La stagione si riabboniva ogni dì più; la primavera si annunziava nel
turchino limpido e lucente del cielo; nella atmosfera pura e sottile,
che lasciava discernere le lontanissime cose; nell’acqua increspata da
dolcissimi aliti; nelle piante che si rivestivano di foglie e di fiori;
nei prati, ove tra l’erbe avvizzite, spuntavano innumerevoli i teneri
fili; nella campagna tutta, che germogliava e verzicava festeggiante,
premurosa di rinascere, promettitrice d’un’annata mirabilmente prospera
e feconda.
Liana anch’essa si sentiva commossa dalla divina effervescenza che si
veniva producendo all’intorno. Usciva di casa molte volte al giorno,
certa di ritrovar sempre maraviglia nuova e nuovo piacere: poichè il
giardino e i dintorni variavano in cento grate maniere aspetto e colore
al variare del cielo e delle ore. Godeva camminare sotto il sole,
temperatamente caldo, fra le carezze dell’aria salubre e olezzante;
un profondo e largo respirare che a quando a quando le si apriva dal
cuore, pareva le portasse via a nuvoli i foschi pensieri, che per tanto
tempo avevano pesato su di lei. Rideva di rado, ma sorrideva sovente,
anche da sola, mentre la sua fantasia andava mollemente vagando di
sogno in sogno. Pensava ancora assai spesso a Luigi; si affissava
talvolta nel ritratto di lui, e si accorgeva con stupore, con rammarico
che non solamente non si sentiva più schiantar dentro dalla passione
come in addietro, ma non riusciva più a rendere col pensiero a quelle
morte fattezze la vita.
La blanda commozione del giorno diveniva vera agitazione la sera.
Appena salita in camera cominciava a provare un’ansia, un misto
incomprensibile di desiderio, di dubbio, d’impazienza. Spalancava la
finestra sentendosi soffocare, e tendeva l’orecchio e aguzzava la vista
e scrutava affannosamente le tenebre, quasi attendesse un fatto ignoto
e misterioso che doveva colmarla d’una gioia ineffabile. Sovente si
trovava come travolta da un turbine di rimembranze che aveva creduto
cancellate per sempre; e talor anche le si presentava repentinamente
al pensiero lo sguardo pieno d’amore di Massimo, e certe sue parole
passate volando confusamente fra l’altre, e che tornavano spiccate,
e suonavano espressive, eloquenti, penetranti così ch’ella si sentiva
accendere il viso e balzare il cuore.
Il giovane aveva ricominciato a venire metodicamente ogni giorno,
subito dopo pranzo. Tenevano compagnia a Oliveri in quell’ora Liana,
don Prato e qualche rara volta anche Arignani.
L’avvocato, il quale, a ragione od a torto, stimava che una buona
chiacchierata aiutasse la digestione, non si chetava mai. Tutto gli
serviva per conseguire lo scopo: lettere, notizie, fantasie, ricordi.
— Venga qui, venga qui! — esclamava vedendo entrar Massimo, e
mostrandogli un foglio gualcito: — senta questa roba che mi è stata
mandata da Torino. Sono versi, con cui un mio egregio collega,
l’avvocato Nocenzo Amedeo, accompagna una spada, due fibbie e tre altri
minuti pezzi d’argento che offre in dono alla Nazion Piemontese:
Io mi disarmo il fianco,
Mi disadorno il piede
Qual Cittadin non vede
Che più non posso far?
Ex-nobile non sono
Ricco giammai son stato,
Son debole Avvocato,
Vivo del mio lavor...
Tralascio il resto. Anche il cittadino Ferrero Leonardo regala alla
patria un paio di fibbie e un parto del suo ingegno. Le fibbie son
d’argento e di forma così emblematica che tempo fa essendosi recato con
quelle ai piedi dal governatore, o, come dice Leonardo, dal Pascià di
Vercelli, s’ebbe la più acerba e minaccevole sgridata ch’egli udisse
mai. Il parto è questo:
Nel Governo atrabilare,
Dell’estinta monarchia
Questa forma equiangolare
Destò questa gelosia.
Or che un piano regolare
Succedette a tirannia,
Della Patria sull’Altare
Quest’emblema d’armonia
Io consacro a chi ci dà
Uguaglianza, e Libertà.
E avanti: musica! Che Dio ci guardi, scampi e liberi, perchè io prevedo
un diluvio di sì fatte rimacce!
Molto spesso Oliveri pescava a caso nel mare magno dei suoi ricordi e,
mentre don Prato cominciava, per esempio, a parlare delle biade che
davano indizio di non voler far la riuscita che si era sperata, lo
interrompeva di punto in bianco per chiedergli:
— Ma lei, sor parroco, non li ha visti gli emigrati?
E come il buon prete stava a bocca aperta a guardarlo, egli ripigliava
immediatamente:
— Ah non parlo dei primi, intendiamoci, di quei petulanti spensierati
che vennero col conte d’Artois e che vollero far di Torino il quartier
generale dell’emigrazione e d’altre cose ancora, tanto che si trovò
il motto: «_Augusta Taurinorum, refugium peccatorum_». No, no, voglio
parlare degli altri, di quelli che furono sbalzati di qua dall’Alpi
dalle successive scosse del formidabile terremoto. Sono questi che
bisognava vedere per farsi un’idea di quanto possa il capriccio di
madama Fortuna; chi non le ha viste, non può immaginar cosa fossero
quelle miserande comitive, composte di persone nate così in alto e
precipitate così in basso. Che miscuglio! Che guazzabuglio! Poveri
_hobereaux_ ignoranti che non avevano forse mai varcato i confini
del loro dominio, cortigiani leziosi _qui embaumaient Versailles_,
capitani illustri, invecchiati nelle armi, magistrati austeri, avvezzi
a ministrar la giustizia nei primi tribunali del grande reame, degni
e santi prelati, e nobilissimi principi, duchi, marchesi, conti,
visconti, baroni, vidami; tutta gente che avrebbe piuttosto creduto
all’estinzione del sole, che alla caduta dell’antico regime. E le
donne? Le _douairières_, le _chanoinesses_, le dame titolate di ogni
sorta e d’ogni età, quali incinte, quali con la loro creatura al petto
o in collo; e fanciulle, giovinetti, bambini coi loro fardelletti in
mano o sulle spalle, venuti a piedi o in ruvidi veicoli, stracchi,
smunti, affamati, vaganti per le strade in cerca d’asilo... Ti
ricordi, eh Liana, di quel cavaliere di Saint-Louis, che una sera
abbiamo trovato sfinito sugli scalini di San Filippo, e che fu
nostro ospite per qualche giorno? Si chiamava monsieur de Riberac, un
bellissimo tipo di gentiluomo francese, ex-ufficiale nel reggimento
Enghien (_premier au feu, dernier au pain_, come diceva egli stesso).
Poveretto, era imbecillito dalla forte sciagura, e mi rammento che
a tavola ciarlava continuamente, passando da una cosa a un’altra,
come se voltasse i fogli d’un memoriale pieno zeppo di cose slegate,
futili, morte. Cominciava, verbigrazia, a parlarci dei malumori tra
non so che cancelliere e madame Dubarry, roba di vent’anni prima;
poi del marquis de Fénille, _qui s’était rendu si célèbre dans l’art
de découper à table_; poi del _joli petit vicomte de_... vattel’a
pesca, _qui ne montait jamais à cheval sans avoir mis du rouge_. Oh!
mi par ancora di sentirlo: — _Nous avons déjeûné a Ville d’Avray...
J’ai dîné chez la belle comtesse de... Roncerolles. J’ai soupé chez
mademoiselle Clairon_... Oppure: _la parade n’a été ni plus longue, ni
plus brillante qu’à l’ordinaire: une ligne d’habits bleus, une ligne
d’habits rouges, le salut des espontons, et marche à la caserne!_...
Quand’era, o si credeva solo, moveva prestissimamente le labbra,
facendo gesti or con una mano, or con l’altra, e pareva ragionasse tra
sè. Poi un giorno scomparve e non ho mai più avute notizie di lui.
Ho sempre pensato che il cervello gli avesse dato volta del tutto
e che fosse finito nel Po, perchè quello non era uomo da andarsene
insalutato ospite; fosse stato un sergentaccio austriaco, non voglio
dire, ma un cavalier francese! La _politesse_, per Bacco!... Eh eh
eh! Gli austriaci! i nostri buoni alleati! Se chiudo gli occhi vedo
anche quelli: vedo le facce grinzose e le sordide divise dei veterani
di guarnigione, mandati come complemento del corpo ausiliario. Bravi
soldati, cred’io, ma al tempo dei tempi. A Torino non facevano altro
che dar noia alle pizzicagnole, andando alla piazza; o stavano
a grattarsi la pancia, a leccar sego ed untumi, ad intrecciarsi
reciprocamente il codino sui muricciuoli o sulle panchine dei viali.
