XXVIII.

— Notizie! notizie! — esclamò Arignani, entrando col parroco nello

studio, ove Oliveri dormicchiava nel suo seggiolone.

— E buone — aggiunse don Prato. — Almeno speriamo...

L’avvocato aprì gli occhi, li alzò senza muover la testa, poi mormorò

sottovoce:

— Seggano, prego.

— Non le par di respirare meglio? — domandò Arignani.

Oliveri crollò il capo.

— No — mormorò, — proprio no.

— Ah vede! — ripigliò l’altro — perchè non sa che la bottega di Bechio

è chiusa, e che lui è di nuovo partito.

— Volato via — confermò don Prato, — sparito!

— Dove sia andato poi nessuno lo sa — riprese il notaio; — chi dice

a Saluzzo, chi a Torino. I suoi aderenti vanno spargendo ch’egli ha

ricevuto un incarico segreto e che sta per diventare qualche cosa di

grosso. Diventi magari un elefante, purchè non ritorni mai più.

— Però — disse don Prato — io non mi sento troppo tranquillo. Ho una

gran paura che sia andato a commettere qualche birbonata, a denunziare

qualcheduno. Ieri l’altro gridava in piazza che Robelletta è un nido

di vipere, e che bisognerebbe distruggerlo col ferro e col fuoco...

Sarebbe forse bene avvertire il contino.

Arignani alzò le spalle.

— Oh Dio! — diss’egli — mettiamo pure che sia andato a Torino per

questo. Laggiù hanno altro per il capo in questi giorni. Se non son

curioso, sor avvocato, la posta di stamattina le avrà portato le nuove?

— Niente — rispose Oliveri: — chi si ricorda più ch’io sia ancora al

mondo!

— Ma guardi un po’! Ebbene avrei creduto... Basta, non importa,

dirò quello che ho sentito. Lei sa che il Direttorio ha mandato un

commissario, che so io? un amministratore... Come no? Non si ricorda

più? Ma è roba di un mese o quasi.

— Non so più niente — brontolò Oliveri, tentennando il capo, — non so

più niente.

Il notaio e il parroco si guardarono in faccia.

— Le ho parlato io — disse il parroco — di questo Musset; anzi mi

ricordo d’averle detto ch’era un ex-prete, un ex-curato, uno dei

Convenzionali che avevano votata la morte del re Luigi... Poi le ho

raccontato che, appena arrivato, aveva sciolto il Governo provvisorio,

abolito il Senato e la Camera dei conti, diviso il Piemonte in quattro

dipartimenti: Eridano, Stura, Tanaro e Sesia, che...

— Basta — interruppe il notaio, — roba passata anche questa. Musset ha

alzato i tacchi; gli amministratori adesso sono quattro: Pelisseri,

Rossignoli, Geymet e Capriata. Ma gli affari vanno male, male per i

francesi, i quali, a quanto si dice, hanno perduto una nuova battaglia;

viene avanti un tempo nero, che da un giorno all’altro può portar qui

una grandine di palle.

— Che Dio ci scampi e liberi! — disse don Prato.

— Perchè? — esclamò il notaio, pieno d’ardor bellicoso.

— Gli austriaci e i russi vengono per rimettere sul trono Casa Savoia,

alla fin dei conti. Per questo bisogna cacciare i francesi, e non si fa

la frittata senza romper le uova. Quando si potrà gridar di nuovo: viva

il Re! non voglio far altro tutto un giorno, dalla mattina alla sera.

Chi mi avesse detto che prima di morire avrei visti i cosacchi.....

— Gli sciti! — susurrò Oliveri, animandosi tutt’a un tratto, — gli

sciti!... Io non li vedrò.

— Come non li vedrà? Si dice perfino che siano già entrati in Milano!

— Bisognerebbe che arrivassero qui stasera o domani.

Arignani fece una risatina. Don Prato invece prese la mano di Oliveri,

la palpò, poi gli tastò il polso.

— Se non si sente bene — diss’egli, serio, — perchè non manda a

chiamare il medico?

— Se sapeste — esclamò l’avvocato, come se non avesse inteso, — quanto

mi ha tribolato la podagra in questo maledetto mese! Non ne posso più.

Questa volta mi ha trovato esausto d’ogni vegeto e salutar vigore che

la respingesse, la fissasse in alcune delle parti esterne, perciò...

Ma non m’importa niente... Però avrei voluto veder il 1800. Questo

sì!... Pazienza! Ho sempre creduto che la forza morale sola ci aiutasse

a considerar tranquillamente la morte; invece no, signori. Ciò che ci

prepara meglio di tutto è un certo stato fisico, del quale non si ha

idea quando si è sani.

— Male — brontolò il notaio, — lei fa male a mettersi in capo queste

malinconie; certi pensieri bisogna cacciarli subito, appena si

presentano, non lasciare che s’impadroniscano del cervello, se no

guai. Sa cosa facciamo? È ancor presto: vado a casa, attacco il mio

cavallotto alla scorratta e andiamo a sentir le nuove a Racconigi.

Vuole?

Oliveri non rispose, si volse al prete.

— Son pronto — diss’egli, — proprio pronto. La vita futura non mi mette

punto terrore; non so che crederne... So però di certo che non ho mai

fatto male a nessuno, ed è l’essenziale.

Arignani guardava il soffitto; don Prato stringeva una mano coll’altra,

gli pareva d’aver tante cose da dire e non sapeva come principiare.

In quella entrò Liana; tutti e due si alzarono per salutarla; poi, dopo

qualche minuto, se ne andarono via mogi e taciturni.

— Cosa c’è? — domandò Liana a suo padre. — Hanno l’aria così

mortificata, così compunta....

Invece di rispondere l’avvocato le prese le mani, la guardò con

un’espressione d’intensa tenerezza, quasi nuova in lui.

— Cattivo, eh, quel signor contino che quest’oggi non s’è fatto vedere!

— disse poi bonariamente: — Tu l’hai aspettato, di’ la verità?

— Sì, babbo — rispose Liana serenamente, — l’ho aspettato.

— Non sei mica inquieta?

— No, babbo.

— Brava, non aver paura. Bella faccia il cuore allaccia. Sei di nuovo

bella, sai? Sì, sì, di nuovo bella... E sei anche buona... Sei sempre

stata buona; ringrazio e benedico Dio d’avermi data una figliuola come

te. Ti sarò sembrato un po’... un po’ egoista, un po’ freddo, un po’

cane... ma... ma... ma non per questo tu devi credere che... Sicuro.

Liana sedette vicino, raccolse a sè le mani di lui, lo guardò

fissamente. Diceva con voce accorata:

— Cos’hai? Dimmi che cos’hai, te ne prego.

Oliveri col capo basso, col petto ansante, lacrimava senza piangere;

ma a poco a poco l’espressione del suo viso si venne mutando, egli

sorrise, poi rise forte, nervosamente.

— Che cosa ho? Comincio a rimbecillire, a rimbambire, ecco tutto...

Basta così... ma non lasciarmi; oggi ti prego di star con me,

lavoreremo insieme, mi aiuterai.

Passò il resto della giornata e la sera a rivedere ed esaminare le

carte contenute nel cassetto del tavolino, ordinando e classificando le

une, distruggendo le altre.

Liana, messa alquanto in apprensione dall’impeto di angoscia che aveva

assalito suo padre, si rassicurò gradatamente, vedendolo ritornare

sereno e quieto.

Egli si mostrò ancor tale la mattina dopo, quando discese a far

colazione. S’era fatta la barba e messo un abito chiaro e leggiero

che lo ringiovaniva. Fece venir Menica e ordinò un desinare di suo

gusto; poi dichiarò a Liana che voleva passeggiare in giardino tutta la

mattinata per risvegliare l’appetito.

Infatti egli uscì franco, impettito e senza zoppicare come era solito.

Liana, affacciandosi all’uscio, sempre lo vedeva or in questo or in

quel viale, che andava e veniva con le mani congiunte sul dorso. Ella

ne provava un compiacimento inestimabile. La salute scossa, malferma

di suo padre ormai era il solo pensiero che le pesasse sull’anima.

Quel giorno pareva tornato miracolosamente vegeto come una volta.

Subitamente l’assalì il timore che egli trasmodasse, e stancandosi

troppo, finisse per farsi più male che bene. Girò con gli occhi il

giardino: non scorgendolo alla prima, uscì per andare in cerca di lui.

Lo trovò subito: era lì dietro casa, seduto sotto il cipresso, curvo

sulle ginocchia accavalciate.

— È niente — diss’egli, vedendola, — poco fa mi prese freddo, ho voluto

riscaldarmi camminando ancora, ed ho fatto male; avrei dovuto rientrare

e coprirmi...

— Ma come ti senti?

— Peuh, peuh, peuh!

— Faresti bene a metterti a letto.

— Se mi metto a letto, non mi alzo più.

— Oh babbo! Che ti viene in mente!

Oliveri tornò in casa appoggiato al braccio di sua figlia.

Passò il resto della giornata nel suo seggiolone, battendo la febbre.

A sera Liana mandò a cercare il medico.

Gabriel tornò accompagnato dal notaio che aveva incontrato per caso.

Questi non volle salire per non disturbare l’avvocato, e raccontò

a Liana che il dottor Moschetti, ardente realista, era andato a

Carmagnola per unirsi ad una grossa banda che si veniva formando.

— Par che si voglia cominciare a gridare: viva il Re! e dar adosso ai

francesi, senza aspettare gli austro-russi. E non solo a Carmagnola, ma

un po’ da per tutto... Mandi a Villanova, il medico Pomba è vecchio e

quieto... Disponga di me, e faccia coraggio all’avvocato, vedrà che non

sarà niente.

Più tardi la febbre declinò. Oliveri, che non aveva preso nulla, volle

assolutamente una gran tazza di cioccolata.

Nella notte sopraggiunsero fierissimi dolori viscerali. Liana mandò

Gabriel in tutta fretta a Villanova. Il medico arrivò a levata di sole,

diede al malato dell’oppio, ordinò bagni e vescicatorj alle gambe. I

dolori si fecero meno forti, poi cessarono affatto.

Il medico se ne andò, promettendo di tornar nel dopo pranzo. Oliveri

sorrideva alla figlia, chiedeva or questa, or quella medicina, si

rammaricava con voce sommessa, masticava parole vaghe come chi non

arriva a raccapezzarsi, e ogni tanto ripeteva i primi versi d’un

sonetto che un amico gli aveva mandato nella primavera del ’93.

All’ombra assiso del Sabaudo ulivo

Credea varcar la mia carriera in pace

Ma, ma... ecco Bellona... ecco Bellona...

E non riusciva a rammentare il resto.

La mattinata passò. Verso mezzogiorno si acquietò, cessò di parlare; ma

sorrideva sempre a Liana, ogni volta che i loro occhi s’incontravano.

Ella gli chiese se volesse sentir leggere qualche cosa; rispose di no

con un comico gesto d’orrore. Allora ella andò ad avvicinare le imposte

e tornò a seder presso al letto.

Passò mezz’ora. Il malato giaceva supino, tranquillo. Pareva a Liana

che il respiro gli si facesse frequente, un po’ affannoso, ma non osava

muoversi per non destarlo se mai dormisse.

Improvvisamente Oliveri sobbalzò, fece l’atto di puntare i gomiti per

alzarsi a sedere.

— Babbo — mormorò Liana, — vuoi qualche cosa?

Non ebbe risposta.

— Si è riaddormentato — diss’ella tra sè, — meno male, riposerà tutto

il giorno, tutta la notte, e domattina sarà guarito.

Un bambino frignava nella via, noiosamente; una gallina chiocciava

nell’aia di Gabriel; le mosche imprigionate tra i vetri e le imposte

ronzavano rabbiose. Un momento prima Liana non li avvertiva tutti

questi rumori, e adesso... Guardava sempre suo padre. In un subito le

parve che il pallor della pelle fosse divenuto più livido, più livide

anche le labbra; poi vide, vide distintamente le pupille errar vitree

negli occhi semiaperti, e sparir sotto le palpebre. Balzò in piedi,

toccò il corpo, posò la mano sul cuore, la ritrasse tosto gettando un

grido soffocato. Cercò il campanello, gridò forte, più forte...

Menica arrivò su ansante, s’accostò al letto, poi corse a spalancar le

finestre e chiamò Gabriel.

— Sì, sì — ripeteva Liana, — Gabriel, Gabriel... e il medico anche, il

medico subito. Fate presto, per carità!

Con Gabriel entrarono nella stanza il parroco e il notaio, venuti

semplicemente per prender notizie.

La povera Liana si volgeva a questo, si volgeva a quello, smarrita,

trepidante, chiedendo consigli, rimedi, soccorso.

Si adoperarono tutti, sollecitamente. La testa di Olivieri fu coperta

di compresse, gli si fecero frizioni con panni caldi sul petto, gli si

mise sotto al naso ogni sorta di boccette e di vasetti.

— È andato in paradiso, è andato in paradiso! — mormorava Menica,

quando la signora non poteva udirla.

Infatti ogni speranza era perduta, ma nessuno osava nè desistere, nè

ritrarsi, per riguardo a Liana.

Quand’ella, voltandosi per prendere un tovagliuolo inzuppato dalle mani

di Menica, vide entrare il dottore, gli si slanciò contro con un grido

acuto, quasi giulivo:

— Bravo! venga, venga. Non c’è modo di farlo rinvenire. Guardi un po’

lei. È uno svenimento, eh? Dormiva tranquillo, stava meglio, molto

meglio, la mattina è stata eccellente... Ma senta com’è freddo! Non c’è

modo di ridestare il calore vitale; è questo, vede, è questo che mi fa

pena...

Il medico considerava il volto sbiancato, placidissimo del povero

avvocato e non osava aprir bocca. Alla fine susurrò:

— Bisogna che lei si faccia animo, cara signora, perchè... perchè...

— Perchè è andato in paradiso — interruppe Menica; — a quest’ora è già

lassù, insieme a sor Battista e a... tanti altri.

Liana si lasciò cader ginocchioni a piè del letto e non articolò più

sillaba.

Anche don Prato s’inginocchiò. Menica mise due candele sul comodino, le

accese; quindi, aiutata da Gabriel, cominciò a dar ordine alla stanza

mortuaria. Il medico ed il notaio si ritrassero a parlar sottovoce

nella finestra, poi sparirono tutti e due.

Dopo un poco Liana si alzò per baciare suo padre; don Prato le si

accostò, le prese le mani, le parlò lungamente, dolcemente. Ella

non comprendeva assolutamente nulla e non faceva alcun sforzo per

comprendere.

Si riscosse quando tutti l’ebbero lasciata; s’accorse che dal momento

in cui suo padre era spirato, dovevano essere passate più ore, poichè

la luce del crepuscolo veniva scemando. Sedette di nuovo, considerò il

volto del babbo, il crocifisso posato sul petto, fra le mani fredde

ed inerti. Oh quelle mani! Non mai ella aveva avuto di quelle mani

un tal sentimento! L’avevano sorretta bambina, l’avevano accarezzata

fino all’ultimo giorno. Le pareva di veder rotto tra quelle l’ultimo

filo che la congiungeva ancora a tante care e perenni memorie. Queste

arrivavano a folate impetuose, venivano da lontano, dai tempi della

prima fanciullezza e si perdevano come in una foltissima nebbia.

Apparivano in quel turbinio volti, persone, cose e luoghi ch’ella aveva

conosciuto, che aveva dimenticato. Le pareva che la morte del babbo

separasse nettamente il passato dall’avvenire. Ancor poche ore, poi non

vedrebbe più le sue fattezze, i suoi gesti; non udrebbe più nè la sua

voce, nè il rumor de’ suoi passi; sarebbe sola!

Si strinse le tempie fra le palme e rimase sotto l’impressione oscura

di quel pensiero: era sola! Era sola e doveva mutare la sua esistenza,

mutarne le forme. Nella sua mente continuavano a vagare immagini e

pensieri indeterminati e confusi, e subitamente si sentì soprappresa da

una forte ansietà: — Perchè Massimo non s’era fatto vedere neppure quel

giorno? Egli ignorava dunque tutto, poichè altrimenti non l’avrebbe

abbandonata in una tal circostanza. Non poteva non voler anche bene al

padre di colei ch’egli amava; di quella perdita avrebbe sofferto anche

lui...

Il buon babbo accoglieva sempre così festosamente il contino! Mostrava

di vederlo così volentieri! Sorrideva ogni qual volta li mirava vicini

e pareva chiuderli, stringerli quasi insieme con lo sguardo!

Adesso ella cercava di leggere sulla fronte marmorea che le stava

dinanzi la traccia d’un pensiero che certo vi aveva soggiornato;

e improvvisamente s’accorse che desiderava troppo la presenza del

giovane; che un sentimento di tenerezza, ricreatrice sì ma inopportuna,

s’impossessava a poco a poco dell’animo suo. Ne risentì come uno

spavento; cominciò a lottare a lottare per veder le cose nella vera

luce, per giudicarle con calma e con fermezza, per raccogliersi, per

ponderare, per decidere.

— Oh babbo, caro babbo! — diceva ella, piangendo a calde lacrime. —

Verremo a vedere tutti i giorni il luogo ove sarai... Parleremo sempre

di te...

Ora Menica, ora Gabriel si affacciavano all’uscio, davano un’occhiata

in giro e sparivano. Sulla prim’alba la serva si accostò alla padrona,

la pregò di prendere qualche cosa, d’andare a riposare un pochino.

Intanto le porgeva un biglietto:

— Questo l’han portato ieri sera sul tardi. L’avevo messo sulla madia

per non dimenticarlo, e invece... Abbia pazienza.

Liana prese il biglietto, si appressò alle fiammelle che le stavano

davanti immobili e ritte. Lesse, si strofinò gli occhi, guardò intorno

e rilesse parola per parola:

«Amica carissima.

«Due uomini, arrivati adesso a spron battuto, mi portano l’ordine

di partire nelle ventiquattr’ore per Grenoble. L’ordine è firmato

da Grouchy. Non ho modo nè di sottrarmi, nè di resistere. Parto

subito e mi porto la vostra immagine nel cuore. Parto col dolore di

non aver osato dirvi apertamente: Liana, volete essere mia moglie?

Potrò dirvelo un giorno? Quando? Pregherò Iddio che lo faccia venir

presto questo giorno. Oh se potessi credere che lo pregherete anche

voi!

«MASSIMO».

— Guardi — susurrò Menica, che contemplava il defunto, — guardi se non

par proprio che dorma e che faccia un bel sogno!

La bufera · 第 34 / 43 题