VII.

La campana parrocchiale suonava festosamente mezzogiorno. Ughes entrava

in casa dal cortile, mentre Liana scendeva la scala.

— Bravo! — diss’ella con accento di rimprovero — stamattina non mi hai

neppur salutata.

— Non è la prima volta — rispose il medico, passando nel salottino da

pranzo.

— Appunto per questo! — replicò la signora, seguendolo.

— Era presto e tu dormivi come una marmottina. — Ughes posò sulla

tavola apparecchiata un involtino e riprese: — Guarda, t’ho portato le

paste sfoglie fresche fresche da Racconigi. E con garbo, sai, non ne

troverai una guasta.

— Da Racconigi! — esclamò Liana. — Che sei andato a fare laggiù?

— A comprarti le paste.

— Oh! figuriamoci.

Il medico fece una risata e andò a sedere sul canapè.

— Eh già — fece egli — da Murello a Racconigi non è la via dell’orto. A

queste solate, poi... Ma infine, sapevo di farti piacere.

— Vedi bene che non ti credo.

— Allora ti dirò che sono stato chiamato a un consulto. Il medico

curante fu già mio compagno di scuola; sapendomi qui, mi ha mandato un

biglietto...

— Ho capito. E vi siete trovati d’accordo?

— Hm! così così. L’infermo è un vecchio, un vecchio del popolo minuto.

Ha un’infermità grave e strana, che merita di essere studiata. È un bel

caso, come dicono i barbassori.

Menica mise in tavola e non si parlò più di Racconigi.

Ughes vi tornò quattro giorni dopo; e seguitò ad andarvi, or nella

mattinata, ora nel pomeriggio, poichè diceva d’aver promesso al

medico Boschis di lasciarsi vedere di tempo in tempo per conferire ed

accertare la cura intrapresa.

Verso la fine di giugno le malattie si fecero inopinatamente frequenti

a Murello e nei paesi circonvicini. Ughes dovette faticare dalla

mattina alla sera per prestare il servizio necessario.

Talvolta gli toccava uscire anche di notte. Diceva egli stesso ch’era

la vita più dura che non avesse fatto mai.

Alla moglie che lo pregava spesso di prendere un po’ di riposo,

rispondeva che alla fin dei conti non faceva che il suo dovere; non

faceva nè più nè meno di quel che avrebbe fatto lo zio Vietti, se fosse

stato ancora in vita.

— Egli è morto! — esclamava — ma non voglio che questa povera gente se

ne risenta. Almeno fin che io starò qui.

— E poi? — chiedeva Liana. — Ti basterà l’animo di pregare i murellesi

di cercarsi un altro medico?

— Non so niente. Ci penserò a suo tempo: fra quattro o cinque mesi.

L’avvenire è nelle mani di Dio.

Così essi avevano cangiato vita. Le lunghe passeggiate giornaliere

erano finite. Non uscivano più insieme che dopo cena, sull’imbrunire, e

per aggirarsi intorno all’abitato.

Mentre il marito era fuori, Liana lavorava, leggeva ed accudiva

placidamente alle faccende domestiche.

Ella non rimpiangeva i giorni trascorsi, era anzi lieta di vedere Luigi

tornato con ardore alle sue occupazioni. Tanto più che le continue

assenze, invece di intiepidire il suo amore, lo rendevano più ardente.

Più ardente, ed anche, per così dire, più concentrato e profondo.

Erano contemplazioni lunghe, mute, appassionate; erano effusioni di

tenerezza e di commozione che lo spingevano a parlarle come nei primi

tempi del loro amore. Egli si mostrava timido e desioso; e poichè la

mano candida di lei talvolta, forse involontariamente, sfuggiva ai suoi

baci infocati, egli pregava, supplicava, quasi che essa non fosse ormai

sua, e per sempre. In verità pareva ch’egli in quel tempo non sapesse

più come dare sfogo ad affetti troppo indomiti e bollenti. Accadeva

pure che in certi momenti i suoi occhi restassero immobili e vitrei,

o torbidi e come spalancati su una visione penosa; un osservatore più

attento di Liana avrebbe potuto sospettarvi il travaglio insistente di

un pensiero ineffabilmente molesto.

Verso la metà di luglio le cose cominciarono a prendere miglior piega

e nel villaggio e nelle cascine; i malati diminuivano, le morti si

facevano rare. Però l’epidemia continuava ad infierire a Racconigi; e

Ughes annunziò a sua moglie che il medico Boschis stesso l’aveva presa

e lo pregava di supplirlo.

Anche a questo Liana non trovò che ridire, e lo supplicò solo,

teneramente, di aversi riguardo.

Per alcuni giorni consecutivi il medico andò via molto per tempo, ma

tornò sempre regolarmente per l’ora del pranzo.

Una sera che i due sposi si godevano il lume delle stelle in giardino,

Menica si affacciò all’uscio e gridò:

— Una lettera, una lettera, l’ha portata adesso Giantermo!

— Del babbo! — esclamò Liana, contenta. — Il cuore me lo diceva.

Rientrò subito, prese la lettera e fattasi presso al lume, vide sulla

sopraccarta il nome e il cognome di suo marito.

— Roba tua — diss’ella a Ughes, che l’aveva seguìta. — Speravo che il

babbo ci annunziasse il suo arrivo. Non è, e mi rincresce.

E andò in cucina per dare un ordine alla serva. V’era da un momento,

quando Ughes comparve sulla soglia col lume in mano.

— Bada — diss’egli a Menica, quasi ruvidamente — stasera non voglio

veder nessuno. Chiunque si presenti, dirai che son venuto a casa tardi,

stanco morto, e che sono andato a letto. Hai capito?

Liana gli si era accostata, lo guardava fissamente.

— Che c’è? — domandò con ansietà. — Ti viene male? Vuoi prender qualche

cosa?

— No, cara — rispos’egli con voce raddolcita. — Sto bene. Non ho

bisogno di niente. Sto benissimo, anzi. Vieni andiamo su.

Ella gli si mise premurosa a fianco; salirono prestamente la scala.

Ughes voltò nell’andito, in fondo al quale era il suo studio, vi entrò,

sedette al tavolino, si pose a scrivere di foga.

Liana, in piedi, considerava suo marito, sul cui volto vedeva passar

volando nuvole e nuvole di neri pensieri. Sentiva ch’era inutile cercar

d’indovinare, e aspettava, torturata da questa impotenza.

Di repente Ughes cessò di scrivere, stette un momento immobile, poi

gettò la penna e lacerò il foglio.

— Valgo pochi soldi stasera — diss’egli, con un certo suo riso

tutt’altro che in armonia con l’espressione degli occhi. — Scriverò

domani.

Liana lo seguì in camera senza far motto nessuno; lasciò ch’egli,

posato il lume sul cassettone, si gettasse in una poltrona, poi,

accostandosi, gli posò una mano sulla fronte.

— Perchè sei in collera?

— In collera? — rispose Ughes. — Neppur per idea!

— E dunque?

— Sono seccato. Oh sì! prodigiosamente seccato.

— Avanti, avanti.

— Un amico, un vecchio amico, mi prega di partir subito per andare a

cavarlo da un brutto pasticcio.

— Bisogna andare.

— Ma l’amico è a Torino.

Liana pensò un poco.

— Senti — disse poi — e non posso...

— Cosa?

— Non posso venire anch’io con te?

Il giovane prese tra le sue mani quelle di Liana, e posandovi le labbra

rispose:

— No; e ti scongiuro di non insistere.

— Basta — mormorò lei, rassegnata. — Ti aspetterò qui, e...

Le mancò la voce. Si scostò, andò a spalancare la finestra, chè l’aria

le pareva fuoco. Entrò un soffio leggiero, odorante di fieno e di

fiori.

— Senti, Liana — disse Ughes, rizzandosi.

Ella non rispose, nè si mosse.

Egli ripetè con maggior significato d’affetto:

— Senti, cara.

Liana venne lentamente, con gli occhi a terra.

— Non mi vuoi più bene? — domandò il giovane.

— Perchè vuoi lasciarmi...

— Oh Liana! Sei tu che mi parli così?

— Parlo così perchè mi sa male che tu vada via... Mi consolo un poco

pensando che tu vedrai il babbo, che gli parlerai, lo persuaderai,

e, tornando, lo prenderai con te. Non è vero? Questo poi me lo devi

promettere.

— Sì, te lo prometto.

— È la prima volta che ci separiamo dacchè ci siamo sposati. Pensa, la

prima volta!

— Spero in Dio che sarà l’ultima!

— Tu parti domattina?

— Non so niente.

— E... come farai?

— Gabriel mi condurrà col calessino fino a Carignano; là poi...

S’interruppe e fece un atto rabbioso.

— Calmati — mormorò Liana. — Perchè fai così? Mi sembri un altro,

stasera. Va là, va: guardati nello specchio.

Ughes fece macchinalmente due o tre passi, fissando gli occhi nella

spera che stava sopra il cassettone. Oppose in quell’istante, al

turbamento dell’animo, uno sforzo potente di volontà. Volle cacciar

certe idee paurose, certi sinistri presentimenti, e li cacciò; volle

esaltarsi, e vi riuscì. Tornò a Liana, le cinse la vita con le braccia

nervose, se la strinse al petto convulsamente.

— No, no, no — diceva, baciandola e ribaciandola con ardentissimo

affetto. — Non farò più così. Ma tu non domandar altro... Partirò, non

partirò, non so niente. Ci penserò domani. La notte porta consiglio.

Qualche cosa sarà. Non parliamo più adesso, non c’è bisogno... Non

diciamoci nulla, eh?... Vuoi? Dimentichiamo tutto, Liana, amor mio...

mio dolce, mio solo pensiero...

La mattina seguente, svegliandosi, Liana non si trovò a fianco il

marito. Non fece che un balzo dal letto alla finestra: la vecchia

_scorratta_ color canarino, dello zio Vietti, era là, sotto la tettoia,

tra un baroccio e una carretta. Dunque Ughes non era partito. Si vestì,

si pettinò in fretta e discese, lusingandosi di trovarlo abbasso.

Menica l’aveva visto comparire verso le sei; gli aveva portato come al

solito un bicchiere di latte nel salotto da pranzo; ma non sapeva nè

quando, nè da che parte fosse uscito.

Liana non cercò altro. Si trattenne tutta la mattina in cucina,

compiacendosi nel far preparare certe vivande che riuscivano sempre

gustose al suo Luigi.

Al tocco, vedendo ch’egli non tornava, si mise a tavola; vi stette

pochi minuti, poi s’alzò per andare ad interrogare Gabriel.

Il colono aveva veduto il padrone avviato verso la strada di Racconigi.

Non poteva però asserire ch’egli avesse voltato proprio a destra.

Liana si sentì pienamente rassicurata. La cosa le pareva chiara:

Ughes era andato a Racconigi, e non aveva potuto sbrigare tutte le sue

visite, come era già accaduto altre volte. Boschis, o qualche altro

collega, l’aveva voluto a pranzo. Siccome per la strada si avvampava,

non sarebbe tornato che a sera.

Si proponeva d’andare ad incontrarlo al tramonto, invece,

superstiziosamente, andò a seder sull’uscio del salotto. Di lì, tre o

quattro sere prima, aveva sentito Luigi entrar dal cortile e domandar

subito a Menica: — Dov’è la signora? — Era convinta che il fatto si

sarebbe ripetuto tal quale. Guardava il bel crepuscolo e cercava con

l’immaginazione suo marito. Cosa strana: non lo trovava, non riusciva

a vederlo in nessun punto della strada ch’egli doveva percorrere. Come

mai? Forse ch’egli era ancora a Racconigi? Ma allora non sarebbe stato

di ritorno che a notte? Pensò con sgomento al caso possibile ch’egli

avesse tardato molto, molto a venire... E ad un tratto le arrivò al

cuore una puntura, un dubbio acuto e sottile. — Credeva suo marito a

Racconigi? Non era facile ch’egli fosse andato a Torino?... Sì, andato

a Torino, e partito senza salutarla, per risparmiare a sè ed a lei

l’impressione dolorosa dell’addio... Un dolore che a quest’ora sarebbe

già lenito dal pensiero consolante del ritorno!... Il ritorno sì, ma

quando? Come aveva agito male Luigi, lasciandola nell’incertezza,

un’incertezza così profonda e crudele! Chi era, chi poteva essere

l’amico che chiedeva soccorso? Da che pericolo Ughes andava a

salvarlo?... Niente! Ella non sapeva niente di niente. Non poteva

più raccapezzarsi; non poteva far altro che aspettare, rammaricandosi

amaramente di non aver pensato a chiarirsi a qualunque costo, mentre

era in tempo.