Che porcaccioni!
Suonavano le tre; Oliveri prendeva la penna, don Prato se ne andava pei
fatti suoi, e Liana passava nella stanza attigua insieme con Massimo.
Sedevano davanti alla finestra, da una parte e dall’altra d’un piccolo
tavolino rotondo; ella cominciava a lavorare, ed egli impadronendosi
scherzosamente dell’astuccio col necessario ai lavori donneschi, stava
attento a porgerle quanto le bisognava; intanto si veniva baloccando
coll’agoraio, col ditale, con le cisoine: provando nel palpare quegli
oggetti, maneggiati e rimaneggiati da lei, un godimento fine, squisito,
che gli rinfrescava il sangue e gli allargava il cuore.
Parlavano per lo più sommessamente per non disturbare Oliveri, sia
che scrivesse o meditasse o sonnecchiasse. E questa abitudine e lo
intendersi scambievole senza bisogno di dirsi scolpitamente le cose o
condurre a capo ogni frase, pareva dovesse accrescere e stringere vie
più l’antica famigliarità. Infatti Massimo sempre si partiva convinto
d’aver fatto un altro piccolo passo verso la meta cui tendevano tutte
le sue speranze; ma il dì seguente, appena si ritrovava solo con
Liana, tornava a sentire l’invisibile, misterioso ostacolo che li
teneva divisi. Si accingeva sùbito con timidità scorata a riacquistar
pianamente quanto credeva di avere perduto; e vi riusciva. Vi riusciva
perchè anch’essa accortamente lo aiutava a cercare un tema di discorso,
su cui, come su un campo neutrale, le loro menti potessero scorrere
libere e sciolte, senza la compagnia di gravi o pungenti pensieri.
Altri momenti fuor di modo molesti per Massimo erano quelli nei quali
la signora, lasciando il lavoro, si abbandonava sulla spalliera della
sedia e si concentrava in sè stessa. Egli soffriva di queste assenze
mentali come avrebbe sofferto se, trovandosi insieme a passeggio, ella
si fosse spiccata da lui all’improvviso, senza dir motto. Allora si
metteva a contemplarla, la involgeva tutta del suo sguardo desioso,
combattuto dalla bramosia di buttarsi perdutamente ai suoi piedi e
lasciar irromper l’onda tanto contenuta della sua immensa passione, e
dal profondo rispetto ch’ella gli aveva sempre ispirato. S’immergevano
così nel silenzio. Ad un tratto Liana, scossa come dal tocco di una
mano invisibile, si rivolgeva: provavano allora per un istante l’arcano
rapimento che dà il guardarsi dentro le pupille. Ella ripigliava il suo
lavoro, e Massimo, quasi spossato da quello sforzo di adorazione muto
ed ardente, prendeva commiato.
Spesso però non si partiva che a notte. Quando l’ombra cominciava
a invader la stanza, essi acquistavano a poco a poco la nozione
dell’ampia quiete diffusa all’intorno; il lento morir della luce, la
dolcezza dell’atmosfera, le voci e i rumori lontani, l’aroma dell’erbe
e dei fiori recato dal venticello vespertino che entrava per la
finestra spalancata, innalzavano, dilettavano l’anima, pervenivano a
scuotere le scintille occulte della più delicata sensibilità.
— Povero amico! — diceva Liana tra sè, quando il giovane se n’era
andato. — Come mi ama! Chi sa? s’io volessi, potrei essere forse ancora
felice...
Perchè non voleva? — Piuttosto che cercar la risposta a una tale
domanda, ella resisteva alla tentazione del fantasticar molle, al
languor placido che s’impossessava di lei, balzava in piedi risoluta,
scendeva ed accudiva alla casa.
Ma ormai era inutile negarlo: ella non riusciva più a riconnettere i
pensieri, i casi della vita passata col suo stato presente. Si sentiva
mutata nel carattere, nelle idee, in tutto l’esser suo; si sentiva
rinnovata, ringiovanita, diventata un’altra. Aveva struggimenti di
tenerezza indefinibili, sentimenti nuovi, misti di giocondità e di
temenza, un puerile bisogno di rivolgersi a cose inanimate e gentili
per interrogarle, consultarle, trarne induzioni e pronostici.
