La campana parrocchiale suonava festosamente mezzogiorno. Ughes entrava
in casa dal cortile, mentre Liana scendeva la scala.
— Bravo! — diss’ella con accento di rimprovero — stamattina non mi hai
neppur salutata.
— Non è la prima volta — rispose il medico, passando nel salottino da
pranzo.
— Appunto per questo! — replicò la signora, seguendolo.
— Era presto e tu dormivi come una marmottina. — Ughes posò sulla
tavola apparecchiata un involtino e riprese: — Guarda, t’ho portato le
paste sfoglie fresche fresche da Racconigi. E con garbo, sai, non ne
troverai una guasta.
— Da Racconigi! — esclamò Liana. — Che sei andato a fare laggiù?
— A comprarti le paste.
— Oh! figuriamoci.
Il medico fece una risata e andò a sedere sul canapè.
— Eh già — fece egli — da Murello a Racconigi non è la via dell’orto. A
queste solate, poi... Ma infine, sapevo di farti piacere.
— Vedi bene che non ti credo.
— Allora ti dirò che sono stato chiamato a un consulto. Il medico
curante fu già mio compagno di scuola; sapendomi qui, mi ha mandato un
biglietto...
— Ho capito. E vi siete trovati d’accordo?
— Hm! così così. L’infermo è un vecchio, un vecchio del popolo minuto.
Ha un’infermità grave e strana, che merita di essere studiata. È un bel
caso, come dicono i barbassori.
Menica mise in tavola e non si parlò più di Racconigi.
Ughes vi tornò quattro giorni dopo; e seguitò ad andarvi, or nella
mattinata, ora nel pomeriggio, poichè diceva d’aver promesso al
medico Boschis di lasciarsi vedere di tempo in tempo per conferire ed
accertare la cura intrapresa.
Verso la fine di giugno le malattie si fecero inopinatamente frequenti
a Murello e nei paesi circonvicini. Ughes dovette faticare dalla
mattina alla sera per prestare il servizio necessario.
Talvolta gli toccava uscire anche di notte. Diceva egli stesso ch’era
la vita più dura che non avesse fatto mai.
Alla moglie che lo pregava spesso di prendere un po’ di riposo,
rispondeva che alla fin dei conti non faceva che il suo dovere; non
faceva nè più nè meno di quel che avrebbe fatto lo zio Vietti, se fosse
stato ancora in vita.
— Egli è morto! — esclamava — ma non voglio che questa povera gente se
ne risenta. Almeno fin che io starò qui.
— E poi? — chiedeva Liana. — Ti basterà l’animo di pregare i murellesi
di cercarsi un altro medico?
— Non so niente. Ci penserò a suo tempo: fra quattro o cinque mesi.
L’avvenire è nelle mani di Dio.
Così essi avevano cangiato vita. Le lunghe passeggiate giornaliere
erano finite. Non uscivano più insieme che dopo cena, sull’imbrunire, e
per aggirarsi intorno all’abitato.
Mentre il marito era fuori, Liana lavorava, leggeva ed accudiva
placidamente alle faccende domestiche.
Ella non rimpiangeva i giorni trascorsi, era anzi lieta di vedere Luigi
tornato con ardore alle sue occupazioni. Tanto più che le continue
assenze, invece di intiepidire il suo amore, lo rendevano più ardente.
Più ardente, ed anche, per così dire, più concentrato e profondo.
Erano contemplazioni lunghe, mute, appassionate; erano effusioni di
tenerezza e di commozione che lo spingevano a parlarle come nei primi
tempi del loro amore. Egli si mostrava timido e desioso; e poichè la
mano candida di lei talvolta, forse involontariamente, sfuggiva ai suoi
baci infocati, egli pregava, supplicava, quasi che essa non fosse ormai
sua, e per sempre. In verità pareva ch’egli in quel tempo non sapesse
più come dare sfogo ad affetti troppo indomiti e bollenti. Accadeva
pure che in certi momenti i suoi occhi restassero immobili e vitrei,
o torbidi e come spalancati su una visione penosa; un osservatore più
attento di Liana avrebbe potuto sospettarvi il travaglio insistente di
un pensiero ineffabilmente molesto.
