Il marchesino Giuseppe Giacinto Violant saliva alla sua stanza da letto
con intenzione di riposare un pochino. Egli andava su lemme lemme,
dondolandosi ad ogni scalino, canterellando a mezza voce, col far di
chi è indicibilmente annoiato. Nel momento in cui toccava il secondo
pianerottolo, il grande orologio fisso nel muro, suonò gravemente
le quattro; Giacinto, quasi in risposta, si stirò e sbadigliò
rumorosamente. L’uscio della camera a destra si spalancò, e ne balzò
fuori Fiordelis con una spazzola in mano e una giubba sul braccio.
— Madonna! — esclamò — che spavento ho avuto.
Il marchesino non degnò rispondere ed entrò in un altro uscio a
sinistra.
Il cameriere lo seguì pian pianino e si fermò sulla soglia:
— Mi era parso di sentire uno strepito, temevo fosse caduto. Guardi,
ieri io sdrucciolai proprio dov’era lei, e rischiai di slogarmi un
piede. Si sarà spaventato?
Giacinto s’accomodava mollemente sul letto.
— Se le occorre qualche cosa — continuava Fiordelis, col suo fare
insinuante, — comandi. Vuole una tazza di caffè come lo so far io?
Vedrà come le rimette lo stomaco.
— Non ho bisogno di rimettermi niente, seccatore! — esclamò Giacinto. —
Cosa c’è? Sono smorto, sono brutto?
— Oh oh! Lei brutto? Un po’ pallido, ecco: ma il pallore non le dice
male, tutt’altro. E poi, gli uomini pallidi son quelli che fanno
furore; lei lo saprà per prova molto meglio di me. Del resto se pare
andato un po’ giù, è perchè qui le mancano i divertimenti. Anch’io, sa,
dopo un mese ch’ero qui, ne avevo piene le tasche; poi ho cominciato a
parlare alla Rosina, e allora... Anche lei, non per darle un consiglio,
ma se si facesse un’amorosa...
— Un’amorosa? E come si fa a stamparla qui per qui?
— Basta sapere contentarsi dell’onesto.
— E la tua, dove l’hai pescata la tua?
— La mia? Nella cascina. È una bella biondona, col naso piccolo e la
bocca larga...
— Non mi piacciono le bionde.
— Ha ragione; piacciono meno delle brune anche a me. Ma come si fa?
Quando non c’è da scegliere! Certo che vi sono delle brune che valgono
cento bionde, mentre è difficile trovare una bionda che... La Carolina,
per esempio, quella che chiamano la bella Carolina, moglie del
caffettiere di Murello, quella può già dirsi un bel tipo, ohe! Capelli
neri, ricciuti, certi occhioni ladri, che è impossibile non sentirsi
frigger l’anima. Lei che se ne intende, mi capisce. In fatto di belle
donne, a Murello c’è anche la vedova del medichino, quello che è andato
via senza dir niente e non è mai più tornato; ma anzitutto non è bruna,
poi, ehm! lei saprà, caccia riservata...
Il signorino, che giaceva sulla schiena, si girò sul fianco.
— Su via, dimmi, com’è questa Carolina? Un po’ ben fatta? Un po’ civile?
— Eh diavolo! — esclamò Fiordelis con un sogghigno impudente — se non
fosse così, non gliene avrei parlato. È un vero peccato ch’essa sia
condannata a vivere in quel paesucolo. Una creatura che, gliel’assicuro
io, farebbe onore a chi volesse occuparsi di lei, e sarebbe altra
maggior cosa che non tutte quelle sguaiate che vanno a spasso sotto i
portici della Fiera. Non ha che un difetto, è così fantastica che non
si sa mai come pigliarla. Questo rende la cosa difficile; ma alle cose
facili un par suo non ci si mette. Dico bene?
Giacinto rispose con un breve grugnito e si rimise supino.
— L’essenziale è far conoscenza — riprese il cameriere, movendosi verso
l’uscio.
— Naturalmente. Uno di questi giorni andrò a Murello, entrerò nel
caffè...
— Sicuro, non c’è altra via. Mi permetta però di darle ancora un
piccolo avviso. Vada sempre dopo le tre, prima di quell’ora può
accadere di trovare lo speziale e tre o quattro altri scannapagnotte
riuniti a consiglio intorno a una bottiglia di acquavite; non è un
pericolo, ma una seccatura. A proposito di pericolo, non so se sappia
che a Racconigi due intere compagnie hanno fatto rivolta, cercando
di disarmare i loro ufficiali. Le campagne sono piene di disertori, e
si sa che costoro alle volte son peggio degli assassini di mestiere.
Sarebbe bene che lei si facesse accompagnare da qualche persona fidata.
Se mi vuole son pronto. Io potrò anche servirla tastando il terreno,
arrischiando magari una parolina...
Il marchesino, che s’era acconciato sul guanciale e aveva chiuso gli
occhi, fece un moto d’impazienza.
— Non vedi che ho sonno, imbecille? Vattene e chiudi ben l’uscio.
Fiordelis s’inchinò fino a terra e uscì a ritroso.
Giacinto si svegliò ch’era quasi ora di scendere a cena; saltò dal
letto, contento d’aver ammazzato più tempo che non avesse sperato,
accese un lume per rimettersi alquanto in assetto. Intanto pensava:
— Sicuro che a non voler crepar di seccaggine in questo mortorio
bisognerà aiutarsi in qualche modo, trovare un passatempo, una femmina
qualunque, senza guardarla nel sottile, bionda, bruna, rossa, castagna:
si chiami Caterina, Maddalena o Sofonisba. Ha ragione quel birbante:
quando non c’è scelta! Vedremo questa Carlotta o Carolina che sia. Chi
sa che il caso non mi prepari una dolce sorpresa...
Quando il giorno appresso Massimo vide il marchesino e il cameriere
confabulare insieme e, malgrado la distanza ch’era tra loro, mostrar
d’intendersela a maraviglia, pensò, senza tema di calunniare nessuno
dei due: — Per Bacco, non ci sono che i discoli per indovinarsi alla
prima!
Poi, siccome aveva il capo a tutt’altro, non s’occupò più di loro.
Ma un dopo pranzo in cui, piantato sulle due gambe un poco aperte,
intrecciate le braccia al petto, assisteva tranquillamente agli
esercizi dei suoi uomini, scorse Giacinto uscir di casa, aprir
pianamente il cancellone e prendere il viale.
— Senza invidia — diss’egli tra sè, conoscendo il debole del
cugino e immaginando si recasse a qualche appuntamento, procacciato
dall’officioso e scaltro Fiordelis. Gli tenne però dietro con l’occhio
e gli dispiacque vederlo voltar verso Murello.
— Un appuntamento, un appuntamento... ma con chi? Con una contadina?
Adagio un poco: è credibile che un giovane superbioso e schifiltoso
come Giacinto si degni di amoreggiare con una contadina, anche giovane,
anche bella?
Ad un tratto gli corse per la mente un sospetto. Appunto per
l’antipatia ch’egli sentiva per il cugino, non badava mai a lui, non
s’impacciava dei fatti suoi, non si curava affatto di sapere com’egli
impiegasse il suo tempo.
Ora non era possibile che colui si fosse recato altre volte a Murello
appunto in quei giorni? Non poteva aver visto la signora Ughes, già
osservata e ammirata a Torino? Non poteva aver cominciato a ronzare
intorno alla sua casa, od esservisi fors’anche già introdotto? In che
modo?... E che importava il modo!
Combattè, respinse vigorosamente tutte queste idee moleste; ma dopo
un momento tornarono; cacciate di qui ricomparvero di là, e non
lasciarono più di saettarlo, per modo che presto s’accorse essergli
ormai impossibile di prestar attenzione a quanto si faceva sotto i suoi
occhi. Voltò le spalle senza dir nulla, e passo innanzi passo uscì nei
campi dalla parte dell’orto.
Che cosa significava questo travaglio, questa febbre, questo diavolo
che gli entrava addosso così all’improvviso? Dianzi era pur così
quieto! Non era più andato a Murello da parecchi giorni, non pensava
punto d’andarci, ed ecco che... Per Dio! Non si raccapezzava più.
Erano molte le ragioni che l’avevano tenuto lontano e tutte importanti,
ora gli parevano divenute subitamente deboli e poche. Nei giorni che
seguirono la dipartita del Re, i pensieri che gli avevano agitata la
mente erano stati troppi e troppo potenti perch’egli avesse campo
di dar retta ad altro. Diceva sovente a sè stesso: — Animo, animo!
adesso bisogna farla finita con le fanciullaggini; mi convien tenere
il cervello a casa, star pei fatti miei e non aver più il capo ad
avventure da commedie, da romanzi... Bisogna guarire da questa pazza e
inutile malattia... Ho sofferto e soffro ancora per Liana, ma a fronte
dei mali immensi che sovrastano alla terra dove son nato, il mio non è
più niente. Questo è tempo d’ardito e franco operare, come direbbe mio
padre, non di querimonie e di sospiri.
La sua immaginazione poi gli dipingeva la moglie del medico
repubblicano esultante per il trionfo del partito; provava uno strano,
un inesplicabile godimento nel farla complice di quanto accadeva; vi
erano ore e giornate in cui gli pareva sinceramente d’odiarla...
Ed ecco che oggi i suoi propositi svanivano in un soffio, i sentimenti
mutavano: egli tornava struggersi di rivederla. E tutto questo per un
improvviso, irragionevole moto di gelosia!
Andava qua e là senza saper dove da alcuni minuti, quando in un subito,
fatto un animo risoluto balzò nel sentiero che correva le praterie
verso Murello. Supponendo che il cugino avesse seguito la strada del
sale col passo con cui s’era incamminato, egli affrettando il suo per
quella scorciatoia, poteva ancora arrivare al paese prima di lui. Per
il momento non voleva altro; là avrebbe visto come doveva governarsi.
Ma tirando innanzi e sempre riflettendo, invece di calmarsi si veniva
agitando sempre di più. La prima risoluzione ne generò presto una
seconda: andare in casa Ughes, senz’altro. Bisognava però preparare
subito qualche cosa da dire, giustificare in qualche modo il suo strano
procedere. Cercava d’immaginare come sarebbe stato accolto. Se avesse
trovato la signora assolutamente cambiata? Se avesse visto Giacinto
ricevuto senza cerimonia, affiatato, famigliare con l’avvocato e con
Liana, diventato insomma l’amico di casa? Gli pareva così lontano, così
annebbiato il giorno in cui era venuto per l’ultima volta! Quante cose
non potevano essere accadute d’allora in poi! Era uno stordimento a
pensarci. E... se invece di Giacinto avesse trovato Ughes? Nientemeno
che Ughes, o tornato sano e salvo da volontario esilio, o liberato
dalla segreta in cui giaceva ignorato, o sbucato da una caverna, da un
sotterraneo, da un rifugio qualunque, poichè il gran sogno d’un tempo
era divenuto realtà. E questo non sarebbe stato il più strano fra i
casi che venivano accadendo in quei giorni.
Quand’egli giunse all’ingresso della stradetta che metteva a casa
Ughes, l’immagine tragica del medico aveva fugata quella effeminata del
marchesino; ma fatti ancora alcuni passi e scoperto il tetto rossiccio
fra il bruno degli alberi, dimenticò l’uno e l’altro e non sentì
più che la smania d’uscire in qualsiasi modo da quell’insopportabile
angustia.
Entrò nel cortile con un battito tale che il cuore pareva gli volesse
scoppiare nel petto. Don Prato, che usciva in quel momento dalla porta
di casa, si levò il cappello e gli disse in fretta in fretta:
— Vada pur su. L’avvocato è nello studio: l’ultima stanza in fondo
all’andito.
E fatta un’altra scappellata, seguì la sua via.
— E dir che una volta non la finiva più coi salamelecchi! — pensò
Massimo, avanzando verso la soglia. Egli vi si soffermò, aspettando di
veder comparire la serva; indugiò ancora alquanto a piè della scala,
poi si decise a salire.
Oliveri era seduto in un’ampia sedia a bracciuoli, col piede sinistro
fasciato e posato sur uno sgabello; aveva accanto un tavolino, su cui
erano alcuni libri, un campanello e tutto l’occorrente per scrivere.
— Avanti — diss’egli, sentendo un passo che si avvicinava nell’andito,
— avanti, cittadino, chiunque tu sia.
Raffigurando poi l’ex-contino, alzò le mani e gli fece festa col viso.
— Lei! — esclamò. — Un redivivo! Come sono mai contento di rivederla.
Si accomodi, prego. Io non mi alzo perchè, come vede, ne sono impedito.
Massimo, assai sollevato da quell’accoglienza così sinceramente
cordiale, si mise sulla sedia che l’altro gli indicava, e chiese
notizie della signora Liana.
— Mia figlia sta benone. Io no, io sono rovinato. Guardi: non posso più
reggermi in piedi.
— Che male si sente? — domandò Massimo, distratto.
— Tutti i mali del mondo, proprio tutti. Ho anche un monte di
sopraccapi, tante incertezze, tanti dubbi, tante cose che mi
amareggiano. La discrepanza fra i miei più antichi amici, per
esempio. Chiovetti è rimasto realista, Aquilante e Bottalla son
diventati repubblicani, capisce. L’uno mi scrive di non muovermi, di
aspettare tempi migliori in campagna; gli altri mi consigliano di
tornare in città. Par che si pensi a riabilitare e risarcire tutti
quelli che hanno avuto a soffrire sotto l’antico Governo. Ho qui una
filza di nomi: Picco e Pelisseri, impiccati in effigie, sono stati
nominati il primo giudice del tribunale di alta polizia, il secondo
sotto-segretario generale del Governo; sotto-segretario anche Ghione,
che è stato a lungo in carcere per i fatti d’Asti del ’97; Faustini è
sovrintendente al Vicariato; il fratello di Boyer commissario sopra le
arti; alla madre di Berteu e alla vedova Junod fu dato un sussidio; la
sorella di Tenivelli è ricoverata alla Provvidenza; la Patria adotta
per figlia la vedova Arò, eccetera, eccetera, che non la finirei più.
Bottalla e Aquilante affermano che mi sarebbe facile ottenere per mia
figlia, anch’essa verosimilmente vittima della crudeltà dell’espulso
tiranno, un simile onorifico decreto. Figuriamoci! Ed è per questo che
dovrei tornare a Torino!...
Battè insieme le palme e alzandole congiunte, esclamò:
— Signor Iddio! Sarei pur contento di svegliarmi una di queste mattine
in contrada Nuova, e vedere ancora una volta piazza San Carlo, piazza
Castello, San Giovanni, e la nostra torre della Città, così alta e così
svelta, col suo globo e il bel toro di bronzo in cima. Ma questo non è
più possibile: Torino _fuit_ per me, _fuit, fuit, fuit!_
— Come? — disse Massimo.
— Non capisce? Voglio dire che per me è finita, non tornerò più, mai
più a Torino.
— Oh! — fece il giovane, col viso di chi ode la maggior stravaganza del
mondo.
— È così: certe cose si sentono, ma non si spiegano. Amen! D’una sola
cosa mi dolgo: non lasciar ai posteri una grande, una bell’opera
d’inchiostro. Sarà superbia, ma credo che avrei potuto far anch’io
qualche lavoretto non affatto cattivo. Al mio _Eugenio_, non è più il
caso di pensare; piuttosto vorrei provarmi a comporre qualche cosetta
di sacro. Don Prato mi ha suggerito un argomento, e più ci penso,
più mi va a genio: la storia del Santuario di Murello e delle grazie
particolari dovute al patrocinio della Beata Vergine degli Orti. Ho
già in testa l’ordinamento, la distribuzione delle parti. Parte prima:
i fatti che riguardano l’antico tabernacolo, in cui è dipinta a buon
fresco l’incoronazione della Madonna; seconda: i fatti che riguardano
la graziosa cappelletta, a cui il tabernacolo servì, per così dire,
di nocciolo; terza: i fatti che riguardano l’attuale graziosissima
chiesa, nella quale il vetusto dipinto è parte ed ornamento dell’altare
maggiore. Tre parti, tre epoche, tre età: il nostro Santuario infante,
adolescente, adulto. Cosa ne dice?
— Bene, molto bene — rispose Massimo, tanto per mostrare d’aver
ascoltato, ma di questa ultima parte del discorso di Oliveri non
aveva inteso neppur una sillaba. Egli stava in orecchi, aspettando
ansiosamente d’udire una voce, un passo, un indizio qualunque della
presenza di Liana.
L’avvocato rimase un momento in silenzio come per raccogliere le idee,
poi ripigliò.
— Don Prato ha promesso di fornirmi altre notizie ed altri particolari,
ma ehm! li vedo e non li vedo, che quel poveretto in questi giorni non
può proprio attendere di proposito a niente, tanto è continuamente e
scelleratemente tribolato da quella canaglia di Bechio. Colui vorrebbe
vederlo sul pulpito con accanto la bandiera tricolore, come il parroco
di Cavallermaggiore; vorrebbe ch’egli non spiegasse altro che i
_Diritti dell’uomo_, o certe sue pappolate repubblicane; lo accusa
d’aver conservato tutti i pregiudizi d’un prete realista sol perchè
non si pianta in testa il berretto frigio, non indossa la carmagnola,
non va a ballar la monferrina e a baciucchiare le belle intorno
all’albero della Libertà... Se sapesse come quel birbante spadroneggia
e detta la legge in paese! Bisogna sentire con che sicumera egli va
spargendo intorno le sue bestialità: finito il tempo dei balzelli e
dei privilegi, libera la caccia, libera la pesca, libero il commercio;
aperta a chiunque la via per diventar magistrato, ministro, generale,
vescovo, cardinale; pane, vino, sale gratis et amore; lavoro per
tutti; eguaglianza, fratellanza, abbondanza e felicità. E questi
poveretti senza malizia abboccano e batton le mani; s’accorgeranno
poi dell’inganno, ma sarà tardi. Senta, io credo che i nostri posteri
dureranno una bella fatica a credere vere le cose che vediamo coi
propri occhi in questa nostra età. Chiovetti scrive che a Torino c’è
fermento, disordine, una confusione babelica: chi vuol esser francese,
chi italiano; quelli che vorrebbero restar piemontesi, non contano più
un’acca. Lei è informato, eh? Sa che ha vinto il partito di coloro
che preferiscono star con chi comanda piuttosto che con chi deve
ubbidire? Saprà anche che ci sono commissari che girano nelle provincie
a far gli squittini per l’unione con la Francia? Chi mi avesse detto
che dovevo finire infrancesato!... Si va a cavar fuori che un tempo
eravamo Galli anche noi!... Ah sì? Giuro a Dio, che non me ne ricordo!
Mi ricordo d’un altro tempo, io: di quello in cui il nostro Piemonte
poteva amoreggiare allegramente con la Francia, la Spagna, l’Austria
e l’Inghilterra; le quali tutte, per Giove! si mostravano ottimamente
disposte all’amplesso.
Massimo aspettava che l’avvocato facesse una pausa, per dar una voltata
al discorso e ricondurlo a Liana; intanto crollandosi sulla sedia,
diceva tra se: — Che diavolo fa la signora? Se è in casa perchè non
viene? Se è fuori dove può essere andata? Possibile ch’ella non sappia
ch’io sono qui? Possibile che non m’abbia sentito?
E non potendo più raffrenare la sua impazienza, cominciò dall’alzarsi
e si venne contorcendo or sur un piede, ora sull’altro, finchè Oliveri
cessò di parlare; allora gli stese la mano.
— Vuol andare? — domandò questi. — Tornerà presto, eh? Non mi
abbandoni; c’è poca gente con cui io stia volentieri come con lei.
E così dicendo scosse il campanello ch’era sul tavolino.
— Grazie, prego — susurrò Massimo, uscendo dalla stanza, — conosco la
strada.
In tre salti fu al basso; fece alcuni passi nel cortile, poi si fermò
su due piedi, già pentito d’esser venuto via così bruscamente, cercando
un pretesto per tornar su non fosse che un momento.
E stando così immobile con la mano al mento e l’occhio a terra fisso
e pensoso, sentì improvvisamente aprirsi una finestra; si voltò: vide
Liana che faceva capolino sorridendo e un poco arrossita.
— Vengo giù — diss’ella; — mi vuol aspettare?
Massimo rispose con un atto che significava grandissimo consentimento,
ma non potè formar parola o frase nessuna, tanto fu potente il senso di
gioia che lo invase. La finestra fu richiusa; passarono pochi minuti,
che al giovane parvero eterni, e, quando cominciava quasi a dubitare
d’aver traveduto o sognato, Liana ricomparve e si approssimò. Il suo
volto non era nè ilare, nè serio; la persona e le movenze rivelavano
che la salute e il vigore erano pienamente tornati.
— Esco a far due passi — diss’ella, — fino alla strada di Racconigi.
Non oltre, perchè la donna è fuori e non voglio lasciar troppo solo mio
padre.
Diede con tranquilla dimestichezza la mantiglia a Massimo perchè
gliel’adattasse sulle spalle, intanto soggiunse:
— Come lo ha trovato?
Massimo, che si disponeva a render conto della sua assenza, non capì.
— Le domando come ha trovato mio padre? — ripetè Liana con dolcezza.
— Ah! bene, assai bene... Fuorchè il piede, naturalmente.
— Quello del piede è un male immaginario, una fissazione dalla quale
non si rimuove, ma il medico assicura ch’egli potrebbe camminare, anche
uscire, se volesse. Ciò che m’impensierisce è lo stato d’inerzia in cui
lo vedo caduto. Gli ho proposto più volte di tornare in città; geme,
sospira, ma non risponde. Vi sono giorni in cui si direbbe ch’egli
è nell’impossibilità di fare nulla, di parlar di nulla, di pensare a
nulla. — S’interruppe, poi ripigliò con accento costernato: — anche la
sua mente non mi par più lucida come in addietro.
— No? — esclamò Massimo — di questo non mi sono proprio accorto. Oggi
mi ha parlato con entusiasmo d’un lavoro che sta per intraprendere;
pareva felice d’aver trovato un bel soggetto, e si esprimeva molto
sensatamente, con molta chiarezza.
— Dio voglia ch’egli torni presto quel di prima!... Io lo vedo anche
così invecchiato, così affralito!
— È il primo inverno ch’egli passa in campagna, lontano dai suoi amici;
forse si annoia.
— È verissimo; la mia compagnia non gli può bastare, e di tutti quelli
che venivano in casa nostra, il parroco solo ci è rimasto fedele.
— Questa viene a me — disse Massimo in cuor suo; e subito, ad alta
voce: — anch’io mi son reso troppo invisibile, conosco il mio torto, ma
se sapesse! Non ho più avuto un momento di quiete, di riposo, in questi
ultimi tempi. Tanti pensieri, tante cose! Poi sempre in moto... M’abbia
per iscusato.
Erano giunti dove metteva capo la piccola strada; Liana si fermò senza
far cenno d’aver inteso e volse l’occhio in giro sulla campagna spenta,
sull’orizzonte pieno di vapori, nei quali moriva il disco solare
abbacinato e sanguigno.
