Condotto via Massimo, la contessa si dispose subito febbrilmente
a lasciar Robelletta. Mazel, Violant e Giacinto, che dovevano
accompagnarla, ebbero un bel pregarla e ripregarla di aspettar almeno
fino alla mattina, ella volle partire la sera stessa. Che le importava
di viaggiar di notte! Che le importava che le strade fossero infestate
dai banditi e dai disertori! Ella non rispondeva, forse non udiva
nemmeno: anelava d’essere a Torino per consigliarsi con suo marito.
Le pareva probabile che il conte, essendo rimasto sempre in città,
conoscesse chi stava al governo in quei giorni. Era uomo pratico,
accorto, sagace; avrebbe saputo parlare, adoperarsi, ottenere che si
revocasse il provvedimento preso contro il figlio... Occorrendo si
sarebbe offerto danaro, molto denaro, destramente, occultamente...
Questo pensiero, questa speranza l’occupò tutta, durante tutto il
viaggio, sicchè ella si trovò a Torino, al suo palazzo quasi senza
accorgersene.
Il conte Annibale aveva ricevuto il giorno prima l’ordine di recarsi in
Cittadella, e quei di casa non sapevano più nulla di lui.
La povera contessa rimase come annientata. Ella passò il resto della
notte in camera, sopra una sedia, immobile, inerte, con gli occhi
spalancati sopra una torbida seguenza di visioni le une più crudeli
delle altre. Il cavaliere, il marchese e il marchesino, dormicchiavano
quale sul canapè, quale su una poltrona, nella stanza vicina.
Fattosi giorno, uscirono tutti e tre per raccoglier notizie,
promettendo di ritornare più tardi.
Mazel ricomparve solo, verso mezzodì.
— Dunque? — domandò la contessa, ansiosa. — Cosa avete saputo?
— Bisogna star di buon animo... — rispose il cavaliere, dopo averle
baciato la mano.
— Avanti, per amor di Dio!
— Annibale è in viaggio per Grenoble, anche lui.
— Come! — esclamò la contessa, riscotendosi. — Ne siete sicuro? Ma...
allora si troverà con Massimo?
— Non so, ma è probabile. È probabile che Massimo raggiunga quelli che
sono partiti prima di lui, la gran comitiva. Questa volta i deportati
non devono esser meno di sessanta. V’è il principe di Carignano, il
principe della Cisterna, il marchese Alfieri e suo figlio, i marchesi
di Priè, di Caluso, del Borgo, i conti di Polonghera, di Scalenghe,
di Piossasco, di Gattinara, di Casanova... una sessantina insomma.
La scorta è comandata dal banchiere... dal banchiere... dal banchiere
Arvel.
— E vanno tutti a Grenoble?
— A Grenoble, ove saranno custoditi come ostaggi.
— Andrò anch’io! — esclamò la contessa con energia.
— Ed io vi accompagnerò... Ma non subito, eh? Bisogna aspettare che
siano arrivati. Ci faranno saper certo qualche cosa; scriveranno,
m’immagino. Adesso quel che più importa è non mettersi in vista...
Quanto mi sentirei più tranquillo se foste rimasta a Robelletta!
— Perchè?
— Perchè qui si continua ad abbaiar contro i nobili che è un piacere.
Questi signori che comandano adesso, sentendosi sempre più deboli,
vorranno parer sempre più forti, e chi sa cosa diamine inventeranno!
Son figuri da fare qualunque brutto tiro. Non potendo accoccarla agli
austriaci ed ai russi, l’accoccheranno a noi, che Dio ci scampi e
liberi!... Stamattina ho sentito raccontar cose... Quelli che hanno
avuto nelle mani l’amministrazione militare e civile si sono tutti
talmente ben impinguati, che adesso le casse sono vuote; manca il
denaro per pagar gl’impiegati, il nostro popolo langue nella miseria,
i soldati francesi soffrono privazioni inaudite, i generali chiedono
danaro, cavalli, carri, letti, fieno, paglia: e non trovando più
niente, urlano, tempestano, minacciano di mandar tutto a ferro e
fuoco!... Insomma le cose vanno male e finiranno peggio. Presto il
paese sarà diventato ingovernabile... Ed eccoci proprio nella bocca del
lupo!
A questo punto s’accorse che essendo venuto col proposito di
racconsolare l’amica, faceva precisamente l’opposto.
— Basta — riprese dopo un breve silenzio, — stamattina corre anche voce
che Suwarow sia entrato in Piemonte.
La contessa giunse le mani:
— Signore, vi ringrazio!... Perchè non me l’avete detto subito?
— Perchè... perchè... non so nemmeno io. Ho detto che le cose vanno
male, ma debbo anche dirvi che la città, i cittadini si mantengono
relativamente tranquilli. Dunque non temete di nulla. State in casa,
fate tener chiuso il portone, e chiuse le finestre che guardano in
istrada. Io tornerò stasera, tornerò domani. V’informerò esattamente di
tutto; lasciate fare a me.