Era dunque vero? La stessa forza ignota, le stesse sensazioni che un
giorno l’avevano spinta verso Ughes, ora la spingevano verso Massimo. E
così la fatica di combattere contro il bisogno di amare diveniva sempre
più ardua, si cangiava a grado a grado in tormento.
Ora avvenne che in uno di quei pomeriggi, mentre Oliveri, confitto
nel suo seggiolone come un mollusco nel suo nicchio, leggeva e
dormicchiava, Menica battesse all’uscio che metteva nell’andito.
L’avvocato gridò:
— Avanti!
E Menica entrando disse:
— Sor padrone, c’è qui lo speziale che cerca di lei.
Oliveri fece l’atto impaziente di chi ode cosa che gli dà noia; chiuse
subito il libro e abbrancò una penna.
— Lavoro — brontolò egli, — digli così che lavoro e che quindi...
Ma Bechio era già sulla soglia, tronfio, pettoruto, con la destra nel
panciotto tricolore, la sinistra sul pomo della sciabola enorme.
— Salute e fratellanza, cittadino Oliveri.
— Buon giorno — rispose l’avvocato. — In che posso servirvi?
Bechio aspettò che Menica se ne fosse andata pei fatti suoi, poi si
accomodò, trasse di petto un foglio e lo spiegò pianamente.
— Ecco qui — diss’egli, — questo è un discorsetto che ho scritto io per
l’inaugurazione del circolo patriottico di Murello. Non son malcontento
tutt’insieme del modo col quale l’ho combinato, ma vorrei farvi entrare
un po’ più di mitologia, e in questa non sono mai stato forte; perciò,
cittadino letterato, son venuto a pregarti...
— Ho capito — interruppe Oliveri — date qui, ce ne metterò tanta che
sarete contento.
— Un momento! — rispose Bechio, tenendo sempre in mano il suo foglio, —
vorrei ancora il vostro avviso sul mio modo di porgere.
E rizzatosi e atteggiata la persona a maestà, cominciò con voce alta e
stridente:
— Cittadini, la face della Libertà, che l’invincibile Nazione francese,
calando giù dalle montagne, venne ad accendere in Piemonte, giunse
ad illuminare anche questo nostro piccolo comune, che, appena visti
i mirifici raggi, subito ravvisò estinta l’idra della tirannide e
il drago dell’aristocrazia. Oh Libertà! da questi malnati mai sempre
combattuta e depressa, quanto sei amabile! Oh felici e beati voialtri
che avete la bella sorte di possederla! Mi raccomando, fate di non
perderla più. E voi, voi tutti barbarissimi despoti, crudelissime
sanguisughe dei popoli, tremate! Oh Murellesi! Io non offenderò le
vostre patriottiche orecchie coi nomi esecrandi dei Bertoldi, degli
Emanueli, dei Filiberti, dei Vittori, degli Amedei; non nominerò che
un Carlo, l’ultimo, il più feroce di tutti. Egli portava l’abitino del
Carmine al collo, sentiva tutti i giorni la messa, recitava sovente
il rosario, aveva ottenuto dal Papa un’immensa quantità di feste
per tutti i suoi Stati, faceva raccolta di reliquie, era ascritto a
tante confraternite, teneva, fra il lusso asiatico della sua camera
d’udienza, un gran crocifisso, di cui baciava ad ogni momento le
piaghe, insomma non la finirei più se volessi enumerare eloquentemente
tutte le infinite devozioni che praticò. Ebbene, voi avete visto le
sue truppe a Racconigi tirare a mitraglia contro povera gente, che
spietatamente oppressa, gridava: Libertà! Libertà! Libertà! E vive
ancora quel mostro; e la terra lo regge, e il cielo lo copre...
— Basta! — esclamò Oliveri, ch’era venuto sbarbicando minutamente la
sua penna, — leggete così che farete furore.
— E finirei con due versi:
Viva Eguaglianza e viva
Virtude e Libertà!
— Benissimo, benissimo.
— Perchè già io credo che non si possa far a meno d’un circolo
patriottico anche qui. Non fosse che per corrispondere con quelli di
Saluzzo, di Cuneo, di Pinerolo. Io penso che ogni villaggio dovrebbe
avere il suo, come ogni città. Tutti dobbiamo tener gli occhi addosso
ai governanti, vedere se si mantengono puri e degni del mandato che
hanno ricevuto. Senza i circoli, l’opinione pubblica non avrebbe modo
di farsi sentire; essi sono le bocche da cui tuona la voce del popolo.
