— Ma tuo padre... dove hai lasciato tuo padre? — disse la contessa a
suo figlio, passato il primo sfogo di abbracciamenti e di lagrime.
Massimo rimase sbalordito: credeva il conte in casa, in un’altra
stanza, stava appunto per domandare di lui. Quando Mazel gli ebbe
raccontato, molto in succinto, quant’era accaduto, si battè con la
palma la fronte.
— Ora capisco! — esclamò. — Ma da uomo d’onore non sapevo nulla. Se mi
fosse balenato in mente che mio padre poteva essere fra i così detti
ostaggi, mi sarei condotto diversamente. Povera mamma, lei ci credeva
insieme, eh?
La contessa fece di sì con la testa.
Il giovane stette un momento immobile come per raccogliere le idee, poi
ripigliò:
— Dirò così in compendio quello che mi accadde, senza fermarmi su tutti
i particolari... Dunque da Robelletta fui condotto a Torino, anzi
diritto diritto in Cittadella. Quando si giunse era notte avanzata.
Smontato da cavallo fui chiuso in una stanzetta terrena nel palazzo
del comandante, e lasciato con un lumicino. Dopo pochi minuti entrò un
ussero, un ufficialetto pallido e bruno, il quale mi domandò seccamente
perchè avessi fatto tardi; poi, senza aspettar la risposta, mi disse
che dovevo dispormi a ripartire subito per raggiungere il grosso dei
deportati già in cammino. Passò mezz’ora, un’ora, forse più: l’uscio
si riaprì, l’ufficiale ricomparve e mi accennò di seguirlo. Trovai sul
piazzale, dinanzi al mastio, un piccolo drappello ordinato in battaglia
su due file. Montato anch’io a cavallo, sentii che non avevo più sotto
il mio Frontino... In quel momento mi si indebolì l’anima, mi parve
d’essere già lontano lontano, tutto solo... Una sciocchezza, ma non
bisogna che ci pensi... Povero Frontino! Quello si chiamava cavallo!
Non ne avrò più un altro che lo valga... Basta, lasciamo questo.
Si venne alla porta di soccorso, si uscì alla campagna, procedendo
verso Rivoli. Una invincibile tristezza mi mangiava vivo, ma neppure
_messieurs les hussards_ non erano allegri: si sentivano in paese
nemico; infatti, a giorno chiaro, quando ebbi veduto come li guatavano
i campagnuoli ed i viandanti che si venivano incontrando, compresi
che avevano ragione di star in guardia. Giunti a Rivoli, si seppe dal
maestro di posta che la comitiva degli ostaggi aveva già continuato
la sua via. Me l’aspettavo, ma l’ufficialetto diede in escandescenze,
inveì di nuovo contro di me, giurando che non sarebbe andato oltre
Avigliana, che là avrebbe provvisto lui a modo suo, eccetera,
eccetera... Forse non diceva così che per sfogarsi e per farmi un po’
di paura. Io feci come se non intendessi nè il francese, nè l’italiano
infrancesato, e me ne stetti in silenzio. Dopo aver messo sottosopra la
casa, l’ammazzasette ordinò la partenza. Le strade erano quasi deserte,
ma quando fummo per uscir dall’abitato, ci trovammo chiuso il passo da
un attruppamento di gente varia di età e di sesso, che pareva starsene
lì in ozio. Alle intimazioni che venivano fatte di aprirsi, di dar
luogo, si rispondeva con baie, con qualche risata, e nessuno si moveva.