Il 30 di aprile erano arrivati a Torino, scortati da due o tre
squadroni di cavalleria, i direttori della Cisalpina, e con loro tutti
quelli che avevano fatto parte del Governo repubblicano, o che avevano
qualche ragione di paventare la rabbia degli austriaci. Ogni giorno si
vedevano comparir truppe lacere, malconcie, spossate, smunti i visi,
torvi ed umiliati gli sguardi; venivano ambulanze, barocci e carrette
di feriti, munizioni, armi, bagagli a rifascio: eppure si parlava
sempre di vittorie francesi, di mosse strategiche maravigliose, di
ridotti e di fortini imprendibili, di acque inguadabili, di battaglie
definitive.
I patrioti girondolavano per le strade coi capelli tagliati _à la
Brutus, à la Titus_, o arricciolati _à la Caracalla_; con cappelli
tondi e berretti frigi, la carmagnola, e i calzoni lunghi. Cantavano,
bestemmiavano, chiedevano armi e bandiere, per correre a salvar la
Repubblica o morire.
Avevano ottenuto dal generale Grouchy il permesso di incominciare
una coscrizione volontaria. La sala del Liceo Nazionale rintronava
di evviva e di grida bellicose. Il presidente Bonvicino vi pronunziò
una concione che principiava così: «Non è, e non sarà giammai estinto
negli animi dei Piemontesi il sacro amor della Patria. L’entusiasmo
della libertà, che non conosce alcun ostacolo, gli infiamma, e sanno
essi emulare li gloriosi esempi dei valorosi Repubblicani, opponendo
alle mercenarie falangi squadre invincibili di energici difensori della
libertà.
«Ombre dei nostri Amici, e Compagni Martiri della Libertà, esultate.
L’ardore, che vi ha animati, infiamma li nostri cuori, e le bandiere
Repubblicane acquistano nuovi seguaci».
E terminava invitando i cittadini, che non conoscevano altra gloria che
l’amor della patria, ad accorrere. La coscrizione essendo volontaria,
nessun coscritto sarebbe stato astretto a seguitar le bandiere. «L’onta
sola di aver simulati sentimenti gloriosi, seguirà coloro, che si
ritireranno!»
Mentre i realisti della capitale fremevano e stavano sull’aspetto,
mentre nel Consiglio di amministrazione della guardia nazionale
si cominciava con prudenza a pensare al modo di consegnar Torino
all’esercito confederato, quando se ne presentasse l’opportunità, nelle
provincie si operava molto gagliardamente.
A quella parte del clero regolare e secolare che aveva aderito al nuovo
ordine di cose, succedeva quella che lo abominava. Nei conventi non
si ballava e non si banchettava più; non si vedevano più frati giudici
del Tribunale di alta polizia, o capitani della guardia nazionale; non
si vedevano più canonici e parroci inneggiare ai generali francesi,
folleggiare per le vie e per le piazze, e mescolarsi ai patrioti per
far galloria nei clubs e nelle feste, dichiarandosi liberi, uguali,
repubblicani e fratelli.
Adesso i preti ed i frati, non contenti di fomentar l’odio e di gridar
sacrilegamente dall’altare o dal pulpito che l’ammazzar francesi
era un dover religioso, davano di piglio agli schioppi e diventavano
capibanditi. Guai ai patrioti che cadevano nelle loro mani! Guai ai
francesi che viaggiavano alla spicciolata! Guai ai poveri soldati
sbandati o smarriti! — Adesso il vescovo d’Alba prendeva il titolo di
_Comandante dell’armi_, e capitanava gl’insorti della sua diocesi. Il
vescovo d’Asti faceva imprigionare il suo vicario, perchè repubblicano
fervente, e perseguitava acerrimamente i patrioti. Il vescovo d’Acqui
li cacciava nei sotterranei del seminario.
— Vi ricordate, amica mia, del cavaliere di Vonzo? — chiedeva
Mazel alla contessa. — Sapete bene: Pietro Cordero di Vonzo, antico
ufficiale, quello che chiamano il _Santo_? Ebbene, egli e un certo
Cerrina o Cerigna, chirurgo, con un pugno di villani, hanno costretto a
capitolare il forte di Ceva. Un bel fatto, eh?
— A Mondovì i rivoltosi hanno fatta prigioniera la guarnigione
— raccontava Violant. — E gli uomini di Caraglio, di Busca, di
Costigliole si sono uniti e minacciano Saluzzo. A Ivrea poi i patrioti
sono affrontati, assaliti e ammazzati come cani. L’affare cammina.
L’affare infatti camminava speditamente e ferocemente.
«Popolo di Torino — diceva il generale Fiorella, comandante della
piazza e della Cittadella, — uomini ingannati dai tuoi più crudeli
nemici vorrebbero portare la desolazione, il terrore, e la morte
nel seno del tuo Paese; ma tu conosci l’onore, tu sei alleato
di una Nazione, che ti stima, che t’ama, e che ha fatto tremare
l’Europa. Ella ha giurato di sostenerti, e tu fai parte di coloro,
che la compongono. Osserva i tuoi giuramenti, ed io t’accerto di
far trionfare la causa della Libertà.