Smascheriamo gli ipocriti, cittadino, smascheriamo gli ipocriti!
L’avvocato non rispose, dimenava nervosamente le ginocchia guardando il
soffitto.
— Io son contento — ripigliò Bechio, dopo una pausa, — perchè vedo che
siamo pienamente d’accordo.
Oliveri voltò la testa, lo interrogò con lo sguardo.
Lo speziale continuò tranquillamente:
— Dirò dunque agli altri municipalisti che noi due abbiamo deliberato
di fondare subito una società patriottica, e che...
— Noi?! — esclamò l’avvocato. — Come c’entro io? No, no, no, fondate
tutto quel che volete, ma lasciatemi stare.
— Ehe, cittadino, certo che potrei far benissimo senza di te. Non è
l’autorità che mi manca. Il mio partito è forte in paese. I contadini
sono quasi tutti dalla mia, e finora li ho condotti sempre dove ho
voluto... Però, ti voglio parlar chiaro: in questa faccenda ci sono
due o tre che nicchiano. Già sai chi sono: il parroco, il notaio, il
chirurgo... Ma quando sapessero che siamo concordi, eh! allora... Hai
capito? Perdiana! fra due anime come tu ed io, che vogliamo fermamente
la stessa cosa, sarà gran che se non ci vien fatta!
Oliveri diceva di no colla testa, e si andava scontorcendo sempre più.
Bechio si accostò, gli posò una mano sull’omero:
— Ma insomma, sei o non sei un buon patriotta?
— Son quel che sono, santo Iddio!
— Che Dio d’Egitto! L’_Être suprême_, caro te! E andiamo avanti. Ma
vedete un po’? io che credevo di farti un piacere, un onore!
Si allontanò a lenti passi; giunto in mezzo alla stanza, levò le mani
in alto e cominciò con enfasi:
— Oh spirito sublime, sublimissimo di Luigi Ughes, tu che siedi
immortale nel regno dell’eterna felicità, fra i Junod, i Chantel, i
Boyer, i Berteu, i Tenivelli, i Paroletti, i Buglioni, e fra gli altri
innumerevoli subalpini, strenui difensori dell’eccelsa causa della
nostra Libertà e vittime della savoiarda barbarie, guarda in giù, e
vedrai il suocero tuo che rifiuta di seguire le orme tue gloriose...
— Alle corte: volete denari?
— Denari! — esclamò lo speziale, continuando a scrollare il capo verso
i martiri invisibili. — Lo sentite? Voi avete dato il sangue, o grandi
anime politiche, e costui offre denari! — Incrociò le braccia e guardò
l’avvocato con piglio severo: — È una gran fortuna per te, ch’io sia
solo a conoscere il tuo procedere incivico.
Oliveri alzò sdegnosamente le spalle.
— Ehee! — fece Bechio, tenendogli addosso gli occhi irritati, — questo
non è tempo da motteggi. Per viver tranquilli, bisogna rigar diritti.
— Di ciò lasciatene il pensiero a me.
— Uomo avvisato, mezzo salvato.
— Va bene, va bene.
— E vuoi sapere cosa si dirà?
— Non me ne importa un cavolo!
— Si dirà che tu regoli le tue opinioni sugli amori di tua figlia.
L’avvocato die’ un balzo, impugnò, strinse i bracciuoli del seggiolone,
voltò verso l’omiciattolo la fronte in burrasca.
— Non capisco — balbettò, — non capisco proprio...
— Eh via! — ripigliò lo speziale, strascicando le parole, —
figuriamoci! Quando tua figlia viveva col medico, tu eri repubblicano;
adesso che è l’amorosa d’un nobile, tu sei realista!
Oliveri allungò rapidamente la mano, afferrò il calamaio che aveva
davanti e glielo scaraventò addosso di tutta forza. Bechio cacciò un
singhiozzo rabbioso, diè un passo indietro e si guardò il panciotto
sconciamente sbrodolato di nero.
— Giuraddio! — imprecò poi, facendo l’atto di sfoderare la sciabola. —
Adesso vedremo un bel giuoco...
Non aveva finito di dire, che l’uscio della stanza contigua fu aperto
di colpo; Massimo si slanciò fuori, pigliò lo speziale per il petto, lo
squassò, lo ributtò, sparì con lui nell’andito.
