XXIV.

La lettera che il conte Annibale scriveva a sua moglie era assai breve.

Ella sapeva quali erano i suoi sentimenti, com’egli fosse dei primi tra

i fedeli sudditi del Re, tanto per dovere sacro di religione, quanto

per l’affetto e dedizione che ben di cuore aveva giurato alla casa di

Savoia. Non aveva perciò bisogno ch’egli le enumerasse le ragioni della

risoluzione da lui presa. Le spiegava in succinto le condizioni della

loro fortuna, molto diminuita dalle vicende di quegli anni; indicava

il modo di condursi durante la sua assenza che poteva esser lunga,

anzi lunghissima, e terminava con alcune frasi molto ben tornite e

squisitamente cortesi.

Le quattro pagine di gran formato dedicate al figlio racchiudevano una

quantità di insegnamenti politici astrusi e trascendentali, corredati

da esempi tolti alla storia greca ed alla romana. Norme pratiche e di

applicazione diretta e immediata, nessuna.

Massimo s’alzò a giorno, montò a cavallo e si recò alla tenuta del

conte Di Rivas. Questi si era appunto abboccato poco prima con alcuni

gentiluomini del loro partito.

Tutti avevano convenuto con lui che per il momento non c’era nulla da

fare; bisognava star cheti, rodere il freno, fingersi morti e lasciar

svampare i primi furori repubblicani; dopo si sarebbe veduto. Massimo

non fece alcuna obbiezione; stabilì con l’amico le cifre da usarsi ove

accadesse di dover corrispondere per lettera, fissò il luogo ove queste

sarebbero lasciate e prese da uomini accorti e fidati, e tornò che il

sole scendeva verso occidente.

Cammin facendo, ripensava alle cose udite e scrollava il capo.

Procedere con cautela, fingersi morti, lavorar di politica... Dio!

quanto lo seccavano tutti questi indugi! Non s’era mai sentito così

pieno di forza, di ardire. Il suo cuore palpitava, acceso da un

desiderio intenso di compiere qualche bel fatto.

— Farò io — diceva tra sè. — Farò da me; sarà poco, ma dal poco viene

il molto. Dalle piccole cose nascono talvolta le grandi.

E con quest’idea fissa in mente, con l’impaziente speranza di veder

scoppiare improvvisamente qualche sommossa favorevole alla sua parte,

si mise in moto, e ora a piedi, ora a cavallo, sempre solo e senza una

paura al mondo, cominciò ad assistere ai festeggiamenti repubblicani

che avevano luogo nei villaggi e nelle città circonvicine.

Da per tutto i realisti sopportavano non rassegnati, ma come

istupiditi, il nuovo ordine di cose. Alcuni lasciavano il Piemonte,

per fuggir cielo e luoghi divenuti odiosi; altri vivevano prudentemente

nascosti; altri invece andavano attorno incerti e avviliti, mescolati

nella turba che faceva galloria.

Massimo si trovò presente all’erezione di parecchi alberi della

Libertà. Ora era un pioppo, ora una quercia; mentre si piantava,

mentre si adornava, era un batter di mani e di piedi, un frastuono di

mille grida di gioia e di trionfo; e una volta su, quando sulla cima

rosseggiava il berretto a cono ritorto, quando dai fianchi pendevano

le bandiere, le iscrizioni, gli emblemi, quando al piede sorgeva

la ringhiera, cominciavano le poesie declamate con enfasi pazza, i

discorsi vociati con la schiuma alla bocca, le canzoni grottesche e

scurrili in italiano, in francese, in dialetto. E quando tutto questo

cominciava ad annoiare, si attaccava la _Carmagnola_, la ridda bacchica

e sfrenata, nella quale si gittavano contadini, borghesi, preti, frati,

monelli, sgualdrine.

Spesso Massimo non poteva reggere udendo le villanie, le turpitudini,

i vituperi scagliati contro Carlo Emanuele e la sua famiglia, contro

quelli del ceto a cui egli apparteneva; vedendo far a brani i ritratti

ad olio dei reali, sparare a bersaglio nei loro busti, appiccare,

decapitare, fracassare le loro statue, si allontanava fremendo,

rodendosi, maledicendo nemici ed amici; poi, attirato da un senso di

curiosità irresistibile, dalla seduzione del tumulto, tornava. E, cosa

strana, a poco a poco egli quasi si abituò a questi spettacoli.

Le scene non mutavano, gli attori erano sempre gli stessi, e ripetevano

frasi e gesti con lacrimevole e nauseante insistenza. Quella folla

briaca ed urlante non pareva mossa da alcuna idea chiara e determinata,

da una commozione politica sincera e profonda. Era un delirio

transitorio, una forma di pazzia rimasta latente, che i mutamenti

avvenuti avevano maturata e fatta scoppiare. La follia dell’imitazione

trasformava temporariamente quel branco di pecore e di maiali, in

un branco di animali selvaggi. La tempesta, che per lui non aveva

mai avuto nulla di grande nè di terribile, perdette anche ciò che

poteva avere di serio; in certe ore egli inclinava quasi a credere

si trattasse di una finzione, d’un enorme strattagemma per ingannare,

addormentar gl’invasori e dar loro addosso alla prima opportunità.

Violant riceveva frequenti lettere di suo figlio. Il povero marchesino

non sapeva più in che mondo vivesse. Il nuovo Governo aveva aboliti

subito tutti i titoli, tutte le distinzioni, proibiti gli stemmi e

le livree. I soprusi continuavano e si aggravavano; erano cominciati

i depredamenti. I francesi si portavano come in paese di conquista.

Sott’ufficiali e soldati entravano nelle osterie, negli alberghi,

nei caffè e altrove: volevano mangiare, bere, dormire, divertirsi

senza costo di spesa; contrariati, menavan le mani e fracassavano

le masserizie. Grouchy aveva preso per sè i migliori cavalli delle

scuderie reali; i suoi si servivano a piacimento nelle scuderie dei

privati. Due ufficiali di stato maggiore avevano occupato tutto il

palazzo Lascaris. Un capitano dei _chasseurs à cheval_ aveva voluto per

sè il miglior appartamento di casa Osasco. Il capo di battaglione Dieu

comandava a bacchetta nel palazzo Violant.

Si faceva man bassa su tutto quel che poteva esser ridotto a moneta: la

statua d’argento della Madonna della Consolata, quelle della Madonna

della Concezione, del Beato Amedeo, i più preziosi arredi della

cappella del S. Sudario, compresa la stupenda cassetta in cui questo

era chiuso, si trovavano già alla Zecca. E mentre si procedeva allo

spogliamento dei palazzi e delle ville reali con grande alacrità e

senza interruzione, veniva tolto dai musei, dalle biblioteche, dagli

archivi tutto ciò che poteva arricchire e adornare Parigi.

Si diceva che Joubert, il quale serbava le mani nette, fosse fieramente

indignato, e cercasse il modo di tener in freno tanta rapacità, di

metter fine a tanti vituperi.

Il 23 dicembre, a sera inoltrata, mentre la contessa, suo figlio, e

gli ospiti stavano per ritirarsi nelle loro stanze, arrivò un messo

portatore d’un letterone di Giacinto.

— Ahi! ahi! ahi! — esclamò il marchese, facendosi presso al lume, — che

diavolo sarà successo?

Il Governo provvisorio «considerando che il vuoto delle casse proveniva

unicamente dal regime della tirannide che coi sudori del popolo

arricchiva i sedicenti privilegiati» poneva su questi una nuova tassa

straordinaria da pagarsi in tre rate: la prima in moneta d’oro e

d’argento nelle ventiquattr’ore, la seconda fra otto giorni, la terza

fra quindici.

Violant doveva sborsare settantacinque mila lire. Suo figlio lo pregava

di andar subito a Torino per provvedere.

— Io andare a Torino! — gridò il marchese infuriato, dopo aver letto

e stracciato lo scritto, — io andar a vedere come ci hanno cucinati?

Neppur per sogno. Non mi muovo di qui, io. È il momento di scappar

lontano, di farsi dimenticare, non di mettersi in mostra. Dev’essere

una Babilonia, laggiù, un arruffio dell’altro mondo. Son gente da farti

qualunque tiro. Quel testardo di mio figlio non la vuol capire, eppure

scommetto che se fosse stato qui, nemmeno si sarebbero ricordati di

noi. Ma adesso la faccio finita: gli indico il modo di procurarsi il

denaro; paghi, lasci star le amorose e venga via subito. Oh, per Bacco!

I giorni passavano. Da che era partito, il conte Annibale non aveva

ancora scritto e non si sapeva più nulla del fatto suo. La contessa

stava in pensiero, ne parlava spesso, sempre conchiudendo:

— Iddio non voglia che sia capitato male!

Alla fine, la mattina di domenica 30 dicembre, mentre i signori di

Robelletta stavano aspettando nelle stanze a terreno che si sonasse

a messa, il maestro di casa entrò portando una lettera sur una

guantierina d’argento. La contessa la prese palpitando. Era di suo

marito. Apertala, vide con maraviglia grandissima che veniva da Torino.

Il conte, la Dio grazia, era vivo e sano. Aveva ricevuto a Parma una

missiva del generale Grouchy, contenente l’ordine espresso di recarsi

a Grenoble. Conservava il possesso e il godimento dei suoi beni, ma

aveva l’obbligo di dimorare nel luogo indicato e mandare al Governo

provvisorio l’attestazione di quella Municipalità.

Egli era tornato a Torino, aveva protestato energicamente contro questa

manifesta rottura dei patti concordati nell’atto d’abdicazione del Re,

non riuscendo però ad altro che ad ottenere di ritardare il viaggio

fino a primavera.

I condannati alla deportazione come lui erano circa trenta; tra

questi il cavaliere di Priocca, il quale, secondo l’assicurazione di

Joubert, doveva esser prosciolto subito dopo la partenza del Re. Molto

probabilmente il nuovo Governo avrebbe continuato a liberarsi nello

stesso modo di tutti i patrizi ch’erano rimasti devoti alla monarchia.

Il conte avvertiva tranquillamente la moglie ch’egli aveva fatto un

nuovo scapito di sessanta mila lire, che di tanto era stato tassato

pochi giorni prima; ma poteva dirsi fortunato, poichè se certe famiglie

dovevano contribuire men della sua, certe altre erano costrette a

pagare smoderatamente di più. Consigliava poi tanto lei quanto il

figlio a rimanere in campagna, se non altro per non vedere a che fosse

ridotta la città che aveva sostenuto così virtuosamente l’assedio del

1706.

Giuseppe Giacinto Violant arrivò a Robelletta sul cadere d’un triste

giorno di gennaio. Scese dal legno tutto rabbuffato e col muso lungo

un braccio; si lasciò stringere al seno dal padre, baciò la mano alla

zia, salutò distrattamente il cavaliere Mazel e il cugino Massimo.

Dichiarò subito che aveva fatto un viaggio eterno, ignobile, umiliante;

si sentiva tutte l’ossa sconquassate dal calessaccio infame. E poi, due

brenne scellerate e un vetturino imbecille che non sapeva neppure da

qual parte si tenesse la frusta.

— Eeh! ho dovuto prendere quello che ho trovato — continuò sbuffando.

— Perchè bisogna saper una cosa, bisogna sapere che tutti i possessori

di cavalli da carrozza e di lusso hanno dovuto mandarli al Valentino

per uso del Governo e d’ordine della Municipalità: quel bel miscuglio

di avvocati, di medici, di banchieri, di mercanti, di calzolai, di

sellai... Naturalmente il giorno dopo la consegna tutti i cocchieri

erano a spasso. Ed ecco venir fuori un gran manifesto del capo della

polizia, nel quale si ravvisava contraria ai sentimenti di umanità

e di giustizia la perfida e barbara condotta di tutti i padroni, e

si decretava a nome del Governo dovessero continuare a mantenere i

cocchieri e pagarli non so per quanti mesi. Ora domando io se queste

non son prepotenze? E siamo appena in principio, le persecuzioni sono

appena cominciate. Voglia Dio che non s’abbia a vedere la ghigliottina

in piazza Castello!

— Euh! — fece il marchese, che si sentì correre un freddo per le

braccia e per la schiena.

— Signor padre, lei non sa ancora che la marchesa di San Marzano è

stata arrestata a Costigliole d’Asti e condotta a Torino?

— Gabriella? — esclamò la contessa dolorosamente.

— Sicuro. Lei e il prevosto del paese.

— E perchè? — chiese Mazel.

— Sono accusati d’aver sollevato i contadini.

— Ma come! — gridò Massimo — c’è stato un sollevamento? Dove? Quando?

— Nelle provincie di Alba e di Asti, dove i commissari, mandati dal

Governo a installare le Municipalità, hanno voluto proibire, proprio la

vigilia di Natale, che si andasse a messa di mezzanotte, e ordinato per

di più che si celebrasse la festa con l’innalzamento del solito albero.

— Oh testa sventata! — esclamò il marchese, volgendosi crucciato verso

suo figlio, — perchè non ci dicesti questo appena arrivato, invece di

infastidirci con l’affare dei cavalli. E dopo?

— In seguito a questo — continuò Giacinto, senza scomporsi, — gli

uomini di Costigliole, di Calosso, d’Isola e di altri luoghi hanno

cominciato a mormorare; poi a gridare che si voleva offendere la

religione; poi, prese le armi, al suono delle campane, si mossero

verso Alba. Furono dispersi dai patriotti coll’aiuto efficace e

forse indispensabile di alcune compagnie di Piemonte Reale. Pare che

dalla parte di Asti il moto sia stato anche più grave e la resistenza

maggiore, ma non conosco i particolari. Conseguenze di tutto questo:

alcune fucilazioni, la distruzione delle campane, il disarmo dei

comuni, le taglie di guerra e una pioggia di bandi e di proclami. D’ora

in avanti, ogni comune dove l’albero sarà abbattuto o mutilato, o dove

si darà campana a martello, verrà assoggettato a una contribuzione

dieci volte maggiore dell’ordinaria. Se vi si sarà versato il sangue

d’un francese o d’un patriotto, incendio e distruzione. Tutti gli

attruppamenti saranno attaccati subito, arrestati quelli che li

comporranno, i capi giudicati da una commissione militare e passati per

le armi ipso facto... La stessa pena per chiunque, nelle provincie di

Asti e d’Alba, sarà trovato in possesso d’uno schioppo, d’una pistola o

di munizioni da guerra...

— Ma insomma — interruppe Mazel — la marchesa corre un vero pericolo?

Giacinto si strinse nelle spalle.

— Questo — rispose egli — non lo posso sapere.

Tutti, abbassato il viso e lo sguardo, rimasero muti e pensosi per

qualche minuto. Intanto era venuta l’ora in cui per costume della

famiglia si faceva in comune la preghiera della sera. La contessa

si alzò e, seguita dai quattro signori, si avviò alla cappella, dove

aspettava già don Bonhomine. I servitori e i contadini vennero subito e

s’inginocchiarono taciti e riverenti.

Gli usci e le finestre erano chiusi, ma il vento gelido cigolava negli

spiragli, alitava sull’impiantito, s’aggirava intorno all’altare:

ove le fiammelle rossiccie dei candelieri or piegandosi accennavano

a spegnersi, or rialzandosi si ravvivavano, e gettavano sprazzi e

creavano più qua e più là ombre improvvise, oscillanti e mostruose.

Si recitò prima il rosario, quindi le litanie della Madonna con grave

e misurata lentezza. I contadini, i servitori uscirono cheti cheti,

in punta di piedi. Dopo un poco, la contessa che teneva il viso fra le

palme, lo alzò e voltandosi ai suoi:

— Preghiamo — disse col pianto nella voce — preghiamo ancora per la mia

povera amica...

L’altera gentildonna passò giorni e nottate di vera ed amara tristezza.

Il pensiero del pericolo da cui era minacciata la marchesa prigioniera

divenne tormentoso ed incessante. Cercava invano di farsene un’idea.

Mazel e Violant, interrogati, non davano che risposte evasive,

indeterminate, o sospiravano alzando gli occhi al cielo.

Il conte Annibale confermò in una sua lettera quanto aveva raccontato

Giacinto; aggiungendo essere veramente impossibile di fare presagi.

Il mal animo contro i nobili durava sempre grandissimo. Nei proclami,

nei bandi, nei discorsi venivano chiamati: ministri arrabbiati del

fanatismo, satelliti nefandi del dispotismo, razza d’uomini orgogliosi,

prepotenti, lascivi, oppressori del genere umano, mostri infami,

sanguinari, snaturati, sbucati nei secoli d’ignoranza dalle tane del

feroce settentrione. Erano accusati di cospirare contro la Libertà,

di diffondere il malcontento nelle campagne, di nutrire un odio

implacabile contro il nuovo Governo.

V’era chi cercava continuamente di aizzar contro di loro l’ira e il

disprezzo del popolo, e per comprendere quanto bene ci riuscisse,

bastava sentire con che risate, con che battimani venissero accolti

dal pubblico dei teatri certi sconci motteggi, certe insolenti beffe

degli attori. Le cose erano andate tant’oltre che Boutroue, comandante

della piazza di Torino, aveva pubblicato un avviso nel quale era detto

che tutti coloro i quali appartenevano a classi svanite coll’estinto

Governo, quando rispettassero le leggi, dovevano egualmente essere

da esse protetti; e dichiarava che nel momento stesso in cui la

tranquillità pubblica fosse intorbidata e un cittadino insultato, gli

autori, istigatori, fautori e complici sarebbero arrestati e puniti

secondo il rigor delle leggi.

Tutto questo era triste e sopra tutto fastidioso; però finora se le

parole erano violenti ed esorbitanti, fortunatamente non si poteva

dire altrettanto dei fatti. In molte cose poi si sarebbe detto che i

governanti invece di ragionare, farneticassero. E citava il decreto 31

dicembre, col quale si chiamavano a parte dell’universale esultazione

anche que’ rei di meno gravi eccessi, i quali, sebbene non detenuti,

erano stati costretti a lasciare la patria, o vivevano tuttora in

seno ad essa incerti della loro sorte. E questi erano i parricidi,

gli uxoricidi, i fratricidi, gl’infanticidi, gli assassini, gli

avvelenatori, gli incendiari, i falsari!

Un’altra cosa a giudizio del conte più da mentecatti che da ribaldi,

era la decisione presa, ma non ancora eseguita, di trasformare

la Basilica di Superga nel Tempio della Riconoscenza. Si trattava

di togliere dal sotterraneo tutti gli emblemi e le iscrizioni che

rammentassero l’origine, _mondarlo_ dalle ceneri dei re e dei principi,

e mettervi quelle dei patriotti morti per la Libertà, e degli uomini

illustri che ottenessero dai rappresentanti della Nazione favorevole

voto. Il conte Annibale chiudeva la sua lettera promettendo di non

tardar troppo a mandare altre notizie.

Egli fu di parola. Pochi giorni dopo riscrisse brevemente e lietamente,

annunziando che il Consiglio di guerra permanente della Divisione del

Piemonte con sentenza del 29 nevoso, anno settimo, aveva dichiarato

all’unanimità non colpevoli: la cittadina Gabriella Asinari Caraglio,

detta San Marzano, ex-marchesa, il cittadino Giovanni Lorenzo Pola,

prevosto, e il cittadino Luigi Crova, ex-barone, tutti e tre accusati

d’essere gli autori dell’insurrezione scoppiata nella provincia d’Asti.

«Ringraziamo Iddio — scriveva poi — che molto si abbaia, ma poco si

morde. Auguriamoci che si vada avanti così. Intanto Torino si prepara

a solennizzare clamorosamente il 2 pluvioso (21 gennaio v. s.) giorno

in cui cadde la testa dell’ultimo tiranno della Francia: Luigi XVI.

Interverranno i generali francesi, gli agenti civili del Direttorio,

i governanti in pompa magna; si brucieranno ai piedi dell’albero

pergamene, diplomi, documenti, carta monetata; si pronunzieranno i

soliti discorsi, non so se più stupidi o più feroci».

Le lettere del conte non somigliavano più a quelle d’un tempo; il suo

stile troppo studiato era divenuto naturale, spontaneo; egli raccontava

quanto accadeva bonariamente, semplicemente, aggiungendo pensieri e

riflessioni e lasciando a parte e gli esempi e le reminiscenze greche

e romane. Ognuna di esse letta, riletta e commentata, alimentava i

discorsi fino all’arrivo della posta seguente.

Le nuove che si avevano dalle terre circonvicine erano sempre della

stessa natura, e oramai attedianti. A Villanova la Municipalità aveva

fatto aprire da un fabbro le porte del castello del cittadino Solaro e

ne aveva preso possesso. A Vigone s’era obbligato un povero agostiniano

a salire sopra una carretta tirata da due asini, ed a girar le strade

ludibrio di tutti. A Racconigi, un somarello vestito da nobile, carico

di pergamene e di ciondoli, era stato condotto lungamente attorno, poi

spinto, fra uno schiamazzo infernale, su per le scale del marchese di

Priè.

À Robelletta si conduceva vita quieta e malinconica. La mattina si

assisteva alla messa di don Bonhomine, poi si pregava lungamente per il

Re, per la famiglia reale, per quanti soffrivano nel presente regime.

Dopo desinare la contessa si ritirava nelle sue stanze; Violant e

Mazel giocavano alle carte, ai tarocchi, agli scacchi. Giacinto si

appisolava accanto al fuoco, girellava svogliato per la casa o usciva

a tirare alle passere nel giardino con lo schioppo di Massimo. Questi,

stanco d’andar da luogo a luogo senza profitto e senza scopo, non si

allontanava più: passava le ore del pomeriggio sotto la tettoia che

fiancheggiava l’aia, ove gli uomini validi della cascina si radunavano

per suo ordine e si addestravano a maneggiare le armi, a marciare

regolarmente, a imparar movimenti utili o necessari in guerra, sotto la

direzione di Giacomo Devalle, ex-sergente nel reggimento di Pinerolo.

Il verno era aspro. Ogni tanto il tempo si intorbidava, si rabbruscava;

ricominciava a nevicare a fiocchi serrati, un nuovo strato bianco

veniva silenziosamente a soprapporsi all’antico. Oramai più nulla

traspariva della bruna superficie terrestre, nessuna traccia di

sentiero o di solco, leggiere gibbosità, ampie onde immobili variavano

appena l’uniformità immacolata del piano, rivelavano sole la struttura

del suolo. I tetti, i muri, le siepi, gli alberi parevano oppressi da

tutto quel candore; i grossi rami piegavano e talora, vinti dal peso,

precipitavano schiantati in un polverio di foglie morte, di ramoscelli,

di diacciuoli.

Il cielo si rasserenava. La campagna lieta, finchè il sole l’irradiava

dall’alto, si vestiva di mestizia a poco a poco, diventava immensamente

tetra e paurosa dopo il tramonto.

La bufera · 第 30 / 43 题