La lettera che il conte Annibale scriveva a sua moglie era assai breve.
Ella sapeva quali erano i suoi sentimenti, com’egli fosse dei primi tra
i fedeli sudditi del Re, tanto per dovere sacro di religione, quanto
per l’affetto e dedizione che ben di cuore aveva giurato alla casa di
Savoia. Non aveva perciò bisogno ch’egli le enumerasse le ragioni della
risoluzione da lui presa. Le spiegava in succinto le condizioni della
loro fortuna, molto diminuita dalle vicende di quegli anni; indicava
il modo di condursi durante la sua assenza che poteva esser lunga,
anzi lunghissima, e terminava con alcune frasi molto ben tornite e
squisitamente cortesi.
Le quattro pagine di gran formato dedicate al figlio racchiudevano una
quantità di insegnamenti politici astrusi e trascendentali, corredati
da esempi tolti alla storia greca ed alla romana. Norme pratiche e di
applicazione diretta e immediata, nessuna.
Massimo s’alzò a giorno, montò a cavallo e si recò alla tenuta del
conte Di Rivas. Questi si era appunto abboccato poco prima con alcuni
gentiluomini del loro partito.
Tutti avevano convenuto con lui che per il momento non c’era nulla da
fare; bisognava star cheti, rodere il freno, fingersi morti e lasciar
svampare i primi furori repubblicani; dopo si sarebbe veduto. Massimo
non fece alcuna obbiezione; stabilì con l’amico le cifre da usarsi ove
accadesse di dover corrispondere per lettera, fissò il luogo ove queste
sarebbero lasciate e prese da uomini accorti e fidati, e tornò che il
sole scendeva verso occidente.
Cammin facendo, ripensava alle cose udite e scrollava il capo.
Procedere con cautela, fingersi morti, lavorar di politica... Dio!
quanto lo seccavano tutti questi indugi! Non s’era mai sentito così
pieno di forza, di ardire. Il suo cuore palpitava, acceso da un
desiderio intenso di compiere qualche bel fatto.
— Farò io — diceva tra sè. — Farò da me; sarà poco, ma dal poco viene
il molto. Dalle piccole cose nascono talvolta le grandi.
E con quest’idea fissa in mente, con l’impaziente speranza di veder
scoppiare improvvisamente qualche sommossa favorevole alla sua parte,
si mise in moto, e ora a piedi, ora a cavallo, sempre solo e senza una
paura al mondo, cominciò ad assistere ai festeggiamenti repubblicani
che avevano luogo nei villaggi e nelle città circonvicine.
Da per tutto i realisti sopportavano non rassegnati, ma come
istupiditi, il nuovo ordine di cose. Alcuni lasciavano il Piemonte,
per fuggir cielo e luoghi divenuti odiosi; altri vivevano prudentemente
nascosti; altri invece andavano attorno incerti e avviliti, mescolati
nella turba che faceva galloria.
Massimo si trovò presente all’erezione di parecchi alberi della
Libertà. Ora era un pioppo, ora una quercia; mentre si piantava,
mentre si adornava, era un batter di mani e di piedi, un frastuono di
mille grida di gioia e di trionfo; e una volta su, quando sulla cima
rosseggiava il berretto a cono ritorto, quando dai fianchi pendevano
le bandiere, le iscrizioni, gli emblemi, quando al piede sorgeva
la ringhiera, cominciavano le poesie declamate con enfasi pazza, i
discorsi vociati con la schiuma alla bocca, le canzoni grottesche e
scurrili in italiano, in francese, in dialetto. E quando tutto questo
cominciava ad annoiare, si attaccava la _Carmagnola_, la ridda bacchica
e sfrenata, nella quale si gittavano contadini, borghesi, preti, frati,
monelli, sgualdrine.
Spesso Massimo non poteva reggere udendo le villanie, le turpitudini,
i vituperi scagliati contro Carlo Emanuele e la sua famiglia, contro
quelli del ceto a cui egli apparteneva; vedendo far a brani i ritratti
ad olio dei reali, sparare a bersaglio nei loro busti, appiccare,
decapitare, fracassare le loro statue, si allontanava fremendo,
rodendosi, maledicendo nemici ed amici; poi, attirato da un senso di
curiosità irresistibile, dalla seduzione del tumulto, tornava. E, cosa
strana, a poco a poco egli quasi si abituò a questi spettacoli.
Le scene non mutavano, gli attori erano sempre gli stessi, e ripetevano
frasi e gesti con lacrimevole e nauseante insistenza. Quella folla
briaca ed urlante non pareva mossa da alcuna idea chiara e determinata,
da una commozione politica sincera e profonda. Era un delirio
transitorio, una forma di pazzia rimasta latente, che i mutamenti
avvenuti avevano maturata e fatta scoppiare. La follia dell’imitazione
trasformava temporariamente quel branco di pecore e di maiali, in
un branco di animali selvaggi. La tempesta, che per lui non aveva
mai avuto nulla di grande nè di terribile, perdette anche ciò che
poteva avere di serio; in certe ore egli inclinava quasi a credere
si trattasse di una finzione, d’un enorme strattagemma per ingannare,
addormentar gl’invasori e dar loro addosso alla prima opportunità.
Violant riceveva frequenti lettere di suo figlio. Il povero marchesino
non sapeva più in che mondo vivesse. Il nuovo Governo aveva aboliti
subito tutti i titoli, tutte le distinzioni, proibiti gli stemmi e
le livree. I soprusi continuavano e si aggravavano; erano cominciati
i depredamenti. I francesi si portavano come in paese di conquista.
Sott’ufficiali e soldati entravano nelle osterie, negli alberghi,
nei caffè e altrove: volevano mangiare, bere, dormire, divertirsi
senza costo di spesa; contrariati, menavan le mani e fracassavano
le masserizie. Grouchy aveva preso per sè i migliori cavalli delle
scuderie reali; i suoi si servivano a piacimento nelle scuderie dei
privati. Due ufficiali di stato maggiore avevano occupato tutto il
palazzo Lascaris. Un capitano dei _chasseurs à cheval_ aveva voluto per
sè il miglior appartamento di casa Osasco. Il capo di battaglione Dieu
comandava a bacchetta nel palazzo Violant.
Si faceva man bassa su tutto quel che poteva esser ridotto a moneta: la
statua d’argento della Madonna della Consolata, quelle della Madonna
della Concezione, del Beato Amedeo, i più preziosi arredi della
cappella del S. Sudario, compresa la stupenda cassetta in cui questo
era chiuso, si trovavano già alla Zecca. E mentre si procedeva allo
spogliamento dei palazzi e delle ville reali con grande alacrità e
senza interruzione, veniva tolto dai musei, dalle biblioteche, dagli
archivi tutto ciò che poteva arricchire e adornare Parigi.
Si diceva che Joubert, il quale serbava le mani nette, fosse fieramente
indignato, e cercasse il modo di tener in freno tanta rapacità, di
metter fine a tanti vituperi.
Il 23 dicembre, a sera inoltrata, mentre la contessa, suo figlio, e
gli ospiti stavano per ritirarsi nelle loro stanze, arrivò un messo
portatore d’un letterone di Giacinto.
— Ahi! ahi! ahi! — esclamò il marchese, facendosi presso al lume, — che
diavolo sarà successo?
Il Governo provvisorio «considerando che il vuoto delle casse proveniva
unicamente dal regime della tirannide che coi sudori del popolo
arricchiva i sedicenti privilegiati» poneva su questi una nuova tassa
straordinaria da pagarsi in tre rate: la prima in moneta d’oro e
d’argento nelle ventiquattr’ore, la seconda fra otto giorni, la terza
fra quindici.
Violant doveva sborsare settantacinque mila lire. Suo figlio lo pregava
di andar subito a Torino per provvedere.
— Io andare a Torino! — gridò il marchese infuriato, dopo aver letto
e stracciato lo scritto, — io andar a vedere come ci hanno cucinati?
Neppur per sogno. Non mi muovo di qui, io. È il momento di scappar
lontano, di farsi dimenticare, non di mettersi in mostra. Dev’essere
una Babilonia, laggiù, un arruffio dell’altro mondo. Son gente da farti
qualunque tiro. Quel testardo di mio figlio non la vuol capire, eppure
scommetto che se fosse stato qui, nemmeno si sarebbero ricordati di
noi. Ma adesso la faccio finita: gli indico il modo di procurarsi il
denaro; paghi, lasci star le amorose e venga via subito. Oh, per Bacco!
I giorni passavano. Da che era partito, il conte Annibale non aveva
ancora scritto e non si sapeva più nulla del fatto suo. La contessa
stava in pensiero, ne parlava spesso, sempre conchiudendo:
— Iddio non voglia che sia capitato male!
Alla fine, la mattina di domenica 30 dicembre, mentre i signori di
Robelletta stavano aspettando nelle stanze a terreno che si sonasse
a messa, il maestro di casa entrò portando una lettera sur una
guantierina d’argento. La contessa la prese palpitando. Era di suo
marito. Apertala, vide con maraviglia grandissima che veniva da Torino.
Il conte, la Dio grazia, era vivo e sano. Aveva ricevuto a Parma una
missiva del generale Grouchy, contenente l’ordine espresso di recarsi
a Grenoble. Conservava il possesso e il godimento dei suoi beni, ma
aveva l’obbligo di dimorare nel luogo indicato e mandare al Governo
provvisorio l’attestazione di quella Municipalità.
Egli era tornato a Torino, aveva protestato energicamente contro questa
manifesta rottura dei patti concordati nell’atto d’abdicazione del Re,
non riuscendo però ad altro che ad ottenere di ritardare il viaggio
fino a primavera.
I condannati alla deportazione come lui erano circa trenta; tra
questi il cavaliere di Priocca, il quale, secondo l’assicurazione di
Joubert, doveva esser prosciolto subito dopo la partenza del Re. Molto
probabilmente il nuovo Governo avrebbe continuato a liberarsi nello
stesso modo di tutti i patrizi ch’erano rimasti devoti alla monarchia.
Il conte avvertiva tranquillamente la moglie ch’egli aveva fatto un
nuovo scapito di sessanta mila lire, che di tanto era stato tassato
pochi giorni prima; ma poteva dirsi fortunato, poichè se certe famiglie
dovevano contribuire men della sua, certe altre erano costrette a
pagare smoderatamente di più. Consigliava poi tanto lei quanto il
figlio a rimanere in campagna, se non altro per non vedere a che fosse
ridotta la città che aveva sostenuto così virtuosamente l’assedio del
1706.
Giuseppe Giacinto Violant arrivò a Robelletta sul cadere d’un triste
giorno di gennaio. Scese dal legno tutto rabbuffato e col muso lungo
un braccio; si lasciò stringere al seno dal padre, baciò la mano alla
zia, salutò distrattamente il cavaliere Mazel e il cugino Massimo.
Dichiarò subito che aveva fatto un viaggio eterno, ignobile, umiliante;
si sentiva tutte l’ossa sconquassate dal calessaccio infame. E poi, due
brenne scellerate e un vetturino imbecille che non sapeva neppure da
qual parte si tenesse la frusta.
— Eeh! ho dovuto prendere quello che ho trovato — continuò sbuffando.
— Perchè bisogna saper una cosa, bisogna sapere che tutti i possessori
di cavalli da carrozza e di lusso hanno dovuto mandarli al Valentino
per uso del Governo e d’ordine della Municipalità: quel bel miscuglio
di avvocati, di medici, di banchieri, di mercanti, di calzolai, di
sellai... Naturalmente il giorno dopo la consegna tutti i cocchieri
erano a spasso. Ed ecco venir fuori un gran manifesto del capo della
polizia, nel quale si ravvisava contraria ai sentimenti di umanità
e di giustizia la perfida e barbara condotta di tutti i padroni, e
si decretava a nome del Governo dovessero continuare a mantenere i
cocchieri e pagarli non so per quanti mesi. Ora domando io se queste
non son prepotenze? E siamo appena in principio, le persecuzioni sono
appena cominciate. Voglia Dio che non s’abbia a vedere la ghigliottina
in piazza Castello!
— Euh! — fece il marchese, che si sentì correre un freddo per le
braccia e per la schiena.
— Signor padre, lei non sa ancora che la marchesa di San Marzano è
stata arrestata a Costigliole d’Asti e condotta a Torino?
— Gabriella? — esclamò la contessa dolorosamente.
— Sicuro. Lei e il prevosto del paese.
— E perchè? — chiese Mazel.
— Sono accusati d’aver sollevato i contadini.
— Ma come! — gridò Massimo — c’è stato un sollevamento? Dove? Quando?
— Nelle provincie di Alba e di Asti, dove i commissari, mandati dal
Governo a installare le Municipalità, hanno voluto proibire, proprio la
vigilia di Natale, che si andasse a messa di mezzanotte, e ordinato per
di più che si celebrasse la festa con l’innalzamento del solito albero.
— Oh testa sventata! — esclamò il marchese, volgendosi crucciato verso
suo figlio, — perchè non ci dicesti questo appena arrivato, invece di
infastidirci con l’affare dei cavalli. E dopo?
— In seguito a questo — continuò Giacinto, senza scomporsi, — gli
uomini di Costigliole, di Calosso, d’Isola e di altri luoghi hanno
cominciato a mormorare; poi a gridare che si voleva offendere la
religione; poi, prese le armi, al suono delle campane, si mossero
verso Alba. Furono dispersi dai patriotti coll’aiuto efficace e
forse indispensabile di alcune compagnie di Piemonte Reale. Pare che
dalla parte di Asti il moto sia stato anche più grave e la resistenza
maggiore, ma non conosco i particolari. Conseguenze di tutto questo:
alcune fucilazioni, la distruzione delle campane, il disarmo dei
comuni, le taglie di guerra e una pioggia di bandi e di proclami. D’ora
in avanti, ogni comune dove l’albero sarà abbattuto o mutilato, o dove
si darà campana a martello, verrà assoggettato a una contribuzione
dieci volte maggiore dell’ordinaria. Se vi si sarà versato il sangue
d’un francese o d’un patriotto, incendio e distruzione. Tutti gli
attruppamenti saranno attaccati subito, arrestati quelli che li
comporranno, i capi giudicati da una commissione militare e passati per
le armi ipso facto... La stessa pena per chiunque, nelle provincie di
Asti e d’Alba, sarà trovato in possesso d’uno schioppo, d’una pistola o
di munizioni da guerra...
— Ma insomma — interruppe Mazel — la marchesa corre un vero pericolo?
Giacinto si strinse nelle spalle.
— Questo — rispose egli — non lo posso sapere.
Tutti, abbassato il viso e lo sguardo, rimasero muti e pensosi per
qualche minuto. Intanto era venuta l’ora in cui per costume della
famiglia si faceva in comune la preghiera della sera. La contessa
si alzò e, seguita dai quattro signori, si avviò alla cappella, dove
aspettava già don Bonhomine. I servitori e i contadini vennero subito e
s’inginocchiarono taciti e riverenti.
Gli usci e le finestre erano chiusi, ma il vento gelido cigolava negli
spiragli, alitava sull’impiantito, s’aggirava intorno all’altare:
ove le fiammelle rossiccie dei candelieri or piegandosi accennavano
a spegnersi, or rialzandosi si ravvivavano, e gettavano sprazzi e
creavano più qua e più là ombre improvvise, oscillanti e mostruose.
Si recitò prima il rosario, quindi le litanie della Madonna con grave
e misurata lentezza. I contadini, i servitori uscirono cheti cheti,
in punta di piedi. Dopo un poco, la contessa che teneva il viso fra le
palme, lo alzò e voltandosi ai suoi:
— Preghiamo — disse col pianto nella voce — preghiamo ancora per la mia
povera amica...
L’altera gentildonna passò giorni e nottate di vera ed amara tristezza.
Il pensiero del pericolo da cui era minacciata la marchesa prigioniera
divenne tormentoso ed incessante. Cercava invano di farsene un’idea.
Mazel e Violant, interrogati, non davano che risposte evasive,
indeterminate, o sospiravano alzando gli occhi al cielo.
Il conte Annibale confermò in una sua lettera quanto aveva raccontato
Giacinto; aggiungendo essere veramente impossibile di fare presagi.
Il mal animo contro i nobili durava sempre grandissimo. Nei proclami,
nei bandi, nei discorsi venivano chiamati: ministri arrabbiati del
fanatismo, satelliti nefandi del dispotismo, razza d’uomini orgogliosi,
prepotenti, lascivi, oppressori del genere umano, mostri infami,
sanguinari, snaturati, sbucati nei secoli d’ignoranza dalle tane del
feroce settentrione. Erano accusati di cospirare contro la Libertà,
di diffondere il malcontento nelle campagne, di nutrire un odio
implacabile contro il nuovo Governo.
V’era chi cercava continuamente di aizzar contro di loro l’ira e il
disprezzo del popolo, e per comprendere quanto bene ci riuscisse,
bastava sentire con che risate, con che battimani venissero accolti
dal pubblico dei teatri certi sconci motteggi, certe insolenti beffe
degli attori. Le cose erano andate tant’oltre che Boutroue, comandante
della piazza di Torino, aveva pubblicato un avviso nel quale era detto
che tutti coloro i quali appartenevano a classi svanite coll’estinto
Governo, quando rispettassero le leggi, dovevano egualmente essere
da esse protetti; e dichiarava che nel momento stesso in cui la
tranquillità pubblica fosse intorbidata e un cittadino insultato, gli
autori, istigatori, fautori e complici sarebbero arrestati e puniti
secondo il rigor delle leggi.
Tutto questo era triste e sopra tutto fastidioso; però finora se le
parole erano violenti ed esorbitanti, fortunatamente non si poteva
dire altrettanto dei fatti. In molte cose poi si sarebbe detto che i
governanti invece di ragionare, farneticassero. E citava il decreto 31
dicembre, col quale si chiamavano a parte dell’universale esultazione
anche que’ rei di meno gravi eccessi, i quali, sebbene non detenuti,
erano stati costretti a lasciare la patria, o vivevano tuttora in
seno ad essa incerti della loro sorte. E questi erano i parricidi,
gli uxoricidi, i fratricidi, gl’infanticidi, gli assassini, gli
avvelenatori, gli incendiari, i falsari!
Un’altra cosa a giudizio del conte più da mentecatti che da ribaldi,
era la decisione presa, ma non ancora eseguita, di trasformare
la Basilica di Superga nel Tempio della Riconoscenza. Si trattava
di togliere dal sotterraneo tutti gli emblemi e le iscrizioni che
rammentassero l’origine, _mondarlo_ dalle ceneri dei re e dei principi,
e mettervi quelle dei patriotti morti per la Libertà, e degli uomini
illustri che ottenessero dai rappresentanti della Nazione favorevole
voto. Il conte Annibale chiudeva la sua lettera promettendo di non
tardar troppo a mandare altre notizie.