L’uffiziale non sapeva che partito prendere; guardandolo, pensavo
che ne’ suoi panni mi sarei trovato anche più impacciato di lui. Che
fare? Adoperar la forza, cioè buttarsi avanti e rompere e rovesciare,
era cosa piena di pericolo: nella folla c’era un numero considerevole
d’uomini; armi propriamente non ne portavano in vista, ma potevano
averne sotto, e a un bel momento mettersi a lavorar coi coltelli e
con gli stili. Indietreggiare non si doveva, e star fermi neppure:
l’immobilità e l’irrisolutezza potevano sembrare paura. Oltre a ciò
i soldati cominciavano a disordinarsi, a sparpagliarsi, a trovarsi in
certo modo a discrezione della turba. Io non avevo più accanto che un
sott’ufficiale, un veterano con un grosso codino grigio, con due palle
di moschetto appese alle _cadenettes_; mi guardava in cagnesco, e vi
fu un momento in cui credetti ch’egli avesse l’istruzione di bruciarmi
le cervella senza cerimonie, perchè lo vidi abbassar pianamente la
mano sulla fonda... Formavo il centro d’un gruppo di giovanotti che,
senza proferir parola, s’ingegnavano di spingere il mio cavallo verso
l’imboccatura d’una stradicciuola che era lì presso... Vi arrivai; chi
si tirò indietro da una parte, chi dall’altra, ed io mi trovai libero
affatto.
— Prenda a mancina; dopo gli orti, troverà i campi. — Si ficchi
nel bosco. — Scappi, scappi! — Buon viaggio, monsù. — Grazie tante,
figliuoli, ci rivedremo a miglior tempo.
Può immaginare, signora madre, come lavorai di sproni! Cinque
minuti prima non avevo neppur l’ombra d’una speranza di uscir da
quell’unghie!... Quando mi parve d’esser lontano abbastanza, rallentai
il corso, e cominciai a fare i miei conti. Per tagliar corto, pensai
d’indirizzarmi verso Pianezza e ricoverarmi nella villa del barone
Avenati, che è ancora nostro parente e uomo dabbene, benchè passi per
matto. Non sapevo così su due piedi trovar luogo nè migliore, nè più
sicuro... Dopo cortesi, ma brevi accoglienze, Avenati mi condusse a
vedere la sua collezione di mosconi, di bacherozzi, di scarafaggi;
poi, sentiti i miei casi, mi mostrò con molte parole che assolutamente
non mi conveniva tornare a Torino, dove chi mi voleva male avrebbe con
facilità potuto trovarmi ed emendare il colpo fallito: — Sta qui con
me; andremo a caccia d’insetti, t’insegnerò la storia naturale, e ci
guadagnerai un tanto, capisci. Scrivi subito ai tuoi, penso io a far
ricapitare. — Io scrissi e gli diedi la lettera: scommetto che l’ha
ancora in tasca! Può pensare in quale agitazione mi trovai poi. Non
sapevo più nulla dei miei, nè di nessuno. Le notizie che giungevano
alla villa erano fatte da chi le portava sempre così fantastiche, e con
tante favole tra mezzo che non potevo in esse distinguere cosa buona.
Or mi risolvevo di venire in città di nascosto, travestito; or di
muovere incontro agli austro-russi... Ma il barone, con buone maniere,
seppe sempre tormi giù da ogni risoluzione. Intanto nelle campagne
cresceva il rumore; ed alla fine la vanguardia di Rosenberg, comandata
da Bagration, arrivò da Montanaro, e per Caselle e Pianezza, si spinse
fino a Rivoli. Mi mossi anch’io. Ieri vidi piantar le batterie contro
porta Nuova e contro porta Susina... Ed oggi sono qui.
La contessa alzò in viso al figlio gli occhi luccicanti, e gli stese la
mano.
Il giovane la baciò teneramente, la strinse tra le sue.
— Bisogna farsi animo, signora madre — diceva. — Vede che son pur
ritornato: ritornerà anche il babbo. Forse è più vicino che non si
crede. Deve sapere che il marchese di Saint-André, il quale era pure
tra gli ostaggi, è stato anche lui liberato sulla strada di Susa da
alcuni galantuomini che avevano servito sotto i suoi ordini. Egli
poi ha trovato il modo d’andar ad incontrare Suwarow a Castelnuovo di
Scrivia... Quello che è seguìto al marchese ed a me, può essere seguìto
ad altri. Dunque chi sa!... Si può sperare, no?
— Oh sì! — rispose la contessa. — Dio non nega favore alla giustizia.
— Ostaggi, ostaggi! — brontolava Mazel, che andava e veniva dal
terrazzino, soffiandosi il naso a ogni momento. — Che ostaggi d’Egitto!
Pegni, cioè. Ma ci può esser pegno dove non c’è fede? Sono ostaggi come
quelli che predano i corsari d’Algeri, i pirati di Tunisi, i ladroni di
mare, insomma; pegni di un riscatto, ecco. Ma adesso lo pagheremo in
piombo, il riscatto; in piombo e in ferro, ma non in oro e nemmeno in
argento. Cospettone!
Cominciava a farsi notte; ma nè la contessa, nè quelli che erano con
lei, parevano avvedersi della semi-oscurità in cui era la sala, che
in tutt’altro momento li avrebbe avvertiti di provvedersi d’un lume.
A poco a poco i tiri erano divenuti meno frequenti; poi erano cessati
affatto.
Entrava dal terrazzino l’aria fresca della sera, e un rumore cupo e
continuato, ronzìo e calpestìo ad un tempo.
Ad un punto un servitore venne a posare una lucerna sur un tavolino, e
intanto annunziò il marchesino Violant.
Questi non tardò a comparire pomposo e trionfante. Baciò
rispettosamente la mano alla zia, salutò familiarmente il cavaliere
e dette in un oh! di grandissima meraviglia vedendo il cugino; ma poi
non si curò di chiedergli per qual prodigio si trovasse a Torino invece
che a Grenoble. Domandò di suo padre, e inteso che o prima o poi doveva
venire, si accomodò in un seggiolone.
— Sono stanco che non ne posso più — diss’egli. — Non per vantarmi,
ma credo di aver cooperato anche un pochetto al buon esito delle
cose. Sono io che ho aperto porta Palazzo in barba ai francesi. I
quali non scherzavano, ve lo dico io. Le baionettate fioccavano. Un
sergente della guardia nazionale, che mi prestava qualche aiuto, ne
toccò una nel petto, ma per buona sorte forò solamente l’abito. Poi ho
condotto sui bastioni e nel giardino reale il capitano Zundeler, per
mostrargli dov’erano collocati i cannoni. Poi, tornato alla porta, ho
avuto l’onore di abbracciare e baciare S. E. il marchese di Chasteler.
C’erano anche il cavaliere Derossi ed alcuni altri signori. Di là
siamo andati tutti all’Arsenale. Trecento ottantadue cannoni, quindici
mortai, ventimila fucili, munizioni in abbondanza, ecco quel che
abbiamo trovato, ecco quel che si può chiamare il nostro bottino di
guerra.
In quella entrò il marchese. Si rallegrò vedendo suo figlio, trasecolò
raffigurando il nipote.
— Insomma questo è il giorno dei portenti! — esclamò, stringendolo al
seno. — Mi spiegherai poi come va questa faccenda. Ma non adesso, che
non ho più testa.
Ascoltò però con gran compiacenza il racconto delle prodezze di
Giacinto. Si vedeva che non capiva in sè dalla gioia.
— Oggi — diceva — è stato giorno di gloria per il Piemonte e per noi.
E, se Dio vuole, sarà principio di gloria maggiore. Rimetteremo tutto
nell’ordine antico. È finito il tempo in cui i religiosi si chiamavano
_fanatici_, i ladri _patrioti_; in cui il disordine era _legge nuova_,
il libertinaggio _libertà_, la miseria universale _uguaglianza_. Tutte
le distinzioni, titoli, ordini, collegi e divise sono ristabilite
sul piede in cui erano sotto il regno di S. M. il Re di Sardegna.
La città di Torino s’intitolerà nuovamente contessa di Grugliasco e
signora di Beinasco; piazza Castello non sarà più piazza Nazionale.
Ho avuto il piacere di veder atterrare a furia di popolo il maledetto
albero della Libertà e ridurre in pezzi il piedestallo, i trofei, le
iscrizioni. Ho avuta la consolazione di veder l’ingresso di S. A. il
signor conte Suwarow Kimniski, feld maresciallo di S. M. l’Imperatore
Apostolico e di S. M. l’Imperatore di tutte le Russie, Gran Croce di
tutti gli Ordini Militari, commendatore dell’Ordine di Malta, conte
dei due Imperi, e Generale in capite delle Armate combinate. Aveva da
una parte il principe Costantino, dall’altra il suo cappellano; era
in grand’uniforme, con un caschetto di marrocchino verde ornato d’un
bel pennacchio di penne di gallo; inforcava un cavallino tartaro la
cui bardatura alla cosacca non vale uno scudo. S’inchinava a destra,
s’inchinava a sinistra; e la gente parevan tutti matti, baciavano la
spada, gli stivali, tutto quel che arrivavano; ho visto io una dama
chinarsi in fretta, raccogliere ed involtare nel fazzoletto certa
roba (scusate) che il cavallo perdeva alzando la coda. Suwarow andò
diviato a San Giovanni. È là che ho potuto esaminarlo da vicino e con
comodo. È un uomo che non m’arriva al petto, ma ha un braccio che dove
tocca lascia il segno. E che gambe, anche! Gli occhi paiono carboncini
accesi; il naso è corto, con un bitorzolino da una parte; la bocca
larga come un forno, con tutti i suoi denti. Andò avanti come si
accingesse a ballare, si buttò giù con la fronte a terra, si rialzò,
corse all’altar maggiore, baciò e ribaciò la mensa. Poi, dopo aver
pregato un buon poco, porse all’arcivescovo due cordoni dell’Ordine
di Maria Teresa perchè li benedicesse, e ne diede graziosamente uno a
Melas e l’altro a Chasteler.... Il maggiore Inglesio, che serve già da
qualche tempo in qualità di volontario sotto di lui, mi narrava che per
Suwarow ogni battaglia è una festa. Bisogna vederlo, pare un demonio
scatenato, qualche volta si spoglia perfino in camicia e combatte agile
e destro, con nastri, croci e patacche di brillanti sul petto. Mangia
carne cruda; dorme sulla terra dei campi, o nudo nella paglia o nel
fieno che fa ammucchiare in mezzo alla camera. Aborre gli specchi e
si diverte a mandarli in frantumi. Sa armare, esercitare, ordinare,
disciplinare a maraviglia i soldati; e si dice anche che faccia
propinar veleno ai malati per disbrigarsene, ma via, questa mi pare un
po’ grossa. Però, osservandolo, si capisce che è un tartaro, un mezzo
selvaggio!
— Cos’importa? — esclamò Mazel. — Purchè mantenga la parola, e ci
ristori di tutti i danni sofferti.
— A me basta ch’egli venga a rimetter sul trono il mio Re — disse
magnanimamente Giacinto.
— Bravo! — ripigliò il marchese. — E adesso bisogna andare a casa.
Ho invitato a cena il capitano Kapzermet del quinto Bannat, ed il
luogotenente Benizki del settimo usseri. E poi dobbiamo far accendere
i lumi, per Bacco! Non sapete? La città di Torino ha stabilito che per
tre sere, a cominciar da questa, tutti gli abitanti debbano dimostrare
il loro giubilo con l’illuminazione delle proprie case.
Infatti mentre Violant, Giacinto e Mazel prendevano congedo dalla
contessa e da Massimo, s’udì sotto le finestre passar correndo una
frotta d’uomini e una voce gridare:
— Fuori i lumi! fuori i lumi! Viva il Re! Morte ai giacobini!
I servitori, sotto la direzione del maestro di casa, si affaccendavano
già intorno alle finestre ed ai terrazzini; in poco d’ora il palazzo
Claris scintillava da cima a fondo, come le case vicine.
Madre e figlio stettero ancora un po’ insieme, poi si separarono.
Entrambi sentivano bisogno di riposo; bisogno sopra tutto di
rinfrancare gli spiriti, di ricuperare le forze della mente. La
contessa passò nelle sue stanze; Massimo discese nel quartierino
terreno, pieno per lui di tante memorie, le une dolci, le altre amare.
Si spogliò, entrò nel letto, e presto si addormentò.