Massimo, un po’ ferito dal silenzio di Liana, si turbò forte vedendo
già venuto il momento di separarsi da lei; diceva in segreto a sè
stesso: — Ecco che non dovevo venire, dovevo resistere a quel primo
impeto sciocco, mi sarei acquietato, a quest’ora non ci penserei
forse più. Invece chi sa che diavoleria mi sentirò addosso stasera,
stanotte, domani! — La rimembranza delle sofferenze altra volta
provate, destò nel suo animo un vero sgomento, e una non so qual
rabbia di riscattarsi in qualche modo; sentendosi affatto disarmato di
fronte all’indifferenza di lei, gli parve un sollievo tornare ai suoi
propositi di fuga. Cercò col pensiero, trovò, e, guardando in alto,
prese a dire con voce non troppo sicura:
— Ecco un cielo sotto il quale mi par proprio di non respirar più.
Oramai non resta altro che seguir l’esempio di tanti fra i miei
antichi commilitoni che hanno preso servizio in Austria, in Russia,
in Inghilterra. Sto appunto bilanciando il pro e il contro. La cosa
mi sembra utile e bella... Ma a primo aspetto non sempre si giudica
bene... Sentiamo un po’: lei che mi direbbe di fare?
— Io? — esclamò Liana, inarcando le ciglia.
— Sì, signora.
Ella pensò un momento, poi rispose con un sorriso:
— Perchè non si consiglia coi suoi?
— Mi son già consigliato.
— E allora?
— Non basta: voglio anche il suo parere.
— È una questione troppo grave.
— Appunto perchè grave.
— Non posso... anzi, credo che non devo risponderle.
— Oh perchè non mi dice addirittura: faccia quanto le pare e piace, che
per me è tutt’uno?
Tacque, vedendo stendersi come un’ombra sulla fronte pura e serena di
Liana.
— Avanti! — diss’ella, con un’improvvisa energia di voce. Poi vedendo
ch’egli, incerto e titubante, si mordeva il labbro e non sapeva che
dire, ripigliò:
— È chiaro che se lei parte io perdo un amico...
— Ah! — interruppe il giovane con fuoco: — dunque lo sa che sono un
amico?
— Non ne ho mai dubitato.
— Grazie! E allora mi dica: quest’amicizia ha qualche valore per lei? È
una domanda insulsa, lo so, però la prego di rispondermi.
— No insulsa, inutile.
— Perchè?
— Basta così; bisogna ch’io torni.
E si fece alquanto indietro.
Massimo si riaccostò subito, tanto che potè vedere come un leggier
tremito nelle mani di lei, una leggiera inquietudine nelle labbra e
nelle ciglia.
— Non mi lasci in questo modo — riprese egli; — non sente che è una
durezza, una crudeltà? Non le domando che una parola, mi dica che
sarebbe spiacente di sapermi lontano, ed io non parto più.
— Noi stiamo celiando, e mio padre è solo.
— Celiando? Lei non sa che momento è questo per me! Ho bisogno,
ho necessità d’una sua parola. Vorrei anche dirle perchè mi è
indispensabile, ma non so come esprimermi. È una cosa tanto dolorosa
questa di non sapersi spiegare! Una cosa dolorosa, opprimente,
terribile.
Ella tornava verso casa passo passo; egli la seguiva parlando sempre,
sempre più eccitato.
— Non mi so spiegare, ma mi dovrebbe comprendere. Dovrebbe anche aver
indovinato. È tanto tempo che non ho più in cuore altra immagine fuor
della sua; che non capisco vi sia al mondo altra donna se non lei sola!
Non vi è più niente per me. Niente assolutamente, non v’è che lei.
Ella si voltò con impeto, stringendosi nervosamente la mantiglia sul
petto.
— Parte stasera?
— No.
— Domani?
— No, no...
— Bene... Non stia più un secolo senza venire a Murello.
E si allontanò rapida, infinitamente leggiadra.