Menica venne a domandarle se dovesse apparecchiare per due, come al

solito. Non ricevendo risposta, mise le mani sui fianchi e crollò più

volte la testa.

— Sa cosa penso? — disse poi, — penso che il padrone avrebbe fatto

meglio ad avvertirla. Sor Battista mi avvertiva sempre: — Menica,

stamattina mi farò aspettare... Menica, stasera tarderò forse un

pochetto. — E anche lui, neh, girava sempre di giorno e di notte.

Ebbene, guardi, sono stata in pena una volta sola: quando l’acqua

grossa portò via la chiatta di Moretta, e che lui, sor Battista, era di

là, dall’altra parte della Varaita.

Liana si rizzò, balzò in casa, afferrò un lume, salì rapidamente le

scale. Luigi doveva aver lasciato qualche cosa per lei nello studio:

una lettera, un biglietto, una riga. N’era sicura. Come mai non vi

aveva pensato prima?

Ridiscese un quarto d’ora dopo, più conturbata. Si lasciò andar sul

canapè e rimase immobile, con la fronte bassa e le mani intrecciate

sulle ginocchia. Menica andava e veniva per le sue faccende,

brontolando, soffiando, sospirando; quando non ebbe più nulla da fare,

sedette in cucina e si addormentò.

Più nulla si moveva nel silenzio profondo. Liana sentiva dentro di

sè, intorno a sè, l’impressione d’un gran vuoto che si oscurava, si

ampliava senza fine. Subitamente le prese un brivido e le ritornò il

pensiero. Ella comprese che oramai era inutile aspettare di più: Luigi

quella sera non sarebbe tornato. Si alzò, salì lentamente, fermandosi

di tanto in tanto a riflettere. Giunta in camera, vi si chiuse e

cominciò a spogliarsi. Gli occhi suoi si fermarono per caso sopra una

poltrona, ella vide l’abito bruno che suo marito aveva in dosso il

giorno avanti.

Ecco! Non avevo che da guardar in tasca per trovar la lettera

dell’amico di Luigi, per conoscere forse la causa della sua partenza

strana e precipitosa.

— Faccio male — pensava, — lo so... È una cosa indegna. Ma pure...

poichè soffro... E chi sa che una volta trovata questa lettera, io non

mi senta più quieta, più tranquilla. Mi basterebbe così poco! Può darsi

ch’io abbia la forza di non aprirla, di non leggerla che domani, e se

non potrò farne a meno; se Dio non mi aiuta in qualche altro modo...

Nell’abito non v’era niente; e allora cercò affannosamente sul

cassettone, nei cassetti, per le sedie, per terra, da per tutto.

E come era andato via suo marito? Come vestito? — Aperse l’armadio:

mancava una giubba nuova di color ferrigno, una giubba ch’egli non

aveva mai indossato in campagna... Un altro enigma, un altro punto

oscuro! Ah! non aveva più testa. Che fare? Che fare?

Si stese sul letto, vi si compose, rimase immobile. Si assopì per un

momento, poi si sentì come scrollata da una mano brutale, e trascinata

vertiginosamente indietro nella sua vita passata. Cominciò a riandarne

i casi, dalla prima volta che aveva visto Ughes, fino all’ultima notte

ch’erano stati insieme. Lo aveva sempre amato, lo amava, lo invocava,

avrebbe voluto sentirsi ancora tra le sue braccia, morire d’amore! Si

voltò, cacciò il viso nel guanciale, lo morse con impeto disperato.

Ah! ella avrebbe dovuto vegliar su Luigi, custodirlo; opporsi alla sua

partenza con preghiere, con lagrime... Opporsi, o seguirlo. Non aveva

saputo far nulla e n’era acerbamente punita. E adesso? Aspettare. Ma

fino a quando, fino a quando, fino a quando? Una voce insistente e

maligna le diceva nel cuore: — La sua assenza sarà lunga, assai assai

più lunga di quanto tu puoi prevedere. — Ma ella non poteva prevedere

nulla. Ughes l’aveva lasciata al buio, interamente al buio.

Si rizzò a sedere, atterrita; tutt’intorno, sulle pareti scure, nel

barlume della finestra, sui mobili sparsi nell’ombra ella leggeva in

caratteri arcani la parola:

La bufera · 第 11 / 43 题