Verso la metà di luglio le cose cominciarono a prendere miglior piega
e nel villaggio e nelle cascine; i malati diminuivano, le morti si
facevano rare. Però l’epidemia continuava ad infierire a Racconigi; e
Ughes annunziò a sua moglie che il medico Boschis stesso l’aveva presa
e lo pregava di supplirlo.
Anche a questo Liana non trovò che ridire, e lo supplicò solo,
teneramente, di aversi riguardo.
Per alcuni giorni consecutivi il medico andò via molto per tempo, ma
tornò sempre regolarmente per l’ora del pranzo.
Una sera che i due sposi si godevano il lume delle stelle in giardino,
Menica si affacciò all’uscio e gridò:
— Una lettera, una lettera, l’ha portata adesso Giantermo!
— Del babbo! — esclamò Liana, contenta. — Il cuore me lo diceva.
Rientrò subito, prese la lettera e fattasi presso al lume, vide sulla
sopraccarta il nome e il cognome di suo marito.
— Roba tua — diss’ella a Ughes, che l’aveva seguìta. — Speravo che il
babbo ci annunziasse il suo arrivo. Non è, e mi rincresce.
E andò in cucina per dare un ordine alla serva. V’era da un momento,
quando Ughes comparve sulla soglia col lume in mano.
— Bada — diss’egli a Menica, quasi ruvidamente — stasera non voglio
veder nessuno. Chiunque si presenti, dirai che son venuto a casa tardi,
stanco morto, e che sono andato a letto. Hai capito?
Liana gli si era accostata, lo guardava fissamente.
— Che c’è? — domandò con ansietà. — Ti viene male? Vuoi prender qualche
cosa?
— No, cara — rispos’egli con voce raddolcita. — Sto bene. Non ho
bisogno di niente. Sto benissimo, anzi. Vieni andiamo su.
Ella gli si mise premurosa a fianco; salirono prestamente la scala.
Ughes voltò nell’andito, in fondo al quale era il suo studio, vi entrò,
sedette al tavolino, si pose a scrivere di foga.
Liana, in piedi, considerava suo marito, sul cui volto vedeva passar
volando nuvole e nuvole di neri pensieri. Sentiva ch’era inutile cercar
d’indovinare, e aspettava, torturata da questa impotenza.
Di repente Ughes cessò di scrivere, stette un momento immobile, poi
gettò la penna e lacerò il foglio.
— Valgo pochi soldi stasera — diss’egli, con un certo suo riso
tutt’altro che in armonia con l’espressione degli occhi. — Scriverò
domani.
Liana lo seguì in camera senza far motto nessuno; lasciò ch’egli,
posato il lume sul cassettone, si gettasse in una poltrona, poi,
accostandosi, gli posò una mano sulla fronte.
— Perchè sei in collera?
— In collera? — rispose Ughes. — Neppur per idea!
— E dunque?
— Sono seccato. Oh sì! prodigiosamente seccato.
— Avanti, avanti.
— Un amico, un vecchio amico, mi prega di partir subito per andare a
cavarlo da un brutto pasticcio.
— Bisogna andare.
— Ma l’amico è a Torino.
Liana pensò un poco.
— Senti — disse poi — e non posso...
— Cosa?
— Non posso venire anch’io con te?
Il giovane prese tra le sue mani quelle di Liana, e posandovi le labbra
rispose:
— No; e ti scongiuro di non insistere.
— Basta — mormorò lei, rassegnata. — Ti aspetterò qui, e...
Le mancò la voce. Si scostò, andò a spalancare la finestra, chè l’aria
le pareva fuoco. Entrò un soffio leggiero, odorante di fieno e di
fiori.
— Senti, Liana — disse Ughes, rizzandosi.
Ella non rispose, nè si mosse.
Egli ripetè con maggior significato d’affetto:
— Senti, cara.
Liana venne lentamente, con gli occhi a terra.
— Non mi vuoi più bene? — domandò il giovane.
— Perchè vuoi lasciarmi...
— Oh Liana! Sei tu che mi parli così?
— Parlo così perchè mi sa male che tu vada via... Mi consolo un poco
pensando che tu vedrai il babbo, che gli parlerai, lo persuaderai,
e, tornando, lo prenderai con te. Non è vero? Questo poi me lo devi
promettere.
— Sì, te lo prometto.
— È la prima volta che ci separiamo dacchè ci siamo sposati. Pensa, la
prima volta!
— Spero in Dio che sarà l’ultima!
— Tu parti domattina?
— Non so niente.
— E... come farai?
— Gabriel mi condurrà col calessino fino a Carignano; là poi...
S’interruppe e fece un atto rabbioso.
— Calmati — mormorò Liana. — Perchè fai così? Mi sembri un altro,
stasera. Va là, va: guardati nello specchio.
Ughes fece macchinalmente due o tre passi, fissando gli occhi nella
spera che stava sopra il cassettone. Oppose in quell’istante, al
turbamento dell’animo, uno sforzo potente di volontà. Volle cacciar
certe idee paurose, certi sinistri presentimenti, e li cacciò; volle
esaltarsi, e vi riuscì. Tornò a Liana, le cinse la vita con le braccia
nervose, se la strinse al petto convulsamente.
— No, no, no — diceva, baciandola e ribaciandola con ardentissimo
affetto. — Non farò più così. Ma tu non domandar altro... Partirò, non
partirò, non so niente. Ci penserò domani. La notte porta consiglio.
Qualche cosa sarà. Non parliamo più adesso, non c’è bisogno... Non
diciamoci nulla, eh?... Vuoi? Dimentichiamo tutto, Liana, amor mio...
mio dolce, mio solo pensiero...
La mattina seguente, svegliandosi, Liana non si trovò a fianco il
marito. Non fece che un balzo dal letto alla finestra: la vecchia
_scorratta_ color canarino, dello zio Vietti, era là, sotto la tettoia,
tra un baroccio e una carretta. Dunque Ughes non era partito. Si vestì,
si pettinò in fretta e discese, lusingandosi di trovarlo abbasso.
Menica l’aveva visto comparire verso le sei; gli aveva portato come al
solito un bicchiere di latte nel salotto da pranzo; ma non sapeva nè
quando, nè da che parte fosse uscito.
Liana non cercò altro. Si trattenne tutta la mattina in cucina,
compiacendosi nel far preparare certe vivande che riuscivano sempre
gustose al suo Luigi.
Al tocco, vedendo ch’egli non tornava, si mise a tavola; vi stette
pochi minuti, poi s’alzò per andare ad interrogare Gabriel.
Il colono aveva veduto il padrone avviato verso la strada di Racconigi.
Non poteva però asserire ch’egli avesse voltato proprio a destra.
Liana si sentì pienamente rassicurata. La cosa le pareva chiara:
Ughes era andato a Racconigi, e non aveva potuto sbrigare tutte le sue
visite, come era già accaduto altre volte. Boschis, o qualche altro
collega, l’aveva voluto a pranzo. Siccome per la strada si avvampava,
non sarebbe tornato che a sera.
Si proponeva d’andare ad incontrarlo al tramonto, invece,
superstiziosamente, andò a seder sull’uscio del salotto. Di lì, tre o
quattro sere prima, aveva sentito Luigi entrar dal cortile e domandar
subito a Menica: — Dov’è la signora? — Era convinta che il fatto si
sarebbe ripetuto tal quale. Guardava il bel crepuscolo e cercava con
l’immaginazione suo marito. Cosa strana: non lo trovava, non riusciva
a vederlo in nessun punto della strada ch’egli doveva percorrere. Come
mai? Forse ch’egli era ancora a Racconigi? Ma allora non sarebbe stato
di ritorno che a notte? Pensò con sgomento al caso possibile ch’egli
avesse tardato molto, molto a venire... E ad un tratto le arrivò al
cuore una puntura, un dubbio acuto e sottile. — Credeva suo marito a
Racconigi? Non era facile ch’egli fosse andato a Torino?... Sì, andato
a Torino, e partito senza salutarla, per risparmiare a sè ed a lei
l’impressione dolorosa dell’addio... Un dolore che a quest’ora sarebbe
già lenito dal pensiero consolante del ritorno!... Il ritorno sì, ma
quando? Come aveva agito male Luigi, lasciandola nell’incertezza,
un’incertezza così profonda e crudele! Chi era, chi poteva essere
l’amico che chiedeva soccorso? Da che pericolo Ughes andava a
salvarlo?... Niente! Ella non sapeva niente di niente. Non poteva
più raccapezzarsi; non poteva far altro che aspettare, rammaricandosi
amaramente di non aver pensato a chiarirsi a qualunque costo, mentre
era in tempo.
Menica venne a domandarle se dovesse apparecchiare per due, come al
solito. Non ricevendo risposta, mise le mani sui fianchi e crollò più
volte la testa.
— Sa cosa penso? — disse poi, — penso che il padrone avrebbe fatto
meglio ad avvertirla. Sor Battista mi avvertiva sempre: — Menica,
stamattina mi farò aspettare... Menica, stasera tarderò forse un
pochetto. — E anche lui, neh, girava sempre di giorno e di notte.
Ebbene, guardi, sono stata in pena una volta sola: quando l’acqua
grossa portò via la chiatta di Moretta, e che lui, sor Battista, era di
là, dall’altra parte della Varaita.
Liana si rizzò, balzò in casa, afferrò un lume, salì rapidamente le
scale. Luigi doveva aver lasciato qualche cosa per lei nello studio:
una lettera, un biglietto, una riga. N’era sicura. Come mai non vi
aveva pensato prima?
Ridiscese un quarto d’ora dopo, più conturbata. Si lasciò andar sul
canapè e rimase immobile, con la fronte bassa e le mani intrecciate
sulle ginocchia. Menica andava e veniva per le sue faccende,
brontolando, soffiando, sospirando; quando non ebbe più nulla da fare,
sedette in cucina e si addormentò.
Più nulla si moveva nel silenzio profondo. Liana sentiva dentro di
sè, intorno a sè, l’impressione d’un gran vuoto che si oscurava, si
ampliava senza fine. Subitamente le prese un brivido e le ritornò il
pensiero. Ella comprese che oramai era inutile aspettare di più: Luigi
quella sera non sarebbe tornato. Si alzò, salì lentamente, fermandosi
di tanto in tanto a riflettere. Giunta in camera, vi si chiuse e
cominciò a spogliarsi. Gli occhi suoi si fermarono per caso sopra una
poltrona, ella vide l’abito bruno che suo marito aveva in dosso il
giorno avanti.
Ecco! Non avevo che da guardar in tasca per trovar la lettera
dell’amico di Luigi, per conoscere forse la causa della sua partenza
strana e precipitosa.
— Faccio male — pensava, — lo so... È una cosa indegna. Ma pure...
poichè soffro... E chi sa che una volta trovata questa lettera, io non
mi senta più quieta, più tranquilla. Mi basterebbe così poco! Può darsi
ch’io abbia la forza di non aprirla, di non leggerla che domani, e se
non potrò farne a meno; se Dio non mi aiuta in qualche altro modo...
Nell’abito non v’era niente; e allora cercò affannosamente sul
cassettone, nei cassetti, per le sedie, per terra, da per tutto.
E come era andato via suo marito? Come vestito? — Aperse l’armadio:
mancava una giubba nuova di color ferrigno, una giubba ch’egli non
aveva mai indossato in campagna... Un altro enigma, un altro punto
oscuro! Ah! non aveva più testa. Che fare? Che fare?
Si stese sul letto, vi si compose, rimase immobile. Si assopì per un
momento, poi si sentì come scrollata da una mano brutale, e trascinata
vertiginosamente indietro nella sua vita passata. Cominciò a riandarne
i casi, dalla prima volta che aveva visto Ughes, fino all’ultima notte
ch’erano stati insieme. Lo aveva sempre amato, lo amava, lo invocava,
avrebbe voluto sentirsi ancora tra le sue braccia, morire d’amore! Si
voltò, cacciò il viso nel guanciale, lo morse con impeto disperato.
Ah! ella avrebbe dovuto vegliar su Luigi, custodirlo; opporsi alla sua
partenza con preghiere, con lagrime... Opporsi, o seguirlo. Non aveva
saputo far nulla e n’era acerbamente punita. E adesso? Aspettare. Ma
fino a quando, fino a quando, fino a quando? Una voce insistente e
maligna le diceva nel cuore: — La sua assenza sarà lunga, assai assai
più lunga di quanto tu puoi prevedere. — Ma ella non poteva prevedere
nulla. Ughes l’aveva lasciata al buio, interamente al buio.
Si rizzò a sedere, atterrita; tutt’intorno, sulle pareti scure, nel
barlume della finestra, sui mobili sparsi nell’ombra ella leggeva in
caratteri arcani la parola: