Il 25 maggio le porte di Torino, che dal principio del mese si
chiudevano alle sette, furono chiuse improvvisamente alle due dopo
mezzodì; e tutt’a un tratto si udì tuonare il cannone sul monte dei
Cappuccini.
La Massa cristiana? I briganti? Diavolo, non si sapeva che avesser
cannoni! Gli austro-russi forse?... Le persone competenti giudicavano
trattarsi di artiglieria non grossa, ma da guerra sciolta: l’esercito
confederato doveva disporre di ben altri ordigni.
Il fuoco durò quasi innocuo per qualche tempo; dalle mura si rispondeva
pigramente; poi tutto parve finito.
Verso sera un ufficiale superiore — non si sapeva se russo od austriaco
— s’avvicinò al borgo del Pallone alla testa d’una colonna, e intimò
inutilmente la resa.
Venne la notte. Grosse pattuglie giravano, cercando e ricercando tutte
le strade, tutti i chiassi. Le luci che trasparivano più qua e più là
dagli spiragli; certe voci sorde, certi cupi rumori assai mostravano
che l’ombra era per i torinesi piena di sospetti e di apparecchi, e che
tutti sentivano intensamente l’inquietudine del domani sconosciuto.
L’alba temuta, desiderata, spiata apparve alla fine, si diffuse,
penetrò nelle case; si spensero i lumi, si aprirono le porte e le
finestre, i cittadini cominciarono a darsi attorno per vedere di
scoprir paese.
Il generale che aveva piantato le sue batterie sul monte dei Cappuccini
si chiamava Wukassovich, e comandava l’avanguardia imperiale. Alla casa
municipale si ricevette assai per tempo una sua lettera.
«Dal Borgo di Po, 26 maggio 1799».
«Mi è noto, che i pacifici abitanti di codesta Città di Torino non
hanno preso le armi, che per difendere le loro proprietà in queste
critiche circostanze, e non giammai per servirsene inutilmente
contro di noi. Invito dunque codesta Municipalità, e tutta la
Guardia nazionale in nome della proposta sua salvezza d’indurre
il Comandante francese ad abbandonare subito queste mura. La
disfatta della sua armata, e la debolezza della sua guernigione,
non gli permettono sicuramente di sostenersi a fronte delle nostre
armi vittoriose. Procuri, che questa città sia resa colla più
grande celerità possibile, servendosi ove sia d’uopo di quella
fermezza, che la caratterizza, senza del che, il rigore militare mi
obbligherà di cangiare in severità i riguardi particolari, e quella
stretta disciplina, che io, e le mie Truppe desidererebbero offrire
a codesti abitanti come un segno di quell’unione perfetta, che ci
lega a tutti i popoli Piemontesi.
«Attendo una risposta nel termine di due ore, e sono colla più
verace stima.....»
E la risposta era stata questa:
«La Municipalità, e Guardia nazionale di Torino al signore B.
Wukassovich Generale Comandante della Vanguardia Imperiale.
«Avete ben giudicato, signor Generale Comandante, dei sentimenti
di questa Municipalità, e della Guardia nazionale pel maggior
bene de’ cittadini di questa Comune. Essendo noi interessati a
mantenere l’interna sua tranquillità, ed a tale unico oggetto
essendo diretta l’istituzione della Guardia nazionale, dovettimo
senza dubbio rivolgerci, come avete preveduto, al Generale Fiorella
Comandante di questa città e cittadella, e lo abbiamo fatto con
ispeciale deputazione di quattro dei nostri membri per indurlo a
non permettere, che sia danneggiata la città, e gli suoi abitanti
dalle armi Imperiali. Quanto trovò egli adattato al nostro posto
il nostro zelo, altrettanto ci fece sentire con calore vivissimo,
che non stava a noi d’ingerirci nella resa della città; che erano
in sua mano le porte e che al primo affronto alle truppe, che le
difendevano, avrebbe corrisposto coll’incenerire dalla cittadella
in poche ore questa città da lui dichiarata in istato d’assedio;
che egli per fine secondo le regole di guerra non mai avrebbe
permessa la resa della città, senzachè prima si vedesse forzato da
un numero imponente di forze, e dalla superiorità dell’assediante.
«Furono vane ogni nostre rimostranze in contrario, e lo sdegno del
Generale alle parole di resa ci obbligò ad un ingrato silenzio, ma
necessario per il riflesso, che è in suo potere di rendere infelici
presso a centomila innocenti qui abitanti.
«Eccovi, signor Comandante Generale, il risultato della nostra
ambasciata: essa ci ha convinti che il Generale Francese riserva
a sè solo la cognizione di questo affare. Non vogliate voi però
ascrivere a difetto di fermezza in noi l’inutilità di questo passo,
speriamo anzi, che l’umanità vostra, e la grandezza d’animo, che
regna fra i vostri, vi consiglieranno tutti i maggiori riguardi
verso di cittadini tranquilli, ed inermi, e meritevoli di non
sentire i furori della guerra. Vi porgiamo a quest’effetto le più
calde nostre instanze, assicurandovi della riconoscenza nostra e
del rispetto, con cui siamo.
«P. S. Vi preghiamo per la nostra tranquillità, e giustificazione
di farci tenere la ricevuta di questo foglio».
Ormai non c’era più dubbio: la capitale era circondata, investita
da ogni parte. Nelle vie l’agitazione ora cresceva, ora scemava. La
gente passava alternativamente dal timore alla speranza, dall’ardire
allo scoramento. Correvano di bocca in bocca i nomi dei generali, dei
personaggi che erano o si supponeva fossero sotto le mura: Suwarow
Kimniski, feld-maresciallo, il principe Bagration, il marchese di
Chasteler, il barone De Melas..... Tutti signori ben intenzionati,
venuti per rimetter tutto in assetto, e perciò appunto non bisognava
farli aspettare. Non bisognava anche dimenticare che fra i loro
soldati, sedicenti difensori della religione cattolica, v’erano
luterani, calvinisti, greci scismatici e maomettani..... Sa Iddio a
qual rovina sarebbe stata condotta la città, se Fiorella si ostinava
veramente a resistere! Si sapeva che egli aveva risposto picche la
sera prima, picche quella stessa mattina. Bisognava vedere come aveva
rimpolpettato i quattro municipalisti mandati a fargli la commissione:
— _Ah çà!_ che cosa significava questo ingerirsi, questo ficcare il
naso nei suoi affari? Le cannonate vi dànno fastidio? _Hé! mes amis,
c’est la guerre. Vos rois, vos ducs l’ont voulue; allez vous plaindre
auprès d’eux!_ — E buona notte.
Parecchi cittadini che erano addentro nelle cose del Consiglio
di amministrazione della guardia nazionale, avevano cominciato a
rassicurare i parenti, gli amici, comunicando loro notizie segrete e
importanti. Il Consiglio e la Municipalità non erano stati in ozio
quella notte! Non solo avevan cercato di venire agli accordi con
Wukassovich, ma anche mandato il conte Adami e gli avvocati Settime e
Berta a Suwarow, per trattare la resa. Prima di sera si sarebbe visto
probabilmente un bel gioco. — Ma zitti, eh! monsù Fiorella non deve
saper niente, Dio liberi! — E di parente in parente, d’amico in amico
il segreto girava, si divulgava; i realisti credevano, si rincoravano,
si rallegravano; i patrioti alzavan le spalle.
A mezza mattina Fiorella pubblicò un proclama: