I furori repubblicani potevano oramai dirsi interamente sbolliti; il
malcontento cresceva a dismisura. Gli abbienti erano sdegnatissimi
contro il Governo, il quale, con provvedimenti finanziari aspri ed
inconsulti, li aveva fatti scapitare per modo che molti fra loro erano
veramente caduti in miseria. I non abbienti, che per le suggestioni dei
patrioti s’erano assuefatti ad attribuire all’antico reggimento i mali
passati, si mostravano coerenti attribuendo al nuovo i mali presenti,
e cominciavano a fremere vedendo, dopo tante magnifiche promesse, la
moneta effettiva sempre più ridotta, il credito dei biglietti divenuto
illusorio, i guadagni diminuiti, il commercio incagliato, i filatoi
chiusi e il pane e la carne rincarare tutti i giorni.
Intanto nelle campagne l’epizoozia si estendeva, i prodotti del suolo
non bastavano al pagamento delle imposte; e i francesi requisivano
cavalli, muli, strami, foraggi, vuotavano i pollai e le cantine, si
facevano consegnar le armi, lasciando i contadini senza difesa contro
le audaci e numerose bande di ladroni che andavano attorno.
I soldati piemontesi non potevano piegarsi a considerar come amici
quelli con cui eran venuti tante volte al paragone dell’armi, contro
i quali avevano nutrita tanta animosità per l’addietro, e che ora
li trattavano non come camerati, ma come vinti. Di qui indisciplina,
diserzioni, ammutinamenti.
L’erario, già scarso negli ultimi tempi della monarchia, s’era venuto
esaurendo in seguito alle continue estorsioni dei generali e dei
commissari francesi. I governanti, che dovevano pur pensare ai bisogni
urgentissimi dello Stato, s’erano ben presto avveduti esser cosa
impossibile sottoporre a nuovi aggravi un popolo già oppresso da tanti
pesi, percosso da tante terribili sciagure. Dichiarati appartenenti
alla Nazione gli arredi delle chiese, santuari, confraternite,
conventi, sinagoghe; proclamati benemeriti della patria tutti
quelli che offrissero doni; ricorso, per far denaro, a non so quanti
espedienti vessatorj, tirannici, gretti, puerili, fra cui quello di
recidere dai pubblici trattati, contenuti negli archivi, i sigilli di
metallo prezioso e perfino i cordoncini che apparissero contesti d’oro
o d’argento: alla fine, sentendosi soli, esautorati, assolutamente
impotenti di fronte ai mali che incalzavano, vedendosi giunti a tale da
non saper neppur più di che natura fosse l’esistenza politica del paese
di cui reggevano le sorti, avevano deciso di chiedere l’unione colla
Repubblica francese, e possibilmente d’indurre il popolo a domandarla.
Le voci per l’annessione non oltrepassarono le centoventicinquemila,
e tosto per Cuneo, per Fossano, per parecchie altre città si levò un
gran bolli bolli; a Torino comparvero novissime coccarde e bandiere,
alle cantonate si videro affissi incitanti il popolo a levarsi contro i
francesi, si dovettero sciogliere assembramenti con la forza, arrestare
i cittadini più notoriamente avversi all’unione. Nei villaggi si
vociferò che tra poco la carta monetata sarebbe stata abolita senza
alcun compenso, il culto cattolico rigorosamente vietato, i parroci
cacciati dalle loro chiese, i giovani tutti mandati a militare oltre i
monti. In alcuni comuni si diede nelle campane all’annunzio che schiere
immaginarie si avvicinavano per procedere alla leva forzata. Frotte di
contadini, armati di bastoni, entrarono sul far della notte in Torino
dalla porta di Po e da porta Palazzo, e si aggirarono vociando per
le strade, senza trovare nè appoggio nè contrasto. Si videro apparire
segni precursori di movimenti insurrezionali in luoghi molto distanti
fra loro: nei paesi intorno a Savigliano, nel cuore della valle
d’Aosta. Ben presto seguirono casi gravissimi.
Avendo gli uomini di Rivalta cacciato in mal modo il commissario,
quei di Strevi credettero bene di seguirne l’esempio, maltrattando
i municipali e abbattendo l’albero della Libertà. Monsignor vescovo
della Torre andò per chetarli, e vi riusciva, quando arrivò sul luogo
il capitano Blayat, comandante la piazza d’Acqui, con un distaccamento
della 29ª mezza brigata d’infanteria leggiera. Non si badò più al
buon prelato che continuava a predicar pace; si venne alle mani; i
_chasseurs_ ebbero la peggio: sette di essi rimasero feriti, ferito un
ufficiale, morto il capitano.
