— Notizie! notizie! — esclamò Arignani, entrando col parroco nello
studio, ove Oliveri dormicchiava nel suo seggiolone.
— E buone — aggiunse don Prato. — Almeno speriamo...
L’avvocato aprì gli occhi, li alzò senza muover la testa, poi mormorò
sottovoce:
— Seggano, prego.
— Non le par di respirare meglio? — domandò Arignani.
Oliveri crollò il capo.
— No — mormorò, — proprio no.
— Ah vede! — ripigliò l’altro — perchè non sa che la bottega di Bechio
è chiusa, e che lui è di nuovo partito.
— Volato via — confermò don Prato, — sparito!
— Dove sia andato poi nessuno lo sa — riprese il notaio; — chi dice
a Saluzzo, chi a Torino. I suoi aderenti vanno spargendo ch’egli ha
ricevuto un incarico segreto e che sta per diventare qualche cosa di
grosso. Diventi magari un elefante, purchè non ritorni mai più.
— Però — disse don Prato — io non mi sento troppo tranquillo. Ho una
gran paura che sia andato a commettere qualche birbonata, a denunziare
qualcheduno. Ieri l’altro gridava in piazza che Robelletta è un nido
di vipere, e che bisognerebbe distruggerlo col ferro e col fuoco...
Sarebbe forse bene avvertire il contino.
Arignani alzò le spalle.
— Oh Dio! — diss’egli — mettiamo pure che sia andato a Torino per
questo. Laggiù hanno altro per il capo in questi giorni. Se non son
curioso, sor avvocato, la posta di stamattina le avrà portato le nuove?
— Niente — rispose Oliveri: — chi si ricorda più ch’io sia ancora al
mondo!
— Ma guardi un po’! Ebbene avrei creduto... Basta, non importa,
dirò quello che ho sentito. Lei sa che il Direttorio ha mandato un
commissario, che so io? un amministratore... Come no? Non si ricorda
più? Ma è roba di un mese o quasi.
— Non so più niente — brontolò Oliveri, tentennando il capo, — non so
più niente.
Il notaio e il parroco si guardarono in faccia.
— Le ho parlato io — disse il parroco — di questo Musset; anzi mi
ricordo d’averle detto ch’era un ex-prete, un ex-curato, uno dei
Convenzionali che avevano votata la morte del re Luigi... Poi le ho
raccontato che, appena arrivato, aveva sciolto il Governo provvisorio,
abolito il Senato e la Camera dei conti, diviso il Piemonte in quattro
dipartimenti: Eridano, Stura, Tanaro e Sesia, che...
— Basta — interruppe il notaio, — roba passata anche questa. Musset ha
alzato i tacchi; gli amministratori adesso sono quattro: Pelisseri,
Rossignoli, Geymet e Capriata. Ma gli affari vanno male, male per i
francesi, i quali, a quanto si dice, hanno perduto una nuova battaglia;
viene avanti un tempo nero, che da un giorno all’altro può portar qui
una grandine di palle.
— Che Dio ci scampi e liberi! — disse don Prato.
— Perchè? — esclamò il notaio, pieno d’ardor bellicoso.
— Gli austriaci e i russi vengono per rimettere sul trono Casa Savoia,
alla fin dei conti. Per questo bisogna cacciare i francesi, e non si fa
la frittata senza romper le uova. Quando si potrà gridar di nuovo: viva
il Re! non voglio far altro tutto un giorno, dalla mattina alla sera.
Chi mi avesse detto che prima di morire avrei visti i cosacchi.....
— Gli sciti! — susurrò Oliveri, animandosi tutt’a un tratto, — gli
sciti!... Io non li vedrò.
— Come non li vedrà? Si dice perfino che siano già entrati in Milano!
— Bisognerebbe che arrivassero qui stasera o domani.
Arignani fece una risatina. Don Prato invece prese la mano di Oliveri,
la palpò, poi gli tastò il polso.
— Se non si sente bene — diss’egli, serio, — perchè non manda a
chiamare il medico?
— Se sapeste — esclamò l’avvocato, come se non avesse inteso, — quanto
mi ha tribolato la podagra in questo maledetto mese! Non ne posso più.
Questa volta mi ha trovato esausto d’ogni vegeto e salutar vigore che
la respingesse, la fissasse in alcune delle parti esterne, perciò...
Ma non m’importa niente... Però avrei voluto veder il 1800. Questo
sì!... Pazienza! Ho sempre creduto che la forza morale sola ci aiutasse
a considerar tranquillamente la morte; invece no, signori. Ciò che ci
prepara meglio di tutto è un certo stato fisico, del quale non si ha
idea quando si è sani.
