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SPAGNA
DI
EDMONDO DE AMICIS.
Seconda edizione.
FIRENZE,
G. BARBÈRA, EDITORE.
1873.
Quest'opera della quale ho acquistato la proprietà, è stata depositata
al Ministero d'Agricoltura e Commercio per godere i diritti accordati
dalla legge sulla proprietà letteraria.
G. Barbèra.
SPAGNA.
I.
BARCELLONA.
Era una mattina piovosa di febbraio, e mancava un'ora al levar del sole.
Mia madre m'accompagnò fin sul pianerottolo, ripetendomi in fretta tutti
i consigli che mi soleva dare da un mese; poi mi gettò le braccia al
collo, diede in uno scoppio di pianto, e disparve. Io rimasi un momento
là col cuore stretto, guardando la porta quasi sul punto di
gridare:--Apri! Non parto più! Resto con te!--poi mi cacciai giù per le
scale, come un ladro inseguito. Quando fui nella strada, mi parve che
tra me e casa mia si fossero già stese le onde del mare, e alzate le
cime dei Pirenei; ma benchè da tanto tempo aspettassi quel giorno con
impazienza febbrile, non ero punto allegro. Incontrai alla svoltata
d'una strada un medico mio amico che andava all'ospedale, e ch'io non
aveva visto da più d'un mese; mi domandò: "Dove vai?"--"In Spagna,"
risposi. Non mi voleva credere, tanto il mio viso accigliato e
melanconico era lontano dall'annunziare un viaggio di piacere. Per
tutta la strada, da Torino a Genova, non pensai che a mia madre, alla
mia camera che restava vuota, alla mia piccola biblioteca, alle care
abitudini della mia vita casalinga, alle quali davo un addio per molti
mesi. Ma giunto a Genova, la vista del mare, i giardini dell'Acquasola e
la compagnia di Anton Giulio Barrili, mi restituirono la serenità e
l'allegrezza. Ricordo che mentre stavo per scender nella barca che mi
doveva condurre al bastimento, mi fu data una lettera da un fattorino
d'albergo, nella quale non erano che queste parole: «Tristi notizie di
Spagna. La condizione d'un italiano a Madrid, in tempi di lotta contro
il Re, sarebbe pericolosa. Persisti a partire? Pensaci.» Saltai nella
barca, e via. Poco prima che il bastimento partisse, vennero due
uffiziali a dirmi addio: mi par ancora di vederli ritti in mezzo alla
barca, quando il bastimento cominciava a muoversi.
"Portami una spada di Toledo!" gridavano.
"Portami una bottiglia di Xères!"
"Portami una chitarra! Un cappello andaluso! Un pugnale!"
Di lì a poco non vidi più che i loro fazzoletti bianchi, e udii il loro
ultimo grido; tentai di rispondere, ma la voce mi restò strozzata a
mezza gola; mi misi a ridere, e mi passai una mano sugli occhi. Poco
dopo mi rintanai nel mio bugigattolo, e addormentatomi d'un sonno
delizioso, sognai i consigli di mia madre, il portamonete, la Francia,
le Andaluse. All'alba saltai su, e salii subito a poppa: eravamo a poca
distanza dalla costa, era già costa francese, il primo lembo di terra
straniera, ch'io vedeva: curiosa! non potevo saziarmi di guardare, e
mille vaghi pensieri mi giravano per la testa, e dicevo: è la Francia?
ma davvero? Son proprio io che son qui? Mi venivan dei dubbi sulla mia
identità. A mezzogiorno si cominciò a vedere Marsiglia. La prima vista
d'una gran città di mare dà come una sorta di stordimento, che uccide il
piacere della meraviglia. Vedo, come a traverso d'una nebbia, un'immensa
foresta di navi, un barcaiuolo che mi porge la mano parlandomi non so
che gergaccio incomprensibile, una guardia doganale che mi fa pagare,
non so in virtù di che legge, _deux sous pour les Prussiens_; poi una
oscura camera d'albergo; poi strade lunghissime, piazze sconfinate, un
viavai di gente e di carrozze, drappelli di zuavi, divise militari
sconosciute, migliaia di lumi, migliaia di voci, e infine una stanchezza
e una malinconia profonda, che finisce in un sogno penoso. L'indomani
mattina all'alba ero in un carrozzone della strada ferrata che va da
Marsiglia a Perpignano, in mezzo a una diecina d'ufficiali degli zuavi,
arrivati il giorno innanzi dall'Affrica, chi colle gruccie, chi col
bastone, chi con un braccio al collo; ma allegri e chiassoni come
scolaretti. Il viaggio era lungo: bisognava pur cercar di discorrere;
però, con tutto quello che avevo inteso dire della bile che hanno i
Francesi con noi, non m'arrischiavo ad aprir bocca. Baie! Mi diresse la
parola un di loro, si appiccò discorso: "Italiano?"--"Sì" fu una festa;
tutti, tranne uno, aveano combattuto in Italia; uno era stato ferito a
Magenta; cominciarono a raccontar aneddoti di Genova, di Torino, di
Milano, a domandarmi mille cose, a descrivermi la vita che menavano in
Affrica. Uno tirò in ballo il Papa. "Ahi!" dissi tra me. Che! Era più
_buzzurro_ di me: diceva che dovevamo _trancher le noeud de la
question_, e andar fino in fondo senza darci pensiero dei rurali.
Intanto, via via che ci avvicinavamo ai Pirenei, mi divertivo ad
osservare il progressivo alterarsi della pronunzia nei viaggiatori che
salivano nel carrozzone, a vedere come la lingua francese moriva, per
così dire, nella lingua spagnuola, a sentire come la Spagna ci veniva
incontro; fin che giunto a Perpignano, e cacciatomi in una diligenza,
udii i primi: _Buenos dias_ e _Buen viaje_, schietti e sonori, che mi
fecero un piacere infinito. A Perpignano però non si parla spagnuolo, ma
un dialettaccio misto di francese, di marsigliese e di catalano, che
strazia le orecchie. La diligenza mi sbarcò a un albergo in mezzo a un
visibilio di ufficiali, di signore, d'inglesi e di bauli; un cameriere
mi fece seder per forza dinanzi a una tavola apparecchiata; mangiai, mi
strozzarono, mi cacciarono in un'altra diligenza, e via.
Ahimè! Io avevo vagheggiato per tanto tempo la traversata dei Pirenei, e
mi toccò farla di notte; prima che arrivassimo alle falde dei primi
monti, era già buio pesto. Per lunghe e lunghe ore, tra il sonno e la
veglia, non vidi altro che un po' di strada rischiarata dalle lanterne
della diligenza, qualche nero profilo di montagna, qualche rupe
sporgente che quasi si poteva toccare stendendo la mano fuor del
finestrino; e non udivo che lo scalpitìo cadenzato dei cavalli, e il
fischio d'un maledettissimo vento che non cessò un momento di soffiare.
Avevo accanto un Americano degli Stati Uniti, giovane, il più matto
originale del mondo, che dormì non so quante ore colla testa appoggiata
sulla mia spalla, e tratto tratto si svegliava per esclamare con voce
lamentevole--_Ah quelle nuit! Quelle horrible nuit!_--senza
accorgersi punto che colla sua testa dava a me ben altra ragione di fare
lo stesso lamento. Alla prima stazione, scendemmo tutti e due, ed
entrammo in una piccola osteria a bere un bicchierino di liquore. Mi
domandò se io viaggiavo per affari di commercio. "No, signore," risposi,
"viaggio per divertimento. E lei, se è lecito?"--"Io," disse egli con
molta gravità, "viaggio per amore."--"Per amore?"--"Per amore!" e mi
raccontò, non richiesto, una lunga storia d'una passione amorosa
osteggiata, d'un matrimonio fallito, di rapimenti, di duelli, di non so
che altro; per venire a concludere che viaggiava per distrarsi, e
dimenticare la persona amata. E cercava in fatti di distrarsi quanto
poteva, perchè in tutte le osterie in cui entrammo da quella prima fino
a Gerona, non fece che stuzzicare le serve, sempre con molta gravità,
convien dirlo, ma anche con un'audacia che il desiderio di distrazione
non bastava a giustificare.
Alle tre dopo mezzanotte arrivammo alla frontiera.--_Estamos en
España!_--gridò una voce; la diligenza si fermò; l'inglese ed io
balzammo di nuovo in terra, e c'infilammo con molta curiosità in una
piccola osteria, per vedere i primi figli della Spagna fra le pareti di
casa loro. Trovammo una mezza serqua di doganieri, l'oste, la moglie e i
figliuoli, seduti intorno a un braciere; ci rivolsero subito la parola;
io feci molte domande, e mi risposero in un modo brioso ed ingenuo, che
non credevo di trovar nei Catalani, dipinti nei dizionarii geografici
come gente dura e di poche parole. Domandammo che ci fosse da mangiare:
ci portarono il famoso _chorizo_ spagnuolo, una specie di salcicciotto
arcipieno di pepe, che brucia le viscere; una bottiglia di vino dolce,
un po' di pan duro. "Ebbene, che fa il vostro re?" domandai a un
doganiere, dopo ch'ebbi sputati i primi bocconi. Quegli a cui avevo
rivolto la parola parve un po' imbarazzato, mi guardò, guardò gli altri,
e poi mi diede questa curiosissima risposta: "_Està reinando_" (sta
regnando). Tutti si misero a ridere, e mentre io preparavo una domanda
un po' più stringente, mi sentii mormorar all'orecchio: "_Es un
republicano._" Mi voltai, e vidi l'oste che guardava in su. Ho capito,
risposi, e cambiai discorso. Rimontando poi nella diligenza, il mio
compagno ed io ridemmo molto dell'avvertimento dell'oste, tutti e due
meravigliati che da una persona di quella classe le opinioni politiche
dei doganieri fossero prese tanto sul serio; ma nelle osterie dove
scendemmo in seguito, udimmo ben altro. In tutte si trovò un oste, o un
avventore che leggeva un giornale, e intorno un crocchio di paesani che
ascoltavano. Tratto tratto la lettura era interrotta e accendevasi
qualche discussione politica che io non capivo, poichè parlavan
catalano; ma della quale riuscivo però ad afferrare il concetto
dominante, aiutandomi col giornale che avevo sentito leggere. Ebbene,
debbo proprio dire che in tutti quei crocchi alitava un'auretta
repubblicana che avrebbe increspato la pelle al più intrepido amedeista.
Uno fra gli altri, un omone dal cipiglio fiero e dalla voce profonda,
dopo aver parlato un pezzo in mezzo a una corona di muti ascoltatori, si
voltò verso di me, che dalla inesatta pronunzia castigliana aveva preso
per francese, e mi disse con molta solennità: "Le dirò una cosa,
_caballero_!"--"Quale?"--"_Le digo_" mi rispose, "_que España es mas
desgraciada que Francia_;" e detto questo si mise a passeggiar per la
stanza col capo basso e le braccia incrociate nel petto. Intesi altri
parlare confusamente di Cortes, di ministri, di ambizioni, di tradimenti
e d'altre cose terribili. Una sola persona, una ragazza d'una trattoria
di Figueras, saputo che ero italiano, mi disse sorridendo: "_Ahora
tenemos un rey italiano._" E dopo poco, andandosene, soggiunse con
graziosa semplicità: "_A mi me gusta._"
Arrivammo, ch'era ancor notte, a Girona, dove re Amedeo, accolto, a
quanto si dice, festosamente, pose una lapide nella casa abitata dal
generale Alvarez durante il celebre assedio del 1809; attraversammo la
città che ci parve immensa, pieni di sonno com'eravamo, e impazienti di
buttarci a dormire in un carrozzone della strada ferrata; giungemmo
finalmente alla stazione, e allo spuntar dell'alba partimmo per
Barcellona.
Dormire! Era la prima volta ch'io vedeva levarsi il Sole sulla Spagna:
come potevo dormire? Mi affacciai a un finestrino, e non ritirai più la
testa fino a Barcellona. Ah! nessun diletto può star a fronte di quello
che si prova entrando in un paese sconosciuto, coll'immaginazione
preparata a veder cose nuove e mirabili, con mille ricordi di
fantastiche letture nel capo, senza pensieri, senza cure! Inoltrarsi in
quel paese, spaziar collo sguardo, avidamente, da ogni parte, in cerca
di qualche cosa che vi faccia capire, quando non lo sapeste, che ci
siete; riconoscerlo, a poco a poco, qui in un vestito d'un contadino, là
in una pianta, più oltre in una casa; vedere, via via che si va innanzi,
spesseggiare quei segni, quei colori, quelle forme, e paragonare ogni
cosa coll'immagine che ce n'eravamo formata prima; trovare un pascolo
alla curiosità in tutto ciò che ci cade sott'occhio, o ci giunge
all'orecchio: nei visi della gente, nei gesti, negli accenti, nei
discorsi; gettare un oh! di stupore a ogni passo; sentire che la nostra
mente si dilata e si rischiara; desiderar insieme di arrivare presto e
di non arrivar mai, affannarsi per veder tutto, domandar mille cose ai
vicini, far lo schizzo d'un villaggio e abbozzare un gruppo di villani;
dire dieci volte all'ora: "Ci sono!" e pensare che racconterete un
giorno ogni cosa; è davvero il più vivo e il più vario dei diletti
umani. L'Americano russava.