«Richiàmati alla memoria gli orrori della Vandea, allorquando
scellerati venduti ai Tiranni dell’Europa scorrevano in quelle
deplorabili contrade, assassinando i vecchi, le donne, ed i
fanciulli, servendosi del pretesto di fanatismo per compiere i loro
fini.
«Io ho la più grande confidenza in voi, bravi Cittadini, che
componete la Guardia Nazionale, io conto sul vostro zelo, sulla
vostra attività; voi siete destinati per essere l’onore della
vostra Patria.
«Ricordatevi che non ha gran tempo, che tutti i re dell’Europa
hanno chiesta la pace al Governo Francese, che due milioni d’uomini
son pronti a mettersi in marcia, se fossero necessarj, e che
seicento mille già si avanzano per sostenere la causa comune. Il
grido _all’armi_ si è fatto sentire; li vostri nemici vanno ad
essere annientati, come il sole del mezzogiorno fa scomparire le
nebbie del Nord.
«Guai ai fanatici; guai agli assassini. Li Repubblicani saranno
inesorabili.
«Torino, ai 19 fiorile anno 7º della Repubblica Francese una ed
indivisibile.
«FIORELLA».
I quattro amministratori generali che Moreau, passando per Torino,
aveva creati e sostituiti a Musset, sentendosi ogni dì più esautorati,
si trasferirono a Pinerolo: di dove, nell’imminenza del pericolo,
riusciva facile riparar prima nelle valli Valdesi, abitate da gente
quieta, e quindi in Francia.
Villafranca, Airasca, Piscina, luoghi vicini alla sede del Governo,
insorsero e atterrarono gli alberi della Libertà. Gli abitanti di
Piscina, visti avvicinarsi i soldati mandati a ristabilir l’ordine,
li lasciarono entrare nel paese senza far dimostrazioni di sorta; poi
subitamente presero a tirar dalle finestre e dagli abbaini, uccisero il
capitano e parecchi soldati, diedero addosso agli altri obbligandoli a
piegare verso Scalenghe.
Da Pinerolo accorsero il colonnello Maranda e il commissario civile
Rossignoli con mille tra patrioti e valdesi. Trovarono il villaggio
deserto. Finirono un disertore ferito, che scovarono in un fienile,
abbruciarono la parrocchia e alcune case.
Il generale Delaunay si ritirava a Cuneo, scortato da due o trecento
uomini. Giunto al borgo Salsasio, presso Carmagnola, si trovò così
improvvisamente e furiosamente aggredito da una torma d’armati, che
si salvò per miracolo, lasciando indietro tutto il bagaglio e un certo
numero di morti, di feriti, di prigionieri.
L’aiutante generale Frassinet si mosse da Moncalieri con le truppe
mobili repubblicane, mentre da Pinerolo partivano il commissario
Rossignoli e il cittadino Trombetta, _Capo ed organizzatore della
seconda Mezza-Brigata Leggiera Patriotica Piemontese d’Infanteria_.
Arrivato Frassinet nelle vicinanze di Carmagnola, mandò avanti un
parlamentario per persuadere gli abitanti a rientrare nell’ordine.
Scriveva loro: «Sono sotto le vostre mura con una colonna di sei mila
uomini avvezzi alla vittoria. Ascoltando i sensi d’umanità, che nutro
in cuore, v’invito a rendervi ed affidarvi alla lealtà Francese. Molto
siete colpevoli, ma non sono chiusi alla clemenza i cuor nostri.
Deponete le armi, consegnate in mio potere gli uomini perfidi, che
v’hanno traviati; voi salverete numerose vittime, che sarebbero
immolate.... Non aspettate che la mia Artiglieria riduca in cenere i
vostri Borghi, e le Case vostre, mi costa il combattere contro padri
di famiglia. Ascoltate un uomo d’onore, che vi parla. Rinasca la pace
nelle vostre abitazioni; noi non facciamo guerra che contro ai ladri,
ed i briganti; questi mostri desolatori dell’umanità deggion solo
perire. I bravi Piemontesi conoscon troppo l’onore, perchè io sia
deluso della mia aspettazione.
«Rendo risponsabili le Municipalità ed i Preti dei Villaggi, dove si
suonerà campana a martello; saranno questi luoghi sul campo abbruciati,
e gli autori di tante calamità saranno risponsabili del sangue che
faranno versare. Ascoltate la voce della ragione, e se io posso essere
assai felice per ricondurvi ad essa, sarà questo il più bel giorno
della mia vita.
«Saluto Repubblicano.
«FRASSINET».
«P. S. Attendo immantinenti la vostra risposta, ed i Francesi, che voi
avete fatti prigioni».
Ma la Municipalità trattenne il parlamentario e mandò la seguente
risposta:
«Primo. Dovrà il Corpo Francese deporre le armi, e consegnarle a
chi sarà deputato dal Popolo per ritenersele.
«Secondo. Dovranno consegnare cinque Officiali in ostaggio, acciò
il Popolo non sia più inquietato.
«Terzo. Non vi passerà più alcun Corpo Francese colle armi in
Carmagnola.
«Quarto. Se alle volte vi fossero prigionieri stati fatti jeri
l’altro, si dovranno immediatamente consegnare, e lo stesso si farà
da noi.
«IL POPOLO PIEMONTESE».
Mentre l’aiutante generale disponeva i suoi all’attacco, gli insorti,
ingrossati dagli uomini delle cascine circonvicine e condotti dal
canonico Filippone, presero l’offensiva.
Rotti al ponte di Carignano, continuarono a combattere accanitamente,
divisi in piccole bande, sparse nello spazio di quattro miglia. Caddero
in numero di quattrocento. I francesi morti non furono che trenta.
Il borgo Salsasio fu ridotto in cenere; fucilate ventitre persone e i
cadaveri lasciati per quattro giorni insepolti.
La sera stessa, da Carmagnola abbandonata e divenuta suo quartier
generale, Frassinet si rivolgeva di nuovo agli abitanti:
«Voi potete rientrare nei vostri fuocolari; io vi invito, e vi
tratterò come fratelli, ed amici.
«Abitanti delle campagne siate pacifici, la vostra felicità da voi
dipende, io vi proteggerò, vi soccorrerò, ma non fate ulteriormente
la guerra ai Francesi. Il combattimento che ha avuto luogo è
stato terribile..... ma io non ho cosa alcuna a rimproverarmi.
Il mio parlamentario questa mattina non vi lasciava cosa alcuna
a desiderare, io vi offeriva l’olivo della Pace, Voi mi avete
risposto _la Guerra_, son vostro vincitore, e vi offro nuovamente
la Pace.
«FRASSINET».
Ma il giorno seguente egli mutava subitamente linguaggio:
«Io vi intimo, Cittadini, di farmi contare per il bisogno della
mia truppa ventimila lire di Piemonte, le quali saranno fornite
particolarmente dai Frati di Sant’Agostino, ed altre dai Canonici.
Il termine ch’io vi dò a farmele tenere si è fino alle ore sette di
domani mattina, ora, alla quale farò, in caso contrario, abbruciare
i conventi.
«I conventi suddetti e i Canonici forniranno inoltre venti cavalli
da tiro per la mia artiglieria, e cinquanta buoi per il bisogno
della guernigione di Torino».
Probabilmente tutta Carmagnola sarebbe stata messa a fuoco e fiamma, se
l’Amministrazione generale non avesse scritto al commissario Rossignoli
che abbandonasse bensì alla vendetta nazionale il borgo che aveva preso
le armi, ma risparmiasse la città, sia per lasciare un ricovero ai
borghigiani, sia per aver donde cavar ancora denaro.
E nei giorni che seguirono, le richieste e le esigenze dei vincitori
divennero enormi.
Il 9 maggio, quattro giorni prima della strage di Carmagnola, anche
Asti si era sollevata. Una turba di campagnuoli, stimolati dai loro
curati, condotti da un tal Battista Mo, nativo della Cisterna, erano
entrati in città, gridando: — Viva la fede! viva San Secondo!
Il padre guardiano dei Cappuccini, accompagnato dai suoi frati e
preceduto dal crocifisso, s’era recato sulla piazza maggiore e vi
aveva fatto una efficacissima predica, seguìta tosto dal saccheggio del
palazzo municipale, della chiesa del Carmine, ov’era la cassa militare
dei francesi, e di parecchie case dei così detti giacobini.
I francesi, tirate prima alcune cannonate dal castello, poi usciti
contro i rivoltosi, già sprovvisti di munizioni per il lungo sparare
all’impazzata, ne avevano trucidati molti e ributtato il resto fuor di
città.
Il generale Meusnier, venuto sagrando e rapinando da Alessandria,
trovato il paese quieto, era ripartito lasciando al comandante Flavigny
l’incarico di ricercare e punire i colpevoli.
Niente di più facile: Flavigny fece agguantare a caso novantacinque
persone e ordinò all’avvocato Doglio di istruire prontamente il
processo. Se la cosa era semplice per il Mo e per pochi altri rei
convinti, non lo era affatto per i molti che si gridavano innocenti
come bambini di fascia. Il comandante accordò all’avvocato, per cavarsi
d’imbroglio, tutta la giornata del 14 maggio; ma la mattina del 15
perdè la pazienza, esaminò egli stesso gli arrestati, ne liberò nove e
ne trattenne ottantantasei.
A questi si fece tosto sapere che sarebbero giudicati in Alessandria, e
si distribuì loro una razione di pane per il viaggio. Verso sera furono
condotti e fatti fermare in piazza d’armi.
Discorrevano tranquillamente tra loro, ed alcuni avevano anche accanto
amici e parenti venuti a salutarli, quando si vide arrivar Flavigny col
pennacchio al vento, la divisa sbottonata, accesa la faccia per l’ira e
fors’anche per il buon vino d’Asti, ch’egli usava bere fuor di misura.
Come si fu avvicinato, impose ai prigionieri di raccomandarsi a Dio.
Quelli che non intesero subito, capirono poi udendo rullare i tamburi,
vedendo i soldati muoversi, attorniarli, chiuderli tutti contro il muro
ch’era in fondo. Vi fu un istante di sbalordimento mortale; poi grida,
poi urli; un urtarsi, un dibattersi, un nascondersi gli uni dietro gli
altri; chi tentava fuggire alla disperata, chi si atteggiava follemente
a resistere, chi cercava nel muro freneticamente coll’unghie un’uscita;
parecchi si abbandonavano in terra come stracci; i più vicini ai
soldati stendevano loro le braccia, chiedevano pietà piangendo,
gemendo, strillando.
Un altro rullo; poi uno strepito orrendo, il fragore d’un gran drappo
violentemente squarciato. Una nube grigia ravvolse i condannati, e
subito cominciò a diradare. Non erano tutti morti, no: più qua e più là
alcuni barcollavano come ebbri o si trascinavan carponi; il resto era
tutto un ammasso, un viluppo di corpi sussultanti, di membra agitate
e convulse. Ancora un comando, e la cavalleria si slanciò menando le
sciabole; passò schiacciando, stritolando, schizzando in giro la lurida
melma sanguigna...
A Torino fioccavano gli ordini, i decreti, i proclami. Fiorella
minacciava di continuo, e insisteva perchè la Municipalità minacciasse.
Il generale in capo dell’esercito d’Italia, rinnovandogli ordini già
dati, ingiungeva: «Ai Generali Comandanti le divisioni dell’Annata di
far fucilare alla testa delle Colonne, e nei villaggi li più adatti,
qualunque contadino rinvenuto armato di stiletto, o di fucile, e che
farà fuoco sulle Truppe Francesi, e qualunque individuo armato che
sarà arrestato in un attruppamento, che non faccia parte della Guardia
Nazionale approvata dalle Autorità costituite, e senza la coccarda
Francese.
«Qualunque casa, dalla quale si farà fuoco sui Francesi, sarà
consegnata alle fiamme».
Il cittadino Carlo Luigi Buronzo Del-Signore, arcivescovo di Torino,
pubblicava lettere pastorali per raccomandare la pace, la concordia,
l’amor del prossimo, la sommissione all’autorità e il rispetto alle
leggi.
L’Amministrazione generale poi, considerando gli sforzi che per ogni
dove facevano i nemici della Libertà ad oggetto di distruggere il
Governo repubblicano e ristabilire la tirannia, considerando che
quanto era grande la loro rabbia e livore contro i repubblicani,
altrettanto validi e pronti dovevano essere i mezzi onde contenerli,
ecc., ecc., decretava che si punisse di morte chiunque fosse convinto
di aver ordito macchinazioni contro il Governo repubblicano, o contro
la sicurezza e la vita dei francesi o dei repubblicani di qualunque
nazione, o ad oggetto di ristabilire la monarchia; chiunque gridasse
viva il Re, o viva qualunque altra potenza in guerra contro la
Repubblica; chiunque fosse convinto d’aver suonato o istigato altrui a
suonare campana a martello per attruppare il popolo contro il Governo
repubblicano o contro i repubblicani; chiunque distribuisse armi,
viveri o denaro all’oggetto di promuovere insurrezioni contro le truppe
francesi o altra qualunque forza armata per la difesa della Repubblica;
chiunque fosse convinto di aver portato le armi contro le truppe
repubblicane.
Decretava che si dichiarassero nemici della patria e si punissero
di morte gli ecclesiastici convinti d’essere stati promotori di
attruppamenti sediziosi.
Decretava che tutti i comuni, nell’abitato dei quali rimanessero
uccisi, od arrestati o spogliati soldati francesi o piemontesi
accorrenti alla difesa della Repubblica od in viaggio pei loro
rispettivi corpi, o patrioti di qualunque nazione, fossero assoggettati
al quadruplo delle imposizioni ordinarie, qualora non svelassero gli
autori di tal delitto e non somministrassero le necessarie prove; che
tutti i comuni nei quali rimanessero uccisi popolarmente o con tumulto
soldati francesi, piemontesi o patrioti di qualunque nazione fossero
immediatamente incendiati ed atterrati fino alle fondamenta.....
I torbidi crescevano, si estendevano, e il sangue scorreva, scorreva,
scorreva.
Ciravegna, primo granatiere di Piemonte, ferito a Tolone, quindi,
dopo l’armistizio di Cherasco, sottotenente negli usseri di Condè,
tornava in patria, si recava a Narzole, dove era nato, a Bene, dove
aveva amici, e raccoglieva un corpo d’uomini arrischiati e feroci come
lui. Il 12 maggio, assalito il presidio di Cherasco, lo discacciava
furiosamente; il 23 riusciva a respingere il generale Partonneau, che
gli veniva contro con tremila uomini.
Il generale Delaunay, giunto a Cuneo, smanioso di vendicarsi in qualche
modo dell’insulto e del danno patito a Carmagnola, s’era portato con un
nervo spedito d’uomini contro Mondovì, ma aveva ricevuta la sconfitta e
la morte.
Moreau, poichè gli austro russi s’avanzavano sempre con somma
prosperità a destra e a sinistra del Po, si ritirava pure a Cuneo.
Aveva aperta, verso Francia, la strada di Tenda e dell’Argentera,
ma parendogli utile di ripigliar Mondovì, inviò Garrau e Frassinet,
ai quali si unì pure Seras, che tornava da castigar Busca. Avevano
ottomila fanti, quattrocento cavalli, e otto cannoni.
I sollevati, sotto il comando del conte di Germagnano, del cavaliere
di Vonzo e di Giacinto di Montezemolo, confortati da don Marengo,
elemosiniere del reggimento Mondovì, resistettero per quattro lunghe
ore. Ma poi, essendo i cavalieri di Garrau riusciti a guadare il
torrente che serviva loro di riparo, a impadronirsi dei loro quattro
pezzi e a rompere i quadrati, morto per di più Montezemolo, la
battaglia si cambiò in sanguinoso, orribile macello.
Era appena mezzodì.
Quei di Mondovì avevano inondati i campi, sbarrate le porte e
aspettavano dietro le loro vecchie mura, rincorandosi con esortazioni
scambievoli. Frassinet mandò un ussero a intimare la resa; prometteva
di contentarsi del pagamento di una certa somma. Si rispose con un
rifiuto, ed essendo cominciato subito il fuoco, l’ussero cadde.
L’aiutante generale annunziò ai soldati che dava la città in loro piena
balìa. L’amor della patria, delle mogli, dei figliuoli, delle sostanze
infiammava i cittadini contro gli assalitori e predatori; la bramosia
di spuntarla, la riputazione che acquisterebbero con impadronirsi della
città, la speranza e la cupidigia d’un grosso bottino stimolavano i
soldati.
I monregalesi, tenendosi sicuri e scorgendo i francesi avanzare sotto
una grandine impetuosa di palle, nell’acqua giallastra che in molti
luoghi giungeva alla cintola, davano loro la minchionella, e chi
faceva un verso e chi un altro, chiamandoli ranocchi, ranocchioni. Ma
bentosto vedendo più qua e più là arder le case tocche dalle granate,
cominciarono prima pochi, poi molti, a lasciare le mura per correre
a spegnere gl’incendi; mentre i francesi, offrendosi anche a loro il
destro di cuculiare, lo facevano in dialetto, con parole imparate dai
molti piemontesi militanti con Seras, e gridavano con quanto ne avevano
in gola: — _Babi cheuit! babi cheuit! babi cheuit!_ — vale a dire rospi
cotti.
Scemata l’efficacia della difesa, i tre rioni furono subito invasi:
Seras irruppe in Carassone, Frassinet in Breo, Garrau in Piazza.
Tre colonne, tre masnade di assassini senza fede, senza legge, senza
misericordia. In un momento le strade, le case, le chiese, i monasteri,
i conventi furono pieni di grida forsennate, di risa feroci, di
urli, di pianti, di lamenti. I cittadini, sbalorditi, esterrefatti,
non facevano più fronte in alcun modo. I vincitori si cacciavano da
per tutto avidi di preda, sitibondi di sangue, briachi di furore;
distruggendo, stuprando, gavazzando senza ritegno. Di che fossero
capaci lo seppero i preti, lo seppero le monache, lo seppero tanto
i realisti, quanto i repubblicani. In sì duro frangente tutti si
dichiaravano patriotti: dunque a che distinguere, a che indugiare?
La città perdette circa mille dei suoi abitanti, e fu danneggiata per
ben tre milioni. Passando poi Moreau là vicino per ridursi in Liguria,
la fece riprendere dalla divisione Grouchy; e l’esercito, negli otto
giorni in cui stette accampato in quei luoghi, bruciò Rocca de Baldi,
Morozzo, la Margherita, tutte le cascine dei dintorni, e commise
nefandezze d’ogni specie.
La città di Torino era oramai circondata, bloccata dai briganti,
come chiamavansi i contadini. Questi adesso avevano un capitano:
Brandalucioni, Branda-Lucioni o Branda de’ Lucioni, antico ufficiale
austriaco in riposo. Era con lui, qual luogotenente, un conte Oddone
Arnaud di San Salvatore; gli facevano da segretari due cappuccini; da
stato maggiore preti e frati d’ogni risma; lo seguiva una turbaccia,
una genìa sanguinaria, abbietta e sciagurata. Aveva cominciato a far
gente nel Novarese e nel Vercellese, al grido di: Viva il Re! Viva
l’Imperatore! Viva Gesù! Viva Maria! ed a muoversi verso Torino. Nei
villaggi sostituiva una croce all’albero della Libertà, s’inginocchiava
e pregava; talvolta anche si confessava e comunicava; poi mangiava
e beveva, sopra tutto beveva saporitissimamente, e allora diventava
oratore facondo e agitatore bollente dell’accozzaglia armata, alla
quale aveva dato il nome di Massa cristiana. Conosceva personalmente
Gesù Cristo e i maggiori santi del paradiso, che tutti lo amavano,
lo consigliavano, lo favorivano; perciò era sicuro di riuscire a
purificare dai repubblicani non solo Torino, ma Parigi, ma tutta quanta
la Francia.
I detti erano buffi, i fatti atroci. Egli ed i suoi parlavano di
religione, e rapinavano nelle chiese; di morale, e commettevano le
più turpi violenze; di legge, e mettevano tutto a soqquadro. Facevano
guerra ai giacobini, e giacobini erano per loro tutti quelli che si
potevano spogliare; case di giacobini tutte quelle a cui si poteva
dare il sacco. La diversità di opinione era il migliore, il più comodo
dei pretesti, e sempre adoperabile. Serviva a mettere nelle mani
degli antichi condannati i giudici antichi; a far cadere in balìa
dei più sozzi ribaldi donne e fanciulle onorate. Poteva dirsi perduto
chiunque avesse interessi opposti o lite con qualcuno della banda. I
cristiani della Massa riuscivano infesti a tutti: agli agricoltori,
ai quali rubavano bestiame e derrate; agli artigiani, turbati da
continui terrori; ai mercanti, poichè privavano d’ogni sicurezza le
strade. Erano i degni fautori, la degna avanguardia di quegli altri
difensori e ristoratori della religione cattolica, gli austro-russi,
che s’inoltravano da conquistatori bastonando, malmenando e trucidando
i parroci che non volevano o non potevano dar loro danaro; che
involavano i vasi sacri e si ungevano gli stivali con l’olio santo;
che atterravano le porte delle chiese in cui si rifugiavano donne, e
strappavano loro le orecchie o mozzavano le dita, per aver quanto vi
brillava: oro od argento; che facevano con le baionette le vergini atte
a quanto ancora impediva natura; che legavano ai tronchi i mariti, per
farli assistere al disonore delle mogli...
In quel dolcissimo mese, in quelle giornate luminose e fragranti,
per le verdi campagne innamorate scorrazzavano le bande scapigliate e
violenti. Branda avanzava spiantando gli alberi, piantando le croci, si
batteva il petto, infiammava le turbe con la sua eloquenza incalzante
e avvinazzata, e non si chetava che per digerire. La bordaglia
accorreva; ed egli, sentendosi sempre più forte, stabiliva il suo
quartier generale a Chivasso, faceva incursioni nelle terre vicine, e
taglieggiava i villaggi.
A Leynì, Caselle, San Maurizio, Ciriè che rifiutavano di sottomettersi
e di riconoscere in lui l’inviato di Dio e del Re, rispondeva
che presenterebbe le sue credenziali al chiarore delle loro case
incendiate.
Entravano alcuni dei suoi in Superga e toglievano tutto quel che
restava del ricco tesoro.
A un certo punto la capitale stessa si sentì o si credette minacciata;
furono collocati cannoni sul ponte di Dora, e Fiorella mandò un
proclama ai cittadini amministratori dei comuni piemontesi:
«Uno schiavo, un satellite di un despota, un uomo, che si fa chiamare
_Branda Lucioni_, e si dice Comandante dalla parte dell’Imperatore la
_Massa Cristiana_, alla testa di alcuni briganti, li quali cercano di
portare la desolazione, il terrore, e la morte nel seno delle vostre
famiglie; ardisce ciascun giorno mandar lettere alle Comuni vicino a
Chivasso per far insorgere il Popolo contro i Francesi.
«Guai a coloro, che ascolteranno le sue minaccie, o le sue promesse
bugiarde; restino le Comuni calme e pacifiche; a me solo egli
deve indirizzarsi, io gl’insegnerò in qual maniera li Repubblicani
assuefatti alla vittoria, sanno dissipare, ed annientare li briganti;
io li conosco troppo vili, perchè ardiscano di mostrarsi nelle nostre
vicinanze.
«Io vi ordino in conseguenza di trasmettermi subito qualunque sorta
d’intimazione che egli potesse spedirvi, e di parteciparmi tutte le sue
operazioni.
«Io confido nel vostro zelo, e nel vostro patriottismo, per
l’esecuzione di questa misura, che può assicurare la tranquillità, di
cui gode la vostra Comune, prevenendovi, che in caso contrario voi ne
sarete personalmente risponsali.
«Li nuovi successi dell’armata Francese, li rinforzi che ella
ha ricevuto; mi metteranno ben presto nel caso di far rientrare
nell’ordine tutti coloro, che possono essere caduti in inganno, e di
punire rigorosamente li capi della rivolta».
Sei giorni dopo, cioè il 27 fiorile (16 maggio), la Municipalità di
Torino si rivolgeva ai concittadini:
«La pubblica tranquillità turbata nelle circonvicine Comuni da gente
ingannata e sedotta dalle lusinghe, e dalla malizia del sedicente
Comandante la Massa Cristiana, _Branda de Lucioni_, e da’ nemici di
ogni ordine sociale, produce una funesta reazione perfin in questa
Comune. Gli oggetti di sussistenza, d’industria, che a larga copia il
resto del Piemonte ci somministra nei tempi tranquilli, cominciano a
venir meno: il commercio e le comunicazioni, che florida rendevano la
terra Piemontese, sono interrotte, ed una fatale inazione incaglia
ogni sorta di affari. Un tale stato di cose non deve maggiormente
prolungarsi, ed il Generale Comandante questa Piazza, e Cittadella, sta
prendendo le più energiche misure per portarvi un riparo.
«La Municipalità di Torino, nell’annunziarvi queste provvide intenzioni
del Generale Fiorella, in esecuzione degli ordini dal medesimo
trasmessi a questa Amministrazione con lettera del giorno d’oggi,
invita tutti i Cittadini, che volessero concorrere alla spedizione
militare, che si sta a tale oggetto preparando, di tenersi pronti per
mettersi in marcia unitamente alle Truppe di linea al primo segnale.
«Tutti i bravi Repubblicani, che vorranno far parte di questa
spedizione acquisteranno un diritto alla pubblica riconoscenza,
avranno la gloria di aver contribuito a restituire la calma all’agitata
nostra Patria, e di aver fatto sparire da questo suolo i nemici della
Religione, della libertà, e della prosperità Nazionale».
E il 29 fiorile, il Generale Comandante tornava ad insistere:
«Malgrado il terribile castigo, che hanno già provato alcune Comuni,
malgrado li sentimenti che ho dimostrato ne’ miei Proclami, veggo
con dolore, che esistono ancora uomini assai perfidi per propagare
l’insurrezione, e che si sforzano d’ingannare li bravi abitanti
d’alcuni villaggi.
«Una Colonna mobile di Truppe Francesi, e di molti Patriotti desiderosi
di sterminare questi ribelli va a riunirsi a Chivasso. Bravi abitanti
delle Comuni sareste voi meno avidi di gloria dei vostri Concittadini?
Potreste voi allontanarvi senza vergogna da quest’armata, mentre
scellerati saccheggiano, e derubano le vostre proprietà, senza
risparmiare le vostre mogli, ed i vostri figliuoli?
«Riunitevi dunque ai bravi, che si portano a Chivasso. La Patria
riconoscente aspetta da voi gli sforzi i più generosi, e voi avete un
doppio interesse, poichè la vostra Comune è già stata minacciata da
questi briganti.
«Vi prevengo infine, che tre altre Colonne sono in marcia per
sottomettere li ribelli d’Asti, d’Alba, Cherasco e Mondovì.
«Vi ripeto per l’ultima volta, RICONOSCETE IL VOSTRO ERRORE, O VOI
SIETE PERDUTI SENZA ALCUN RIPARO».
Intanto si viveva nell’aspettativa e nell’apprensione. I patrioti più
ardenti continuavano a correre le vie gridando: — Repubblica o morte! —
a far adunanze e discorsi, parlando di Sparta, Roma, Atene, Cartagine;
a far proclami per invitare i concittadini a scuotersi, ad arruolarsi,
a formare una Legione Sacra ed invincibile. I più tepidi nicchiavano,
tornavano pianamente alle foggie antiche, compravano parrucca e codino,
e pensavano al modo di mettersi in salvo il più presto possibile.
I realisti stavano sull’intesa, fremevano e si agitavano ansiosi.
Mentre la guardia nazionale vegliava sulle persone e sulle proprietà,
il Consiglio di amministrazione apriva segrete pratiche con Branda
Lucioni. L’Amministrazione generale, stabilita in Pinerolo, decretava
che tutti coloro i quali avevano un patrimonio maggiore di cento mila
lire, fossero obbligati, sotto pena dell’esecuzione militare, a dare,
sia in denaro, sia in grano, come taglia anticipata ed entro il termine
di due giorni, il due per cento del capitale posseduto. E Fiorella
metteva il: _Visto ed approvato_.
Passavano di bocca in bocca voci sempre nuove, che la Municipalità,
d’accordo col buon comandante, si affrettava a smentire. Il
parlamentario austriaco, che si diceva si fosse introdotto in città,
non era che un emigrato, il quale sarebbe stato esaminato a tenor delle
leggi. Non era vero che il generale pensasse ad abbandonare la città
al saccheggio: anzi assicurava i cittadini tutti della più sincera
sollecitudine a loro vantaggio. Non era vero che le provvigioni d’ogni
genere che entravano in Cittadella per la porta detta della Città,
uscissero poi per quella di soccorso...
Ma il popolo non badava più nè ai decreti, nè ai proclami; non
potendo altro si sfogava con le chiacchiere, e vedeva con la fantasia
i cosacchi che si avvicinavano alle mura sui loro cavallucci,
saltabeccando e caracollando.