Dormì d’un sonno continuo, perfetto fin verso le due; poi si risentì,
si rizzò a sedere e tese l’orecchio. La città pareva tranquilla,
immersa nel sonno. I cittadini, stanchi di festeggiare, di tripudiare,
d’andar a sollazzo per le strade, riposavano. Ma dove s’era raccolto il
canagliume di Branda Lucioni? Che facevano i croati, i panduri, tutta
l’immonda genìa soggetta a Melas? Che facevano racchiusi in Cittadella
i francesi vinti, furenti di rabbia? La fantasia gli dipingeva la
fortezza paurosa e formidabile come un vulcano assopito. Gli pareva
d’aver sentore d’un pericolo enorme che si venisse approssimando
nell’ombra, e provava una inquietudine, un batticuore, una smania tanto
insopportabile, che a un certo punto, buttate le gambe fuor del letto e
messosi indosso un poco di veste, andò alla finestra e l’aprì.
La notte era pura, il silenzio profondo; fin dove arrivava lo sguardo,
non appariva indizio di persona vivente. Sentì tosto salir dal petto
più libero il respiro e svanire in parte quel terrore indefinito con
cui l’animo combatteva. Ma ecco che nell’atto in cui si appoggiava coi
gomiti sul davanzale, udì distintamente una detonazione lontana, più
forte assai d’un colpo di fucile. Finì in fretta di vestirsi, discese,
attraversò l’atrio, uscì in istrada.
Ora le esplosioni si ripetevano a brevi intervalli.
Il giovane si soffermò un momento per guardare a destra e a sinistra;
poi corse alla cantonata e voltò risolutamente verso piazza San Carlo.
Porte e finestre si aprivano e si serravano a gran furore, il bisbiglio
cresceva, e tra mezzo qualche urlo, qualche strido. Una campana
cominciò a sonare a stormo, poi due, poi molte altre. Spesseggiavano
i sibili; le bombe scorrevano per l’aria, lasciando dietro lunghe
striscie di luce; tremolavano su su tra le stelle e cadendo a piombo,
ruzzolavano frusciando per le strade, per le piazze, per i cortili;
o sfondando tetti e soffitti, scoppiavano nelle stanze, fulminando e
fracassando ciò che trovavano.
Mentre Massimo arrivava sulla piazza, sboccava dalla contrada di
Santa Teresa una turba di fuggenti. Uomini e donne semi-nudi; mariti
che spingevano e tiravano le mogli, mogli aggrappate convulsamente ai
mariti; fratelli con le sorelle in collo; padri e madri che stringevano
in braccio o trascinavano per mano i figliuoli, tutti correvano
rovinosamente a rifugiarsi sotto i portici. Massimo notò un uomo in
livrea che ne portava un altro ravvolto in una veste da camera; tre
monache coi crocifissi in mano; un vecchio militare, senza cappello e
senza parrucca, che gridava disperatamente: — al fuoco! al fuoco! al
fuoco! — Ad un punto si abbattè in una signora scarmigliata e discinta,
che prese a raccontargli, brancicandogli la giubba, come mentre si
affacciava al terrazzo, le fosse passata presso al viso una palla da
cannone che le aveva levato il respiro, e come non sapesse più che cosa
fare per riaverlo...
Una voce sonora proferiva parole tedesche di comando verso il mezzo
della piazza. Massimo si mosse per avvicinarsi, si trovò attorniato da
una frotta di soldati che schiamazzavano tutti insieme:
— Neh, che flagello! — Assassini, tirano e cantano. — Già la
_Marseillaise_, la _Marseillaise_. — Senti, i nostri battono la
generale. — È un’ora fa che dovevano batterla. — Se almeno ci fosse
la luna. — Cosa vuoi far della luna? Hai le stelle filanti. — Ohe ohe,
senti questa come gnaula! Viene qui! — Attenti! — A terra! a terra! —
Giù tutti!
