XI.

L’avvocato Oliveri, un po’ impensierito dello stato in cui vedeva sua

figlia, cominciò a pensare se non sarebbe stato opportuno di ricondurla

a Torino. Si provò a parlargliene a varie riprese:

— Adesso — diceva egli, — adesso verranno le piogge e la campagna

perderà tutte le sue attrattive. In città almeno ci sono i portici!

Quando il tempo è bello, abbiamo il passeggio della Cittadella...

La sera vien sempre qualcuno per fare un po’ di conversazione... Una

piccola società, che quando si acquietassero le cose, potrebbe diventar

di nuovo più numerosa. Tu sai che è sempre stato il mio sogno, fondare

in casa mia una Colonia di Pastori. La proposta era già stata accolta

calorosamente da parecchi amici, uomini serii, colti, garbati; quando

patatrac! nel maggio del ’94 venne l’editto che chiuse i casini, i

caffè, proibì tutte le riunioni anche scientifiche, anche letterarie.

Te ne ricordi, eh?

Liana rispondeva macchinalmente di sì; ma quanto alla proposta di

lasciare Murello, pareva non volesse, o non potesse fermarvi sopra il

pensiero.

Ma un giorno in cui egli tornava a parlarne, ella ebbe un sussulto,

come se afferrasse solo allora il senso di quanto egli aveva detto già

tante volte, e lo guardò in modo che gli tolse ogni voglia d’insistere.

— È vero — diss’ella — tu hai i tuoi lavori, le tue abitudini. Eri

venuto qui per poco, per passare solo alcuni giorni con noi...

Invece Luigi aveva intenzione di fermarsi in campagna fin verso

Ognissanti..... Va pure, io starò sola.

— Senti... Cosa vuoi fare?

— Aspettare.

— Pazienza! — pensò l’avvocato — approfitterò della libertà e quiete

della villa, per cominciare a verseggiare l’_Eugenio_.

Era un poema epico, d’argomento nazionale, già del tutto ideato e

steso: _Eugenio l’invitto, ossia Torino liberata_.

Aveva il discorsetto nel quale dichiarava le sue intenzioni _Ai

leggitori_; aveva preso appunti, cercate notizie negli scrittori più

degni di fede. Non restava che mettersi all’opera.

E l’avvocato ci si mise di vena.

Appena alzato, e fatta un po’ di colazione, scendeva in giardino,

passeggiava alquanto, aspettando l’ispirazione, poi si chiudeva nello

studio e scriveva finchè non lo chiamavano a pranzo.

— Va bene, sai — diceva spesso a Liana. — Lavoro con vero trasporto;

l’estro c’è. Non mi mancano nè l’eleganza, nè il brio, nè la vaghezza

dello stile. Quanto alla padronanza della lingua toscana l’ho sempre

avuta. È un fatto! Chi direbbe che son nato a Chivasso?

Dopo aver faticato tanto di testa al mattino, Oliveri pensava d’aver

diritto a un completo riposo dopo pranzo, e andava a giuocare ai

tarocchi in casa del notaio, ove trovava don Prato e Formica; più tardi

poi usciva a passeggio con loro verso la Madonna.

Santo cielo! egli voleva un bene dell’anima alla sua Liana! Sentiva

anche un certo rimorso a lasciarla sola; ma a che sacrificarsi se la

compagnia non le recava alcun giovamento? Tempo e quiete, ecco i veri,

i soli rimedi per certi dolori! Per voler distrar troppo presto, alle

volte si fa peggio: si esaspera.

Stare insieme e non parlare di Ughes, era impossibile. Questo non

serviva che a infiggere sempre più profondamente la spina che aveva nel

cuore sua figlia, e costringeva lui a lambiccarsi ancora il cervello:

— Sarà libero, sarà in prigione? Sarà vicino, sarà lontano? Sarà vivo,

sarà morto? — Sicchè addio l’ispirazione, addio la vena!

Liana passava quasi sempre il pomeriggio nello studio, dove aveva

passata già la mattina.

Un giorno vi salì prima del solito, e si fermò davanti alla finestra

con gli occhi immobili e fissi, la mente sopraffatta dalle torbide

immagini che non la lasciavano mai. E stando così e tutto tacendo

d’intorno a lei, udì un susurro, si sporse, vide suo padre, ch’ella

aveva lasciato a tavola, fermo con don Prato nel viale sottostante.

