_Elezione d'Innocenzo VIII; questo papa fa scoppiare la guerra
tra Ferdinando ed i suoi baroni. — Il cardinale Paolo Fregoso,
doge di Genova. — I Fiorentini conquistano Sarzana. — Anarchia e
pacificazione di Siena. — Congiure contro Girolamo Riario e
contro Galeotto Manfredi_.
1484 = 1488.
La costituzione politica della Chiesa romana non era fondata sopra basi
incontestabili. I diritti e le prerogative del papa, dei cardinali, dei
vescovi non avevano limiti abbastanza determinati per impedire ogni
conflitto di giurisdizione. Pure questa costituzione nel suo totale era
quella d'una monarchia temperata e non di uno stato dispotico.
L'autorità del papa era bilanciata non solo da quella de' concilj, stati
generali della Chiesa, che si adunavano assai di rado, ma ancora da
quello dei cardinali il di cui collegio permanente doveva
irrevocabilmente essere il consiglio de' pontefici, di modo che
supponevasi concorrere a tutte le loro importanti determinazioni. Il
papa sempre li chiamava suoi fratelli; aggiungeva sempre in tutte le
bolle, talvolta ancora senz'averli consultati, la formola, _col parere
de' nostri fratelli_, onde dare a tutto quanto egli ordinava l'autorità
del sacro collegio.
Ma alla fine del decimoquinto secolo, quando la successiva elezione di
molti pontefici, macchiati di vergognosi vizj, recò danno all'opinione
della santa sede, e fu in ultimo cagione della rivoluzione che si vide
scoppiare in principio del secolo decimosesto, la Chiesa potè
riconoscere che i reciproci diritti de' suoi rappresentanti non erano
bastantemente stabiliti, o equilibrati con sufficiente saviezza. Non
erasi mai più vivamente sentito che sotto Sisto IV il bisogno di porre
limiti all'autorità del pontefice con quella de' cardinali; mai non si
era fatta più lunga prova di quanto l'influenza di un cattivo pontefice
sopra il sacro collegio diventava irresistibile qualunque volta voleva
impiegare tutti i mezzi dell'intrigo e della seduzione. Poteva a voglia
sua accrescere il numero de' suoi consiglieri, e per tal modo
guadagnarsi sempre la pluralità de' suffragj; disponeva egli solo di
tutte le grazie ecclesiastiche, e tutti coloro che non erano superiori
alla allettatrice seduzione delle ricchezze, degli onori, erano bentosto
a lui favorevoli. Finalmente poteva ancora valersi della violenza; ed i
cardinali, non essendo al coperto dalle sue vendette, erano stati più
volte scomunicati, imprigionati, assoggettati alla tortura, mandati
ancora sul patibolo in forza di ordini arbitrarj, soltanto per aver
voluto difendere la libertà del collegio; l'idea della sovranità del
papa erasi in modo confusa con quella della autorità della Chiesa, che
alcuni teologi con piena buona fede giustificavano in seguito tali
violenze, ed affermavano come massima incontrastabile che veruna
opposizione, neppure quella dell'intero corpo dei cardinali, era
legittima contro una volontà qualunque del papa.
Pure questo sovrano pontefice, che su tutti i cardinali esercitava una
così illimitata autorità, era ancor esso loro creatura. S'egli nominava,
durante il suo regno, i cardinali, essi a vicenda nominavano il suo
successore: e perchè d'ordinario non si giugneva alla tiara che in età
avanzata, le elezioni del sovrano erano più frequenti che in qualunque
altra monarchia elettiva: altronde la podestà pontificia poteva essere
spesse volte indebolita dalle infermità, dalla vecchiaja mentre il
senato de' cardinali, in gran parte composto d'uomini versati negli
affari e negl'intrighi, riuniva le qualità proprie delle aristocrazie,
la costanza, la saviezza, l'esperienza e lo spirito di corporazione. Ad
ogni vacanza della santa sede, il conclave, prima di nominare il nuovo
pontefice, non ommetteva mai di prescrivere limiti alla sua potenza, di
correggere gli abusi con nuove leggi, d'imporre condizioni ai candidati,
ratificandole con giuramento. Tenendo press'a poco la medesima pratica
era stata colle capitolazioni ristretta l'autorità degl'imperatori di
Germania, e nello stesso modo _i correttori della promission ducale_
avevano annientate le prerogative dei dogi di Venezia. Ogni vacanza del
trono di Polonia era sempre stata contraddistinta da alcune conquiste
della nobiltà sui re; e siccome i cardinali rinnovavano i loro tentativi
colla medesima costanza, ma più frequentemente; e siccome coloro che,
essendo più riputati nel cristianesimo, godevano miglior concetto di
virtù e di santità, erano altresì quelli che davano maggiore importanza
ai privilegi del loro capo ed alla libertà della Chiesa, doveva credersi
che il governo della corte di Roma fosse per diventare assolutamente
aristocratico.
Ma i limiti dell'autorità reale venivano garantiti coi giuramenti dei
re; e si dovette riconoscere senza dubbio con istupore che questo atto
religioso non conservava veruna efficacia sui preti[308]. Una delle
prerogative che i papi si erano attribuite, e che diffendevano con
maggiore ostinazione era quella di sciogliere i fedeli dagl'imprudenti
giuramenti; e forse, in una religione che ammette voti eterni, era
necessario che vi fosse nella Chiesa un'autorità che potesse
dispensarli. Il papa aveva ricevuto in nome di Dio gli obblighi assunti
sotto il giuramento verso la sua Chiesa, ed egli solo, e giudice e
parte, poteva dispensarsi.
[308] La più notabile diversità tra gli elettori degl'imperatori,
dei re di Polonia, ec. ed il collegio de' cardinali, si è che i
primi erano potenti anche dopo l'elezione, e potevano colle armi
chiamare l'eletto all'osservanza delle giurate promesse, mentre i
cardinali, dopo consacrato il papa, perdevano ogni mezzo di
opposizione e di resistenza. _N. d. T._
Bentosto suppose di avere ancora il diritto di sciogliere i giuramenti
che legano gli uomini tra di loro, e fu veduto rompere di propria
autorità tutti i patti e le alleanze, i giuramenti di fedeltà dei
sudditi verso i sovrani, ed i giuramenti di guarentigia dei sovrani
verso i sudditi. In forza di questo diritto, ch'egli pretendeva inerente
alla sua sede, si dispensò egli stesso il primo da tutto quanto aveva
promesso. Quanto più i conclavi furono zelanti nel decimoquinto secolo
di volere da cadaun membro del sacro collegio il giuramento d'osservare
i patti convenuti qualunque volta dallo Spirito Santo venisse prescelto,
altrettanto i papi furono più costanti nell'annullare colla loro suprema
autorità i giuramenti emessi come cardinali, sebbene non si fosse
ommesso di farglieli rinnovare nell'istante della loro coronazione. Fino
nel 1353 Innocenzo VI aveva stabilito con una costituzione lo scandaloso
principio, che veruna promessa, verun giuramento, emesso prima di essere
papa, poteva limitare l'autorità pontificia, perchè i cardinali, quando
la Chiesa era priva del suo pastore, altra autorità non avevano che
quella di crearne un nuovo. Questo principio viene rappresentato come
una delle invariabili leggi della Chiesa dal suo annalista[309], che
scriveva nel diciassettesimo secolo; desso è in vigore anche al
presente.
[309] _Rayn. Ann. Eccl. 1353, § 29, t. XVI, p. 1484, § 28, t. XIX,
p. 337._
Questa sottigliezza, che faceva perdere di mira i doveri di quello che
aveva emesso il giuramento, per mostrare i limiti dei diritti di coloro
che lo avevano imposto, non aveva per altro potuto fare ammettere senza
opposizione, nemmeno in sul declinare del decimoquinto secolo e nella
totale depravazione in cui era caduta la corte di Roma, l'immorale
principio che autorizzava lo spergiuro del capo della religione. I
prelati i più distinti pei loro lumi, la loro pietà ed i loro costumi,
eransi altamente dichiarati contro tanto scandalo. Giacomo Ammanati,
cardinale di Pavia, Bessarione, cardinale di Nizza, Giovanni Carvajale,
cardinale spagnuolo, avevano costantemente riclamati i giuramenti emessi
da Paolo II avanti di esser papa; e l'ultimo erasi immortalato agli
occhi della Chiesa colla sua coraggiosa irremovibile opposizione alla
costituzione, che doveva annullarli[310].
[310] _Card. Papiens., epist. 182. — Raynald, Ann. Eccl. 1464, §
59-60, p. 167._
Ma il senato de' cardinali partecipava ai vizj di colui che solo aveva
l'autorità di nominarne i membri; bisognava veramente che Paolo II e
Sisto IV avessero riempito il sacro collegio di loro creature, perchè si
potessero in seguito vedere elezioni come quelle d'Innocenzo VIII e di
Alessandro VI. Se il poco scrupoloso conclave, che si adunò dopo la
morte di Sisto IV, volle ancor esso imporre condizioni al papa che stava
per eleggere, lo fece piuttosto per provvedere ai proprj personali
interessi che a quelli della Chiesa. I cardinali pretesero prima d'ogni
altra cosa l'accrescimento delle loro proprie entrate. Veruno di loro
non doveva avere meno di quattro mila fiorini d'entrata, la qual somma
doveva essere loro completata dalla camera apostolica, se i loro
beneficj non vi ammontavano. Chiedevano inoltre che niuno di loro non
potesse essere percosso da censure, da scomunica, o da giudizio
criminale, se la sentenza che li condannava non veniva sanzionata dai
due terzi delle voci del loro sacro collegio. Una clausola ancora più
importante fu quella con cui limitarono il loro numero a ventiquattro.
Il futuro pontefice non doveva fare veruna promozione, finchè non si
trovassero ridotti al di sotto di questo numero; non poteva dare il
cappello a chi non avesse almeno compiuti i trent'anni; non poteva
nominare che un solo cardinale nella propria famiglia; tutti coloro che
verrebbero innalzati a così eminente dignità dovevano essere prima stati
ricevuti dottori in teologia o in diritto, ad eccezione de' soli figli o
nipoti dei re, ed ancora questi ultimi dovevano dare prova di una
competente istruzione. Per ultimo il papa non doveva d'ora innanzi
governare che di concerto coi cardinali; ed in tutte le occasioni
importanti, ed in ispecie quando si tratterebbe di alienare qualche
feudo della Chiesa, le sue bolle non dovevano avere forza senza la
sanzione dei due terzi dei suffragi del sacro collegio[311]. Se le due
costituzioni che contenevano tutte queste condizioni fossero diventate
leggi della Chiesa, forse la corte di Roma non sarebbesi comportata nè
con minore ambizione, nè con minore alterigia, ma fuori di dubbio la sua
politica avrebbe dovuto essere più prudente ed i suoi capi non avrebbero
dato coi loro costumi quello scandalo che doveva affrettare la
riforma[312].
[311] _Ann. Eccles. 1484, § 28-39, p. 337._
[312] Intorno alle vere cause della così detta Riforma leggasi
l'eccellente _Storia delle Variazioni delle chiese protestanti_ di
Bossuet. _N. del T._
Dopo essersi tutti i cardinali vincolati con giuramento all'osservanza
di queste condizioni, quando fossero chiamati alla sede pontificia,
procedettero a raccogliere i suffragi. Attivissime pratiche, e
liberalissime promesse avevano di già predisposta l'elezione[313], ed i
suffragi si riunirono a favore di Giovanni Battista Cibo, genovese,
cardinale prete del titolo di santa Cecilia, che fu proclamato il 29
agosto del 1484 sotto il nome d'Innocenzo VIII[314]. Nel giorno della
sua installazione confermò con nuovo giuramento il trattato fatto coi
cardinali, e si obbligò sotto pena di spergiuro e di anatema a non
assolversi da sè medesimo, nè a farsi da altri assolvere. Pure tostocchè
si sentì sicuro sul trono, abolì ed il trattato ed i suoi giuramenti,
come contrarj al diritto della santa sede[315].
