XXVII.

La stagione si riabboniva ogni dì più; la primavera si annunziava nel

turchino limpido e lucente del cielo; nella atmosfera pura e sottile,

che lasciava discernere le lontanissime cose; nell’acqua increspata da

dolcissimi aliti; nelle piante che si rivestivano di foglie e di fiori;

nei prati, ove tra l’erbe avvizzite, spuntavano innumerevoli i teneri

fili; nella campagna tutta, che germogliava e verzicava festeggiante,

premurosa di rinascere, promettitrice d’un’annata mirabilmente prospera

e feconda.

Liana anch’essa si sentiva commossa dalla divina effervescenza che si

veniva producendo all’intorno. Usciva di casa molte volte al giorno,

certa di ritrovar sempre maraviglia nuova e nuovo piacere: poichè il

giardino e i dintorni variavano in cento grate maniere aspetto e colore

al variare del cielo e delle ore. Godeva camminare sotto il sole,

temperatamente caldo, fra le carezze dell’aria salubre e olezzante;

un profondo e largo respirare che a quando a quando le si apriva dal

cuore, pareva le portasse via a nuvoli i foschi pensieri, che per tanto

tempo avevano pesato su di lei. Rideva di rado, ma sorrideva sovente,

anche da sola, mentre la sua fantasia andava mollemente vagando di

sogno in sogno. Pensava ancora assai spesso a Luigi; si affissava

talvolta nel ritratto di lui, e si accorgeva con stupore, con rammarico

che non solamente non si sentiva più schiantar dentro dalla passione

come in addietro, ma non riusciva più a rendere col pensiero a quelle

morte fattezze la vita.

La blanda commozione del giorno diveniva vera agitazione la sera.

Appena salita in camera cominciava a provare un’ansia, un misto

incomprensibile di desiderio, di dubbio, d’impazienza. Spalancava la

finestra sentendosi soffocare, e tendeva l’orecchio e aguzzava la vista

e scrutava affannosamente le tenebre, quasi attendesse un fatto ignoto

e misterioso che doveva colmarla d’una gioia ineffabile. Sovente si

trovava come travolta da un turbine di rimembranze che aveva creduto

cancellate per sempre; e talor anche le si presentava repentinamente

al pensiero lo sguardo pieno d’amore di Massimo, e certe sue parole

passate volando confusamente fra l’altre, e che tornavano spiccate,

e suonavano espressive, eloquenti, penetranti così ch’ella si sentiva

accendere il viso e balzare il cuore.

Il giovane aveva ricominciato a venire metodicamente ogni giorno,

subito dopo pranzo. Tenevano compagnia a Oliveri in quell’ora Liana,

don Prato e qualche rara volta anche Arignani.

L’avvocato, il quale, a ragione od a torto, stimava che una buona

chiacchierata aiutasse la digestione, non si chetava mai. Tutto gli

serviva per conseguire lo scopo: lettere, notizie, fantasie, ricordi.

— Venga qui, venga qui! — esclamava vedendo entrar Massimo, e

mostrandogli un foglio gualcito: — senta questa roba che mi è stata

mandata da Torino. Sono versi, con cui un mio egregio collega,

l’avvocato Nocenzo Amedeo, accompagna una spada, due fibbie e tre altri

minuti pezzi d’argento che offre in dono alla Nazion Piemontese:

Io mi disarmo il fianco,

Mi disadorno il piede

Qual Cittadin non vede

Che più non posso far?

Ex-nobile non sono

Ricco giammai son stato,

Son debole Avvocato,

Vivo del mio lavor...

Tralascio il resto. Anche il cittadino Ferrero Leonardo regala alla

patria un paio di fibbie e un parto del suo ingegno. Le fibbie son

d’argento e di forma così emblematica che tempo fa essendosi recato con

quelle ai piedi dal governatore, o, come dice Leonardo, dal Pascià di

Vercelli, s’ebbe la più acerba e minaccevole sgridata ch’egli udisse

mai. Il parto è questo:

Nel Governo atrabilare,

Dell’estinta monarchia

Questa forma equiangolare

Destò questa gelosia.

Or che un piano regolare

Succedette a tirannia,

Della Patria sull’Altare

Quest’emblema d’armonia

Io consacro a chi ci dà

Uguaglianza, e Libertà.

E avanti: musica! Che Dio ci guardi, scampi e liberi, perchè io prevedo

un diluvio di sì fatte rimacce!

Molto spesso Oliveri pescava a caso nel mare magno dei suoi ricordi e,

mentre don Prato cominciava, per esempio, a parlare delle biade che

davano indizio di non voler far la riuscita che si era sperata, lo

interrompeva di punto in bianco per chiedergli:

— Ma lei, sor parroco, non li ha visti gli emigrati?

E come il buon prete stava a bocca aperta a guardarlo, egli ripigliava

immediatamente:

— Ah non parlo dei primi, intendiamoci, di quei petulanti spensierati

che vennero col conte d’Artois e che vollero far di Torino il quartier

generale dell’emigrazione e d’altre cose ancora, tanto che si trovò

il motto: «_Augusta Taurinorum, refugium peccatorum_». No, no, voglio

parlare degli altri, di quelli che furono sbalzati di qua dall’Alpi

dalle successive scosse del formidabile terremoto. Sono questi che

bisognava vedere per farsi un’idea di quanto possa il capriccio di

madama Fortuna; chi non le ha viste, non può immaginar cosa fossero

quelle miserande comitive, composte di persone nate così in alto e

precipitate così in basso. Che miscuglio! Che guazzabuglio! Poveri

_hobereaux_ ignoranti che non avevano forse mai varcato i confini

del loro dominio, cortigiani leziosi _qui embaumaient Versailles_,

capitani illustri, invecchiati nelle armi, magistrati austeri, avvezzi

a ministrar la giustizia nei primi tribunali del grande reame, degni

e santi prelati, e nobilissimi principi, duchi, marchesi, conti,

visconti, baroni, vidami; tutta gente che avrebbe piuttosto creduto

all’estinzione del sole, che alla caduta dell’antico regime. E le

donne? Le _douairières_, le _chanoinesses_, le dame titolate di ogni

sorta e d’ogni età, quali incinte, quali con la loro creatura al petto

o in collo; e fanciulle, giovinetti, bambini coi loro fardelletti in

mano o sulle spalle, venuti a piedi o in ruvidi veicoli, stracchi,

smunti, affamati, vaganti per le strade in cerca d’asilo... Ti

ricordi, eh Liana, di quel cavaliere di Saint-Louis, che una sera

abbiamo trovato sfinito sugli scalini di San Filippo, e che fu

nostro ospite per qualche giorno? Si chiamava monsieur de Riberac, un

bellissimo tipo di gentiluomo francese, ex-ufficiale nel reggimento

Enghien (_premier au feu, dernier au pain_, come diceva egli stesso).

Poveretto, era imbecillito dalla forte sciagura, e mi rammento che

a tavola ciarlava continuamente, passando da una cosa a un’altra,

come se voltasse i fogli d’un memoriale pieno zeppo di cose slegate,

futili, morte. Cominciava, verbigrazia, a parlarci dei malumori tra

non so che cancelliere e madame Dubarry, roba di vent’anni prima;

poi del marquis de Fénille, _qui s’était rendu si célèbre dans l’art

de découper à table_; poi del _joli petit vicomte de_... vattel’a

pesca, _qui ne montait jamais à cheval sans avoir mis du rouge_. Oh!

mi par ancora di sentirlo: — _Nous avons déjeûné a Ville d’Avray...

J’ai dîné chez la belle comtesse de... Roncerolles. J’ai soupé chez

mademoiselle Clairon_... Oppure: _la parade n’a été ni plus longue, ni

plus brillante qu’à l’ordinaire: une ligne d’habits bleus, une ligne

d’habits rouges, le salut des espontons, et marche à la caserne!_...

Quand’era, o si credeva solo, moveva prestissimamente le labbra,

facendo gesti or con una mano, or con l’altra, e pareva ragionasse tra

sè. Poi un giorno scomparve e non ho mai più avute notizie di lui.

Ho sempre pensato che il cervello gli avesse dato volta del tutto

e che fosse finito nel Po, perchè quello non era uomo da andarsene

insalutato ospite; fosse stato un sergentaccio austriaco, non voglio

dire, ma un cavalier francese! La _politesse_, per Bacco!... Eh eh

eh! Gli austriaci! i nostri buoni alleati! Se chiudo gli occhi vedo

anche quelli: vedo le facce grinzose e le sordide divise dei veterani

di guarnigione, mandati come complemento del corpo ausiliario. Bravi

soldati, cred’io, ma al tempo dei tempi. A Torino non facevano altro

che dar noia alle pizzicagnole, andando alla piazza; o stavano

a grattarsi la pancia, a leccar sego ed untumi, ad intrecciarsi

reciprocamente il codino sui muricciuoli o sulle panchine dei viali.