Gli strevini, imbaldanziti fuor di modo dalla vittoria, s’avviarono
tumultuariamente verso Acqui, vi giunsero ingrossati, e non trovando
resistenza, nominarono una Municipalità, un intendente, alcuni
comandanti, poi cominciarono a dar la caccia ai giacobini e il sacco
alle botteghe degli ebrei.
Frattanto il medico Porta ed il procuratore Laneri, che facevano
in certo modo da capi, continuavano a raccoglier gente, mandavano
circolari ai comuni vicini per invitarli a unirsi e ad aiutare
gagliardamente quel moto. Tutto all’intorno s’udiva uno scampanìo
furibondo ed incessante; i terrazzani si armavano ed accorrevano
a furia, quasi sicuri di farsi in breve tempo padroni dell’intero
Piemonte. La rabbia e il disordine erano tali, che don Bruno, arciprete
di Montechiaro, venne freddato mentre s’ingegnava di far intender
ragione ai suoi parrocchiani.
Quando parve tempo a chi era alla testa, la rustica falange si mosse
per far sua Alessandria. Si gridava: — Viva Strevi! Viva Acqui! Viva
la nostra faccia! Viva noi! — Alcuni gridavano: — Viva il Re! — E
quei pochi che sapevano come gli austriaci ingrossassero sull’Adige,
gridavano pure: — Viva l’Imperatore! — Procedevano bestialmente
fidenti, urlando, sbravazzando, accogliendo con schiamazzi festosi
quelli che si univano a loro e svillaneggiando e malmenando i
renitenti.
Sostarono per tentar Nizza della Paglia; che, cinta d’un vecchio muro,
resistè bravamente; inviarono da Cantalupo un messo al comandante di
Alessandria per intimargli la resa; infine dilagarono davanti alla
città in numero di otto o novemila. Erano le sette mattutine del giorno
2 di marzo.
Mentre ronzavano come mosconi, aspettando che almeno una parte dei
cittadini si movesse in loro favore, questi si apparecchiavano alla
difesa; e il comandante francese Mail ordinava si sparasse a mitraglia.
Dopo una prima scarica, il marchese Colli di Felizzano, il quale viveva
privatamente in città, consigliò di mandar fuori una semplice compagnia
della prima mezza brigata piemontese, un battaglione della quale stava
nella fortezza, persuaso che quei soldati, non invisi agl’insorti,
sarebbero riusciti a disperderli senza grave spargimento di sangue.
E così avvenne: i piemontesi uscirono, agguantarono Porta, che s’era
fatto avanti chiedendo di parlamentare; poi, sfoderate le sciabole,
presero a piattonare senza misericordia. Gli urli, le strida andarono
alle stelle; la ciurmaglia tentennò, si sgominò, si ruppe in torme
fuggenti pei campi e pei prati.
Intanto Grouchy, sollecitamente informato, aveva mandato ordine
all’aiutante generale Seras, comandante della Divisione di Mezzogiorno,
di portarsi con un buon nerbo di gente in Alba e spingersi, ove
occorresse, nella valle della Bormida, verso Bubbio e Monastero;
all’aiutante generale Molard, comandante della Divisione del Nord, di
guernire fortemente Crescentino, Casale e altri luoghi, per impedire
che l’insurrezione si estendesse in quelle parti; aveva spedita da
Torino una schiera in Asti, affinchè sotto gli ordini del comandante
Flavigny marciasse su Alessandria; poi s’era mosso egli stesso con un
reggimento di cavalleria e due battaglioni di fanteria. Non trovò più
che branchi di fuggiaschi vaganti per la campagna; entrò in Acqui da
una parte, mentre la colonna di Flavigny entrava dall’altra, reduce
da Strevi incendiato, ma non saccheggiato. Venivano insieme, gloriosi
e trionfanti, i patrioti di Alessandria e di parecchi altri luoghi, e
un corpo di cavalleria mandato da Tortona; avevano trucidato, cammin
facendo, circa quattrocento infelici.
Grouchy ordinò immediatamente l’arresto di quarantasei cittadini:
quattordici per aver accettato uffizi dai rivoltosi, undici perchè non
godevano la pubblica fiducia, ventuno perchè gravemente indiziati di
complicità nei tumulti. Furono tutti condotti in Alessandria: i primi
venticinque come ostaggi, gli altri per esser giudicati dal Tribunale
di alta polizia. Furono tolte le armi ai comuni che non avevano cercato
di far ostacolo all’insurrezione; imposte taglie onerose e spezzate le
campane a quelli che vi avevano preso parte.
Il generale francese si mostrò in certo qual modo mite; più miti di
lui i cittadini Colla e Avogadro incaricati dal Governo di riassettare
le cose. Flavigny invece lasciò risaccheggiare Acqui, e si servì, nel
pacificar la provincia, dei mezzi ahi! tanto esperimentati in Vandea.
Il 6 di marzo il conte Annibale avvisò i suoi che pregassero per la
salvezza dei conti Lupi, Scati, Piuma, Radicati, del barone e del
capitano Accusani tutti detenuti in Alessandria, e raccomandassero a
Dio l’anima dell’abate Giuseppe Domizio Arbaudi, passato per le armi
come il medico Porta e venticinque o trenta altri ribelli.
Leggendo il biglietto di suo marito, la contessa Polissena si sentì
agghiacciare il sangue. Massimo, informato dell’agitazione che regnava
in quel di Fossano, era partito appunto il giorno avanti, risoluto
di tener dietro e partecipare a qualunque novità fosse per farsi. Il
cavaliere Mazel e il marchese Violant avevano cercato di dissuaderlo,
affermandosi ormai convinti che tutte quelle imprese spicciolate,
arrischiate, malcondotte, non servivano ad altro che a dar lavoro al
boia. Ma ella, sebbene sentisse che la ragione stava dalla parte loro,
non aveva fatto nulla per trattenere suo figlio, ed ora si pentiva
fortemente d’averlo lasciato andare.
Mentre Mazel, Violant e Giacinto commentavano le poche righe del
conte, ed ora commiseravano l’abate, ora ne facevano l’elogio, ora lo
tacciavano d’imprudente per essere entrato in quel gran ginepraio, la
contessa si aggirava per la casa e per il giardino cercando schermo
contro la sua viva ansietà. Quando i tre gentiluomini si avvidero dello
stato in cui ella si trovava, s’ingegnarono di farle coraggio.
— Sta tranquilla — le diceva il marchese, — non accadrà nulla. Adesso
che i monferrini le hanno toccate, chi vuoi che abbia tanto fegato da
ritentare la prova? Sta tranquilla, ti dico.
— Per amor di Dio! — susurrava il cavaliere — non vi tormentate così.
Sentite, sono qui: non avete che da parlare. Volete ch’io vada a
cercar Massimo? Lo troverò fosse anche in capo al mondo... Solamente
bisognerebbe saper bene la direzione ch’egli ha preso. Cos’ha detto?
Che voleva spingersi fin verso Fossano, mi pare? Uhm! E se invece
d’andar diritto, avesse piegato a destra o a sinistra? Sappiamo bene
com’è fatto quel bravo figliuolo!
Diceva poi in segreto al marchese:
— A quest’ora sarei già per istrada se non fosse d’un certo dubbio.
Siamo poi proprio sicuri che Massimo sia andato dove ha detto d’andare?
Cospetto! Sapete cosa voglio dire? Chi sa che non gli occorresse un
pretesto per passare una notte o due fuori di casa. Siamo stati giovani
anche noi. Certi maneggi, certi sotterfugi li conosciamo, non è vero?
La grave giornata passò, venne la notte. La contessa volle vegliare
fino a tardi nel salotto terreno, in compagnia dell’amico, del
fratello, del nipote; i quali, avendo detto ormai tutto ciò che
sapevano per confortarla, tacevano assonnati e immelensiti; poi salì in
camera e postasi a un inginocchiatoio, sul quale stava un crocifisso
con la croce d’ebano e il Cristo d’avorio, eccellente opera d’antico
artista, si sforzò invano di concentrarsi con la mente in pensieri
di devozione; si sentiva turbata, sconvolta da mille strane ed enormi
immaginazioni, per le quali le pareva di vedersi sfilar dinanzi forme
fugaci ed orrende, che la colmavano d’un indicibile terrore. Dopo un
poco si alzò, si mise sul letto vestita e aspettò il nuovo sole in
quello stato di tensione nervosa, per la quale ogni piccolo rumore che
venga improvviso fa dare un balzo ed accelera il battito.
Mancava un’ora all’incirca al far del giorno ed ella, cedendo alla
stanchezza, cominciava a velare un po’ gli occhi, quando udì nascer
lontano lo strepito d’un cavallo che batteva la terra di trotto. Pensò
tosto: — Sarà Massimo? — E rizzandosi a sedere e giunte le mani, pregò
brevemente, affannosamente Iddio che le risparmiasse una delusione
troppo amara.
Il cavallo venne innanzi, voltò nel viale. La contessa balzò fuori
della stanza, sul pianerottolo; stette in ascolto. Per alcuni minuti
non sentì che il battere interno, quasi convulso del suo cuore, poi le
parve di scorgere un’ombra, una figura umana a piè della scala.
— Massimo! — diss’ella.
Massimo rispose con un’esclamazione inarticolata; in un lampo fu su,
nelle braccia di sua madre, che se lo tirò in camera senza aprir bocca.
— Come mai? — diceva il giovane sottovoce. — È già alzata, oppure...?
Dica la verità: lei è stata in pensiero per me? Santo Dio, se avessi
saputo!
— Sarai stanco, eh?
— No, perchè non ho fatto niente; meno che niente, ho chiacchierato.
— Dove? Con chi? Raccontami tutto.
Massimo prese due sedie, le accostò davanti al cassettone su cui ardeva
la lucerna.
— Lei si ricorda — diss’egli, come si furono messi a sedere, — che son
partito di qui deciso d’andar direttamente a Fossano?
— Mi ricordo.
— Bene; ma poi per istrada pensai: chi sa come si sarà dato attorno
Di Capolea in questi ultimi giorni per procurarsi nuove, mandarne,
abboccarsi coi principali del nostro partito! Andiamo a prender
lingua. E svoltai verso la tenuta. Fui ricevuto con moltissime feste
tanto dal cavalierino, come da sua sorella. Egli mi disse che non
potevo capitar più a tempo: stava giust’appunto per mandare un uomo
ad avvertirmi d’una gran radunanza che si doveva fare in casa sua il
giorno appresso, per vedere se non fosse il caso di tentare un gran
colpo, mentre buona parte delle truppe della Divisione di Mezzogiorno
si trovava ancora in Alba. Soggiunse esser quasi certo che Di Rivas
sarebbe venuto quella sera stessa, per ordinare e stabilire il disegno
di guerra. Fu la speranza di veder Di Rivas che m’indusse a fermarmi.
Ma egli non comparve; arrivarono invece, poco prima di cena, San
Giorgio e Francastel, e la mattina di poi, prima di mezzogiorno:
D’Altapenna, Della Rivarola, Nizzati, Canalis e Gausier il giovane. Si
desinò, poi si cominciò a discorrere. Di Capolea propose la questione
in questi termini: — Dobbiamo sì o no dar l’andare al movimento? E
quando? — Sul primo punto, tutti d’accordo; sul secondo, tanti cervelli
tanti pareri. Chi indicava un giorno, chi un altro; chi voleva agir
subito, chi aspettare un mese, due, tre; insomma non c’era verso
d’intendersi. Io ero stufo e me la sarei battuta molto volentieri; il
cavalierino andava dall’uno all’altro tutto scalmanato, cercando di
conciliarli... Il sole era andato sotto da un pezzo, quando si vide
entrare nella sala Clemente Di Rivas. Era ansante, sudato, infangato
fino alla collottola, e grave e addolorato nell’aspetto. Disse, nel
suo solito modo tronco ed adirato, che non era per annunziare gran
che di buono. Gli accentramenti che si venivano formando nei dintorni
della Maddalena, e più qua e più là sulla riva sinistra della Stura,
erano stati sciolti prima che avessero tempo a collegarsi. Seras aveva
fatto marciare contro di loro, divisi in varie colonne, il battaglione
Christ ed un distaccamento de’ carabinieri piemontesi scelti, guidati
da un giovane aggiunto allo Stato Maggiore della Divisione, il capitano
Monthouxe. Risultato dell’azione: paesani morti circa quaranta,
quaranta prigionieri; bruciate due case presso Santa Maria, dalle quali
erano stati sparati colpi di fucile che avevano ferito gravemente due
carabinieri ed ammazzato un cavallo. Aggiunse che adesso si stavano
pigliando le solite misure militari contro dodici comuni, e che più
nessuno osava fiatare. Ci consigliò poi, anzi quasi ci ordinò, di
tornar subito tutti alle nostre case e di star sull’avviso. Io uscii
con gli altri, ma sbagliai strada e andai, non so come, a riuscire
sulla riva di Macra...
La contessa, che si era alzata, andò lentamente a prendere una carta
sur un tavolino e la mise sottocchio a suo figlio.
— Come! — esclamò questi, dopo aver data una rapida occhiata al breve
scritto, — anche l’abate Arbaudi... Oh poveri noi!
Tacque un momento, poi riprese con voce spossata:
— Quanto sangue sprecato! Quante cose pazze ed atroci! In che tristi
tempi ci tocca vivere, mamma! Non pare anche a lei di sentirsi come
condannata ad espiare errori, colpe, delitti che non ha commesso?
Io vorrei tornar indietro, tornar bambino, non saper più niente, non
capir più niente. Non ho la forza di svincolarmi da queste strette di
scoraggiamento penoso. Mi sento stanco stanco, non ne posso più!
— Va a dormire — disse la contessa sorridendo a fior di labbra, — va a
dormire, povero figliuolo, che tu ne devi aver bisogno.
Era in piedi davanti a lui: gli posò una mano sul capo, prese ad
accarezzargli amorosamente i capelli, guardando il color di perla
gentile che veniva nascendo col giorno sull’invetriata.
— E a Murello — soggiunse poi sottovoce — non ci vai proprio più?