento religioso. Però da quando
entrate nella piazza, e alzate gli occhi verso la chiesa, fin al momento
che, andando via, vi voltate a guardarla per l'ultima volta, badate a
non sorridere, o a fare per distrazione un atto qualunque che possa
parere irriverente; chè c'è chi vi vede, e vi tien d'occhio, e
all'occorrenza vi segue. E se in voi è morta la fede, preparate l'animo,
prima di varcare la soglia sacra, a un confuso risvegliarsi dei terrori
infantili, chè poche chiese al mondo hanno come questa la virtù di
risvegliarli nei cuori più gelidi e più forti.
La prima pietra di Nostra Donna del Pilar, fu posta nel 1686 in un luogo
dove sorgeva una cappella innalzata da san Giacomo per deporvi
l'immagine miracolosa della Vergine che vi è tuttora. È un immenso
edifizio di base rettangolare, sormontato da undici cupole, coperte di
tegole variopinte, che gli danno una graziosa aria moresca; le mura
disadorne e di color cupo. Entrate: è una vasta chiesa, oscura, nuda,
fredda, divisa in tre navate, circondata di cappelle modeste. Lo sguardo
corre subito al santuario che sorge nel mezzo: là è la statua della
Vergine. È come un tempio nel tempio, che potrebbe star solo in mezzo
alla piazza, se si abbattesse l'edifizio che lo circonda. Una corona di
belle colonne di marmo, disposte ad elissi, sorreggono una cupola
riccamente scolpita, aperta nella parte superiore, e ornata intorno
all'apertura di ardite figure d'angeli e di santi. Nel mezzo è l'altar
maggiore; a destra l'immagine di san Giacomo; a sinistra, in fondo,
sotto un baldacchino d'argento che spicca sur un'ampia tenda di velluto
tempestato di stelle, in mezzo al luccichío di migliaia di voti, al
chiarore d'innumerevoli lampade, la statua famosa della Vergine, postavi
or sono diciannove secoli da san Giacomo, scolpita in legno, annerita
dal tempo, tutta coperta, tranne il capo suo e quello del bambino, da
una splendida dalmatica; e sul dinanzi, tra le colonne, intorno al
santuario, e lontano, in fondo alle navate della chiesa, in tutti i
punti di dove lo sguardo può giungere all'immagine venerata, fedeli
inginocchiati, prostrati, col capo quasi a terra, colle mani in croce:
donne del popolo, operai, signore, soldati, fanciulli; e dalle varie
porte della chiesa un continuo venir di gente a passi lenti, in punta di
piedi, con gravi aspetti; e in quel profondo silenzio non un mormorío,
non un fruscío, non un respiro; la vita di quella folla pare sospesa;
par che s'attenda da tutti un'apparizione divina, una voce misteriosa,
una qualche rivelazione tremenda da quell'arcano Santuario; e anche chi
non crede e non prega, è forzato a fissare lo sguardo dove si fissan
tutti gli sguardi, e il corso dei suoi pensieri s'arresta in una specie
d'inquieta aspettazione. Oh suonasse pur quella voce! io pensavo;
seguisse pure l'apparizione; e fosse anche una parola o una vista che mi
facesse incanutire dallo spavento e gettare un urlo non udito mai sulla
terra; purchè mi liberasse per sempre da questo orribile dubbio che mi
rode il cervello e mi contrista la vita!
Tentai d'entrar nel Santuario, non ci riuscii; avrei dovuto passare
sulle spalle d'un centinaio di fedeli, qualcuno dei quali cominciava già
a guardarmi in cagnesco perchè andavo attorno con un quaderno e una
matita fra le mani. Cercai di scendere nella critta sotterranea ove son
le tombe degli arcivescovi e l'urna che racchiude il cuore del secondo
don Giovanni d'Austria, figlio naturale di Filippo IV; non mi fu
concesso. Domandai di vedere le vestimenta, gli ori, le gemme, che
profusero ai piedi della Vergine i grandi, i principi, i monarchi d'ogni
età e d'ogni paese; mi fu risposto che non era l'ora opportuna, e neanco
mostrando una luccicante _peceta_ potei corrompere l'onesto sacrestano.
Ma non rifiutò di darmi alcune notizie intorno al culto della Vergine
quando gli dissi, per entrargli in grazia, ch'ero nato a Roma, nel Borgo
Pio, e che dal terrazzino di casa mia si vedevan le finestre
dell'appartamento del Papa.