CAPITOLO LXXXVIII.

_Maometto II occupa Otranto; Sisto IV spaventato fa la pace col

Fiorentini, ed il duca di Calabria abbandona Siena per liberare

Otranto. Morte di Maometto II. Nuova guerra accesa in tutta

l'Italia da Sisto IV pel ducato di Ferrara. Passa da uno

all'altro partito; e all'ultimo muore di dolore per essersi

fatta la pace_.

1480 = 1484.

Maometto II mai non faceva la pace con un principe cristiano, che per

attaccarne più vantaggiosamente un altro; perciò contavasi che nel lungo

suo regno aveva soggiogati due imperi, dodici regni e più di dugento

città. Nel 1480 apparecchiò nello stesso tempo due spedizioni: destinata

era una di queste, sotto gli ordini del pascià Mesithes, di greca

origine, e della stirpe de' Paleologhi, a togliere Rodi ai cavalieri di

san Giovanni di Gerusalemme; ma il gran maestro d'Aubusson respinse

gloriosamente i Turchi, che dopo avere assediata la capitale dal 23

maggio al 22 agosto, furono costretti a ritirarsi perdenti[228]. L'altra

armata di Maometto si adunò alla Valona sotto gli ordini del suo gran

visir Achmet Giediko Breche-Dente, nativo d'Albania. Venne a prenderla a

bordo una flotta di cento vascelli; quella de' Veneziani, ch'era di

sessanta vele, la scortava, mostrando d'impedirle che entrasse

nell'Adriatico[229]; improvvisamente i Turchi sbarcarono sulla costa

d'Italia presso di Otranto il venerdì 28 luglio dopo avere attraversato

il mare Adriatico, che in questo luogo non ha più di cinquanta miglia di

larghezza.

[228] _Epist. Petri d'Aubusson ad Pontif. 13 septem. 1480. — Raynald

2-13, p. 286. — Jacobi Volater. Diar. Rom., p. 106. — Ann. Turcici

Leunclavii, p. 258. — Diarium Parm. p. 344. — Turco Graeciae Hist.

Polit., l. I. p. 26. _

[229] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, t. XXII, p. 1213._

Gli abitanti d'Otranto, sebbene non apparecchiati a quest'attacco,

difesero vigorosamente le loro mura; ma non potevano lungamente

resistere: Achmet Giedik aveva sbarcata molta artiglieria, che bentosto

aprì larghe brecce nelle mura, e la città fu presa d'assalto l'11 agosto

del 1480[230]. La popolazione, secondo il Sanuto, ammontava a ventidue

mila uomini; dodici mila furono uccisi nel primo furore della vittoria;

ma i fanciulli che potevano essere vantaggiosamente venduti, e coloro

che furono creduti abbastanza ricchi per poter pagare una grossa taglia,

furono fatti schiavi[231]. L'arcivescovo ed i preti, principale oggetto

dell'odio dei Turchi, furono crudelmente tormentati, ed il culto

cristiano profanato con ogni sorta d'oltraggi e di vituperi[232].

[230] _Demetrius Cantemir, l. III, c. I, § 32, p. 111._

[231] _Marin Sanuto Vita dei Duchi di Venez., t. XXII, p. 1213._

Pure il Giannone riduce i morti a soli ottocento, _l. XXVIII.

Introd., p. 602_.

[232] _Jac. Volterrani Diar. Roman.; l. II, p. 110. — Diar. Parm.,

p. 346-352._ Dugento vent'anni dopo quest'avvenimento, la leggenda

se ne impossessò, e vi frammischiò il suo maraviglioso; Francesco

Maria d'Asti, nel 1700 arcivescovo d'Otranto, scrisse che ottocento

martiri preferirono il supplicio all'abjurare, e che condotti in sul

luogo in cui dovevano morire, Antonio Primaldi, rimasto capo del

clero, dopo la morte dell'arcivescovo Stefano, fu il primo a perdere

la testa; ma che il suo corpo, invece di cadere morto, restò in

piedi malgrado tutti gli sforzi de' Turchi per atterrarlo, e che coi

suoi gesti continuò ad esortare i suoi compagni alla costanza finchè

tutti ebbero subito lo stesso supplicio; che allora, dopo gli altri,

acconsentì di essere collocato tra gli estinti. _Franc. Mariae de

Aste in Memor. Hydrunt. Eccles. Epit., l. II, c. II, p. 11. — In

Burm. Thes. Antiqu. et Hist. Ital., t. IX, p. VIII._

Questo inaspettato attacco, che colmò l'Italia di spavento, era stato

provocato dai Veneziani. Non dissimulano gli storici della repubblica

che dopo la pace tra Lorenzo de' Medici ed il re di Napoli, la loro

patria mandò due ambasciatori, uno al papa, l'altro al gran signore per

concertare la ruina di Ferdinando. Sebastiano Gritti doveva invitare

Maometto II a riprendere le province dell'Italia meridionale, che altra

volta dipendevano dall'impero d'Oriente[233]. Zaccaria Barbaro doveva

proporre al papa di assoldare in comune coi Veneziani e di nominare

capitano generale della loro lega Renato II di Lorena, ch'essi

invitavano a scendere in Italia[234]. È verosimile che i Veneziani non

comunicassero a Sisto IV il progetto dello sbarco dei Turchi presso

Otranto, siccome quello ch'era troppo pericoloso per la santa sede; ma

Ferdinando, che non dubitava dell'inimicizia di Sisto IV, sospettò che

gli avesse tirato addosso l'invasione dei Turchi, e gli fece dire nel

mese d'agosto per mezzo del suo ambasciatore, che se non otteneva dalla

Chiesa pronti e potenti soccorsi, tratterebbe coi Turchi e loro darebbe

il passaggio a traverso ai suoi stati per recarsi a Roma[235].

[233] _And. Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p. 1165. — Maria

Sanuto, p. 1213. — Alb. de Ripalta Ann. Plac., t. XX, p. 961._

[234] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1212._

[235] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1213._

Estremo fu lo spavento di Sisto IV, quand'ebbe notizia di tale

invasione, e fu in procinto di abbandonare Roma e l'Italia per cercare

un rifugio in Francia. Sapeva che Maometto portava un particolare odio

alla sede della religione Cristiana, e ch'egli stesso ed il suo clero

sarebbero esposti a terribili supplicj se venivano in mano dei

Turchi[236]. Vero è che Otranto era ancora assai lontano da Roma; ma

poteva temersi un secondo sbarco sulle coste della Marca, ed assicurasi

infatti che i Turchi tentassero in quest'anno di rubare il tesoro di

Loreto[237]. Altronde i Musulmani, le di cui costanti vittorie avevano

sbalordita l'Europa, contavano in allora de' partigiani in Italia, che

sembravano apparecchiati ad unirsi loro per rompere il giogo de' loro

preti e de' loro principi. Bentosto si sparse la voce che Maometto II,

per approfittare del malcontento de' baroni di Napoli, aveva fatto

proclamare in Otranto, che per dieci anni andrebbero esenti dalle

imposte tutti i paesi da lui conquistati; che in appresso non imporrebbe

che il tributo d'una piastra per testa; che permetterebbe ai Cristiani

di seguire le loro leggi e la loro religione, come praticavano a

Costantinopoli, e per ultimo che aveva punite le eccessive crudeltà

esercitate dai vincitori in Otranto. In febbrajo del 1481 mille

cinquecento soldati di Ferdinando passarono al soldo dei Turchi, e si

ebbe timore che loro si dasse tutta la provincia[238].

[236] _Rayn. Ann. Eccl. 1480, § 19, p. 289._

[237] Soltanto sull'autorità del Tursellino. _Hist. Lauret. Aedis,

l. II, c. IV, ap. Rayn., § 32, p. 292._

[238] _Diar. Parm., p. 365, 366, et passim._

Frattanto Sisto IV spediva bolle a tutti i principi cristiani, e

particolarmente agli stati d'Italia per esortarli alla pace, ed a

rivolgere le loro armi contro il nemico della religione. «Se i fedeli di

Cristo, diceva egli, se gl'Italiani soprattutto vogliono difendere i

loro campi, le loro case, le loro spose, i loro figli, la libertà, la

vita; se vogliono conservare quella fede, nella quale siamo stati

battezzati, e per la quale ricevuta abbiamo una nuova nascita, questo è

il momento di dar fede alle nostre parole, d'impugnare le armi e di

marciare alla guerra. Che i più lontani dal regno di Sicilia non pensino

d'essere altrimenti sicuri; se non vanno contro i Turchi per

combatterli, questi in breve giugneranno fino a loro[239].»

[239] _Rayn. Ann. Eccl. 1480, § 21, p. 290._

Ferdinando si affrettò di richiamare dalla Toscana il duca di Calabria,

facendogli le più calde istanze di non tardare a venire in suo ajuto. Il

duca uscì di Siena il 7 agosto, non senza esprimere il profondo

rincrescimento con cui abbandonava un progetto, lungo tempo accarezzato

dalla sua famiglia, nell'istante in cui pareva che niente potesse più

ritardarne l'esecuzione. Mentre partiva, i magistrati di Siena gli

resero i più grandi onori; ma tutti i buoni cittadini sentivansi con

gioja liberati da un giogo che credevano omai inevitabile[240]. Il duca

di Calabria passò il 10 settembre a Napoli, ove incorporò nella sua

armata moltissimi gentiluomini, che vi si erano adunati, e ricevette

inoltre un corpo ausiliario di mille settecento fanti e trecento

cavalieri che gli mandava suo cognato, Mattia Corvino, re d'Ungheria.

Continuò poscia il suo cammino verso la Puglia. Achmet Giedik era stato

da Maometto richiamato, ed Ariadeno, in addietro governatore di

Negroponte, aveva in Otranto sotto i suoi ordini una guarnigione di

sette mila cinquecento uomini. Aveva estesi i suoi guasti a tutta la

provincia, e minacciato Brindisi d'assedio[241]. Ma sopraggiugnendo il

duca di Calabria, dovette chiudersi in Otranto, e poco dopo, avendo

Galeazzo Caracciolo condotta in faccia al porto una flotta napolitana,

si trovò preclusa ogni comunicazione colla Turchia[242].

[240] _Orlando Malavolti, p. III, l. V, f. 79. — Allegr. Allegretti,

p. 807._

[241] _Giannone Istor. Civile del regno di Napoli, l. XXVIII,

Introd., p. 602._

[242] _Ivi, p. 603._

Lo spavento dell'invasione de' Turchi aveva all'ultimo determinato il

papa a rappacificarsi con Firenze; ma in questa medesima

riconciliazione, renduta necessaria dalle circostanze, lasciò vedere

tutta l'alterigia del suo carattere. Dodici ambasciatori, i più illustri

ed i più riputati cittadini che in allora governassero la repubblica,

furono nominati in principio di novembre per recarsi a Roma. Vi

entrarono privatamente la notte del 25 di novembre, senza che veruno

della famiglia del papa o de' cardinali si muovesse ad incontrarli.

Francesco Soderini, vescovo di Volterra, capo della legazione, espresse

all'indomani in una segreta udienza il dispiacere della repubblica, la

sua sommissione ai giudizj del papa, ed il suo desiderio di essere

riconciliata alla Chiesa. Le condizioni della pace vennero in più

conferenze discusse coi cardinali; quando all'ultimo tutto fu regolato

tra di loro, i deputati vennero invitati a recarsi alla basilica di san

Pietro il 3 dicembre del 1480, prima domenica dell'avvento. Dopo averli

fatti aspettare qualche tempo sotto il portico, il pontefice

sopraggiunse co' suoi cardinali; gli venne innalzato un trono in faccia

all'ingresso principale, le di cui porte rimasero chiuse: gli

ambasciatori, col capo scoperto, gittaronsi in allora a' suoi piedi,

dopo avere baciati i quali, confessarono, stando inginocchiati, che

avevano peccato contro la Chiesa e contro il pontefice, e implorarono la

sua compassione verso il popolo che li mandava. Luigi Guicciardini,

vecchio settuagenario, parlò a nome di tutti, ma a voce bassa ed in

italiano. Un notajo apostolico lesse in seguito la formola della

confessione e le condizioni della pace. Allora il pontefice, avendo

accennato di fare silenzio, pronunciò queste parole: «Voi avete peccato,

miei figli, primamente contro il Signore Iddio, nostro Salvatore,

crudelmente uccidendo e criminosamente l'arcivescovo di Pisa, ed i

sacerdoti del Signore; perciocchè sta scritto: _Voi non toccherete i

miei unti_. Voi avete peccato contro il romano pontefice, ch'esercita in

terra le funzioni di N. S. Gesù Cristo, avendolo voi diffamato per tutto

l'universo. Voi avete peccato contro il santo ordine de' cardinali,

ritenendo suo malgrado un cardinale legato della santa sede apostolica.

Voi avete peccato contro l'ordine ecclesiastico, negando i vostri

tributi al clero del vostro territorio; voi siete stati la causa di

molte rapine, incendj, saccheggi, per non avere ubbidito agli ordini

apostolici. Fosse piaciuto a Dio che fino da principio foste venuti a

noi, padre delle vostre anime; allora non saremmo ricorsi alle armi

temporali per vendicare le ingiurie inflitte alla Chiesa. Con

dispiacere, non v'ha dubbio, noi abbiamo insevito contro di voi, pure

dovemmo farlo per l'onore dell'apostolato di cui siamo incaricati. Ma

presentemente, miei figliuoli, che voi vi presentate con umiltà, vi

riceviamo in grazia tra le nostre braccia, vi assolviamo dagli errori e

dagli eccessi che avete confessati; non vogliate ancora peccare, miei

figli; _non fate come i cani, che, dopo essere stati gastigati, tornano

alle loro turpitudini_. Del resto voi avete sperimentata la potenza

della Chiesa, e dovete sapere quanto sia dura cosa l'opporre la sua

testa allo scudo di Dio, o il voler rompere la di lui corazza[243].»

[243] _Jacobi Volaterrani Diar. Roman., l. II, p. 114. — Rayn. Ann.

Eccl. 1480, § 40, p. 294._

Dopo avere così parlato, prese alcune bacchette dalle mani del gran

penitenziere, e percosse leggermente le spalle d'ogni ambasciatore, che

ad ogni colpo chinava il capo, e rispondeva col versetto del salmo

_Misere mei Domine_! Dopo ciò vennero nuovamente ammessi al bacio de'

piedi, e benedetti dal pontefice che, levato dal suo trono, fu portato

all'altar maggiore. Le porte della Chiesa vennero aperte, e gli

ambasciatori vi entrarono cogli altri; ma alle condizioni del trattato

precedentemente stipulato il pontefice aggiunse, per modo di penitenza,

che i Fiorentini armerebbero a loro spese quindici galere per fare la

guerra ai Turchi[244]. E così ebbe fine la guerra nata dalla congiura

dei Pazzi, e tale fu l'orgoglio con cui il pontefice punì, per essere

rimasti in vita, coloro ch'egli non aveva potuto far assassinare[245].

[244] _Jac. Volaterrani Diar. Rom., l. II, p. 114. — Rayn. Ann.

Eccl. 1480, § 40, p. 294._

[245] _Jac. Volaterr. Diar. Rom., l. II, p. 115. — Scip. Ammirato,

l. XXIV, p. 146. — Nicc. Machiavelli, l. VIII, p. 410. — Jo. Mich.

Bruti, l. VII, p. 184._

I Fiorentini approfittarono pure dello spavento di Ferdinando, e del

bisogno che di loro aveva, per farsi restituire le fortezze occupate in

Toscana dal duca di Calabria. Erasi Ferdinando obbligato verso la

repubblica di Siena a cederle tutte le conquiste fatte sui Fiorentini,

che sarebbero al di dentro di un raggio di quindici miglia preso dalle

mura della città. Aveva infatti consegnati ai Sienesi Montedomenichi, la

Castellina e san Polo; ma aveva ritenuti sotto gli ordini di Prenzivalle

Gennaro, gentiluomo napolitano, Colle di Val d'Elsa, Poggibonzi, Poggio

imperiale, Monte san Savino ed altre piazze di minore importanza. Alla

fine di marzo del 1481 fece rilasciare ai Fiorentini tutti i luoghi che

occupava Gennaro, e subito dopo ordinò ai Sienesi di restituire le

conquiste in cui essi tenevano guarnigione. Un vivo odio prese in allora

a Siena il luogo dell'affetto che vi si era conservato per la casa di

Napoli[246].

[246] _Orlando Malavolti, p. III, l. V, f. 79. — Allegretto

Allegretti Diari San., p. 808. — Diar. Parm., p. 368._

Il papa, che aveva ordinato ai Fiorentini di concorrere alla difesa

dell'Italia contro i Turchi, volle contribuirvi ancor egli. Fece armare

una flotta nel Tevere, e scelse per comandarla quello de' suoi prelati

ch'era più capace di condurre una guerra marittima. Fu quel medesimo

Paolo Fregoso, arcivescovo di Genova, quel formidabile capo di parte,

che vedemmo consacrarsi alla pirateria quando dovette abbandonare la

città in cui aveva regnato. Sisto IV lo aveva creato cardinale in maggio

del 1480[247], e gli affidò nella vegnente primavera il comando delle

sue galere. Paolo Fregoso andò a raggiugnere Galeazzo Caraccioli nelle

acque di Otranto. Il formidabile gran visir Achmet Giedik aveva di già

adunati alla Valona venticinque mila uomini, che stava per trasportare

ad Otranto, onde continuare la conquista dell'Italia, quand'ebbe notizia

della morte di Maometto II, accaduta il 3 maggio del 1481 presso di

Nicomedia, alla qual morte dopo pochi mesi tenne dietro la guerra civile

scoppiata tra i suoi figliuoli Bajazette II e Gemma, ossia Zizim[248].

Achmet, abbandonando allora ogni progetto di conquista sul regno di

Napoli, condusse la sua armata in soccorso di Bajazette, sebbene avesse

motivo di temere il risentimento di questo principe per un'antica

offesa. Gli si presentò colla sua scimitarra appesa al pomo della sua

sella, perchè ricordavasi avergli detto: «Se tu diventi sultano, io mai

non la sguainerò per tua difesa.» Ma quando Bajazette, chiamandolo suo

padre, lo invitò a scordarsi gli errori della sua gioventù, Achmet

Giedik combattè contro i nemici del sultano col suo consueto valore: il

16 giugno del 1482 vinse Zizim a Serviza, presso d'Iconio, lo inseguì

nella Caramania, ed all'ultimo lo costrinse a ritirarsi a Rodi[249].

Ariadeno, lasciato in Otranto con una guarnigione che non poteva

ricevere soccorsi, si difese non pertanto con molto coraggio, ed ebbe

diversi vantaggi sul duca di Calabria che lo attaccava; ma in ultimo

accettò un'onorata capitolazione che gli fu offerta, e rese la piazza il

10 di agosto. Alcune delle compagnie turche che la difendevano passarono

ai servigj del duca di Calabria, e furono in appresso utilmente

adoperate nelle guerre d'Italia[250].

[247] _Jac. Volaterr. Diar. Rom., p. 122._

[248] Questa guerra civile appartiene al susseguente anno. Bajazette

aveva prima intrapreso il pellegrinaggio della Mecca, durante il

quale affidò le redini dell'impero ottomano a suo figlio Corcud.

_Demet. Cantemir., l. III, c. II, § 1 al 5, p. 126._

[249] _Ann. Turcici Leunclavii, p. 259._

[250] _Epist. Ferdin. ad Xistum de Idrunto recuperando. Jac.

Volaterr. Diar., p. 146. — Giannone Ist. Civ. l. XXVIII, p. 613._

La notizia della morte di Maometto II era stata rapidamente portata a

Venezia, ed il doge Mocenigo la comunicò il 29 maggio a tutti gli stati

d'Italia[251]. Tutti la risguardarono come un avvenimento che liberava

la Cristianità dal più grande pericolo che mai avesse corso, e tutti

allentarono il freno a passioni che avevano per timore fin allora

rattenute. Ma più che tutti gli altri Sisto IV, risguardandosi oramai

come uscito dal solo pericolo che potesse raggiugnerlo sul trono, più

non prescrisse limiti alla sua ambizione, a' suoi progetti di vendetta,

alle turbolenti sue passioni, che talvolta era stato forzato a

dissimulare. Cominciò dal richiamare la flotta che aveva spedita ad

Otranto sotto il comando di Paolo Fregoso, non volendo acconsentire che

approfittasse delle guerre civili dei Turchi per fare qualche conquista

in Oriente[252]. Egli voleva in luoghi più a sè vicini impiegare tutte

le sue forze, destinando l'intera Romagna ad essere l'appannaggio del

suo favorito nipote. Fino dal 4 settembre del 1480 aveva aggiunto il

principato di Forlì a quello d'Imola, che di già era posseduto da

Girolamo Riario. L'aveva tolto, per darglielo, alla casa Ordelaffi, che

lo aveva posseduto cento cinquant'anni. Pino degli Ordelaffi, l'ultimo

feudatario di questa famiglia, destinava, morendo, la sua eredità ad un

figlio naturale che lasciava in tenera età. I suoi due nipoti, Antonio

Maria e Francesco Maria, figliuoli legittimi di Galeotto, fratello di

Pino, pretendevano, forse a più giusto titolo, un principato da cui il

loro zio aveva voluto escluderli, mandandoli in esilio. Sisto IV si fece

giudice della loro causa, e gli spogliò tutti a profitto del proprio

nipote, senza che alcuna vicina potenza osasse alzare la voce contro

così manifesta ingiustizia[253]. Mandò in appresso questo stesso nipote

a Venezia per istringere più intimamente l'alleanza che l'11 maggio del

1480 aveva conchiusa con quella potente repubblica, e per meditare

secolei la divisione di altri stati[254].

[251] _Orlando Malavolti, p. III, l. V, f. 79. — Jac. Volaterrani,

l. II, p. 134._

[252] _And. Navagero, p. 1168. — Jac. Volaterrani, p. 148-152._

[253] _Jac. Volaterr. Diar. Rom., l. II, p. 112. — Diar. Parm., t.

XXII, p. 345. — Marin Sanuto Vite, p. 1211._

[254] _Jac. Volaterr. Diar. Rom., p. 140._

Onde alimentare le guerre che di già aveva sostenute, e le guerre ancora

più importanti che progettava; onde sostenere lo stravagante lusso de'

suoi nipoti, e quello della propria casa, Sisto IV aveva bisogno di

tutti i provventi del fisco; perciò assoggettava a questo sistema tanto

l'amministrazione ecclesiastica che la secolare. A poco a poco dichiarò

venali tutte le cariche della corte apostolica, e ne notificò

preventivamente il prezzo al pubblico[255]. Vendette ancora, ma alquanto

più riservatamente, onde non essere accusato di simonia, i più ricchi

beneficj, ed ancora qualche cappello cardinalizio[256]. Spinse più in là

che tutti i suoi predecessori lo scandaloso traffico delle indulgenze.

D'altra banda estorse danaro ai suoi sudditi di Roma, come sovrano e non

come prete, assoggettando tutto il commercio de' grani al più crudele

monopolio. Nella stagione del raccolto acquistava tutto il frumento al

prezzo stabilito d'un ducato al rubbio: quando i suoi magazzini erano

pieni, faceva nascere artificiali carestie, ora con vendite

considerabili fatte ai Genovesi, ora col pretesto del passaggio delle

truppe. Non permetteva che si levasse frumento dai suoi magazzini,

finchè il prezzo de' mercati non ammontava a quattro o cinque ducati per

rubbio; allora fissava egli stesso il prezzo del suo frumento, e sotto

pena di prigione proibiva a' fornaj di adoperare altro frumento che il

suo. Spesso con queste pratiche mancava tutto ad un tratto il pane ne'

suoi stati, ed in allora comperava a basso prezzo nel regno di Napoli il

frumento di peggiore qualità, ed obbligava ad adoperare quel solo. Più

d'una volta i suoi sudditi dovettero mangiare un pane nero, il di cui

cattivo odore attestava essere corrotto il grano ond'era formato, e si

attribuirono a questo cattivo alimento le pestilenziali malattie, che

durante il suo regno afflissero Roma quasi tutti gli anni[257].

[255] Raffaello da Volterra ne conservò la nota col prezzo, che

Raynaldo pubblicò dopo di lui. In tale occasione ardisce di

leggermente biasimare il papa. _Ann. Eccl. 1484, § 25, p. 336._

[256] _Diar. Rom. di Stefano Infessura, t. III, p. II, p. 1158._

[257] _Diar. Rom. di Stef. Infessura, t. III, p. II, p. 1183, 1184._

Frattanto Girolamo Riario era giunto a Venezia, ove fu ricevuto con

infiniti onori, ed inscritto nel libro d'oro della nobiltà

veneziana[258]. Veniva a proporre alla repubblica d'attaccare a spese

comuni un principe vicino, per dividerne in appresso le conquiste; e la

signoria era tanto più disposta ad entrare in questi ambiziosi progetti

in quanto che essendo il papa vecchissimo, poteva accadere che il suo

successore tenesse una diversa politica, e non si prendesse pensiero di

Girolamo Riario; mentre che la repubblica, forte nella sua immortalità,

poteva sperare di raccogliere un giorno sola tutti i frutti della guerra

fatta a spese comuni. La casa d'Este era quella che il papa proponevasi

di trattare nello stesso modo che aveva trattati gli Ordelaffi nel

precedente anno. I Veneziani avevano veduto con occhio di gelosia Ercole

d'Este sposare Leonora, figliuola del re Ferdinando. Vero è che questo

matrimonio non gli aveva impedito di portare le armi contro suo suocero

nella guerra di Firenze; ma appunto in tale circostanza erasi renduto

sospetto di segrete intelligenze coi nemici. Ferdinando, sempre

corrucciato contro Venezia, poteva trovare nelle fortezze di suo genero

dei punti d'appoggio per ispingere la guerra fino nel centro degli stati

di terra ferma della repubblica. Altronde questa aveva dilatato il suo

dominio fino ai confini del ducato di Milano; e per portarlo egualmente

fino a quelli della Toscana, doveva invadere gli stati del duca di

Ferrara; e perchè una parte di questi stati dipendeva dall'impero,

l'altra dalla Chiesa, i confederati convennero che la repubblica di

Venezia occuperebbe i primi, cioè Modena e Reggio, e cederebbe al Riario

i secondi, ossia il ducato di Ferrara[259].

[258] _Jac. Volaterr. Diar. Roman., p. 143. — Machiavelli Istor., l.

VIII, p. 414._

[259] _Petri Cyrnei Clerici Aleriensis de bello Ferrariensi, t. XXI,

p. 1193._ L'autore visse in Venezia in tutto il tempo di questa

guerra. — _Niccolò Machiavelli, l. VIII, p. 414. — Marin Sanuto Vite

dei Duchi, p. 1214. — M. A. Sabellico Dec. IV, l. I, f. 229. —

Bernardino Corio, p. VI, p. 1001._

I Veneziani cercavano cagioni di lite col duca di Ferrara, onde dare

principio alla guerra concertata col Riario e col papa. Avevano con lui

alcune controversie rispetto all'estensione de' loro confini, e,

facendosi giustizia da sè medesimi, avevano fabbricati tre ridotti sullo

stesso territorio del duca. Nominavano un giudice veneziano che

risiedeva in Ferrara col titolo di _Viadamo_ per fare giustizia a que'

sudditi veneziani che abitavano negli stati della casa d'Este. La

giurisdizione di questo _Viadamo_ aveva pure dato luogo a qualche

dissapore tra i due governi. Finalmente la repubblica, come sovrana

delle lagune, pretendeva avere diritto al monopolio del sale; non voleva

permettere agli abitanti di Ferrara nemmeno di raccogliere quello che il

mare deponeva sul loro territorio, e lagnavasi, come di un'infrazione

de' trattati, di tutto quanto praticava l'industria de' sudditi della

casa d'Este per approfittare delle loro paludi salse. Il duca di

Ferrara, conoscendosi debole, aveva offerto di dare al senato su tutti i

capi d'accusa pieno soddisfacimento. Nello stesso tempo aveva invocata

la protezione del papa, suo abituale signore, ignorando tuttavia che

doveva risguardarlo come suo capitale nemico.

Frattanto per quanti sforzi facesse Ercole d'Este per calmare i

Veneziani e riconciliarsi con loro, non potè impedire che il 3 maggio

del 1482 non gli fosse dichiarata la guerra a nome del doge Giovanni

Mocenigo e della repubblica di Venezia, come a nome di papa Sisto IV e

di Girolamo Riario, signore di Forlì e d'Imola. Si videro inoltre

entrare nella stessa lega Guglielmo, marchese di Monferrato, la

repubblica di Genova e Pietro Maria de' Rossi, conte di san Secondo,

nello stato di Parma. D'altra parte il re Ferdinando, il duca di Milano

ed i Fiorentini, dopo avere inutilmente tentato di sconsigliare Sisto IV

da così ingiusta guerra, richiamarono i loro ambasciatori, che partirono

da Roma il 14 di maggio. Dichiararono che difenderebbero il duca di

Ferrara, e ricevettero nella loro alleanza Federico, marchese di

Mantova, Giovanni Bentivoglio, capo della repubblica di Bologna, e la

casa Colonna, che ammise guarnigione napolitana ne' suoi feudi di Marino

e di Genazzano, posti presso alle porte di Roma[260].

[260] _Petri Cyrnei de bello Ferrar., p. 1195-1201. — Jac. Volaterr.

Diar. Rom., p. 171-172. — Diario Romano di Stefano Infessura, t.

III, p. II, p. 1149._

E per tal modo l'Italia si trovava divisa in due grandi leghe: la guerra

scoppiò in ogni luogo nello stesso tempo, e fu tanto più ruinosa per i

popoli, in quanto che la maggior parte de' più piccoli signori era stata

ammessa all'alleanza delle grandi potenze. Nello stato della Chiesa i

Colonna sortivano dalle loro terre murate per guastare tutte le vicine

campagne, e le stesse strade di Roma venivano spesse volte insanguinate

dalle zuffe. I Savelli si erano uniti ai Colonna, mentre che gli Orsini,

non ascoltando che l'antico loro odio per queste due case, avevano

abbracciata la causa del papa. A non molta distanza di là, i Fiorentini

avevano armata mano rimesso Niccolò Vitelli nella sua signoria di Città

di Castello, cacciandone Lorenzo Giustini, creatura del papa, che per

vendicarsi danneggiava le campagne. Finalmente il duca di Calabria, che

coll'armata napolitana aveva voluto soccorrere suo cognato, il duca di

Ferrara, era stato trattenuto nello stato di Roma dall'armata

pontificia, e contribuiva dal canto suo a ruinare il patrimonio di san

Pietro[261]. In Romagna, Giovanni Bentivoglio trovavasi coi Bolognesi

opposto a Girolamo Riario; Ibletto del Fieschi, sceso dalle montagne

della Liguria, guastava i confini del Milanese; e per ultimo Pietro

Maria de' Rossi, cui i Veneziani accordavano un annuo sussidio di venti

mila fiorini per turbare il governo di Milano nello stato di Parma,

portava la desolazione in tutto il vicinato de' suoi numerosi castelli.

Sostenne in Torre Chiara, Noceto, Berceto e Preda Balcia, ostinati

assedj, e quando il 10 settembre del 1482 morì a Torre Chiara in età di

ottant'anni, prese il suo posto suo figliuolo Guido de' Rossi, che

mostrò per la medesima causa la stessa ostinazione e lo stesso

valore[262].

[261] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 149. — Andrea Navagero Stor.

Venez., p. 1171. — Niccolò Machiavelli, l. VIII, p. 416. — Diar. di

Roma del notajo di Nantiporto, t. III, p. II, Rer. Ital., p. 1071._

[262] La guerra di Pietro Maria de' Rossi viene raccontata con una

fastidiosa minutezza ne' Giornali di Parma, composti da un

partigiano di questa casa (_Rer. Ital., t. XXII, p. 379-398_).

Questi giornali finiscono coll'anno 1482. Sono scritti in un barbaro

latino, pieni di dicerie popolari o di minutissime circostanze

intorno alla amministrazione della giustizia: ma fanno abbastanza

conoscere l'anarchia dei paesi governati a nome del duca di Milano,

i continui assassinj cui trovavansi esposti, e l'impossibilità in

cui si vedevano i cittadini di ottenere giustizia. Tutte queste

circostanze sfuggono alla storia, perchè non sono illustrate da

verun tratto grande, perchè niuna virtù, niun sentimento generoso

risveglia l'interesse in queste piccole città quando hanno perduta

la libertà; ma quando uno ha il coraggio di leggere da capo a fondo

uno di questi giornali, si persuade che il silenzio degli storici

intorno a questi popoli schiavi non prova nè la loro felicità, nè la

loro sicurezza. I Parmigiani erano soggetti di quest'epoca a tutte

le turbolenze della più faziosa repubblica, senz'essere compensati

da verun sentimento nobile e generoso, senza avere una volontà

propria, senza meritare che lo storico si fermasse a raccontare i

loro mali.

Ma la guerra principale trattavasi ai confini del Ferrarese. Questa per

la natura del paese presentava difficoltà che i soldati non sono troppo

accostumati a superare. Quasi tutta la campagna situata tra Ravenna,

Venezia e Ferrara, è tagliata da infiniti canali, o inondata da acque

stagnanti. Tutti i fiumi che scendono dal vasto anfiteatro formato dagli

Appennini e dalla lunga catena delle Alpi, si riuniscono all'estremità

del mare Adriatico. La ghiaja e la melma, che strascinano giù dalle

montagne, alzano il loro letto, ne otturano la foce, gli sforzano a

dividersi tra migliaja d'isolette ed a rovesciarsi all'ultimo in vaste

lagune, che mancano di bastante fondo per poterle attraversare colle

barche, e non pertanto hanno tropp'acqua perchè possano praticarsi dagli

uomini o dai cavalli. La strada di Bologna a Ferrara attraversa una

parte di questi stagni, ove l'occhio non trova limiti, sebbene altri

assai più considerabili stendansi al di sotto di Rovigo intorno a

Mesola, ad Adria, a Comacchio, piccole città, che come Venezia sorgono

di mezzo alle acque. Le isole formate dall'Adige, dal Po, dal Tartaro e

dagli altri fiumi che vi si riuniscono, chiamansi Polesini. Uno de' più

grandi e de' più fertili è quello di Rovigo, che viene bagnato

dall'Adige e dal Po, e tagliato da numerosi canali. La conquista di

questi Polesini, la conquista delle grosse terre poste in mezzo a questi

immensi stagni era una difficilissima intrapresa[263]. I Veneziani la

tentarono sotto la direzione di un generale cui avrebbesi piuttosto

creduto dover combattere per l'opposta lega.

[263] _M. A. Sabellico Dec. IV, l. I, f. 230-231._

Il generale cui affidarono il comando delle loro armate fu quello stesso

Roberto di Sanseverino, che meno di tre anni prima aveva con felice

ardimento posto Lodovico il Moro alla testa della reggenza di Milano.

Ossia che così grande servigio gl'ispirasse troppo grandi pretese, ossia

che il Moro trovasse pesante ogni riconoscenza, Roberto di Sanseverino

venne dichiarato ribelle con i suoi sette figli, tutti abili alle armi,

il 27 gennajo del 1482. Egli occupava in allora il castel nuovo di

Tortona, dal quale uscì con ottanta cavalieri e molta gente a piedi, e,

facendosi strada a traverso ad una piccola armata milanese che veniva ad

assediarlo, guadagnò le montagne di Genova, di dove si affrettò di

passare a Venezia per offrire i suoi servigj ad una repubblica che

faceva la guerra al suo ingrato amico[264].

[264] _Alberti de Ripalta Ann. Placent., t. XX, p. 964._

Il Sanseverino seppe in questa difficile campagna sostenere la sua

riputazione, sebbene la natura del terreno non gli permettesse nè rapide

marce, nè battaglie, nè luminosi fatti. Per attaccare i Polesini adoperò

a vicenda, a seconda del bisogno, i battelli e l'infanteria, ora formava

trincee con fascine a traverso ai laghi del Tartaro tra Legnago e

Rovigo, e così adoperando molti de' suoi capitani occuparono Mellaria,

Trecento e Brigantino[265]; ora faceva su per le foci del Po rimontare

piccole navi che non avevano bisogno di molto fondo, ed in tal modo

Damiano Moro prese Adria, che saccheggiò con estrema crudeltà, uccidendo

anche parte degli abitanti. I soldati della repubblica, lungo tempo

accostumati alla guerra contro i Turchi, recavano in Italia le feroci

abitudini che avevano contratte in Levante. Damiano Moro occupò ancora

Comacchio, prendendo d'assalto i tre ridotti che il duca di Ferrara

aveva innalzati sul Po alla Pelosella[266].

[265] _M. A. Sabellico Dec. IV, l. I, f. 231._

[266] _M. A. Sabellico Dec. IV. l. I, f. 232._

L'armata che la lega aveva mandata nel Ferrarese per difendere il duca

Ercole, era comandata da Federico di Montefeltro, duca di Urbino; ma

ossia che quest'illustre capitano fosse reso debole dall'età, oppure che

cedesse alla superiorità del Sanseverino, parve che durante tutta la

campagna rimanesse perdente. Del resto, sebbene numerose fossero le due

armate, non si fecero agire da ambe le parti che corpi staccati per

piccole spedizioni. Ogni corpo, separato da tutti gli altri da paludi o

da canali e da' fiumi, sui quali l'arte non sapeva ancora con facilità

gettar ponti, doveva dirigersi a norma delle proprie circostanze, e

senza seguire un piano generale.

In questa guerra il ferro nemico era meno formidabile che il clima

micidiale cui d'uopo era esporsi in mezzo ai pantani. Perciò spaventosa

fu la mortalità de' soldati, de' contadini adoperati ne' lavori, ed

ancora degli ufficiali di alto rango. I soli Veneziani perdettero tre

supremi generali, Pietro Trivisani, Loredano e Damiano Moro. Assicurasi

che le febbri pestilenziali avevano rapiti alle due armate più di venti

mila uomini[267].

[267] _M. A. Sabellico Dec. IV, l. I, f. 233._

Lo stesso duca Ercole cadde gravemente ammalato nel momento in cui

avrebbe avuto maggior bisogno di tutta la sua forza fisica e morale per

difendersi. Frattanto la di lui sposa Eleonora d'Arragona supplì col suo

coraggio a tutto quanto poteva operare il duca. Avrebbe voluto ravvivare

lo zelo de' suoi sudditi per la casa d'Este con tutti i mezzi che

potevano agire sull'immaginazione, e non trascurò nemmeno l'entusiasmo

religioso. Fece venire da Bologna un eremita, il quale co' suoi sermoni

incoraggiava il popolo a combattere come in una guerra sacra. Costui

predicò otto volte di seguito innanzi ad un'assemblea sempre più

numerosa; ma quando i Ferraresi cominciavano ad animarsi per i suoi

sermoni, dichiarò che si disponeva a creare una flotta di dodici

galeoni, che romperebbero l'armata veneziana occupata nell'assedio di

Figheruolo. Tutta la città udì con istupore questa promessa; egli solo

il buon eremita non dubitava d'avere il potere de' miracoli. Nel giorno

stabilito spiegò dall'alto del suo pulpito dodici bandiere coperte di

croci, sulle quali erano dipinti Gesù Cristo, la Vergine e quaranta

santi. Scese in allora in mezzo alla sua greggia, si fece portare

innanzi i suoi stendardi, ed uscì di città, accompagnato da tutto il

popolo. Tenne la destra riva del Po per giugnere al campo della

Stellata, di dove voleva indirizzare un sermone a Roberto di Sanseverino

accampato sull'opposta sponda. Durante tutto il cammino aveva sempre

cantate orazioni ed antifone alle quali rispondeva il popolo. Federico

d'Urbino, vedendo giugnere questa strana processione, si fece a ridere,

e conobbe che niuno utile partito poteva cavarsi da un uomo più d'ogni

altro acciecato dalla sua credula superstizione. «Mio padre, gli disse,

i Veneziani non sono invasi dal demonio; invece di esorcizzarli,

tornatevene a Ferrara, e dite a madama Eleonora, che per iscacciare i

suoi nemici abbiamo bisogno di danaro, d'artiglieria e di uomini, e non

di preghiere.» L'eremita tornò a Ferrara a capo chino colle sue

bandiere[268]. Frattanto Figheruolo fu preso il 29 giugno dopo cinquanta

giorni d'assedio[269]. Vennero ancora in mano de' nemici Lendenara e la

Badia, ed all'ultimo, il 17 agosto, anche Rovigo, capitale del Polesine

ed antico patrimonio della casa d'Este[270].

[268] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 1218._

[269] _Petri Cyrnei de bello Ferrar., p. 1202. — And. Navagero Stor.

Venez., p. 1174. — Alb. de Ripalta Ann. Placent., p. 966. — M. A.

Sabellico Dec. IV, l. I, f. 233._

[270] _Marin Sanuto, p. 1220._

Frattanto il duca di Calabria era entrato nello stato romano coll'armata

napolitana che voleva condurre a Ferrara. Il papa gli aveva da principio

opposto Girolamo Riario, nominato gonfaloniere della Chiesa; ma non si

fidando pienamente della capacità del nipote, aveva chiesto ai Veneziani

e da loro ottenuto Roberto Malatesta, che, venuto a portargli un

rinforzo di due mila quattrocento cavalli, prese il comando di tutta

l'armata. Il Malatesta godeva opinione di essere uno de' migliori

capitani del secolo, e costrinse il duca di Calabria ad accettare la

battaglia il 21 agosto a Campo Morto presso Velletri. Teneva nella sua

armata Gian-Giacomo Piccinino, figlio di quel Piccinino che Ferdinando

aveva con tutta perfidia fatto perire; lo chiamò alla testa delle sue

truppe: gli disse essere venuto il momento di vendicare la morte di suo

padre, ucciso a tradimento dal suo nemico; e gli affidò nello stesso

tempo il comando dell'ala destra, che doveva entrare per la prima in

battaglia contro i Napolitani. Il valore e lo sdegno del Piccinino e de'

soldati di suo padre, che aveva sotto le sue insegne, contribuirono

potentemente alla vittoria[271]. Fu per altro vivamente contrastata; si

pugnò da ambo le parti con un accanimento poco comune nelle guerre

d'Italia, e più di mille rimasero sul campo di battaglia,

ragguardevolissimo numero per piccole armate, e per combattenti coperti

di ferro. Finalmente i Napolitani furono rotti; il duca di Calabria fu

salvato dai Turchi che aveva presi al suo soldo ad Otranto, e che per

lui combattevano valorosamente; ma Roberto Malatesta gli fece moltissimi

prigionieri, tra i quali si trovarono trecento sessanta

gentiluomini[272]. Alcune compagnie di Turchi furono pure avviluppate e

deposero le armi; ma le riebbero poscia dallo stesso papa; e furono

impiegate a Roma per contenere il popolo in occasione di feste e di

ceremonie pubbliche; nè pare che siasi pur cercato di convertirle[273].

Dopo la vittoria di Campo Morto molti castelli dei Colonna, dove i

Napolitani avevano guarnigioni, furono ripresi dalla armata della

Chiesa; ma non fu permesso al Malatesta di approfittare lungo tempo de'

suoi vantaggi: richiamato a Roma, vi morì il 10 o l'11 di settembre,

meno di un mese dopo la sua vittoria, non senza violenti sospetti che

fosse stato avvelenato da Girolamo Riario. Questo conte e tutta la corte

di Roma non dissimularono la loro gioja per tale morte. Veruna

ricompensa, soleva dire il Riario, sarebbe bastata all'ambizione di

Roberto, e coloro cui aveva renduto così importante servigio avrebbero

dovuto sopportare il peso della sua arroganza. Per altro gli fu

innalzata in Roma una statua di bronzo col motto di Cesare per

iscrizione: _veni, vidi, vici_. Ma in pari tempo Girolamo Riario si

accostò a Rimini per togliere quella città alla casa Malatesta. Roberto,

che aveva quarant'anni quando morì, non aveva avuto prole da sua moglie,

figlia di Federico, duca d'Urbino. Lasciava soltanto un figliuolo

naturale, Pandolfo, che destinava suo successore, in conformità del

diritto di successione ammesso nella sua famiglia, ove l'eredità era

quasi sempre stata trasmessa di bastardo in bastardo. Morendo, confidò

questo figlio alla protezione di suo suocero, il duca d'Urbino, sebbene

questi comandasse l'armata nemica. Ma per una singolare fatalità il duca

d'Urbino moriva lo stesso giorno a Ferrara, raccomandando a suo genero

la difesa della sua famiglia, e l'amicizia di suo figliuolo Guid'Ubaldo,

nominato suo successore. La moglie di Roberto ricevette nello stesso

tempo a Rimini la notizia della morte del padre e del marito, e trovò

ne' Fiorentini, contro de' quali questo marito aveva ultimamente

combattuto, protezione contro la Chiesa per la quale Roberto aveva

trionfato[274].

[271] _Alb. de Ripalta Ann. Placent., l. XX, p. 967._

[272] _Diar. Rom. Steph. Infessurae, t. III, p. II, p. 1156_ (Questa

parte è in latino). _Diario di Roma del notajo di Nantiporto, t.

III, p. II, p. 1077. — Jac. Volaterr. Diar. Rom., p. 178. — Petri

Cyrnei de bello Ferrar., p. 1204. — And. Navagero, p. 1176. — Marin

Sanuto, p. 1222. — M. A. Sabellico Dec. IV, l. I, f. 234. — Scip.

Ammirato, l. XXV, p. 151. — Machiavelli, l. VIII, p. 417._

[273] _Diario del notajo di Nantiporto, p. 1078-1081._

[274] _Machiavelli, l. VIII, p. 419. — Scip. Ammirato, l. XXV, p.

152. — Jac. Volaterr. Diar. Rom., p. 179. — And. Navagero Stor.

Venez., p. 1177. — Stef. Infessura Diar. Rom., p. 1157. — Marin

Sanuto Vite, p. 1224. — Diario Rom. del notajo di Nantiporto, p.

1078. — Allegretto Allegretti Diari Sanesi, p. 811._

Tutto sembrava riuscire prosperamente alla lega del papa e de'

Veneziani, perciocchè mentre che il duca di Calabria era battuto a Campo

Morto, Roberto di Sanseverino aveva passato il Po presso Ferrara; aveva

fortificato il ponte gettato sul fiume, e si era impadronito del barco

che Borso d'Este aveva formato e circondato di mura in distanza di un

miglio dalla capitale. Questo ricinto, con amenissimi boschetti, con

canali e getti d'acqua, e riempito di bestie selvatiche, era stato

guastato dai nemici. Tra questo ed il ponte aveva il Sanseverino

innalzato un fortino i di cui bastioni e rivellini erano circondati di

fosse, di modo che gli assalitori erano protetti nelle loro scorrerie

fino alle porte della città da una fortezza[275]. I Fiorentini,

scoraggiati da così infelici avvenimenti, parevano disposti a ritirarsi

dalla lega: e Costanzo Sforza, ch'essi avevano chiamato per essere loro

generale, non aveva mai potuto ridursi ad uscire dalle mura di

Pesaro[276]. Ma mentre che i Veneziani vedevansi vicini a dividere le

loro conquiste, il papa aveva di già intavolato un segreto trattato con

Ferdinando, e mandatogli perciò il 14 d'ottobre a Napoli il cardinale di

san Pietro _ad vincula_. Pare che Sisto IV si fosse adombrato

dell'ingrandimento de' Veneziani ai confini dello stato della Chiesa,

che si avvedesse che la loro ambizione non rispetterebbe lungamente il

trattato di divisione, ed è probabile che Girolamo Riario avesse di già

provato dal canto loro qualche mortificazione. Per lo meno questi

mostrossi dispostissimo a distruggere l'opera fin allora promossa con

tanto ardore. Le due armate intesero con eguale sorpresa che il 28 di

novembre era stata conchiusa una tregua tra il papa e Ferdinando, cui

tenne dietro bentosto una pace sottoscritta il 12 di dicembre nella

stessa camera del papa. Questo trattato guarentiva lo stato del duca di

Ferrara, la restituzione di tutte le conquiste reciprocamente fatte, una

alleanza per vent'anni tra le parti contraenti, alleanza nella quale

sarebbero ammessi i medesimi Veneziani, purchè vi acconsentissero avanti

il termine di trenta giorni, e per ultimo un annuo sussidio di quaranta

mila ducati, da pagarsi in comune a Girolamo Riario a titolo di soldo.

Le differenze tra i Fiorentini ed il papa venivano poste in arbitrio

degli ambasciatori di Spagna[277].

[275] _M. A. Sabellico Dec. IV, l. I, f. 235._

[276] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 153._

[277] _Jac. Volaterr. Diar. Rom., p. 181. — Diar. di Roma del notajo

di Nantiporto, t. III, p. II, p. 1080. — Machiavelli, l. VIII, p.

420. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1225._

Nella conchiusione delle condizioni di questa nuova alleanza, Sisto IV

mostrò lo stesso calore che aveva mostrato nella precedente. Scrisse

subito al doge di Venezia per intimargli di accettare la pacificazione

d'Italia, di restituire le conquiste, e di astenersi dal tormentare più

oltre la città di Ferrara, dipendente dall'alto dominio della santa

sede, la quale Sisto prendeva sotto la speciale sua protezione[278].

Scrisse in pari tempo al duca di Ferrara per accertarlo della sincerità

della sua riconciliazione, ai Ferraresi per esortarli ad una vigorosa

difesa, ai Bolognesi ed a Giovanni Bentivoglio per incoraggiarli a

sostenere la casa d'Este[279]. Prima che potesse aver avuto riscontro

dal senato di Venezia, permise al duca di Calabria di attraversare il

territorio della Chiesa per passare a Ferrara, e lasciò che Virginio

Orsini ed altri capitani dell'armata della Chiesa, che partirono da Roma

il 30 dicembre, entrassero al di lui servigio[280]. Finalmente il 10

gennajo del 1483 addirizzò all'imperatore ed a tutti i principi d'Europa

una specie di manifesto contro i Veneziani, accusandoli di colpevole

ostinazione nel continuare la guerra, promettendo di punirli con tutte

le pene ecclesiastiche di sua facoltà, come infatti il 10 giugno

seguente fulminò la scomunica contro i capi della repubblica, ed

interdisse tutto il territorio[281].

[278] _Epist. Pontificis apud Petrum Cyrnaeum de bello Ferrar., p.

1209, 1210. — And. Navagero Stor. Venez., p. 1179._

[279] _Ann. Eccl. Rayn. 1482, § 17, 18, p. 309._

[280] _Steph. Infess. Diar. Rom., p. 1157. _

[281] _Bulla excomun. ap. Rayn. 1483, § 8-16, p. 319._

La maraviglia de' Veneziani non fu minore della loro indignazione,

vedendo dal papa punita come un delitto la guerra cui erano stati da lui

medesimo incoraggiati, e ch'egli aveva con loro fin all'ultimo

sostenuta. Richiamarono da Roma il loro ambasciatore, Francesco Diedo, e

si apparecchiarono a far testa anche soli a tutta l'Italia[282].

[282] _And. Nav., p. 1180. — Marin Sanuto, p. 1227. — M. A.

Sabellico Dec. IV, l. II, f. 236._

L'ultimo giorno di febbrajo erasi adunato in Cremona un congresso de'

nemici di Venezia sotto la presidenza di Francesco Gonzaga, signore di

Mantova e legato del papa. Trovaronsi colà il duca di Calabria, il duca

di Ferrara, Lodovico Sforza il Moro, reggente di Milano, con due dei

suoi fratelli, Lorenzo de' Medici, Giovanni Bentivoglio, il marchese di

Mantova, Gian Jacopo Trivulzio e molti altri capitani di minor

conto[283]. Erasi proposto d'invadere nello stesso tempo i dominj della

repubblica dalla banda del Milanese, del Mantovano e della Romagna. Ma

di quei tempi era, per così dire, ammesso nel diritto pubblico di poter

fare la guerra per conto de' suoi alleati, senza prendervi parte in nome

proprio; e nè il duca di Milano, nè il marchese di Mantova vollero tra i

primi dichiararsi direttamente nemici dei Veneziani, di modo che la

dieta si sciolse senza aver niente conchiuso. Questa riserva per altro

non impedì che la guerra si stendesse ancora ai confini che si erano

voluto preservare. Roberto di Sanseverino entrò nel Milanese il 12 di

luglio, sperando di ravvivare lo zelo de' partigiani della duchessa

Bona. Lodovico il Moro fece a vicenda guastare i territori di Bergamo e

di Brescia; ma nè l'una, nè l'altra spedizione ebbero importanti

risultamenti[284].

[283] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 155. — Alb. de Ripalta Ann.

Placent., t. XX, p. 970. — Bern. Corio Stor. Milan., p. VI, p.

1004._

[284] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1184. — Petri Cyrnei de bello

Ferrar., t. XXI, p. 1213. — M. A. Sabellico Dec. IV. l. II, f. 257._

Questa guerra, cui vedevansi prender parte le prime potenze d'Italia,

era da ambidue le parti così mollemente trattata, e con una tale viltà,

che forma un sorprendente contrapposto colle guerre che i Francesi

dovevano tra poco portare in Italia. Non ebbero luogo nè battaglie

generali, nè assedj di città; attaccavansi soltanto deboli castelli, ed

accadeva qualche leggiere scaramuccia tra piccoli corpi. Le due armate

chiudevansi ne' loro trinceramenti poco distanti gli uni dagli altri, si

minacciavano senza mai venire alle mani, e si assoggettavano nel proprio

campo alla mortalità, inevitabile conseguenza del clima mal sano delle

foci del Po, senza esporsi ad onorata morte in battaglia. Il popolo di

Ferrara, oppresso dagli alloggi de' soldati, dalle contribuzioni, dai

saccheggi, omai più non si mostrava disposto a nuovi sagrificj per la

casa d'Este, sebbene niuna cosa annunciasse il fine d'una guerra che non

era illustrata da verun fatto glorioso. Il duca di Calabria aveva

saccheggiato il territorio di Brescia, ed i Milanesi quello di Bergamo;

il marchese di Mantova aveva presa Asola, castello sul fiume Chiesa che

un tempo appartenne ai suoi antenati. Nello stato di Parma, i Rossi, più

non potendo resistere alle superiori forze mandate contro di loro, si

erano ritirati verso le montagne di Genova: di là erano passati a

Venezia, e quel senato, per indennizzarli dei feudi che avevano perduto,

aveva loro assegnato un grosso soldo. Ma questi piccoli vantaggi della

lega, che prendeva il titolo di santa perchè aveva alla testa il papa,

non arrecavano sollievo al duca di Ferrara. Il nemico stava

costantemente accampato alle porte della sua capitale, ed i suoi sudditi

erano stati due anni consecutivi privati di ogni raccolto. Per altro il

Sanseverino non aveva mai osato di aprire le sue batterie contro le mura

della città; come il duca di Calabria, con un'armata più forte, non

aveva saputo, nè costringere i Veneziani ad una battaglia per far loro

levare l'assedio, nè attaccare il ridotto innalzato tra il parco ed il

fiume. Mancavano in allora all'arte della guerra i mezzi di giugnere ad

operazioni decisive; non si attaccavano che i luoghi non difesi, e non

sapevasi sforzare il nemico a venire a battaglia, nè aprire le mura di

una piazza in cui si chiudeva[285].

[285] _M. A. Sabellico Dec. IV, l. II, f. 239._

In Toscana trattavasi la guerra ancora più mollemente e più vilmente. I

Fiorentini non avevano verun altro nemico che Agostino Fregoso, nuovo

signore di Sarzana, che i Genovesi stessi non ajutavano scopertamente.

Ragguardevole era l'armata destinata contro di lui, e tale da poter

prendere Sarzana dopo un breve assedio; pure non lo intraprese, e si

limitò a meschine scaramucce[286]. I Sienesi si erano alleati ai

Fiorentini, e non avevano altri nemici che i loro emigrati, i quali si

erano chiusi in Monte Reggioni, ove tentarono invano di forzarli[287].

Sarebbesi detto che i soldati altro mezzo più non conoscevano per

entrare in una piazza che quello di aspettare pazientemente l'istante in

cui piacerebbe al nemico di uscirne.

[286] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 156._

[287] _Scip. Ammirato, l. XXV, p. 157. — Allegretto Allegretti Diari

Sanesi, p. 812._

Cotale maniera di guerreggiare dovette parere assai strana a Renato II,

duca di Lorena, che i Veneziani chiamarono quest'anno in Italia per

prendere il comando della loro armata. Il loro trattato con questo

pretendente al regno di Napoli, ch'essi volevano contrapporre a

Ferdinando, fu stipulato il 30 aprile, o secondo altri il 9 maggio del

1483. Renato obbligavasi di condurre mille cinquecento cavalli, e mille

pedoni, e gli era stato promesso il soldo di diciassette ducati e mezzo

al mese per ogni lancia, formata secondo l'uso francese di sei uomini a

cavallo. Vi si era aggiunta una gratificazione di dieci mila ducati

all'anno _per la tavola_ del principe[288]. Rinaldo non arrivò a Venezia

che assai tardi e con molta difficoltà. Il papa, informato della sua

venuta, aveva minacciata la scomunica a tutti i principi della Germania

che gli accorderebbero il passaggio, onde il Lorenese fu costretto di

entrare lungo la strada in varj negoziati, e di abbandonare spesse volte

la via più breve. Era da poco giunto nel campo veneziano, ed appena

aveva avuto il tempo di studiare questo sistema di guerreggiare, tanto

diverso dal suo, quando ebbe notizia della morte di Lodovico XI re di

Francia, accaduta il 30 agosto del 1483. Siccome questo monarca aveva

cercato di togliergli la successione della casa d'Angiò, ordinando

ingiusti testamenti al suo avo ed al suo prozio, Renato tornò subito ne'

suoi stati, per tentar di ricuperare, durante la minorità di Carlo VIII,

ciò che gli aveva fatto perdere la politica di Lodovico XI[289].

[288] _Marin Sanuto, t. XXII, p. 1226. — And. Navagero Stor.

Venez., p. 1182. — Petri Cyrnæi de bello Ferrar., p. 1213. — M. A.

Sabellico Dec. IV, l. II, f. 236._

[289] _And. Navagero, p. 1185. — M. A. Sabellico Dec. IV, l. II, f.

237._

Un'altra guerra sostenevasi con maggior vigore dalla repubblica di

Venezia, ed era quella che facevagli il papa coi fulmini della Chiesa.

Sisto IV aveva pubblicato il 24 maggio, giorno della Pentecoste, una

bolla contro Venezia, per la quale ordinava a tutti i religiosi di

uscire tre dì dopo da questa città scomunicata. Il consiglio dei dieci,

avutone avviso, fece tenere d'occhio tutti coloro che giugnevano da

Roma, per sorprendere questa bolla nelle loro mani. Pose sotto la

responsabilità de' parrochi tutte le carte che potrebbero trovarsi alle

porte delle loro chiese, ed ordinò al patriarca ed a tutti gli

ecclesiastici veneziani di mandare, senza aprirle, agl'inquisitori di

stato qualunque bolla fosse loro diretta dalla santa sede. Quest'ordine

fu scrupolosamente eseguito, e la scomunica non dissuggellata fu mandata

al consiglio dei dieci dal patriarca, senza che verun Veneziano ne

avesse contezza[290]. Il consiglio ordinò a tutti i cardinali e prelati

dipendenti dalla signoria, sotto pena di confisca de' loro beneficj, di

adunarsi a Venezia il 15 di luglio in concilio provinciale. Nello stesso

tempo mandò a Girolamo Lando, patriarca titolare di Costantinopoli, un

appello al futuro concilio della sentenza di scomunica. Il patriarca,

ammettendo l'appello, sospese l'interdetto, e mandò allo stesso papa una

citazione al futuro concilio. Si trovarono persone abbastanza coraggiose

per affiggere questa citazione sul ponte sant'Angelo, ed alle porte del

Vaticano e della Rotonda. Per altro quest'ardimento costò la vita alle

guardie notturne, che il papa fece appiccare per avere mancato di

vigilanza[291]. Tutti i preti veneziani, che si trovavano a Roma, furono

chiamati, sotto comminatoria di perdere i loro beneficj; ed il papa

oppose a quest'ordine un editto, in forza del quale i prelati ed i preti

che abbandonassero Roma, potrebbero essere venduti come schiavi[292].

[290] _And. Navagero, p. 1183. — M. A. Sabellico Dec. IV, l. II, f.

237._

[291] _And. Navagero, p. 1184._

[292] _Ivi._

Questa violenta lotta col capo della Chiesa non recava verun biasimo ai

Veneziani, perciocchè l'impetuoso carattere di Sisto IV, le sue

ingiustizie, la sua cieca tenerezza per Girolamo Riario, che tutta

l'Italia risguardava per suo figliuolo, e figliuolo nato da un incesto,

avevano distrutto ogni rispetto dei popoli per la tiara. Qualunque

genere di scandalo infamava la sua condotta; vedevasi sempre circondato

da giovani favoriti, che altro merito non avevano che quello

dell'avvenenza, ed a cui egli prodigava i tesori della Chiesa. Questo

stesso anno, il 19 novembre 1483, offese tutto il sacro collegio,

accordando il vescovado di Parma ed il cappello cardinalizio ad un

giovanetto che non giugneva ai vent'anni, e che, uscito di bassa

condizione, era prima stato paggio del conte Girolamo, in appresso

cameriere del cardinale di san Vitale. Sisto IV, sorpreso dalla sua

bellezza, lo volle per suo prelato di camera, accumulò sopra di lui i

più ricchi beneficj, lo creò castellano di Sant'Angelo, ed all'ultimo

gli conferì la porpora. Pure si trovò che questo Giacomo di Parma era un

giovane di buon carattere, ed assai costumato, e che altro difetto non

aveva che di essere sommamente ignorante[293].

[293] _Stef. Infessura Diario Rom., p. 1158. — Jac. Volaterr., Diar.

Roman., p. 191. — Raphael Volaterr. apud Rayn. 1484, § 24, p. 336._

Nel 1484 i guasti della guerra si estesero sopra nuove province: i

Veneziani vollero farne sentire il peso a Ferdinando, che nulla fin

allora aveva sofferto, armarono una flotta di trent'una galere, di cui

diedero il comando a Giacomo Marcello, e la mandarono nel golfo di

Taranto, ove attaccò Gallipoli. Questo ammiraglio fu ucciso verso la

fine di maggio in un assalto che diede alla piazza, la quale capitolò lo

stesso giorno col di lui successore, Domenico Malipieri. Questi

diligentemente fortificò la nuova conquista, soggiogò in appresso le

piccole città ed i castelli del vicinato, ed in giugno occupò inoltre

Policastro e Cero nella Calabria. I suoi soldati, accostumati alla

guerra dei Turchi, trattavano con orribile barbarie i paesi che

saccheggiavano, e non pertanto davano infinita pena a Ferdinando, il

quale conosceva il malcontento de' suoi baroni, e sempre temeva di

vederli uniti agli stranieri per sottrarsi alla sua autorità[294].

[294] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1188. — Petri Cyrnæi de bello

Ferrariensi, p. 1217. — Ann. Placent., p. 975. — M. A. Sabellico

Dec. IV, l. II, f. 240._

Nello stesso tempo facevasi la guerra nello stato di Roma con estremo

furore. Da un canto Niccolò Vitelli, abbandonato dai Fiorentini, era

stato cacciato da Città di Castello, e rimesso in suo luogo Lorenzo

Giustini; dall'altro canto Sisto IV e Girolamo Riario avevano

perseguitati i Colonna con un accanimento non appoggiato a verun motivo

politico. Il Riario rifiutò tutte le offerte di accomodamento fattegli

da que' potenti signori; e quando gli proposero di porre in mano del

papa tutte le loro fortezze, il Riario ripose, che non voleva entrarvi

che per una breccia che avrebbe aperta col suo cannone. Alcuni scrittori

di un'epoca posteriore supposero questa guerra cagionata dal possesso

del contado di Tagliacozzo, che la casa Orsini riclamava dalla casa

Colonna[295]; ma di ciò non trovasi cenno nelle memorie di quel tempo, e

tutto fa travedere nella condotta del Riario un personale risentimento.

Durante la state la metà de' palazzi di Roma vennero lordati da

frequenti assassinj; il papa fece bruciare molte contrade per essergli

sospetti alcuni de' loro abitanti. Il palazzo del protonotaro, Luigi

Colonna, e quello del cardinale della stessa famiglia, furono per suo

ordine inceneriti. Il protonotaro, arrestato nel primo, non erasi arreso

che sulla fede di Virginio Orsini; e Virginio, conducendolo in prigione,

potè a stento impedire a Girolamo Riario che non l'uccidesse. Niuna

confessione poteva da lui esigersi, perciocchè tutta la sua condotta era

palese; pure il papa ordinò che si assoggettasse alla tortura, soltanto

per rendere il suo supplicio più crudele; e questa tortura fu talmente

atroce, che quando ne fu staccato, si trovò moribondo, e gli fu tagliata

la testa. Intanto la Cava, Marino e gli altri feudi di casa Colonna

furono conquistati da Girolamo Riario[296].

[295] _Jo. Mich. Bruti, l. VIII. — Rayn. Ann. Eccl. 1484, § 14, p.

354._

[296] Stef. Infessura descrive circostanziatamente questa guerra,

_p. 1158-1182_: può ancora vedersi _Jac. Volaterr. Diar. Rom., p.

196-198. — Diario di Roma del notajo di Nantiporto, p. 1086-1087._

In Lombardia la guerra non faceva verun progresso; la lega, avendo assai

più cavalleria che non i nemici, ne approfittava per guastare i

territorj di Bergamo, di Brescia e di Verona, fino alle porte di queste

tre città[297]. Ma non pareva che tali operazioni potessero giovare alla

liberazione del duca di Ferrara, e questi, spossato dal soggiorno nel

suo stato di tante armate, bramava la pace a qualunque condizione. La

lega, che si era formata senza sufficienti motivi, trovavasi divisa da

mille diversi interessi, ed era facile il prevederne il prossimo

scioglimento. Il papa in tutte le sue guerre non aveva altra mira che

l'ingrandimento di Girolamo Riario; meditava allora nuovi progetti sulla

Romagna, e voleva assicurare al prediletto suo figlio l'eredità di

Roberto Malatesta, e quella di Costanzo Sforza, morti l'uno e l'altro al

suo servigio. Il secondo era stato rapito da una malattia il 17 luglio

del 1483, e suo figlio Giovanni, erede del principato di Pesaro, era

tuttavia fanciullo[298]. Ma questo possedimento non poteva essere

assicurato al Riario che dal consentimento de' Veneziani e de'

Fiorentini; e Sisto IV, che lo sentiva, entrò con loro in segrete

negoziazioni, per fare una pace a sè solo vantaggiosa.

[297] _Niccolò Machiavelli, l. VIII, p. 423. — Petri Cyrnæi de bello

Ferrar., p. 1214-1215. — Marin Sanuto, p. 1229._

[298] _Jacobi Volaterr. Diar. Rom., t. XXIII, p. 188._

Dall'altro canto il duca di Calabria aveva potuto vedere chiaramente,

dopo che la guerra di Ferrara lo aveva chiamato in Lombardia, che

Giovanni Galeazzo Sforza, duca di Milano, cui da lungo tempo era stata

promessa in matrimonio la sua figlia, non aveva veruna parte nel governo

del proprio ducato, sebbene non gli mancasse l'età, mentre che

l'ambizioso Lodovico il Moro, zio di questo duca, si arrogava solo tutta

l'autorità. Alfonso ne aveva con qualche vivacità manifestato il proprio

malcontento allo stesso Moro, il quale, avendo perciò concepito una

segreta diffidenza verso il suo alleato, cercava di ravvicinarsi ai

Veneziani[299]. D'altra parte i Fiorentini, che da lunga tempo

contribuivano alla guerra, non potevano sperarne vantaggio, e non vi

avevano verun reale interesse. Mentre si esaurivano di gente e di danaro

per mantenere una lontana armata, si acconsentiva che fossero oppressi

dalle truppe che occupavano Sarzana, non permettendosi loro di

richiamare in Toscana il conte di Pitigliano, quello dei loro capitani

in cui più fidavano, e venivano in ogni cosa sagrificati ai loro

alleati. Per tal modo più non restava tra i coalizzati un interesse

comune, e tutti erano disposti a separarsi gli uni dagli altri. Teneva

tuttavia unita questa lega il marchese Federico di Mantova per la

considerazione che gli dava la sua età ed i suoi talenti; ma questi morì

il 15 di luglio, ed il maggiore de' suoi figli, Giovanni Francesco II,

che gli successe, non aveva che diciott'anni[300].

[299] _Nicc. Machiavelli, l. VIII, p. 423._

[300] _Marin Sanuto, p. 1231._ Una delle sue figliuole era maritata

con Guid'Ubaldo, duca di Urbino, l'altra col conte di Gorizia.

