La contessa Polissena volle aver frequenti notizie di Liana, durante
tutta la malattia, ma non trovò mai il tempo d’andarla a vedere. Il
cavaliere Mazel se ne informava di tanto in tanto, con cera sbadata,
guardandosi le unghie o baloccandosi con gli anelli. Massimo affannato,
accorato, trepidante, nei primi giorni correva a Murello a levata di
sole, e non tornava a Robelletta che a sera avanzata. A poco a poco,
col diminuir del pericolo, si venne acquietando; e quando Liana fu
entrata in convalescenza, ricominciò a dedicare tutto il suo tempo
all’opera antirepubblicana.
La strada ch’egli batteva non era sparsa di fiori, bensì d’arbusti
pungenti e di viluppi prunosi. Lasciando a parte le difficoltà
materiali, quel dover oggi cercar di persuadere uno scettico o
stimolare un neghittoso, domani ammonire un imprudente o frenare
un avventato, e ascoltar ciance, sproloqui, millanterie, e discuter
con calma disegni evidentemente ineseguibili, e prevenire insidie,
destreggiarsi, aver occhio a questo, a quello, a tutti e a tutto, era
cosa da stancar chiunque non avesse sentito come lui, dopo un lungo
periodo d’inazione, un fermento di vigore, una sovrabbondanza di vita,
una vera smania di attività tempestosa.
Egli trovava anche un certo compenso nell’amicizia, nella stima,
nell’aiuto del conte Di Rivas, uomo maturo d’anni e di senno, e che si
poteva dire di ferro schietto anima e corpo.
Adoperandosi continuamente, alacremente, in quei pochi mesi essi
erano riusciti a procurarsi la cooperazione di parecchie altre persone
fervidamente fedeli alla monarchia, e queste pure attendevano a far
partigiani. Si veniva così formando una lega d’una certa estensione,
ma senza affiliazioni, senza giuramenti, senza segni o parole per
riconoscimento, senza nulla di ciò che qualifica le società segrete.
Bastava una semplice adesione e la promessa verbale di rispondere
prontamente ad ogni chiamata.
Oltre a questo si erano contratte pratiche e avviate corrispondenze coi
più caldi realisti di altre parti del Piemonte. A Saluzzo, a Pinerolo,
a Ivrea questi dovevano contrastar fieramente coi rivoluzionari
preponderanti, ma in molti altri luoghi il popolo si conservava tuttora
devoto al Re, ai preti ed ai nobili e avverso a tutte le novità.
Da Alessandria, per esempio, l’abate Arbaudi mandava notizie
entusiastiche. I contadini non aspettavano che il momento d’insorgere.
Gli bastava l’animo di capitanarli egli stesso, sicuro com’era di
essere validamente secondato in tutto ciò che concerneva la condotta
e le operazioni della guerra, da amici ch’egli metteva alla pari con
Delbée, con Bonchamp, con Charette, con La Rochejaquelein e con tutti
gli altri famosi capi vandeesi.
I principali cospiratori si radunavano di tempo in tempo a Robelletta
e vi tenevano consiglio. Don Macari, a cui era affidata la propaganda
tra i preti e i frati delle terre vicine, veniva spesso a conferire
con la contessa. Talvolta poi vi arrivavano uomini stanchi, infangati,
diversi dai contadini della pianura d’abiti come d’aspetto. Erano tosto
introdotti alla presenza dei signori, consegnavano le lettere di cui
erano latori, e divorata in cucina, sotto la cappa del camino, una
buona scodella di minestra, andavano a riposar sul fienile.
Il conte Annibale rendeva spesso consapevole sua moglie di quanto
succedeva a Torino. Là i patrioti amnistiati levavano il capo più
che mai, andavano attorno baldi e sicuri, spargendo ovunque le loro
dottrine, e tanto liberamente e tanto efficacemente, da guadagnar
anche l’animo di personaggi potenti e di gran conto. Il concorso
dei francesi, la loro influenza aumentavano di giorno in giorno.
Essi continuavano a non rispettar gli accordi, a seminar zizzania,
obbligando il Governo a vigilar senza posa acciocchè i cittadini offesi
ed esasperati non pigliassero qualche estremo partito.
L’ambasciatore della Repubblica francese, il ministro della Cisalpina,
i generali stanziati in Piemonte, i loro ufficiali, tutti si mostravano
d’un’inesauribile fecondità nell’inventare sempre nuove accuse e nuove
liti da muovere al Re ed ai ministri. E poichè nelle città, nei borghi,
nelle campagne di tanto in tanto accadevano risse e baruffe tra i
francesi, che davano noia alle donne e la facevano da prepotenti, e i
popolani e i contadini indignati, coloro moltiplicando ed esagerando
questi fatti a dismisura, prorompevano nei più alti vituperi e tiravano
in campo l’insulsa, la rancida novella del tramato sterminio di tutti i
repubblicani.
Era divenuto ormai impossibile raccapezzarsi tra le recriminazioni
puerili, le esigenze imperiose, le meditate bugie, le perversità palesi
o nascoste, quando il Direttorio inopinatamente sostituì Ménard a
Collin, richiamò Ginguené e nominò l’ex-conte Eymar al suo posto, poi
mandò Joubert a comandare l’esercito d’Italia in luogo di Brune.
A questi mutamenti seguì un periodo d’insperata quiete.
Il Re ricevette le più ampie assicurazioni d’amicizia. Si vide
nel disbrigo degli affari un certo studio per scansare gli urti, i
malintesi, i contrasti; parve si comprendesse che c’era pericolo a
ferire più profondamente i sentimenti dei nobili e dei militari.
Sulla fine d’ottobre il conte Annibale consigliò alla contessa
la pronta sospensione d’ogni movimento ostile ai francesi per non
fornire, con qualche avventatezza, un pretesto a nuove questioni. In
novembre egli tornò più volte sull’argomento, raccomandando sempre
la prudenza, la moderazione, l’astensione da ogni eccesso non solo
negli atti, ma nelle parole; sugli ultimi di quel mese scrisse anche
a suo figlio. Russia e Inghilterra s’erano di nuovo collegate contro
Francia, aderivano le Corti di Vienna e di Napoli. Le cose potevano
mutar da un momento all’altro, ma appunto per questo bisognava armarsi
di pazienza e aspettare. Vincevano i francesi? Nulla essendosi fatto
per inasprirli, tutto rimaneva invariato. Vincevano gli alleati? Essi
dovevano pur sapere che il Re, non essendo più padrone in casa sua, non
poteva prender l’armi in lor favore.
Predicava a un convertito. Massimo, anche se avesse voluto, non avrebbe
potuto disubbidire. A poco a poco, invece di badare alla qualità degli
aderenti, non si era più cercato che la quantità, e appunto in quei
giorni erano nati attriti, malumori, scissure e si venivano formando
due diverse correnti. I giovani, i bollenti volevano fare al più presto
un tentativo un po’ ardito, non fosse altro che per esperimentar le
loro forze: proponevano si ragguagliasse di quanto si era fatto il duca
di Aosta, nemico irreconciliabile del nome francese, e gli si offrisse
senza più l’alta direzione dell’impresa. V’erano quelli che trovavano
invece tutto fuor di tempo e inclinavano a lasciar maturare le cose.
La domenica 2 dicembre la contessa ricevette una lettera del marchese
Violant che diceva così:
«Torino, 30 novembre 1798.
«Sorella carissima,
«Sono stato alla finestra senza cappello, ho presa una solenne
infreddatura con tosse, fiocaggine ed anche un poco di febbre.
Garonis vuole ch’io mi metta a letto subito. Ho tante cose da dirti
e non posso che mandarti alcune notizie asciutte asciutte. Devi
sapere: 1º che il Re di Napoli ha cominciato le ostilità; 2º che al
comando della ex nostra Cittadella non c’è più Ménard ma Grouchy;
3º che ieri, 29, l’ambasciatore Eymar, accompagnato da un aiutante
generale, si presentò a Priocca e chiese al Governo, in nome
della Repubblica, otto mila uomini a piedi, mille a cavallo, una
cinquantina di cannoni, l’approvvigionamento di tutte le fortezze
per quattro mesi e la consegna dell’Arsenale. Il contingente
militare, il vettovagliamento delle fortezze, non c’è che dire,
sono cose pattuite, ma la consegna dell’Arsenale è contraria al
trattato... Come vedi torniamo alle solite. Scusa se non scrivo di
più. Subito che starò bene sarò lungo quanto potrò.
«Addio. Saluta Mazel e abbraccia il contino.
«TRAIANO».
La settimana intera passò senza che si sapesse più altro. La posta del
mercoledì non portò che una gazzetta; quella del sabato mancò affatto.
Il lunedì, 10 dicembre, Massimo doveva trovarsi a convegno con Di Rivas
e due o tre altri amici sulla sponda della Varaita, presso la chiatta
di Ruffia. Egli vi andò, ma aspettò inutilmente tutto il giorno.
Però una nuova che passava di paese in paese, di bocca in bocca arrivò
anche a Robelletta. Un contadino, di ritorno da Racconigi, riferì
d’aver udito dire che il Re non era più a Torino e che i francesi
avevano messo al suo posto il principe di Carignano. Fiordelis, che,
finito il suo servizio, andava nella stalla a far il cascamorto con una
certa contadinotta, raccolse la voce e la ripetè al padrone la mattina
di poi.
Mazel, non uso a dar importanza alle chiacchiere del volgo, lì
per lì stimò inutile di parlarne alla contessa. Ma più tardi, poco
avanti buio, trovandosi con lei e con Massimo nel salotto, davanti al
caminetto ove ardeva un buon fuoco, raccontò in tono molto leggiero
quanto aveva inteso dal suo cameriere.
— E mi dite questo ridendo! — esclamò la contessa turbata.
— Ma se è una voce! — rispose Mazel — niente più che una voce. Se ve
lo dicessi in altro modo mostrerei di credere una cosa impossibile, una
cosa che non sarà mai.
— Domattina andrò a Racconigi — disse Massimo risoluto. — E se occorre
anche a Torino... — S’interruppe, porse l’orecchio e soggiunse: — Una
carrozza!
Infatti in quel subito i cani abbaiarono, s’udì cigolare il cancellone,
strider la ghiaia sotto ruote pesanti.
La contessa e il cavaliere si alzarono in piedi, guardandosi muti
ed ansiosi. Massimo balzò nella stanza d’ingresso, corse all’uscio,
si trovò faccia a faccia con lo zio Violant; il quale, gettato il
ferraiuolo a un servitore, consegnato il cappello a un altro, abbracciò
il nipote; passò avanti, abbracciò la sorella, abbracciò il cavaliere,
e andò a porsi con la schiena al fuoco senza proferir parola.
La contessa lo seguì, gli si piantò di fronte tremante e palpitante.
— Presto! — diss’ella — parlami del Re.
Il povero marchese, che aveva le carni paonazze e batteva i denti,
alzò gli occhi al cielo, agitò le mani come per raccomandar calma e
pazienza, poi si mise a tossire, a tossire, a tossire.
La contessa tutt’a un tratto fu come presa dalla paura d’udir la
risposta; andò a rifugiarsi in un angolo scuro, si lasciò cadere sopra
una poltrona, nascose il viso tra le mani.
Per un poco si udì soltanto il rumore che faceva Massimo movendosi
smaniosamente per la stanza; poi Violant si rivolse a Mazel, che gli
era rimasto vicino.
— Ma voi — domandò con voce roca, — cosa sapete voialtri?
— Noi? Noi non sappiamo niente.
— Peggio che peggio... Speravo di trovarvi già un poco informati...
Basta, cari miei, vi dirò quello che ho sentito e visto. Dimenticherò
certo moltissime cose, ma come si fa?... Altre poi non le posso sapere,
perchè non le saprà mai altri che Dio. Ultimamente non si capiva più
niente, non si vedeva più dove si andava. È ciò che ci ha perduti,
perchè Joubert il suo disegno l’aveva e ben chiaro in mente; e Eymar
e Grouchy e tutti gli altri avevano pure le loro brave istruzioni
limpide e precise. Sentirete. Povero Re, povero Carlo Emanuele IV, come
aveva ragione di dire, quando venne al trono, che si metteva in testa
una corona di spine! La settimana scorsa è stata la sua settimana di
passione. Dunque, tanto per cominciare, dal 30 novembre a tutto il 5
dicembre non ho visto niente: ero in letto con febbre, tosse secca,
mille altri incomodi. Seppi solamente che in Cittadella si tenevano i
fuochi accesi durante tutta la notte, che le sentinelle della cinta
esterna erano triplicate, raddoppiati i cannoni che guardano verso
la città, i ponti alzati come se il nemico circondasse la piazza.
E siccome non si capiva il perchè di tutti questi provvedimenti,
i cittadini si mostravano anche alquanto agitati. La mattina
del 6 Giacinto uscì verso le dieci, ma tornò subito a casa molto
impressionato. In città correva voce che Eymar e Cicognara si fossero
ritirati in Cittadella durante la notte, accompagnati da un branco di
patrioti. Infatti non si vedevano più gli stemmi sulle loro case... Mi
alzai subito, m’imbacuccai bene e mi feci portare in bussola al palazzo
reale.
Quello che aveva inteso dir Giacinto era vero; tutto annunziava vicino
il cominciare delle ostilità, nessuno ne sapeva la ragione e, a sentir
ciò che fu risposto a Castelborgo mandato a chiedere schiarimenti, si
sarebbe detto che la ignoravano anche Grouchy e i suoi amici.
A Corte si teneva consiglio, quantunque il Re si sentisse peggio
del solito. Erano presenti i principi, il presidente del Senato, i
ministri Priocca e San Marzano, che, come saprete, ha preso il posto
di Cravanzana alla guerra. Mi fermai più d’un’ora nella sala che è
dopo l’anticamera di parata, seduto sur uno sgabello nel vano del
finestrone, poi, sentendo suonar mezzogiorno, pensai di tornarmene
a casa... Stavo per uscir dal portone, quando vidi arrivare la
principessa di Carignano tutta frettolosa. Figuratevi ch’era a piedi,
scarmigliata, scompigliata...
— Euh! — fece Mazel scandalizzato — l’etichetta, cospetto! E
l’etichetta?
— Veniva, secondo quello che poi mi fu detto, a portare una lettera
ch’essa aveva ricevuta; una lettera anonima nella quale le si
prometteva molte e grandi cose quando fosse riuscita a indurre il
Re a rinunziare alla corona. Uno dei tanti pasticci della cucina
repubblicana... Heheh! Cosa volete? ultimamente il palazzo Carignano
era divenuto il centro dell’infezione giacobina, come diceva
spiritosamente Garonis. Il principe s’è portato valorosamente quand’era
maggior generale sotto Strasoldo, ma poi... Quanto alla principessa
è una certa testolina che non metterà giudizio mai. Basta, passiamo
oltre. Più tardi si seppe che in consiglio era prevalsa la risoluzione
di tener fermo: infatti si fecero venire a Torino le guardie che
erano alla Veneria, i dragoni della Regina passarono da Stupinigi al
Valentino, e si postarono i cacciatori al Parco. Naturalmente tutto
questo fece crescere il fermento, si cominciò a creder possibile
un conflitto fra la città e la fortezza, tanto più che Grouchy, pur
chiamando precauzioni le misure formidabili che aveva preso, giurava
di metter tutto a ferro e fuoco, di non lasciar pietra su pietra ove
si fosse attentato alla libertà d’un solo dei suoi benamati patrioti.
Il governatore pubblicò un manifesto: raccomandava la tranquillità e
la calma, assicurava che non c’era niente a temere dai nostri fedeli
alleati. S’era appena finito di attaccarlo alle cantonate, quando si
divulgò la notizia che Chivasso era stato preso da trecento soldati
francesi, usciti la mattina dalla Cittadella, senza che si potesse
saper dove andavano. Il giorno dopo, ecco una pioggia di novelle
consimili: i comandanti delle fortezze già occupate dai repubblicani,
s’erano impadroniti improvvisamente anche delle città, arrestando i
governatori e disarmando le guarnigioni. Così Rey ora aveva in mano
Susa, Casabianca Cuneo, Montrichard Alessandria. Costui, dopo aver
occupato anche Asti, s’avanzava a marcia forzata per accamparsi a
Superga. Due altre colonne, passato il Ticino sotto gli ordini di
Dessolles e di Victor, erano già entrate chi diceva in Novara e chi
in Vercelli. Nel consiglio reale Priocca fece tre proposte che furono
subito accettate: 1ª pubblicazione d’un buon proclama; 2ª una lettera
al generale in capo; 3ª preghiera al ministro di Prussia d’interporre
i suoi buoni uffici. Poi si tornò a parlare dei mezzi di difendersi;
ma il Re si dichiarò subito contrario a ogni spargimento di sangue, si
alzò, uscì e fu colto immediatamente dal suo solito mal nervoso. Quando
tornò in sè volle aver nella stanza il SS. Sudario, e pregò tutto il
giorno... Verso sera uscì la protesta di Priocca. Vi si diceva... Vi
si dicevano tante cose giuste, vere, sacrosante, con dignità e con
energia, perchè Priocca è un grandissimo uomo dabbene, di quei tali
che si accoppano, ma non si vincono, e bastano talvolta essi soli a
ritardare la rovina d’uno Stato...
Violant s’interruppe, chinò il capo per raccogliere i pensieri, per
rimettersi in filo.
— Tralascio molte cose — ripigliò subito — per non allungarla troppo,
ve le dirò poi man mano che me ne ricorderò. Così siamo arrivati a
sabato 8, la giornata fatale, in cui Grouchy doveva sgrillettare tutte
in una volta le armi che aveva in mano. Quali fossero non si saprà
forse mai esattamente nemmeno da quelli che scriveranno la storia.
Vorrei ingannarmi, ma credo che il generale fosse riuscito a farsi
amici e devoti, con l’arte e con larghe promesse, personaggi aventi
uffici importanti, e a incaricarli di convincere il Re che non v’era
più resistenza possibile. Il teologo Tempia fu tra i tentati, e so che
rispose sdegnosamente. In tutta questa faccenda si vede poi chiaro
il proposito di far comparir volontario il partito preso dal Re,
mentre era più che forzato. E infatti se si pensa che non c’era stata
dichiarazione di guerra... Basta, tiriamo via.
Sabato mattina venne in scena l’avvocato Bertoliati. Io non l’avevo
mai sentito nominare, e voi? Anche non vi saprei dire perchè sia stato
scelto costui, repubblicano sfegatato, creatura di Cicognara, a far
da mediatore tra la Corte e Grouchy. San Germano lo fece chiamare e lo
pregò di recarsi in Cittadella per saper una buona volta cosa diavolo
si chiedesse; ma l’avvocato volle avere il mandato direttamente dal
Re. Lo ebbe, andò, tornò di lì a poco molto spaurito dell’accoglienza
troppo soldatesca che aveva ricevuta. Gli si accordò mezz’oretta per
riprender animo, poi gli si rinnovò l’invito di presentarsi a Grouchy
a fine di ottener proposte esplicite e scritte. Grouchy lo guardò
in cagnesco, disse brutalmente che non aveva facoltà di dar consigli
di sorta: Sua Maestà si trovava negli imbrogli? Si levasse da sè. E
mostrò la porta, esortando l’inviato a non venirgli più tra i piedi.
Queste brevi risposte furono soggetto di lunghe discussioni, ma
oramai diveniva evidente che non c’era più da scegliere che tra due
partiti: la resistenza a oltranza o l’abdicazione. Il duca d’Aosta,
da quel franco signore ch’egli è, si mostrava così risoluto a non
lasciarsi sopraffare, che il Re, accennando la Regina, gli disse
queste testuali parole: — Volete proprio mandar al patibolo me e questa
santa donna? — Poichè il generale non voleva saperne di scrivere, si
sperò volesse almeno piegarsi a leggere, e il buon avvocato ripartì
munito d’un foglio. Stavolta il francese saltò in bestia, annunziò
prossimo l’arrivo delle colonne ch’erano in marcia, mostrò un proclama
arrogante, insultante e minaccioso di Joubert, dichiarò che _le moment
de la vengeance était venu_, che alla famiglia reale non rimaneva più
alcun mezzo di fuga, che la città era circondata da tutte le parti, che
infine bisognava finirla. In un quarto ed ultimo viaggio Bertoliati
non ebbe più che l’incarico di domandar l’invio d’un ufficiale per
trattare. L’aiutante generale Clausel cominciò ad andare e venire dalla
Cittadella al palazzo e dal palazzo alla Cittadella alle sette di sera,
e terminò alle due dopo mezzanotte. Domandò, o per dir meglio impose,
prima di tutto che le truppe, state introdotte in città, sgombrassero
subito e che la guarnigione fosse ridotta al minimum come in tempo di
pace completa. Il Re firmò l’ordine e lo mandò ai vari corpi. Poi si
esaminarono e si discussero tutti gli articoli... E sono questi, cari
miei: Sua Maestà rinunzia a ogni potere. Ordina ai sudditi di obbedire
al Governo provvisorio, e all’esercito piemontese di considerarsi come
parte integrale dell’esercito francese. Ordina al cavalier Damiano di
Priocca di consegnarsi come ostaggio e sconfessa la protesta da lui
pubblicata. Ordina al governatore della città di Torino di ricevere
e far eseguire i comandi e le disposizioni del generale francese
concernenti il mantenimento della tranquillità pubblica... Il culto
cattolico rimane tal e quale. Rispettate le persone, rispettata la
proprietà. I piemontesi che volessero espatriare, come quelli che
volessero rimpatriare, possono farlo liberamente e agevolmente.
Nessuno sarà più ricercato per scritti, detti o fatti politici
anteriori all’atto. Piena facoltà al Re di passare con la famiglia
in Sardegna. Piena facoltà al principe di Carignano di starsene
tranquillamente a Torino... San Germano e Clausel sottoscrissero, il
Re ratificò. Un articolo chiedeva la consegna del duca d’Aosta, fu il
solo rigettato; ed egli acconsentì poi a scrivere a piè del trattato:
— _Je garantis que je ne porterai aucun empêchement au présent acte._
— L’aiutante generale si fece regalare l’_Idropica_ di Gérard Dow,
uno dei capilavori della scuola fiamminga, che aveva già fatto gola a
Bonaparte...
Massimo, che si era buttato sopra una sedia, si rizzò, si asciugò le
lacrime che gli scendevano sulle gote, sul petto.
— Ecco! — esclamò — avevo ragione io quando dicevo e sostenevo che
bisognava mettere il duca d’Aosta alla testa del nostro partito, e
provar se ci riusciva...
— Sua Maestà non voleva che si spargesse sangue — disse Mazel. — Non
hai sentito? Si ricordava d’esser cristiano...
— Ma si scordava d’esser Re!
Violant sospirò. La contessa mostrò appena con un moto del volto di
disapprovare le parole di suo figlio, poi riabbassò le ciglia e tacque.
Ma il cavaliere s’impermalì.
— Cospetto, in che chiave la prendi! Parli senza riflettere, tu. Non
nego che si potesse cadere con un po’ più di... Ma bisogna anche
ammettere ch’era difficile, nelle circostanze in cui si trovava
Carlo Emanuele IV, non aver presente Luigi XVI. E la Regina! Ti par
ch’ella potesse non pensare al martirio dei suoi, la Regina? Cospetto,
cospetto!
— Io penso ai soldati, io! — gridò Massimo. — Penso ai valorosi a cui
s’impone di giurar obbedienza ai francesi, dopo quello che si è fatto
sulle Alpi e sugli Apennini per la casa di Savoia, per la bandiera, per
il paese!... Ah lei non nega che si potesse cadere con maggior dignità?
Per Dio! Dopo tanti secoli, dopo tanta gloria...
— Basta — disse la contessa, severa.
Il giovane morse furiosamente il fazzoletto che aveva in mano, lo
squarciò, lo gettò sul fuoco e ammutì.
Un servitore aperse l’uscio pian piano e annunziò la cena.
La contessa non diede segno d’aver inteso.
— E poi? — domandò Mazel a Violant, dopo qualche momento di silenzio.
Il marchese, che contemplava la fiamma, alzò il capo.
— Dov’eravamo rimasti? — diss’egli. — Basta, non importa. Io, che
avevo passata la notte al palazzo reale con parecchi altri signori,
ne uscii sulla prim’alba. Cominciava già la baraonda, lo scatenamento
degli interessi. Tutto andava all’aria, bisognava profittarne. Chi
ha tempo non aspetti tempo. Ognuno pigliava e metteva in salvo le
robe sue, le più o meno sue... quadri di valore, carte segrete,
suppellettili preziose... Gli ebrei devono aver fatti affaroni in
questi giorni. Giunto a casa, mi gittai vestito sul letto. Naturalmente
non mi riuscì di chiudere gli occhi. A giorno chiaro mandai fuori
tre o quattro servitori a vedere che cosa succedeva. Era domenica,
la città aveva l’aspetto ordinario. Più tardi uscii con Giacinto.
Le cose erano cambiate. Si sapeva che nella notte era arrivato il
generalissimo Joubert con nuove truppe e che il Re si preparava a
partire. Vivessi cent’anni, non dimenticherò mai le facce, i discorsi.
V’erano di quelli che non sarebbero rimasti più sbalorditi se
avessero veduto il campanile di San Giovanni levarsi a volo. Di questo
sbalordimento generale, Grouchy si valse con molta accortezza. Egli
uscì tranquillamente dalla Cittadella verso le dieci, alla testa d’una
colonna di granatieri e di _chasseurs à cheval_, si recò all’Arsenale
e comandò ai soldati piemontesi di sgombrare immediatamente e di
rientrare nei quartieri... Fu obbedito. Dopo, con un’altra colonna,
andò ad occupare porta Susina; quindi, accompagnato da un capitano,
scortato da pochi _chasseurs_, e seguìto da una folla di monelli e
di curiosi, per Dora grossa, piazza Castello e contrada di Po, arrivò
alla porta ov’erano i volontari torinesi. Egli annunziò con enfasi che,
fidando nella loro lealtà, nel loro affetto per gli amici francesi,
lasciava continuassero a tenere quel posto, di più li incaricava
formalmente di mantener la quiete all’interno. Come resistere a un
oratore di così gran persuasiva? I militi gridarono: — Viva la Libertà!
— e si dichiararono felici. Del resto il Re mandava già attorno i suoi
ufficiali a ordinare ai soldati di metter su la coccarda tricolore.
Tutto il giorno si videro in giro pattuglie, e veicoli pieni di gente
che partiva. I repubblicani vecchi e nuovi brulicavano, sguazzavano
in quel disordine come i vermi nell’acqua corrotta. Priocca fece
testamento, si confessò, si comunicò, poi andò placidamente a piedi, a
costituirsi prigioniero in Cittadella. La gente che lo vedeva passare
credeva ch’egli se ne andasse a spasso. La famiglia reale partì la
sera, verso le dieci. Carlo Emanuele era tranquillo, ma aveva avuto
male fino a poco prima. Giù per lo scalone, al lume vacillante dei
candelabri, pareva un morto disotterrato; Maria Clotilde una santa
avviata al martirio. Uno dei principi piangeva. Uscirono dalla porta
che dà nel giardino. Era buio fitto, il vento spingeva di traverso
un’acquerugiola ghiacciata. Non vedrò niente di più funereo, di più
lugubre in mia vita: la lunga fila delle carrozze nere, le torce a
vento dei dragoni di scorta, ottanta francesi e ottanta piemontesi...
Mi sentivo schiantar l’anima. Eh, diavolo! Dopo mille anni di dominio,
come diceva Massimo poco fa, dopo una così maravigliosa seguenza
di antenati!... Il convoglio s’era appena incamminato adagio adagio
adagio, che già i rimasti cacciavano fuori le famose coccarde. Tutti
i legami che tenevano uniti al Re i suoi famigliari, s’erano già
spezzati. Continuò il _si salvi chi può_ cominciato al mattino. Puah!
I reali hanno lasciato indietro tutto, assolutamente tutto: le gioie
della Corona, le argenterie, settecento e più mila lire in doppie d’oro
ch’erano nelle casse. Adesso comincieranno le dilapidazioni private e
governative; figuratevi che bazza! La _curée_, insomma. Io ho dovuto
snocciolare parecchie migliaia di lire, la mia parte d’una taglia di
due milioni posta sui ricchi... Son venuto in campagna per respirare
un poco; laggiù mi pareva di sentire nell’aria un puzzo insopportabile,
un’esalazione pestilenziale, un fetore d’avello. Volevo condurre con me
anche Giacinto, ma...
— E Annibale? — domandò la contessa, accostandosi a suo fratello.
Il marchese si battè la fronte.
— Toh! — diss’egli — guardate che testa! Annibale è stato sempre con
me in tutti questi giorni, poi stamattina è partito per la Toscana. Non
sapeva ancora se avrebbe accompagnato o seguito Sua Maestà in Sardegna.
Si governerà secondo le circostanze.
Si trasse di tasca due lettere, ne porse una alla sorella, l’altra al
nipote, soggiungendo:
— Queste son per voi.
La contessa prese la sua e uscì dalla stanza. Massimo sedette al
tavolino, su cui era la lucerna, spiegò il foglio, lo spianò e cominciò
a leggere.
Violant e Mazel erano sempre davanti al caminetto.
— Già — fece il cavaliere, dopo un poco, — credo che la contessa non si
lascierà rivedere.
— Capacissima — rispose il marchese.
— Mi par che ci abbiano chiamati a tavola, no?
— Sì, mezz’ora fa.
— Avrete bisogno di ristorarvi, eh?
— Peuh! Una tazza di brodo la prenderei volentieri.
— E anche qualcos’altro?
— E anche, e anche.
— E tu, Massimo, non vuoi cenare?
Massimo alzò il viso, guardò trasognato, poi voltò silenziosamente la
pagina.
— Bene — mormorò Mazel: — quando non si ha fame, meglio non mangiare.
E passò col marchese nella sala da mensa.