La parte della Catalogna che si percorre da Girona a Barcellona, è
varia, fertile e mirabilmente coltivata. È una successione di piccole
valli, cinte da colline di graziosa forma, con boschi foltissimi,
torrenti, gole, castelli antichi; e per tutto una vegetazione fitta e
robusta, e un verde vivissimo, che rammenta il severo aspetto delle
vallate delle Alpi. Il paesaggio è abbellito dal pittoresco vestito dei
contadini, che risponde in modo mirabile alla fierezza del carattere
catalano. I primi ch'io vidi, eran vestiti da capo a piedi di velluto
nero, portavano intorno al collo una specie di scialle a righe bianche e
rosse, sulla testa una berrettina alla zuava, rossissima, cadente sulla
spalla; alcuni, un par di ghette di pelle affibbiate fino al ginocchio;
altri un par di scarpe di tela, fatte a pantofola, colla suola di corda,
aperte sul dinanzi, e legate intorno al piede con nastri neri
incrociati; un vestire, in somma, svelto ed elegante, e nello stesso
tempo severo. Non faceva gran freddo; ma eran tutti imbacuccati ne' loro
scialli, in modo che mostravano soltanto la punta del naso, e la punta
del _cigarrito_; e parean signori che uscissero dal teatro. Non solo per
lo scialle; ma pel come lo portano, cascante da un lato, aggiustato in
modo da parer messo a casaccio, ma con quelle pieghe e con quegli
svolazzi che gli dian garbo di mantellina e maestà di manto. A tutte le
stazioni della strada ferrata ce n'eran parecchi, ognuno con uno scialle
di diverso colore, non pochi vestiti di panni fini e freschi, quasi
tutti pulitissimi, e atteggiati con una certa dignità, che davan risalto
al loro costume pittoresco. Pochi visi bruni; i più tendenti al bianco;
gli occhi neri e vivaci, ma senza il fuoco e la mobilità degli sguardi
andalusi.
Via via che si va oltre, spesseggiano i villaggi, le case, i ponti, gli
acquedotti, tutte le cose che annunziano la vicinanza d'una popolosa e
ricca città commerciale. Granollers, Sant'Andrea di Palomar, Clot, son
circondati di opifici, di ville, di orti, di giardini; per tutte le
strade si vedon lunghe file di carri, frotte di contadini, armenti; le
stazioni della strada ferrata sono ingombre di gente; chi non lo
sapesse, crederebbe d'attraversare una provincia d'Inghilterra,
piuttosto che una provincia di Spagna. Oltrepassata la stazione di Clot,
che è l'ultima prima d'arrivare a Barcellona, si vedono da ogni parte
vasti edifizi di mattoni, lunghi muri di cinta, mucchi di materiali da
costruzione, torri fumanti, officine, operai; e si sente, o par di
sentire un rumor sordo, diffuso, crescente, che è come il respiro
affannoso della gran città che si agita e lavora. In fine, s'abbraccia
con un colpo d'occhio Barcellona intera, il porto, il mare, una corona
di colli, e ogni cosa si mostra e sparisce in un punto, e voi rimanete
sotto la tettoia della stazione col sangue sossopra e la testa confusa.
Una diligenza grande quanto un carrozzone della strada ferrata mi
trasportò all'albergo più vicino, nel quale, appena entrato, sentii
parlare italiano. Confesso che ne provai un piacere, come se mi fossi
trovato a una sterminata lontananza dall'Italia, e dopo un anno di
viaggio. Ma fu un piacere che durò poco. Un cameriere, quello stesso che
avevo sentito parlare, mi accompagnò su in una camera, e poichè s'era
accorto dal mio sorriso che dovevo essere suo compaesano, mi domandò con
bel garbo:
"Finisce di arrivare?"
"Finisce di arrivare?" domandai alla mia volta stralunando gli occhi.
Occorre notare che in spagnuolo il modo _acabar_ (finire) di fare una
cosa, corrisponde al modo francese _venir de la faire_. Su quel subito
non capii che cosa volesse dire.
"Sì," rispose il cameriere, "domando se il _cavaliere_ discende _ora
medesimo_ dal _cammino_ di ferro?"
"Ora medesimo! cammino di ferro! ma che razza d'italiano parli, amico
mio?"
Rimase un po' sconcertato. Seppi poi che a Barcellona v'è un gran numero
di camerieri d'albergo, di fattorini da caffè, di cuochi, di servitori
d'ogni genere, piemontesi, la maggior parte della provincia di Novara,
che andarono in Spagna da ragazzi, e che parlano codesto gergo orribile,
misto di francese, d'italiano, di castigliano, di catalano, di
piemontese, non con gli Spagnuoli, s'intende, perchè lo spagnuolo lo
hanno imparato tutti; ma coi viaggiatori italiani, così, per vezzo, per
far vedere che non hanno dimenticato la lingua patria. Per questo sentii
poi dire da molti catalani: "Eh! tra la vostra lingua e la nostra c'è
poca differenza!" Sfido io! Potrebbero anzi dire quello che mi disse con
un tuono di benevola alterezza un corista castigliano, a bordo del
bastimento che mi portava cinque mesi dopo a Marsiglia:--La lingua
italiana è il più bello dei dialetti che si sian formati dalla nostra.--
* * * * *
Appena ebbi fatto sparire le traccie che l'_horrible nuit_ della
traversata dei Pirenei mi aveva lasciato addosso, mi slanciai fuor
dell'albergo, e mi misi a batter le strade. Barcellona è, all'aspetto,
la città meno spagnuola della Spagna. Grandi edifizi, dei quali
pochissimi antichi, lunghe strade, piazze regolari, botteghe, teatri,
caffè ampi e splendidi, e un andirivieni continuo di gente, di carrozze,
di carri, dalla riva del mare al centro della città, e di qui ai
quartieri estremi, come a Genova, a Napoli, a Marsiglia. Una larghissima
e diritta strada, detta la _Rambla_, ombreggiata da due file d'alberi,
attraversa quasi per mezzo la città, dal porto in su; uno spazioso
passeggio, fiancheggiato di case nuove, si stende lungo la riva del
mare, sur un alto argine murato a modo di terrazza, contro il quale si
vanno a rompere le onde; un vastissimo borgo, quasi una città nuova, si
stende al settentrione, e da ogni parte nuove case rompon la cinta
antica, si spandono pei campi, alle falde delle colline, si allungano in
file sterminate fino ai villaggi vicini; è su tutti i colli circostanti
sorgono ville, e palazzine, e opifici, che si disputano il terreno, si
pigiano, fan capolino l'uno dietro l'altro, e formano intorno alla città
una grandiosa corona. In ogni parte si fabbrica, si trasforma, si
rinnova; il popolo lavora e prospera, Barcellona fiorisce.