Il punto sfavillante rompeva l’aria fischiando acutamente. Massimo si
trovò bocconi fra gli altri. Udì un tonfo; poi un crepito sottile, che
non aveva nulla d’inquietante; non guardava, eppure vedeva il globo
nero girar fumicando. Subitamente si sentì mancare l’anelito, gli parve
di struggersi, di spappolarsi in un sudore ghiacciato.
— Non sogno — pensava — son qui... sono io. Ho fatto male a non
avvertire, a non salutare mia madre. Perchè non ho scritto a Liana?...
Purchè io non abbia a soffrire...
Poi si vide piccolino in una carrozzetta tirata da due capre... Si
rammentò che voleva comprarsi un cavallo... Non sapeva perchè fosse
uscito di notte, così, senza bastone...
— Non scoppierà più — susurrò un soldato steso ai suoi piedi: — la
spoletta...
Ma in quell’istante Massimo fu come percosso da una forza subitanea
ed impetuosa, e insieme assordato da uno strepito orrendo, simile al
frangersi d’un immenso cristallo; una schizzata di fuoco, di terra,
di ferro, di ciottoli volò stridendo sopra la sua testa. Saltò su
quasi senza volerlo e si gettò contro il muro. Piovevano a scroscio
calcinacci, scheggie e rottami; d’innanzi a lui, dal fumo crasso, dal
polverìo denso uscivano gemiti, voci lamentose, grida soffocate. Gli
tornò a mente sua madre e prese a correre verso casa.
Il frastuono continuava. L’Angelo della morte continuava a svolazzar
per le strade all’impazzata. Davanti alla chiesa di San Filippo, una
palla da cannone cadde stanca vicino a Massimo, e rimbalzando andò a
colpir nelle reni un povero operaio.
Adesso il giovane andava innanzi senz’ombra di paura; provava il
compiacimento ineffabile dell’uomo uscito illeso da un gran pericolo;
si sentiva sano, vigoroso, invulnerabile; gli pareva quasi di esser
rinato.
Giunto al palazzo, trovò la contessa nell’atrio, in accappatoio,
in pianelle, che domandava e ridomandava affannosamente di lui ai
servitori sbalorditi.
Alle cinque il bombardamento restò. Massimo e la contessa, seduti in
sala sul sofà, si riscossero e si guardarono in viso.
— Un armistizio! — esclamò il giovane, movendosi verso l’uscio. — Forse
una tregua.
— Aspetta! — disse la contessa, con accento supplice. — Non lasciarmi
più. Manderemo qualcuno a vedere.
E suonò il campanello.
Il maestro di casa, che si presentò subito, ricevette l’ordine d’andare
a prendere ragguagli circa quanto accadeva.
— Dovrò andare in piazza Castello — osservò Gringia; — forse fino al
palazzo di Città.
— Va dove vuoi — rispose Massimo; — ma fa di tornare con notizie
chiare, precise.
Passò un’ora. Massimo ogni tanto si affacciava al terrazzino; sentiva
un ronzìo lontano che indicava un certo movimento; abbasso giravano
coppie e brigatelle di soldati stranieri, e grossi branchi di villani;
i cittadini andavano diritto per la loro strada, e nell’andatura di più
d’uno si vedeva facilmente un non so che di stanco e di spaurito.
La contessa suonò di nuovo. Comparve un altro servitore, ed a questo
ella ordinò di scendere e d’andare un po’ attorno, senza allontanarsi
troppo dal palazzo.
— Tornerai fra un quarto d’ora, fra mezz’ora al più tardi, e ci dirai
quel che avrai visto e sentito.
Mezz’ora dopo l’uomo venne a riferire che la gente lavorava a riparare
i danni fatti dai proiettili alle case, ai palazzi, alle chiese, ed
a combattere il fuoco, che serpeggiava qua e là; impresa tutt’altro
che facile, perchè quel birbante di Fiorella aveva fatto portare in
Cittadella le trombe idrauliche, le scale portatili, le secchie di
cuoio, tutto quanto insomma serviva a spegnere gl’incendi.
Intanto russi ed austriaci cominciavano a far i prepotenti: volevano
pane, vino, carne, riso, grano, fieno, biada; entravano nelle case
e nelle botteghe e si servivano senza metter mano alla borsa. Gli
straccioni e gli scamiciati rubavano scopertamente senza suggezione di
alcuno.
— Sa, signora contessa, di che cosa ho paura? — si arrischiò a
conchiudere il buon servitore: — che tutti costoro finiscano per
sgraffignare ancora quel poco che gli altri ci hanno lasciato.
Alle otto e tre quarti arrivò il cavaliere Mazel molto brutto e tutto
disfatto. Cospetto! non gli era riuscito di chiudere un occhio in
tutta la notte, non a cagione degli spari, oibò! ma per un’emicrania,
un dolore vivo e lancinante che gli occupava metà della testa. Non
reggendosi in piedi, non aveva potuto venire subito al palazzo, come
sarebbe stato suo sacro dovere.
Raccontò poi, dopo un poco, che nell’uscir di casa s’era imbattuto in
due robusti mascalzoni avvolti in un palandrano e con un berretto di
cuoio in capo; i quali, chiedendogli l’uno l’ora, l’altro una presa,
gli avevano poste le mani ai taschini, privandolo a un tempo della
tabacchiera, della ripetizione e di tutti i gingilli.
— Non so capacitarmi — diceva, — mi pare impossibile che fossero
tedeschi. Sarebbe grave. Li credo francesi, piuttosto, due francesi
travestiti.
Il marchese Violant venne a mezza mattina.
— Non posso fermarmi — diss’egli, soffiando. — Son qui per dirvi di
viver tranquilli. So da fonte sicura che Suwarow ha fatto scrivere
di buon inchiostro a Fiorella, dal principe Gortschakoff. La lettera
suona press’a poco così: «Ah! voi minacciate di voler ridurre in
cenere la città? Ah! voi volete far cadere sopra cittadini pacifici
le conseguenze di un combattimento al quale non parteciparono? Ebbene
se voi, contro tutte le costumanze delle nazioni civili, continuate
a bombardare, io vi avverto, caro il mio signor generale, che ne
soffriranno i francesi fatti prigionieri. Io li schiererò tutti di
fronte alla spianata della Cittadella e ve li lascierò per tutto il
tempo che continuerete a far fuoco. Lascio poi al vostro giudizio di
valutare l’impressione che il vostro contegno produrrà sui popoli, ai
quali i francesi promettono protezione e fraternità». Bene, eh? Questo
si chiama parlare. Diavolo! Bisogna vedere quel che hanno sofferto
la pubblica torre e certe chiese e certi palazzi; sentir quanti
sono i morti, i feriti, gli stroppiati! Basta, domani alle dieci si
canterà un _Te Deum_ a San Giovanni con l’intervento di tutti i Corpi
sì regolari, che secolari, del Corpo Reale dei volontari, eccetera,
eccetera. Poi pranzo di gala, serata di gala al Teatro Regio, salve di
gioia intorno alle mura... Presto i cavalieri di Malta andranno a far
visita a Suwarow, e sarebbe bene che tutti i nobili... Insomma vedremo,
riparleremo, in qualche modo faremo. Intanto su via, allegri! allegri!
Il maestro di casa non tornò che verso mezzodì. Venne dinanzi ai
padroni tutto mortificato e compunto, con un abito nero non tagliato al
suo dosso, e senza fibbie alle scarpe. Trovandosi fuori, aveva pensato
d’andar a vedere se non era accaduto niente ad una sua sorella che
abitava in fondo alla contrada de’ Guardinfanti. Ma a un dato punto tre
casacche bianche e due mantelli rossi, sbucati da una bettola, gli si
erano avventati contro, ingiungendogli di scoprirsi. Poi gridandogli
nelle orecchie: — Porche tosate, ti star giacobine! — e levandogli di
dosso chi una cosa, chi un’altra, per poco non l’avevano lasciato in
camicia.
Nel pomeriggio la città prese l’aspetto degli altri giorni. Il
droghiere, il vermicellaio, la modista, che stavano dirimpetto al
palazzo, aprirono pian pianino le loro botteghe. Non si udivano più
grida, nè rumori violenti. Nella strada passavano carrozze, portantine,
gente affaccendata e signori a diporto.