— Male — brontolò il notaio, — lei fa male a mettersi in capo queste
malinconie; certi pensieri bisogna cacciarli subito, appena si
presentano, non lasciare che s’impadroniscano del cervello, se no
guai. Sa cosa facciamo? È ancor presto: vado a casa, attacco il mio
cavallotto alla scorratta e andiamo a sentir le nuove a Racconigi.
Vuole?
Oliveri non rispose, si volse al prete.
— Son pronto — diss’egli, — proprio pronto. La vita futura non mi mette
punto terrore; non so che crederne... So però di certo che non ho mai
fatto male a nessuno, ed è l’essenziale.
Arignani guardava il soffitto; don Prato stringeva una mano coll’altra,
gli pareva d’aver tante cose da dire e non sapeva come principiare.
In quella entrò Liana; tutti e due si alzarono per salutarla; poi, dopo
qualche minuto, se ne andarono via mogi e taciturni.
— Cosa c’è? — domandò Liana a suo padre. — Hanno l’aria così
mortificata, così compunta....
Invece di rispondere l’avvocato le prese le mani, la guardò con
un’espressione d’intensa tenerezza, quasi nuova in lui.
— Cattivo, eh, quel signor contino che quest’oggi non s’è fatto vedere!
— disse poi bonariamente: — Tu l’hai aspettato, di’ la verità?
— Sì, babbo — rispose Liana serenamente, — l’ho aspettato.
— Non sei mica inquieta?
— No, babbo.
— Brava, non aver paura. Bella faccia il cuore allaccia. Sei di nuovo
bella, sai? Sì, sì, di nuovo bella... E sei anche buona... Sei sempre
stata buona; ringrazio e benedico Dio d’avermi data una figliuola come
te. Ti sarò sembrato un po’... un po’ egoista, un po’ freddo, un po’
cane... ma... ma... ma non per questo tu devi credere che... Sicuro.
Liana sedette vicino, raccolse a sè le mani di lui, lo guardò
fissamente. Diceva con voce accorata:
— Cos’hai? Dimmi che cos’hai, te ne prego.
Oliveri col capo basso, col petto ansante, lacrimava senza piangere;
ma a poco a poco l’espressione del suo viso si venne mutando, egli
sorrise, poi rise forte, nervosamente.
— Che cosa ho? Comincio a rimbecillire, a rimbambire, ecco tutto...
Basta così... ma non lasciarmi; oggi ti prego di star con me,
lavoreremo insieme, mi aiuterai.
Passò il resto della giornata e la sera a rivedere ed esaminare le
carte contenute nel cassetto del tavolino, ordinando e classificando le
une, distruggendo le altre.
Liana, messa alquanto in apprensione dall’impeto di angoscia che aveva
assalito suo padre, si rassicurò gradatamente, vedendolo ritornare
sereno e quieto.
Egli si mostrò ancor tale la mattina dopo, quando discese a far
colazione. S’era fatta la barba e messo un abito chiaro e leggiero
che lo ringiovaniva. Fece venir Menica e ordinò un desinare di suo
gusto; poi dichiarò a Liana che voleva passeggiare in giardino tutta la
mattinata per risvegliare l’appetito.
Infatti egli uscì franco, impettito e senza zoppicare come era solito.
Liana, affacciandosi all’uscio, sempre lo vedeva or in questo or in
quel viale, che andava e veniva con le mani congiunte sul dorso. Ella
ne provava un compiacimento inestimabile. La salute scossa, malferma
di suo padre ormai era il solo pensiero che le pesasse sull’anima.
Quel giorno pareva tornato miracolosamente vegeto come una volta.
Subitamente l’assalì il timore che egli trasmodasse, e stancandosi
troppo, finisse per farsi più male che bene. Girò con gli occhi il
giardino: non scorgendolo alla prima, uscì per andare in cerca di lui.
Lo trovò subito: era lì dietro casa, seduto sotto il cipresso, curvo
sulle ginocchia accavalciate.
— È niente — diss’egli, vedendola, — poco fa mi prese freddo, ho voluto
riscaldarmi camminando ancora, ed ho fatto male; avrei dovuto rientrare
e coprirmi...
— Ma come ti senti?
— Peuh, peuh, peuh!
— Faresti bene a metterti a letto.
— Se mi metto a letto, non mi alzo più.
— Oh babbo! Che ti viene in mente!
Oliveri tornò in casa appoggiato al braccio di sua figlia.
Passò il resto della giornata nel suo seggiolone, battendo la febbre.
A sera Liana mandò a cercare il medico.
Gabriel tornò accompagnato dal notaio che aveva incontrato per caso.
Questi non volle salire per non disturbare l’avvocato, e raccontò
a Liana che il dottor Moschetti, ardente realista, era andato a
Carmagnola per unirsi ad una grossa banda che si veniva formando.
— Par che si voglia cominciare a gridare: viva il Re! e dar adosso ai
francesi, senza aspettare gli austro-russi. E non solo a Carmagnola, ma
un po’ da per tutto... Mandi a Villanova, il medico Pomba è vecchio e
quieto... Disponga di me, e faccia coraggio all’avvocato, vedrà che non
sarà niente.
Più tardi la febbre declinò. Oliveri, che non aveva preso nulla, volle
assolutamente una gran tazza di cioccolata.
Nella notte sopraggiunsero fierissimi dolori viscerali. Liana mandò
Gabriel in tutta fretta a Villanova. Il medico arrivò a levata di sole,
diede al malato dell’oppio, ordinò bagni e vescicatorj alle gambe. I
dolori si fecero meno forti, poi cessarono affatto.
Il medico se ne andò, promettendo di tornar nel dopo pranzo. Oliveri
sorrideva alla figlia, chiedeva or questa, or quella medicina, si
rammaricava con voce sommessa, masticava parole vaghe come chi non
arriva a raccapezzarsi, e ogni tanto ripeteva i primi versi d’un
sonetto che un amico gli aveva mandato nella primavera del ’93.
All’ombra assiso del Sabaudo ulivo
Credea varcar la mia carriera in pace
Ma, ma... ecco Bellona... ecco Bellona...
E non riusciva a rammentare il resto.
La mattinata passò. Verso mezzogiorno si acquietò, cessò di parlare; ma
sorrideva sempre a Liana, ogni volta che i loro occhi s’incontravano.
Ella gli chiese se volesse sentir leggere qualche cosa; rispose di no
con un comico gesto d’orrore. Allora ella andò ad avvicinare le imposte
e tornò a seder presso al letto.
Passò mezz’ora. Il malato giaceva supino, tranquillo. Pareva a Liana
che il respiro gli si facesse frequente, un po’ affannoso, ma non osava
muoversi per non destarlo se mai dormisse.
Improvvisamente Oliveri sobbalzò, fece l’atto di puntare i gomiti per
alzarsi a sedere.
— Babbo — mormorò Liana, — vuoi qualche cosa?
Non ebbe risposta.
— Si è riaddormentato — diss’ella tra sè, — meno male, riposerà tutto
il giorno, tutta la notte, e domattina sarà guarito.
Un bambino frignava nella via, noiosamente; una gallina chiocciava
nell’aia di Gabriel; le mosche imprigionate tra i vetri e le imposte
ronzavano rabbiose. Un momento prima Liana non li avvertiva tutti
questi rumori, e adesso... Guardava sempre suo padre. In un subito le
parve che il pallor della pelle fosse divenuto più livido, più livide
anche le labbra; poi vide, vide distintamente le pupille errar vitree
negli occhi semiaperti, e sparir sotto le palpebre. Balzò in piedi,
toccò il corpo, posò la mano sul cuore, la ritrasse tosto gettando un
grido soffocato. Cercò il campanello, gridò forte, più forte...
Menica arrivò su ansante, s’accostò al letto, poi corse a spalancar le
finestre e chiamò Gabriel.
— Sì, sì — ripeteva Liana, — Gabriel, Gabriel... e il medico anche, il
medico subito. Fate presto, per carità!
Con Gabriel entrarono nella stanza il parroco e il notaio, venuti
semplicemente per prender notizie.
La povera Liana si volgeva a questo, si volgeva a quello, smarrita,
trepidante, chiedendo consigli, rimedi, soccorso.
Si adoperarono tutti, sollecitamente. La testa di Olivieri fu coperta
di compresse, gli si fecero frizioni con panni caldi sul petto, gli si
mise sotto al naso ogni sorta di boccette e di vasetti.
— È andato in paradiso, è andato in paradiso! — mormorava Menica,
quando la signora non poteva udirla.
Infatti ogni speranza era perduta, ma nessuno osava nè desistere, nè
ritrarsi, per riguardo a Liana.
Quand’ella, voltandosi per prendere un tovagliuolo inzuppato dalle mani
di Menica, vide entrare il dottore, gli si slanciò contro con un grido
acuto, quasi giulivo:
— Bravo! venga, venga. Non c’è modo di farlo rinvenire. Guardi un po’
lei. È uno svenimento, eh? Dormiva tranquillo, stava meglio, molto
meglio, la mattina è stata eccellente... Ma senta com’è freddo! Non c’è
modo di ridestare il calore vitale; è questo, vede, è questo che mi fa
pena...
Il medico considerava il volto sbiancato, placidissimo del povero
avvocato e non osava aprir bocca. Alla fine susurrò:
— Bisogna che lei si faccia animo, cara signora, perchè... perchè...
— Perchè è andato in paradiso — interruppe Menica; — a quest’ora è già
lassù, insieme a sor Battista e a... tanti altri.
Liana si lasciò cader ginocchioni a piè del letto e non articolò più
sillaba.
Anche don Prato s’inginocchiò. Menica mise due candele sul comodino, le
accese; quindi, aiutata da Gabriel, cominciò a dar ordine alla stanza
mortuaria. Il medico ed il notaio si ritrassero a parlar sottovoce
nella finestra, poi sparirono tutti e due.
Dopo un poco Liana si alzò per baciare suo padre; don Prato le si
accostò, le prese le mani, le parlò lungamente, dolcemente. Ella
non comprendeva assolutamente nulla e non faceva alcun sforzo per
comprendere.
Si riscosse quando tutti l’ebbero lasciata; s’accorse che dal momento
in cui suo padre era spirato, dovevano essere passate più ore, poichè
la luce del crepuscolo veniva scemando. Sedette di nuovo, considerò il
volto del babbo, il crocifisso posato sul petto, fra le mani fredde
ed inerti. Oh quelle mani! Non mai ella aveva avuto di quelle mani
un tal sentimento! L’avevano sorretta bambina, l’avevano accarezzata
fino all’ultimo giorno. Le pareva di veder rotto tra quelle l’ultimo
filo che la congiungeva ancora a tante care e perenni memorie. Queste
arrivavano a folate impetuose, venivano da lontano, dai tempi della
prima fanciullezza e si perdevano come in una foltissima nebbia.
Apparivano in quel turbinio volti, persone, cose e luoghi ch’ella aveva
conosciuto, che aveva dimenticato. Le pareva che la morte del babbo
separasse nettamente il passato dall’avvenire. Ancor poche ore, poi non
vedrebbe più le sue fattezze, i suoi gesti; non udrebbe più nè la sua
voce, nè il rumor de’ suoi passi; sarebbe sola!
Si strinse le tempie fra le palme e rimase sotto l’impressione oscura
di quel pensiero: era sola! Era sola e doveva mutare la sua esistenza,
mutarne le forme. Nella sua mente continuavano a vagare immagini e
pensieri indeterminati e confusi, e subitamente si sentì soprappresa da
una forte ansietà: — Perchè Massimo non s’era fatto vedere neppure quel
giorno? Egli ignorava dunque tutto, poichè altrimenti non l’avrebbe
abbandonata in una tal circostanza. Non poteva non voler anche bene al
padre di colei ch’egli amava; di quella perdita avrebbe sofferto anche
lui...
Il buon babbo accoglieva sempre così festosamente il contino! Mostrava
di vederlo così volentieri! Sorrideva ogni qual volta li mirava vicini
e pareva chiuderli, stringerli quasi insieme con lo sguardo!
Adesso ella cercava di leggere sulla fronte marmorea che le stava
dinanzi la traccia d’un pensiero che certo vi aveva soggiornato;
e improvvisamente s’accorse che desiderava troppo la presenza del
giovane; che un sentimento di tenerezza, ricreatrice sì ma inopportuna,
s’impossessava a poco a poco dell’animo suo. Ne risentì come uno
spavento; cominciò a lottare a lottare per veder le cose nella vera
luce, per giudicarle con calma e con fermezza, per raccogliersi, per
ponderare, per decidere.
— Oh babbo, caro babbo! — diceva ella, piangendo a calde lacrime. —
Verremo a vedere tutti i giorni il luogo ove sarai... Parleremo sempre
di te...
Ora Menica, ora Gabriel si affacciavano all’uscio, davano un’occhiata
in giro e sparivano. Sulla prim’alba la serva si accostò alla padrona,
la pregò di prendere qualche cosa, d’andare a riposare un pochino.
Intanto le porgeva un biglietto:
— Questo l’han portato ieri sera sul tardi. L’avevo messo sulla madia
per non dimenticarlo, e invece... Abbia pazienza.
Liana prese il biglietto, si appressò alle fiammelle che le stavano
davanti immobili e ritte. Lesse, si strofinò gli occhi, guardò intorno
e rilesse parola per parola:
«Amica carissima.
«Due uomini, arrivati adesso a spron battuto, mi portano l’ordine
di partire nelle ventiquattr’ore per Grenoble. L’ordine è firmato
da Grouchy. Non ho modo nè di sottrarmi, nè di resistere. Parto
subito e mi porto la vostra immagine nel cuore. Parto col dolore di
non aver osato dirvi apertamente: Liana, volete essere mia moglie?
Potrò dirvelo un giorno? Quando? Pregherò Iddio che lo faccia venir
presto questo giorno. Oh se potessi credere che lo pregherete anche
voi!
«MASSIMO».
— Guardi — susurrò Menica, che contemplava il defunto, — guardi se non
par proprio che dorma e che faccia un bel sogno!