Una bella mattina di settembre, Massimo dormiva ancora tranquillamente,
quando una voce che da piè del letto lo chiamava: — Sor contino, sor
contino — lo fece riscotere. Aprì gli occhi e raffigurò subito il
vecchio cameriere di suo padre.
— Il signor conte vorrebbe parlare al signor contino.
— C’è premura?
— Non credo, ma sarà meglio che venga subito. E faccia anche il piacere
di mettersi l’uniforme...
— Cos’è successo?
— Non so niente... Badi che il signor conte s’è fatto svegliar prima
del solito ed è già alzato...
Massimo inquieto, stimolato dall’immagine del padre impaziente,
si vestì in fretta, uscì dal suo quartierino a terreno, attraversò
l’atrio, salì lo scalone. Credeva di trovare il conte nel suo gabinetto
particolare, ove lo riceveva quando voleva consigliarlo, rimproverarlo,
ammonirlo; fu introdotto invece nella stanza da letto.
Il conte Annibale prendeva il caffè, voltando le spalle all’uscio,
ritto davanti a una finestra. Sentì il passo di suo figlio, la voce
rispettosa che gli domandava come avesse passata la notte, ma non
rispose, nè si mosse finchè non ebbe vuotata e posata sur un tavolino
la bella tazza di porcellana filettata d’oro.
Padre e figlio si considerarono per qualche tempo, come si vedessero
per la prima volta.
Il conte Annibale era di piccola statura, assai curvo; aveva i capelli
bianchissimi, gli occhi grigi, i lineamenti del volto fini come quelli
d’un ritratto in miniatura. Faceva stupore la sua voce robusta e
sonora.
— No, che non ho dormito bene — diss’egli poi; — ma non importa. Leggi
questo e quindi discorreremo.
Massimo prese il foglio che gli porgeva il padre con la punta delle
dita, e si avvicinò alla finestra. Chi scriveva si dichiarava amico
dei nobili e particolarmente di casa Claris. Avvertiva il conte che
in certi discorsi ultimamente tenuti, suo figlio Massimo aveva dato
non equivoci contrassegni di aderire alle recenti sfrenate opinioni di
Francia. La lettera non aveva firma. Il giovane alzò le spalle, ripiegò
il foglio per restituirlo.
— No, no! — esclamò il conte — straccia e butta via.
— Sono insinuazioni stupide e maligne — disse Massimo, — cose che
vengono dal basso; e lei, signor padre, fa benissimo a...
Il conte alzò la mano:
— Sì: ma c’è pur Qualcuno che sta in alto, molto in alto, il quale
si meravigliò non poco quando seppe che non avevi voluto entrare nei
battaglioni che combattono gl’insorti.
— In tutti questi anni ho sempre cercato di fare il mio dovere...
— Cosicchè credi di poter riposar sugli allori?
— Non dico questo, ma...
— E ti par d’essere un militare perfetto?
— No, signore, ma senta...
— Credi che basti mostrar intelligenza, fermezza, coraggio? No, caro,
no. Sai cosa manca a te? Un’idea chiara di quel complesso di leggi,
di regolamenti, di norme atte a stabilire, a mantenere severamente
l’ordine in un esercito, e che si chiama disciplina. Senza la
disciplina, la gente armata può riescire più dannosa ai suoi che ai
nemici.
— Hm! — fece Massimo, quasi involontariamente.
Il conte, che camminava innanzi e indietro per la stanza, si fermò su
due piedi e squadrò severamente suo figlio.
— La disciplina militare degli antichi romani era ferrea! — soggiunse
egli, alzando la voce. — Essi ne lasciarono al mondo mirabili e
terribili esempi. Non sai che Tito Manlio condannò a morte suo figlio
per essere uscito in campo contro un Gallo insultante, senza l’ordine
espresso del console?
— Era già di moda anche allora lasciarsi insultare dai Galli? — voleva
dir Massimo, ma si morse la lingua.
— Gli storici poi narrano questo — continuò il conte. — Durante
un’accanitissima pugna, un legionario aveva atterrato un nemico, lo
teneva sotto il piede e già alzava il braccio per finirlo, quando s’udì
suonare a raccolta. Che credi tu ch’egli abbia fatto?
Massimo crollò il capo e inarcò le ciglia.
— Ritenne il colpo e ubbidì — ripigliò il conte. — Vuoi ancora un
fatto? Un giorno, una legione pose il campo in un luogo ov’era un
bellissimo albero carico di pomi maturi; vi passò la sera, vi passò la
notte. La mattina di poi, quando si allontanò, non mancava neppure uno
di quei frutti, neppure uno!
Il giovane ascoltava a capo basso. Poichè tutto pareva risolversi in
una semplice ramanzina, conseguenza della lettera anonima ricevuta,
l’inquietudine procurata dalla chiamata improvvisa scemava via via.
Però non capiva perchè il cameriere gli avesse detto d’indossar la
divisa.
Un servitore venne ad avvertire ch’era attaccato.
Il conte guardò l’orologio e prese il braccio di suo figlio, come fosse
inteso che doveva venire con lui. Scesero lo scalone in silenzio.
Massimo immaginava che si andasse ad assistere a qualcuno di quei
tridui che certe pie associazioni facevano celebrare or in una chiesa,
or in un’altra, per implorar l’aiuto divino contro i nemici della
pubblica tranquillità. Credette prima che la funzione religiosa dovesse
aver luogo a San Filippo, vedendo la carrozza voltar da quella parte;
poi a Santa Teresa, vedendo che proseguiva senza fermare.
Altri legni precedevano o seguivano il loro. Le strade erano assai
popolate. Nella gente era un fermento, un’aspettativa che pareva tener
tutti agitati. Notò che i più andavano verso la Cittadella: gli uni
chini chini come sopraffatti da un gran dolore, gli altri guardandosi
attorno come rintontiti.
In Santa Teresa non entrava nessuno. Sulla piazzetta v’era un
capannello di giovani tutti vestiti di nero. Uno di questi, mentre
si voltava a guardar la carrozza, mostrò dipinta nel volto una così
intensa e stanca costernazione, mista a tant’odio, che Massimo si sentì
rischiarar la memoria come da un lampo: — Era il 7 settembre, il giorno
fissato per l’esecuzione di Boyer e di Berteu! E non si potè rattenere
dallo scuotersi in tutta la persona, come chi vede repentinamente cosa
che gli faccia ribrezzo.
— Che c’è? — domandò il conte.
Il contino si rincantucciò in fondo al legno senza rispondere.
Rammentava che parecchi nobili avevano stabilito di cogliere
quell’occasione per dimostrare il loro fervente amore per la
monarchia, assistendo al supplizio di quelli che avevano congiurato
per abbatterla. Comprendeva tutto, oramai. Anche suo padre afferrava
quella congiuntura per porre ad effetto un suo divisamento, forse già
antico. Non sapendo al giusto quali fossero le idee di suo figlio, e
impensierito per certa tepidezza che sentiva in lui, non cessava dal
tentar l’animo suo in varie maniere per vedere se gli si aprisse. Ora,
poichè una lettera lo accusava nettamente di propendere alle nuove
dottrine, cercava di troncare i sospetti, obbligandolo, in certo modo,
a provare pubblicamente il contrario. Massimo conosceva abbastanza
suo padre per non meravigliarsi se non s’era pigliata la briga di
comunicargli la sua decisione. Oramai era tardi: ogni osservazione,
ogni rimostranza sarebbe riuscita vana; bisognava piegarsi.
Il legno procedeva quasi di passo, ma al giovane pareva volasse.
Il conte aveva la sua solita faccia marmorea, guardava fuori
tranquillamente come se andasse a semplice diporto. Al momento in cui
passavano davanti alla chiesa di San Giuseppe, si chinò innanzi verso
il cocchiere e gli ordinò di fermare. Massimo sperò per un istante
che quella fosse la meta e che non si andasse più oltre, ma scendendo
a terra dietro al padre, scorse lo zio, il marchese Violant di Ricaud
avviato a piedi con suo figlio.
— Faremo così anche noi — disse il conte. — Abbiamo tempo, e un po’ di
moto a quest’ora fa bene.
I due nobili cognati si salutarono, si strinsero la mano e cominciarono
tosto a parlare gravemente, sommessamente fra loro. Massimo si
accompagnò a malincuore col cugino.
Giuseppe Giacinto Violant, era un giovanotto sui ventidue o ventitrè
anni; grosso, paffuto e colorito come suo padre. S’occupava assai di
cavalli, d’intrighi galanti e anche un po’ di politica.
— Dunque è stamattina che si fa loro la festa! — diss’egli a Massimo. —
Ci sarà un bel pubblico, sai: parecchi gentilissimi cavalieri e qualche
bellissima dama. Anche la mattinata è bella.
— Troppo bella... per morire.
— Che muso hanno questi signori borghesi! Guarda se non sembrano
tutti amici o parenti di quei due disgraziati. Non hanno ragione,
per Bacco! Niente capestro, questa volta: piombo, piombo servito con
tutte le formalità, come se si trattasse di due gentiluomini, o di due
militari... Ed ecco lì che per contentar certa gente si finisce col far
le cose a rovescio.
— Contentar chi?
— Per contentare l’ambasciatore di Francia si fucilano i borghesi e
s’impiccano i nobili.
— Che nobili?
— Il conte della Morra, per Bacco! Non ti ricordi?
— Ma il conte della Morra è stato appeso in effigie! Solamente in
effigie!
— E cosa importa?
Massimo alzò le spalle e non aperse più bocca.
Giacinto ripigliò subito:
— Mio caro, niente di più pericoloso che queste concessioni al
ceto medio; lo dice anche mio padre. In questo caso le leggi, le
consuetudini prescrivono la forca, e forca doveva essere. Basta,
vedremo come andrà la faccenda. Sai che mi sono già trovato presente
alle esecuzioni del cavaliere di Saint-Amour, del maggiore Mesmer,
di Chantel e di Junod? Questa sì mi ha fatto una certa impressione!
La Corte si era ritirata alla Vigna della Regina; pattuglie in tutte
le strade; in Cittadella i cannonieri ritti accanto ai pezzi con la
miccia accesa; la cavalleria accampata fuor di porta Susina. Però
nessuno si mosse, parevano tutti più balordi di quello che non siano
quest’oggi... E non avrei creduto mai che quei due sapessero morir così
bene! Nessuna debolezza, nessuna bravata. Non vollero confessar niente,
neppure quando li interrogò il Primo Presidente in persona. Quando li
hanno fatti inginocchiare per chiedere perdono a Dio, al Re, alla regia
delegazione, sì l’uno che l’altro... Oh, guarda un po’ chi c’è qui!
Così dicendo il marchesino lasciò bruscamente il braccio del cugino per
slanciarsi verso una leggiadra bussola che usciva in quel momento dal
palazzo Rombelli. Si levò il cappello, s’inchinò, baciò con ingordigia
la piccola mano inguantata, che comparve per un momento fuor dello
sportello.
Avvedendosi che suo figlio era rimasto solo, il conte lo chiamò vicino
con un’occhiata. Massimo si pose al fianco di suo zio. Avrebbe voluto
distrarsi un poco prestando orecchio a quanto dicevano, e non gli
veniva fatto. Pieno il cuore d’una viva, crescente angustia, non poteva
levar gli occhi dalle severe muraglie del mastio; dai baluardi, che
indi sporgendo, si guardavano insieme con aiuto scambievole; da tutta
la parte della formidabile fortezza che gli sorgeva davanti, via via
più vicina e distinta.
La fantasia ora gli rappresentava i condannati piangenti, tremanti, in
atto d’implorare misericordia e perdono; ora furenti e minacciosi; ora
pieni di coraggio e di forza; ora lividi, disfatti, già quasi morti.
Avevano percorso più che mezzo il viale tendente all’ingresso della
Cittadella, quando si udì gridare: — Largo, largo!
La folla si apriva per far luogo a un drappello di soldati, mandati
a schierarsi più avanti a maggior tutela dell’ordine. Massimo scambiò
un saluto coll’ufficiale che li comandava, suo conoscente, e si fermò
per vedere sfilare quelle facce maschie ed abbronzate, esprimenti in
quell’ora una noia fredda e rassegnata.
Passato il drappello, bisognò lasciar passar coloro che gli si erano
cacciati dietro a furia per approfittare del solco che si veniva
aprendo; e poichè la gente sospinta dalle due parti cercava di
riserrarsi, seguì un momento di gran confusione. Nel pigia pigia,
Massimo si trovò bruscamente separato dal padre e dallo zio. Li
cercò subito con gli occhi qua e là, alzandosi in punta di piedi.
Tutt’intorno la folla fluttuava esaltata, commossa; s’udiva un mormorìo
cupo e continuo, nel quale nascevano e si propagavano fremiti subitanei
e strani movimenti convulsi. Di tanto in tanto scoppiava qualche grido
senza senso e senza parole, simile al ruggito d’una belva, all’urlo
inarticolato d’un pazzo. Accanto a Massimo alcuni artigiani disputavano
caldamente fra loro con gesti focosi e parole veementi. Uno di essi,
eccitato forse da quel terribile stimolante che è la morte, agitava la
testa e le braccia come un frenetico.
Il giovane si sentiva inchiodato nel punto ove s’era fermato; incapace
non solo di movere un passo, ma di volgersi dalla parte ove si
volgevano già tutti gli altri.
S’udirono i tocchi lenti ed eguali di una campana; soverchiati ben
tosto da un lugubre rullar di tamburi. Massimo, preso da un capogiro,
s’aggrappò all’albero che aveva vicino. Stava per succedere una cosa
orrenda, disumana: non sapeva più altro.
Ritta di fronte a lui, che ora dava le spalle alla fortezza, una
giovinetta smorta, con le due palme strette al volto, lo guatava
immobile, come impietrita.
Tosto il pensiero di Massimo corse alle famiglie dei condannati. — Chi
sa che strazio in quell’ora!... E colei chi poteva essere? La sorella,
la fidanzata, l’amante forse d’uno dei due moribondi?
La mirò un momento anche lui, come incantato, mentre sentiva un nodo
che gli stringeva la gola, che gli toglieva il respiro e gli faceva
gonfiar le vene dal sangue che circolava a fatica. Non aveva più
provato uno spasimo simile da quando era bambino; si calò il cappello
su gli occhi, poichè le stille calde calde cominciavano a rigargli le
gote.
In quel subito, senza ch’egli sapesse spiegarsi il perchè, gli tornò
nel corpo un po’ di forza nervosa, e insieme a questa la smania, lo
struggimento di fuggir lontano da quel funestissimo luogo.
Avendo la gente continuato a spingersi avanti, ed egli non essendosi
mosso, veniva adesso a trovarsi quasi all’estremità della calca. In
pochi istanti, con pochissimi sforzi, ne fu fuori affatto. Appena si
trovò alla dirittura d’una via laterale, scantonò; da quella voltò in
un’altra; poi in un’altra ancora, trepidando sempre d’esser raggiunto
dal fragor della scarica.
Arrivato a casa, serrò le finestre, sbattè le imposte e cominciò a
passeggiare. Ogni voce, ogni rumore che venisse dalla strada lo faceva
rabbrividire. Stupiva nel trovarsi il cuor così fiacco. Che diavolo! Un
soldato! Quasi non avesse visto cader colpiti di piombo al suo fianco
amici e camerati. Ma in guerra la Morte aleggia nel fumo, abbatte
questo, abbatte quello e si pensa a lei così poco! Guai se non fosse
così!
Quando si dice il destino! A Carassone, nel fatto d’arme che seguì la
battaglia di Mondovì, Berteu s’era diportato da valoroso, incoraggiando
con le parole e con l’esempio i dragoni del Re, suoi compagni, e
rispondendo al colpo con cui il generale Stengel lo feriva al volto,
con un altro che gli passava il petto. Aveva così contribuito a
sgominar gli usseri francesi per modo, che se non si fosse trovato con
loro Murat, invece di una ritirata sarebbe stata una fuga.
Promosso maresciallo d’alloggio sei mesi dopo, la ricompensa gli
era sembrata tarda e meschina. Vedendo svanire Dio sa che larve di
rinomanza, di gloria e forse d’amore, aveva posto in non cale l’onore,
la sua fede di soldato, ed era entrato a far parte di una congiura... O
quanto meno l’accusa era questa.
Massimo si gettò bocconi sul letto con la faccia nel guanciale e
cominciò a riandar quanto sapeva del fatto. Prima erano stati arrestati
Giuseppe Pasio, materassaio, e Paolo Bonino, cameriere del marchese di
Cravanzana, come rei del fallito attentato contro il Re sulla strada di
Rivoli; e poco dopo l’ex-maresciallo Berteu, il medico Boyer e cinque
altri medici: Negri, Benvenuti, Sala, Savi e Simondi.
Un uffiziale d’artiglieria, al quale Boyer e Berteu avevano fatto
confidenze e proposte, s’era creduto in dovere di denunziare ogni cosa.
Denunzia confermata prima da Simondi, fidente nell’impunità; poi da
Benvenuti, che vedendo inutile star sulla negativa, s’era limitato a
cercar di salvar sè e di scolpare per quanto era possibile Sala, Negri
e Savi. — Pasio e Bonino, rei confessi, erano stati giustiziati per
l’appunto un mese prima di Boyer e di Berteu.
Tutto questo era noto; ma intorno, ma sotto questo chi sa che vasta,
intricata, occulta rete d’imbrogli! Erano tante le voci che andavano
in giro, tanti i giudizi, tanti i pareri; tanti e tanti quelli che
stimavano deboli o addirittura fallaci le prove su cui s’era fondata la
condanna dei due giovani; insufficiente o vana la difesa ch’era stata
loro concessa. Non s’erano forse trovati uomini disposti a sacrificar
temporaneamente la loro libertà, pur di ottenere la facoltà di provar
l’insussistenza delle accuse! Perchè erano stati respinti?
E poi non bastava forse meditar un momento su queste stesse imputazioni
per trovarle spropositate e fantastiche! Dunque questi poveri esaltati
avevano concepito il disegno d’impadronirsi a un dato momento della
Cittadella, dell’Arsenale, delle porte della città; di sequestrare il
Re, trucidare i principi, proclamar la repubblica? Ma erano poi certi
d’aver con sè tutto il popolo e almeno la metà dell’esercito?
— Cose da matti! — pensava Massimo. — Come mai tanto il Re che la
Regina non hanno visto in questo una buona occasione per mostrarsi
clementi? Non fanno altro che pregare: non s’è mica santi per niente!
Qui si ricordò che il conte di Castellengo, vicario di polizia, e il
ministro Priocca s’erano mostrati più inclinati a indulgenza che a
rigore. Chi sa? Non era nuovo il caso d’una grazia arrivata all’ultimo
momento. Berteu era raccomandato dalla sua bella condotta e dalla
ferita riportata in battaglia. Boyer dall’ingegno, dal buon nome, dalla
vita esemplare.
Facile a credere quanto desiderava, Massimo saltò giù dal letto, aprì
la finestra per aver ragguagli dal primo che passasse. — Sentì un
ronzìo lontano che pareva indicare un gran movimento: pensò fosse la
folla che tornava dalla Cittadella; poi un gemito lì vicino.
Accovacciato sur un muricciuolo, accanto al portone del palazzo, v’era
un povero ragazzo di forse dodici anni. Aveva un cappellaccio in pezzi,
i piedi scalzi; la camicia lacera e i calzonetti tutti toppe e strappi,
lasciavano vedere le carni sudicie e le membra così rifinite che
parevano pelle e ossa.
Si rizzò, vedendo il contino, e tese la destra. Massimo corse subito
con la mano alla tasca, cercò, trovò di che soccorrerlo e si ritrasse
senz’altro.
Ma il silenzio, la solitudine gli riuscirono insopportabili.
Uscì di casa, girovagò per le strade, avido d’informazioni, e scansando
precisamente quelli da cui poteva averne. Però anche questi erano
pochi. Non si ricordava d’aver mai visto meno gente in giro, anche nei
luoghi più frequentati; e a quando a quando gli tornavano in mente le
parole di suo cugino: — Guarda se non sembrano tutti amici o parenti di
quei due disgraziati!
V’era nell’aria una calma tetra e pesante che opprimeva il corpo e
soffocava il pensiero. Gli pareva che tra il cielo alto e puro e la
città triste si estendesse un gran velo fosco.
Quando fu di ritorno al palazzo, trovò accostato il portone; l’atrio
e il cortile già pieni d’ombra. Si fermò un momento a riflettere, poi
si avviò risoluto su per lo scalone. Un servitore andava attorno ad
accendere le lanterne e i lampioni appesi qua e là. Seppe da questo che
il conte era in casa.
Entrando nell’anticamera, udì camminare e parlare nel gabinetto di suo
padre; passi e voci si appressavano all’uscio. Egli fu lesto ad aprir
quello che metteva nell’attiguo salone di ricevimento, vasto spazio
neutrale che separava l’appartamento del conte da quello della contessa
e nel quale le due parti non mettevano piede che in qualche rara e
solenne occasione. Scivolò dentro e ascoltò.
Il marchese Violant e due altri gentiluomini prendevano congedo dal
conte. Avevano chiacchierato fino allora ed uno di questi diceva forte
a mo’ di conclusione:
— Ebbene, sì signori, ammettiamo pure che per noi nobili la sia finita,
che la borghesia arrivi a soppiantarci o prima o poi; cosa credete?
imiterà i nostri difetti, non acquisterà mai le nostre qualità.
— Volete dire le nostre virtù — corresse il conte.
— Bravo, ben detto! — disse il marchese.
— Ben detto, ben detto! — esclamarono gli altri.
E si separarono ridendo.
Come fu certo che nessuno di coloro sarebbe tornato indietro, Massimo
s’accostò all’uscio del gabinetto e picchiò.
Si rispose subito: — Avanti!
Il conte, seduto alla scrivania, stava temperando una penna. Alzò la
testa, gettò il temperino e fissò il figlio coi suoi occhi grigi.
— Niente! — diss’egli, prima che Massimo pensasse ad aprir bocca. — Non
voglio sentir niente. Non ti permetto di dirmi una sola parola.
— Ma son venuto appunto per...
— È un gran destino che tu m’abbia ad esser sempre cagione di dolore,
di cordoglio!
Massimo a quel rimprovero acerbo, fatto con insolita veemenza, die’ un
passo indietro; le vampe del rossore gli salirono sul volto.
— Creda — balbettò egli, — creda, signor padre, ch’io non ho proprio
colpa se stamattina...
Il conte balzò in piedi, stese il braccio, appuntò l’indice all’uscio.
— Non voglio più sentir la tua voce! — gridò. — Via, cattivo soldato!
Via, cattivo suddito! Via, pessimo figlio!
Massimo chinò il capo ed uscì.
Si fermò tosto in mezzo all’anticamera; il cuore gli batteva fitto
fitto, si sentiva fischiar gli orecchi, non aveva nella mente un
pensiero fatto, ma una sì strana confusione d’idee che pareva gli
dovesse togliere il senno.
Rimasto così alquanto, le mani, che teneva su gli occhi, discesero
lungo il volto, poi giù per la persona; la sinistra si posò sulla
spada.
Se la strappò dal fianco con furia, la sbattè violentemente per terra.