Il parroco parlava animatamente, gesticolando; l’avvocato ascoltava

col dito mignolo tra i denti, rosicchiandosi l’unghia. Ella scese

velocemente e si accostò con gli occhi scintillanti, le gote colorite

di momentanea vita.

— Cosa c’è? — domandò. — Qualche notizia? qualche speranza?

— Cara — rispose Oliveri, — non so... Il signor parroco aveva appena

cominciato...

— Continui — interruppe Liana, volgendosi al prete, quasi imperiosa.

Questi, un po’ sconcertato dalla venuta della signora, aveva fatto un

grande inchino e s’era tirato un passo indietro.

— Mi rincresce che lei si sia disturbata — disse poi. — Son venuto

semplicemente per comunicare al signor avvocato una cosa... una voce

che mi è venuta all’orecchio.

— Uhm! — fece Oliveri, — una voce così in aria, molto in aria.

— Dunque tu sai già di che si tratta? — chiese Liana.

— So e non so. Sarà bene non illuderci troppo, ecco, per non andare

incontro a qualche altro disinganno.

Liana si voltò di nuovo al parroco. Adesso non vi poteva essere nello

sguardo maggior ansietà, maggior preghiera.

— Ma si figuri! — esclamò il buon prete. — Altro, altro, dirò subito

tutto. Lei deve sapere che nel bosco di Vallombrosa esistono ancora

le rovine d’un antico convento di monaci vallombrosani: due pezzi di

muraglione diroccato, niente più. Lì in mezzo s’è fatta la sua casa

un certo... il vero nome non lo so; basta, chi lo chiama l’eremita,

chi Barabam, chi semplicemente Teo. Si dice che sia un _vitton_, cioè

un montanaro; ma da che montagna sia venuto nessuno lo sa. Siccome

non fa male e non dà fastidio a nessuno, lo lasciano stare. Consiglia

quelli che lo vanno a consultare; vende polveri, erbe, medicinali per

le bestie e per i cristiani; ha coltivato un pezzetto di terra, largo

come il mio fazzoletto, e vi semina un po’ di tutto; io credo che tenda

anche lacci agli uccelli ed alle lepri; e poi le acque dei dintorni

sono piene di pesci, di gamberi e di rane. Insomma vive come può...

Liana fece un gesto involontario d’impazienza; don Prato s’accorse

che andava per le lunghe, volle tagliar corto, e affondò in altri

particolari di nessuna importanza.

L’avvocato lo rimise subito a galla.

— Dunque — diss’egli — siccome il bosco è grande e folto, è naturale

che serva di rifugio ai banditi, ai profughi d’ogni specie, e che

questi divengano ospiti più o meno desiderati del signor Barabam. Don

Prato, non è così?

— Ecco! — fece il parroco.

— E pare che giust’appunto in questi giorni il solitario non sia solo,

che abbia con sè una persona, un giovane di civil condizione...

— La voce è venuta da Polonghera — osservò don Prato.

— Se fosse lui! — esclamò Liana con fuoco. — Se fosse Luigi!

— Ssst! — fece Oliveri, alzando e abbassando le mani spiegate. — Questo

temevo, che tu ti scaldassi. Ragioniamo.

— Perchè? — ripigliò Liana — Cosa serve? Di che cosa mi vuoi

convincere? Che non può esser lui? Crederò quando avrò visto. Non t’ho

detto tante volte che mi pareva di sentirlo vicino? Il cuore non mente.

Luigi era a Racconigi e si è salvato là, quando ha visto tutto perduto.

— Tu accomodi subito le cose — disse Oliveri, — e invece io...

— Quel bosco — domandò Liana a don Prato — non è lontano da Racconigi,

dica un po’?

— No, signora, tutt’altro.

— Ma aspetta! — continuava l’avvocato. — Se mai perchè non ci avrebbe

fatto sapere...

— Non avrà avuto modo! Chi mandare? Di chi fidarsi? Rispondi un po’ a

questo? E poi cosa importa, ripeto? Se mi persuaderò solamente quando

avrò veduto? Adesso bisogna...

— Sì, cara — mormorò Oliveri, — manderemo Gabriel.

— No Gabriel, noi!

— Domani...

— No domani, oggi!

— Andrò io...

— Andremo insieme.

— Non capisci che ci vuol prudenza? Ammettiamo che si tratti veramente

di tuo marito; se non dà notizie di sè, è segno che non può. L’hai

detto tu stessa. La Giunta vigila. Figuriamoci! Il luogo sarà

circondato da esploratori, da spie, da birri. Pensa un po’, s’egli

venisse scoperto, preso per causa nostra, che rimpianto! che rimorso!

Non è vero, don Prato? Parli lei.

Don Prato, che faceva la rivista dei bottoni, abbassava la testa come

per guardarsi le fibbie, pigliava e ripigliava tabacco, si scosse alla

chiamata dell’avvocato e aperse le labbra.

— No, — disse Liana, con la voce piena di dolore, le lacrime che

luccicavano sotto le ciglia, — non dica niente, è inutile; sono

risoluta. Tu non venire, babbo; andrò sola. Non senti come sei crudele?

Non vedi che non misuro più le cose, che soffro troppo, che non ne

posso più? Andrò sola; adesso, stasera, stanotte, appena sarò libera.

Non vorrai rinchiudermi, spero?

Oliveri si guardava intorno, tentennando la gamba, facendo battere le

note al codino. Vide Gabriel che sarchiava in fondo al giardino, e gli

die’ tosto una voce.

— Sentiremo costui — brontolava: — cos’è questo bosco, dov’è, come si

fa per andarci; poi si vedrà, si vedrà, si vedrà...

Gabriel venne senza troppa fretta, strascicando gli zoccoli.

— Sai dov’è la Vallombrosa? — gli chiese l’avvocato.

— Lei vuol dir la Lambrosa; altro che saperlo!

— Quanto si mette ad andarci?

— Dipende dalla strada.

— Pigliando la più corta?

— Dipende dal passo.

— Oh bene! Partendo adesso si può essere di ritorno prima di notte?

— Sì, signore.

— Allora via!

Don Prato si accomiatò subito.

— Che Dio li assista! — diss’egli, assai commosso. — Adesso vado a casa

e li accompagno col cuore. Mi capiscono, eh?

Liana in un momento fu pronta. Gabriel tolse un grosso randello;

l’avvocato prese anch’egli un bastone.

Uscirono dal giardino e si avviarono verso la strada del sale. Cammin

facendo, Oliveri credette bene di palesare a Gabriel lo scopo della

gita, per animarlo e fargliene sentir l’importanza.

Gabriel guardò sott’occhio Liana e non fiatò.

Oltrepassata Robelletta, l’orizzonte verso tramontana apparve tutto

boscoso; chiuso da un gran cerchio verde carico, già lievemente

brizzolato di giallo e di rosso. L’autunno incipiente si mostrava

anche nel cielo d’un dolcissimo colore di turchina, popolato di bianche

nuvolette, addossate le une alle altre come uno sterminato branco di

pecore pascenti.

— Come se si andasse a spasso — diceva l’avvocato a sua figlia, — come

se si andasse a spasso. Prudenza ci vuole; non facciamoci osservare.

In simili circostanze si ha ragione di sospettare di tutto e di tutti,

anche del più innocente lavoratore dei campi.

Liana camminava rapidamente, passando spesso davanti a Gabriel, che

faceva loro da guida, impazientita dall’andatura pigra ed eguale del

contadino.

— Sei stanca? — domandava Oliveri — Vuoi sostare un momentino? No?.....

E perchè non passi qui, dove c’è ombra? Non che il sole sia caldo, ma

via... Tienti a destra, tienti in su, non vedi quante pozzanghere?

Le parlava come a una bambina, cercando distrarla; ma Liana,

abbandonata tutta all’impulso di persuasione che la portava, non

l’udiva nemmeno. L’anima sua era tutta laggiù fra quelle ombre. Sentiva

la speranza crescere, scemare, morire, rinascere. Era una folle,

una vertiginosa seguenza di visioni, che si mutavano continuamente.

Luigi vivo e sano, che gettava un grido di gioia al vederla apparire

e le apriva le braccia... Luigi ferito, moribondo, giacente sur un

po’ di paglia, con il viso d’un cadavere, gli occhi spalancati, ma

senza sguardo. Lo chiamava, lo supplicava, si prostrava vicino, e non

riusciva più a farsi conoscere... Luigi infermo, però non aggravato,

anzi vicino alla convalescenza. Che incontro! Che gioia! Era stato

in fin di vita, ecco perchè non aveva scritto, dato notizie di sè. Si

poteva dir scampato come per miracolo! D’ora in poi non si sarebbero

lasciati mai più..

Ad un certo punto ella si fermò, giunse le mani, chinò il viso sopra di

esse.

— Cosa c’è? Cosa c’è? — esclamò Oliveri, accorrendo. — Non ti senti

bene?

Liana non rispose, raggiunse Gabriel che voltava in una viottola.

L’avvocato, vedendo oramai vicino il bosco, domandò al colono se

conosceva questo eremita, questo Rabadan.

— Lei vuol dire Barabam? — rispose Gabriel. — Sì, signore, che lo

conosco. Sono stato a consultarlo due volte: quando ho avuto il cavallo

malato, e un po’ prima che mi morisse la moglie.

Il terreno s’ingombrava di cespugli, di querciuoli imbozzacchiti;

seguitando ad andare avanti, attraversarono una folta macchia d’ontani;

passarono da questa in un’ombra verde e diffusa, in una quiete mesta e

solenne.

— Ecco, — disse Gabriel, prima d’inoltrarsi, — qui siamo nel bosco.

Vedono, eh, che razza di sentiero? E badiamo di non perderlo, per non

perdere anche la tramontana. Si ricordino poi che l’uomo, quel Teo,

è un po’ strambo, un po’ lunatico. Se non fosse così, vivrebbe come

vivono gli altri. Voglio dire che le sue parole vanno pigliate nel loro

verso, e con pazienza, perchè se gli salta la mosca, si ficca nel suo

buco, e bisognerebbe affumicarlo per farnelo uscire! Adesso andiamo.

S’avviò di nuovo il primo, col solito passo, anche più misurato e

più lento. Ogni tanto si chinava a raccogliere uno di quei funghi

che i contadini chiamano _cravëtte_, lo mostrava con compiacenza

all’avvocato, come se lo avesse fatto lì per lì con le sue mani, poi lo

infilzava in un giunco.

Oliveri, più che i funghi, ammirava le enormi piante secolari; e

misurando i tronchi con gli occhi, e alzando lo sguardo alle cime,

parlava sommesso, compreso da un senso di meraviglia quasi religiosa,

come se si trovasse in un tempio, in una gran cattedrale.

Liana guardava intentamente avanti; anelava e insieme temeva il momento

in cui avrebbe scoperto la capanna; il cuore batteva, batteva, batteva,

e a quando a quando le si appannava la vista, le pareva di sentirsi

mancare le ginocchia.

D’improvviso si udì l’abbaiar strillente d’un cane. Nello stesso tempo

Gabriel mostrò un non so che di bruno che traspariva tra il verde: le

rovine d’una massiccia muraglia rivestita d’edera e di musco, irta di

cardi e d’ortiche.

— Il palazzo di Teo è dall’altra parte — susurrò il colono; — bisogna

farsi veder subito.

Liana, presa da un tremito, cercò il braccio di suo padre, vi si

appoggiò, chiudendo gli occhi. Li riaprì dopo un poco. Aveva dinanzi

un tugurietto meschino, coperto di paglia; sull’uscio stava un uomo

poveramente vestito, sparuto e piccolo di persona.

Costui non parlò, nè si mosse; durò alquanto a girar gli occhi or

sull’uno, or sull’altro, e, siccome l’avvocato aveva una di quelle

facce fresche e rubiconde che fanno consolazione e mettono subito di

buon umore, sorrise e si toccò il cappello.

— Buon giorno — disse Oliveri. — Vi godete l’ombra, eh?

Barabam non rispose. Il cane, accucciato ai suoi piedi, uggiolava cupo

e sommesso.

Liana tornò a immaginare con veemenza suo marito agonizzante in quella

tana; voleva farsi sentire, alzar la voce, chiamarlo con l’accento

della disperazione, e le mancava il respiro. Le pareva di sognare.

Oliveri, che la sentiva tremar tutta dal capo alle piante, colto da

un impeto d’impazienza improvvisa, cominciò a tempestar Teo con tante

domande, le une dirette, le altre suggestive, tutte così informi,

precipitate, confuse, che colui, dopo aver risposto alle prime, vistosi

avviluppato, si tirò indietro e mostrò di voler chiudere l’uscio.

Gabriel che, conoscendolo, si aspettava quella mossa e stava all’erta,

fu lesto a cacciar il randello tra il battente e lo stipite.

— Aspetta un momento, diavolo! Non vedi che hai da fare con signori? Se

sono venuti fin qui per domandarti un servizio, è segno che sono pronti

a pagarlo.

— Non c’è niente qui per i signori — rispose l’eremita, dando in qua e

in là certe occhiate spaurite, come se cercasse per dove svignarsela. —

Io non guarisco che la gente di campagna, io. Mi lascino stare.

— Qui non si tratta di guarire, caro il mio Teo — ripigliò Gabriel; —

questa è un’altra faccenda.

E spingendolo un poco in disparte, si mise a parlargli sottovoce,

pacatamente.

L’avvocato intanto, con un certo suo fare trascurato e bonario,

frugando in tutte le tasche come per cercare la tabacchiera, insieme a

vari altri oggetti, tirò fuori anche la borsa e la tenne così un po’ in

vista, quasi per distrazione.

— Va bene — rispose poi Teo a Gabriel, staccandoselo di torno con un

cotal garbo tra il blando e il ruvido. — Adesso ho capito.

Si ravvicinò all’avvocato pian piano, alzando il gomito destro e

ciondolando la mano in aria.

— Son tanti quelli che per una ragione o per un’altra vengono a

villeggiare qui con me, e a ricordarli tutti, e saper come vanno a

finire, ci vuol altro! Qui l’amico mi dice che lei cerca un giovinotto.

Sarebbe mai uno nè alto, nè basso, con due occhi da scoiattolo, i

capelli neri come carbone e gli orecchini d’argento?

— Hm! — fece Oliveri. — Ad ogni modo ditemi presso a poco in che

circostanza gli avete dato ricetto.

— L’anno preciso non lo so più; ma mi pare che fosse sul finire di

febbraio o in principio di marzo, perchè faceva ancor freddo. Era

scappato da Saluzzo, dal reggimento dragoni di Ciablese...

— Euh! — esclamò Oliveri — un disertore?

— Già, credo proprio che fosse un disertore.

— E dopo non c’è più venuto nessuno? Quest’estate, per esempio? In

luglio o in agosto?

— In giugno c’è stato un certo Bonsoldat... Poi c’è passato Cibonfa con

quattro della sua banda... Poi, poi, poi...

Mentre Barabam si grattava la nuca per sollecitar la memoria, Oliveri

gli porse alcune monete.

— Fate di ricordare — diss’egli, indugiando a rimettere in tasca la

borsa.

Adesso Teo guardava e riguardava Liana.

— È sua figlia, quella lì?... E sarà magari la sorella di quello che

cercano?

— Sono sua moglie — rispose Liana, con dolcezza.

Un lampo di compassione passò sulla faccia terrea, aggrinzita

dell’uomo. Entrò in casa e ne uscì tosto portando un panchetto di

legno.

— Lei sarà stanca — diss’egli alla signora; — lei sarà meglio che si

metta a sedere.

Si accosciò poi in terra, di fronte, strappò alcuni fili d’erba e prese

a torcerli, ad intrecciarli, ad avvolticchiarli in cento modi.

— Due mesi fa — cominciò egli, senza preamboli, — giorno più, giorno

meno, mi trovavo verso sera a pescar nel Riofreddo, proprio sull’orlo

del bosco. Ecco che sento gridare: — Dalli, ferma! Ferma, dalli! —

Lascio andar la _trubia_, alzo la testa sopra la sponda, e vedo venire

a tutta corsa un signorino senza cappello, inseguito da parecchi

soldati. Non era più che a un cinquanta passi dal bosco, quando

questi assassini, tutti insieme, pan! pan! gli fanno fuoco addosso. Il

giovinotto spicca un salto, poi giù lungo disteso! L’ho visto buttar

le braccia di qua e di là, rizzarsi stentamente a sedere, cacciar fuori

una pistoletta e spararsela in bocca. I soldati l’hanno poi esaminato e

frugacchiato, portandogli via persino le scarpe.

Liana, pallida come se fosse morta, ascoltava senza battere le

palpebre. Oliveri si asciugava la fronte, si contorceva, soffiava,

smanioso di sentire i connotati.

— E com’era? — domandò poi. — Com’era questo giovane?

Teo non gli badò, ripigliò subito:

— Sono venuto via senza dargli neanche un’occhiata; non volevo andar a

dormire con quella faccia d’ammazzato negli occhi... Ingozzai qualche

cosa, poi mi gettai sul mio saccone. Fino a mezzanotte tutto andò bene.

Ad un tratto: toc, toc, toc. — Chi va là? — Niente; nessuno risponde.

— Se non mi dite chi siete, non apro, ecco! — Passa un minuto, due,

tre, poi di nuovo: toc, toc, toc. — Ricaccio giù il capo dicendo: —

Ho capito, è il signorino che non vuol dormire scoperto. — All’alba mi

alzai, tornai sul luogo, e con quattro vangate me ne spicciai.

— Dunque — ridomandò Oliveri — com’era? Biondo o bruno? Magro o grasso?

Alto o basso?

Teo gli fece una spallucciata.

— Se lo incontrassi vivo credo che non lo riconoscerei.

— Andiamo! — esclamò Liana, scattando in piedi.

— Oh brava! — disse l’avvocato. — Così va bene. Andiamo pure a casa,

che si fa tardi. Ho fame, ho sete, non ho più gambe, non ho più

fiato...

— Ditemi — domandò a Teo la giovane signora: — il luogo... quel luogo è

molto lontano di qui?

— Lontano no; da quella parte il bosco si stringe, fa come una punta,

non c’è che da attraversarla.

Liana si tolse una catenella d’oro che aveva al collo e gliela gettò

tra le mani.

— Andiamo, andiamo: pigliate quel che vi occorre!

— Misericordia! — esclamò l’avvocato, cacciando fuori tanto d’occhi.

— Cosa vuoi fare? Cosa pensi? Sei matta, eh? Ma Liana!... Lasciali

riposare in pace i poveri morti. Cosa vuoi vedere? Non si vedrà più

niente, figlia mia. Sarà sfigurato! E poi... Quel poveretto non può

esser Luigi. Lo so, te lo proverò con un argomento stringente...

Piuttosto tornerò, tornerò io domani...

Agitava le braccia, batteva e ribatteva il piede per terra, non s’era

forse mai sentito tanto sconvolto in sua vita; poi, quando vide che

tutto era inutile, guardò il cielo con un sospiro, e tenne dietro a gli

altri.

Seguendo Teo, in pochi minuti giunsero al Riofreddo, mezzo asciutto in

quei giorni; passarono oltre, sopra certe pietre sporgenti dall’acqua,

e si trovarono sur un gran tratto di terreno incolto, sparso di

cannucce e di giunchi.

— Ci avrai messo una croce, spero? — mormorò Gabriel.

— Lo volevo fare — rispose Teo, — ma poi...

Riflettè un momento, quindi andò diviato a un grosso salice tutto

piegato e scontorto; di là guardò intorno, si raccapezzò, e piantando

la vanga in terra, disse forte:

— È qui.

Gabriel, che s’era fatto dare una zappa, lo raggiunse subito;

cominciarono insieme a scassare gagliardamente il terreno.

Oliveri, fatta sedere sua figlia sur un rialto formato dalla sponda, le

si mise risolutamente davanti.

— E tu starai qui — diss’egli. — Andrò io di tanto in tanto a vedere;

rimettiti in me. Se non è lui, come spero, come ne son certo, ce ne

andremo subito. E se per disgrazia... Non mi vorrai far passare qui

la notte, eh? Giunto a casa penserò, provvederò, prenderò tutte le

disposizioni per il trasporto della salma in un luogo più conveniente.

Lascia fare a me che son tuo padre, per Bacco!

Ma Liana non poteva star seduta; provava invece un bisogno prepotente

di moversi. Si alzò con un gemito rauco e andò ad attaccarsi ad un

tronco, raccapricciando, come se vedesse spalancato ai suoi piedi un

abisso.

— Santo cielo! — ripigliava Oliveri — mi fai paura, mi spezzi il

cuore. Andiamo via? Gabriel ci riferirà poi... No? Pensa a quello

che fai. Sarebbe assai meglio, secondo me, conservar l’immagine di

quell’infelice, del tuo povero Luigi, quale t’è rimasta nella mente,

piuttosto che guastarla con... con... Mi capisci, eh?

Liana crollava il capo, e l’avvocato si mordeva le labbra.

Egli cominciava a voltarsi spesso verso i lavoratori. Pensava che da

un momento all’altro poteva esser chiamato a contemplare gli avanzi

mortali di suo genero! Oh ne avrebbe fatto a meno così volentieri!

— Mi sta bene — diceva tra sè: — imparerò a far sempre quello che vuole

mia figlia. Non ho mai saputo far prevalere la mia volontà, la mia

calma, il mio buon senso, il mio giudizio. Me lo merito!

Pensò poi che forse era meglio preparare un po’ Liana, per il caso che

il sepolto fosse proprio Ughes. E cominciò a cercare, a disporsi in

mente le parole, le frasi che gli parevano più acconce ad attutire il

colpo, a lenire il dolore. Ma si sentiva terribilmente distratto da

quello che si operava alle spalle, distratto da una nuova, importante

considerazione: — Tutto il male non viene per nuocere. Accertata la

morte di Ughes, Liana si persuaderà d’esser vedova... E le vedove, o

prima o poi, si rassegnano tutte ai voleri di Dio!

Vi fu un lungo silenzio, rotto appena dallo strider lieve della terra

squarciata dai ferri.

Ad un tratto s’udì la voce di Gabriel:

— Sor avvocato...

Oliveri si scosse, fece un gesto supplichevole a sua figlia per

raccomandarle di non muoversi, e si avviò riluttante, stralunato,

verso i due contadini; i quali, curvi sulla buca aperta, guardavano,

turandosi le narici.

Sentendo il passo di Oliveri che si appressava, Gabriel crollò la testa.

— Ha i capelli rossi — diss’egli, — non è sor Luigi.

— Lodato Dio! — gridò l’avvocato. — Sta quieta, Liana, non è proprio

lui!

E non sentendo alcuna volontà di verificare la cosa, voltò prontamente

le spalle.

Liana era lì a due passi. Egli aprì le braccia per trattenerla; ella lo

scansò rapida, guizzò via, arrivò alla fossa.

— Per carità, Liana! — mormorò l’avvocato, parlando in gola. — Tu vuoi

farmi impazzire?

E guatava inorridito certe dita scarne e verdognole che trasparivano

fra la terra smossa.

Liana da prima indietreggiò, poi s’irrigidì, si protese. Dal punto

in cui era non discerneva la faccia del morto; girò lentamente

all’intorno... Il pallore, la maniera di andare, quella tomba aperta ai

suoi piedi, tutto la rendeva simile a uno spettro.

L’avvocato si sentì fremer dentro fino alle midolle e gonfiarglisi gli

occhi; tornò a raccomandarsi, a pregarla, a scongiurarla di venire.

Quando alla fine se la ritrovò di nuovo accanto, le passò la mano sotto

il braccio per trovarsi pronto a sorreggerla, e nello stesso tempo la

spinse avanti, sbuffando, quasi a furia.

— A diritta, a diritta! — gridò lor dietro l’eremita; — di lì si va a

Racconigi, signori!

— Vengo — disse anche Gabriel. — Do’ solo una mano all’amico per

rimetter tutto a posto. Non voglio che la fantasima venga a tirarlo

pei piedi... E poi, seppellire i morti l’è un’opera di misericordia,

perdiana!

Quella giornata era per finire; le piccole nubi, che s’erano unite

e fuse, formavano un tendone diafano, dietro al quale il sol cadente

pareva intriso di sangue. Verso levante l’orizzonte era coronato d’una

leggiera nebbiolina purpurea.

La bufera · 第 16 / 43 题