I Veneziani, sebbene più deboli dei loro alleati, avevano il vantaggio

grandissimo di far muovere a voglia loro tutte le proprie forze; inoltre

avevano l'altro di avere alla testa delle loro armate Roberto di

Sanseverino, che si dava a conoscere non meno esperto politico, che

valoroso generale. Roberto, abbandonando le negoziazioni intavolate col

conte Riario, s'accostò a Lodovico il Moro, che risguardava come assai

più potente[301]. Le sue relazioni col Moro cagionarono da principio non

leggiere sospetto alla signoria, onde il doge propose al consiglio dei

dieci di far arrestare il Sanseverino. Ma bentosto questo generale diede

a vedere d'aver saputo ben conoscere i veri interessi della repubblica

ed i proprj. Un'assemblea, tenutasi a Bagnolo il 7 agosto, conobbe gli

articoli ch'egli aveva convenuti con Lodovico il Moro, e gli accettò lo

stesso giorno. Invano il legato del papa e Girolamo Riario vollero

intorbidare la negoziazione, perchè non conteneva a favore del figlio di

Sisto IV veruno de' vantaggi che gli erano stati precedentemente

promessi; invano dichiararono, che la signoria, dopo avere separatamente

offesi tutti i confederati, l'aveva finalmente presa contro lo stesso

Dio, allorchè aveva sprezzate le ammonizioni e gl'interdetti del papa e

confiscati i beneficj ecclesiastici. Con tale condotta, soggiugnevano,

erasi renduta per sempre indegna di ottenere la pace[302]. Gli altri

confederati non vollero più oltre continuare le ostilità, da cui non

isperavano verun vantaggio, e, malgrado gli ottenuti successi,

acconsentirono che i Veneziani guadagnassero assai più colla pace, che

non avrebbero potuto perdere continuando la guerra.

[301] _And. Navagero, p. 1189._

[302] _And. Navagero, p. 1190._

In forza del trattato di Bagnolo il duca Ercole d'Este fu obbligato a

ristabilire la repubblica di Venezia in tutte le prerogative che aveva

precedentemente esercitate in Ferrara e nel suo distretto, ed a cederle

il Polesine e tutto il territorio di Rovigo. Le altre conquiste che i

Veneziani avevano fatte nel territorio del duca di Ferrara dovevano

essergli rendute entro dodici giorni dopo la soscrizione della pace. Dal

canto loro il duca di Milano ed il marchese di Mantova dovevano rendere

ai Veneziani tutte le terre da loro occupate ne' dominj della

repubblica. Le città che i Veneziani tenevano nel regno di Napoli

dovevano essere riconsegnate a Ferdinando entro un mese, e questi in

compenso doveva render loro tutti i privilegj mercantili di cui godevano

ne' suoi stati. Tutte le parti contraenti obbligavansi in ultimo a

prendere parte in una lega comune per difesa de' loro rispettivi stati,

Roberto di Sanseverino era dichiarato capitano generale di questa lega;

per tale titolo doveva ricevere un soldo di cento quaranta mila ducati,

de' quali cinquanta mila dovevano pagarsi dal duca di Milano,

altrettanti dalla repubblica di Venezia, e gli altri quaranta mila dal

papa, dal re di Napoli, dai Fiorentini e dal duca di Ferrara[303].

[303] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1190. — Marin Sanuto Vite dei

Duchi di Venezia, p. 1232. — M. A. Sabellico Dec. IV, l. II, f. 241.

— Diar. Rom. di Stef. Infessura, t. III, p. II, p. 1180. — Bernard.

Corio Ist. Milan., p. VI, p. 1014._

I più deboli potentati d'Italia trovaronsi da questo trattato

sagrificati ai più forti: il duca di Ferrara doveva rinunciare alle

province che formavano l'antico patrimonio della famiglia d'Este, e

sulle quali i Veneziani mai non avevano avuto alcun titolo; onde non

senza estrema ripugnanza si assoggettò a così dura condizione[304]. I

Rossi, conti di san Secondo, nello stato di Parma, che i Veneziani

avevano consigliati a prendere le armi contro il duca di Milano, si

trovarono spogliati di tutti i loro feudi. Il marchese di Mantova non

aveva preso parte alla lega che per ricuperare Asola e gli altri

castelli che gli erano stati tolti dai Veneziani; ma dopo essersene

impadronito, era forzato a restituirli[305]. Nè in questo trattato di

pace i Fiorentini erano meglio trattati di quel che lo fossero stati

durante la guerra. Nulla veniva stipulato a loro favore, e nè pure la

restituzione di Sarzana. Non pertanto il più scontento di tutti era il

papa; aveva lungamente sperato d'arricchire il figliuolo o colle spoglie

del duca di Ferrara, o con quelle dei Veneziani; si era in ultimo

ridotto a fargli assicurare i piccoli principati della Romagna, che

punto non dubitava che non venissero sagrificati alla sua ambizione;

sperava in particolare che Girolamo Riario ottenesse il rango che si era

fatto dare il Sanseverino, di generale della lega; e questo rango e

questo soldo dovevano indenizzarlo delle pretese cui era forzato di

rinunciare.

[304] _Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 277._

[305] _De bello Ferrariensi, t. XXI, p. 1218._ — Questo piccolo

libro di un prete corso affatto divoto del duca di Ferrara, sebbene

durante la guerra sia sempre vissuto in Venezia, contiene molte

circostanze relative alla prima campagna; è più breve intorno alla

seconda, ed affatto incompleto rispetto alla terza. Termina alla

pace.

Finiscono pure alla pace di Bagnolo del 7 agosto 1484 gli Annali di

Piacenza, composti da Antonio e da suo figlio Alberto di Ripalta.

Questi due uomini avevano parte nel governo municipale, ma di una

città suddita, ove verun sentimento gli affezionava piuttosto ad un

partito che ad un altro; onde tutti i loro elogj sono sempre pel

vincitore, e la declamazione o la pedanteria vi si trovano invece

d'ogni nobile ed elevato sentimento. Pare che i due Ripalta avessero

nel loro paese opinione di buoni retori; lo che non ci dà una

vantaggiosa idea dello stato delle lettere in Piacenza. Gli Annali

di Antonio vanno dal 1401 al 1463, in cui morì. Alberto proseguì da

quest'epoca fino al 1484. Questi Annali trovansi nel _t. XX Rer.

Ital., p. 839-978._

La notizia di una pace, che tanto male corrispondeva ai suoi ambiziosi

progetti, fa un colpo di fulmine per questo turbolento pontefice. Da

qualche tempo era tormentato dai dolori della gotta, che poi lo presero

al petto. Gli ambasciatori, che portavano le condizioni della pace di

Bagnolo, vennero introdotti all'udienza del pontefice la sera di

mercoledì 12 agosto. Dopo aver udita la lettura del trattato, si dolse

che le condizioni erano meno vantaggiose di quelle che gli erano state

offerte dai nemici. «Questa, che voi mi annunciate, disse loro, è una

pace di vergogna e d'ignominia, piena di confusione e di obbrobrio, e

che coll'andar del tempo sarà più cagione di male che di bene. Io non

posso, miei figli, nè approvarla, ne benedirla[306].» Gli ambasciatori

accorgendosi, che il vecchio, afflitto da questa notizia, andava

perdendo le forze, che oppresso dall'angoscia pareva aver la lingua

imbarazzata, gli dissero che speravano di trovare altra volta sua

santità più tranquilla, ma che intanto lo pregavano di benedire una pace

che più non poteva mutarsi. Il papa, svolgendo allora a stento la sua

mano gottosa dalla fascia che la sosteneva, fece un movimento che gli

uni presero per un rifiuto, gli altri per una benedizione degli

ambasciatori o della pace medesima. Ma egli più non parlò, e morì nella

susseguente notte del giovedì 13 agosto, poco dopo la mezza notte; mal

soffrendo di lasciare in pace quell'Italia, che in tempo del suo regno

aveva costantemente tenuta in guerra[307].

[306] _Jacobi Volaterrani Diar. Rom., p. 199._ Questo Giornale

termina colla vita di Sisto IV. L'autore, ch'era scrivano

apostolico, ci somministra frequentemente curiose particolarità

intorno alle cerimonie religiose, alla corte, ed ancora ai sermoni

dei cardinali, dei quali ci dà quasi sempre una breve analisi. Era

affezionato a Sisto IV, e gli si mostra generalmente parziale; pure

non fu abbastanza destro per palliare i vizj del suo padrone. Questo

Giornale è stampato nel _t. XXIII Rer. Ital., p. 87-200._

[307] _Diar. Rom. Jacobi Volaterrani, p. 200. — Diario del Notajo di

Nantiporto, p. 1088. — Diario di Stefano Infessura, p. 1182. — Rayn.

Ann. Eccl. 1484, § 18-21, p. 335. — Ann. Bonon. Fr. Hieron. de

Bursellis, t. XXIII, p. 904. — Machiavelli Istor. Fior., l. VIII, p.

427. — Scipione Ammirato, l. XXV, p. 162. — Marin Sanuto Vite dei

Duchi, p. 1234_.

Questo papa che quasi costantemente tenne l'Italia in guerra amava

egli stesso i sanguinosi spettacoli: onde negli ultimi mesi della

sua vita ebbe due volte avviso che alcuni soldati della sua guardia

a piedi erano convenuti di battersi a steccato chiuso per qualche

contesa accaduta tra di loro, e che perciò avevano scelto un luogo

rimoto fuori di Roma. Fece loro sapere che voleva essere testimonio

del loro duello, onde si battessero presso la scala del suo palazzo

nella piazza di san Pietro, e che non cominciassero avanti ch'egli

ne dasse loro il segno dalla finestra. Si affacciò infatti alla

finestra all'ora destinata, e quando vide che i combattenti erano

apparecchiati, stese la destra, diede loro la benedizione, fece il

segno della santa croce e gl'invitò a cominciare. Nel primo e più

lungo di questi duelli uno de' combattenti fu ucciso in sul luogo

dopo aver date e ricevute molte ferite; nel secondo i combattenti

furono ambidue feriti così gravemente che non poterono continuare

fino alla morte di uno di loro, e si dovette portarli fuori dello

steccato. Il papa, dice il giornalista romano, prese molto gusto in

questo spettacolo, e mostrò desiderio di vederne degli altri.

_Stefano Infessura Diar. Rom., t. III, p. II, Rer. Ital., p. 1184._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16) · 第 7 / 14 题