IX.

— Piangi pure — diceva l’avvocato Gaetano Oliveri, camminando innanzi e

indietro per il salottino, — piangi, sfogati che ti fa bene.

Ma Liana, entrando, s’era lasciata andare in un seggiolone e ne

stringeva nervosamente i bracciuoli; non piangeva, non parlava, non

aveva che singhiozzi convulsi.

— Quieta, quieta — continuava l’avvocato, — quello che non mi puoi dire

adesso, me lo dirai poi. D’altronde la tua cuoca mi ha già informato...

Oggi sei stata a Racconigi, eh? Tutto sossopra anche là? Se tu avessi

visto a Carignano! Il popolo tumultuava attorno al palazzo comunale:

voleva armi, voleva che si diminuisse il prezzo del grano, voleva

questo, voleva quello. Quando son passato io, il giudice, il sindaco

erano lì lì per cedere. Ho sentito dire che anche a Virle, a Piobesi

è principiato il tafferuglio. Tra due o tre giorni sarà da per tutto

così. Il Piemonte è in combustione, tutto in combustione, figlia mia.

La tavola era apparecchiata. L’avvocato sedette, e cominciò a

sbocconcellare una pagnotta.

— Scusa — ripigliò poi — non ho preso che una tazza di cioccolata

stamattina, prima di partire. Volevo fermarmi a Carignano, ma poi...

figurati! Ho lasciato riposare il cavallo in una cascina, dove fu

grazia trovare un po’ di fieno...

All’apparire di suo padre, Liana aveva provato un senso di gioia

ineffabile, credendolo apportatore di liete notizie. Non avendole egli

detto nulla alla prima, s’era sentita ripiombare nelle tenebre; adesso

immaginava ch’egli cercasse di prepararla a qualche cosa di terribile.

Non la rassicuravano nè gli atti, nè l’espressione del viso; sapeva

che neppure l’amarezza del dolore, neppure l’acerbità dello sdegno

non modificavano quello stato di calma sbadata e singolare in cui

viveva quasi costantemente il buon avvocato. La sua faccia era sempre

colorita, la fronte spianata, la bocca composta al sorriso anche nelle

circostanze più gravi della vita.

Menica entrò con la zuppiera fumante e la posò sulla tavola. Oliveri

spiegò il tovagliuolo, si servì, poi, prima di mettersi a mangiare,

considerò di nuovo sua figlia.

— Non ti senti proprio di prendere niente, tu?

Liana si alzò, venne a sedere di fronte.

— Dimmi tutto — esclamò angosciata, — dimmi subito tutto quello che sai

di Luigi.

— Ma io non so niente — rispose l’avvocato. — La cuoca mi ha detto

che è andato via, che non ti ha ancora scritto, che non ha più data

contezza di sè. Non è tutto? Se c’è altro, parla.

Liana raccontò minutamente, febbrilmente quanto era accaduto in quei

giorni.

— Bene; questo lo sapevo... — diceva suo padre. — Questo no. Ecco un

punto che va rilevato... Ecco la conferma di ciò che pensavo.

Liana tacque.

L’avvocato contemplava il suo bicchiere tentennando la testa.

— Ma tu — diss’ella — come va che sei qui?

— Niente di più semplice. Non avevo forse promesso di venire a passare

qualche tempo con voi? E poi, quando ho visto che vento spirava, ho

pensato: qui è meglio muoverci prima che siano rotte le comunicazioni

tra la capitale e le provincie. E son venuto. — Vuotò lentamente il

bicchiere e ripigliò: — Del resto a Torino non si sta male. Non fa

nemmeno poi tanto caldo. E quanto a guai, c’è stato un po’ di chiasso

l’altro giorno contro un fornaio, che non voleva vendere il pane a un

prezzo conveniente; ma c’è truppa, il Governo sta all’erta...

— Ma dunque — interruppe Liana — cosa pensi possa essere accaduto a mio

marito?

— Finora niente; il ballo è appena cominciato...

Liana fece un atto d’impazienza.

— Aspetta — proseguì suo padre. — Il partito delle persone avverse

all’attuale sistema è numeroso, più numeroso di quel che si

crede, tanto numeroso che il Governo forse non osa prendere alcuna

determinazione per non svegliare imprudentemente un formidabile

vespaio. Io immagino come una gran rete che tiene lo Stato da un capo

all’altro. In ogni paese ci deve essere uno o più uomini fidati, pronti

a mandar nuove, lettere, istruzioni. Si tengono adunanze segrete,

conventicole d’ogni specie. Non c’è dubbio che adesso, per esempio,

si cerca di dar ad intendere ai contadini che la roba c’è, ma che

chi non vuol far le cose a dovere è il Governo. E si mette a rumore

città e villaggi, con un pretesto che ha già servito in tanti tumulti:

la carestia. Sicuro che i presagi per quest’anno sono sinistri:

le pioggie, i bruchi, le scarse raccolte degli anni precedenti,

l’abbandono dalle campagne, le provvigioni enormi che si sono dovute

fornire, le contribuzioni, lo scapito della carta monetata, della

moneta eroso mista...

— Ma parlami di Luigi! — disse Liana, giungendo le mani. — Dimmi dove

credi ch’egli possa essere andato.