Egli fu di parola. Pochi giorni dopo riscrisse brevemente e lietamente,
annunziando che il Consiglio di guerra permanente della Divisione del
Piemonte con sentenza del 29 nevoso, anno settimo, aveva dichiarato
all’unanimità non colpevoli: la cittadina Gabriella Asinari Caraglio,
detta San Marzano, ex-marchesa, il cittadino Giovanni Lorenzo Pola,
prevosto, e il cittadino Luigi Crova, ex-barone, tutti e tre accusati
d’essere gli autori dell’insurrezione scoppiata nella provincia d’Asti.
«Ringraziamo Iddio — scriveva poi — che molto si abbaia, ma poco si
morde. Auguriamoci che si vada avanti così. Intanto Torino si prepara
a solennizzare clamorosamente il 2 pluvioso (21 gennaio v. s.) giorno
in cui cadde la testa dell’ultimo tiranno della Francia: Luigi XVI.
Interverranno i generali francesi, gli agenti civili del Direttorio,
i governanti in pompa magna; si brucieranno ai piedi dell’albero
pergamene, diplomi, documenti, carta monetata; si pronunzieranno i
soliti discorsi, non so se più stupidi o più feroci».
Le lettere del conte non somigliavano più a quelle d’un tempo; il suo
stile troppo studiato era divenuto naturale, spontaneo; egli raccontava
quanto accadeva bonariamente, semplicemente, aggiungendo pensieri e
riflessioni e lasciando a parte e gli esempi e le reminiscenze greche
e romane. Ognuna di esse letta, riletta e commentata, alimentava i
discorsi fino all’arrivo della posta seguente.
Le nuove che si avevano dalle terre circonvicine erano sempre della
stessa natura, e oramai attedianti. A Villanova la Municipalità aveva
fatto aprire da un fabbro le porte del castello del cittadino Solaro e
ne aveva preso possesso. A Vigone s’era obbligato un povero agostiniano
a salire sopra una carretta tirata da due asini, ed a girar le strade
ludibrio di tutti. A Racconigi, un somarello vestito da nobile, carico
di pergamene e di ciondoli, era stato condotto lungamente attorno, poi
spinto, fra uno schiamazzo infernale, su per le scale del marchese di
Priè.
À Robelletta si conduceva vita quieta e malinconica. La mattina si
assisteva alla messa di don Bonhomine, poi si pregava lungamente per il
Re, per la famiglia reale, per quanti soffrivano nel presente regime.
Dopo desinare la contessa si ritirava nelle sue stanze; Violant e
Mazel giocavano alle carte, ai tarocchi, agli scacchi. Giacinto si
appisolava accanto al fuoco, girellava svogliato per la casa o usciva
a tirare alle passere nel giardino con lo schioppo di Massimo. Questi,
stanco d’andar da luogo a luogo senza profitto e senza scopo, non si
allontanava più: passava le ore del pomeriggio sotto la tettoia che
fiancheggiava l’aia, ove gli uomini validi della cascina si radunavano
per suo ordine e si addestravano a maneggiare le armi, a marciare
regolarmente, a imparar movimenti utili o necessari in guerra, sotto la
direzione di Giacomo Devalle, ex-sergente nel reggimento di Pinerolo.
Il verno era aspro. Ogni tanto il tempo si intorbidava, si rabbruscava;
ricominciava a nevicare a fiocchi serrati, un nuovo strato bianco
veniva silenziosamente a soprapporsi all’antico. Oramai più nulla
traspariva della bruna superficie terrestre, nessuna traccia di
sentiero o di solco, leggiere gibbosità, ampie onde immobili variavano
appena l’uniformità immacolata del piano, rivelavano sole la struttura
del suolo. I tetti, i muri, le siepi, gli alberi parevano oppressi da
tutto quel candore; i grossi rami piegavano e talora, vinti dal peso,
precipitavano schiantati in un polverio di foglie morte, di ramoscelli,
di diacciuoli.
Il cielo si rasserenava. La campagna lieta, finchè il sole l’irradiava
dall’alto, si vestiva di mestizia a poco a poco, diventava immensamente
tetra e paurosa dopo il tramonto.