VI.

— Liana! — disse Ughes, ritto sull’uscio. — Se tu vedessi che nuvola!

Sembra un animale favoloso: un drago, un grifone. Era bruna e adesso

s’è fatta di fuoco; tutta di fuoco sur un cielo verdognolo... Un brutto

cielo anche, un cielo da cataclisma.

Liana si avvicinò pian piano, gli venne a fianco senza aprir bocca.

Ughes voltò subito il viso e la guardò attentamente.

— Tu non ti senti bene? — chies’egli.

— Benissimo — rispose Liana.

— Tu hai qualche cosa?

— Ti assicuro che non ho niente.

— Allora vieni, facciamo due passi.

— Scusa, ma stasera voglio proprio scrivere al babbo; e scrivergli un

po’ lungamente, come ho promesso e non ho ancora fatto. Domani è giorno

di posta.

Ughes si trasse di tasca alcune lettere, ne scelse una, la mostrò

a sua moglie: era uno scritto di Massimo, conteneva un breve, un

singolarmente breve saluto.

Liana, che l’aveva già letta alla mattina, vi diede appena un’occhiata.

— Ebbene? — diss’ella freddamente.

— Eccola qui, la causa del tuo malumore! — esclamò il marito, celiando.

— Può darsi... Anzi, non nego: questa partenza così inaspettata m’ha

fatto una certa impressione.

— Vedi! Il contino veniva qui tutti i giorni, ti stava attorno, si

mostrava devoto, e volere o no...

Liana battè un piede a terra.

— Lasciami dire — ripigliò concitata. — Sì, questa partenza mi ha

fatto impressione, ma sai perchè? Perchè mi giunge come un presagio, un

avviso o una minaccia del cielo.

— Oh questa è bella! Mi spiegherai almeno l’enigma.

— Impossibile! Come vuoi spiegare?... La stessa cosa che oggi vi

cagiona un effetto nel cuore o nello spirito, te ne cagionerebbe un

altro domani... Alle volte si sente come un urto, o solo un contatto

leggiero... Di chi? Di che? Non si sa, non si capisce, non se ne può

ragionare, eppure vi resta nell’anima una malinconia, un’uggia tenace

e confusa... Anche tu, un momento fa, mentre guardavi il cielo, hai

avuto un brivido come quando si dice che passa la Morte. Ho visto

benissimo... E adesso vado, per non far tardi.

Rientrò nel salotto.

Ughes stette un momento con la fronte aggrinzata, come per una

contrazione dolorosa, poi si voltò:

— Sono ancor qui! — disse Liana, con voce soffocata. — Sono ancor qui!

E gli si slanciò nelle braccia.

Le loro anime, in quel punto, si unirono come due fiamme accostate, si

trasfusero l’una nell’altra, formarono un’anima sola. Dopo un abbraccio

lungo, appassionato, che pareva non dovesse finir più, si separarono

quasi bruscamente, senza articolare parola.

Ughes saltò giù dalla soglia, andò a sedere in faccia alla finestra

di sua moglie, sotto il cipresso ch’era dietro alla casa. Un non so

che di vivo, di forte saliva dal petto alla gola, agli occhi e glieli

inumidiva. Li chiuse per assaporare più intensamente la sensazione

inenarrabile; quando li riaprì, la finestra era illuminata. Liana era

là; Liana eternamente sua. Che bene puro e verace! Che campo immenso si

apriva davanti a lui giovane, forte, libero e felice!

Immaginava l’avvenire. Dove sono uomini, son guai, contrasti, dolori:

si sentiva pronto ad affrontar tutto, a sopportar tutto. Lotte contro

vecchi pregiudizi, vecchi errori, vecchi sistemi; lotte contro i

profanatori del tempio, contro gli smoderati distributori di specifici

senza sufficienti cognizioni scientifiche e senza raziocinio. I

suoi antichi compagni di studi lo guardavano meravigliati, poi

cominciavano a disapprovare, a schernire. I medici vecchi sogghignavano

e alzavano le spalle. Si trovava anche chi gli buttava addosso fango

ed ingiurie... Era una vita laboriosa, piena d’ansie e di timori, ma

quanto viva di liete speranze! — Liana non gli stava forse sempre

vicino? Si sentiva stanco, scorato, abbattuto? Una sua parola, una

carezza, e il sangue tornava a scorrer caldo nel cervello e nel cuore.

Avanti, avanti, avanti! E finalmente riusciva a vincer la prova. Non

poteva determinare ancora in che dovesse consistere la sua vittoria.

In una scoperta destinata a salvare migliaia, milioni forse di vite?

