«Voi avete potuto vedere quale sia la debolezza delle forze
de’ nemici, e con quale astuzia cercano d’incutervi timore. Non
contenti di aver radunati briganti a devastare le vostre proprietà,
ebbero il folle orgoglio di ridurre la Città di Torino con pezzi
di campagna, che non possono nemmeno imporne ad un piccolo posto.
Sgraziati ed insensati! e come hanno potuto dimenticarsi, che
Repubblicani difendono questa Piazza.
«Bravi abitanti di questa Comune siate tranquilli, e senza timore
sulla vostra sorte; la Città non sarà giammai resa a forze sì
deboli, ed a bravate sì sconsigliate; e voi, Cittadini, che
componete la Guardia Nazionale, che col vostro zelo, ed attività
di servizio del giorno di jeri mi avete dimostrato, che i vostri
sentimenti non sono dissimili da’ miei, continuate colla stessa
attività, e premura a servire il vostro paese; che tremino i
malevoli, che abbiano potuto introdursi fra di voi, la onta, ed
il castigo gli attende, e tostochè voi me gli farete conoscere,
saranno abbandonati alla vendetta Repubblicana».
«FIORELLA».
Verso mezzogiorno ne pubblicò un altro:
«Stante l’avvicinamento del nemico riunito ad una massa di
briganti, il quale si è permesso sconsigliatamente di farmi
una sommazione; gli abitanti sono prevenuti, che io dichiaro in
questo momento la Città in istato d’assedio. Le Autorità civili
continueranno le loro funzioni ordinarie. L’Alta Pulizia essendomi
privativamente riservata, io solo rispondo della difesa, e
sicurezza della Piazza».
«FIORELLA».
Ma tutte le menti erano volte al di fuori; tutti stavano in attenzione
per aver nuove, comprendere ciò che avveniva, e che piega pigliavano le
cose oltre le mura. Non potendo far altro, gli uomini girondolavano per
le strade; le donne, i vecchi, gl’infermi, i fanciulli guardavano dalle
finestre, dai terrazzini, tendendo l’orecchio ai rumori vagabondi.
La giornata era fulgida, già quasi estiva; candide nuvole veleggiavano
alte nell’azzurro, nel sole. Le Alpi biancheggiavano circonfuse di
vapori lattati; la collina verzicava lussureggiante.
Un po’ dopo il tocco, il marchese Violant andò per dar qualche
ragguaglio alla sorella e la trovò che scendeva lo scalone al braccio
del fido Mazel. Al solito ella non usciva che la mattina a buon’ora
o verso sera per recarsi alla vicina chiesa di San Filippo; ma quel
giorno s’era sentita presa dall’impazienza, dalla febbre di sapere,
di vedere, di agire. Il cavaliere che la conosceva, non aveva nemmeno
cercato d’opporsi.
Il marchese dichiarò ch’ella commetteva un’imprudenza, uno sproposito,
poichè il cannoneggiamento stava per ricominciare. Egli sapeva da
fonte sicura che Suwarow aveva ordinato l’assalto per le due, e veniva
appunto per dirglielo... Ma vedendo che continuava a discendere, la
seguì brontolando e, giunti al basso, le si pose a fianco.
La contessa Polissena voltò senza esitare verso contrada di Po.
Nella strada e sotto i portici c’era folla; una folla composta d’uomini
d’ogni età e d’ogni stato; una folla che aveva un aspetto quasi festivo
e serviva come di spettacolo a sè stessa, ma che di quando in quando
pareva attraversata, scossa da un gran brivido, quasi si sapesse
minacciata da un pericolo oscuro, contro il quale non conosceva difesa.
Brulicava senza andar nè innanzi, nè indietro, e si apriva per lasciar
passare gli ufficiali francesi che trottavano verso la Cittadella, e
certi gruppi di popolani scuri in viso e taciturni, avviati verso porta
di Po.
Nella strada e sotto i portici, conoscenti ed estranei si riunivano in
crocchi, si formavano cerchietti intorno a quelli che erano o parevano
meglio informati, che avevano più chiara e spedita la favella.
Davanti a San Francesco da Paola era più che altrove accalcata la
gente, e dal centro d’un nodo di patrioti sorgeva un bel giovane bruno
che parlava forte, gesticolando animatamente.
Quando la contessa ed i suoi due compagni giunsero a portata della sua
voce, diceva, terminando una frase della quale non avevano udito il
principio:
— ..... _la royauté, l’esclavage, tous les anciens abus qui naguère
pesaient sur vos têtes. Ils veulent les gabelles, la chasse, la dîme,
la corvée. Ils veulent vous attacher de nouveau à la terre..... Nous,
au contraire, que voulons-nous? Nous voulons que tous les hommes
soient égaux; qu’ils soient aussi libres que l’air qu’ils respirent. La
République passe avant tout. Vive la République! Vaincre ou mourir!_
— _Vivent les défenseurs de Turin!_ — gridò una damina galante e
attillata.
L’oratore saltò a terra, e sulla scranna, presa in qualche bottega
vicina, salì un ometto sbilenco, di cui non si vedeva che la testa
enorme, tosata _à la Brutus_.
— Cittadini! — incominciò — piemontesi buoni guerrieri e coraggiosi,
soffrirete voi che i barbari del nord, spinti dalla rabbia dei loro
tiranni, vengano a saccheggiare le vostre case, insultare le vostre
mogli, scannare i vostri figli? Soffrirete voi che il vostro onore
sia macchiato da quelli che non sanno neanche che cosa sia l’onore?...
Sapete voi cosa vogliono questi stranieri venuti dal fondo dei paesi
più gelati? Vogliono, come diceva adesso l’amico Michel, ristabilire la
nobiltà a danno delle povere brache di tela. Vogliono incatenar daccapo
il popolo. Bisogna scacciarli, o dovrete pagar di nuovo le decime,
andare ai forni ed ai mulini forzati... Sarete di nuovo malmenati dalla
cavalleresca alterigia e dalla gotica ignoranza; le nostre donne non
avranno più difesa contro la lubricità dei potenti; i nostri valorosi
soldati saranno di nuovo soggetti al bastone dei duri ufficiali... Io
non sono che un campagnuolo, ma vi potrei raccontare...
Qui, scorgendo nella folla la contessa, Mazel e Violant, che si erano
avvicinati, s’interruppe, spalancò gli occhi infocati e contrasse le
grinze del viso a un sogghigno di compiacenza diabolica.
— Io non sono che un modesto speziale di campagna — ripigliò tosto, —
ma so che il buon cittadino è tenuto a denunziare chiunque attenta alla
sicurezza dello Stato libero. Avendo scoperto, laggiù dalle mie parti,
un nido di biscie e di serpenti, sono venuto a Torino subito, a fare il
mio dovere. Credevo che li avessero pigliati tutti, invece no: io vedo
lì, in mezzo a voi, la contessa di Robelletta, con suo fratello, col
suo ganzo. E sapete cosa aspettano? Amici, io ve lo dirò...
In questo momento i cannoni del monte cominciarono a tonare,
risvegliando echi da tutte le parti. Si vide la turba agitarsi,
dividersi, ravvolgersi in sè stessa; tutti s’alzavano sulla punta dei
piedi, sporgevano il viso a porta di Po, mirando certe nuvolette dense,
color di perla, che si formavano e si dissolvevano.
— Laggiù, neh? — Ci siamo, ci siamo! — Madonna degli Angeli, aiutateci
voi! — I cannoni, eh? — Cannoni, mortai, un po’ di tutto. — C’era da
aspettarselo. — La mitraglia! la mitraglia! — Che mitraglia? tirano
a palle infocate. — Son granate reali. — Son bombe, son bombe! — È
l’assalto generale. — È il bombardamento. — Te l’avevo detto, eh,
stamattina? — Siamo serviti! — Siamo morti! — _Vive la République!_
— Va all’inferno! — Oh Signore! cos’è che brucia là a destra? — È a
sinistra che brucia: è casa Bellotti. — Misericordia! già una casa
incendiata!
Queste ed altre infinite parole formavano un suono rumoroso simile al
gorgogliare d’una grossa acqua corrente, un suono strano, interrotto
tratto tratto da subitanei silenzi, da brevi momenti di attesa
opprimente, acutissima. Dopo un poco la gente non fece più alcun
caso dei colpi, divenuti numerosi e frequenti: guardava il fumo nero
che, avvolgendosi in globi ed allargandosi, saliva a confondersi con
quello che già insudiciava il cielo; guardava la pioggia minuta delle
scintille, e le fiamme voraci che uscendo dalle finestre dell’ultimo
piano, leccavano il tetto. Un odore acre di polvere e di bruciaticcio
scendeva a grandi ondate. In quel pigia pigia i borsaiuoli, i
pelamantelli facevano ottimi affari.
Inopinatamente il fragore delle artiglierie cessò; s’udirono invece
molte grida confuse e qualche sparo di fucile.
— Cospetto! — esclamò Mazel — si battono intorno alla porta. Sentite:
fanno alle fucilate. Una sortita!
— E se fosse invece un’entrata? — disse Violant, con voce tremula,
piena di bramosia.
— Non è possibile — mormorò la contessa, stretta alla gola dalla
commozione. — Sarebbe troppo bello!
Un luogotenente della guardia nazionale, che guardava da una finestra
con un canocchiale, urlò tutt’a un tratto: — Viva il Re!
Dieci voci, poi cinquanta, poi cento, fatte ardite dall’esempio,
ripeterono con entusiasmo quel grido.
— Ma dunque son proprio entrati? — diceva la contessa, attaccandosi
al braccio di suo fratello. — Son proprio entrati? — Le mancavano le
ginocchia, le si appannava la vista; si fece forza, guardò intorno. Il
gruppo dei repubblicani s’era sciolto. Le parve di veder uscir dalla
chiesa l’omiciattolo che l’aveva insultata, tutto stravolto, con in
testa una grossa parrucca. Volle parlare, indicarlo a quelli ch’erano
con lei, ma in quel punto chi interrogava aveva bell’interrogare, chi
rispondeva aveva bel rispondere, che il tuono stesso non si sarebbe
sentito: un applauso, un clamore, un ah! ah! ah! continuato e crescente
veniva su facendo rintronare formidabilmente la strada; usci e finestre
parevano sbatacchiati dal vento; molte vetrate saltavano in frantumi.
La contessa, il marchese, il cavaliere furono urtati, spinti nel mezzo
della via da quelli che si cacciavano avanti; ributtati indietro subito
da un’altra corrente: la folla si rimescolava, si divideva, acclamando
sempre più freneticamente.
Passò di gran carriera un bellissimo uomo, col corpetto celeste e
i calzoni bianchi, che brillava tutto; poi altri, poi altri, tutti
col _schako_ a pennacchio, con la _sabretache_ e col _doliman_;
rispondevano agli applausi brandendo le sciabole e vociando a
sguarciagola.
— Ma chi sono? Chi sono? — ripeteva la contessa ansiosa, volgendosi ora
al fratello, ora al cavaliere; i quali erano rimasti come estatici.
Sopraggiunse il dottor Garonis, vestito da capitano della guardia
nazionale.
— Chi sono, dottore? Chi sono?
— Gli usseri di Meshco, contessa, — rispose Garonis.
— Ma son proprio entrati? — chiese ancora Violant, che non poteva
credere ai suoi occhi.
— Per Bacco! Non ha visto? — continuò il dottore esultante. — La
cavalleria è passata al galoppo, adesso viene la fanteria al passo
di carica. Le più belle truppe d’Europa. I russi sono bellissimi a
vedere, tutti alti, quadrati di spalle, di portamento diritto, coloriti
vivamente nel viso; portano in capo una specie di mitra; hanno certi
zimarroni che non finiscono più. Siamo noi che li abbiamo fatti
entrare, noi della guardia. È andata benone, proprio secondo l’intesa.
Dopo i primi colpi, Brunet, Boccione e parecchi altri salirono sui
bastioni e, colto il momento, saltarono addosso ai cannonieri francesi
e strapparono loro le miccie di mano. Quelli di noi ch’erano di guardia
alla porta, l’aprirono subito, abbassarono i ponti, fecero i segnali,
tutto a un puntino. Mi rincresce che si dovette maltrattare un pochino
il capitano Barucchi, il quale non sapeva niente o non voleva saperne.
Quanto al conte Ghigliossi, l’ex-ufficiale d’artiglieria, non è colpa
nostra se l’hanno ammazzato. Voleva opporsi con la forza! Un matto che
ha sempre cercato le brighe col lumicino. Con permesso; devo andare al
Municipio. Viva! Viva! Viva i nostri liberatori!