Oliveri stese dolcemente la destra verso sua figlia, poi riflettè un

momento. — Tutto m’induce a credere che tuo marito appartenga sempre al

partito dei novatori. Perciò si possono far tante supposizioni. Egli si

può essere recato in qualche città dello Stato per combinar coi faziosi

il giorno e i modi della sollevazione. Può essere stato mandato dai

capi a dirigere, ad arrolar gente, a dar il segnale... È un male, vedi,

ch’io non ci abbia pensato prima: sarei venuto qui, l’avrei tenuto

d’occhio. Vedendolo pensieroso, cogitabondo, l’avrei interrogato...

— E ora — domandò Liana — cosa farai per aiutarmi?

— Stasera niente, sono stracco morto. Domani, la notte mi avrà portato

consiglio. E adesso vediamo dove mi hai messo a dormire.

Liana condusse suo padre nella stanza che gli era stata preparata.

L’aveva già lasciato, era già sull’uscio, quando tornò indietro e

gli si slanciò nelle braccia, piangendo a calde lagrime stavolta,

pregandolo d’aiutarla a ritrovare Luigi.

— Ma sì, ma sì, ma sì — diceva l’avvocato, accarezzandole i capelli. —

Non son più il babbo, eh? Non ci ho che te al mondo, diamine!

La mattina seguente, quando Liana picchiò all’uscio di suo padre per

sapere come avesse passata la notte, si sentì gridar: — avanti! — dal

vicino studio di Ughes.

Oliveri, seduto al tavolino, scriveva una lettera; quattro altre

lettere stavano già davanti a lui piegate e sigillate.

Sorrise, ma non alzò gli occhi, e Liana andò a sedere sul sofà per

aspettare che egli avesse finito.

Anche a Torino, egli passava una parte della mattina a scriver

lettere. Benchè laureato in legge, Oliveri non aveva mai esercitata

l’avvocatura, preferendo applicarsi agli studi letterari, storici

e filosofici; e viaggiare. Aveva una copiosa libreria; amicizie e

relazioni con molti dei migliori ingegni del Piemonte.

— Ecco — diceva Liana fra sè — ecco come ha pensato a me! Egli ha già

preso le sue abitudini... Oh Signore! Soccorretemi voi! Non ho un cuore

in cui versare il mio, non un aiuto, non un conforto! — E ripeteva a

sè stessa una domanda già fatta altre volte: ogni volta che si trovava

alle prese col carattere di suo padre. Era così per la forza della

ragione, o per ottusità di affetti? Era ponderato e tranquillo? Od era

freddo e insensibile?

L’avvocato ricominciò a sorridere, questo significava che egli era per

terminare. Firmò, piegò, fece l’indirizzo e collocò la lettera accanto

alle altre.

— Ho scritto a Biella — diss’egli, fregandosi lietamente le mani,

— Novara, Vercelli, Asti, Mondovì, pregando tutti i miei amici, di

mandarmi ragguagli su quanto accade, o quanto sarà per accadere. Sta

tranquilla che mi sono spiegato in modo da farmi capire. Se tuo marito

si trova in una di queste città, lo sapremo. Nei luoghi più vicini,

andrò io con la vostra scorratta. Va bene così? Se poi, malgrado tutto

quel che si farà, non si saprà nulla di lui ancora per qualche giorno,

non ti dovrai turbare.

— Oh babbo! — esclamò Liana, dolorosamente.

— Senti: potrebbe aver avuto una missione, un mandato dai capi del

suo partito. Credi tu che non ne abbiano dei capi? Che siano tutti

liberi ed uguali perchè parlano di libertà e di uguaglianza? Potrebbe

essere in Liguria o in Lombardia, ove sono rifugiati tutti i principali

mestatori.

— Perchè non mi ha avvertita? — domandò Liana, con infinita amarezza. —

Perchè non mi ha scritto?

— Avrà promesso il segreto; avrà giurato di non dir nulla a nessuno,

pena la vita. Del resto poi queste son tutte ipotesi. Non mi stupirei

niente affatto di vederlo ricomparire qui un momento o l’altro, fresco

come una rosa. Chi sa mai? E se il segreto, invece d’esser politico,

riguardasse la sua professione? Il caso sarebbe tutt’altro che nuovo.

La giornata passò assai tranquilla; Oliveri passeggiò, meditò, desinò

con appetito, scrisse due altre lettere dopo il sonnerello pomeridiano,

poi uscì per dar un’occhiata al paese.

Il parroco e il notaio, informati del suo arrivo, vennero subito dopo

cena. L’avvocato e sua figlia erano ancora a tavola. La conoscenza fu

presto fatta; Menica arrivò coi bicchieri e la conversazione s’avviò.

Si parlò un poco del caldo, della siccità che cominciava a farsi grave.

— Tant’acqua, tant’acqua e poi adesso più niente! — diceva don Prato. —

Speriamo nel triduo che incominceremo domani sera...

Arignani guardava in terra, con certe tentennatine di testa, che

parevano voler dire: — Questo è niente: se a questo mondo ci fossero

solamente la siccità ed il caldo!

Tanto che l’avvocato se ne accorse, si voltò a lui, e gli disse:

— E lei, signor notaio, cosa ci racconta di bello?

— Di bello?... Eh, veramente non so. Dipende dalle opinioni... quelli

che possono averne... perchè già... Insomma la rivoluzione di Racconigi

è bell’e finita.

Liana si riscosse, puntò le mani sulla tavola come per alzarsi, poi si

lasciò ricadere fissando in faccia a suo padre gli occhi smarriti.

— Sentiamo i particolari — disse l’avvocato.

— Ieri sera sono arrivati i soldati...

— E poi?

Arignani e don Prato affermarono di non saper nulla più. L’avvocato

credette che rifiutassero di parlare per non spaventar Liana, e per

il momento non domandò altro. Però quando si furono congedati, li

accompagnò nel cortile come per cortesia, e quivi, prima di lasciarli,

rivolse loro parecchie domande:

— Mi sanno dire se la resistenza è stata accanita? Se si son fatti

molti arresti? Ricordano per caso il nome di chi comandava la regia

truppa? C’era solamente la fanteria, o anche un po’ di cavalleria?

Rientrò subito.

— Niente — diss’egli a Liana, — non sanno proprio altro.

Liana aveva il viso nascosto tra le mani. Oliveri contemplò un poco

i folti capelli dorati, fregandosi dolcemente le ciglia come per non

lasciarle aggrottare.

— Di che cosa hai paura? — susurrò poi. — Tuo marito non era mica a

Racconigi?

Liana si riscosse, raccontò concitatamente a suo padre la visione

avuta; come avesse creduto di veder Luigi entrare in un portone, e non

fosse riuscita nè a rivederlo, nè ad accertarsi che si era ingannata.

Oliveri ascoltò attentamente, pensoso, ma non turbato; come al solito,

si sarebbe detto che udiva una cosa semplice, ovvia, ch’egli aveva

perfin preveduta.

— Ho capito — disse poi. — E con questo io vado a letto.

Liana si sentì stringere il cuore: conosceva suo padre, ma non si

sarebbe aspettata in simile circostanza, tanta freddezza. Si alzò per

accompagnarlo, come la sera prima.

— Si va a dormire all’ora delle galline — diceva Oliveri, salendo la

scala, — ma che farci? Ieri sera ero stanco, domani mi dovrò alzar

presto...

— Perchè? — chiese Liana, distratta.

— Eh, figlia mia, bisognerà pur veder questa faccenda un po’ da vicino.

Ma per mezzogiorno spero d’essere a casa.

— Dove vai?

— Oh bella, a Racconigi!

— Oh babbo! — esclamò Liana, spaventata — per amor di Dio...

— E cosa vuoi che mi accada? Ti par ch’io abbia il viso d’un

cospiratore? E poi sono prudente... Sta quieta, sta tranquilla...

Liana gli aveva afferrato una mano e gliela baciava.

— Oh babbo, non andare! Se succedesse qualche cosa anche a te! Pensa!

Che orrore, che rimorso...

— La vuoi finire! — esclamò l’avvocato, ritraendosi. — Chi vuole vada,

chi non vuole mandi. Ora siccome io voglio... voglio fare quel che si

può, domani vado a Racconigi.

Quella notte Liana non dormì quasi affatto, più che mai tormentata da

oscuri e sinistri presentimenti. Voleva alzarsi prima che partisse suo

padre per salutarlo, per raccomandargli ancora di non esporsi in nessun

modo, a nessun pericolo. Avrebbe voluto accompagnarlo, ma pensava che

in un serra serra sarebbe stata un impaccio e non altro.

Stanca di mente e di corpo, si assopì al nascer dell’alba e non si

risentì che verso le sette. L’avvocato era partito da mezz’ora. Ecco,

era di nuovo sola! Che fare? Come passare il tempo? Come distrarre la

mente? Desiderava tanto ardentemente un po’ di pace: dove trovarla?

Si aggirò per la casa, senza riuscire ad occuparsi. Poi sentì bisogno

di aria, di moto, e uscì in giardino. Gabriel le venne subito incontro:

erano tre giorni che aspettava un certo ordine. Le parlava, le parlava,

ed ella, per quanto facesse, non riusciva a raccogliersi così da

poter rispondere a tono. Laggiù, in fondo al viale, il cancelletto che

metteva alla parrocchia era spalancato. Le parve un invito. Sì, sì,

rifugiarsi in chiesa, pregare, pregare, pregare.

Vi andò subito. A quell’ora, là dentro, non c’era nessuno. Sedette

nel suo banco col viso tra le palme, e cominciò a raccomandare

fervorosamente a Dio suo padre; ma il pensiero corse tosto a Luigi,

si trovò trascinata nella ricerca affannosa. Oh non avere un luogo in

cui poterlo vedere almen con la mente! Si sentiva come sollevata da

una mano potente e terribile, in alto in alto, in luogo di dove la

vista spaziava su città e villaggi brulicanti di uomini furibondi.

Luigi era là, si trattava di scoprirlo in quel formicaio. Una cosa

tanto impossibile! Almeno esser certa ch’egli era vivo! Cercava di

rammentare quello che aveva provato l’altra volta, quando egli aveva

dovuto fuggire. Anche allora aveva sofferto, ma almeno era stata

avvertita! Oh una parola, una sola parola, scritta o pronunciata! Ma

che strazio questa ignoranza assoluta, questo trovarsi perduta fra

tenebre fitte!... Abbandonarsi a Dio, non c’era altro... Ebbene, ecco

si abbandonava. Ascoltava il cuore batter forte forte e aspettava,

parendole di sentirsi già spuntar dentro una lieve, repentina speranza.

Subito cercava di vedere, d’immaginare uno scioglimento felice,

impensato. Una lettera di Luigi, che si diceva sicuro a Genova, a

Milano, e l’invitava a partire, a venirlo a raggiungere. Oppure no:

egli rientrava in casa all’improvviso e la stringeva fra le braccia.

Raccontava subito tutto. Era stato chiamato a veder un malato in

una villa, in un castello lontano. L’uomo era agli estremi, ma egli

aveva intravveduto il mezzo di ridargli la vita. Solamente bisognava

assisterlo continuamente, stabilirsi lì al capezzale, e combattere il

male senza dargli un minuto di tregua. Era rimasto, e l’aveva salvato.

— Perchè non scrivere? — Ma sì, aveva scritto. — Dunque la lettera era

andata perduta?! — Ecco! — E Liana si metteva in ginocchio e tenendo

giunte al petto le mani, alzava il viso e gli occhi al cielo e tornava

a pregar Dio, affinchè concedesse che la cosa fosse così, per l’appunto

come ella la immaginava. Tutto questo non era forse possibile,

assolutamente possibile?

— Mio Dio, alla fin dei conti io non vi domando un miracolo!

Una rondine, entrata per la porta spalancata, andava su e giù per la

navata di mezzo; s’udiva il cinguettare d’alcune altre posate al di

fuori sul cornicione. Dalle finestre lunghe del coro si vedeva il cielo

azzurro, il tremolar delle fronde nel sole.

— Mio Dio — ripeteva Liana, supplicando — non fatemi soffrire di più!

Ad un tratto le parve di sentire un leggero rumore di ruote; la via

traversa che dalla strada di Racconigi conduceva a casa, passava

appunto lì dietro la chiesa.

Si alzò, uscì, riattraversò rapidamente il giardino, pieno il cuore

d’una nuova e forte ansietà.

L’avvocato, sceso allora allora dal legno, aveva domandato subito di

lei alla serva. Le veniva incontro adagio, ridente, con la faccia di

chi ha in pronto una barzelletta, una celia:

— Come va? Come hai dormito? — domandò egli, baciandola.

— Bene — rispose Liana. — E dunque?

— Oh tutto tranquillo. Racconigi pareva un cimitero, stamattina. Ho

avuto modo di saper molte cose; ho trovato un conoscente, un certo

Ghersi, mio antico compagno di scuola, che credevo morto da anni e

che invece è più in gamba di me. È un realista sfegatato; informato di

tutto. Per farla corta: alcuni dei capi sono fuggiti o nascosti; gli

altri sono stati arrestati. Tuo marito fra questi non c’è.

Liana chinò la testa, mise un sospiro.

— Cosa vuoi di più? — conchiuse suo padre.

Più tardi uscì per rendere la visita al parroco, al notaio, e sentire

se c’erano nuove in paese.

— Domani vado a Moretta e a Villafranca — diss’egli poi, tornato a

casa. — Pare che il tafferuglio sia cominciato anche là.

Infatti il giorno dopo andò via al mattino e tornò verso sera. S’era

fermato poco a Moretta, ma a Villafranca lo aveva divertito assai lo

spettacolo degli insorti, che, ordinati militarmente, perquisivano le

case dei nobili e demolivano i molini ed i forni feudali.

Egli seguitò così; in quei giorni fu continuamente in moto, malgrado

l’afa, malgrado i disagi. Partiva, arrivava, ripartiva; sempre solo,

sempre franco, sempre sereno.

Quando si seppe che in Asti era stata proclamata la repubblica,

annunziò a Liana ch’egli andava anche là.

— Da quanto ho inteso, là le cose sono molto più serie che altrove. Chi

sa...

Liana lo lasciò andare anche questa volta. Si sentiva così stanca

oramai, così spossata dalla continua attesa! Durante le assenze di suo

padre, o lunghe o brevi, non usciva quasi più. Tutto il giorno ella

stava seduta nella finestra dello studio di Luigi, senza leggere, senza

lavorare, con gli occhi fissi sulla stradetta per cui, secondo la sua

immaginazione, egli doveva tornare. Durava così delle ore ad essere

come fuori del mondo.

Partito al mattino, Oliveri prima di sera era già di ritorno.

— Caspita! — diss’egli, dopo aver abbracciato strettamente la figlia.

— Non c’è stato modo d’andar avanti; nei paesi per i quali passavo,

tutti mi consigliavano a non tentar l’impossibile. Par che in seguito

all’ultimo editto la gente di campagna si sia armata per il Re; fatto

sta che le strade sono impedite e che ci si arrischia la pelle...

Del resto notizie da Asti ne avremo ugualmente. Sai che ho scritto

all’amico Fraschini; o prima o poi arriverà la risposta.

Oliveri non si mosse più da Murello; cominciò un’altra vita. Si alzava

assai tardi, passava il resto della mattina leggendo o scrivendo, e

dopo pranzo andava a casa di Arignani, ove convenivano le notabilità e

le autorità del paese. Dimostrava a Liana una tenerezza quasi materna,

ma non le parlava più di suo marito.

Si apriva invece col parroco e col notaio, esponendo loro placidamente,

con lo stesso tono di voce, tanto le supposizioni più rosee, quanto le

più nere.

— Chi sa dove diavolo hanno spedito il buon Ughes quelli della sua

setta? Non mi meraviglierei niente affatto di ricevere un bel giorno

notizie da Parigi, di saperlo diventato qualche cosa di grosso laggiù:

che dell’ingegno ne ha da rivendere mio genero, e senno, e tenacia, e

coraggio... Del resto potrebbe anche essere scappato per sottrarsi a

qualche funesto giuramento, a qualche impegno delittuoso e terribile.

Così si spiegherebbe il segreto assoluto, il silenzio prolungato...

Un’altra ipotesi: non potrebbero averlo, per così dire, rapito e

rinchiuso per punirlo d’aver abbandonato il partito? Non potrebbero

averlo assassinato? Nei tempi in cui siamo tutto è diventato possibile!

Quando si sparse la voce che in parecchi luoghi, come a Carignano, a

Chieri, a Cuorgnè, un certo numero di repubblicani erano stati fucilati

a furor di popolo, l’avvocato osservò che suo genero poteva aver finito

così, e che in questo caso non si sarebbe saputo mai più nulla di lui.

— Santo Dio! — diceva egli — le combinazioni sono tante, tante le

possibilità, che a volerle scoprir tutte c’è di che ammattire... E il

Governo è stato abile, bisogna dirlo. Col bando del 24, il Re concede

perdono ai colpevoli dei tumulti accaduti fino a quel giorno per il

caro delle granaglie ed esorta i municipi a provveder d’armi le persone

dabbene e i possidenti contro i sediziosi... Ecco trovato il modo di

separare i campagnuoli dai repubblicani. Questo non è che il tuono;

due giorni dopo scoppia anche il fulmine. Data facoltà a chiunque di

accoppare quelli che saccheggiano le case o commettono violenze; gli

arrestati in flagrante, puniti di morte... E poi Giunte locali, giudizi

sommari, esecuzioni immediate, insomma la legge marziale con tutte le

sue conseguenze. Il provvedimento è energico; purchè non si ecceda.

La prima domenica di agosto, mentre i murellesi uscivano da messa

grande, sentirono che in piazza si batteva il tamburo. In pochi minuti

uomini, donne, vecchi, fanciulli furono tutti adunati davanti all’albo

pretorio. Chetato il bisbiglio confuso, l’inserviente Antonio Boscario,

con a lato Giambattista Spertino e Domenico Godano, quali testimoni, ad

alta ed intelligibile voce di grida, proclamò il seguente:

«Premendo alla pubblica tranquillità per soddisfazione dei buoni

e terrore dei reprobi che si esterminino i nemici dello Stato e

del buon ordine, la Regia Giunta stabilita nella presente città,

valendosi delle facoltà da S. M. accordatale nel suo Editto delli

26 ora scorso luglio, dichiarando esposti alla pubblica vendetta

Carlo Gallo del vivente medico Carlo e Gio. Battista Comino di

Revello, sedicenti Generale, e Luogotenente Generale, comandanti

la Repubblica piemontese nella Valle del Po, promette ed accorda

impunità e premio di lire millecinquecento Regie di Piemonte a chi

non essendo degli autori e promotori principali, ancorachè complice

nel tumulto ed attruppamento sedizioso occorso nei passati giorni

in detto luogo di Revello, darà vivo nelle forze della Giustizia,

li detti Gallo e Comino, ed altri simili; ed a chi uccidesse alcuno

di essi, siccome resta lecito ad ognuno di fare, il premio di lire

mille oltre l’impunità.

«A chi poi non essendo complice in tale orrido eccesso arrestasse,

o consegnasse vivo nelle forze alcuno d’essi Gallo o Comino, o loro

correi, se gli accordi facoltà di poter liberare altro reo di altri

delitti, ancorachè meritevole di morte, od altro complice di tale

attruppamento e tumulto, purchè non sia degli autori o promotori

principali suddetti del medesimo, ancorachè fosse di quelli che

in qualche occasione si fossero in pubblico mostrati sedicenti

sediziosi, e se gli accorda in oltre il premio di lire tre mille.

«Se poi non gli riuscisse di consegnarli vivi nelle forze, ma

soltanto di ucciderli, resta loro accordato il premio di lire tre

mille.

«Si persuade la R. Giunta che pentiti li Rei ed animati da giusto

zelo li buoni, vorranno profittare di questa opportunità per

rientrare nella classe degli amanti del buon ordine, e gli altri

maggiormente animati dal desiderio di ristabilire la pubblica

tranquillità s’impiegheranno tutti, giusta le loro forze, ad

estirpare cotesti infesti sediziosi.

«Saluzzo, il 5 agosto 1897.

«Per detta R. Giunta

«ISASCA, segretaro».

La folla cominciò a sciogliersi; i più tiravano via verso casa, come se

ciò che avevano udito fosse una cosa lontana, d’altri tempi o d’altri

paesi. La piazzetta rimase seminata di capannelli e di crocchi nei

quali correvano blandi commenti.

— Le cifre sono tonde — osservava un contadino, — non c’è che dire.

— Già, già, rispondeva un altro — ma, ehi! pensa che si arrischia anche

la pelle. Credi tu che quel signor Gallo, o quel signor Cornino si

lascierebbero arrestare senza far resistenza?

— Non credo niente io; parlo dei quattrini.

— Ecco — diceva un giovinotto — dato il caso, bisognerebbe mettersi

d’accordo, fare come una squadra, e poi...

— E poi e poi — interrompeva un vecchio, — credi a me: certe cose è

meglio lasciarle fare a chi tocca.

— Bravo! Sicuro! Questa è giusta! — gridarono tre o quattro voci. — Che

se la sbrighino un po’ fra di loro.

E si tornò ai tranquilli discorsi delle altre domeniche.

L’avvocato Oliveri, che era stato presente alla pubblicazione, si

guardò bene dal parlarne alla figlia. Non gli pareva d’averla mai

veduta così, neppur quando Ughes aveva dovuto fuggire, dopo la scoperta

della prima congiura.

— E sì che anche allora era già innamorata — pensava, — bisogna dire

che il suo amore sia ancora aumentato!

Egli temeva sempre che, perduta ad un tratto ogni speranza, ella

scoppiasse in un accesso di disperazione terribile, oppure si mettesse

a far atti o a dir parole di estremo dolore. Ah quando si fermava su

quest’idea, subito si sentiva divenir meno quieto, meno imperturbabile!

Perciò s’ingegnava in tutti i modi di tener lontano da lei il pensiero

che Ughes potesse non tornar più.

— Diamine! — egli diceva a Liana ogni tanto. — Tuo marito è già

risuscitato una volta; non vuoi che risusciti questa? Dopo i fatti del

’94 egli corse ben altro pericolo. Caspita! era compromesso, ricercato,

condannato. Invece ora, per quanto io sappia, nessuno ha pronunciato il

suo nome.

In certi momenti Liana gettava le braccia al collo di suo padre e stava

così senza piangere e senza parlare. Altre volte, rabbrividiva tutta e

lo scongiurava di dirle la verità qualunque essa fosse; poichè quello

stato lì era il peggiore di tutti. Venne un giorno in cui parve che

le parole tante volte ripetute da suo padre non entrassero più nella

sua mente. Le dimostrazioni d’affetto, le premure non la crucciavano,

non le davano noia, ma le riuscivano indifferenti. Ora stava lunghe

ore chiusa in casa, come se avesse ribrezzo del sole, della luce, del

verde, di tutto ciò che ispira idee di serenità e di gioia; come se

fosse priva di volontà, piena d’avversione per ogni piccolo sforzo,

ogni movimento. Ora invece si aggirava per il giardino e per le stanze

con gli occhi lagrimosi, le labbra convulse, occupata a visitare tutti

i luoghi in cui la memoria le rappresentava suo marito, a raccogliere

mentalmente, con minuzia affannosa, tutti i ricordi lasciati da lui.

Sul piccolo cancello di legno egli aveva posate tante volte le sue

mani! Su quella panca sedevano spesso insieme di sera. A quel vecchio

tronco mancava un pezzetto di scorza, tagliato da lui, un giorno che

si baloccava col suo temperino. Ella cercava le sue orme nella terra

dei viali. Apriva l’armadio e maneggiava i suoi abiti; sfogliava i suoi

libri, toccava le penne, la carta, tutti gli oggetti che si rammentava

d’aver veduto toccare da lui. Quando, tornando, suo padre non la

trovava in casa, sapeva dove andarla cercare: ella era nel cimitero,

inginocchiata sulla tomba del vecchio zio Vietti.

L’avvocato riceveva lettere a tutte le poste. Andava egli stesso

ad aspettare il procaccio, si faceva dare quello che portava il

suo indirizzo e correva a chiudersi in camera per leggere più

tranquillamente. Erano risposte ad altre lettere scritte da lui, che lo

informavano del modo con cui erano andate le cose nelle varie città e

in parecchi paesi.

Si narravano in tutte presso a poco gli stessi fatti; i realisti

avevano il sopravvento in ogni luogo.

Arrivò finalmente anche la lettera del signor Fraschini. L’avvocato

seppe così che in nessun altro luogo l’agitazione era stata lunga

e grave come in Asti. L’amico mandava una relazione molto ben

particolareggiata dei fatti, e concludeva: — Si sono già fucilati Arò,

Berruti, Testa, Trinchero, Rattino, Manzo, Celotto, Rivella, Chiomba,

Raspo, ecc.

— Eccetera! — brontolò l’avvocato. — Purchè quest’eccetera non voglia

dir Ughes. Bisognerà ch’io riscriva, pregandolo di mandarmi i nomi in

disteso.

Ma ben presto comprese che a voler aver i nomi di tutti quelli che

cadevano in quei giorni condannati dalle Giunte e giustiziati dai

soldati era cosa difficilissima, per non dire impossibile.

Quando seppe che le esecuzioni si facevano a intervalli di alcuni

giorni e che si lasciavano i cadaveri esposti sino alla sera, Oliveri

tornò a mettersi in moto.

Fu a Saluzzo, a Racconigi, a Carignano, a Moncalieri. Tornava a casa

un po’ pallido e non sorrideva più. Appena arrivato, se la sera non

era troppo inoltrata, andava a cercare il parroco o il notaio, per

raccontare quello che aveva visto o sentito.

— Si eccede, si eccede. Io sono per il Governo; mi duole il dirlo, ma

si eccede. Sapete chi hanno fucilato a Moncalieri? Carlo Tenivelli.

Un uomo dotto, che ha dato alle stampe molte opere, anche poesie.

L’ho conosciuto un pochino. Costui capo degli insorti? Ci sarebbe da

ridere, se il caso non avesse avuto una fine così lagrimevole. Dite

che l’insurrezione era condotta, capitanata da un bambino di tre

anni e sarà tal e quale. Aveva un viso serio e mansueto, quel povero

Tenivelli, dal suo labbro non uscivano che poche e benigne parole,

la sua compagnia era mite e soave. Era anche miope come una talpa.

Dicono che abbia fatto dei discorsi sediziosi, terribili. Ma se aveva

l’aria di non saper nemmeno in che mondo vivesse! Per me non capisco!

Gli amici, forse gli stessi che l’avevano cacciato nell’imbroglio, lo

persuasero a scappare. Girovagò per la collina e finì col rifugiarsi

in casa di un altro amicone, che lo denunziò per trecento lire. Fu

arrestato, ricondotto a Moncalieri da un drappello di cavalleria, e

fucilato senza complimenti l’altra mattina alle cinque. Prima di morire

scrisse una lettera alla sorella, e andò al supplizio come se andasse a

passeggio.

A Savigliano non v’era stato che qualche tentativo di rivolta, represso

subito energicamente dagli stessi abitanti. Un giorno l’avvocato

vi andò col legno per diporto e tornò con una buona, con un’ottima

notizia.

— Un altro editto! — diss’egli lietamente a sua figlia. — Il Re ordina

alle Giunte di desistere da ogni procedimento verso coloro che non sono

stati nè autori, nè capi di ribellione e che sono rientrati nel dovere

deponendo spontaneamente le armi. Adesso vedremo. Sono quasi certo che

tuo marito non era fra i capi, l’avrei saputo dai miei corrispondenti.

A meno che egli avesse cambiato nome, preso un nome di guerra, ciò

che non credo, non rispondendo all’indole sua. Ad ogni modo penso che

questo ci lasci facoltà di sperare.

Egli chiacchierò assai a cena e dopo. Spiegò a sua figlia quello che

erano le Giunte, e come gl’ispirassero ben poca fiducia perchè composte

di persone anticipatamente e naturalmente nemiche di quelli che

dovevano giudicare.

— Lasciamo a parte la capitale, dove a formar la Giunta intervengono

membri affatto speciali, ma nelle altre città! Il comandante militare,

il prefetto civile, l’intendente, l’avvocato fiscale... Quasi tutte

persone troppo ligie al Governo, vincolate, inclinate a provare la

loro fedeltà, la loro devozione, con degli atti di rigore, e santo

Dio! anche di crudeltà. E nota che per l’arresto dei rei, essi possono

servirsi di mezzi straordinari: premi, impunità, salvacondotti, e

simili. Puoi immaginare quante vie vengano aperte alle accuse, alle

delazioni, alle vendette, ai tradimenti...

Qui cominciò a fare spensieratamente un lugubre quadro di quello che

era stato il Piemonte nei giorni antecedenti, ma voltatosi per caso a

guardar Liana, restò non so con qual parola ammezzata a fior di labbra.

Non l’aveva mai vista così pallida, così mortalmente pallida.

— Insomma — diss’egli, tagliando corto — quelli che fanno veramente

compassione sono i soldati. Dopo aver combattuto valorosamente per

quattro anni contro un nemico fornito di pratica e di ferocia, vedersi

costretti a far il mestiere del birro, e diciamolo pure, anche del

boia. Meno male che adesso è finita.

Quando fu noto che in parecchi luoghi si celebravano funzioni religiose

per ringraziare Dio della ricuperata tranquillità; e si banchettava,

e si danzava per festeggiare il ristabilimento della pace, parve a

Oliveri che si dovesse far qualche cosa anche a Murello; e invitò

alcuni dei notabili a trovarsi di sera in casa sua.

Venne il parroco, vennero i sindaci (che allora erano due e si

cambiavano a ogni semestre) venne il notaio, il chirurgo, il barbiere.

Oliveri, ritto vicino alla tavola nel salotto da pranzo, sembrava

un professore in attesa di veder a posto tutti i suoi scolari per

principiar la lezione. Accennò a ognuno di accomodarsi ed espose

bellamente le ragioni che l’avevano indotto a fissar l’adunanza.

Tutti approvarono.

— Allora — riprese l’avvocato — poichè siamo d’accordo che si debba far

qualche cosa, resta a vedere, a decidere che cosa si deve fare.

— Però — disse a mezza voce Susta, il barbiere — qui a Murello non

abbiamo fatto niente di male; non so perchè si debba chieder perdono.

— Oh! — esclamò il notaio — non avete capito? Si tratta di fare una

festa, non di chieder perdono.

— Vorrei saper solamente se è un affar di premura? — domandò Godano, il

sindaco allora in carica.

— No — rispose Oliveri; — perchè mai?

— Eh niente! Tanto così per sapere.

— Bisognerebbe anche essere certi che questa storia è finita — osservò

il chirurgo Formica. — Ieri sera ne ho ancor visto freddar uno a

Racconigi.

— È l’ultimo — disse Vallero, l’altro sindaco.

— Doveva essere l’ultimo quello a cui hanno presa la pelle giovedì.

— Sì, ma stamattina, a Racconigi, si diceva piano e forte che il

principe Carignano è andato dal Re e si è fatto sentire...

— Cioè — interruppe Oliveri, — avrà pregato, avrà interposto uffici in

favore degli imputati che ancora rimangono.

— Sarà così; e pare che il Re stavolta abbia proprio promesso il

perdono.

— Ecco! — esclamò l’avvocato. — È questo che dobbiam festeggiare.

— Io sarei d’avviso d’aspettare ancora un pochino — mormorò Godano.

— Anch’io, anch’io, anch’io! — gridarono tre o quattro altri.

— Cinque o sei giorni, una settimana — disse don Prato. — Potrebbe

darsi che fosse qui anche sor Luigi, allora sì che si starebbe allegri!

— È vero — mormorò l’avvocato, e soggiunse fra sè: — Toh! come diamine

questo è venuto in testa a lui e non a me?

— Chi sa che non torni anche Bechio — disse il barbiere.

E si cacciò a ridere.

— A proposito — esclamò l’avvocato — ho sentito a parlare di questo

Bechio, scomparso anche lui come... E nessuno sa dove sia?

— Eh no, signore — rispose Godano, — non si sa proprio niente. C’è

chi assicura d’avergli visto in mano un passaporto del signor generale

Bonaparte, ma la credo una favola.

— Che uomo era?

— Peuh! — brontolò il chirurgo. — Io dico che se gli hanno empita la

testa di piombo, hanno fatto un vantaggio a lui che l’aveva leggiera e

un gran servizio al paese!

Menica entrò col vassoio e si cominciò a discutere allegramente sul

vino.

Pochi giorni dopo accadde il fatto di Govean, che tolse all’avvocato

ogni velleità di proporre festeggiamenti. Pietro Francesco Govean, capo

degli insorti di Racconigi, veduta fallita l’impresa, si era salvato

in Francia. Saputo che il Re aveva accordato il perdono, tenendosi

sicuro, rimpatriò. La Giunta, che a Racconigi s’intitolava Consiglio di

guerra, non fece altro che tanto: lo agguantò e lo condannò a morte. Il

4 settembre Govean andò al supplizio fra due file di soldati, intrepido

come chi ha fatto da tempo il sacrifizio della propria vita. La gente,

attediata oramai dal ripetersi di quei casi, lo guardava passare cupa

e angustiata. Egli cercava di giustificare le opere sue con voce alta,

solennemente squillante nel silenzio mortale. Si narra che il luogo

in cui cadde, un quieto, ombroso viale che serviva alle passeggiate e

ai ritrovi, rimanesse per molti anni abbandonato, quasi che il terreno

durasse tuttavia bruttato di sangue.

L’impressione del caso fu enorme da per tutto e sollevò innumerevoli

dispute. Anche Oliveri n’ebbe una, e relativamente assai viva, col

chirurgo Formica. Secondo lui la Giunta, o Consiglio che fosse, aveva

fatto benissimo a non considerare altro che l’articolo 1º dell’editto

14 agosto, il quale escludeva dal perdono giust’appunto gli autori ed i

capi.

— Ma chi sono gli autori? — diceva il chirurgo. — Chi sono i capi?

Come li classifica lei, come li distingue? Si doveva tener conto delle

parole del Re, non badar ad altro che a questo!

— Un accusato di delitti comuni...

— Un’altra adesso! Lo so bene che si sono fondati su ciò. Ma mi dica

un poco: non è vero che il bando non fa distinzioni? E dunque! E poi:

delitti comuni? Quali? Specifichi. Forse perchè Govean ha messo taglie?

— Sicuro!

— Oh bene! Perchè le ha messe? Per motivo di rivoluzione. Dunque il

delitto cessa di esser comune per diventar strettamente politico. Ma

poi cosa andiamo cercando! Era tornato fidando sulla parola d’un Re;

ecco quello che lo doveva salvare!

E la contesa durò su e giù per la strada della Madonna degli Orti,

finchè quasi non ebbero più fiato. Usciti prima del tramonto,

rientrarono in paese che era già notte.

— Basta — disse il chirurgo, barattando il saluto — intanto quelli che

sono fuori faranno bene a restarci.

L’avvocato non disse più nulla, accelerò il passo, arrivò a casa, salì

diviato nello studio di Ughes, dove era certo di trovar Liana.

Ella lo vide, si riscosse, balzò in piedi palpitando.

— Oh niente — diss’egli, — niente di nuovo, sta pur seduta. Ti volevo

solo dir questo: se tuo marito, come seguito a credere, è salvo e

lontano, prega Dio che non torni, ma pregalo, sai.

La bufera · 第 14 / 43 题