Massimo indusse sua madre a prendere un po’ di riposo; intanto egli
uscì. Bramava di persuadersi vie meglio che le cose erano veramente
cambiate.
Sulle cantonate i nuovi affissi coprivano già largamente i rimasugli
dei vecchi. Il giovane si pose a leggerli prima distrattamente, poi
con attenzione. V’era il manifesto col quale S. E. il signor conte
Suwarow ristaurava il sistema di Governo dell’8 dicembre 1798 e creava
un Consiglio Supremo. V’era l’ordine della città di Torino concernente
l’illuminazione. Per parte poi del Comando austriaco, si ordinava:
«al Capitano della sesta Compagnia, Battaglione primo della Guardia
nazionale di comandare in suo nome a tutta la Guardia nazionale,
di continuare il suo servizio in questa Capitale per mantenervi la
tranquillità, e di accompagnare alla Municipalità tutti i Francesi che
s’incontreranno, proteggendoli da ogni insulto».
Tutta questa roba aveva la data del giorno antecedente: 26 maggio; ma a
lato v’erano parecchi fogli ancor più recenti. Massimo diede una rapida
occhiata a due nuovi manifesti di Suwarow agli abitanti del Piemonte,
l’uno pieno di lodi, d’incitamenti bellicosi e di promesse, l’altro
riguardante provvedimenti diversi. Considerò invece i seguenti:
AVVISO
AGLI ABITANTI DI QUESTA CITTÀ.
«Il Governo di Torino resta informato, e deve perciò annunziare
agli abitanti della Città, che il nemico non farà più fuoco sopra
di essa, che S. A. il Maresciallo Conte di Suwarow Kymniski per il
bene dell’umanità ha consentito alla dimanda del Generale Francese
di non attaccare la Cittadella dalla parte della Città, e per
conseguenza gli abitanti devono essere in piena sicurezza, e si
ordina pure a tutti gli artefici d’immediatamente aprire le loro
botteghe, e ripigliare tranquillamente i loro lavori.
«Torino li 27 maggio 1799.
«LAVOOFF, _Colonnello di S. M.
l’Imperatore delle Russie,
e Cavaliere dei suoi Ordini militari_».
L’AMMINISTRAZIONE
DELLA CITTÀ DI TORINO.
«Già alle ore dieci di questa mattina d’ordine dell’Illustrissimo
signor Lavooff Colonnello di S. M. l’Imperatore delle Russie e
Cavaliere dei suoi Ordini militari si è reso noto al Pubblico, che
S. A. il Maresciallo Conte di Suwarow Kymniski aveva acconsentito
di non attaccare la Cittadella dalla parte della Città; ora alle
due dopo il mezzodì S. E. il Marchese di Chasteler ebbe la bontà
di notificare, che viene d’essere segnata tra lui, e il Comandante
Francese la convenzione, colla quale questi si sottomette di non
più far fuoco verso la Città.
«L’Amministrazione della Città di Torino nell’annunziare questa
fausta nuova ai Torinesi, fa loro osservare che questa segnalata
prova d’affezione ai Piemontesi costerà alla brava Armata
Austro-Russa maggior tempo, maggiori difficoltà, e maggior sangue
per potersi impadronire della Cittadella, e che li sentimenti
di riconoscenza devono essere proporzionati a un tanto e sì raro
benefizio.
«L’Amministrazione stessa invita di nuovo gli artefici e negozianti
a riaprire con confidenza le loro botteghe, e a riassumere li
soliti loro lavori; e si persuade, che dopo le prese misure
all’oggetto di assicurare la pubblica tranquillità, se ne farà
ognuno un premuroso dovere per non incorrere coll’oprare altrimenti
nella ben meritata indegnazione del Generale.
«Torino li 27 maggio 1799.
«BONVICINO _degli Amministratori
dell’Illustrissima Città_.
«FRANCHI, _Segr. agg._».