Oppure in una nuova dottrina saldamente fondata nei suoi principii,

validamente sostenuta dall’esperienza e dalla pratica, applicata con

prudenza e con senno, proclamata con alta e sicura parola?

Si concentrò tutto in cotesti pensieri.

Il tempo passava. Sotto la luce lunare, il giardino pareva pieno d’un

vapor latteo, trasparente e leggiero; pieno d’un silenzio arcano e

vivente; già pieno di quell’inesprimibile senso di speranza e d’attesa,

che rende incantevoli le notti d’estate.

Improvvisamente s’udì un mormorìo, poi una voce acuta ed ingrata.

— Dottore! Ehi, dottore, dottore!

Ughes scattò in piedi, con l’idea di non rispondere, di celarsi anzi,

addopandosi dietro al cipresso; poi pensò che lo speziale aveva forse

urgente necessità di parlargli; che non trovando lui avrebbe certo

disturbato sua moglie.

— Eccomi! — rispos’egli. E quand’ebbe voltata la cantonata, soggiunse

seccamente: — C’è forse qualcuno che ha bisogno di me?

— Neppur per sogno! — rispose Bechio. — La stagione è bella, le

malattie son poche e leggiere. Lei lo sa, eh? Oh poi, se c’è un

paese in cui si potrebbe far senza del medico, quest’è Murello. Un

veterinario o un flebotomo, e non occorre altro. Diavolo! Abbiamo

un chirurgo che fa le amputazioni a meraviglia con un semplice

coltellaccio da cucina. È vero che per liberarvi d’un callo, lui vi

taglia il dito, ma è perchè gli tremolano già un poco le mani. Poi ci

sono io e la mia bottega sempre in ordine. Cosa si vuole di più?

Rientrarono nel salotto e andarono a seder presso la tavola, sulla

quale stava una lucerna e il solito vassoio. Mentre Ughes, distratto,

guardava oscillar la fiammella, Bechio mesceva senza verun riguardo.

Chiacchierava sempre.

— E madama s’è già ritirata, eh? Stracca morta, magari? Chi sa dove

diavolo lei l’ha fatta andare quest’oggi! E sì che incomincia a far

caldo! — Tracannò e riprese: — Buono! Proprio sempre quello; siamo

amici vecchi. Lo dicevo già a sor Battista: meglio di così non si può

bere; vino amaro tienlo caro...

Si chetò tutt’a un tratto e andò curvo, in punta di piedi, ad accostar

l’uscio che rispondeva sulla stanzetta d’ingresso. Tornato poi alla

tavola e alzato il testone ronchioso, lo tenne immobile, piegandolo un

poco su un lato come chi tende l’orecchio.

— Fidarsi è bene — brontolava, — non si fidare è meglio...

Stato così un momento, strabuzzò gli occhi, li piantò in viso al medico

e fece un gesto rapido e strano.

Ughes, che assuefatto alle sue giuocate era altrove, si scosse e

impallidì.

— Cosa c’è? — diss’egli con voce alterata.

— C’è che gli _amici_ hanno bisogno di lei — rispose subito Bechio.

— Gli amici! Quali amici?

— Quei di Racconigi. Ma come? Lei non sa che essi si valgono di me

per comunicare di straforo con Moretta, Villanova, e talvolta perfin

con Saluzzo? Ieri sera c’è stata adunanza. A Torino par che la

polizia abbia subodorato di nuovo qualche cosa; si fanno arresti, e si

acchiappano naturalmente quelli che sono al buio... D’altronde la bolle

tanto forte che converrà anticipare. Si tratterebbe di saltar su ai

primi di luglio, o al più tardi alla metà, senza aspettare l’agosto.

E questa volta nessuno dovrà mancare. Bisogna, come diceva Boschis

appunto ieri sera, che gli anelli della gran catena siano tutti a

posto e stiano saldi come un acciaio. Tutti quelli che hanno fatto il

giuramento dovranno... Basta, sentirà. Io ho già detto anche troppo.

Ughes intanto, coi gomiti appoggiati alla tavola ed il mento nelle

mani, s’era posto a pensare.

Bechio riempì il suo bicchiere, lo votò, si asciugò il muso con la

manica e ripigliò:

— Non che non mi fidi di lei, sa; ma Fidati e Nontifidare eran

fratelli... E la lingua non ha osso ma fa rompere il dosso. Insomma

l’affare è bene incamminato; questo glielo posso ancor dire. Stavolta

non c’è pericolo di restar isolati. Ma bisogna decidersi, ohè! Come

diceva Govean ieri sera: — Se non diamo fuoco in tempo alla mina,

troveremo chi ci strapperà di mano la miccia. — Parole d’oro, eh? Non

le pare?

— Cosa devo fare? — domandò Ughes, ritornato interamente padrone di sè.

— Nient’altro che questo. Giovedì mattina lei va a Racconigi. Arrivando

al ponte di Macra vedrà un pescatore, a diritta. Come può darsi che

ce ne siano degli altri, il nostro è un uomo sui cinquant’anni, alto,

asciutto, con la pelle color mattone; sarà scamiciato, avrà un cappello

da miliziotto e un nastro rosso al codino. Scenda giù sulla riva come

per veder pescare. Si sentirà dire così: — Eh mio caro signore, i pesci

grossi mangiano i piccoli. — Lei risponda subito: — Sì, ma guai se i

piccoli si mettono d’accordo! — Basterà. L’uomo gl’indicherà il modo di

veder Boschis, Rubatti, Govean e gli altri.

Diede di piglio alla bottiglia, la scrollò; sentendola vuota, fece

scoppiettare le dita e si alzò.

— Ecco fatto — conchiuse con aria d’importanza, avviandosi all’uscio. —

La commissione io l’ho eseguita. Adesso tocca a lei. Si ricordi sopra

tutto che in bocca serrata, non entrò mai mosca. Viva la libertà, e

buonanotte!

Menica venne a chiudere la finestra, a sprangar l’uscio del giardino,

poi domandò al padrone se comandava altro.

Questi accennò del capo, senza rispondere e puntati i pugni alla

tavola, si alzò. Ma rimasto solo, si lasciò ricader sulla seggiola e

si coprì con le mani la faccia. Dio santo! come tutto gli appariva

cambiato! Ciò che altre volte stimolava gagliardamente il suo

desiderio, ora non aveva più nulla di desiderabile. Il possente suo

nobile ardore era svampato, chi sa? forse per sempre. Anzi sentiva

dolore, quasi rimorso dei passi già fatti. No, no, no, egli non era

nato per fare il cospiratore, il settario e simili; per l’addietro,

pur troppo, egli era andato a fortuna e non a criterio. Ma ora li aveva

veduti questi famosi _patriotti_.

V’erano eccezioni, e ne aveva conosciute parecchie; ma per i più

l’ideale era sempre la Francia di Robespierre e di Marat. In sostanza

tutt’un miscuglio, un guazzabuglio infernale d’ogni sorta di gente.

Ambiziosi che si buttavano ai partiti estremi perchè lasciati a

parte, o non appagati mai dal Governo; prepotenti che volevano sì la

libertà, ma per loro soli, convinti che per far predominar le loro

idee non vi fosse altro mezzo che soffocare spietatamente quelle degli

altri; malvagi cupidi di pescare nel torbido, o disposti a vendersi al

maggiore offerente; e con questi, e dietro a questi, tutta una turba

di disonesti, d’illusi, di esaltati, di balordi, di matti. Quant’erano

poche le menti illuminate, gli animi retti!

Inorridiva anche adesso, rammentando che tre anni prima il club, di

cui faceva parte, aveva scordata obbrobriosamente la patria e contratte

pratiche col nemico: profferendosi, chiedendo denaro, comunicando, in

tempo di guerra, carteggi, notizie, disegni. Egli però s’era sempre

opposto ai partiti violenti e feroci; in più d’una conventicola aveva

animosamente sfidato l’ira e le minaccie di quelli che volevano si

giurasse morte ai principi ed al Re.

Durante il suo esilio, egli aveva avuto campo di far lunghe e profonde

riflessioni; il sentimento d’avversione per le macchinazioni, le

combriccole s’era reso in lui più vivo e più forte. Tornato in patria,

gli amici avevano ricominciato a dargli ragguaglio delle loro mene;

ma poi, trovandolo chiuso e distratto, avevano finito per lasciarlo

tanto in disparte ch’egli era rimasto al buio d’una nuova e terribil

congiura, ordita con stranissima audacia in palese, cioè negli

alberghi, nei caffè, nelle case, nelle strade della città di Torino.

La mattina di domenica, 22 gennaio, andando un po’ a diporto con

l’avvocato Oliveri e con Liana, aveva osservato in piazza Castello e in

piazza Reale, un tramenìo di gente, affatto insolito in quell’ora. Si

vedevano adunanze parziali, piccoli crocchi; un gestir minaccevole, un

accennar misterioso, che avevano qualche cosa di malaugurato e di goffo

ad un tempo. V’erano borghesi, mercanti, frati, preti della città;

contadini dei dintorni; accattoni e vagabondi venuti di fuori via.

Che aspettavano? Che volevan costoro? Lì per lì, nessuno era riuscito

a chiarirsi; neppure quelli che per ufficio avevano l’obbligo di

stare in giorno di tutto. Ma presto erano cominciate le delazioni, le

confessioni, le accuse. S’era venuto a sapere che il Re ed i suoi,

nell’andare alla messa, avevano corso un pericolo orrendo. Quattro

demonii arrischiati, appostati nella cappella reale, coi tromboni

nascosti sotto i mantelli, dovevano sparare nel mucchio al primo

tocco del campanone di San Giovanni. Nel tempo stesso, la tregenda

dei congiurati, avvertita da due colpi di pistola, tirati l’uno sullo

scalone del palazzo, l’altro in piazza Castello, si sarebbe precipitata

all’assalto della reggia, della Cittadella, della caserma di Porta

nuova, dell’Arsenale.

L’uomo incaricato di dar il segnale aveva trovato chiuso l’uscio del

campanile; e il colpo era fallito...

Così, a poco a poco, Ughes era venuto nella persuasione che più nessuno

si ricordasse di lui. S’ingannava a partito.

Scattò in piedi.

— Non andrò! — diceva tra sè, movendosi nervosamente per la stanza.

— Oh piuttosto... andrò, sì, perchè Bechio mi ha nominato Govean, e

con Govean si può parlare. E parlerò, per Dio! E dirò tutto quello

che ho pensato, tutto quello che ho nel cuore. Forse mi si vorrà dare

qualche mandato... Spedirmi in Liguria o in Lombardia. Rifiuterò...

Salvo che... No, no, no, rifiuterò nettamente. Li ringrazierò d’aver

pensato a me e dirò loro che non mi sento da tanto. Voglio fare il mio

mestiere, io: quello per cui ho studiato. Non cercherò di sfiduciare

nessuno, poichè non mi sento sfiduciato io. La mia fede nella libertà

è sempre incrollabile. Ma certi impeti, certi furori, certi eroismi,

si potevano comprendere al tempo in cui eravamo studenti; ora siamo

uomini fatti... Siamo uomini fatti e dobbiamo saper aspettare; saper

transigere. A questo mondo non si va avanti che a forza di transazioni.

Guai a chi non sa aspettare! Guai a chi non sa discernere e separare

la realtà dai propri sogni. La nostra impresa è vasta, e richiede il

lavoro continuato e concorde di parecchie generazioni. E secondo il

mio avviso i tempi non sono maturi. Un popolo non si scuote se non

per quello che desidera; e il nostro è ancor lontano dal desiderare

mutazioni. Lasciando a parte la gran nobiltà, il clero, i ricchi,

l’esercito... anche fra i borghesi, anche fra i contadini son molti

quelli che adorano il Re ed odiano i francesi e chi tien dalla loro...

Dunque la via breve è chiusa, prendiamo la lunga. Bisogna rinunziare

ai casi gloriosi, commoventi delle aggressioni rivoluzionarie, e far

capire a chi tocca che gli si levano contro dei diritti, dei veri,

sacrosanti diritti e non soltanto delle passioni. E questi diritti

conquistarli non con la violenza e col sangue, ma con paziente

fermezza, con una resistenza lenta, ordinata, tranquilla. Non temete:

le idee vere ed utili hanno un’essenza che non si altera mai.

E non più adunanze segrete; lavori misteriosi e sotterranei, che non

producono niente di buono: luce, luce, luce! La verità non prospera

che al sole. Le rivoluzioni le fa Dio, amici miei: Dio, Dio, non

l’Essere supremo. Le occasioni dipendono da Lui. Sapersi preparare e

approfittarne, questo dipende da noi. Prepariamoci, speriamo un miglior

avvenire, e... schiviamo i fanatici!

Prese la lucerna e si avviò. Si sentiva fremere come all’avvicinarsi

d’una prova pericolosa, d’un cimento oscuro, indefinito, contro il

quale non aveva difesa. Su per le scale, gli tornò a mente una frase

che aveva pronunziata altra volta; non sapeva quando: — Non si fa

niente di grande in questo mondo se non si fonda sul sacrificio. —

Gli suonava grave, amara come un rimprovero. Si soffermò in una stanza

vuota del primo piano, per calmarsi, per ricomporsi; poi entrò nella

camera da sposi.

Liana dormiva placidamente.

Ughes depose il lume a terra, e s’avvicinò al letto in punta di piedi;

respirava forte, inconsapevolmente, cercando l’alito dolce nell’aria

immota.

— Ah! — diss’egli giungendo le mani, ebbro d’amore, — non ti lascierò

più, sai. Oramai non ci dividerà che la morte!

La bufera · 第 10 / 43 题