Rientrò dopo un momento, raccolse e gettò dalla finestra il berretto
del repubblicano rimasto in terra, poi stette a capo basso, finchè non
ebbe udita un’usciata violenta e lontana.
— Bene — diss’egli, — se n’è andato.
Oliveri, dinoccolato nel suo seggiolone, soffiava come un mantice;
Liana, curva sopra di lui, gli domandava premurosamente come si
sentisse e se volesse prendere qualche cosa. Ma ci volle del buono e
del bello prima di ottenere una risposta.
— Camomilla, camomilla; ma più tardi, non adesso... Lasciami riprender
fiato... Ooh! l’ho fatta grossa. Uscir dai gangheri a questo modo, alla
mia età! È la prima volta in vita mia, e mi sarà fatale. Il cuore mi
dice che avremo dei guai, dei guai, dei guai; ed ho sempre veduto che
certi presentimenti non isbagliano.
Massimo si accostò per cercar di acquietarlo.
— Anche lei — proseguì Oliveri, — anche lei... Cosa diavolo le è venuto
in mente di saltare in bestia anche lei? Non bastava quel che avevo
fatto io?
— Senta — osservò il giovane, — colui era armato, io no: se avesse
voluto...
— Bella ragione! Cosa voleva fare, in nome di Dio? Venir a singolar
certame qui in questa stanza? Non ci sarebbe mancato altro. Lei poi non
conosce Bechio, se lo crede uomo da stare a tu per tu con qualcuno.
Scappa, sguscia di mano, ma poi... poi si vendica. Non ha pensato
che poteva metter su tutto il paese? Scommetto che a quest’ora è in
giro a far gente. Ci vuol poco, nei tempi in cui siamo, a scatenar
la plebaglia. Basta una calunnia, un’insinuazione, una favola; basta
una scintilla per dar fuoco a una mina. Chi sa mai cosa inventerà
quel birbante matricolato! Oh Liana, figlia mia, ch’io abbia a veder
questa casa distrutta a furia di popolo! Che sarà di noi? Cittadino!...
No, voglio dire signor cont... signor Massimo, insomma, creda a me,
l’abbiam fatta grossa!
Allora il giovane, per rassicurarlo alla meglio e per lasciare che
il suo corruccio finisse di sbollire, si profferse d’andar a dare
un’occhiata al paese.
— Per carità! — esclamò Liana, e voleva continuare, pregarlo di non
esporsi in nessun modo, ma l’avvocato le ruppe le parole in bocca:
— Ecco, sì, per carità! badiamo di non far altre imprudenze.
— Stia tranquillo — rispose Massimo, un po’ asciutto.
Liana gli porse la mano.
— Torni presto — diss’ella.
— Subito, tornerò subito a riferire.
Così dicendo Massimo uscì rapidamente. S’avviò verso la strada
principale; non incontrò anima vivente fino alla cantonata, ma là,
essendosi fermato per guardare a destra e a sinistra, si vide salutato
molto rispettosamente da due contadini seduti sullo scalino d’un
portico, poi da altri parecchi che facevano cerchio a un merciaiuolo;
una ragazzotta molto fatticcia chinò il capo sorridendo nel passargli
davanti; anche un cane sdraiato in mezzo alla strada si alzò, si
stirò e venne, scodinzolando, a fiutargli la tromba degli stivali.
Nel villaggio tutto era come all’ordinario; s’avvicinava l’Avemaria;
la chiesa della Confraternita di San Giuseppe, il campanile, le case
vicine spiccavano sul cielo color d’opale, screziato d’oro qua e là.
Era una fine di giorno dolcissima, foriera d’una placidissima notte;
non era possibile immaginar nulla di fosco o di triste, non si vedeva
alcun segno precursore di guai: il gran palo piantato davanti alla casa
del comune, il famoso albero della Libertà, col suo berrettaccio in
punta e le rozze bandiere fuor di simmetria, pareva nulla più che uno
smisurato spauracchio.
Oliveri intanto aveva bevuta una buona infusione di camomilla, ma si
sentiva ancor tutto conturbato.
— Ah sì? — diss’egli, quando Massimo ebbe affermato con sicurtà che
di fuori tutto era tranquillo. — Bene bene, tanto meglio; ma vedremo
stanotte... Quella gente lì lavora di notte, come le jene e le volpi;
astuzia e ferocia, ecco. Oh figuratevi un po’ se non so con chi ho da
fare!... Ohi, ohi! Cos’è questo?
