— Liana! — disse Ughes, ritto sull’uscio. — Se tu vedessi che nuvola!
Sembra un animale favoloso: un drago, un grifone. Era bruna e adesso
s’è fatta di fuoco; tutta di fuoco sur un cielo verdognolo... Un brutto
cielo anche, un cielo da cataclisma.
Liana si avvicinò pian piano, gli venne a fianco senza aprir bocca.
Ughes voltò subito il viso e la guardò attentamente.
— Tu non ti senti bene? — chies’egli.
— Benissimo — rispose Liana.
— Tu hai qualche cosa?
— Ti assicuro che non ho niente.
— Allora vieni, facciamo due passi.
— Scusa, ma stasera voglio proprio scrivere al babbo; e scrivergli un
po’ lungamente, come ho promesso e non ho ancora fatto. Domani è giorno
di posta.
Ughes si trasse di tasca alcune lettere, ne scelse una, la mostrò
a sua moglie: era uno scritto di Massimo, conteneva un breve, un
singolarmente breve saluto.
Liana, che l’aveva già letta alla mattina, vi diede appena un’occhiata.
— Ebbene? — diss’ella freddamente.
— Eccola qui, la causa del tuo malumore! — esclamò il marito, celiando.
— Può darsi... Anzi, non nego: questa partenza così inaspettata m’ha
fatto una certa impressione.
— Vedi! Il contino veniva qui tutti i giorni, ti stava attorno, si
mostrava devoto, e volere o no...
Liana battè un piede a terra.
— Lasciami dire — ripigliò concitata. — Sì, questa partenza mi ha
fatto impressione, ma sai perchè? Perchè mi giunge come un presagio, un
avviso o una minaccia del cielo.
— Oh questa è bella! Mi spiegherai almeno l’enigma.
— Impossibile! Come vuoi spiegare?... La stessa cosa che oggi vi
cagiona un effetto nel cuore o nello spirito, te ne cagionerebbe un
altro domani... Alle volte si sente come un urto, o solo un contatto
leggiero... Di chi? Di che? Non si sa, non si capisce, non se ne può
ragionare, eppure vi resta nell’anima una malinconia, un’uggia tenace
e confusa... Anche tu, un momento fa, mentre guardavi il cielo, hai
avuto un brivido come quando si dice che passa la Morte. Ho visto
benissimo... E adesso vado, per non far tardi.
Rientrò nel salotto.
Ughes stette un momento con la fronte aggrinzata, come per una
contrazione dolorosa, poi si voltò:
— Sono ancor qui! — disse Liana, con voce soffocata. — Sono ancor qui!
E gli si slanciò nelle braccia.
Le loro anime, in quel punto, si unirono come due fiamme accostate, si
trasfusero l’una nell’altra, formarono un’anima sola. Dopo un abbraccio
lungo, appassionato, che pareva non dovesse finir più, si separarono
quasi bruscamente, senza articolare parola.
Ughes saltò giù dalla soglia, andò a sedere in faccia alla finestra
di sua moglie, sotto il cipresso ch’era dietro alla casa. Un non so
che di vivo, di forte saliva dal petto alla gola, agli occhi e glieli
inumidiva. Li chiuse per assaporare più intensamente la sensazione
inenarrabile; quando li riaprì, la finestra era illuminata. Liana era
là; Liana eternamente sua. Che bene puro e verace! Che campo immenso si
apriva davanti a lui giovane, forte, libero e felice!
Immaginava l’avvenire. Dove sono uomini, son guai, contrasti, dolori:
si sentiva pronto ad affrontar tutto, a sopportar tutto. Lotte contro
vecchi pregiudizi, vecchi errori, vecchi sistemi; lotte contro i
profanatori del tempio, contro gli smoderati distributori di specifici
senza sufficienti cognizioni scientifiche e senza raziocinio. I
suoi antichi compagni di studi lo guardavano meravigliati, poi
cominciavano a disapprovare, a schernire. I medici vecchi sogghignavano
e alzavano le spalle. Si trovava anche chi gli buttava addosso fango
ed ingiurie... Era una vita laboriosa, piena d’ansie e di timori, ma
quanto viva di liete speranze! — Liana non gli stava forse sempre
vicino? Si sentiva stanco, scorato, abbattuto? Una sua parola, una
carezza, e il sangue tornava a scorrer caldo nel cervello e nel cuore.
Avanti, avanti, avanti! E finalmente riusciva a vincer la prova. Non
poteva determinare ancora in che dovesse consistere la sua vittoria.
In una scoperta destinata a salvare migliaia, milioni forse di vite?
Oppure in una nuova dottrina saldamente fondata nei suoi principii,
validamente sostenuta dall’esperienza e dalla pratica, applicata con
prudenza e con senno, proclamata con alta e sicura parola?
Si concentrò tutto in cotesti pensieri.
Il tempo passava. Sotto la luce lunare, il giardino pareva pieno d’un
vapor latteo, trasparente e leggiero; pieno d’un silenzio arcano e
vivente; già pieno di quell’inesprimibile senso di speranza e d’attesa,
che rende incantevoli le notti d’estate.
Improvvisamente s’udì un mormorìo, poi una voce acuta ed ingrata.
— Dottore! Ehi, dottore, dottore!
Ughes scattò in piedi, con l’idea di non rispondere, di celarsi anzi,
addopandosi dietro al cipresso; poi pensò che lo speziale aveva forse
urgente necessità di parlargli; che non trovando lui avrebbe certo
disturbato sua moglie.
— Eccomi! — rispos’egli. E quand’ebbe voltata la cantonata, soggiunse
seccamente: — C’è forse qualcuno che ha bisogno di me?
— Neppur per sogno! — rispose Bechio. — La stagione è bella, le
malattie son poche e leggiere. Lei lo sa, eh? Oh poi, se c’è un
paese in cui si potrebbe far senza del medico, quest’è Murello. Un
veterinario o un flebotomo, e non occorre altro. Diavolo! Abbiamo
un chirurgo che fa le amputazioni a meraviglia con un semplice
coltellaccio da cucina. È vero che per liberarvi d’un callo, lui vi
taglia il dito, ma è perchè gli tremolano già un poco le mani. Poi ci
sono io e la mia bottega sempre in ordine. Cosa si vuole di più?
Rientrarono nel salotto e andarono a seder presso la tavola, sulla
quale stava una lucerna e il solito vassoio. Mentre Ughes, distratto,
guardava oscillar la fiammella, Bechio mesceva senza verun riguardo.
Chiacchierava sempre.
— E madama s’è già ritirata, eh? Stracca morta, magari? Chi sa dove
diavolo lei l’ha fatta andare quest’oggi! E sì che incomincia a far
caldo! — Tracannò e riprese: — Buono! Proprio sempre quello; siamo
amici vecchi. Lo dicevo già a sor Battista: meglio di così non si può
bere; vino amaro tienlo caro...
Si chetò tutt’a un tratto e andò curvo, in punta di piedi, ad accostar
l’uscio che rispondeva sulla stanzetta d’ingresso. Tornato poi alla
tavola e alzato il testone ronchioso, lo tenne immobile, piegandolo un
poco su un lato come chi tende l’orecchio.
— Fidarsi è bene — brontolava, — non si fidare è meglio...
Stato così un momento, strabuzzò gli occhi, li piantò in viso al medico
e fece un gesto rapido e strano.
Ughes, che assuefatto alle sue giuocate era altrove, si scosse e
impallidì.
— Cosa c’è? — diss’egli con voce alterata.
— C’è che gli _amici_ hanno bisogno di lei — rispose subito Bechio.
— Gli amici! Quali amici?
— Quei di Racconigi. Ma come? Lei non sa che essi si valgono di me
per comunicare di straforo con Moretta, Villanova, e talvolta perfin
con Saluzzo? Ieri sera c’è stata adunanza. A Torino par che la
polizia abbia subodorato di nuovo qualche cosa; si fanno arresti, e si
acchiappano naturalmente quelli che sono al buio... D’altronde la bolle
tanto forte che converrà anticipare. Si tratterebbe di saltar su ai
primi di luglio, o al più tardi alla metà, senza aspettare l’agosto.
E questa volta nessuno dovrà mancare. Bisogna, come diceva Boschis
appunto ieri sera, che gli anelli della gran catena siano tutti a
posto e stiano saldi come un acciaio. Tutti quelli che hanno fatto il
giuramento dovranno... Basta, sentirà. Io ho già detto anche troppo.
Ughes intanto, coi gomiti appoggiati alla tavola ed il mento nelle
mani, s’era posto a pensare.
Bechio riempì il suo bicchiere, lo votò, si asciugò il muso con la
manica e ripigliò:
— Non che non mi fidi di lei, sa; ma Fidati e Nontifidare eran
fratelli... E la lingua non ha osso ma fa rompere il dosso. Insomma
l’affare è bene incamminato; questo glielo posso ancor dire. Stavolta
non c’è pericolo di restar isolati. Ma bisogna decidersi, ohè! Come
diceva Govean ieri sera: — Se non diamo fuoco in tempo alla mina,
troveremo chi ci strapperà di mano la miccia. — Parole d’oro, eh? Non
le pare?
— Cosa devo fare? — domandò Ughes, ritornato interamente padrone di sè.
— Nient’altro che questo. Giovedì mattina lei va a Racconigi. Arrivando
al ponte di Macra vedrà un pescatore, a diritta. Come può darsi che
ce ne siano degli altri, il nostro è un uomo sui cinquant’anni, alto,
asciutto, con la pelle color mattone; sarà scamiciato, avrà un cappello
da miliziotto e un nastro rosso al codino. Scenda giù sulla riva come
per veder pescare. Si sentirà dire così: — Eh mio caro signore, i pesci
grossi mangiano i piccoli. — Lei risponda subito: — Sì, ma guai se i
piccoli si mettono d’accordo! — Basterà. L’uomo gl’indicherà il modo di
veder Boschis, Rubatti, Govean e gli altri.
Diede di piglio alla bottiglia, la scrollò; sentendola vuota, fece
scoppiettare le dita e si alzò.
— Ecco fatto — conchiuse con aria d’importanza, avviandosi all’uscio. —
La commissione io l’ho eseguita. Adesso tocca a lei. Si ricordi sopra
tutto che in bocca serrata, non entrò mai mosca. Viva la libertà, e
buonanotte!
Menica venne a chiudere la finestra, a sprangar l’uscio del giardino,
poi domandò al padrone se comandava altro.
Questi accennò del capo, senza rispondere e puntati i pugni alla
tavola, si alzò. Ma rimasto solo, si lasciò ricader sulla seggiola e
si coprì con le mani la faccia. Dio santo! come tutto gli appariva
cambiato! Ciò che altre volte stimolava gagliardamente il suo
desiderio, ora non aveva più nulla di desiderabile. Il possente suo
nobile ardore era svampato, chi sa? forse per sempre. Anzi sentiva
dolore, quasi rimorso dei passi già fatti. No, no, no, egli non era
nato per fare il cospiratore, il settario e simili; per l’addietro,
pur troppo, egli era andato a fortuna e non a criterio. Ma ora li aveva
veduti questi famosi _patriotti_.
V’erano eccezioni, e ne aveva conosciute parecchie; ma per i più
l’ideale era sempre la Francia di Robespierre e di Marat. In sostanza
tutt’un miscuglio, un guazzabuglio infernale d’ogni sorta di gente.
Ambiziosi che si buttavano ai partiti estremi perchè lasciati a
parte, o non appagati mai dal Governo; prepotenti che volevano sì la
libertà, ma per loro soli, convinti che per far predominar le loro
idee non vi fosse altro mezzo che soffocare spietatamente quelle degli
altri; malvagi cupidi di pescare nel torbido, o disposti a vendersi al
maggiore offerente; e con questi, e dietro a questi, tutta una turba
di disonesti, d’illusi, di esaltati, di balordi, di matti. Quant’erano
poche le menti illuminate, gli animi retti!
Inorridiva anche adesso, rammentando che tre anni prima il club, di
cui faceva parte, aveva scordata obbrobriosamente la patria e contratte
pratiche col nemico: profferendosi, chiedendo denaro, comunicando, in
tempo di guerra, carteggi, notizie, disegni. Egli però s’era sempre
opposto ai partiti violenti e feroci; in più d’una conventicola aveva
animosamente sfidato l’ira e le minaccie di quelli che volevano si
giurasse morte ai principi ed al Re.
Durante il suo esilio, egli aveva avuto campo di far lunghe e profonde
riflessioni; il sentimento d’avversione per le macchinazioni, le
combriccole s’era reso in lui più vivo e più forte. Tornato in patria,
gli amici avevano ricominciato a dargli ragguaglio delle loro mene;
ma poi, trovandolo chiuso e distratto, avevano finito per lasciarlo
tanto in disparte ch’egli era rimasto al buio d’una nuova e terribil
congiura, ordita con stranissima audacia in palese, cioè negli
alberghi, nei caffè, nelle case, nelle strade della città di Torino.
La mattina di domenica, 22 gennaio, andando un po’ a diporto con
l’avvocato Oliveri e con Liana, aveva osservato in piazza Castello e in
piazza Reale, un tramenìo di gente, affatto insolito in quell’ora. Si
vedevano adunanze parziali, piccoli crocchi; un gestir minaccevole, un
accennar misterioso, che avevano qualche cosa di malaugurato e di goffo
ad un tempo. V’erano borghesi, mercanti, frati, preti della città;
contadini dei dintorni; accattoni e vagabondi venuti di fuori via.
Che aspettavano? Che volevan costoro? Lì per lì, nessuno era riuscito
a chiarirsi; neppure quelli che per ufficio avevano l’obbligo di
stare in giorno di tutto. Ma presto erano cominciate le delazioni, le
confessioni, le accuse. S’era venuto a sapere che il Re ed i suoi,
nell’andare alla messa, avevano corso un pericolo orrendo. Quattro
demonii arrischiati, appostati nella cappella reale, coi tromboni
nascosti sotto i mantelli, dovevano sparare nel mucchio al primo
tocco del campanone di San Giovanni. Nel tempo stesso, la tregenda
dei congiurati, avvertita da due colpi di pistola, tirati l’uno sullo
scalone del palazzo, l’altro in piazza Castello, si sarebbe precipitata
all’assalto della reggia, della Cittadella, della caserma di Porta
nuova, dell’Arsenale.
L’uomo incaricato di dar il segnale aveva trovato chiuso l’uscio del
campanile; e il colpo era fallito...
Così, a poco a poco, Ughes era venuto nella persuasione che più nessuno
si ricordasse di lui. S’ingannava a partito.
Scattò in piedi.
— Non andrò! — diceva tra sè, movendosi nervosamente per la stanza.
— Oh piuttosto... andrò, sì, perchè Bechio mi ha nominato Govean, e
con Govean si può parlare. E parlerò, per Dio! E dirò tutto quello
che ho pensato, tutto quello che ho nel cuore. Forse mi si vorrà dare
qualche mandato... Spedirmi in Liguria o in Lombardia. Rifiuterò...
Salvo che... No, no, no, rifiuterò nettamente. Li ringrazierò d’aver
pensato a me e dirò loro che non mi sento da tanto. Voglio fare il mio
mestiere, io: quello per cui ho studiato. Non cercherò di sfiduciare
nessuno, poichè non mi sento sfiduciato io. La mia fede nella libertà
è sempre incrollabile. Ma certi impeti, certi furori, certi eroismi,
si potevano comprendere al tempo in cui eravamo studenti; ora siamo
uomini fatti... Siamo uomini fatti e dobbiamo saper aspettare; saper
transigere. A questo mondo non si va avanti che a forza di transazioni.
Guai a chi non sa aspettare! Guai a chi non sa discernere e separare
la realtà dai propri sogni. La nostra impresa è vasta, e richiede il
lavoro continuato e concorde di parecchie generazioni. E secondo il
mio avviso i tempi non sono maturi. Un popolo non si scuote se non
per quello che desidera; e il nostro è ancor lontano dal desiderare
mutazioni. Lasciando a parte la gran nobiltà, il clero, i ricchi,
l’esercito... anche fra i borghesi, anche fra i contadini son molti
quelli che adorano il Re ed odiano i francesi e chi tien dalla loro...
Dunque la via breve è chiusa, prendiamo la lunga. Bisogna rinunziare
ai casi gloriosi, commoventi delle aggressioni rivoluzionarie, e far
capire a chi tocca che gli si levano contro dei diritti, dei veri,
sacrosanti diritti e non soltanto delle passioni. E questi diritti
conquistarli non con la violenza e col sangue, ma con paziente
fermezza, con una resistenza lenta, ordinata, tranquilla. Non temete:
le idee vere ed utili hanno un’essenza che non si altera mai.
E non più adunanze segrete; lavori misteriosi e sotterranei, che non
producono niente di buono: luce, luce, luce! La verità non prospera
che al sole. Le rivoluzioni le fa Dio, amici miei: Dio, Dio, non
l’Essere supremo. Le occasioni dipendono da Lui. Sapersi preparare e
approfittarne, questo dipende da noi. Prepariamoci, speriamo un miglior
avvenire, e... schiviamo i fanatici!
Prese la lucerna e si avviò. Si sentiva fremere come all’avvicinarsi
d’una prova pericolosa, d’un cimento oscuro, indefinito, contro il
quale non aveva difesa. Su per le scale, gli tornò a mente una frase
che aveva pronunziata altra volta; non sapeva quando: — Non si fa
niente di grande in questo mondo se non si fonda sul sacrificio. —
Gli suonava grave, amara come un rimprovero. Si soffermò in una stanza
vuota del primo piano, per calmarsi, per ricomporsi; poi entrò nella
camera da sposi.
Liana dormiva placidamente.
Ughes depose il lume a terra, e s’avvicinò al letto in punta di piedi;
respirava forte, inconsapevolmente, cercando l’alito dolce nell’aria
immota.
— Ah! — diss’egli giungendo le mani, ebbro d’amore, — non ti lascierò
più, sai. Oramai non ci dividerà che la morte!