* * * * *
Eran gli ultimi giorni di carnevale. Le strade eran corse da lunghe
processioni di giganti, di diavoli, di principi, di mori, di guerrieri,
e da uno stormo di certi figuri, che avevo la disgrazia d'incontrar da
per tutto, vestiti di giallo, con una lunga canna in mano, in cima alla
quale era legata una borsa che andavan cacciando sotto il naso di tutti,
nelle botteghe, nelle finestre, fino ai terrazzini del primo piano delle
case, domandando un'elemosina, non so in nome di chi, ma destinata
probabilmente a pigliar qualche classica sbornia nell'ultima notte di
carnevale. La cosa più curiosa ch'io vidi è la mascherata dei bambini.
Si usa vestire i bambini al di sotto degli ott'anni, quali da uomini,
alla moda francese, in completo assetto da ballo, con guanti bianchi,
gran baffi e gran zazzera; quali da Grandi di Spagna, coperti di nastri
e di ciondoli; quali da contadini catalani con la berrettina e la
_manta_. Le bimbe, da dame di Corte, da amazzoni, da poetesse con la
lira e la corona d'alloro; e gli uni e le altre, poi, col costume delle
varie provincie dello Stato, chi da giardiniere di Valenza, chi da
gitana andalusa, chi da montanaro basco, i più bizzarri e pittoreschi
vestiti che si possano immaginare; e i parenti li conducon per mano alla
passeggiata, ed è come una gara di buon gusto, di fantasia e di lusso,
alla quale il popolo prende parte con molto diletto.
* * * * *
Mentre cercavo la via per andare alla cattedrale, incontrai un drappello
di soldati spagnuoli. Mi fermai a guardarli, raffrontandoli colla
pittura che ne fa il Baretti, quando racconta che lo assalirono
nell'albergo, e uno gli prese l'insalata nel piatto, e un altro gli
strappò di bocca la coscia di pollo. Bisogna dire che d'allora in poi
sono molto cangiati. A prima vista, si piglierebbero per soldati
francesi, chè hanno anch'essi i calzoni rossi e un cappotto bigio che
scende fino al ginocchio. La sola differenza notevole è nella copertura
del capo. Gli Spagnuoli portano un berretto d'una foggia particolare,
schiacciato sul di dietro, incurvato sul dinanzi, munito d'una visiera
che si ripiega sulla fronte, di panno bigio, duro, leggero e grazioso
alla vista, e chiamato col nome dell'inventore, Ros de Olano, generale e
poeta, che lo modellò sul suo berretto da caccia. La maggior parte dei
soldati ch'io vidi, tutti di fanteria, eran giovani, bassetti di
statura, bruni, svelti, puliti, come si suole immaginare che siano i
soldati d'un esercito che ebbe altre volte le fanterie più leggere e più
vigorose d'Europa. Oggi ancora i fantaccini spagnuoli hanno fama di
instancabili camminatori e di corridori lestissimi; sono sobrii, fieri,
e pieni d'un orgoglio nazionale del quale è difficile formarsi
un'adeguata idea senz'averli conosciuti da vicino. Gli ufficiali portano
una tunica nera e corta, come quella degli ufficiali italiani; che
sogliono, fuor di servizio, tenere aperta, mostrando un panciotto
abbottonato fino al collo. Nelle ore di libertà, non cingon la spada;
nelle marcie, così come i soldati, portano un par di ghette di panno
nero, che giungon fin quasi al ginocchio. Un reggimento di fanteria, in
completo assetto di guerra, presenta un aspetto ad un tempo grazioso e
guerresco.
* * * * *
La cattedrale di Barcellona, di stile gotico, sormontata di torri
ardite, è degna di stare accanto alle più belle di Spagna. L'interno è
formato da tre vaste navate, divise da due ordini di altissimi pilastri
di forma snella e gentile; il Coro, posto nel mezzo della chiesa, è
ornato d'una profusione di bassirilievi, di filigrane, di figurine;
sotto il Santuario s'apre una cappella sotterranea, sempre illuminata,
in mezzo alla quale è la tomba di sant'Eulalia, che si vede a traverso
di alcune piccole finestre, aperte intorno al Santuario. La tradizione
narra che gli uccisori della santa, ch'era bellissima, prima di darle la
morte, vollero vedere il suo corpo nudo; ma mentre stavan per toglierle
l'ultimo velo, una fitta nebbia l'avvolse e la nascose a ogni sguardo.
Il suo corpo è sempre intatto e fresco come quando era viva, e non v'è
occhio umano che ne possa regger la vista; onde un vescovo incauto, che
sulla fine del secolo passato, volle scoperchiare la tomba, e scoprire
la salma sacra, nell'atto che vi fisse lo sguardo, acciecò. In una
piccola cappella a destra dell'altar maggiore, rischiarata da molte
fiammelle, si vede un Cristo in croce, di legno colorito, un po' piegato
sur un fianco; si narra che quel Cristo fosse sur una nave spagnuola
alla battaglia di Lepanto, e che si sia contorto così per scansare una
palla da cannone che vedeva venir dritta al suo cuore. Alla vôlta della
stessa cappella è sospesa una piccola galea, con tutti i suoi remi,
costrutta ad imitazione di quella su cui Don Giovanni d'Austria combattè
contro i Turchi. Sotto gli organi, di fattura gotica, coperti di gran
tappeti pitturati, pende una enorme testa di Saraceno, colla bocca
spalancata, dalla quale, in altri tempi, piovevan confetti ai bambini.
Nelle altre cappelle vi è qualche bella tomba di marmo, e qualche
pregevole dipinto del Villadomat, pittore barcellonese, del XVII secolo.
La chiesa è oscura e misteriosa. Le sorge accanto un claustro, sorretto
da grandiosi pilastri formati di sottili colonne, e sormontati da
capitelli sopraccarichi di statuette che rappresentano fatti dei due
Testamenti. Nel claustro, nella chiesa, nella piazzetta che le si stende
dinanzi, nelle stradicciuole che le girano intorno, spira come un'aura
di pace melanconica, che nello stesso punto alletta e rattrista, come il
giardino di un Camposanto. Un gruppo di orrende vecchie barbute
custodisce la porta.
Dentro la città, dopo visto la Cattedrale, non restano a vedere altri
grandi monumenti. Nella piazza della Costituzione, son due palazzi
chiamati _Casa de la Deputacion_ e casa _Concistorial_, il primo del
decimosesto secolo, l'altro del decimoquarto, i quali conservano ancora
qualche parte degna di nota; l'uno la porta, l'altro il cortile;
dall'uno dei lati della _Casa de la Deputacion_ una ricca facciata
gotica della cappella di San Giorgio. V'è un palazzo dell'Inquisizione,
con un angusto cortile, e finestrine dalle grosse inferriate, e
porticine segrete; ma è quasi interamente rifatto sull'antico. Rimangono
alcune enormi colonne romane, nella strada del Paradiso, perdute in
mezzo a case moderne, circondate di scale tortuose e di oscure
stanzuccie. Non c'è altra cosa che richiami l'attenzione d'un artista.
In compenso, fontane con colonne rostrali, piramidi, statue; viali
fiancheggiati di ville, di giardini, di caffè, d'alberghi; un circo di
tori capace di diecimila spettatori; un borgo che si stende su un
braccio di terra che chiude il porto, costrutto colla simmetria d'una
scacchiera, e popolato da diecimila marinai; molte biblioteche, un museo
d'istoria naturale ricchissimo, e un archivio che è uno dei più vasti
empori di documenti storici dal secolo IX ai tempi nostri, cioè dai
primi Conti di Catalogna alla guerra d'indipendenza.
* * * * *
Fuor della città, una delle cose più notevoli è il Cimitero, a una
mezz'ora di carrozza dalle porte, in mezzo a una vasta pianura. Visto
di fuori, dalla parte dell'entrata, pare un giardino; e fa sollecitare
il passo con un sentimento di curiosità quasi allegra. Oltrepassata
appena la soglia, si è dinanzi a uno spettacolo nuovo, indescrivibile,
affatto diverso da quello a cui si era preparati. Si è in mezzo a una
città silenziosa, attraversata da lunghe strade deserte, fiancheggiate
da muri di uguale altezza, diritte, chiuse in fondo da altri muri. Si va
oltre, si arriva a un crocicchio, e di là si vedono altre strade, altri
muri in fondo, altri crocicchi lontani. Par di essere a Pompei. I morti
son messi dentro ai muri, per lungo, e disposti in varii ordini, come i
libri nelle biblioteche. A ogni cassa, corrisponde sul muro una specie
di nicchietta, nella quale è scritto il nome del sepolto; dove non c'è
sepolto alcuno, la nicchia porta scritta la parola: _Propriedad_, che
vuol dire che il posto è stato comprato. La maggior parte delle nicchie
sono chiuse da un vetro, altre da inferriate, altre da una rete
sottilissima di fil di ferro, e contengono una varietà grande di oggetti
postivi dalle famiglie in omaggio dei morti: come ritratti in
fotografia, altarini, quadri, ricami, fiori finti, e sovente anco
ninnoli che loro furono cari in vita, nastri, monili di donne,
giocattoli di ragazzi, libri, spille, quadretti; mille cose che
rammentan la casa e la famiglia, e indicano la professione di coloro
cui appartenevano; e non si possono guardare senza tenerezza. Di
tratto in tratto si vede una di codeste nicchie sfondate, e dentro
buio: segno che ci si ha da mettere una cassa nella giornata. La
famiglia del morto deve pagare un tanto all'anno per quello spazio:
quando cessa di pagare, la cassa vien tolta di là e portata nella fossa
comune del camposanto dei poveri a cui si giunge per una di quelle
strade. Mentre ero là, fu fatta una sepoltura: vidi in lontananza
mettere la scala, e sollevar su la cassa, e tirai via. Una notte un
pazzo si cacciò in uno di quei fori vuoti: passò un guardiano del
cimitero con una lanterna, il pazzo mandò un grido per fargli paura, e
il pover'omo cadde a terra come fulminato, e fece una malattia mortale.
In una nicchia vidi una bella treccia di capelli biondi, che erano
appartenuti a una ragazza di quindici anni, morta annegata, e c'era
cucita una cartolina con su scritto:--_Querida!_--(Cara!)--A ogni
passo, si vede qualcosa che colpisce la mente ed il cuore: tutti quegli
oggetti fanno l'effetto d'un mormorìo confuso di voci di madri, di
spose, di bambini, di vecchi, che dicano sommessamente a chi passa:--Son
io! Guarda!--Ad ogni crocicchio sorgono statue, tempietti, obelischi,
con iscrizioni in onore dei cittadini di Barcellona che fecero opere di
carità durante l'infierire della febbre gialla nel 1821 e nel 1870.
Questa parte del Cimitero, fabbricata, se così può dirsi, a città,
appartiene alla classe media della popolazione; e confina con due vasti
recinti, uno destinato ai poveri, nudo, piantato di grandi croci nere;
l'altro destinato ai ricchi, più vasto anche del primo, coltivato a
giardino, circondato di cappelle, vario, ricco, stupendo. In mezzo a
una foresta di salici e di cipressi, s'innalzano da ogni parte colonne,
cippi, tombe enormi, cappelle marmoree sopraccariche di sculture,
sormontate da ardite figure d'arcangelo che levan le braccia al cielo;
piramidi, gruppi di statue, monumenti vasti come case che sovrastano
agli alberi più alti; e fra monumento e monumento, cespugli, cancellate,
aiuole fiorite; e nell'entrata, tra questo e l'altro campo santo, una
stupenda chiesuola di marmo, cinta di colonne, mezzo nascosta dagli
alberi, che prepara nobilmente l'animo al magnifico spettacolo del di
dentro. All'uscire da questo giardino, si riattraversano le strade
deserte della necropoli, che paiono anche più silenziose e più triste
che al primo entrare. Varcata la soglia, si risaluta con piacere le case
variopinte dei sobborghi di Barcellona sparse per la campagna, come
avantiguardie messe là ad annunziare che la popolosa città si dilata e
si avanza.