— Suonano l’Avemaria, caro babbo — rispondeva Liana.
— Ne sei sicura? Però senti che colpi staccati, che martellate
tremende; non si direbbe che quell’asino d’un campanaro ha la febbre?
Sentite, sentite!... Ad ogni modo bisognerà vedere più tardi. E se
accade qualche cosa, che farò io, un uomo solo con sulle braccia due
donne?
— Abbiamo Gabriel — osservò Liana.
— Gabriel! Chi lo vede mai Gabriel? Chi ci può contare sopra? Poi
cosa vuoi che facciano due uomini, per quanto animosi, contro cento o
duecento o trecento, chi può sapere?
Massimo si fece avanti e dichiarò che sarebbe rimasto con loro fino al
mattino.
— Come! — esclamò l’avvocato — vuole star qui tutta la notte?
— Sicuro; e non farò che il mio dovere, poichè in questa faccenda ci ho
pure la mia parte di colpa.
— Saremo tre, dunque. Meno male. Mi sento già un po’ più tranquillo.
— Però — suggerì Liana, che evitava studiosamente d’incontrar gli occhi
di Massimo, — bisognerebbe avvertire la signora contessa; non vedendo
tornar suo figlio, si metterà in apprensione...
— Niente di più facile! — interruppe Oliveri. — Il signor Massimo
scrive un biglietto, e noi lo facciamo recapitare dal nipote di Menica.
Non è un affare di Stato!
Massimo scrisse a sua madre due righe, che gli parvero atte a
rassicurarla; e Liana, fatto chiamare il garzoncello, gliele affidò.
A cena l’avvocato mangiò con la consueta ingordigia, interrompendo ogni
tanto l’atto del masticare per stare in ascolto.
Nè Massimo, nè Liana avevano desiderio di cibo. Egli sentiva vivamente
la fuggevolezza di quei momenti e cercava di afferrare, di assaporare
tutta la sensazione inebriante della presenza di lei. Ella non avrebbe
saputo dire a che cosa pensasse. Mai come in quella sera aveva avuto
coscienza della propria gioventù, della propria forza, delle proprie
attrattive. Una voce misteriosa le ripeteva all’orecchio: — Hai patito,
è pur vero, ma l’ora della ricompensa è vicina. La vita è lunga, e può
essere ancora divinamente bella per te.
E più Liana cercava di scacciare queste idee, che le parevano folli e
inopportune, e più la voce insisteva lusinghiera, insidiosa, soave.
Dopo le frutta Oliveri si alzò e andò a gettarsi sul canapè: già
era inutile ch’egli salisse in camera, non volendo dormire e nemmen
coricarsi. I due giovani rimasero a tavola, seduti di fronte, senza
levar più gli occhi, perchè lo sguardo del vecchio pesava loro addosso
e li intimidiva. Essi sentivano, in quel silenzio, un’impazienza
tentarli, l’impazienza di chi, avendo bisogno di aria e di moto, deve
frenarsi in un indugio noioso.
Alla fine Massimo si alzò e rivolgendosi all’avvocato, disse sorridendo
che, da buon capitano, andava ad esplorare le mosse del nemico. Oliveri
non rispose che con un leggiero abbassamento delle palpebre, e di
seduto ch’egli era, si lasciò andar supino.
Liana, com’ebbe udito perdersi i passi del giovane dalla parte della
parrocchia, andò a prendere un libro sul piano del camino. Aveva per
titolo: — _Versi di Diodata Saluzzo fra gli Arcadi Glaucilla Eurotea._
— Aprì inconsapevolmente il volume a pagina 264, senza ricordare
in quell’ora quante volte avesse cercato con le lagrime agli occhi
il poemetto IV: — _Alla marchesa Cristina Morozzo Tapparelli nella
supposta morte del marchese Cesare Tapparelli d’Azeglio suo consorte._
— Cominciò a leggere con certa attenzione:
Era la Notte, ed il suo cieco errore
Avviluppava una metà del mondo:
Pingea la luna candido pallore
Specchio all’altro maggior auriga biondo:
In manto negro trasvolando l’ore
Cadean d’eternità nel sen profondo,
E lentamente tra quel cupo speco
Piangeva ’l gufo, rispondeva l’eco.