[313] _Diario di Stefano Infessura, p. 1190._
[314] _Diar. di Roma del Notajo di Nantiporto, p. 1091._
[315] _Raynald. Ann. Eccl. 1484, § 41, p. 340._
Ma Innocenzo VIII andava debitore della tiara a molti segreti trattati
fatti con ogni cardinale; e questi trattati, perchè dovevano avere
immediata esecuzione, vennero più scrupolosamente osservati. Quegli de'
membri del conclave che lo aveva servito con maggiore attività e zelo,
era il cardinale Giuliano di san Pietro _ad Vincula_, che poi fu papa
sotto nome di Giulio II. Questo guerriero prelato aveva domandato in
premio non beneficj ecclesiastici ma fortezze. In fatti ne ottenne molte
per sè medesimo e per suo fratello Giovanni della Rovere, che Sisto IV
aveva fatto principe di Sinigaglia e prefetto di Roma: questo stesso
Giovanni fu da Innocenzo VIII eletto capitano generale della Chiesa, di
modo che il potere ed il favore della corte di Roma non uscirono dalla
casa del precedente pontefice. Tutti gli altri cardinali ebbero
prelature ed abazie per prezzo de' loro suffragi. Gli scrittori
contemporanei chiamano simoniaca un'elezione apparecchiata con questi
mercati, che non fu possibile di tenere celati[316]: ma un panegirista
d'Innocenzo VIII, enumerando queste medesime liberalità, le adduce quali
testimonianze dell'animo riconoscente del nuovo pontefice[317].
[316] _Stefano Infessura Diar. Rom., p. 1190._ — Lettere di
Guid'Antonio Vespucci a Lorenzo de' Medici, in cui racconta a quale
prezzo il cardinale Giuliano aveva acquistati per Giovanni Battista
Cibo i voti di varj suoi colleghi. Presso _Roscoe Append., n.º 44,
t. IV, p. 7._
[317] _Onofr. Panvino Vite de' pontefici, p. 466._
Innocenzo VIII non rassomigliava al suo predecessore, e non pertanto il
confronto con un uomo così odioso, quale fu Sisto IV, non riesce a suo
vantaggio. Debole, corrotto, senza carattere, senza viste profonde e
costanti, Innocenzo fa governato da indegni favoriti, e la di lui
amministrazione fu macchiata da ogni sorta di vizj. Egli aveva sette
figli naturali avuti da diverse donne, e diede alla Chiesa il nuovo
scandalo di riconoscerli pubblicamente. Il maggiore de' suoi figli, per
la piccolezza della statura detto Franceschetto, fu poi la radice dei
duchi di Massa e di Carrara della casa Cibo. Una delle figliuole
d'Innocenzo era maritata ad un banchiere, che fu incaricato dell'erario
della corte: gli altri non figurano nella storia[318]. Non l'ambizione o
la passione della guerra, ma l'avarizia, la dissolutezza, ed una
sfacciata venalità caratterizzano la nuova corte. Innocenzo VIII fece da
sè poco male, ma lasciò tutto fare agli altri, e la sua indolenza non fu
ai popoli meno fatale di quel che lo fosse stato il turbolento governo
del suo predecessore.
[318] _Diar. di Roma di Stef. Infessura, p. 1190._ — Onofrio Panvino
non parla che dei due figli maggiori, _p. 466._
Ferdinando, re di Napoli, rallegrossi assai per l'elezione del cardinale
Giovanni Battista Cibo, ch'egli risguardava come una creatura di suo
padre e sua: infatti il Cibo, sebbene genovese, era stato allevato alla
corte di Alfonso, ed aveva da Ferdinando ricevuto il suo primo
vescovado, quello d'Amalfi[319]. Ma i papi poche volte mostraronsi
riconoscenti ai sovrani che posero i fondamenti della loro fortuna;
spesso desiderarono di far sentire il nuovo loro potere a quelli cui
furono sottomessi, oppure si offesero perchè il rispetto non succedeva
abbastanza rapidamente al tuono di benevolenza e di protezione.
[319] _Raynald. Ann. Eccl. 1484, § 47, p. 341._
L'odio che nel regno di Napoli erasi manifestato contro Ferdinando,
quando era salito sul trono, non si era affatto spento nel lungo suo
regno. Si confessava la destrezza della sua politica, il vigore con cui
manteneva la propria autorità, l'ordine e la giustizia che faceva
osservare ne' suoi stati; ma veniva invece accusato di estrema avarizia,
d'inflessibile crudeltà, ed in particolare della mala fede e della
perfidia di cui erano stati vittima i suoi vassalli e gli stranieri.
L'odio, che mantenevasi nel cuore dei Napoletani contro Ferdinando,
crebbe assai quando il suo primogenito, Alfonso, duca di Calabria,
cominciò ad avere parte col padre nella pubblica amministrazione. «Niun
uomo (scrive Filippo di Comines) è stato più crudele, più vizioso, più
maligno, più goloso di lui. Il padre era più pericoloso, perchè niuno in
lui conosceva la sua collera, perciocchè accarezzandole tradiva le
persone.... Da lui non si ottenne giammai nè grazia, nè misericordia,
come mi raccontarono i prossimi suoi parenti ed amici; e non mai ebbe
pietà nè compassione del suo povero popolo rispetto al pagare le
imposte. Egli faceva tutto il commercio del regno, fino a dare in
custodia al popolo i majali, e glieli faceva ingrassare per venderli a
miglior prezzo, e se alcuni morivano glieli faceva pagare. Ne' luoghi in
cui si fa l'olio d'ulivo, come nella Puglia, egli e suo figlio lo
comperavano, e così il grano prima che si raccogliesse, ed in appresso
lo rivendevano a più caro prezzo che potevano. E se tale mercanzia
abbassava di prezzo, obbligavano il popolo a comperarla; nel tempo
ch'essi volevano vendere le loro derrate verun altro che loro poteva
vendere[320].»
[320] _Mémoires de Philippe de Comines, l. VII, c. XIII. Collect.
des Mémoires pour l'Histoire de France, t. XII, p. 208._
Questi monopolj avevano renduta più intima l'amicizia e la confidenza
tra Ferdinando e Sisto IV; andavano d'accordo nel calpestare i loro
popoli, nel fare violentemente un commercio ruinoso pei loro sudditi.
Innocenzo VIII, salendo sul trono, fece cessare questo scandaloso
traffico, ma in pari tempo ruppe le relazioni d'amicizia e di buona
vicinanza formate da Sisto; riclamò con alterigia il tributo pecuniario
che il regno di Napoli doveva alla santa sede, rivocando la grazia
accordata a Ferdinando di convertire, fin ch'esso viveva, tale tributo
nella somministrazione d'una cavalla[321]. Manifestò scopertamente il
suo malcontento verso quella casa d'Arragona, cui andava debitore della
sua grandezza; fece valere l'alto dominio della santa sede sul regno;
invitò i baroni napolitani a presentargli le loro lagnanze contro
Ferdinando, e si eresse in qualche modo giudice delle controversie tra
il monarca ed i sudditi.
[321] _Rayn. Ann. Eccl. 1485, § 40, p. 358._
Un atto di violenza, esercitato nel seguente anno (1485) dal duca di
Calabria, somministrò al papa l'occasione di dispiegare tutte le sue
pretese. La città dell'Aquila negli Abruzzi, approfittando della sua
forte posizione in mezzo alle montagne, della ricchezza del suo
territorio e de' suoi numerosi abitanti, aveva conservati, sotto la
protezione del re di Napoli, tutti i privilegj di una repubblica;
nominava i suoi magistrati, riscuoteva le sue imposte; non permetteva
alle truppe reali d'alloggiare entro le sue mura; e di propria autorità
faceva trattati ed alleanze ancora coi nemici del re. In tal maniera era
alleata della casa Colonna, i di cui feudi stendevansi lungo i suoi
confini; nè questa alleanza era stata distrutta dalla guerra che
Ferdinando aveva fatta ai Colonna d'accordo con Sisto IV; e perchè
Innocenzo VIII non aveva che a lodarsi di questa potente casa, e cercava
di rifarla con tutto il suo credito della passata persecuzione, i
Colonna davano alla città dell'Aquila un nuovo appoggio presso la corte
di Roma[322].
[322] Il Muratori pubblicò una raccolta degli storici originali
dell'Aquila. _Antiq. Ital. Med. Aevi, t. VI, p. 485-1032. — Diario
di Stef. Infessura, p. 1181-1194._
La famiglia dei Lalli, conti di Montorio, esercitava nell'Aquila da
oltre un secolo, e fino dai tempi di Giovanna I, un'autorità non minore
di quella dei Medici in Firenze. Il suo capo era in allora messer Pietro
Lallo. Meditando il duca di Calabria di spogliare gli abitanti
dell'Aquila di tutti i loro privilegj, giudicò conveniente di privarli
in principio del loro primo magistrato. Teneva Alfonso accantonata a
Cività di Chieti l'armata che aveva ricondotta dalla guerra di Ferrara,
ed invitò il conte di Montorio a recarsi presso di lui per trattare
intorno agli affari della provincia. Il conte non aveva mai avuto
nemmeno il pensiero di nuocere al governo, onde ubbidì senz'alcun
sospetto. Il duca di Calabria lo fece arrestare il 28 giugno del
1485[323], obbligò la di lui moglie a recarsi a Napoli, e nello stesso
tempo fece marciare verso l'Aquila un corpo di truppe, che, entrato un
poco alla volta, per non dare sospetto, si trovò padrone della piazza,
prima che gli abitanti incominciassero a diffidare di nulla. Per altro i
magistrati aquilani supplicarono rispettosamente il duca di richiamare
le truppe, in conformità dei loro privilegj. Replicarono più volte, ma
sempre senza effetto le loro istanze; finalmente il 25 ottobre
ordinarono a tutti i borghesi di prendere le armi; attaccarono nelle
strade i soldati napolitani, parte ne uccisero, altri posero in fuga, e
dichiarando allora che il re Ferdinando aveva perduta ogni sovranità
sopra di loro per averne abusato, si diedero alla Chiesa, a condizione
che proteggesse la loro libertà[324].
[323] _Antiq. Ital., t. VI. Cron. Aquilana, § 70, p. 923. — Nicc.
Machiavelli, l. VIII, p. 436._
[324] _Cron. Aquil., § 72, p. 924._
Innocenzo VIII non si mostrò difficile ad accettare l'offerta degli
abitanti dell'Aquila; prese sotto la sua protezione il conte e la
contessa di Montorio, fece passare, attraverso ai feudi dei Colonna, de'
soldati nell'Abruzzo; eccitò i baroni del regno ad unirsi per la difesa
della loro libertà in una confederazione generale, di cui voleva esser
egli capo, e si apparecchiò alla guerra. Seppe bentosto che Ferdinando,
per far dimenticare il malcontento e l'insurrezione dell'Aquila, aveva
il 16 di novembre ridonata la libertà al conte di Montorio, dopo averlo
guadagnato al suo partito; ma il papa scrisse a questo signore per
felicitarlo, senza perciò rinunciare a' suoi apparecchj di guerra[325].
[325] Lettera d'Innocenzo VIII al conte di Montorio per felicitarlo
intorno alla ricuperata libertà. _Ann. Eccl. 1485, § 41, p. 358._
Mentre Innocenzo VIII eccitava i baroni napolitani a prendere le armi
contro il loro re, questi gl'invitava a Napoli ad una adunanza del suo
parlamento. Soltanto tre grandi signori ebbero il coraggio
d'intervenire, il conte di Fondi, il duca d'Amalfi ed il principe di
Taranto: tutti gli altri ricusarono di porsi tra le mani del re,
fermamente persuasi che avrebbe fatto a tutti tagliare il capo[326].
Invece di prendere la strada di Napoli si adunarono tutti presso il duca
di Melfi nella città dello stesso nome, sotto pretesto di assistere alle
nozze di Trajano Caracciolo, suo figlio. Si trovò a quest'adunanza il
grande ammiraglio del regno, Antonio di Sanseverino, principe di
Salerno; il grande contestabile, Pietro del Balzo, principe d'Altamura;
il grande siniscalco, Pietro di Guevara, marchese del Vasto; Girolamo
Sanseverino, principe di Bisignano; Andrea Matteo Acquaviva, duca
d'Atri; il duca di Melfi; quello di Nardo; i conti di Lauria, di Melito,
di Nola, ed altri gentiluomini di minore importanza. Questi signori
erano determinati di non soffrire più oltre l'oppressione in cui
languivano; erano entrati in corrispondenza con Innocenzo VIII; avevano
altresì delle intelligenze con due confidenti del vecchio re, di cui il
duca di Calabria era geloso, e che voleva perdere; uno era Francesco
Coppola, conte di Sarno, che aveva amministrati i danari del re nel di
lui commercio di monopolio; l'altro Antonio Petrucci, che il re aveva
fatto suo segretario. Avevano ambidue ammassate in corte grandi
ricchezze, che solleticavano la cupidigia d'Alfonso[327].
[326] _Diario di Stef. Infessura, t. III, p. II, p. 1196._
[327] _Giannone Istor. Civile del Regno di Napoli, l. XXVIII, c. I,
p. 610._
Questi, conoscendo l'universale malcontento della nobiltà, tenne per
indubitato che l'adunanza di Melfi terminerebbe con una ribellione.
Volle perciò prevenire i faziosi colla rapidità de' suoi attacchi.
Piombò all'improvviso sul conte di Nola, occupò tutte le sue fortezze, e
sorprese la consorte e due figli del conte, che mandò prigionieri a
Napoli. Era sua intenzione di fare lo stesso rispetto agli altri
malcontenti, prima che avessero riunite le loro forze; ma la ribellione,
affrettata da questa violenza, scoppiò contemporaneamente in tutto il
regno, ed il duca di Calabria si vide sforzato ad usare ogni riguardo
verso nemici assai più numerosi ch'egli non aveva creduto.
Sebbene fosse di già scoppiata la guerra, nè il re, nè i suoi baroni, nè
il papa trovavansi apparecchiati a combattere; perciò si prese da ogni
parte a negoziare, piuttosto per guadagnar tempo e per ingannarsi gli
uni gli altri, che per riconciliarsi. Gli ambasciatori di Ferdinando si
presentarono alla fine d'agosto a Firenze ed a Milano, per domandare a
questi due stati i soccorsi che erano obbligati di somministrare in
forza del loro trattato d'alleanza[328]. Lodovico Sforza, la di cui
oscura politica pareva non avere altro scopo, che di sorprendere e di
confondere i suoi alleati, evitò per qualche tempo, sotto diversi
pretesti, di annunciare ciò che voleva fare. Ma la repubblica
fiorentina, strascinata da Lorenzo de' Medici, promise al re una
vigorosa assistenza, e s'incaricò d'attaccare il papa negli stati
medesimi della Chiesa, mentre che Ferdinando combatterebbe contro i suoi
baroni. Lo Sforza essendosi in ultimo dichiarato per lo stesso partito,
assoldarono a comuni spese il conte di Pitigliano, il signore di
Piombino, e tutti i capitani della casa Orsini; ed in novembre
attaccarono Innocenzo VIII[329].
[328] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 169._
[329] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 171._
Il papa dal canto suo aveva cercati alleati nel restante dell'Italia ed
in Francia. Per affezionarsi i Veneziani gli aveva assolti da tutte le
censure pronunciate contro di loro da Sisto IV[330]. Aveva voluto far
loro sentire essere giunto l'istante di vendicarsi del re di Napoli; ma
questa saggia repubblica, che cominciava appena a respirare dopo i mali
sostenuti nelle precedenti guerre, non trovò bastantemente valutabili le
sue ragioni per entrare in nuove ostilità. Si limitò a cedere al papa il
suo generale, Roberto di Sanseverino, che passò al servizio della Chiesa
co' suoi due figli e trentadue squadroni di cavalleria[331]. Nello
stesso tempo Innocenzo offriva a Renato II, duca di Lorena, che
risguardava quale rappresentante della casa d'Angiò, l'investitura del
regno di Napoli. Innocenzo non dubitava di non trovare questo principe
apparecchiato a tentare un'intrapresa che egli giudicava gloriosa; ma in
quel tempo Renato era costretto di trattare alla corte di Francia la
causa di nullità del testamento di suo avo, che l'escludeva dalla sua
successione. Perciò non ottenne dal re che il meschino soccorso di venti
mila franchi in danaro, e di cento lance, per tentare la conquista di un
regno cui pretendeva anche lo stesso Carlo VIII; e perchè non voleva
depauperare la Lorena per una guerra, da cui probabilmente non isperava
felici successi, e che in verun caso non sarebbe favorevole a questo
ducato, egli rinunciò alla sua spedizione[332].
[330] _Bulla Innoc. VIII apud Raynald, 1485, § 45, p. 359. — And.
Navagero, p. 1192._
[331] _M. A. Sabellico, Dec. IV, t. III, f. 243. — Diar. di Roma del
Notajo di Nantiporto, p. 1098. — Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 277._
[332] _Phil. de Comines, l. VII, c. I, p. 155, t. XII. Mém. pour
l'Hist. de France._
Frattanto Ferdinando aveva fatto dichiarare ai suoi baroni d'essere
disposto ad ascoltare le loro lagnanze, ed a riformare gli abusi di cui
si dolevano. Questi avevano incaricato il conte di Bisignano di esporre
i loro gravami; ma perchè in allora speravano di essere sostenuti dal
papa, dai Veneziani e dal duca Renato, fecero al re delle domande
ch'essi medesimi credevano assolutamente inammissibili. Rispose
Ferdinando di essere apparecchiato a segnare la pace alle condizioni che
sarebbero proposte dai baroni, ed il suo secondo figlio, Federico,
recossi alla loro assemblea con quest'accettazione piena ed intera.
L'estrema condiscendenza di Ferdinando, invece di agevolare le
negoziazioni, spaventò i confederati, i quali facilmente conobbero,
essere intenzione del loro padrone di tutto accordare, di tutto giurare,
e di non rispettare verun giuramento. Invece d'accettare la pace alle
condizioni da loro stessi proposte, offrirono la corona a Federico
d'Arragona, ch'era venuto presso di loro per riconciliarli al re suo
padre. Questo virtuoso principe aveva loro inspirato tanto affetto e
tanto rispetto, quanto era l'odio e la diffidenza che nutrivano per suo
fratello. Se fosse stato il legittimo erede del trono, avrebbe senza
dubbio salvata la casa di Arragona dalla sventura ond'era minacciata; ma
egli non poteva accettare colpevoli offerte, e preferì di rimanere
prigioniere de' ribelli, piuttosto che regnare sopra di loro[333].
[333] _Giannone Ist. Civ. del regno di Napoli, l. XXVII, c. I, p.
612._
Credeva il re che il numeroso partito formato contro di lui sarebbe
spinto dalla guerra a vigorose misure, mentre che, continuando a
negoziare, il rispetto per l'autorità reale fermerebbe tutti gli sforzi
di una lega mal assodata, e che non tarderebbe e sentire gli effetti
della discordia. Diede dunque a suo nipote Ferdinando, principe di
Capoa, un'armata d'osservazione, incaricata soltanto di contenere i
ribelli, mentre affidò il nerbo delle sue forze al duca di Calabria, che
marciò verso Roma per unirsi al conte di Pitigliano ed agli Orsini,
assoldati dal duca di Milano e dalla repubblica di Firenze[334].
[334] _Giannone Istor. Civ., l. XXVIII, c. I, p. 614._
Niuna segnalata azione ebbe luogo in questa guerra: Roberto di
Sanseverino volle farsi strada a traverso agli stati della Chiesa per
raggiugnere nel regno di Napoli i baroni che lo aspettavano; ma il duca
di Calabria, rinforzato dagli Orsini, si propose di trattenerlo[335]. I
Fiorentini, sempre lenti a porsi in movimento, non agirono vigorosamente
che nella campagna del 1486. Allora estesero le loro pratiche a tutte le
città della Chiesa che confinavano col loro territorio. I Baglioni
dovevano far ribellare Perugia, e ristabilirvi il governo repubblicano;
i figli di Niccolò Vitelli, di fresco morto, dovevano coll'ajuto de'
loro partigiani ricuperare la signoria di Città di Castello; Giovanni
dei Gatti dovea tentare di far valere i diritti di sua famiglia sopra
Viterbo; le città d'Assisi, Foligno, Montefalco, Todi, Spoleti ed
Orvieto avevano tutte nel loro seno un partito che manteneva
intelligenze coi Fiorentini[336]. Vero è che niuna di queste trame fu
condotta a felice fine; ma il papa, che n'era informato, costretto per
tenere tutte queste città in dovere a dividere le sue forze, non potè
somministrare ai baroni napolitani i promessi sussidj.
[335] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 171._
[336] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 173._
Frattanto le due armate del duca di Calabria e del Sanseverino, che si
erano lungo tempo minacciate, scontraronsi all'ultimo l'8 maggio del
1486 al ponte di Lamentana. Si attaccò la zuffa tra i due corpi di
cavalleria, ma con tanto poco ardore militare, che, per quanto si disse,
non vi furono nè morti, nè feriti. Siccome però il duca di Calabria
aveva fatti dei prigionieri al Sanseverino, e cacciatolo fuori del campo
di battaglia, si suppose che fosse rimasto vittorioso[337]. Allora
s'accostò a Roma, e gli Orsini, che tenevano le sue parti, gettarono la
città in grandissima confusione, perciocchè quanto meno la guerra era
pericolosa pei soldati, altrettanto riusciva ruinosa per i popoli.
[337] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 173. — M. A. Sabellico, Dec. IV,
l. III, f. 243._
Il pericolo di tutto lo stato della Chiesa, il guasto delle campagne, la
ruina della medesima capitale, facevano di già che il debole Innocenzo
si pentisse d'essere entrato in una lotta superiore alle sue forze.
Accendendo un'imprudente guerra, egli non aveva prese le necessarie
misure per sostenerla; diffidava di tutti, e colla sua irresoluzione
lasciava sfuggire gli estremi partiti che avrebbe potuto prendere.
Lorenzo de' Medici accrebbe ancora la sua irrisolutezza ed i suoi timori
facendogli venire tra le mani false lettere di Roberto di Sanseverino,
che dovevano farlo sospettare traditore[338]. I cardinali lo andavano
tutti confortando a metter fine ad una guerra ruinosa; il solo cardinale
Balue che, come Francese, trovavasi di contrario sentimento a tutto il
sacro collegio, gli ricordava i passi fatti dalla corte di Roma presso
il re di Francia, e protestava che il papa non poteva, senza
disonorarsi, abbandonare un'impresa, per la quale tutta la Francia aveva
di già prese le armi. Il vice cancelliere, Roderigo Borgia, gli rispose
con così violenti modi, che a stento si potè impedire che i due
cardinali non venissero alle mani[339].
[338] _Rayn. Ann. Eccl. 1486, § 16, p. 368._
[339] Rodrigo Borgia prese a dire che il santo padre non doveva
abbadare ad un ubbriaco; rispose il cardinale di Balue a
quest'insulto, attaccandolo ancora più direttamente intorno ai
costumi, alla nascita ed alla fede del _marrano_, o miscredente
spagnuolo. _Stefano Infessura Diar. Rom., t. III, p. II, p.
1204-1205._
Ferdinando ed Isabella, re di Arragona e di Castiglia, cercavano per
mezzo dei loro ambasciatori di ristabilire la pace nel mezzodì
dell'Italia. La riunione dei due regni dava loro una grande
preponderanza nella politica dell'Europa. Ferdinando era inoltre re di
Sicilia, ed aveva per conseguenza un diretto interesse ad allontanare
dal regno dell'altro Ferdinando, suo cugino, i pretendenti Francesi, che
potevano far vacillare il suo proprio dominio. D'altra parte doveva
temere per la Sicilia un'invasione de' Turchi, che avrebbero così potuto
fare una potente diversione alla guerra ch'egli portava nel regno
musulmano di Granata. Premeva dunque ai re di Spagna che l'Italia si
mantenesse in pace per parer formidabile agli stranieri; quindi
offrirono la loro mediazione tra il papa ed il re di Napoli. Il vescovo
d'Oviedo e Francesco di Roxas vennero a Roma per trattare, e furono dopo
alcun tempo raggiunti da don Inigo de Mendoza, conte di Tendilla, e
tutte le parti parvero ugualmente premurose di accettare la loro
mediazione[340].
[340] _Rayn. Ann. Eccl. 1486, § 1, 2, p. 366._
Ferdinando di Napoli accordò al papa tutte le sue domande. Si obbligò di
pagare alla Chiesa l'annuo tributo con tutti gli arretrati; riconobbe
come vassalli immediati della Chiesa e le città dell'Aquila e tutti i
baroni che avevano fatto omaggio al papa de' loro feudi. Convenne
soltanto che i censi annualmente pagati alla Chiesa da questa città e da
questi baroni si ricevessero in conto del tributo di cui dichiaravasi
debitore verso la santa sede. Non solo si accontentò di perdonare a
tutti i suoi baroni, ma li dispensò ancora di venire a rendergli omaggio
a Napoli, loro permettendo di trattenersi nelle loro fortezze, in mezzo
ai proprj vassalli, e non pertanto offrendo garanti della loro sicurezza
i re di Arragona e di Castiglia, il duca di Milano e Lorenzo de' Medici.
Questo trattato, senza essere partecipato ai cardinali, fu sottoscritto
in Roma l'undici agosto, ed immediatamente pubblicato[341].
[341] _Stef. Infessura Diar. Rom., p. 1211. — Diar. del Notajo di
Nantiporto, p. 1103. — Rayn. Ann. Eccl., § 13 e 14, p. 368._
I due confidenti di Ferdinando, che avevano mantenuta coi ribelli una
segreta corrispondenza, non erano esplicitamente compresi nel trattato.
Perciò Ferdinando, ricevendo il 13 agosto la notizia della soscrizione
della pace, per mescolare il terrore alla speranza, fece arrestare
Francesco Coppola, conte di Sarno, i conti di Carinola e di Policastro
suoi figliuoli, Antonio Petrucci, suo segretario, e due de' loro
confidenti. I loro beni, che, per quanto si diceva, ammontavano a
trecento mila ducati, furono confiscati, e pochi giorni dopo si fecero
perire tutti questi prigionieri fra i più crudeli supplicj[342]. I
baroni, ch'erano stati in guerra col re, credettero, per pochi istanti,
di essere stati dal trattato di pace abbandonati alla sua vendetta,
fors'anche per una segreta collusione delle stesse potenze che avevano
guarentita la loro sicurezza. Il gran siniscalco, Pietro di Guevara,
morì di dolore vedendo l'avvilimento in cui era caduto il suo partito.
Antonio di Sanseverino, principe di Salerno, troppo ben conoscendo
Ferdinando per non fidarsi giammai alla sua fede, passò in Francia, e
dopo lunghe pratiche ottenne finalmente di suscitargli contro un
vendicatore[343]. Gli altri baroni, ritirati nelle loro terre, furono
qualche tempo dal re risparmiati, onde cominciarono a lusingarsi che la
loro causa non fosse agli occhi del re la medesima che quella del conte
di Sarno e del Petrucci.
[342] _Ann. Napolitani di Raimo, t. XXIII, p. 238._
[343] _Mémoires de Philip. de Comines, l. VII, c. II, p. 138._
Frattanto Ferdinando, dopo essersi accertato che il re di Spagna, il
duca di Milano e Lorenzo de' Medici non si curerebbero punto
dell'esecuzione delle sue promesse, non tardò a violarle tutte
sfrontatamente. Nel mese di settembre fece entrare nell'Aquila quello
stesso conte di Montorio, ch'egli aveva fatto arrestare un anno prima,
ma che in appresso aveva saputo interamente affezionarsi. Il conte
piombò all'impensata sui soldati d'Innocenzo VIII, parte ne uccise e
parte obbligò a fuggire; fece giustiziare l'arcidiacono, capo del
partito della Chiesa, e rappresentante del papa all'Aquila, e tutta
senza riserva sottomise la città al potere del re[344].
[344] _Stef. Infessura Diar. di Roma, t. III, p. II, p. 1214. —
Raynald. Ann. Eccl. 1486, § 19, p. 369._
Nè i baroni si sottrassero lungo tempo alla perfidia del re; il 10
ottobre, o secondo altri il 10 giugno seguente, fece arrestare i
principi d'Altamura e di Bisignano, i duchi di Melfi e di Nardo, i conti
di Morcone, di Lauria, di Melito, di Nola, e molti altri gentiluomini. È
comune opinione che tutti questi signori furono immediatamente uccisi, e
che i loro corpi, chiusi entro sacchi, vennero gettati in mare. Ma
Ferdinando, per tenere a freno i loro partigiani, volle far credere che
li custodiva come ostaggi, e faceva, per accreditare questa voce,
portare ogni giorno vittovaglie alla loro prigione. Poco dopo vennero
pure imprigionati le consorti ed i figli di que' signori, e confiscate
tutte le loro sostanze. La sola principessa di Bisignano potè salvarsi,
fuggendo, colla sua famiglia. Nello stesso tempo il re fece perire
Marino Marzano, duca di Suessa, che da circa venticinque anni languiva
nelle carceri[345].
[345] _Giannone Ist. Civile, l. XXVIII, c. I, p. 618._
Il re, più non avendo che temere per parte de' suoi baroni, depose ogni
avanzo di rispetto per il papa. Continuò a disporre, senza consultarlo,
di tutti i beneficj ecclesiastici de' suoi stati; ricusò l'annuo tributo
che si era obbligato di pagare, e quando fu da Innocenzo VIII mandato
alla sua corte il vescovo di Cesena, per lamentarsi intorno a questi due
punti, rispose Ferdinando, che meglio del papa conosceva i proprj
sudditi, e che meglio di lui sapeva quali fossero degni di avanzamento;
soggiunse di essere senza danaro, e che altronde aveva sostenute tante
spese per la Chiesa, che ben meritava di godere di una più lunga
esenzione[346]. Roberto di Sanseverino, sapendo che il trattato di pace
non conteneva veruna clausola a suo favore, si pose in cammino per
passare colla sua cavalleria nel territorio di Venezia, risoluto di
farsi strada colle armi. Aveva di già passato Todi e Borgo san Sepolcro,
quando il duca di Calabria si fece ad inseguirlo; e perchè il duca
incoraggiava a resistere tutte le città, cui il Sanseverino si
avvicinava, cominciò bentosto a guadagnare qualche marcia. Giovanni
Bentivoglio e i Bolognesi chiusero all'ultimo il passaggio al generale
del papa, il quale fu forzato di abbandonare tutti i suoi equipaggi e la
maggior parte della sua armata, mentre con soli cento cavalleggeri si
sottrasse ai suoi nemici, ed entrò nello stato veneziano[347].
[346] _Stef. Infessura Diar. Rom., p. 1218. — Raynald. Ann. Eccl.,
1487, § II, p. 382._
[347] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 176. — M. A. Sabellico, d. IV, l.
III, f. 243. — Hier. de Bursellis Ann. Bonon., t. XXIII, p. 906._
Giammai la santa sede aveva fatta una più vergognosa pace di quella che
aveva soscritta allora Innocenzo VIII. Senza aver provata veruna grande
disfatta, che potesse rendere ragione di tanta debolezza, egli aveva
sagrificato il generale venuto a servirlo dall'altra estremità
dell'Italia, aveva abbandonati tutti gli obblighi contratti con Renato
di Lorena e colla corte di Francia, ed aveva fatti strascinare in
prigione e morire tra i supplicj uomini che d'altro non erano colpevoli
che di avere sostenuto il suo partito, e ch'egli aveva solennemente
promesso di difendere. Perdeva il tributo del regno di Napoli, e la
presentazione ai beneficj che conservava il solo Ferdinando; e per colmo
di vergogna tutti questi oltraggi gli venivano fatti in onta di un
trattato solennemente giurato, ed annunciato a tutta l'Europa, senza
ch'egli osasse manifestare il più leggiere risentimento. Innocenzo VIII,
che pure fece qualche debole tentativo per farsi pagare da Ferdinando,
non fece un cenno per salvare gli sgraziati, vittime del loro
attaccamento alla santa sede. Non perciò ommise di conservare col re di
Napoli relazioni di buona vicinanza, non invocò la garanzia dei
mediatori del trattato di Roma, e bentosto gettossi totalmente tra le
braccia di uno di loro. Egli sentiva la propria debolezza, aveva bisogno
di trovare della forza, desiderava di essere guidato come un cieco, e
scelse per suo confidente e per sua guida quello in cui aveva trovata la
più vigorosa opposizione, Lorenzo de' Medici, l'alleato ed il salvatore
di Ferdinando.
Questo illustre capo della repubblica fiorentina aveva trovato un
ragionevole malcontento nello stesso consiglio dei settanta, ch'egli
aveva creato, quando avea voluto persuadere i Fiorentini ad assecondare
Ferdinando in una ingiusta oppressione, inimicandosi la Chiesa, la di
cui nimicizia era sempre formidabile. Il suo storico Valori protesta che
mai non parlò con tanta eloquenza, come quando trasse nella sua opinione
i suoi colleghi a favore del re di Napoli[348]. Non aveva altresì avuto
mai bisogno di maggiore artificio, quanto in questa circostanza, in cui
voleva al proprio personale vantaggio far sagrificare il vero interesse
ed i principj della repubblica. Lorenzo riuscì ad ottenere alla sua
famiglia l'amicizia di Ferdinando coi beneficj, quella d'Innocenzo VIII
col fargli paura: ma nè l'uno nè l'altro erano i veri alleati che doveva
procacciarsi Firenze; da nessuno di loro poteva la repubblica
ripromettersi costanza di affetto o uniformità di politica. Firenze era
decaduta dalla sua grandezza dopo che aveva abbandonato il sistema degli
Albizzi, e che più non faceva causa comune con tutti i popoli liberi. I
Medici umiliati, vedendosi considerati nelle altre repubbliche come
semplici cittadini, manifestavano della gelosia contro Venezia,
ispiravano diffidenza verso Genova, Lucca e Siena: finalmente riponevano
ogni loro arte nel mantenere uno spirito di rivalità tra la loro patria
e le città libere. Dopo tale epoca Firenze più non ebbe partigiani
ereditarj nel rimanente dell'Italia; sapevasi ovunque che la sua
alleanza dipendeva dai segreti intrighi del gabinetto, e che era
variabile come gl'interessi del giorno, come i favori dei principi;
coloro che soffrivano per la più giusta causa non erano più sicuri de'
suoi ajuti; ed a vicenda più non pensarono a soccorrerla che quando
sentironsi invitati da un interesse presente.
[348] _Valori in vita Laurenti, p. 53. — Roscoe Life of Lorenzo de
Medici, t. II, c. VI, p. 27._
La vanità di Lorenzo de' Medici era soddisfatta, qualunque volta
trattava coi principi, e Ferdinando aveva per lui tutti i riguardi
riservati ai sovrani. Suo figlio Pietro venne accolto alle nozze
d'Isabella d'Arragona con Giovanni Galeazzo con maggiore rispetto assai
che non gli ambasciatori della repubblica[349]. Dal canto suo Innocenzo
VIII non istringeva alleanza con Firenze ma coi Medici. Suo figlio,
Franceschetto Cibo, sposò Maddalena, figliuola di Lorenzo e della
Clarice Orsini. In quest'occasione Clarice fu pomposamente ricevuta alla
corte di Roma, come suo padre, Virginio Orsini, sebbene dal principio di
questo pontificato fosse sempre stato in guerra colla santa sede. Tutti
gli Orsini, ch'erano stati perseguitati con accanimento, furono
richiamati al favore ed all'onnipotenza in Roma. Finalmente il papa
promise al fratello di sua nuora, al secondo figlio di Lorenzo de'
Medici, un cappello cardinalizio. Questi, la di cui fortuna cominciava
in tale maniera, doveva un giorno essere il papa Leon X; in allora era
un fanciullo, nè mai la prima dignità della Chiesa erasi ottenuta in più
tenera età. Il matrimonio di Franceschetto Cibo con Maddalena de' Medici
non si celebrò che in novembre del 1487, e la consacrazione di Giovanni
de' Medici venne differita fino al principio del 1492[350].
[349] _Istor. di Giovanni Cambi, t. XXIV, p. 39._
[350] _Machiavelli Ist., t. VIII, p. 435. — Scip. Ammirato, l. XXV,
p. 177. — Jo. Mich. Bruti, l. VIII, p. 209. — Diario di Stefano
Infessura, t. III, p. II, p. 1215. — Diar. di Roma del Notajo di
Nantiporto, p. 1106._
Lorenzo de' Medici erasi appena riconciliato colla Chiesa, quando
rendette ad Innocenzo VIII un eminente servigio, terminando per lui
onorevolmente una piccola guerra, che minacciava di tirarsi dietro
grandi disastri. La città d'Osimo nella Marca aveva provata una
rivoluzione, in seguito della quale aveva scosso il giogo del dominio
ecclesiastico, e Boccolino Guzzoni, uno de' suoi cittadini, erasene
fatto dichiarare signore. Questo piccolo sovrano, abbandonato alle sole
piccole sue forze, sarebbe stato facilmente ricondotto all'ubbidienza
verso la Chiesa, ma di que' tempi Bajazette II, rimasto vincitore nelle
guerre civili de' Turchi, aveva ripreso il progetto di penetrare in
Italia. Alcuni branchi di avventurieri musulmani avevano fatti varj
sbarchi nella Marca d'Ancona, avevano tentato di sorprendere Fano, ed
avevano trovato negli stati del papa corrispondenti e partigiani, come
ne avevano prima trovato in quelli di Ferdinando[351]. Boccolino, che
appena poteva sperare di trovare alleati in Italia, fece offrire a
Bajazette II di tenere da lui in feudo la città di Osimo, e mandò suo
fratello a Costantinopoli, mentre che un agente del sultano venne a
Venezia per condurre a buon termine questo trattato. Giace la città di
Osimo a qualche distanza dal mare, ed Innocenzo VIII, per comprimere una
ribellione che poteva avere così funeste conseguenze, aveva subito
spedito nella Marca il cardinale Giuliano della Rovere, che aveva
troncate le comunicazioni di Boccolino col mare; in appresso lo aveva
assediato in Osimo, piazza abbastanza forte e che vigorosamente si
difendeva: e se la guarnigione turca, che vi si aspettava, fosse entrata
entro le sue mura, è probabile assai che difficilmente si sarebbero
scacciati i Turchi dagli stati della Chiesa[352]. Lorenzo de' Medici
interpose la sua mediazione per terminare questa pericolosa guerra:
mandò il vescovo di Arezzo a Boccolino, e lo persuase a vendere al papa
la città di Osimo per sette mila fiorini. Boccolino venne in seguito a
Firenze, ove fu ben accolto; ma quando passò di là a Milano, fu
arrestato mentre entrava in questa città, ed appicato senza formalità di
giudizio, e senza avere riguardo alla protezione di Lorenzo, o forse con
segreta sua intelligenza[353].
[351] _Roscoe Life of Lorenzo, c. VI, p. 31._
[352] _Stef. Infessura Diar. Rom., p. 1213. — Marin Sanuto vite dei
duchi, p. 1241. — Rayn. An. Eccl., 1486, § 32, p. 371._
[353] _Stef. Infessura, p. 1217. — Raynald. An. Eccl., 1487, § 7, p.
381._
Omai non restava altra guerra in Italia che quella tra le repubbliche di
Firenze e di Genova, la quale non era stata terminata dal trattato di
Bagnolo del 1484, e non lo fu in quello di Roma del 1486. Il primo aveva
lasciato ai Fiorentini il diritto di procurarsi colle armi la
restituzione di Sarzana, che loro aveva tolto Agostino Fregoso; e questi
a tale oggetto avevano preso al loro soldo il conte Antonio di Marciano
e Rannuccio Farnese, e gli avevano mandati in Lunigiana nel settembre
del 1484[354].
[354] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 162._
Aveva allora Genova per doge quello stesso Paolo Fregoso, suo
arcivescovo, che due volte nel 1464 erasi assiso sul trono ducale; che
vi si era mantenuto con inauditi assassinj, e che si era dato alla
pirateria, quando n'era stato discacciato. Era tornato in patria nel
1479 col resto della sua famiglia. Suo nipote Battista era stato allora
proclamato doge; lo stesso Paolo era stato decorato da Sisto IV del
cappello cardinalizio, ed incaricato del comando della flotta, mandata
contro i Turchi. Ma nè questi onori, nè il rango che occupava nella
Chiesa e nella patria, nè l'ascendente che aveva sul doge Battista
Fregoso, suo nipote, erano bastanti a soddisfare l'ambizioso
arcivescovo. Accusò Battista presso i capi della sua fazione di durezza,
di arroganza, d'ingiustizia; pretese che questo doge negoziasse
coll'imperatore per assoggettargli Genova, onde averla in appresso da
lui in feudo, si associò Lazzaro Doria, il quale aveva come lui molti
faziosi sotto i suoi ordini, ed essendo il doge suo nipote venuto a
visitarlo nell'arcivescovado il 25 di novembre del 1483, lo fece
arrestare, e gli chiese, a nome di tutta la famiglia, di deporre la
corona imperiale, e nol rilasciò che dopo fattisi consegnare il palazzo
pubblico e le fortezze. Dopo ciò, avendo Paolo Fregoso adunato un
consiglio di 300 cittadini, si fece coi loro suffragi proclamare doge di
Genova[355].
[355] Battista Fregoso scrisse egli medesimo la storia di questa
rivoluzione, e fece il quadro dei delitti e de' vergognosi vizj di
suo zio nel suo libro: _de Facti et dictis mirabilibus. — Uberti
Folietae, l. XI, p. 650. Agost. Giustiniani An., l. V, f. 241. —
Pietro Bizarro Hist. Genuens., l. XV, p. 356._
Questo capo di faziosi, destro ed intraprendente, era uno de' più
formidabili avversarj che i Fiorentini potessero avere in tempo che
cercavano di ricuperare Sarzana. Più non trattavasi di contrastare al
solo Agostino Fregoso il possesso della piccola città di cui riclamavano
il dominio, ma al doge, e nello stesso tempo alla banca di san Giorgio.
Questa compagnia mercantile, sotto colore d'amministrare le entrate de'
creditori dello stato di Genova, aveva un governo rappresentativo, un
tesoro, un'armata, ed un sistema di libertà e d'amministrazione migliore
d'assai che quello della repubblica, nel di cui seno era
instituita[356]. Agostino Fregoso, che non sentivasi abbastanza forte
per difendere solo Sarzana, aveva ceduto a questa banca tutti i suoi
diritti.
[356] _Niccolò Machiavelli, l. VIII, p. 428._
La banca di san Giorgio possedeva egualmente il forte castello di Pietra
santa, che signoreggia il passaggio della Lunigiana sulla strada di
Firenze a Sarzana[357]. Questo castello è posto in una fertile pianura,
coperta di uliveti, e chiusa tra le montagne ed il mare. Le acque, che
non vi trovano facile scolo, vi formano alcuni pantani, che infettano
l'aria di questa campagna. Pietra Santa era stata fabbricata nel XIII.º
secolo da un podestà fiorentino; l'avevano posseduta a vicenda i Pisani
ed i Lucchesi, e dalla repubblica fiorentina era stata venduta l'anno
1343. La banca di san Giorgio vi teneva allora una guarnigione di
trecento uomini; ed ai Fiorentini riusciva difficile l'attaccare Sarzana
senza possedere Pietra Santa. Ma questi, che pure non si risguardavano
in guerra coi Genovesi, non vollero cominciare le ostilità contro questa
fortezza. Accadde però che un convoglio, accompagnato da debole scorta,
passando presso le mura di Pietra Santa, fu svaligiato dalla
guarnigione. Dopo ciò si credettero in diritto i Fiorentini
d'assediarla, e la guerra invece di essere diretta contro Agostino
Fregoso, diventò aperta tra i due stati[358]. Dal canto loro i Genovesi
mandarono Costantino Doria con una flotta di dieci galere e quattro
vascelli rotondi per guastare Livorno, Vado e tutte le coste della
Toscana[359].
[357] Pietra Santa è la più grossa terra della Versilia, ed ha il
nome di città, sebbene, forse a cagione del suo clima insalubre, sia
poco popolata. È distante sette miglia da Massa da Carrara, 16 da
Lucca, e venti circa da Pisa. _N. d. T._
[358] _Niccolò Machiavelli, l. VIII, p. 431. — Scip. Ammirato, l.
XXV, p. 163. — I. Mich. Bruti, l. VIII, p. 198._
[359] _Uberti Folietae Gen. Hist., l. XI, p. 651. — P. Bizarro, l.
XV, p. 357. — Agost. Giustiniani Ann., l. V, f. 241._
Il cattivo aere di Pietra Santa fece nell'assedio di questa piccola
città, cominciato nella stagione delle febbri, perdere molta gente.
Furonvi poche azioni militari; non per anco erano state piantate le
batterie contro le mura, e di già i tre capitani de' Fiorentini, i conti
di Pitigliano e di Marciano e Rannuccio Farnese, erano ammalati, e la
maggior parte de' soldati incapaci di servire; onde il 10 ottobre
stavano omai per levare l'assedio[360], quando i Fiorentini mandarono
alla loro armata considerabili rinforzi con tre nuovi commissarj. Questi
si sforzarono di far capire ai soldati che in un clima caldo e malsano
l'autunno era la stagione di cominciare non di terminare la campagna, e
li persuasero a restare tuttavia sotto Pietra Santa, ed il 21 e 22
ottobre li condussero all'assalto di due ridotti, di cui
s'impadronirono, l'uno al _salto della Cervia_, e l'altro nella valle di
_Corvara_; per mezzo di questi la guarnigione aveva potuto mantenersi in
comunicazione colle montagne. In uno di questi attacchi fu per altro
ucciso il conte di Marciano, i tre nuovi commissari, Guicciardini,
Gianfigliazzi e Pucci, furono assaliti dalla febbre epidemica, onde fu
mandato in loro vece Bernardo del Nero. Arrivò questi al campo il 2 di
novembre, quando la guarnigione era omai ridotta a mancare di
vittovaglia; si diede l'assalto alla piazza il 5 novembre, ed i
Fiorentini rimasero padroni di un bastione. Allora Lorenzo de' Medici,
che non s'avvicinava di buon grado agli accampamenti quando poteva
esporsi a qualche rischio, recossi a quello di Pietra Santa immantinenti
per ricevervi la capitolazione, che fu soscritta l'otto di
novembre[361].
[360] _Scip. Ammir., l. XXV, p. 163._
[361] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 164. — Machiavelli Istor., l.
VIII, p. 434. — P. Bizarro, l. XV, p. 358. — Agost. Giustiniani, l.
V, f. 242._
Intanto i Fiorentini avevano assoldate diciotto galere catalane,
capitanate da Requenseno e da Villa-Marina; avevano formato un partito
tra gli emigrati genovesi, nemici di Paolo Fregoso, e volevano attaccare
questo doge nella sua capitale. Bernardo del Nero potè a stento tenere
riunita l'armata che aveva presa Pietra Santa, e che trovavasi
indebolita e scoraggiata da sempre rinascenti malattie. Non pertanto
apparecchiavasi a continuare la campagna, quand'ebbe notizia che gli
emigrati genovesi erano stati disfatti il 22 di dicembre; onde s'arrese
alle istanze de' soldati, e li pose ne' quartieri d'inverno[362].
[362] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 166._
Lodovico il Moro, reggente di Milano, ed il papa offrivano alle due
repubbliche la loro mediazione: proponevano, o di lasciare ai Genovesi
il possedimento di Sarzana, ed ai Fiorentini quello di Pietra Santa, o
di cambiare queste due piazze l'una per l'altra, onde ogni repubblica
riavesse ciò che le spettava. Nella prima supposizione i Genovesi
domandavano che i Fiorentini evacuassero Sarzanello, fortezza attigua a
Sarzana, sempre da loro posseduta. Questi ricusavano di farlo, ove non
venissero rimborsati del prezzo d'acquisto pagato al Fregoso per
ambidue. Tali pretese, sebbene opposte, non sembravano difficili ad
accordarsi, onde in tutto il 1485 le ostilità rimasero sospese, tanto
più che la guerra di Napoli e della Chiesa richiamava l'attenzione e le
forze de' Fiorentini[363]. Le nuove negoziazioni intavolate dal papa nel
1486 tornarono infruttuose; si stracciò il trattato sottoscritto colla
sua mediazione; i due popoli si accusarono vicendevolmente di mala fede,
e ripresero nuovamente le armi[364].
[363] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 167._
[364] _Ivi, p. 173. — Uberti Folietae, l. XI, p. 652._
In sul finire di maggio del 1487, i Genovesi sorpresero la fortezza di
Sarzanello; ma non poterono occupare la rocca dove i Fiorentini si erano
ritirati. Firenze mandò subito in sul luogo tutti i suoi condottieri,
cioè il conte di Pitigliano, il signore di Piombino, quello di Faenza, e
gli Orsini. La loro armata rientrò il 15 aprile in Sarzanello, e vi fu
fatto prigioniero co' suoi nipoti Giovanni Luigi del Fiesco, che
comandava i Genovesi[365]. Il Pitigliano assediò subito Sarzana; alzò
tre ridotti fra la città e la Magra; aprì una batteria di otto bombarde,
che fecero nel corpo della piazza una breccia praticabile; e già stava
per ordinare l'assalto, quando Lorenzo de' Medici, avvisato che gli
abitanti erano in procinto di arrendersi, accorse per ricevere la loro
capitolazione, che fu conchiusa il 22 maggio del 1487, e l'armata
vittoriosa si obbligò a rispettare le proprietà degli abitanti[366].
[365] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 178._
[366] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 179. — Uberti Folietae, l. XI, p.
653._
Invece di continuare la guerra dopo questa vittoria, o di terminarla con
una buona pace, Lorenzo de' Medici non lasciò che un migliajo di soldati
a Sarzana, e si unì a Lodovico il Moro per persuadere Paolo Fregoso ad
assoggettare di nuovo Genova al duca di Milano. Sebbene l'avanzata età
del cardinale Fregoso cominciasse a calmare le sue passioni, la duplice
dignità d'arcivescovo e di doge non aveva potuto ridurlo a rinunciare al
carattere di capo di fazione. Suo figliuolo naturale, Fregosino,
camminava come lui, sempre circondato da un branco di banditi, avvezzi a
disprezzare tutte le leggi per soddisfare a qualunque sua voglia. Un
consiglio de' dieci, nuovamente instituito in Genova per reprimere tali
disordini, aveva fatto arrestare Tommaso Fregoso. Il cardinale o suo
figlio, prendendo le difese del loro congiunto, fecero assassinare
Angelo Grimaldi, uno de' decemviri e Tobia Lomellini[367]. In pari tempo
entrarono in trattato con Lodovico il Moro per dargli in mano Genova
alle stesse condizioni più volte pattuite coi duchi di Milano, e più
volte violate; ma essi cercarono in questa nuova convenzione per la loro
famiglia, quella guarenzia che non potevano trovare per la loro patria.
La figlia naturale dell'ultimo duca, Chiara Sforza, vedova di Pietro del
Verme, fu data in matrimonio a Fregosino, figliuolo dell'arcivescovo; le
nozze si celebrarono con regale fasto a Milano, in luglio del 1487, alla
presenza degli ambasciatori della repubblica: per tal modo la libertà
della repubblica era per essere sagrificata al vergognoso matrimonio di
due bastardi[368].
[367] _Ubert. Folieta Hist. Genuens., l. XI, p. 654._
[368] _Diario del Notajo di Nantiporto, p. 1105. — Barthol.
Senaregae Comment. de reb. Gen., t. XXIV, Rer. Ital., p. 513._
Ma l'alleanza di Paolo Fregoso col duca di Milano eccitò la diffidenza
di tutti i Genovesi, ed i nemici del doge approfittarono di questa
pubblica disposizione per riunirsi contro di lui. Ibletto e Giovanni
Luigi del Fiesco, due fratelli, che avevano contribuito alla sua
grandezza, apparecchiaronsi ad abbattere l'idolo da loro innalzato, e si
volsero a Battista Fregoso, che il cardinale, zio, teneva esiliato nel
Friuli, dopo averlo tradito, e cacciato dal palazzo ducale cinque anni
prima. Si addirizzarono inoltre a Giovanni e ad Agostino Adorno, capi
dell'opposta fazione, che vivevano ritirati a Selva, e con questi
fissarono il giorno in cui attaccherebbero all'impensata l'odiato
doge[369].
[369] _Barth. Senaregae, p. 514. — Ubert. Folietae, l. XI, p. 653._
Giovan Luigi del Fiesco s'internò tra le montagne per armare i suoi
vassalli, ed unire alle milizie tutti i soldati vagabondi che gli
verrebbe fatto di ritrovare. Ibletto, incaricato di raccogliere truppe
negli stessi sobborghi di Genova, nascose le sue pratiche cogli
apparecchi di continue feste, e di un dissipamento che dava a tutti
nell'occhio. Il doge lo fece interpellare sul conto de' soldati che gli
si vedevano intorno, ed Ibletto rispose ch'erano antichi suoi compagni
d'armi, che approfittavano della presente pace d'Italia, per darsi buon
tempo alcuni giorni con lui. Ma questo sospetto, manifestato da Paolo
Fregoso, fece sentire ad Ibletto che non poteva protrarre più oltre
l'esecuzione de' suoi progetti; onde la stessa sera, in agosto del 1488,
sorprese porta delle Capre presso santo Stefano, vi si fortificò con un
centinajo di soldati, facendo nello stesso tempo avvisare i suoi
compagni dell'accaduto, e caldamente pregandoli ad accorrere in suo
ajuto. Pietro Fregoso non credette di doverlo attaccare prima del
giorno; ignorava le forze del suo nemico e le disposizioni della città,
e non voleva spogliare le fortezze di soldati, nell'istante in cui forse
pensavasi a sorprenderle; questo ritardo fu la salvezza de' congiurati.
Prima del giorno Gian Luigi del Fiesco entrò in città colla piccola
armata raccolta nelle montagne. Vi entrarono pure Agostino e Giovanni
Adorno con tutta la loro fazione da lungo tempo oppressa: e Battista
Fregoso non aveva tardato ad unirsi co' più inveterati nemici della
propria casa, per vendicarsi della perfidia di suo zio. La loro armata
trovavasi di già superiore d'assai a quella del doge, onde in sul fare
del giorno, attaccò il palazzo del pubblico. Paolo, troppo tardi
conobbe, che la perdita di una notte era stata cagione della sua ruina;
fuggì con suo figlio nella cittadella, mentre che il suo amico Paolo
Doria ritardava la marcia degli aggressori con artificiose proposizioni,
e lo sottraeva in tal modo al pugnale di Battista Fregoso, infiammato da
desiderio di vendetta[370].
[370] _Barthol. Senaregae de reb. Genuens., p. 515. — Uberti
Folietae, l. XI, p. 655._
I nemici del cardinale, poichè si videro padroni del palazzo, cercarono
di dare una nuova forma alla repubblica. Non vollero nominare il doge,
perchè questa suprema dignità avrebbe risvegliata la rivalità degli
Adorni e de' Fregosi, ed avrebbe inoltre scontentati i Fieschi, esclusi
dalla loro nobiltà da una magistratura popolare. Il senato prescelse
adunque dodici cittadini, cui diede prima il nome di capitani, poi di
riformatori della repubblica di Genova. I capi delle due popolari
fazioni, quelli di tutte le famiglie nobili, e quelli che per qualsiasi
titolo avevano la confidenza de' loro concittadini, trovaronsi riuniti
in questo nuovo consiglio[371].
[371] _Barth. Senaregae, p. 515._
Il primo ordine emanato da questi magistrati fu quello di attaccare la
fortezza. Il cardinale non erasi accontentato di questa, ma aveva
alloggiati soldati nelle vicine case, cacciandone gli abitanti; aveva
barricate le strade, ed erasi posto in istato di sostenere un lungo
assedio. Le battaglie date all'intorno della fortezza ridussero i
Genovesi nella più spaventosa desolazione. Ogni palazzo veniva a vicenda
attaccato e difeso coll'artiglieria; quando l'un partito o l'altro era
forzato ad evacuarlo, vi appiccava, ritirandosi, il fuoco, ed in mezzo
alle zuffe ed agl'incendj, vedevansi gli abitanti, le donne ed i
fanciulli, contrastare ai soldati, che saccheggiavano le case, i loro
mobili e le loro ricchezze. La devastazione s'andava ogni dì più
allargando, e questa doviziosa città, così rinomata per la sua
magnificenza, sembrava minacciata di distruzione dai suoi medesimi
cittadini[372].
[372] _Uberti Folietae, l. XI, p. 656. — Barth. Senaregae, p. 516. —
P. Bizarri, l. XV, p. 363._
Mentre queste pratiche si andavano prolungando, i magistrati eransi
rivolti al papa, loro concittadino, per implorarne la protezione, ed al
re di Francia Carlo VIII, cui offrivano la signoria della loro città a
quelle medesime condizioni che l'aveva avuta suo padre. Dall'altro canto
Paolo Fregoso aveva domandato ajuto al duca di Milano, il quale fece
avanzare verso la Liguria Gian Francesco di Sanseverino, conte di
Cajazzo, figliuolo di Roberto, ch'era morto nel precedente anno. Nello
stesso tempo alcuni ambasciatori milanesi arrivarono a Genova, e la loro
mediazione fu accettata dalle due parti. Proposero di dividere la
repubblica tra gli Adorni ed i Fregosi; di cedere ai primi Savona con
tutta la riviera di Ponente; di conservare ai secondi Genova e la
riviera di Levante; per ultimo di riconoscere la suprema signoria del
duca di Milano sopra l'una e l'altra parte[373]. Questa proposizione,
che sagrificava la gloria e l'esistenza stessa della nazione a vantaggio
dei capi di partito, venne rigettata dall'uno e dall'altro egualmente,
pure accrebbe la reciproca diffidenza. Ma Battista Fregoso era odioso e
sospetto a Lodovico il Moro; gli ambasciatori milanesi lavoravano
nascostamente a staccare da lui i suoi nuovi compagni, e da questi
ottennero infatti che fosse loro sagrificato. Battista venne arrestato
nella casa di Agostino Adorno, dov'erasi recato senza verun sospetto, e
fu portato a bordo di una galera, che partì alla volta d'Antipoli nel
Friuli, luogo del suo precedente esilio, dal quale era partito poche
settimane prima. Gli altri capi avevano acconsentito alle nuove
proposizioni degli ambasciatori milanesi. Agostino Adorno doveva per
dieci anni tenere in Genova l'autorità ducale, col titolo di
luogotenente del duca di Milano; Ibletto e Giovan Luigi del Fiesco
dovevano conservare tutte le loro onorificenze ed il loro credito. Il
cardinale Paolo Fregoso doveva abdicare la carica ducale, e consegnare
ai Milanesi il Castelletto e le altre fortezze. Gli si prometteva in
ricambio un'annua pensione di sei mila fiorini, e mille si promettevano
a suo figlio Fregosino, finchè il papa gli dasse in beneficj
ecclesiastici una rendita eguale a questa somma. A tali condizioni
poteva Paolo Fregoso trattenersi in Genova, purchè si limitasse alle sue
incumbenze ecclesiastiche; ma costui era troppo orgoglioso per ubbidire
dove aveva comandato. Uscendo dal Castelletto, in ottobre del 1488,
s'imbarcò con tutti i suoi effetti sopra due galere che si era fatto
apparecchiare, delle quali, sopraggiunte da violente burrasca presso le
coste della Corsica, una perì con tutto il carico, l'altra, dopo avere
perdute tutte le sue antenne, si sottrasse, può dirsi per miracolo, alla
tempesta, ed approdò a Cività Vecchia; indi Paolo Fregoso passò a Roma,
che più non abbandonò fino alla sua morte, accaduta il 2 di marzo del
1498[374].
[373] _Uberti Folietae, l. XI, p. 657. — Barth. Senaregae, p. 517._
[374] _Uber. Folietae Gen. Hist., l. XI, p. 657. — Barth. Seneragae,
t. XXIV, p. 518. — P. Bizarro, l. XV, p. 366._
La repubblica di Firenze non aveva motivo di lodarsi di questa
rivoluzione, cui aveva contribuito, tenendo viva una piccola guerra nei
confini della Liguria. Il duca di Milano non fu appena padrone di
Genova, che manifestò il suo rincrescimento per la perdita di Sarzana e
di Pietra Santa, e si fece ad apparecchiare i mezzi di riavere quelle
due città[375]. Ma Lorenzo de' Medici, ostinandosi a diffidare di ogni
repubblica, temeva assai meno le pratiche e le trame di un vicino
principe, che l'esempio di libertà e d'indipendenza, che altri cittadini
potevano dare ai Fiorentini. Oramai Perugia, Bologna e Genova non
potevano per questo rispetto cagionargli veruna inquietudine. Venezia
veniva sempre risguardata come una potenza nemica; e per ultimo le due
repubbliche, che dividevano con Firenze la sovranità della Toscana,
andavano ogni giorno perdendo la loro importanza. Pareva che quella di
Lucca non ad altro mirasse che a farsi dimenticare, più non vedevasi
rammentata da veruno scrittore del secolo: e perchè il suo governo vietò
con gelosa diffidenza la pubblicazione di tutte le storie nazionali,
appena ci possiamo accorgere della sua esistenza. In quello stesso tempo
la repubblica di Siena faceva tristamente parlare di sè, consumando nel
suo seno le proprie forze.
[375] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 182._
Poichè il duca di Calabria ebbe abbandonata quella città nel 1480, essa
fu costantemente agitata dalla più spaventosa anarchia. Furiosi
demagoghi avevano a vicenda esiliati, proscritti, precipitati dalle
finestre del palazzo, e fatti morire sul patibolo tutti coloro che per i
loro natali, per singolare ingegno, o per importanti servigi, renduti
alla repubblica, si erano distinti in faccia ai loro concittadini. Gli
ordini, ossia i Monti dei nove, dei dodici, dei riformatori, dei
gentiluomini, ora gli uni, ora gli altri esposti alla persecuzione,
erano stati talora affatto esclusi dal supremo governo, talora aboliti o
proscritti. Nel 1482 la repubblica aveva riconosciuto il solo ordine del
popolo, cui si erano riuniti tutti gli altri[376]. Ma questa prudente
risoluzione, che doveva distruggere tutte le distinzioni tendenti
soltanto a perpetuare i tumulti, era stata abolita nel 1484 dagli stessi
democratici. Avevano voluto nuovamente segregare dalla loro corporazione
tutti coloro che avevano qualche pretesa aristocratica, facendo appunto
che questi aboliti diritti formassero un titolo d'esclusione, e lo
stabilimento di quest'oligarchia affatto plebea era stato lordato col
sangue di nuove vittime[377]. Ogni giorno andava crescendo il numero
degli esiliati da Siena; questi più non vivevano isolati ne' luoghi del
loro esilio, ma si adunavano negli stati limitrofi in ragguardevoli
corpi di truppe, e spaventavano il governo rivoluzionario coi frequenti
tentativi che facevano per tornare in patria, o per forza o per
sorpresa. Lorenzo de' Medici era alleato di questo governo anarchico;
egli aveva persuasi i Fiorentini a rinunciare all'antica loro massima di
non cercare amici che tra gli amici della giustizia, dell'onore e della
libertà. I suoi trattati venivano sempre suggeriti dall'interesse del
momento, dalla gelosia, dal desiderio d'indebolire i suoi vicini, e per
ultimo dalla politica, le di cui viste sono troppo più corte che quelle
della morale. Nel 1482 aveva sagrificati gli alleati sienesi, padroni di
Monte Reggioni, i quali, rimasti privi tutt'ad un tratto de' suoi ajuti,
erano stati costretti di abbandonare quel castello ai loro nemici[378];
ed egli aveva il 14 di giugno del 1483 conchiusa una lega per
venticinque anni, a nome de' Fiorentini, col popolaccio che
tiranneggiava Siena[379]; ma gli emigrati non avevano perciò ommesso di
cercare di occupare prima il castello di Saturnia, poi la città di
Chiusi, ed all'ultimo la terra di San Quirico.
[376] _Orl. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. V, f. 86._
[377] _Ivi, f. 92._
[378] _Orl. Malavolti, p. III, l. V, f. 85. — Alleg. Allegretti
Diar. Sanesi, p. 811-813._
[379] _Orl. Malavolti, l. V, f. 87._
Questi emigrati Sienesi appartenevano a tutti i partiti, a tutti i
_Monti_, secondo l'abituale linguaggio di Siena. Molti di coloro
ch'erano stati mandati dopo gli altri in esilio, avevano partecipato
alla proscrizione, ed ancora al supplicio delle prime vittime. Il giusto
odio che li teneva divisi, formava la speranza degli oppressori della
loro patria. Essi lo sentirono, dimenticarono tutte le offese che la
sorte aveva di già vendicate, e presero la risoluzione di unirsi contro
i soli nemici, de' quali non devonsi mai scordare le scelleratezze, cioè
quelli che sono sempre possenti. Nicolò Borghesi e Neri Placidi
sottoscrissero in Roma, a nome dell'ordine dei Nove, la pace con Lorenzo
e con Guid'Antonio Boninsegni, rappresentanti del monte dei Riformatori.
Nello stesso tempo Lionardo, figliuolo di Battista Bellanti,
appartenente ancor esso all'ordine dei Nove, il di cui padre era perito
sul patibolo, fece in Pisa la pace con Bartolommeo Sozzini e con Niccolò
Severini del monte de' Dodici, i quali avevano avuto parte in queste
crudeli esecuzioni. Obbligaronsi tutti ad operare di concerto pel
vantaggio di tutti gli esiliati, ed a non avere in avvenire altro scopo,
che quello di liberare la loro patria del giogo tirannico sotto cui
gemeva[380].
[380] _Orl. Malavolti, p. III, l. V, f. 93._
Dopo ciò gli emigrati si adunarono a Staggia, posta all'estremo confine
del Fiorentino, di dove partirono il 21 di luglio del 1487 con cento
fanti, presi al loro soldo, e pochi cavalieri, comandati dal capitano
Bruno di Cremona. Invece di tenere la strada principale, presero le poco
frequentate delle foreste: ma non pertanto in Siena si era avuta
contezza della loro intrapresa, ed erano stati spediti contro di loro
molti distaccamenti di truppe, che si avanzarono fino a breve distanza
da Staggia, sicchè poterono assicurarsi che non vi si faceva verun
movimento. Avevano da prima visitate tutte le macchie presso Siena, e
nulla vi avevano scoperto. Queste scolte tornarono perciò in città e
riferirono al governo essere false le notizie dategli, e che non si
trovavano nemici in verun lato. Un ridicolo accidente aveva sottratta
alle loro indagini la piccola truppa degli emigrati. Avevano questi
caricati sopra un mulo gli ordigni di cui volevano valersi per atterrare
le porte; il mulo si pose in fuga per la foresta, e si trasse dietro
tutta la piccola armata affatto fuori della via che doveva tenere. La
bestia venne finalmente raggiunta, dopo due ore di faticoso viaggio, ed
allora gli emigrati si rimisero in cammino alla volta di Siena, temendo
per altro che questo ritardo, che fu loro cagione di prospero successo,
non guastasse ogni loro disegno. Tutte le pattuglie erano rientrate in
città, eransi levate dalle mura le guardie straordinarie, e dormivano le
scolte notturne, quando questo drappello di congiurati arrivò, poco
prima che facesse giorno, alla porta di Fonte Branda. I loro complici,
che gli aspettavano sulle mura, gli ajutarono a salirle con scale di
corda, finchè trenta dei più coraggiosi s'impadronirono della porta, e
l'aprirono al rimanente della truppa.
Si era promesso al capitano Bruno che, appena spiegata la sua bandiera
in città, verrebbe raggiunto da numerose partite di malcontenti; ma
invece niuno appariva, onde questo condottiere, scoraggiato, non ardiva
innoltrarsi per le strade. Gli emigrati quasi soli le corsero, gridando
i _Nove, popolo, e libertà_. Pochi erano quelli che accorrevano in loro
ajuto, ma altronde niuno prendeva le armi per opporsi. Il governo era
troppo detestato per trovare difensori, troppo temuto perchè i cittadini
ardissero dichiararsi contro di lui. Uno de' suoi capi, Cristoforo di
Guiduccio, ingannato dalla voce di coloro che lo chiamavano,
supponendoli suoi partigiani, si diede egli stesso in potere de'
congiurati che lo uccisero. Altri, non più di quaranta, adunaronsi a
Camporeggio; essi potevano pure bastare per iscacciare gli emigrati, che
si trovavano dispersi per le strade di una vasta città, e scoraggiati
dal vedersi abbandonati, ma quando i partigiani del governo si videro in
così piccolo numero, non osarono tentar nulla. Molti di loro rientrarono
celatamente nelle proprie case, e deposero le armi per non essere
compromessi, ed i capi, trovandosi da tutti abbandonati, uscirono di
città. Per tal modo due branchi di uomini si contendevano il
possedimento di così potente e bellicosa città. Ognuno conosceva la
propria debolezza, e, ignorando quella del nemico, credevasi perduto:
finalmente dopo essersi molto aggirate, le varie bande d'emigrati
riunironsi di nuovo sulla piazza, e, trovandosi in numero di ottanta,
assediarono il palazzo. Matteo Pannilini, capitano del popolo,
abbandonato da tutte le sue guardie, erasi chiuso solo nella gran torre,
dove si difese qualche tempo; ma infine fu costrette a rendersi
prigioniero, cedendo agli emigrati la sede del governo. E per tal modo,
quasi senza spargimento di sangue, fu condotta a termine la rivoluzione
che rendeva agli esiliati la loro patria[381].
[381] _Orl. Malavolti, p. III, l. V, f 92-93. — All. Allegretti
Diar. Sanesi, t. XXIII, p. 822. — Stef. Infessura Diario di Roma, t.
III, p. II, p. 1217._
Perchè la rivoluzione di Siena era stata operata da tutti gli ordini,
tutti furono da principio chiamati a parte dalla suprema autorità. Si
voleva che la repubblica fosse governata da quattro monti, ognuno de'
quali darebbe al consiglio generale cent'ottanta consiglieri. Gli ordini
dei gentiluomini e dei Dodici non furono contati che per un monte
complessivamente; i Nove, il Popolo ed i Riformatori erano gli altri
tre[382]. Questa divisione era saggia e press'a poco in ragione del
numero de' cittadini che ogni monte aveva precedentemente scelto, sotto
il nome di _riseduti_, per esercitare le magistrature; ma non fu
lungamente mantenuta: una balìa, formata di ventiquattro cittadini,
venne autorizzata ad esercitare per cinque anni un potere dittatoriale,
ed il nuovo governo di Siena, come quello cui succedeva, credette di non
potere fondare sopra solide basi la sua autorità, se non privando i suoi
nemici del diritto di cittadinanza, esiliandoli, e mandandone inoltre
alcuni al supplicio[383].
[382] _Orland. Malavolti, p. III, l. VI. f. 94._
[383] _Orl. Malavolti, p. III, l. VI, p. 95._
In questo tempo di pace generale per l'Italia, non furono le sole
repubbliche travagliate da interne rivoluzioni; anche i piccoli
principati vennero turbati da congiure; ed in quelle che scoppiarono in
Romagna, nel 1488, si credette di ravvisare la conseguenza delle
pratiche di Lorenzo de' Medici, ed il risentimento di un uomo, che dopo
molti anni, vendicava antiche ingiurie.
Quel Girolamo Riario, figlio o nipote, e favorito di Sisto IV, che dieci
anni prima era stato l'anima della congiura de' Pazzi, erasi, dopo
l'elezione d'Innocenzo VIII, ritirato nel suo principato di Forlì e
d'Imola. Era inoltre rimasto depositario di castel sant'Angelo; ma sua
moglie aveva consegnata quella fortezza ai cardinali, il 25 agosto del
1484, contro il pagamento di grossa somma di danaro[384]. Questa
principessa, figlia naturale dell'ultimo duca di Milano, aveva
procacciata al Riario la protezione di casa Sforza. Dall'altro canto
Giuliano della Rovere, cardinale di san Pietro, onnipossente alla corte
d'Innocenzo VIII, era sommamente interessato alla difesa del principe di
Forlì, suo cugino. Per tali motivi i molti nemici che questi si era
fatti in tempo del pontificato di Sisto IV, non osarono di attaccarlo
scopertamente, ma è probabile che avessero parte in una cospirazione
formata in casa sua. Cecco dell'Orso, capitano delle sue guardie, Luigi
Panzero e Giacomo Ronco, suoi ufficiali, determinarono d'ucciderlo,
sebbene non avessero, che si sappia, verun altro motivo di odio, che
quello di non aver potuto da lui ottenere il loro soldo arretrato,
mentre venivano stretti al pagamento delle proprie loro contribuzioni.
[384] _Stef. Infessura Diar. Romano, t. III, p. II, Rer. Ital. p.
1187._
Il 14 aprile del 1488, mentre stava pranzando la famiglia del Riario, i
tre congiurati entrarono nella sua camera, sotto colore di parlargli
delle loro incumbenze, ed avendolo trovato solo, lo pugnalarono, si
divisero le sue vesti e gittarono giù dalla finestra il suo corpo
spogliato. Il popolaccio, invitato dalle loro grida a vendicarsi del suo
tiranno, strascinò questo corpo pei capelli per tutte le strade della
città. Catarina Sforza sua vedova ed i suoi figliuoli vennero subito
imprigionati, e la fortezza, di cui aveva il comando un luogotenente
fedele al Riario, ebbe l'intima di arrendersi. I congiurati scrissero il
19 aprile a Lorenzo de' Medici di averlo liberato di un uomo che più
d'ogn'altro meritava il suo odio, ed in pari tempo gli chiedevano
ajuto[385].
[385] La loro lettera è stampata in _Roscoe, Appendix n.º 71, p.
101_. Marin Sanuto accusa formalmente Lorenzo de' Medici di essere
stato l'istigatore di tale attentato, _p. 1244_.
Il comandante della rocca, non lasciandosi atterrire dalle grida del
popolo nè dalla morte del suo padrone, ricusò di aprirla agli
assedianti, se prima non ne aveva l'ordine dalla medesima Catarina
Sforza, quando si trovasse libera. Dal canto suo questa promise agli
insorgenti di persuadere il castellano a cedere ad una sorte
inevitabile, purchè potesse parlargli. Siccome si ritenevano i di lei
figli in ostaggio, non si ebbe difficoltà di lasciarla entrare nella
rocca; ma vi fu appena ricevuta, che fece far fuoco contro gli
assedianti. Si minacciò di far morire i suoi figli; ed essa rispose: «se
voi gli uccidete, tengo un figlio in Imola, ne porto un altro in seno,
che cresceranno per essere i vindici di tanto delitto[386];» onde il
popolaccio atterrito non eseguì la sua minaccia.
[386] _Bayle, Dictionnaire critique_ alla parola _Sforza_ (Catarina)
fa che questa principessa dia un'immodesta risposta, diventata
celebre; e si appoggia alle autorità del _Machiavelli, l. VIII, p.
443_; di _G. M. Bruto, l. VIII, p. 213_, e del _Muratori Ann.
d'Ital_. che segue una cronaca MS. di Bologna; ma il Bayle, che
amava lo scandalo, non fece parola del racconto assai più naturale e
più onesto della maggior parte degli storici contemporanei, quali
sono _Stefano Infessura_, ch'egli conosceva, _t. III, p. II, Rer.
Ital., p. 1220. — All. Allegretti, Diar. Sanesi, t. XXIII, p. 823. —
Hier. de Bursellis, Ann. Bononienses, p. 907. — Bernardino Corio,
Stor. di Milano, p. VI, p. 1025. — Diario Ferrarese, t. XXIV, p.
280. — Ricordanze di Tribaldo de' Rossi, Deliz. degli Erud., t.
XXIII, p. 240._
Gli uccisori di Girolamo Riario avevano pure implorata la protezione
d'Innocenzo VIII; e questo papa, sperando di ricuperare col loro ajuto
la sovranità d'un'importante città, aveva ordinato al governatore di
Cesena di condurre loro tutti i soldati che potrebbe adunare, e tutta la
sua artiglieria. Nello stesso tempo Lodovico Sforza mandava in ajuto di
sua nipote un'armata milanese, che di già aveva ragunata, di concerto
con Giovanni Bentivoglio, ai confini della Romagna. Quest'armata,
entrando in Forlì per la rocca, piombò all'impensata sui soldati della
Chiesa, e tutti li fece prigionieri. Sei de' principali di loro furono
tagliata loro la testa, fatti a pezzi per ordine di Bergamino, generale
de' Milanesi. Il governatore di Cesena ed il restante de' soldati furono
poi cambiati col figliuolo di Girolamo Riario, che questo governatore
faceva custodire nella sua rocca di Cesena. I congiurati si rifugiarono
a Siena con tutti i loro effetti preziosi. Catarina Sforza ebbe, quale
tutrice de' suoi figli, il governo del principato di Forlì; e papa
Innocenzo VIII, sempre apparecchiato ad intraprendere progetti arditi, e
sempre atterrito di continuarli, tostochè incontrava qualche
opposizione, non osò lagnarsi di ciò ch'era stato fatto ai suoi soldati,
i quali non avevano altro delitto che di avere eseguiti i suoi
ordini[387].
[387] _Diar. di Stef. Infessura, p. 1219-1220._
Ma le cospirazioni si moltiplicavano in Romagna con una sorprendente
rapidità. Il 29 di aprile Ottaviano Riario, giovane figlio del conte
Riario, era stato proclamato signore di Forlì e d'Imola, ed il 31 di
maggio Galeotto Manfredi, signore di Faenza, perdette la vita per le
mani di Francesca sua moglie, figlia di Giovanni Bentivoglio. Costei,
credendosi posposta ad un'amante, e divorata da cupa gelosia, si finse
ammalata ed invitò Galeotto a venire a trovarla. Stavano nascosti sotto
il suo letto tre assassini; un quarto si slanciò sopra Manfredi nel
momento in cui entrava nella camera. Ma perchè questo signore era dotato
di singolare forza e destrezza, stava per atterrare il suo assalitore,
prima che gli altri, usciti di sotto al letto, avessero avuto tempo di
alzarsi in piedi; quando sua moglie balzò dal letto, prese una spada e
gliela immerse nel seno; poi seco prese i suoi figliuoli e riparossi
nella rocca[388].
[388] _Ivi, p. 1221. — Hier. de Bursellis Ann. Bonon., p. 907. —
Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 280. — J. Mich. Bruto, l. VIII, p. 214. —
P. Bembi, Hist. Venet., l. I, p. 10._
Giovanni Bentivoglio, padre di Francesca, era in allora a Forlì con
Bergamino, comandante dell'armata milanese. L'uno e l'altro accorsero
subito in ajuto di questa sposa delinquente, ed entrarono senza trovare
opposizione in Faenza. Non pertanto quegli abitanti erano affezionati
alla famiglia di Manfredi, ed avevano veduto con orrore l'assassinio di
Galeotto. I coraggiosi contadini di Val di Lamone, recaronsi in città, e
sospettando tutti il Bentivoglio o il Bergamino di aspirare alla
signoria di Faenza, gli attaccarono furiosamente. Bergamino fu ucciso in
battaglia, ed il Bentivoglio fatto prigioniere.
Antonio Boscoli, commissario della repubblica fiorentina presso Galeotto
Manfredi, era in allora a Faenza. Gl'insorgenti gli mostrarono
grandissimo rispetto, e gli chiesero la protezione del suo governo. I
Fiorentini avevano veduto con viva inquietudine le negoziazioni di
Galeotto Manfredi coi Veneziani per la vendita di Faenza; perchè i
Veneziani, acquistando questa città, sarebbero diventati confinanti con
Firenze, ed il governo del Medici doveva temere la vicinanza di così
potenti rivali. Perciò tutta l'armata che stava adunata a Sarzana, fu
subito spedita in soccorso di Faenza, sotto il comando del conte di
Pitigliano e di Ranuccio Farnese. Questa trattenne i Bolognesi, che dal
canto loro si armavano per liberare il capo della loro repubblica.
Giovanni Bentivoglio fu ritenuto come ostaggio a Modigliana, finchè
venne ristabilito l'ordine nel principato, che probabilmente egli aveva
voluto invadere. Sedici cittadini, de' quali otto di Faenza, ed otto di
Val di Lamone, vennero incaricati della reggenza e della tutela del
giovanetto Astorre di Manfredi. Allorchè questo governo fu stabilito, il
Bentivoglio riebbe la libertà, dopo avere avuto un abboccamento con
Lorenzo de' Medici a Caffaggiuolo. Gli fu renduta la figliuola; e questa
rivoluzione, mettendo Faenza sotto la protezione de' Fiorentini,
accrebbe la loro influenza in Romagna[389]. La rivoluzione di Forlì non
era loro riuscita inutile. In tempo delle turbolenze, prodotte dalla
morte di Girolamo Riario, i Fiorentini avevano ricuperato Pian Caldoli,
che il Riario ingiustamente riteneva[390]. Poco dopo riuscirono a fare
sposare alla di lui vedova Giovanni de' Medici, nato da un fratello del
vecchio Cosimo, e padre di un altro Giovanni, che si rendette famoso
nelle guerre d'Italia col suo valore, colla sua ferocia e
coll'attaccamento ch'ebbero per lui le bande nere. Per tal modo Forlì ed
Imola si trovarono sotto la dipendenza di un Medici, e Catarina Riario
entrò in quella stessa famiglia, che il suo primo marito aveva tentato
di distruggere.
[389] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 183. — Roscoe, Life of Lorenzo
de' Medici chap. VIII, p. 174. — Diari Sanesi di Alleg. Allegretti,
p. 823._
[390] _Ricordanze di Tribaldo de' Rossi, Deliz. degli Erud., t.
XXIII, p. 241._