Ed il gridìo gaudioso continuava; spesseggiavano gli evviva al Re,
alla casa di Savoia; da per tutto sventolavano bandiere, sciarpe,
fazzoletti, o si agitavano cappelli e berretti; le trombe squillavano
sonore, i tamburi rullavano alla gagliarda, le campane di molte chiese
suonavano a distesa; ed il picchetto di guardia al quartiere, essendo
venuto a schierarsi davanti a San Francesco, cominciò a far una lieta e
strepitosa gazzarra.
Violant, assordato dal frastuono, si chinò verso la sorella.
— Santo Dio! — diss’egli — a casa delle anime dannate forse non si
sente la metà di quel che si sente qui. Credi a me, andiamo via. Io
ti riaccompagno, poi vado a cercar mio figlio, che non ho più visto da
ieri. Oramai sappiamo che Torino non è più in poter di Francia... e mi
par già di respirare un’altr’aria. Andiamo via.
Uscirono dalla calca a gran fatica.
Le strade vicine a contrada di Po avevano un aspetto più scompigliato
che festoso. Chi traeva al rumore, chi se ne allontanava; le botteghe
si serravano; le insegne repubblicane sparivano; le coccarde tricolori
galleggiavano allegramente nelle zanelle veloci. Si vedevano fuggire
i soldati francesi verso la Cittadella, e i popolani inseguirli come i
cani alla lepre.
Giunti al palazzo Claris, il marchese si allontanò, promettendo di
tornare appena avesse rintracciato Giacinto; la contessa e Mazel
salirono lo scalone, entrarono nella sala rossa, si affacciarono al
terrazzino.
Passarono a briglia sciolta su piccoli cavalli selvaggi e criniti,
venti o trenta ceffi di ribaldi, con mantelli rossi, e berretti di
pelle d’agnello su gl’occhi. Uno di questi dal naso camuso, dai lunghi
baffi pendenti, alzò una pistola verso Mazel, urlando: — Jacob! Jacob!
— con la bocca aperta fino alle orecchie; poi trascorse con gli altri,
cacciando una risata che parve un nitrito.
— I panduri! — mormorò il cavaliere, che aveva fatto il viso come la
cenere. — Questi sono certo i panduri...
Il droghiere, che teneva bottega dirimpetto al palazzo, tornava a casa
frettoloso, conducendosi dietro la moglie e due figliuoletti.
— Ah! signora contessa — gridò da basso — scusi la libertà, ma faccia
serrare. Le Masse cattoliche, i briganti sono entrati anche loro, e
fanno il diavolo. Facce che in Torino non si sono mai vedute. Hanno già
saccheggiato casa Ferrero e casa Miroglio; adesso mettono sottosopra
il caffè Scanz. Vogliono mangiare, vogliono bere, e si ficcano da per
tutto per cercare i giacobini... Faccia serrare, per carità!
Due o tre servitori, ch’erano nell’atrio, chiusero il portone senza
aspettar l’ordine. S’udiva un urlìo, un rombazzo sguaiato e brutale che
cresceva e si avvicinava.
Guardando verso il crocicchio, la contessa ed il cavaliere videro
passare un gentiluomo con la spada nuda in mano, poi un domenicano
con un crocifisso, poi una spingarda sur una carretta tirata da un
asino, e dietro la torbida fiumana del contadiname ebbro di rabbia, di
fanatismo, di vino.
Il ringorgo buttò una parte di costoro contro il palazzo; si
attrupparono sotto il terrazzino, gridando tutti insieme che volevano
far merenda. Erano armati in varie e strane guise, portavano abiti
d’ogni foggia e d’ogni colore, avevano braccialetti, anelli, ciondoli,
orecchini. Mazel osservò un pezzo d’omaccio, pieno di sudiciume e
di strambelli, che si soffiava il naso in un gentilissimo fazzoletto
guernito di trina.
La contessa, stomacata dall’odor di bestiame che saliva fino a lei,
rientrò in sala; trovò il maestro di casa pallido e senza fiato, e gli
ordinò di distribuir pane, vino, companatico dalle finestre terrene,
senza aprire il portone. Quando si riaffacciò, una specie di porcaio
aveva cacciato fuori un piffero e ne traeva di tanto in tanto qualche
fischio; un gaglioffaccio, avvolto in un andrienne da gran dama, con un
berretto da granatiere in capo ed un forcone in mano, gettava un grido,
e tutti gli altri lo ripetevano saltando e facendo il chiasso:
— _Un saut per l’Imperator, ch’as farà sempre onor! — Un saut per
i russi, ch’an levran prest dai crussi! — Un saut per la mort dii
giacobin, ch’na faroma prest la fin! — Un saut per’l prevost, cha sarà
sempre nost!_....
— Che fate, figliuoli? — gridò il cavalierino Di Capolea, giungendo
sopra un muletto. — Non è qui che dovete stare: andate in piazza
Castello, abbattete l’albero, poi chiedete e domandate, ci sarà d’ogni
ben di Dio... Correte, correte!...
I contadini lo guardarono a bocca aperta, poi si mossero in frotta, e
scantonarono schiamazzando.
— Tutto il mio rispetto, contessa — ripigliò Di Capolea, ridendo. —
Come va, cavaliere?... Questi cialtroni di contadini non sanno far
altro che rubare e mangiare. Ma l’affare cammina. Il maggior Meshco del
settimo ussari, il luogotenente colonnello Ettingshausen d’Erdôdy, il
conte di Neigper, l’aiutante Wukassovich, il capitano Veczey si sono
messi alla testa dei diversi pelottoni di cavalleria ed hanno caricato
magnificamente il nemico. Molti morti, molti prigionieri. Fiorella
l’ha scampata bella. Parlo anche in rima, eh? Si figuri, contessa,
ch’egli stava desinando al caffè Catlina, quel caffè che è sull’angolo
dell’ultima casa della contrada di Santa Teresa. Vide passare i primi
usseri a tutta briglia, poi li vide tornare subito indietro; allora
lui via a gambe verso la Cittadella... Fece alzare i ponti e girare
un pezzo in modo da spazzar la contrada. Ma noi passeremo ugualmente.
Sentite, sentitelo che dispensa le sue grazie!... La divisione Kaim è
già entrata tutta da porta Nuova..... Con permesso, contessa.
Alla cantonata, un personaggio in bianca assisa, con l’Ordine di Maria
Teresa al collo, guardava intorno dubbioso; gli ufficiali del seguito,
ben vestiti, ben armati, con dei bei cavalli sotto, discorrevano
sommessamente.
— A destra, a destra! — esclamò Di Capolea, spronando verso di loro.
— Voltare a destra, signori, per andare alla Cittadella, voltare a
destra...
Mentre Mazel teneva lor dietro con l’occhio, la contessa rientrò di
nuovo in sala e andò a gettarsi in una poltrona.
Alla vista del cavalierino, s’era fatto nella sua mente come un
tumulto; il ricordo dell’assenza dei suoi, soffocato da tante
sensazioni presenti, era ritornato distinto ed amaro.
— Il giorno della purificazione è venuto — pensava, coprendosi il viso
con le mani: — rivedremo il nostro Re; tutto tornerà come prima, ma
Annibale e Massimo saranno lontani, saranno ancor nelle mani dei nostri
nemici, irritati dalle sconfitte, fatti spietati dalla bramosia di
vendicarsi, di ricattarsi comunque sia. Chi sa che rappresaglie! Chi
sa, chi sa come me li maltratteranno d’ora in poi!... A Grenoble!...
Come può esser Grenoble?
Cercava d’immaginare, e non riusciva che a vedere una piccola città
gelida e tetra, una specie di fortezza, oppressa da un cielo di piombo,
perduta in una solitudine immensa e desolata....
E l’aria rimbombava sempre di grida, di colpi, di mille suoni lugubri
e confusi. Ad ogni scoppio, nella sala e nelle stanze vicine tutto
vibrava, tutto si scuoteva; i muri tremavano come percossi da un ariete
invisibile.
All’improvviso Mazel balzò dentro: i suoi occhi brillavano, gesticolava
come un burattino, tutta la sua persona esprimeva il desiderio
cieco di far presto, presto, presto; spinse l’uscio che rispondeva
nell’anticamera e scomparve.
La contessa si sentì rimescolare. Che cos’era accaduto? Che accadeva?
Si mise attenta: udì il portone aprirsi e richiudersi. Suo fratello,
forse? Il marchese che ritornava... No, no, no, sentiva bene che non
era il marchese. Dunque chi?
Passarono alcuni minuti d’un’attesa acuta, indicibile; poi le venne
all’orecchio uno stropiccio di piedi, e una voce...
— Diavolo! — diceva quella voce — com’è possibile che non abbiate
ricevuto la mia lettera?
— Massimo! Massimo! — gridò la contessa, alzandosi precipitosamente. —
Sono qui, sono qui, sono qui!