* * * * *
Dal Camposanto al caffè, è un bel salto; ma viaggiando se ne fanno anche
di più lunghi. I caffè di Barcellona, come quasi tutti i caffè della
Spagna, sono un solo vastissimo salone ornato di grandi specchi, con
tanti tavolini quanti ce ne posson capire; dei quali è raro che rimanga
libero un solo, neanco per una mezz'ora, in tutta la giornata. La sera
son tutti pieni, affollati, da dover molte volte aspettare un bel pezzo
per avere un posticino accanto alla porta; intorno a ogni tavolino, v'è
un crocchio di cinque o sei _caballeros_, colla _capa_ sulle spalle (un
mantello di panno oscuro, munito d'un'ampia pellegrina, che si porta in
vece del nostro pastrano); e in ogni crocchio si giuoca al domino. È il
giuoco più in voga presso gli Spagnuoli. Nei caffè, dall'imbrunire sino
a mezzanotte, si sente un rumore fitto, continuo, assordante, come il
rumor della grandine, di migliaia di tessere volte e rivolte da
centinaia di mani, che quasi bisogna alzare la voce per farsi sentire da
chi vi è accanto. La bevanda più usuale è il cioccolatte, squisitissimo
in Spagna, portato per lo più in piccole chicchere, denso come conserva
di ginepro e caldo da scorticare la gola. Una di queste tazzine, con una
goccia di latte, e una pasta particolare, che si chiama _bollo_
(boglio), morbidissima, è una colezione da Lucullo. Fra un _bollo_ e
l'altro, feci i miei studii sul carattere catalano, discorrendo con
tutti i _Don Fulanos_ (nome sacramentato in Ispagna come il Tizio fra
noi) che ebbero la bontà di non pigliarmi per una spia mandata da Madrid
a fiutar l'aria della Catalogna.
* * * * *
Gli animi, in quei giorni, erano molto eccitati dalla politica. A me
occorse parecchie volte, parlando innocentissimamente d'un giornale,
d'un personaggio, d'un fatto qualsiasi col _caballero_ che
m'accompagnava, o nel caffè, o in una bottega, o al teatro; mi occorse,
dico, di sentirmi toccare la punta del piede e mormorare
nell'orecchio:--Badi, questo signore alla sua destra è un
Carlista.--Zitto, quello lì è un repubblicano.--Quell'altro là è un
sagastino.--Questo accanto è un radicale.--Quello laggiù è un
cimbrio.--Tutti parlavano di politica. Trovai un carlista arrabbiato in
un barbiere, il quale, accortosi dalla mia pronunzia ch'ero un
_conciudadano del Rey_, tentò, così alla larga, di tirarmi nel discorso.
Io non dissi parola, perchè mi stava radendo, e un risentimento del mio
orgoglio nazionale ferito avrebbe potuto far correre il primo sangue
della guerra civile; ma il barbiere insistè, e non sapendo per qual
altra via venire all'argomento, uscì a dire con accento gentile: "_Sabe
Usted, caballero, si hubiera la guerra entre Italia y España, España no
tuviera miedo_ (non avrebbe paura)."--"Ne sono persuasissimo," risposi,
badando al rasoio. Poi mi assicurò che la Francia avrebbe dichiarato la
guerra all'Italia non appena avesse pagato la Germania; _no hay
escapatoria_. Non risposi. Allora egli stette un po' sopra pensiero, e
poi disse maliziosamente: "_Cosas grandes van à acontecer_ (accadere)
_dentro de poco!_" Piacque però ai Barcellonesi che il Re si fosse
presentato a loro in atto confidente e tranquillo, e la gente del popolo
ricorda la sua entrata in città con ammirazione. Trovai simpatia per il
Re anche in alcuni che mormoravano a denti stretti:--_no es español,_--o
come mi domandò un tale: "Pare a lei che starebbe bene a Roma o a Parigi
_un rey castellano_?"--domanda a cui si risponde:--"_No entiendo de
politica,_"--ed è discorso finito.
Ma i veramente implacabili sono i Carlisti. Dicon della nostra
rivoluzione roba da cani in buonissima fede, essendo la maggior parte
convinti, che il vero re d'Italia sia il Papa, che l'Italia lo voglia, e
che abbia chinato il capo sotto la spada di Vittorio Emanuele, perchè
non c'era modo di far altrimenti; ma che aspetti l'occasione propizia
per liberarsene, come ha fatto dei Borboni e degli altri. E può giovare
a provarlo il seguente aneddoto che io riferisco, come l'ho sentito
narrare, senza neanco un'ombra d'intenzione di ferire la persona che n'è
attore principale. Una volta un giovane italiano, che io conosco
intimamente, fu presentato a una delle più ragguardevoli signore della
città, e ricevuto con una squisita cortesia. Erano presenti alla
conversazione parecchi italiani. La signora parlò con molta simpatia
dell'Italia, ringraziò il giovane dell'entusiasmo che mostrava d'avere
per la Spagna, mantenne, in una parola, una viva e gioviale
conversazione coll'ospite riconoscente per quasi tutta la serata. A un
tratto gli domandò: "E tornando in Italia, in che città s'andrà a
stabilire?"
"A Roma," rispose il giovane.
"Per difendere il Papa?" domandò la signora con la più schietta
franchezza.
Il giovane la guardò, e rispose sorridendo ingenuamente: "No, davvero."
Quel _no_ scatenò una tempesta. La signora scordò che il giovane era
italiano, e suo ospite, e proruppe in una tale sfuriata d'invettive
contro il Re Vittorio, il governo piemontese, l'Italia, risalendo
dall'entrata dell'esercito in Roma fino alla guerra delle Marche e
dell'Umbria, che il mal capitato straniero diventò bianco come un cencio
di bucato. Ma fatto forza a sè stesso, non rispose parola, e lasciò agli
altri italiani, ch'erano amici di vecchia data, la cura di sostener
l'onore del loro paese. La discussione durò un pezzo, e fu accanita; la
signora s'accorse poi d'essersi lasciata andare tropp'oltre, e fece
capire che n'era dolente; ma una cosa apparve chiarissima dalle sue
parole, ed è ch'ella era convinta, e con lei chi sa quante! che
l'unificazione d'Italia si fosse fatta contro la volontà del popolo
italiano, dal Piemonte, dal Re, per avidità di dominio, per odio alla
religione ec.
Il basso popolo, però, repubblicaneggia, e come ha la reputazione di
essere più pronto ai fatti di quello che non sia largo a parole, è
temuto. Quando in Spagna si vuol sparger la voce d'una prossima
rivoluzione, si comincia sempre dal dire che scoppierà a Barcellona, o
che sta per scoppiarvi, o che v'è scoppiata.
* * * * *
I catalani non vogliono esser messi a mazzo cogli Spagnuoli delle altre
provincie; siamo Spagnuoli, dicono, ma, intendiamoci, di Catalogna;
gente, vale a dire, che lavora e che pensa, e all'orecchio della quale è
più gradito il rumore degl'ingegni meccanici che il suono delle
chitarre. Noi non invidiamo all'Andalusia la fama romanzesca, le lodi
dei poeti, e le illustrazioni dei pittori; noi ci contentiamo di essere
il popolo più serio e più operoso della Spagna. Parlano in fatti dei
loro fratelli del mezzogiorno, come i piemontesi parlavano una volta,
ora meno, dei napoletani e dei toscani: «sì, hanno ingegno,
immaginazione, parlan bene, divertono; ma noi abbiamo per contrapposto
maggior vigore di volontà, maggiore attitudine agli studi scientifici,
maggior istruzione popolare.... e poi.... il carattere....» Intesi un
catalano, un uomo chiaro per ingegno e dottrina, lamentare che la guerra
d'indipendenza avesse troppo affratellato le diverse provincie di
Spagna, ond'era seguìto che i catalani contraessero una parte dei
difetti dei meridionali, senza che questi acquistassero nessuna delle
buone qualità dei catalani. Siamo diventati, diceva, _mas ligeros de
casco_, più leggeri di testa, e non se ne sapeva dar pace. Un bottegaio
al quale domandai che pensasse del carattere dei castigliani, mi rispose
bruscamente che, a suo avviso, sarebbe una gran fortuna per la
Catalogna, che non ci fosse strada ferrata tra Barcellona e Madrid,
perchè il commercio con quella gente _corrompe_ il carattere e i costumi
del popolo catalano. Quando parlano d'un deputato parolaio, dicono:--Eh!
già... è un andaluso.--Poi mettono in ridicolo il loro linguaggio
poetico, la pronunzia sdolcinata, la gaiezza infantile, la vanità,
l'effeminatezza. Quelli, per contro, parlano dei catalani come una
signorina capricciosa, letterata e pittrice, parlerebbe d'una di quelle
ragazze massaie, che leggono di preferenza la _Cuciniera genovese_ che i
romanzi di George Sand. Son gente dura, dicono, tutta d'un pezzo, che
non ha il capo ad altro che all'aritmetica e alla meccanica; barbari,
che farebbero d'una statua del Montanes un frantoio e d'una tela del
Murillo un incerato; veri Beoti della Spagna, insopportabili con quel
loro gergaccio, con quella musoneria, con quella gravità di pedanti.
* * * * *
La Catalogna, infatti, è forse la provincia di Spagna, che conta meno
nella storia delle belle arti. Il solo poeta, non grande, ma celebre,
che sia nato in Barcellona, è Giovanni Boscan, che fiorì sul principio
del secolo decimosesto, e introdusse pel primo nella letteratura
spagnuola il verso endecasillabo, la canzone, il sonetto, e tutte le
forme della poesia lirica italiana di cui era ammiratore appassionato.
Da che dipende una grande trasformazione, come fu questa, di tutta la
letteratura d'un popolo! Dall'esser andato a stare il Boscan a Granata,
quando v'era la Corte di Carlo V, e aver conosciuto là un ambasciatore
della repubblica di Venezia, Andrea Navagero, che sapeva a memoria i
versi del Petrarca, e glieli recitava, e gli diceva:--Mi pare che
potreste scriver così anche voialtri; provate!--Il Boscan provò; tutti i
letterati di Spagna gli gridaron la croce addosso. E che il verso
italiano non sonava, e che la poesia di Petrarca era una sdolcinatura da
femminette, e che la Spagna non aveva bisogno di strascicar l'estro
sulla falsariga di nessuno. Ma il Boscan tenne duro: Garcilaso della
Vega, il valoroso cavaliere, amico suo, che ricevette poi il glorioso
titolo di Malherbe della Spagna, lo seguì; il drappello dei riformatori
s'ingrossò a poco a poco, divenne esercito, vinse e dominò l'intera
letteratura. Il vero consumatore della riforma fu il Garcilaso; ma il
Boscan ebbe il merito della prima idea, onde a Barcellona l'onore d'aver
dato alla Spagna chi fece mutar il viso alla sua letteratura.
* * * * *
Nei pochi giorni che rimasi a Barcellona, solevo passar la sera con
alcuni giovani catalani, passeggiando sulla riva del mare, al lume della
luna, fino a notte avanzata. Sapevan tutti un po' d'italiano, ed erano
amantissimi della nostra poesia; così che per ore e per ore non si
faceva che declamar versi, essi dello Zorilla, dell'Espronceda, del
Lopez de Vega, io del Foscolo, del Berchet, del Manzoni; intercalati,
con una sorta di gara, a chi ne diceva di più belli. È un sentimento
nuovo quello che si prova dicendo versi dei nostri poeti in un paese
straniero. Quando vedevo i miei amici spagnuoli tutti intenti al
racconto della battaglia di Maclodio, a poco a poco scotersi,
infiammarsi e poi afferrarmi pel braccio ed esclamare con un accento
castigliano che mi rendeva più care le loro parole:--Bello!
sublime!;--mi sentivo rimescolare il sangue, tremavo; se fosse stato
giorno, credo che m'avrebbero visto diventar bianco come la carta. Mi
recitarono dei versi in lingua catalana. E dico lingua, perchè ha una
storia e una letteratura propria e non fu relegata allo stato di
dialetto che dal predominio politico assunto dalla Castiglia che impose
l'idioma suo come idioma generale dello Stato. E benchè sia una lingua
aspra, tutta parole tronche, ingrata, sulle prime, a chi abbia nulla
nulla l'orecchio delicato, ha nondimeno dei pregi notevolissimi, dei
quali i poeti popolari si valsero con ammirabile maestria, prestandosi
essa particolarmente all'armonia imitativa. Una poesia, che mi
recitarono, di cui le prime strofe imitano il rumore cadenzato d'un
treno di strada ferrata, mi strappò un grido di meraviglia. Ma senza
spiegazioni, anche per chi conosca la lingua spagnuola, il Catalano non
è intelligibile. Parlan presto, coi denti stretti, senza aiutar la voce
col gesto, così ch'è difficile cogliere il senso d'un periodo anche
semplicissimo, ed è un gran chè se s'intende qualche parola di volo.
Anche la gente del popolo, però, parla, quando occorre, il castigliano,
stentatamente e senza grazia; ma sempre assai meglio che non si parli
l'italiano dal basso popolo delle Provincie settentrionali d'Italia.
Neanco le persone colte, in Catalogna, parlano perfettamente la lingua
nazionale; il castigliano riconosce il catalano alla prima, oltre che
alla pronunzia, alla voce, e sopratutto alla _illegittima frase scarsa_.
Per questo uno straniero che vada in Spagna coll'illusione di saper
parlare la lingua con garbo, può, fin che sta in Catalogna, serbar la
sua illusione; ma quando penetri nelle Castiglie, e senta per la prima
volta quello scoppiettío di frizzi, quella profusione di proverbi, di
modi, d'idiotismi arguti ed efficacissimi, che lo fan rimanere a bocca
aperta, come l'Alfieri dinanzi a Monna Vocaboliera quando gli discorreva
di calzette, addio illusioni!
* * * * *
L'ultima sera andai al Teatro del Liceo, che ha fama di essere uno dei
più belli d'Europa, e forse il più vasto. Era pieno zeppo di gente dalla
platea alla piccionaia, che non ci sarebbe più capito un centinaio di
persone. Dal palco in cui ero io, si vedevan le signore della parte
opposta piccine come bimbe; e a socchiuder gli occhi, non apparivan più
che tante strisce bianche, una ad ogni ordine di palchi, tremolanti e
luccicanti come immense ghirlande di camelie imperlate di rugiada e
agitate dal zeffiro. I palchi, vastissimi, sono divisi da un assito che
s'abbassa dal muro verso il parapetto, lasciando scoperto tutto il busto
delle persone sedute sulle prime seggiole; in modo che, all'occhio, il
teatro par fatto tutto a gallerie, e n'acquista un'aria di leggerezza
che fa un bellissimo vedere. Tutto sporge, tutto è scoperto, la luce
batte in ogni parte, ogni spettatore vede tutti gli spettatori, le
corsie son spaziose, si va, si viene, si gira a tutt'agio da ogni lato,
si può contemplare ogni signora da mille punti, passare dalle gallerie
ai palchi, dai palchi alle gallerie, passeggiare, far crocchio,
bighellonare tutta la sera di qua e di là, senza urtar nel gomito anima
viva. Le altre parti dell'edifizio sono proporzionate alla principale:
corridoi, scale, pianerottoli, vestiboli da gran palazzo. Vi son sale da
ballo ampie e splendide, nelle quali si potrebbe piantare un altro
teatro. Eppure, anche qui dove i buoni Barcellonesi non dovrebbero
pensare ad altro che a ricrearsi dalle fatiche della giornata nella
contemplazione delle loro belle e superbe donne, anche qui i buoni
Barcellonesi comprano, vendono, giocano, trafficano, come anime dannate.
Nei corridoi è un andirivieni continuo di agenti di banca, di commessi
d'uffizio, di portatori di dispacci, e un continuo vocìo da mercato.
Barbari! Quanti bei visi, quanti begli occhi, quante stupende
capigliature brune in quella folla di signore! Anticamente i giovani
Catalani innamorati, per cattivarsi il cuore delle loro belle, si
inscrivevano nelle confraternite dei flagellanti, e andavano sotto le
loro finestre con una sferza metallica a farsi spicciare il sangue dalle
carni, e le belle gl'incoraggiavano, accennando: "Batti, batti ancora,
così, ora t'amo e son tua!" Quante volte avrei esclamato quella sera:
"Signori, per carità, datemi una sferza metallica!"
* * * * *
L'indomani mattina, prima del levar del sole, partii per Saragozza, e
dico il vero, non senza un sentimento quasi di tristezza di lasciar
Barcellona, benchè ci fossi stato sì pochi giorni. Questa città, benchè
sia tutt'altro che _la flor de las bellas ciudades del mundo_, come la
chiamò il Cervantes, questa città trafficante e magazziniera, disdegnata
dai poeti e dai pittori, mi piacque e il suo popolo affaccendato
m'ispirò rispetto. E poi è sempre tristo il partire da una città,
comunque straniera, colla certezza di non averla a rivedere mai più!
Gli è come dare un addio per sempre a un compagno di viaggio col quale
abbiate passato lietamente ventiquattr'ore: non è un amico, e vi par
d'amarlo come un amico, e ve ne ricorderete forse per tutta la vita, con
un sentimento di desiderio più vivo che per molti di coloro a cui date
il nome d'amici. Voltandomi a guardare ancora una volta la città dal
finestrino del carrozzone del treno, mi vennero sulle labbra le parole
di don Alvaro Tarfe nel _Don Chisciotte_:--_Adios, Barcelona, archivo de
la cortesia, albergue de los extrangeros, patria de los valientes,
adios!_--E soggiunsi mestamente:--Ecco lacerata la prima pagina dal
roseo libro del viaggio! Così tutto passa... Ancora un'altra città, poi
un'altra, poi un'altra... e poi... tornerò, e il viaggio sarà stato come
un sogno, e mi parrà di non essermi neanco mosso da casa... e poi?... un
altro viaggio... e di nuovo città, e di nuovo addii melanconici, e di
nuovo un ricordo vago come d'un sogno... e poi? Guai se in viaggio vi
lasciate cogliere da questi pensieri! Guardate il cielo e la campagna, e
recitate dei versi, e fumate.
_Adios Barcelona, archivo de la cortesia!_
II.
SARAGOZZA.
A poche miglia da Barcellona, si cominciano a vedere le rocce dentellate
del famoso Montserrat, uno strano monte che, a prima vista, fa balenare
il sospetto d'un'illusione ottica, tanto è difficile a credere che la
natura possa aver avuto un sì stravagante capriccio. Immaginate una
serie di sottili triangoli che si toccano, come quei che fanno i bambini
per rappresentare una catena di montagne; o una corona a becchetti
distesa pel lungo come la lama d'una sega; o tanti pani di zucchero
disposti in fila, e avrete un'idea della forma che presenta da lontano
il Montserrat. È un insieme di coni immensi che s'alzano I' uno accanto
all'altro, e l'un sull'altro, o meglio un solo gran monte formato di
cento monti, spaccato di su in giù fin quasi al terzo della sua altezza,
in modo che presenta due grandi cime, intorno alle quali si aggruppano
le minori; nelle parti alte, arido e inaccessibile; nelle basse,
popolato di pini, di quercie, di corbezzoli, di ginepri; rotto qua e là
da grotte smisurate e da spaventevoli burroni, e sparso di romitaggi
biancheggianti sulle bricche aeree e nelle gole profonde. Nella
spaccatura del monte, fra le due cime principali, sorge l'antico
convento dei Benedettini, dove Ignazio di Lojola meditò nella sua
giovinezza. Cinquantamila tra pellegrini e curiosi si recano anno per
anno a visitare il convento e le grotte, e il giorno otto di settembre,
vi si celebra una festa a cui concorre una moltitudine innumerevole di
gente da ogni parte della Catalogna.