Che porcaccioni!

Suonavano le tre; Oliveri prendeva la penna, don Prato se ne andava pei

fatti suoi, e Liana passava nella stanza attigua insieme con Massimo.

Sedevano davanti alla finestra, da una parte e dall’altra d’un piccolo

tavolino rotondo; ella cominciava a lavorare, ed egli impadronendosi

scherzosamente dell’astuccio col necessario ai lavori donneschi, stava

attento a porgerle quanto le bisognava; intanto si veniva baloccando

coll’agoraio, col ditale, con le cisoine: provando nel palpare quegli

oggetti, maneggiati e rimaneggiati da lei, un godimento fine, squisito,

che gli rinfrescava il sangue e gli allargava il cuore.

Parlavano per lo più sommessamente per non disturbare Oliveri, sia

che scrivesse o meditasse o sonnecchiasse. E questa abitudine e lo

intendersi scambievole senza bisogno di dirsi scolpitamente le cose o

condurre a capo ogni frase, pareva dovesse accrescere e stringere vie

più l’antica famigliarità. Infatti Massimo sempre si partiva convinto

d’aver fatto un altro piccolo passo verso la meta cui tendevano tutte

le sue speranze; ma il dì seguente, appena si ritrovava solo con

Liana, tornava a sentire l’invisibile, misterioso ostacolo che li

teneva divisi. Si accingeva sùbito con timidità scorata a riacquistar

pianamente quanto credeva di avere perduto; e vi riusciva. Vi riusciva

perchè anch’essa accortamente lo aiutava a cercare un tema di discorso,

su cui, come su un campo neutrale, le loro menti potessero scorrere

libere e sciolte, senza la compagnia di gravi o pungenti pensieri.

Altri momenti fuor di modo molesti per Massimo erano quelli nei quali

la signora, lasciando il lavoro, si abbandonava sulla spalliera della

sedia e si concentrava in sè stessa. Egli soffriva di queste assenze

mentali come avrebbe sofferto se, trovandosi insieme a passeggio, ella

si fosse spiccata da lui all’improvviso, senza dir motto. Allora si

metteva a contemplarla, la involgeva tutta del suo sguardo desioso,

combattuto dalla bramosia di buttarsi perdutamente ai suoi piedi e

lasciar irromper l’onda tanto contenuta della sua immensa passione, e

dal profondo rispetto ch’ella gli aveva sempre ispirato. S’immergevano

così nel silenzio. Ad un tratto Liana, scossa come dal tocco di una

mano invisibile, si rivolgeva: provavano allora per un istante l’arcano

rapimento che dà il guardarsi dentro le pupille. Ella ripigliava il suo

lavoro, e Massimo, quasi spossato da quello sforzo di adorazione muto

ed ardente, prendeva commiato.

Spesso però non si partiva che a notte. Quando l’ombra cominciava

a invader la stanza, essi acquistavano a poco a poco la nozione

dell’ampia quiete diffusa all’intorno; il lento morir della luce, la

dolcezza dell’atmosfera, le voci e i rumori lontani, l’aroma dell’erbe

e dei fiori recato dal venticello vespertino che entrava per la

finestra spalancata, innalzavano, dilettavano l’anima, pervenivano a

scuotere le scintille occulte della più delicata sensibilità.

— Povero amico! — diceva Liana tra sè, quando il giovane se n’era

andato. — Come mi ama! Chi sa? s’io volessi, potrei essere forse ancora

felice...

Perchè non voleva? — Piuttosto che cercar la risposta a una tale

domanda, ella resisteva alla tentazione del fantasticar molle, al

languor placido che s’impossessava di lei, balzava in piedi risoluta,

scendeva ed accudiva alla casa.

Ma ormai era inutile negarlo: ella non riusciva più a riconnettere i

pensieri, i casi della vita passata col suo stato presente. Si sentiva

mutata nel carattere, nelle idee, in tutto l’esser suo; si sentiva

rinnovata, ringiovanita, diventata un’altra. Aveva struggimenti di

tenerezza indefinibili, sentimenti nuovi, misti di giocondità e di

temenza, un puerile bisogno di rivolgersi a cose inanimate e gentili

per interrogarle, consultarle, trarne induzioni e pronostici.

Era dunque vero? La stessa forza ignota, le stesse sensazioni che un

giorno l’avevano spinta verso Ughes, ora la spingevano verso Massimo. E

così la fatica di combattere contro il bisogno di amare diveniva sempre

più ardua, si cangiava a grado a grado in tormento.

Ora avvenne che in uno di quei pomeriggi, mentre Oliveri, confitto

nel suo seggiolone come un mollusco nel suo nicchio, leggeva e

dormicchiava, Menica battesse all’uscio che metteva nell’andito.

L’avvocato gridò:

— Avanti!

E Menica entrando disse:

— Sor padrone, c’è qui lo speziale che cerca di lei.

Oliveri fece l’atto impaziente di chi ode cosa che gli dà noia; chiuse

subito il libro e abbrancò una penna.

— Lavoro — brontolò egli, — digli così che lavoro e che quindi...

Ma Bechio era già sulla soglia, tronfio, pettoruto, con la destra nel

panciotto tricolore, la sinistra sul pomo della sciabola enorme.

— Salute e fratellanza, cittadino Oliveri.

— Buon giorno — rispose l’avvocato. — In che posso servirvi?

Bechio aspettò che Menica se ne fosse andata pei fatti suoi, poi si

accomodò, trasse di petto un foglio e lo spiegò pianamente.

— Ecco qui — diss’egli, — questo è un discorsetto che ho scritto io per

l’inaugurazione del circolo patriottico di Murello. Non son malcontento

tutt’insieme del modo col quale l’ho combinato, ma vorrei farvi entrare

un po’ più di mitologia, e in questa non sono mai stato forte; perciò,

cittadino letterato, son venuto a pregarti...

— Ho capito — interruppe Oliveri — date qui, ce ne metterò tanta che

sarete contento.

— Un momento! — rispose Bechio, tenendo sempre in mano il suo foglio, —

vorrei ancora il vostro avviso sul mio modo di porgere.

E rizzatosi e atteggiata la persona a maestà, cominciò con voce alta e

stridente:

— Cittadini, la face della Libertà, che l’invincibile Nazione francese,

calando giù dalle montagne, venne ad accendere in Piemonte, giunse

ad illuminare anche questo nostro piccolo comune, che, appena visti

i mirifici raggi, subito ravvisò estinta l’idra della tirannide e

il drago dell’aristocrazia. Oh Libertà! da questi malnati mai sempre

combattuta e depressa, quanto sei amabile! Oh felici e beati voialtri

che avete la bella sorte di possederla! Mi raccomando, fate di non

perderla più. E voi, voi tutti barbarissimi despoti, crudelissime

sanguisughe dei popoli, tremate! Oh Murellesi! Io non offenderò le

vostre patriottiche orecchie coi nomi esecrandi dei Bertoldi, degli

Emanueli, dei Filiberti, dei Vittori, degli Amedei; non nominerò che

un Carlo, l’ultimo, il più feroce di tutti. Egli portava l’abitino del

Carmine al collo, sentiva tutti i giorni la messa, recitava sovente

il rosario, aveva ottenuto dal Papa un’immensa quantità di feste

per tutti i suoi Stati, faceva raccolta di reliquie, era ascritto a

tante confraternite, teneva, fra il lusso asiatico della sua camera

d’udienza, un gran crocifisso, di cui baciava ad ogni momento le

piaghe, insomma non la finirei più se volessi enumerare eloquentemente

tutte le infinite devozioni che praticò. Ebbene, voi avete visto le

sue truppe a Racconigi tirare a mitraglia contro povera gente, che

spietatamente oppressa, gridava: Libertà! Libertà! Libertà! E vive

ancora quel mostro; e la terra lo regge, e il cielo lo copre...

— Basta! — esclamò Oliveri, ch’era venuto sbarbicando minutamente la

sua penna, — leggete così che farete furore.

— E finirei con due versi:

Viva Eguaglianza e viva

Virtude e Libertà!

— Benissimo, benissimo.

— Perchè già io credo che non si possa far a meno d’un circolo

patriottico anche qui. Non fosse che per corrispondere con quelli di

Saluzzo, di Cuneo, di Pinerolo. Io penso che ogni villaggio dovrebbe

avere il suo, come ogni città. Tutti dobbiamo tener gli occhi addosso

ai governanti, vedere se si mantengono puri e degni del mandato che

hanno ricevuto. Senza i circoli, l’opinione pubblica non avrebbe modo

di farsi sentire; essi sono le bocche da cui tuona la voce del popolo.

Smascheriamo gli ipocriti, cittadino, smascheriamo gli ipocriti!

L’avvocato non rispose, dimenava nervosamente le ginocchia guardando il

soffitto.

— Io son contento — ripigliò Bechio, dopo una pausa, — perchè vedo che

siamo pienamente d’accordo.

Oliveri voltò la testa, lo interrogò con lo sguardo.

Lo speziale continuò tranquillamente:

— Dirò dunque agli altri municipalisti che noi due abbiamo deliberato

di fondare subito una società patriottica, e che...

— Noi?! — esclamò l’avvocato. — Come c’entro io? No, no, no, fondate

tutto quel che volete, ma lasciatemi stare.

— Ehe, cittadino, certo che potrei far benissimo senza di te. Non è

l’autorità che mi manca. Il mio partito è forte in paese. I contadini

sono quasi tutti dalla mia, e finora li ho condotti sempre dove ho

voluto... Però, ti voglio parlar chiaro: in questa faccenda ci sono

due o tre che nicchiano. Già sai chi sono: il parroco, il notaio, il

chirurgo... Ma quando sapessero che siamo concordi, eh! allora... Hai

capito? Perdiana! fra due anime come tu ed io, che vogliamo fermamente

la stessa cosa, sarà gran che se non ci vien fatta!

Oliveri diceva di no colla testa, e si andava scontorcendo sempre più.

Bechio si accostò, gli posò una mano sull’omero:

— Ma insomma, sei o non sei un buon patriotta?

— Son quel che sono, santo Iddio!

— Che Dio d’Egitto! L’_Être suprême_, caro te! E andiamo avanti. Ma

vedete un po’? io che credevo di farti un piacere, un onore!

Si allontanò a lenti passi; giunto in mezzo alla stanza, levò le mani

in alto e cominciò con enfasi:

— Oh spirito sublime, sublimissimo di Luigi Ughes, tu che siedi

immortale nel regno dell’eterna felicità, fra i Junod, i Chantel, i

Boyer, i Berteu, i Tenivelli, i Paroletti, i Buglioni, e fra gli altri

innumerevoli subalpini, strenui difensori dell’eccelsa causa della

nostra Libertà e vittime della savoiarda barbarie, guarda in giù, e

vedrai il suocero tuo che rifiuta di seguire le orme tue gloriose...

— Alle corte: volete denari?

— Denari! — esclamò lo speziale, continuando a scrollare il capo verso

i martiri invisibili. — Lo sentite? Voi avete dato il sangue, o grandi

anime politiche, e costui offre denari! — Incrociò le braccia e guardò

l’avvocato con piglio severo: — È una gran fortuna per te, ch’io sia

solo a conoscere il tuo procedere incivico.

Oliveri alzò sdegnosamente le spalle.

— Ehee! — fece Bechio, tenendogli addosso gli occhi irritati, — questo

non è tempo da motteggi. Per viver tranquilli, bisogna rigar diritti.

— Di ciò lasciatene il pensiero a me.

— Uomo avvisato, mezzo salvato.

— Va bene, va bene.

— E vuoi sapere cosa si dirà?

— Non me ne importa un cavolo!

— Si dirà che tu regoli le tue opinioni sugli amori di tua figlia.

L’avvocato die’ un balzo, impugnò, strinse i bracciuoli del seggiolone,

voltò verso l’omiciattolo la fronte in burrasca.

— Non capisco — balbettò, — non capisco proprio...

— Eh via! — ripigliò lo speziale, strascicando le parole, —

figuriamoci! Quando tua figlia viveva col medico, tu eri repubblicano;

adesso che è l’amorosa d’un nobile, tu sei realista!

Oliveri allungò rapidamente la mano, afferrò il calamaio che aveva

davanti e glielo scaraventò addosso di tutta forza. Bechio cacciò un

singhiozzo rabbioso, diè un passo indietro e si guardò il panciotto

sconciamente sbrodolato di nero.

— Giuraddio! — imprecò poi, facendo l’atto di sfoderare la sciabola. —

Adesso vedremo un bel giuoco...

Non aveva finito di dire, che l’uscio della stanza contigua fu aperto

di colpo; Massimo si slanciò fuori, pigliò lo speziale per il petto, lo

squassò, lo ributtò, sparì con lui nell’andito.

Rientrò dopo un momento, raccolse e gettò dalla finestra il berretto

del repubblicano rimasto in terra, poi stette a capo basso, finchè non

ebbe udita un’usciata violenta e lontana.

— Bene — diss’egli, — se n’è andato.

Oliveri, dinoccolato nel suo seggiolone, soffiava come un mantice;

Liana, curva sopra di lui, gli domandava premurosamente come si

sentisse e se volesse prendere qualche cosa. Ma ci volle del buono e

del bello prima di ottenere una risposta.

— Camomilla, camomilla; ma più tardi, non adesso... Lasciami riprender

fiato... Ooh! l’ho fatta grossa. Uscir dai gangheri a questo modo, alla

mia età! È la prima volta in vita mia, e mi sarà fatale. Il cuore mi

dice che avremo dei guai, dei guai, dei guai; ed ho sempre veduto che

certi presentimenti non isbagliano.

Massimo si accostò per cercar di acquietarlo.

— Anche lei — proseguì Oliveri, — anche lei... Cosa diavolo le è venuto

in mente di saltare in bestia anche lei? Non bastava quel che avevo

fatto io?

— Senta — osservò il giovane, — colui era armato, io no: se avesse

voluto...

— Bella ragione! Cosa voleva fare, in nome di Dio? Venir a singolar

certame qui in questa stanza? Non ci sarebbe mancato altro. Lei poi non

conosce Bechio, se lo crede uomo da stare a tu per tu con qualcuno.

Scappa, sguscia di mano, ma poi... poi si vendica. Non ha pensato

che poteva metter su tutto il paese? Scommetto che a quest’ora è in

giro a far gente. Ci vuol poco, nei tempi in cui siamo, a scatenar

la plebaglia. Basta una calunnia, un’insinuazione, una favola; basta

una scintilla per dar fuoco a una mina. Chi sa mai cosa inventerà

quel birbante matricolato! Oh Liana, figlia mia, ch’io abbia a veder

questa casa distrutta a furia di popolo! Che sarà di noi? Cittadino!...

No, voglio dire signor cont... signor Massimo, insomma, creda a me,

l’abbiam fatta grossa!

Allora il giovane, per rassicurarlo alla meglio e per lasciare che

il suo corruccio finisse di sbollire, si profferse d’andar a dare

un’occhiata al paese.

— Per carità! — esclamò Liana, e voleva continuare, pregarlo di non

esporsi in nessun modo, ma l’avvocato le ruppe le parole in bocca:

— Ecco, sì, per carità! badiamo di non far altre imprudenze.

— Stia tranquillo — rispose Massimo, un po’ asciutto.

Liana gli porse la mano.

— Torni presto — diss’ella.

— Subito, tornerò subito a riferire.

Così dicendo Massimo uscì rapidamente. S’avviò verso la strada

principale; non incontrò anima vivente fino alla cantonata, ma là,

essendosi fermato per guardare a destra e a sinistra, si vide salutato

molto rispettosamente da due contadini seduti sullo scalino d’un

portico, poi da altri parecchi che facevano cerchio a un merciaiuolo;

una ragazzotta molto fatticcia chinò il capo sorridendo nel passargli

davanti; anche un cane sdraiato in mezzo alla strada si alzò, si

stirò e venne, scodinzolando, a fiutargli la tromba degli stivali.

Nel villaggio tutto era come all’ordinario; s’avvicinava l’Avemaria;

la chiesa della Confraternita di San Giuseppe, il campanile, le case

vicine spiccavano sul cielo color d’opale, screziato d’oro qua e là.

Era una fine di giorno dolcissima, foriera d’una placidissima notte;

non era possibile immaginar nulla di fosco o di triste, non si vedeva

alcun segno precursore di guai: il gran palo piantato davanti alla casa

del comune, il famoso albero della Libertà, col suo berrettaccio in

punta e le rozze bandiere fuor di simmetria, pareva nulla più che uno

smisurato spauracchio.

Oliveri intanto aveva bevuta una buona infusione di camomilla, ma si

sentiva ancor tutto conturbato.

— Ah sì? — diss’egli, quando Massimo ebbe affermato con sicurtà che

di fuori tutto era tranquillo. — Bene bene, tanto meglio; ma vedremo

stanotte... Quella gente lì lavora di notte, come le jene e le volpi;

astuzia e ferocia, ecco. Oh figuratevi un po’ se non so con chi ho da

fare!... Ohi, ohi! Cos’è questo?

— Suonano l’Avemaria, caro babbo — rispondeva Liana.

— Ne sei sicura? Però senti che colpi staccati, che martellate

tremende; non si direbbe che quell’asino d’un campanaro ha la febbre?

Sentite, sentite!... Ad ogni modo bisognerà vedere più tardi. E se

accade qualche cosa, che farò io, un uomo solo con sulle braccia due

donne?

— Abbiamo Gabriel — osservò Liana.

— Gabriel! Chi lo vede mai Gabriel? Chi ci può contare sopra? Poi

cosa vuoi che facciano due uomini, per quanto animosi, contro cento o

duecento o trecento, chi può sapere?

Massimo si fece avanti e dichiarò che sarebbe rimasto con loro fino al

mattino.

— Come! — esclamò l’avvocato — vuole star qui tutta la notte?

— Sicuro; e non farò che il mio dovere, poichè in questa faccenda ci ho

pure la mia parte di colpa.

— Saremo tre, dunque. Meno male. Mi sento già un po’ più tranquillo.

— Però — suggerì Liana, che evitava studiosamente d’incontrar gli occhi

di Massimo, — bisognerebbe avvertire la signora contessa; non vedendo

tornar suo figlio, si metterà in apprensione...

— Niente di più facile! — interruppe Oliveri. — Il signor Massimo

scrive un biglietto, e noi lo facciamo recapitare dal nipote di Menica.

Non è un affare di Stato!

Massimo scrisse a sua madre due righe, che gli parvero atte a

rassicurarla; e Liana, fatto chiamare il garzoncello, gliele affidò.

A cena l’avvocato mangiò con la consueta ingordigia, interrompendo ogni

tanto l’atto del masticare per stare in ascolto.

Nè Massimo, nè Liana avevano desiderio di cibo. Egli sentiva vivamente

la fuggevolezza di quei momenti e cercava di afferrare, di assaporare

tutta la sensazione inebriante della presenza di lei. Ella non avrebbe

saputo dire a che cosa pensasse. Mai come in quella sera aveva avuto

coscienza della propria gioventù, della propria forza, delle proprie

attrattive. Una voce misteriosa le ripeteva all’orecchio: — Hai patito,

è pur vero, ma l’ora della ricompensa è vicina. La vita è lunga, e può

essere ancora divinamente bella per te.

E più Liana cercava di scacciare queste idee, che le parevano folli e

inopportune, e più la voce insisteva lusinghiera, insidiosa, soave.

Dopo le frutta Oliveri si alzò e andò a gettarsi sul canapè: già

era inutile ch’egli salisse in camera, non volendo dormire e nemmen

coricarsi. I due giovani rimasero a tavola, seduti di fronte, senza

levar più gli occhi, perchè lo sguardo del vecchio pesava loro addosso

e li intimidiva. Essi sentivano, in quel silenzio, un’impazienza

tentarli, l’impazienza di chi, avendo bisogno di aria e di moto, deve

frenarsi in un indugio noioso.

Alla fine Massimo si alzò e rivolgendosi all’avvocato, disse sorridendo

che, da buon capitano, andava ad esplorare le mosse del nemico. Oliveri

non rispose che con un leggiero abbassamento delle palpebre, e di

seduto ch’egli era, si lasciò andar supino.

Liana, com’ebbe udito perdersi i passi del giovane dalla parte della

parrocchia, andò a prendere un libro sul piano del camino. Aveva per

titolo: — _Versi di Diodata Saluzzo fra gli Arcadi Glaucilla Eurotea._

— Aprì inconsapevolmente il volume a pagina 264, senza ricordare

in quell’ora quante volte avesse cercato con le lagrime agli occhi

il poemetto IV: — _Alla marchesa Cristina Morozzo Tapparelli nella

supposta morte del marchese Cesare Tapparelli d’Azeglio suo consorte._

— Cominciò a leggere con certa attenzione:

Era la Notte, ed il suo cieco errore

Avviluppava una metà del mondo:

Pingea la luna candido pallore

Specchio all’altro maggior auriga biondo:

In manto negro trasvolando l’ore

Cadean d’eternità nel sen profondo,

E lentamente tra quel cupo speco

Piangeva ’l gufo, rispondeva l’eco.

Qui alzò il viso e tese l’orecchio: strano caso, s’udiva realmente a

quando a quando il lamento d’un gufo sul cipresso ch’era dietro alla

casa. Riprese la lettura, ma accorgendosi che avrebbe quasi potuto

seguitare a memoria, passò oltre, arrivò a pagina 291, al poemetto

VI: — _Penelope. Alla marchesa Cristina Morozzo Tapparelli nel ritorno

del suo consorte._ — Aveva un bel configgere gli occhi nel libro, non

riusciva più a dimenticarvisi dentro come nel passato; non comprendeva

nemmeno più: l’assenza come la presenza di Massimo la rendevano

ugualmente distratta. Si voltò a guardar suo padre: aveva gli occhi

chiusi, dalla bocca semi-aperta usciva un soffio lento ed uguale.

— Dorme — pensò Liana rizzandosi, — per il momento non ha bisogno di me.

E si fece pian piano alla soglia.

La notte era bella, mirabilmente serena; la via lattea traversava

il campo infinito come un seminato di diamanti; v’era nell’aria una

soprabbondanza di vita, che penetrando nel petto ad ogni inspirazione,

parea trasformarsi sull’atto in forza ed in letizia. Dopo un poco

ella uscì avidamente in giardino, e stette attenta con la vista e

con l’udito. Il viale che metteva alla parrocchia si apriva nero come

la gola d’un antro mitologico, pure, sembrandole di sentir cigolare

il cancelletto ch’era in fondo, ed immaginando fosse Massimo che

ritornasse, vi si avviò.

Non si era forse ancor inoltrata un dieci passi, quando si trovò

assalita da un senso inesplicabile di spavento: non c’era dubbio,

qualcuno la seguiva da vicino, le stava alle spalle; ella non poteva

più nè indietreggiare, nè voltarsi, senza urtarlo od averlo di contro.

Si arrestò, cercando vincere il ribrezzo che dall’animo si estendeva

rapidamente al corpo per soggiogarlo. Riuscì a rimanere immobile,

mentre negli oscuri abissi della memoria si destavano, ribelli alla

ragione, tutte le obliate paure infantili, tutte le più antiche

reminiscenze di cose soprannaturali lette, udite, immaginate o

sognate. Ogni minuto parea mille; e subitaneamente quell’ostinazione di

resistenza mancò: Liana sentì di nuovo l’imperio violento, vertiginoso

del terrore, cedette ad un folle impulso di corsa.

Massimo, riaprendo il cancelletto, se la trovò di fronte tutta

tremante, quasi convulsa.

— Cos’è stato? — esclamò sbigottito. — Le è succeduto qualche cosa?

Liana gli prese il braccio e vi si appoggiò, continuando ad ansimare,

crollando il capo ad ogni domanda ch’egli le veniva facendo.

— Oh! — rispose poi, com’ebbe ripreso fiato — mio padre dorme

tranquillo; non mi è accaduto niente, assolutamente niente. Mi sono

intimorita così tutt’a un tratto, non so perchè, non so di che... Sono

una sciocca, ecco tutto.

— Coraggio, dunque! Stia di buon animo. Il villaggio non potrebbe

essere più quieto. Le assicuro che non c’è veramente nulla da temere.

Ella ritirò il braccio e si mosse verso casa. Egli la seguì da vicino,

e fatti pochi passi le tastò leggermente, timidamente una spalla.

— Come! Perchè è uscita così, senza uno scialle, senza una mantiglia?

Perchè?...

— Perchè non ho freddo — rispose la signora, — anzi... Non sente che fa

quasi caldo?

No, egli non sentiva che l’emanazione viva e fresca del bellissimo

corpo di lei; la sentiva intorno e dentro di sè, nel volto, nel

cervello, nel cuore.

Giunsero nel più folto del viale; egli le prese una mano.

— È qui che lei ha avuto paura?

— Non so... Sì, forse è qui.

— È passata?

— Certo... poichè son con lei...

Ella guardava intorno quasi cercando nel buio la causa occulta dello

spavento provato.

— Dunque — ripigliò il giovane, con voce più bassa e tremante, — dunque

lo sa che le voglio bene? N’è pienamente persuasa, non è vero? S’ella

volesse affidarsi al mio amore... saprei trovare forza e coraggio in

ogni caso della vita travagliosa cui ci facciamo incontro, in questi

tempi di rabbia, di sciagure, di sangue...

Tacque subitamente: la sua spalla era a contatto con quella di Liana,

ed ella non si ritraeva... Stese il braccio e le cinse dolcemente la

vita; poi chinò il viso e trovò i capelli, la fronte, le labbra!

La bufera · 第 33 / 43 题