Qui alzò il viso e tese l’orecchio: strano caso, s’udiva realmente a
quando a quando il lamento d’un gufo sul cipresso ch’era dietro alla
casa. Riprese la lettura, ma accorgendosi che avrebbe quasi potuto
seguitare a memoria, passò oltre, arrivò a pagina 291, al poemetto
VI: — _Penelope. Alla marchesa Cristina Morozzo Tapparelli nel ritorno
del suo consorte._ — Aveva un bel configgere gli occhi nel libro, non
riusciva più a dimenticarvisi dentro come nel passato; non comprendeva
nemmeno più: l’assenza come la presenza di Massimo la rendevano
ugualmente distratta. Si voltò a guardar suo padre: aveva gli occhi
chiusi, dalla bocca semi-aperta usciva un soffio lento ed uguale.
— Dorme — pensò Liana rizzandosi, — per il momento non ha bisogno di me.
E si fece pian piano alla soglia.
La notte era bella, mirabilmente serena; la via lattea traversava
il campo infinito come un seminato di diamanti; v’era nell’aria una
soprabbondanza di vita, che penetrando nel petto ad ogni inspirazione,
parea trasformarsi sull’atto in forza ed in letizia. Dopo un poco
ella uscì avidamente in giardino, e stette attenta con la vista e
con l’udito. Il viale che metteva alla parrocchia si apriva nero come
la gola d’un antro mitologico, pure, sembrandole di sentir cigolare
il cancelletto ch’era in fondo, ed immaginando fosse Massimo che
ritornasse, vi si avviò.
Non si era forse ancor inoltrata un dieci passi, quando si trovò
assalita da un senso inesplicabile di spavento: non c’era dubbio,
qualcuno la seguiva da vicino, le stava alle spalle; ella non poteva
più nè indietreggiare, nè voltarsi, senza urtarlo od averlo di contro.
Si arrestò, cercando vincere il ribrezzo che dall’animo si estendeva
rapidamente al corpo per soggiogarlo. Riuscì a rimanere immobile,
mentre negli oscuri abissi della memoria si destavano, ribelli alla
ragione, tutte le obliate paure infantili, tutte le più antiche
reminiscenze di cose soprannaturali lette, udite, immaginate o
sognate. Ogni minuto parea mille; e subitaneamente quell’ostinazione di
resistenza mancò: Liana sentì di nuovo l’imperio violento, vertiginoso
del terrore, cedette ad un folle impulso di corsa.
Massimo, riaprendo il cancelletto, se la trovò di fronte tutta
tremante, quasi convulsa.
— Cos’è stato? — esclamò sbigottito. — Le è succeduto qualche cosa?
Liana gli prese il braccio e vi si appoggiò, continuando ad ansimare,
crollando il capo ad ogni domanda ch’egli le veniva facendo.
— Oh! — rispose poi, com’ebbe ripreso fiato — mio padre dorme
tranquillo; non mi è accaduto niente, assolutamente niente. Mi sono
intimorita così tutt’a un tratto, non so perchè, non so di che... Sono
una sciocca, ecco tutto.
— Coraggio, dunque! Stia di buon animo. Il villaggio non potrebbe
essere più quieto. Le assicuro che non c’è veramente nulla da temere.
Ella ritirò il braccio e si mosse verso casa. Egli la seguì da vicino,
e fatti pochi passi le tastò leggermente, timidamente una spalla.
— Come! Perchè è uscita così, senza uno scialle, senza una mantiglia?
Perchè?...
— Perchè non ho freddo — rispose la signora, — anzi... Non sente che fa
quasi caldo?
No, egli non sentiva che l’emanazione viva e fresca del bellissimo
corpo di lei; la sentiva intorno e dentro di sè, nel volto, nel
cervello, nel cuore.
Giunsero nel più folto del viale; egli le prese una mano.
— È qui che lei ha avuto paura?
— Non so... Sì, forse è qui.
— È passata?
— Certo... poichè son con lei...
Ella guardava intorno quasi cercando nel buio la causa occulta dello
spavento provato.
— Dunque — ripigliò il giovane, con voce più bassa e tremante, — dunque
lo sa che le voglio bene? N’è pienamente persuasa, non è vero? S’ella
volesse affidarsi al mio amore... saprei trovare forza e coraggio in
ogni caso della vita travagliosa cui ci facciamo incontro, in questi
tempi di rabbia, di sciagure, di sangue...
Tacque subitamente: la sua spalla era a contatto con quella di Liana,
ed ella non si ritraeva... Stese il braccio e le cinse dolcemente la
vita; poi chinò il viso e trovò i capelli, la fronte, le labbra!