VIII.

La mattina dopo Menica tornò da far la spesa più tardi dei solito; salì

subito a cercar la padrona, e la trovò nello studio.

Liana sedeva al tavolino; vi appoggiava le braccia, e su queste la

testa; non mostrando altro che la capigliatura scomposta, come le vesti

che l’avvolgevano più che non la coprissero.

— Madama, — disse la serva — madama...

La signora mise un gemito come le desse noia quella voce, poi alzò il

viso.

— Che vuoi? — mormorò.

— Sa perchè ho tardato?

— No — rispose Liana, cominciando subito a impazientirsi della temuta

loquacità della donna; — ma non importa, lasciami in pace.

— Se sapesse che cosa c’è di nuovo...

— Parla, per amor di Dio!

— Bechio è sparito, la bottega è chiusa.

La signora si strinse nelle spalle.

— Cara lei, — continuò Menica — stamattina non si parla d’altro. Il

medico è andato via, lo speziale scappato, che cosa vuol di più per

metter sossopra un paese! E poi... ma là, non si spaventi, neh!

— Avanti, avanti! Mi fai morire.

— Si dice che la rivoluzione viene anche qui da noi. La gente non vuol

più il Re: quello che abbiamo adesso; al Re vecchio, pazienza, erano

tutti abituati. Non crede? Senta, tant’è vero che a Racconigi c’è già

un altro Governo.

— Le solite ciance — disse Liana, tornando indifferente; — va pure giù,

va in cucina.

S’era alzata col cuore compreso d’una nuova speranza; non voleva

essere frastornata. La posta arrivava al villaggio il sabato sera e il

mercoledì mattina. Era mercoledì. Le pareva assolutamente impossibile

di non ricevere una lettera di suo marito.

— Dovunque egli sia, in qualunque caso, deve aver scritto... A meno

che...

E crollava il capo per scacciare fin l’ombra d’un dubbio funesto.

Di repente si rammentò che quando il procaccio veniva di mattina, la

trovava quasi sempre occupata a lavorare sotto una pergola piantata

lungo il muro di cinta.

Discese velocemente e vi andò di corsa, quasi per affrettarne, per

agevolarne l’arrivo.

Ma non potendo occupare nè la mente, nè le mani, non resse a star

ferma. Uscì dalla pergola; vagolò pei viali, finchè incontrato Gabriel,

lo mandò in paese perchè s’informasse della cagion del ritardo.

Il colono tornò dopo pochi minuti. Giantermo era arrivato da oltre

mezz’ora; ma non aveva niente per lei.

— Ma è meglio, sa, — soggiunse l’uomo, vedendo Liana farsi ancora più

smorta. — È meglio; il proverbio non falla: niuna nuova, buona nuova.

Si faccia coraggio. Vedrà che il padrone tornerà presto...

Liana si spiccò da lui senza dir nulla; andò diviato al piccolo

cancello di legno ch’era in fondo al giardino, e, per una breve

stradetta che si apriva tra certi orti cinti di siepi, uscì sul

piazzale della parrocchia. Cercava don Prato, e lo trovò subito,

seduto all’ombra d’un grand’olmo fronzuto, con un libro aperto sulle

ginocchia.

Il parroco l’accolse con cordialità gioiosa ed affaccendata; voleva

condurla nella sua casa, posta quasi dirimpetto alla chiesa sulla via

maestra; servirla di frutta, vin bianco, rosolio, e non si chetò se non

quando s’avvide che Liana aggrottava sempre maggiormente le ciglia.

La giovane signora gli domandò senza preamboli che cosa pensasse della

sparizione di suo marito.

— Sor Luigi è medico — rispose il buon prete, — e lei sa che i medici

qualche volta sono obbligati a tenere il segreto... E poi a quest’ora

se gli fosse accaduto qualche cosa si saprebbe. Bisogna sperar sempre

bene, confidar in Dio, e... — E tacque non sapendo più come finire.

— Ma non c’è qualche cosa per aria? Non ha sentito dir niente?

Don Prato strinse le labbra, ne fece uscire un suono inarticolato.

— Hm!... A Fossano, ecco... sì: pare che a Fossano i patrioti abbiano,

abbiano... Ma lei capirà che Fossano...

— E a Racconigi?

— Già già, anche un poco a Racconigi. Ma cosa vuol mai che facciano?

Giovinotti, teste calde...

— Chi sono?

— Mah! Ho sentito nominare un certo Boschis, un certo Govean...

— Grazie! — mormorò Liana, porgendogli la mano.

— Si faccia animo — ripigliò don Prato, un po’ commosso. — Io credo che

stasera o domani sor Luigi sarà di ritorno. Me lo farà saper subito,

eh? Verrò col notaio; sentiremo le nuove anche noi... Adesso vado in

chiesa e... faccio quel che posso. Preghi anche lei; confidi in Dio.

Dio non l’abbandonerà.

Liana tornò dond’era venuta. Appena a casa, cercò subito Gabriel, gli

disse d’apprestare la carrozza e di prepararsi a condurla a Racconigi.

— La carrozza! — esclamò il colono. — Lei vuol dir la scorratta! La

scorratta di sor Battista; non abbiamo altro.

— Prenderemo quella — rispose la signora, voltando le spalle.

Gabriel tirò il legnetto in mezzo al cortile e lo mise in ordine come

al tempo del medico vecchio; provvide al cavallo; pensò a sè, mangiando

in fretta un boccone, poi andò a trovar Menica in cucina.

Era contento d’andar a vedere quel che succedeva a Racconigi; ma temeva

anche assai d’avventurarsi a un’impresa un poco rischiosa.

— Io — diceva — sto per il Re; le novità non mi vanno. Adesso vediamo:

se arrivato là, qualcuno mi volesse obbligare a gridar: viva la

Repubblica!? Sì, che mi troverei in un bell’impiccio!

La signora si affacciò a capo scala; lo chiamò, lo avvertì d’attaccare.

— Ma scusi — esclamò Menica, sbucando anche lei dalla cucina, — è ora

di desinare; non vuol prender niente?

Liana non l’udì, era già tornata in camera. Un momento dopo discese

rivestita e in ordine, e si accomodò nel legno accanto al colono.

Sull’ampia distesa dei campi riarsi, l’aria brillava infiammata

dal sole. Le cicale cantavano allegramente. La signora, tutta in sè

raccolta, non parlava; e Gabriel, pur badando al cavallo, che andava

d’un trotterello discreto, guardava spesso dinanzi ed intorno se

apparisse qualche cosa di straordinario. Gli pareva che la strada

avesse un aspetto insolito, niente piacevole, e non vedeva l’ora

d’esserne fuori; così che, quando scoprì da lontano il castello di

Racconigi, si riconfortò e lo salutò con la frusta.

Dopo un poco si videro apparire anche le vette degli alberi secolari

del parco da una parte; e campanili, cupole, tetti dall’altra.

Già da un momento s’udivano spari, a intervalli brevi, quasi misurati.

— Cosa diavolo fanno? — mormorava Gabriel, fra’ denti. — Sarebbe bella

che avessero cominciato ad ammazzarsi!

Ma arrivando al ponte di Macra, vide che sull’altra sponda, sur un

tratto di terreno sterposo confinante col greto, era stato piantato il

gioco dell’archibugio.

— Perdiana! — diss’egli. — Tutti al _tavolazzo_, tutti al _tavolazzo_!

Vogliono farsi forti contro i soldati del Re!

E, spiegata alla signora la ragione di quei colpi, spinse il cavallo

sul lungo ponte di legno.

I tiratori stavano riuniti sotto una baracca; l’arma che passava dalle

mani dell’uno in quelle d’un altro, era una carabina a serpentino, nel

quale, invece della corda, stava adattato un pezzetto di fungo da esca.

Il muretto col segno sorgeva a cento sessanta passi; in una capannuccia

vicina si rimpiattava l’uomo che doveva indicar l’esito di ciascun

colpo.

Gli spettatori, accalcati sulla strada che metteva all’abitato, si

godevano lo spettacolo all’ombra di certi altissimi platani. Quieti

e silenziosi mentre il tiratore prendeva la mira; appena andata la

botta, applaudivano o fischiavano rumorosamente, secondochè colui s’era

mostrato abile od inetto.

Giunto all’estremità del ponte, Gabriel fece schioccar la frusta e

gridò due o tre volte:

— Ohe hop! ohe hop!

Quelli che si sentirono urtar le spalle dal muso del cavallo si

ritrassero un poco; ma gli altri non degnavano neppure di voltarsi.

Gabriel provò ad alzare la voce; poi vedendo ch’era inutile, cominciò a

pregar intorno con flemma, con garbo:

— Facciano il piacere... un po’ di luogo, è l’affar d’un momento. Si

tratta d’una faccenda importante... Un parente di questa signora che è

agli estremi.

Quando vide l’impossibilità di farsi ascoltare, si appoggiò indietro e,

pur continuando a dimenar dolcemente la frusta a destra e a sinistra,

si rassegnò ad aspettare.

Liana guardava fissamente un gruppo di giovani diversamente vestiti;

i quali, ritti sur un arginetto e separati dal resto del pubblico,

parevano sopraintendere al tiro. Il colono li osservò anche lui, e

domandò ad un vicino chi fossero.

— Quelli là? — rispose costui, sottovoce. — Sono quelli che menano la

barca. Io poi non so altro.

Intanto un di coloro che facevano parte del gruppo aveva visto il

legnetto e adocchiata la giovane donna. Rendendosi poi ragione del

perchè stesse ferma in quel luogo, s’aprì il passo, giunse al cavallo,

lo prese a mano e, pian pianino, pregando gli uni, cansando gli altri,

riuscì in pochi minuti a trar dalla calca bestia, scorratta e persone.

Dopo di che, levatosi il cappello e mostrando denti bianchissimi in un

largo sorriso, salutava e s’apprestava a tornare con i suoi. Liana si

chinò, gli accennò d’accostarsi.

— Dio gliene renda merito — diss’ella. — Lei mi ha fatto una vera

carità. E adesso, se non fossi indiscreta...

— Dica, dica! — esclamò il giovane, premurosamente.

— Non ci sarebbe per caso un medico fra quei signori?

— Ma guardi che combinazione! Io stesso... dottor Boschis, ai suoi

comandi.

— Il suo nome non mi è nuovo. Credo d’averlo sentito pronunziar da mio

marito, il medico Ughes.

— Ah! — fece il giovane, con un cotal atto trascurato. — Ughes, Luigi

Ughes... Certo che mi conosce: siamo stati compagni di scuola.

Liana gli piantò gli occhi in viso.

— Ecco! — diss’ella. — E m’immagino che si saranno trovati insieme

anche altre volte. Ultimamente mio marito è venuto a Racconigi,

chiamato a consulto. Non era per caso lei il medico curante?

— No, signora...

— Eppure... Basta non importa. Non saprebbe dirmi a chi potrei

rivolgermi per averne notizia? Non so più nulla di lui da quattro

giorni. È andato via così... una mattina, molto per tempo, e non è più

tornato. Mi contenterei di poco: saper che sta bene, e poi...

Il petto le si era venuto gonfiando; non potè aggiunger altro.

Boschis stette un poco sopra sè.

— Non so niente — disse poi, guardando a terra. — Ma potrebbe darsi

benissimo che qualcuno dei miei amici avesse veduto suo marito. Con

permesso.

E tornò rapidamente verso i compagni.

Liana lo vide trarre un di costoro in disparte e cominciare a parlargli

animatamente. L’altro crollava il capo. Boschis pareva insistere, si

riscaldava, alzava la voce; e l’altro duro, continuava a dir di no,

di no e di no. Allora un giovane in uniforme francese, che aveva nel

volto una certa autorità, salto giù dall’argine, li chetò; poi udite

le ragioni del dissenso e affissato un po’ l’occhio in Liana, si mosse

pian piano. Boschis lo seguì con faccia compunta.

— Signora Ughes — disse quello dall’uniforme, giungendo di fianco

al legno e inchinandosi con disinvoltura, — da quel che sento, lei

vorrebbe aver notizie di suo marito?

Liana si protese a lui; un tremito violento le vietò per un istante la

parola.

— Le dirò quel che so — riprese il giovane. — Ho avuto il piacere di

veder Ughes, il signor Ughes, tre o quattro giorni fa, appunto qui a

Racconigi. Ma si è trattenuto pochissimo ed è ripartito, credo, per

Torino.

— Come fa a saperlo?

— Mi par che me l’abbia detto lui stesso.

— Sta bene; andrò a cercarlo a Torino.

Il giovane chinò la fronte.

— Non stia in pena — disse poi rialzandola. — Anzi mi permetta di

darle un consiglio. Torni a casa, viva tranquillamente a casa. Non è il

momento di andare in giro.

— Ah! E perchè?

— In questi giorni il nostro paese è tutto in iscompiglio...

— Vede! E lei mi dice di non star in pena! Le par possibile questo? Se

sa qualche cosa di più me lo dica. Ho già sofferto tanto! Se sapesse!

Lei è giovane; deve aver buon cuore...

— Si faccia coraggio, non si lasci abbattere...

— Pregherò Dio per lei.

— Non si lasci abbattere, non è il caso.

— Non le domando di tradire nessun segreto. Lei può darmi qualche

informazione, qualche particolare, senza compromettere nessuno. Ci

pensi un momento e troverà certo il modo. Ci pensi, ci pensi.

Boschis commosso, nervoso, aveva afferrato il braccio del compagno

e glielo stringeva come in una morsa. Questo si voltò e gli fulminò

un’occhiata.

— Dunque — ripigliò tosto Liana — non vuol proprio arrendersi, non vuol

compir l’opera di misericordia?

— Non è la volontà che mi manca. S’immagini! È un supplizio, un vero

supplizio, non poter contentare una così amabile, una così bella

signora.

Il viso di Liana diventò freddo, severo.

— Mi scusi — continuò l’altro, un po’ confuso, — non ho voluto farle un

complimento...

Il cavallo, imbizzarrito da uno scoppio strepitoso d’applausi,

scalpitava, non voleva più star fermo. Gabriel faceva tutti i suoi

sforzi per calmarlo, per ritenerlo.

Il giovane si slanciò, restò ancora un momento vicino al legno.

— Senta — gridò egli, mettendosi una mano al petto, — cercherò,

m’impegnerò... Le farò saper presto qualche cosa a Murello; glielo

prometto, guardi, glielo giuro!

Liana accennò del capo e non si voltò più. Guardava diritto davanti a

sè, stringendo le labbra, riandando dolorosamente quanto aveva udito.

— Luigi era stato a Racconigi e di lì partito per Torino? Ma era poi

vero? Che costava a quei giovani una bugia di più o di meno, pur di

non compromettere la loro causa! Come credere ch’egli fosse veramente

partito? Non volevano ch’ella s’informasse, cercasse di lui, lo

distogliesse dalle sue tenebrose occupazioni. Non volevano arrischiar

di riperderlo, dopo aver faticato tanto per toglierlo a lei. Che

infamia! Che orrore!

Chiuse gli occhi un momento per riposare la mente, per richiamare a sè

tutto il vigor dello spirito, tutto il vigore del corpo.

Li riaprì subito sentendo che il colono metteva il cavallo al passo.

La strada in cui entravano aveva l’aspetto animato dei giorni di

fiera o di mercato. Nulla dava indizio che quello fosse un giorno di

sollevazione e di tumulto. I mercanti, i bottegai non solo non avevano

chiuso, ma tenevano in mostra il fiore delle merci e delle derrate,

contando forse su un maggior numero di compratori.

Uomini, donne, fanciulli, tutti col vestito delle feste, formavano

un rimescolìo di colori variati, pieno di vivezza e di mobilità. Gli

abitanti, che non erano in giro, guardavano aggruppati sulle porte,

affacciati alle finestre, ai terrazzini. Le comitive, le brigatelle,

incontrandosi, si fermavano e si univano; o si salutavano, passando,

con evviva, strette di mano, risate, motteggi. S’udivano dalla strada

le voci e lo schiamazzo dei bevitori e dei mangiatori attruppati nelle

bettole.

— Bisogna che il vino si venda al prezzo fissato dagli avventori —

mormorava Gabriel, — o che oggi ci sia chi paghi per tutti. Senta che

baccano!

Ma più oltre, davanti al castello, la scena cambiava aspetto, aveva un

non so che di più significativo, di più minaccevole.

Qua e là si ballava la _Carmagnola_ al suono dei pifferi e d’ogni sorta

d’istrumenti improvvisati. Quelli che facevano da spettatori cantavano

o zufolavano l’aria, o sbraitavano le parole:

Madame Veto avait promis

De faire égorger tout Paris;

Mais son coup a manqué,

Grâce a nos cannonié:

Dansons la Carmagnole,

Vive le son du canon!

Altri, passando, si cacciavano in mezzo, scompigliavano e rompevano il

cerchio, urlando: «Ça ira, ça ira, ça ira!» o qualche altro ritornello

esotico e rivoluzionario.

Tra la folla più fitta, più varia, più agitata, formata in gran parte

di artigiani, manovali, lavoranti di campagna, operai, si aggiravano

uomini dalle facce dure, stravolte, sinistre; che quelli del luogo non

si ricordavano d’aver visto mai.

Sur un tratto sgombro, ma invaso ad ogni momento, un giovane vestito

d’un abito grigio da molinaro, con calzoni di pelle e un cappello da

soldato coperto di tela incerata e gallonato, si scalmanava a insegnare

il maneggio del fucile ad una dozzina di ragazzacci muniti di bastoni.

Più oltre, un altro giovane alto e smilzo, con una criniera rossa ed

arruffata, predicava al popolo, ritto sopra una seggiola. Ad ogni

pausa, quelli che erano più vicini e potevano udire, vociavano e

battevano le mani; gli altri stavano guardando come davanti a una

baracca di ciarlatani, o chiacchieravano tranquillamente fra loro.

Qua e là sorgevano banchi ove si vendevano nastri tricolori per

gli occhielli, coccarde e distintivi per adornare i cappelli. Si

attaccavano alle cantonate affissi, manifesti, grandi iscrizioni, su

cui si leggeva: _Viva la Francia! — Viva il signor generale Bonaparte!

— Viva il principe di Carignano! — Viva la Repubblica! — Libertà,

Eguaglianza o Morte._

La gente si faceva spettacolo di tutto, si fermava a leggere ed a

commentare gli scritti; a osservare quelli che con palchi e scale

toglievano le cifre e le insegne regie dalle facciate dei pubblici

edifizi, o rompevano gli stemmi scolpiti, o davano di frego ai dipinti.

Qua si tratteneva una squadra che veniva da una casa o da un convento,

ove s’era fatta consegnar cibi e rinfreschi, e si guardava, si gustava,

si pigliava, facendo sperpero ed abuso. Là si circondava una carretta

piena d’armi da fuoco o da taglio, scoperte e requisite nella casa

d’un nobile o d’un ricco; e in men che non si dice, schioppi, pistole,

sciabole, spade, palosci, erano presi, esaminati, maneggiati, branditi;

passavano da una mano in un’altra, e bene spesso sparivano.

Il caldo era intenso e molesto; il polverone sollevato da tanti piedi,

agitato da tanti corpi, formava una nebbia gialla, densa, accecante.

Liana si sentiva come stordita; le cose apparivano e si confondevano

all’intorno senza suggerirle alcun pensiero.

Ed ecco che quando meno se l’aspettava un’apparizione improvvisa,

istantanea, le ferì gli occhi, le sconvolse il cuore. Vide, a un

cinquanta o sessanta passi di distanza, uscir dalla calca ed entrar

frettolosa in un portone una figura che, così da lontano, le parve

aver il portamento e l’andatura, e perfino l’abito di suo marito. Si

rattenne a stento dal gettare un grido, afferrò il braccio di Gabriel,

lo costrinse a fermare e balzò a terra.

Prima che il colono avesse pensato a trattenerla, a domandare gli

ordini, essa s’era già cacciata tra la folla e lottava per aprirsi

il passo con disperata energia. Come fu giunta al portone, vi entrò;

trovò un cortiletto sudicio e buio; da quello si passava oltre in un

chiassuolo, che sboccava in una piazza.

La giovane signora andò più volte affannosamente innanzi e indietro per

quegli andirivieni. Poi pensò che colui ch’ella aveva visto, chiunque

esso fosse, poteva essere passato per di là solamente per abbreviare il

cammino. Si dolse amaramente d’aver perduto tempo, e uscì sulla piazza.

Continuò a cercare in quella e nelle strade vicine la forma umana che

l’aveva colpita. Entrava nelle porte, negli anditi, nei vicoli, nelle

corti; si fermava a guardare nelle botteghe, alzava gli occhi alle

finestre; avrebbe voluto penetrare nelle case, visitarle tutte stanza

per stanza. Dominata dalla fantasia eccitata, or camminava rapidissima,

ora rallentava il passo; voltava a diritta, scantonava a manca; tornava

bruscamente indietro, ripassando spesso nei luoghi pei quali era già

passata.

Trovandosi davanti a una spezieria, le venne in mente di entrare e di

domandare al padrone s’egli conoscesse per caso il medico Ughes di

Murello. Questi la guardò inarcando le ciglia, e rispose che non lo

aveva mai sentito nemmeno a nominare. Ella uscì ringraziando; e colui,

dopo averle guardato dietro, si voltò al garzone e fece con la destra

l’atto di cacciarsi le mosche dalla fronte.

Uscita di lì, Liana si sentì stanca e assetata. Guardò attorno: si

trovava sotto un portico scuro, alto sulla strada di parecchi scalini.

Si volse a una fruttaiuola e le domandò se potesse procurarle un po’

d’acqua. Questa la pregò di tener d’occhio il banco, andò, tornò con

un bicchiere pieno, e parendole che la signora si reggesse a fatica, le

offrì la sua scranna.

In quel momento di spossatezza delle membra, Liana si sentiva ricadere

nello stordimento di prima. La visione si affievoliva, si offuscava,

perdeva contorni e colore. Se dianzi era stata persuasa d’aver

veramente intravvisto Luigi, ora cominciava a dubitare, e, subitamente,

ricordando la affermazione del giovane con cui aveva parlato presso al

ponte, si sentì convinta che suo marito era andato a Torino.

— Domani — pensava, — domani a quest’ora ci sarò anch’io.

Sarebbe partita per tempo; arrivata assai prima di sera. E dove

cercarlo? Dove trovarlo? In casa non c’era, non poteva esserci in

quell’ora. Bisognava aspettare. E aspettava.

Si internava con soave compiacenza in quella fantasia. Si figurava

di essere nella stanza d’ingresso, sentiva un calpestìo su per le

scale, due voci famigliari... Il babbo e Luigi rincasavano insieme.

Ella apriva l’uscio pian piano. Dio! che sorpresa, che rimproveri, che

abbracci! Si poteva bene soffrire queste angustie, per godersi una tal

gioia!

Come rinvigorita da questi pensieri, la giovane signora si rizzò,

ringraziò la buona donna, le fece accettare un piccolo compenso, e

discese nella strada.

Questa adesso era quasi libera. Un po’ prima la folla aveva cominciato

a tumultuare per una voce che s’andava spargendo, che correva di bocca

in bocca. S’era scoperto un magazzino, due magazzini, tre magazzini

pieni, riboccanti di granaglie. Si gridava che bisognava dare il

sacco, fare giustizia, impadronirsi di tutto a qualunque costo. Ma dove

fossero questi magazzini nessuno sapeva dirlo.

In questo mentre era uscito da un vicoletto un ragazzo del popolo che

suonava sur un tamburo poche battute di una marcia militare francese.

Parve un avviso, un segnale. Dove piacque al garzoncello d’avviarsi,

quelli che aspettavano il momento di mettersi alla testa si avviarono

anch’essi; e la turba con impeto unanime li aveva seguiti.

Il sole stava per tramontare; il castello, colorito da una luce

vermiglia, campeggiava sopra un cielo d’una bella tinta d’acqua marina.

Liana raccapezzò subito da che parte doveva volgersi per ritrovare il

legnetto.

Gabriel, con la flemma e il buon senso comune ad una gran parte dei

contadini, aveva pensato di non allontanarsi dal luogo ove lo aveva

lasciato la sua padrona. Spinta la scorratta in un angolo ombroso,

mandato un ragazzo a comperare un po’ di fieno in un vicino stallatico,

s’era acconciato ad aspettare pazientemente, barattando chiacchiere con

gli amici e i conoscenti che venivano a passare.

Si rallegrò molto quando vide ricomparire la signora. Si faceva tardi,

e da certe parole che aveva udite, da certi indizi che aveva notati,

gli pareva che la sera dovesse essere meno tranquilla del giorno.

Ripassando per la strada che conduceva al ponte, la trovarono ancora

sparsa di crocchi, e si vedeva su quasi tutte le facce un non so che

di stanco, di cupo, di annoiato. L’insurrezione durava appena da due

giorni, e molti cominciavano ad averne assai ed a preoccuparsi del come

sarebbe andata a finire. Su molte finestre stavano lucerne, candele,

lumi d’ogni specie pronti per essere accesi al sopravvenire della

notte. Era un ordine venuto non si sapeva bene nè di dove, nè da chi,

ma al quale nessuno osava disubbidire.

— La finirà male — disse Gabriel, appena furono di là dal torrente.

— Vedrà. Non sanno nemmeno loro cosa vogliano. Hanno per generale un

certo Govean, un bravo giovane, che non ha bisogno di nessuno; adesso

lo portano in palma di mano, dicono che lo vogliono far re, quando ci

sarà la Repubblica. Che bestie! Che cosa ha saputo fare? Mettere taglie

su due o tre ricchi, ecco tutto... E la gente? Ieri ha voluto provare

le cucine dei frati e delle monache. A quanto ho sentito, stamattina

si parlava di tassare il grano a quattro lire, dieci soldi l’emina;

stasera si va già a dare il sacco ai magazzini. Bisognerà vedere quando

sarà qui la truppa: fanteria, cavalleria e qualche pezzo. Ah! ah!...

C’è chi prevede il caso e parla anche di fare resistenza. Con che se

vi piace? Con le molle, le palette, i bastoni? Ho sentito parlare di

una spingarda puntata laggiù, sulla strada di Torino. Eh, già sarà

proprio quella che farà tornare indietro i soldati!... Toh, e ora? Che

c’è egli? Mi pare che si batta la generale!... Senta, senta, anche la

campana a martello!

Voleva fermare, guardare indietro per vedere di comprendere da qualche

segno che cosa succedesse nel luogo che avevano lasciato. Ma Liana,

assorta nel nuovo pensiero che le occupava la mente, gli ordinò invece

di stimolare il cavallo. Le pareva di abbreviare così il tempo che la

separava dalla sua partenza per Torino. Non vedeva l’ora di mettersi di

nuovo in viaggio. Riesaminava le circostanze che avevano accompagnato

la partenza di Luigi: concordavano tutte per farle parer più fondata la

nuova speranza.

Teneva l’occhio immobile; le cose che le passavan davanti a poco a poco

diventavan tutte d’un colore, ondeggiavano, si confondevano insieme

in un miscuglio ottenebrato. Ella cominciava a sognare, a sognare con

gli occhi aperti: — Ecco, Luigi era seduto al suo fianco. Non parlava

perchè non avrebbe saputo esprimere quello che sentiva neanche lui, ma

la guardava sorridendo, con significazione di grandissimo affetto, e

ogni tanto le baciava appassionatamente la spalla...

— Ah, Luigi, Luigi — pensò ella, quasi svegliandosi — perchè non sei

qui con me!

Erano ormai giunti molto vicino a Murello. I tetti del villaggio si

discernevano appena nell’aria bruna.

— Cosa c’è? — chiese Liana, sentendo Gabriel fare un brusco movimento

come di chi vede cosa che non s’aspettava.

In quel punto scorse anch’ella un uomo ritto all’imboccatura della

stradetta per cui si doveva voltare.

— Oh, madama! — susurra Gabriel — se fosse...

— Dio!

Liana guarda attentissima, tutta l’anima sua è negli occhi:

— No, non è lui. Luigi è meno alto. E poi, e poi...

— Ohe! — grida una cara voce nota — Liana sei lì?

— Oh babbo, babbo, babbo!

La bufera · 第 13 / 43 题