_La Regina Catarina Cornaro abbandona l'isola di Cipro ai
Veneziani. — Zizim a Roma. — Apparente tranquillità di tutta
l'Italia. — Stato dell'Europa, e pronostici di nuove burrasche.
— Morte di Lorenzo de' Medici e di Innocenzo VIII_.
1488 = 1492.
La repubblica di Venezia non aveva voluto immischiarsi nelle piccole
guerre che agitarono l'Italia nel corso del precedente periodo.
Innocenzo VIII si era mostrato difficile ad assolverla dalle censure
così ingiustamente contro di lei pronunciate da Sisto IV; aveva voluto
imporle onerose condizioni, obbligarla a non prendere parte nelle
presentazioni de' beneficj, e vietarle di percepire verun imposta dagli
ecclesiastici[391]. Vero è che Innocenzo VIII rinunciò in appresso a
così fatte pretese, quando volle trarre la repubblica nella guerra di
Napoli; ma i Veneziani, posti in guardia da una precedente esperienza
del poco fondamento che potevano fare sull'alleanza di Roma, non vollero
dare ajuto ai nemici di Ferdinando, qualunque si fosse l'odio che contro
di lui conservassero per la guerra di Ferrara. Essi continuarono a
mantenere contro il papa l'indipendenza delle loro prerogative
ecclesiastiche. Il vescovado di Padova, cui volevano traslocare il
vescovo di Belluno, essendo stato dalla corte di Roma dato nel 1485 al
cardinale di Verona, non solo rifiutarono il possesso della nuova sede
al candidato pontificio, ma lo costrinsero a rinunciarvi
coll'apprensione delle altre sue entrate[392]. Avendo il loro
ambasciatore a Roma, Ermolao Barbaro, ottenuto da Innocenzo VIII il
patriarcato d'Aquilea, il consiglio dei dieci mostrò ancora un maggiore
malcontento per essersi fatta così importante nomina senza il suo
parere. Nè la riputazione del nuovo patriarca, il primo letterato di
Venezia e forse dell'Italia, nè la distinta carica che suo padre aveva
nello stato, sottrassero l'uno e l'altro a severissime ammonizioni, ed a
una umiliazione, che fu poco dopo cagione della loro morte[393].
Finalmente in tempo della guerra di Napoli i Veneziani non
acconsentirono che il papa riscuotesse decime sul loro clero, e si
opposero colla stessa fermezza ad ogni usurpazione de' loro diritti.
[391] _And. Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p. 1192._
[392] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1193._
[393] _P. Bembi Rer. Venet. Histor., l. I, p. 16. In Thesaur. Antiq.
Ital., t. V, p. I._
Questa guerra di Napoli, che durò pochi mesi, avrebbe probabilmente
guastata lungo tempo l'Italia, se i Veneziani avessero voluto prendervi
parte, ponendo in tal modo in equilibrio le due parti. Ebbero bentosto
motivo d'essere contenti della presa risoluzione, quando si trovarono
impegnati ai confini d'Italia in una piccola guerra, che ben poteva
diventare egualmente importante. Sigismondo, conte del Tirolo, uno dei
duchi d'Austria, aveva delle pretese opposte a quelle della signoria
rispetto ai confini de' suoi stati nella contea d'Arco e nel Cadorino, e
rispetto ai diritti sulle miniere di ferro di quest'ultimo distretto.
Avendo determinato di farli valere colle armi, nel 1487 si assicurò di
tutti i mercanti veneziani venuti alla fiera di Bolzano, e di tutto il
ferro lavorato in Cadore, dichiarando in pari tempo la guerra alla
repubblica di Venezia. Sette mila fanti e cinquecento cavalli tedeschi
bruciarono il distretto di Roveredo, ed assediarono nella rocca Niccolò
Priuli, che n'era governatore, il quale non si arrese che dopo una
vigorosa resistenza[394]. In principio i Veneziani opposero a
quest'invasione Giulio Cesare di Varano, signore di Camerino; in
appresso diedero il comando della loro armata a quello stesso Roberto di
Sanseverino, che l'aveva con sì felice successo diretta nella guerra di
Ferrara. La morte di questo vecchio generale, che tanta parte aveva
avuto in tutte le rivoluzioni d'Italia, fu il più notabile avvenimento
della guerra del Tirolo. Dopo avere ottenuto qualche vantaggio sui
Tedeschi, cadde in un'imboscata, che gli avevano tesa, e fu ucciso il 9
d'agosto del 1487 in riva all'Adige, che voleva passare per assediar
Trento[395]. Allora i Veneziani si ritirarono a Serravalle, e, rompendo
ogni comunicazione colla Germania, costrinsero bentosto i Tirolesi a
chiedere la pace, necessaria al sostentamento della loro industria.
Questa fu convenuta il 14 di novembre dello stesso anno, a condizione
che fosse restituito tutto quanto era stato preso dall'una e dall'altra
parte[396].
[394] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1194. — P. Bembi Rer. Venet.,
l. I, p. 2. — Spiegel der Ehren B. V, c. XXXIV, p. 967._
[395] _And. Navagero, p. 1195. — P. Bembi Rer. Ven., l. I, p. 8. —
Spiegel der Ehren B. V, c. XXXIV, p. 968._
[396] _And. Navagero, p. 1196. — Stef. Infessura Diar. Roman., p.
1217. — Diar. Ferrar., t. XXIV, p. 279. — P. Bembi, l. I, p. 16._
Circa lo stesso tempo la sola apparenza d'una guerra turca servì di
pretesto alla repubblica per assoggettare all'immediato suo dominio
l'isola di Cipro, che, dopo la morte di Giacomo di Lusignano, altro più
infatto non era che una provincia veneziana. L'imperatore turco,
Bajazette II, aveva fino nel 1486 apparecchiato un grosso esercito per
attaccare Cait-Bay, soldano d'Egitto. E questi, che tutto sentiva il
pericolo che soprastava al suo regno, se i porti di un'isola, posta in
faccia alle sue coste, fossero in potere de' suoi nemici, aveva invitata
la regina Cornaro a porsi in sulle difese. La repubblica le aveva subito
mandati cinquecento Stradioti dalla Morea, e trecento arcieri di Candia,
per guardare le sue fortezze[397].
[397] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1193._
Pure la spedizione turca venne protratta fino al 1488. In quell'anno un
esercito, che facevasi ammontare ad ottanta mila uomini, andò ad
attaccare il soldano in Palestina. Mentre attraversava la Caramania,
dove aveva occupate le città di Adena e di Tarso, fu nel mese di agosto
sconfitto dai Mamelucchi, alle falde del monte Aman, nella stessa
angusta valle dell'Isso, renduta celebre dalla vittoria di Alessandro.
La flotta ottomana venne pure parte dispersa e parte distrutta da una
burrasca, ed il Turco rinunciò all'impresa d'Egitto[398].
[398] _And. Navag., p. 1197. — Rayn. Ann. Eccl. 1488, § 9, p. 389._
In tempo di questa breve guerra Francesco Priuli aveva protette le coste
dell'isola di Cipro con ventisette galere. Quando la vide terminata,
suppose di potere ricondurre la sua flotta a Venezia, ed era di già
giunto in Istria, quando ricevette l'ordine di ritornare all'abbandonata
stazione. Il senato sapeva, che, abusando dell'autorità usurpata in
Cipro, aveva renduta la sua autorità odiosa non meno ai popoli che alla
regina, e non ignorava che questa impazientemente soffriva l'esclusione
da ogni amministrazione governativa, i severissimi ordini, che le
venivano dati, e la diffidenza che di lei si mostrava. Il senato aveva
veduti i Ciprioti pronti a sagrificarsi per Carlotta di Lusignano, per
Luigi di Savoja, per Alfonso, bastardo di Napoli; finalmente per
qualunque avrebbe cercato di restituire al regno la sua antica
indipendenza, facendoli entrare nel numero de' popoli liberi, dal quale
non sapevano tollerare di essere diffalcati. La prima guerra marittima
poteva rendere ai Ciprioti questa libertà, ed essi erano apparecchiati a
rivolgersi agli stessi infedeli per ottenerla, se non trovavano
protezione presso qualche stato cristiano. D'altra parte la regina era
tuttavia giovane, era bella e poteva portare una ricca dote ad un nuovo
sposo; si andava dicendo che Federico, secondo figliuolo di Ferdinando,
ne chiedeva le nozze, e se veniva ad avere figliuoli, tutti i diritti,
che la repubblica credeva di avere acquistati per mezzo suo, sarebbersi
perduti. Sostenevano i legisti veneziani, che il figlio di Giacomo
Lusignano aveva ereditata la corona di suo padre; che, essendo questi
morto in età fanciullesca, sua madre era stata la di lui erede; che
finalmente la loro repubblica ereditava dalla madre, perchè questa era
stata dichiarata figlia di san Marco. Ma se costei passava a seconde
nozze, tutti gli sforzi fatti per istabilire i diritti di Catarina ad
altro non avrebbero giovato, che ad assicurare quelli di un altro marito
e de' suoi figli.
Giorgio Cornaro, fratello della regina, venne dunque spedito in Cipro a
bordo della flotta del Priuli. Il consiglio dei dieci, i di cui
formidabili ordini vincevano ogni considerazione di parentela o di
personale ambizione, l'aveva incaricato, sotto la sua responsabilità, di
ricondurre sua sorella a Venezia. La flotta era giunta presso l'isola di
Rodi, ed il Cornaro si recò presso la regina il 24 gennajo del
1489[399]. Le comunicò gli ordini che aveva avuti, le fece sentire la
sua dipendenza e la necessità di quest'ultimo sagrificio, conseguenza di
tutti gli altri; cercò di calmare, come meglio poteva, il suo dolore ed
il suo rammarico; le fece sentire che sarebbe inutile di giustificare la
sua condotta in faccia al consiglio dei dieci, com'ella voleva fare, da
che tutti conoscevano la di lei innocenza; ed all'ultimo da lei ottenne
la promessa di perfetta sommissione ai voleri della repubblica. Ne spedì
subito la notizia al capitano generale, che si era trattenuto ad
Almizza, e che dietro quest'avviso venne a dar fondo nella rada di
Famagosta il 2 di febbrajo del 1489[400].
[399] _And. Navagero Stor. Ven., p. 1197. — P. Bembi Hist. Ven., l.
I, p. 12._
[400] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1198._
Il giorno 15 dello stesso mese la regina si congedò dagli abitanti di
Nicosia, i quali piansero dirottamente, perchè con lei perdevano perfino
l'ombra della loro indipendenza. Essi vedevansi privati della sola loro
protettrice, nello stesso tempo che perdevano i vantaggi pecuniarj, che
una corte procurava alla loro città, spargendovi qualche danaro.
Catarina, accompagnata da suo fratello, da un consigliere e dal
provveditore dell'isola, scortata da tutta la nobiltà cipriota e da un
corpo di cavalleria, si avviò alla volta di Famagosta. Colà fu ricevuta
sulle galere di Venezia con rispetto e con reale pompa; ella approfittò
di questa pubblica cerimonia per raccomandare i suoi sudditi alla
signoria di Venezia per bocca del conte di Zaffo, suo cugino, e per
riclamare a favore dei Ciprioti la conservazione delle loro leggi e de'
loro privilegj. Il 26 di febbrajo l'insegna di san Marco fu posta sul
palazzo di Famagosta, e su tutte le fortezze. Pure la regina non partì
colla flotta che il quattordici di maggio. Arrivò a Venezia il sei di
giugno, ed il venti dello stesso mese le fu ceduto in sovranità la terra
d'Asolo con un'entrata di otto mila ducati. La piccola corte della
regina di Cipro in Asolo deve qualche celebrità letteraria ai Dialoghi
del Bembo. L'elegante finzione degli Asolani rappresentava
verosimilmente le costumanze di quella corte; è presumibile che Catarina
dimenticasse le noje, le cure e le umiliazioni della sua reale servitù,
in mezzo a' ragionamenti di amore e di galanteria, nelle dispute in
allora di moda intorno alla metafisica della passione amorosa[401].
[401] _And. Navagero Stor. Ven., p, 1199._ Era cosa ovvia il
credere, che nella storia di questo stesso Bembo, di cui si comincia
a far uso in quest'epoca, si dovessero trovare molte particolarità
intorno alla rivoluzione di Cipro. Ma per lo contrario fu assai
conciso, _l. I, p. 13_. La sua politica non gli acconsentì giammai
di descrivere con estensione un avvenimento, che poteva procacciare
qualche biasimo al suo governo.
Nello stesso anno richiamò a sè gli sguardi dell'Italia un altro
avvenimento relativo alla politica del Levante ed alle imprese dei
Turchi[402]. Gem, o Zizim, figlio di Maometto II, fratello e rivale del
sultano Bajazette II, fece il suo ingresso in Roma, mettendosi sotto la
protezione del papa. Aveva posto in campo per succedere a suo padre una
pretesa spesso allegata dai principi greci di Bisanzio. Egli era
_porfirogeneta_, val a dire, nato mentre suo padre era sul trono, e per
questo rispetto superiore a suo fratello maggiore, Bajazette, che diceva
nato da un semplice privato. Questa vana distinzione bastava per uno
stato dispotico, dove non si riconoscevano che i diritti fondati nella
forza. Ma questa mancò a Zizim, il quale, vinto in Asia nel 1482 in una
sanguinosa battaglia, fu costretto ad imbarcarsi in Cilicia, ed a
rifugiarsi in Rodi, per implorare colà la protezione de' cavalieri di
san Giovanni[403]. Questi non osarono di tenere in sui confini dell'Asia
un ospite, che poteva chiamare sopra di loro tutte le forze del gran
signore; perciò lo mandarono in Francia, facendolo attentamente
custodire nell'Alvergna in una commenda del loro ordine. Bajazette offrì
immense somme, reliquie senza numero, ed amplissimi privilegj per averlo
nelle sue mani; ma i principi cristiani non furono così privi d'onore di
acconsentire a tanta indegnità: ad ogni modo riesce difficile
l'intendere, per quali giusti motivi non fu mai permesso a Zizim di
recarsi alla corte di Cait-Bai, soldano d'Egitto[404], il quale, avendo
un'accanita guerra con Bajazette, lo chiedeva per procacciare favore
alle sue armi; e per quale motivo lo negassero egualmente a Mattia
Corvino, re d'Ungheria, che col di lui mezzo sperava di fare una
diversione negli stati del suo nemico. Sisto IV scrisse al gran maestro
di Rodi ed a Lodovico XI, esortandoli a ritenere questo principe in
Francia ed a non lasciarlo partire per le armate cui veniva
chiamato[405]. Innocenzo VIII ricusò ancor esso di affidare questo
principe a Ferdinando, re di Arragona e di Sicilia, all'altro
Ferdinando, re di Napoli, a Mattia Corvino, al soldano ed al principe di
Caramania; ma in pari tempo aveva chiesto che fosse a lui consegnato,
per essere certo che Zizim non entrerebbe ne' paesi turchi senza essere
spalleggiato da una lega di tutta la Cristianità[406].
[402] Gem in lingua turca è il nome di una specie di uva
squisitissima; e Gemm è un nome magico applicato d'ordinario a
Salomone. Demetrio Cantemir pende dubbioso tra le due etimologie, ed
osserva che verun altro Turco ebbe questo nome. Zizim, egli dice, è
un vocabolo corretto dagli Europei, _l. III, c. II, § 6. Nota._
[403] _Rayn. Ann. Eccl. 1482, § 35, p. 312. — Turco Graeciae Hist.
Politica, l. I, p. 30. — Demet. Cantemir, l. III, c. II, § 7 ed 8,
p. 128._
[404] Cait-Bai, il più accorto e più famoso soldano d'Egitto, era
originario della Circassia, ed il suo nome è tartaro. _Cait_ in quel
linguaggio significa conversione: e _Bai_ ricco. _Demet. Cantemir,
l. III, c. II._
[405] _Ann. Eccl. 1481, § 36, p. 313._
[406] _Ivi 1485, § 11 e 12, p. 351._
Bajazette dal canto suo aveva spediti altri ambasciatori a Carlo VIII,
per ottenere dal re la promessa di ritenere Zizim in Francia. A tal
patto Bajazette offriva un'assai ragguardevole pensione, e guarentiva
alla Francia il possedimento di Terra santa, tosto che fosse tolta al
soldano d'Egitto dalle armi riunite de' Francesi e de' Turchi. Ma Carlo
VIII, d'accordo col gran maestro Francesco d'Aubusson, aveva di già
acconsentito alle inchieste del papa, e Zizim era di già in cammino alla
volta di Roma[407].
[407] _Ivi 1489, § 1, p. 393._
Vi fece il suo ingresso il 13 di marzo del 1489; era a cavallo col
turbante in capo, tra Francesco Cibo, figlio del papa, ed il priore
d'Alvergna, nipote del gran maestro d'Aubusson, ed ambasciatore di
Francia. Trovavasi in allora in Roma un ambasciatore del soldano
d'Egitto, per ridurre i principi cristiani ad unirsi col suo signore
contro Bajazette. Questi andò ad incontrare Zizim; quando lo vide,
smontò da cavallo, e si prostrò a terra; tre volte baciò il suolo,
innoltrandosi verso di lui, poi baciò i piedi del suo cavallo e lo seguì
fino al suo palazzo[408].
[408] _Diario di Stef. Infessura, p. 1225._
All'indomani il papa tenne concistoro per ricevere Zizim in pubblica
udienza. Invano era stato questo principe istrutto degli atti rispettosi
che i monarchi cristiani rendono al sommo loro pontefice, che non volle
innanzi a lui abbassare l'orgoglio del sangue ottomano. Tenendo in capo
il suo turbante, che gli Asiatici non sogliono mai deporre, e che
risguardano come un simbolo della loro religione, attraversò la sala
senza chinarsi, salì sul trono, ove stava Innocenzo, e lo abbracciò,
toccando colle sue labbra la spalla destra del papa in segno di
amicizia, piuttosto che di rispetto, lo che fece in appresso con tutti i
cardinali. Il suo interprete disse al papa, che si rallegrava di
trovarsi con lui, ma che avrebbe piacere di conferire seco più
segretamente intorno ai comuni loro interessi. Il papa rispose
confortandolo a darsi coraggio, poichè soltanto per il bene di Sua
Nobiltà (titolo che la corte di Roma giudicò conveniente di dargli) era
stato condotto in quella capitale[409]. Ma il maggior bene che Zizim
doveva trovare in Roma, altro non era che una onorevole prigionia.
Bajazette II pagava ogni anno prima al re di Francia, poi ad Innocenzo
VIII, quaranta mila ducati per la pensione di suo fratello. Il godimento
di quest'entrata non era stato l'ultimo de' motivi che aveano persuaso
Innocenzo a domandare Zizim, comperando in certo qual modo l'assenso del
gran maestro d'Aubusson col mandargli il cappello cardinalizio[410].
Pure Bajazette, non credendosi perciò sicuro della sorte di suo
fratello, sebbene prigioniere, cercò i mezzi di farlo perire. Un
gentiluomo della Marca d'Ancona, detto Cristoforo Macrino del Castagno,
promise a Bajazette di avvelenare una fonte, dalla quale attignevasi
l'acqua per le mense d'Innocenzo e di Zizim; il veleno non doveva
manifestare i suoi effetti che dopo cinque giorni; ma il reo fu scoperto
prima che dar potesse esecuzione al suo delitto, in maggio del 1490, e
fu condannato ad orribile supplicio. Altri attentati simili furono
egualmente prevenuti, e se non altro la vita di Zizim fu posta in
salvo[411].
[409] _Diar. Burchardi ap. Rayn. Ann. Eccl. 1489, § 2 e 13, p. 393.
— Stef. Infessura Diar. di Roma, p. 1225. — Marin Sanuto Vite dei
Duchi, p. 1244. — Diar. Romano del Notajo di Nantiporto, p. 1106._
[410] _Diar. di Stef. Infessura, p. 1224._
[411] _Ann. Eccl. 1490, § 5, p. 498. — Diar. di Stef. Infessura, p.
1231._
Non era difficile il trovare in Roma uomini apparecchiati a commettere
così esecrande azioni; nè quella città aveva mai avuti tanti scellerati,
nè era stata giammai travagliata da tanti delitti. Gli assassini
camminavano a viso scoperto senza avere dato soddisfacimento nè alla
famiglia di cui avevano versato il sangue, nè alla giustizia. Il papa, o
i suoi ministri, loro vendevano bolle d'assoluzioni, colle quali le loro
offese, e quelle di un determinato numero de' loro complici erano
annullate; e quando rimproveravasi al vicecameriere questa venalità
della giustizia, rispondeva parodiando le parole del Vangelo: _Il
Signore non vuole la morte del peccatore, ma piuttosto che paghi e
viva_[412].
[412] _Et cum semel interrogaretur vicecamerarius quare de
delinquentibus non fieret justitia, sed pecunia exigeretur,
respondit me presente, videlicet_: Deus non vult mortem peccatoris,
sed magis ut solvat et vivat. _Stef. Infessura Diar. Romano, p.
1226._
Il cattivo esempio dato dal clero era così scandaloso, che Innocenzo
VIII si vide costretto a rinnovare, il 9 aprile del 1488, una
costituzione di Pio II, colla quale si vietava ai preti di tenere
macello, alberghi, case di giuoco e di postribolo, o di fare per danaro
il mezzano e l'agente delle cortigiane. Se dopo tre ammonizioni non
abbandonavano una così vergognosa vita, il papa li privava del diritto
dell'esenzione del foro secolare, e vietava loro d'invocare il beneficio
del clero nelle cause criminali nelle quali potrebbero trovarsi
compromessi[413].
[413] _Constitutio apud Raynaldum Ann. Eccl. 1488, § 21, p. 392._ —
Quella di Pio II era del 7 maggio del 1463.
Innocenzo VIII non aveva provveduta di principati la sua numerosa
famiglia; ma avea diviso tra i suoi figliuoli le immense ricchezze della
Chiesa, accordandone la maggior parte a Franceschetto Cibo, suo figliuol
primogenito. Era questo Franceschetto, che, per ammassare più danaro,
aveva renduta la giustizia così indegnamente venale. Aveva nel 1490
convenuto coi giudici del papa, che la corte apostolica non riceverebbe
che il pagamento delle condanne al di sotto di cento cinquanta ducati, e
che sarebbero a suo profitto tutte le maggiori di questa somma[414].
[414] _Stef. Infessura Diar. Romano, p. 1232._
Per rendere ancora più ignominiosa la venalità della giustizia della
corte di Roma, Domenico di Viterbo, scrivano apostolico, d'accordo con
Francesco Maldente, fabbricarono false bolle, colle quali Innocenzo
permetteva per danaro i più vergognosi disordini. Per altro la frode
venne scoperta; furono imprigionati i falsarj e confiscati i loro beni,
che produssero alla camera apostolica dodici mila ducati. I parenti de'
colpevoli speravano tuttavia di sottrarli alla pena capitale. Maestro
Gentile di Viterbo, medico, padre dello scrivano apostolico, offrì col
mezzo di Franceschetto Cibo cinque mila ducati per salvare la testa di
suo figlio: aveva offerto tutto ciò che possedeva. Ma il papa rispose,
che, trovandosi compromesso il suo onore, non poteva fargli grazia a
meno di sei mila ducati; e perchè non si potè trovare questa somma, i
due falsarj furono giustiziati[415].
[415] _Stef. Infessura Diar. Rom., p. 1229. — Rayn. Ann. Eccl. 1490,
§ 22, p. 402._
Quando gli scrittori contemporanei fanno un così odioso quadro della
corruzione del clero, quando i medesimi papi prendono parte a tanti
delitti, quando lo sregolamento de' loro costumi, o i figli naturali che
essi arricchiscono coi tesori della Chiesa, più non sono oggetti di
scandalo, accanto a delitti ancora più gravi, si sarebbe tentati di
supporre che la religione avesse perduto ogni potere, e che i preti, che
tuttavia l'invocavano, o i sovrani ed i popoli, che la mantenevano colle
loro leggi, altro non fossero che sfrontati ipocriti, che facevano
traffico del Cristianesimo pei loro privati interessi. Ma qualora si
prendano ad esaminare più da vicino le passioni che agitavano l'Italia,
o i pregiudizj che la signoreggiavano, si comprende bentosto che la
religione nulla aveva perduto del suo impero, sebbene fosse stata
interamente staccata dalla morale. La credenza che il papa ed i suoi
prelati potevano soli disporre delle chiavi dell'inferno e del paradiso
non si era indebolita; tuttavia universale era l'orrore che si aveva per
ogni opinione d'indipendenza in materia di fede, perchè dannata come
eretica; la giustizia di Dio, pervertita tra le mani degli uomini, più
non era che la guarenzia della fede, non quella della probità e
dell'onore.
Fu in questo depravato secolo, fu sotto il pontificato di Sisto IV,
l'istigatore di tanti delitti, che l'inquisizione venne introdotta nella
Spagna, e che questo sanguinario tribunale ricevette una legislazione
assai più formidabile ed atroce, che non quella ond'era diretto tre
secoli prima nella sua prima istituzione contro gli Albigesi. Dal 1478
al 1482 i tribunali stabiliti in Castiglia per esaminare la fede dei
nuovi convertiti fecero bruciare due mila persone; altri prevenuti in
assai più copioso numero perirono nelle prigioni; altri, e questi furono
trattati con maggiore indulgenza, vennero segnati con una croce color di
fuoco sul petto e sulle spalle, dichiarati infami, e spogliati d'ogni
loro avere. I nuovi tribunali non perdonarono neppure ai morti; si
estrassero le loro ossa dai sepolcri per essere bruciate, si
confiscarono i loro beni ed i loro figli furono notati d'infamia. Coloro
che avevano nelle loro famiglie il sangue di qualche Moro o di qualche
Giudeo, fuggivano da quella terra di proscrizione, sicchè nella sola
Andalusia rimasero deserte cinque mila case[416]. Cento settanta mila
famiglie giudee, che formavano ottocento mila individui, furono
scacciati dal territorio della Spagna; e non pertanto la maggior parte
dissimulò la propria religione per conservare la patria, mentre altri
moltissimi vennero dichiarati schiavi, e venduti al pubblico
incanto[417].
[416] _Marinæus Siculus de reb. Hispan., l. XIX, c. 22, p. 481. —
Ann. Eccl. Rayn. 1483, § 47-48 e 328. — Mariana, l. XXIV, c. XVII,
p. 106._
[417] _Mariana Hist. de las Hespanas, l. XXVI, c. I, p. 142. — Rayn.
Ann. 1492, § 8, p. 408._
«Questa severità nel punire gli apostati neofiti della razza giudea,
dice l'annalista della Chiesa, Raynaldo, ottenne presso alla gente
dabbene la più alta gloria ad Isabella, regina di Castiglia; altri però
la calunniarono. Si diede voce che, non per vendicare le ingiurie
dell'offesa divinità, ma per adunare dell'oro, e per accumulare
ricchezze, procedevasi ne' giudizj con tanta severità. La stessa regina,
avendo dato a conoscere di temere che quest'accusa non giugnesse alle
orecchie del papa, Sisto IV scacciò dal suo cuore così ingiusto
sospetto, ed applaudì alla di lei pietà colla sua lettera del 25
febbrajo 1483[418].»
[418] _Eytat apud Raynaldum Ann. Eccl. 1483, § 49, p. 329._
Gli scrittori italiani del quindicesimo secolo, non meno che quelli del
diciasettesimo, mai non parlavano di tali persecuzioni senza approvarne
altamente la massima. I più moderati, i più umani contentavansi soltanto
di biasimare le circostanze dell'esecuzione. Così Bartolommeo Senarega,
storico di Genova, che vide trattenersi in quella città molte migliaja
di giudei, e che fu commosso dai loro patimenti, ci offre nella sua
narrazione un'adequata misura delle opinioni degli uomini i più filosofi
e più tolleranti del secolo. «La legge del loro esilio, egli scrive,
parve a prima vista lodevole, perchè tendente a conservare l'onore della
nostra religione; ma in sè forse conteneva tanto quanto di crudeltà,
qualora per lo meno vogliamo considerare i Giudei come uomini creati
dalla divinità, non quali feroci belve. Non potevansi senza compassione
osservare le loro miserie: molti di loro perivano di fame, in
particolare i fanciulli ed i bambini lattanti; le madri, che potevano
appena reggersi in piedi, portavano nelle loro braccia i bambini
affamati e perivano assieme; molti soggiacevano al freddo, altri alla
sete, l'agitazione del mare e la navigazione, cui non erano accostumati,
aggravavano tutte le loro infermità. Io non dirò con quanta crudeltà ed
avarizia fossero trattati dai loro condottieri. Molti vennero annegati
dalla cupidigia dei marinai, molti costretti a vendere i loro figli,
perchè non avevano onde pagare il noleggio; arrivarono a Genova in
grosso numero, ma non fu loro permesso di trattenersi lungamente, perchè
in forza di antiche leggi i Giudei viaggiatori non potevano rimanervi
più di tre giorni. Pure si diede loro licenza di riparare le navi e di
rifarsi per alcuni giorni dai patimenti della navigazione. Voi gli
avreste creduti spettri; tanto eran magri, pallidi, cogli occhi
sprofondati, e non distinguibili dagli estinti che pel movimento,
sebbene si reggessero in piedi a stento. Molti di loro spirarono presso
al molo, perchè questo quartiere, circondato dal mare, era il solo in
cui fosse ai Giudei permesso di riposarsi. Non si avvertì a bella prima
che tanti infermi e moribondi dovevano risvegliare il contagio; ma in
primavera si manifestarono più ulceri, che non s'erano mostrate
nell'inverno; e questa malattia, lungamente nascosta in città, fece nel
susseguente anno scoppiare la peste[419].»
[419] _Barth. Senaregae de Rebus Genuenses, t. XXIV, p. 531._
I preti non avevano risvegliato questo zelo persecutore soltanto nella
Spagna; anche il clero d'Italia si sforzava di emulare nelle sanguinarie
sue vendette con quello al di là de' Pirenei. Ogni anno facevasi
circolare qualche nuova storia di un fanciullo cristiano rubato dai
Giudei, e fatto lentamente perire sotto il coltello nel giorno di
Pasqua, bevendo un dopo l'altro il suo sangue; e con queste terribili
novelle si andava ispirando ai popoli lo stesso furore contro di
loro[420]. A Firenze fra Bernardino d'Asti, francescano, predicò contro
i Giudei una non piccola parte della quaresima del 1487. Raccomandò che
si avesse cura di mandare tutti i fanciulli della città alla predica che
intendeva di fare il 12 di marzo: e quando n'ebbe raccolti da due in tre
mila, disse loro che gli aveva prescelti per essere i suoi soldati;
ordinò loro di andare ad orare ogni mattina al santo Sagramento nella
cappella della Chiesa, affinchè ispirasse agli adulti la santa
risoluzione di scacciare i Giudei; dovevano perciò recitare un_ pater
noster_ e tre _ave Maria_ stando inginocchiati. Il susseguente mattino
tutti questi fanciulli si affollarono infatti nella chiesa, e ne
uscirono per mettere a ruba il quartiere de' Giudei. La signoria potè
difficilmente trattenerli; volle ammonire il predicatore, il quale
rispose che gli ordini di Dio erano superiori a quelli de' magistrati, e
che niente potrebbe rimuoverlo dal dire sul pergamo tutto ciò che
credeva conveniente alla salvezza del popolo. Convenne all'ultimo farlo
uscire dalla città con grave scandalo dello scrittore, che lasciò
memoria di quest'avvenimento[421]. Fra Bernardino andò a terminare la
quaresima a Siena, ove cercò di ammutinare nella stessa maniera il
popolo contro i Giudei[422].
[420] _Raynaldi Ann. Eccl._ A Trento nel 1475, § 37; nella Marca nel
1476, § 20; a Megalopoli l'anno 1492, § 9, ec. — _Il continuatore
delle Cronache di Monstrelet., vol. III, f. 195._
[421] _Ricordanze di Tribaldo de' Rossi. Deliz. degli Erud., t.
XXIII, p. 238._
[422] _Alleg. Allegretti Diar. Sanese, p. 823._
In aprile del 1492 un Francescano, spagnuolo, tentò di eccitare in
Napoli la stessa persecuzione contro i Giudei. Dopo avere invano
esaurite tutte le fonti della sua eloquenza ed innanzi alla corte ed
innanzi al popolo, tentò altresì di far parlare i morti; fece comparire
l'ombra di san Cataldo, patrono della città di Taranto, che aveva
vissuto nel quinto secolo; fece dissotterrare una cassetta, entro la
quale aveva chiuse certe sue profezie scritte sopra lamine di piombo,
nelle quali erano prenunciate la ruina del regno di Napoli e la vicina
morte del re, se non si affrettava a cacciare i Giudei dal suo regno; e
perchè Ferdinando non gli prestava intera fede, diffuse nella corte di
Roma e per tutta l'Italia queste profezie, che furono bentosto spiegate
colla espulsione della casa d'Arragona dal trono di Napoli[423].
[423] _Jovian. Pontanus de Sermone, l. II, c. ult., p. 1623. — Bayle
Diction. crit., art. Cataldus. — Mémoires de Philippe de Comines, l.
VII, c. XIV, p. 213._
Nello stesso tempo i tribunali ecclesiastici eccheggiavano di accuse di
sortilegi; e lo spettacolo degli sventurati, che perivano tra le fiamme
come maghi o come eretici, si faceva ogni dì più frequente[424].
[424] Difficilmente potrebbe trovarsene un più spaventoso esempio di
quello della persecuzione di Arras nel 1459, contro gl'infelici
accusati di _vaudoisie_. Ecco il come viene raccontato da
Monstrelet. _Cronique du roi Charles VII, t. III, f. 84._ «In
quest'anno nella città d'Arras, nel paese d'Artois, avvenne un
terribile e compassionevole caso, che chiamossi, non saprei per
quale ragione, _vaudoisie_. Ma si dicevano essere alcune persone
d'ambo i sessi che si trasportavano, per virtù del demonio, dai
luoghi in cui si trovavano, e subito giugnevano in luoghi solitarj,
ne' boschi o ne' deserti, ove raccoglievansi in grandissimo numero,
uomini e donne, e colà trovavano un diavolo in forma d'uomo, di cui
non vedevano mai il volto; e questo diavolo dava loro i suoi comandi
ed ordinanze, e come ed in qual modo dovevano essi adorarlo e
servirlo. Poi facevasi da ciascuno di loro baciare il deretano, indi
contava a ciascheduno un poco di danaro, ed all'ultimo loro
somministrava vino e cibi in grande abbondanza, di cui essi si
nutrivano: indi tutt'ad un tratto ognuno s'avvicinava ad una, ed in
quell'istante spegnevasi la luce, e conoscevansi l'un l'altro
carnalmente, e ciò fatto si trovavano tutti nello stesso luogo di
dove erano da prima partiti.»
«A cagione di questa follìa furono prese ed imprigionate molte
persone di qualità della detta città d'Arras, ed altre persone di
minor conto; e vennero talmente angustiate e così terribilmente
tormentate, che gli uni confessarono essere loro accaduto tal caso,
come abbiamo detto, e molti di più confessarono d'avere veduti e
conosciuti nelle loro adunanze molti ragguardevoli personaggi,
prelati, signori ed altri, governatori di balliagi e di città, val a
dire coloro, secondo la fama comune, che gli esaminatori loro
nominavano e ponevano in bocca, onde a forza di pene e di tormenti
essi gli accusavano e dicevano che veramente gli avevano veduti, e
questi, così nominati, venivano subito dopo imprigionati, e posti
alla tortura tanto e così lungamente, e tante volte, ch'erano
forzati a confessare; e furono quelli che appartenevano al basso
popolo giustiziati e bruciati inumanamente. Altre più potenti e
ricche persone si ricomperavano a forza di danaro per ischivare le
pene e le vergogne che loro si facevano; e tali altri vi furono dei
più grandi, che furono ammoniti e sedotti dagli esaminatori, che
loro davano ad intendere, e loro promettevano, se confessavano il
caso, che non perderebbero nè corpo nè roba. V'ebbero alcuni che
soffrirono con maravigliosa pazienza e costanza le pene ed i
tormenti, ma nulla confessarono a loro danno... e non devesi qui
tacere ciò che molti uomini dabbene hanno abbastanza conosciuto, che
questa maniera di accusa fu una cosa inventata da certi scellerati
per incolpare, distruggere o disonorare, o per desiderio di
vendetta, alcune ragguardevoli persone, contro le quali nudrivano
inveterato odio.»
Soltanto a motivo di questo sospetto lo storico ardisce questa volta
parlarne liberamente. Quasi ogni anno s'incontrano indizj di
somiglianti persecuzioni in uno o in altro luogo; ma i cronicisti,
risguardandole come giuste e sante, non le ricordano ordinariamente
che con una parola.
I domenicani non volevano acconsentire che la civile autorità
riconoscesse le loro sentenze, sebbene all'autorità secolare spettasse
l'esecuzione delle medesime. Innocenzo VIII scriveva, il 30 di settembre
del 1486, al vescovo di Brescia: «Nostro diletto figlio, frate Antonio
da Brescia, inquisitore dell'eretica pravità in Lombardia, avendo
condannati alcuni eretici dei due sessi, come impenitenti, ed avendo
richiesti gli ufficiali di giustizia di Brescia di eseguire la sua
sentenza, abbiamo udito con estrema sorpresa che gli ufficiali avevano
ricusato di fare giustizia, e di eseguire i giudizj della santa
inquisizione, se loro non facevasi conoscere il processo. In conseguenza
vi commettiamo ed ordiniamo colle presenti, di ordinare ed ingiungere
agli ufficiali secolari della città di Brescia, di dare esecuzione ai
processi che voi avrete giudicati, senza appello e senza che siano
altrimenti riveduti, nel termine di sei giorni dopo esserne stati
legittimamente richiesti, sotto pena di scomunica, e di tutte le censure
ecclesiastiche, che incorreranno per la sola disubbidienza, senza nuova
promulgazione[425].»
[425] _Bullarium Rom. Innoc. VIII, Constit. X. — Apud Raynaldum Ann.
Eccl. 1486, § 57, t. XIX, p. 377._
Così non fu nè la barbarie de' secoli di mezzo, nè un ardente ed
entusiasta zelo, in un tempo in cui la religione riscaldava tutti gli
animi, che accesero i roghi dell'inquisizione. Non fu nè meno la
necessità di difendere la Chiesa contro i progressi de' novatori, come
fu da taluno supposto. Le più furiose persecuzioni e le più implacabili,
che macchiano la storia del clero, sono anteriori di quarant'anni alle
prime prediche della riforma; esse sono contemporanee del più grande
incremento delle lettere, della filosofia, della coltura dell'umana
ragione, prima di quest'epoca memorabile; esse cominciano pure
dall'istante in cui la corte di Roma era giunta all'estremo grado di
corruzione, e sono la nuova e spaventosa conseguenza dei compensi, che
questa stessa corruzione aveva fatto adottare ai credenti. Agli occhi di
Sisto IV, d'Innocenzo VIII, di Alessandro VI, si cancellava la macchia
del delitto pel rigore con cui si conservava la purità della fede.
Bastava una persecuzione per lavare la vergogna di mille spergiuri, di
mille impurità, di mille delitti. Coloro che in gioventù, o in matura
età avevano ceduto alla forza del temperamento, o ai furori
dell'ambizione e della vendetta, potevano di tutto ottenere il perdono,
se negli estremi istanti della loro vita accendevano il rogo per i
Giudei, per i Mori, per gli eretici. Questa spaventosa morale, dominante
in Ispagna, predicata in Italia, sostenuta in tutta la cristianità dalle
bolle dei papi, stendevasi rapidamente verso i paesi meno illuminati.
Difficil cosa è il prevedere quale sarebbe stato il termine di questa
spaventosa progressione, se la rivoluzione di una parte della Germania
contro la tirannia di Roma non avesse, dopo una lunga lotta, costretti i
papi a rinunciare a questa sanguinaria intolleranza, ch'era per loro
diventata lo scopo unico della religione[426].
[426] A difesa della chiesa romana ho di già indicata la _Storia
delle rivoluzioni delle chiese protestanti_ di monsignor Bossuet,
cui di nuovo per l'ultima volta rimetto il lettore cattolico. _N. d.
T._
Il collegio de' cardinali, così zelante di mantenere la purità della
fede, non ebbe appena notato lo spergiuro del capo della Chiesa, che,
nel mese di marzo del 1489, Innocenzo VIII, in disprezzo de' suoi
giuramenti, aggiunse sei nuovi cardinali al concistoro, sebbene questo
collegio non si fosse ridotto al di sotto di ventiquattro membri; per lo
contrario l'annalista ecclesiastico approva tale condotta, perchè le
condizioni imposte dai cardinali, mentre la Chiesa era priva del suo
pastore, sono dichiarate nulle da una costituzione d'Innocenzo VI. Ma lo
stesso annalista Raynaldi, sempre così affezionato alla santa sede,
disapprova che «con un vergognoso esempio di disprezzo per la disciplina
ecclesiastica, Innocenzo VIII avesse nominato cardinale il figlio
adulterino di suo fratello, ed il cognato ancora fanciullo del suo
proprio bastardo[427].» La seconda di queste elezioni, che muove
l'indignazione di così ortodosso scrittore della Chiesa, è quella di
Giovanni, figliuolo di Lorenzo de' Medici, che fu poi Leon X. In fatti
non aveva che tredici anni, e lo scandalo di dare alla Chiesa un
principe così giovane era uno di quelli, contro i quali il giuramento
d'Innocenzo VIII avrebbe dovuto metterlo in guardia. Per altro provò
qualche vergogna di un'elezione disapprovata da molti membri del sacro
collegio, ed impose per condizione al giovanetto Medici di non prendere
l'abito della sua fresca dignità, e di non venire a Roma per sedere in
concistoro prima che passassero altri tre anni, ed avesse compiuto il
sedicesimo anno[428].
[427] _Ann. Eccl. Raynaldi, 1489, § 19, p. 396._
[428] _Ann. Eccl. ex Burchardi Diariis, 1489, § 21, p. 397. —
Istorie di Gio. Cambi, t. XXI, p. 63._ — La cerimonia dell'invio del
cappello e della consacrazione di Giovanni de' Medici si fece
nell'abbadia di Fiesole il 9 gennajo del 1492. — _Scip. Ammirato, l.
XXVI, p. 186_; e più circostanziatamente _Roscoe Life of Lorenzo
Appendix, § 65_. — Roscoe ha pure riprodotta una lettera di Lorenzo
a suo figlio intorno ai suoi doveri ed alla condotta da tenersi nel
sacro collegio, dov'era il più giovane, non solo de' cardinali
presenti, ma di quanti cardinali vi erano stati in addietro. _Ivi, §
66, t. IV, p. 89._
La stretta alleanza tra Lorenzo dei Medici ed Innocenzo VIII,
conseguenza della debolezza del papa, veniva in tal modo ad innalzare
sopra nuovi fondamenti la grandezza della casa de' Medici. Frattanto
Lorenzo andava ogni dì più aggravando il giogo de' suoi concittadini: in
principio del 1489 osò castigare con una ributtante insolenza il
gonfaloniere Neri Cambi, che usciva allora di carica, per avere
sostenuti i diritti della sua magistratura, ed ammoniti, senza avere
prima consultato Lorenzo, alcuni gonfalonieri delle compagnie, che non
si erano prestati a fare il loro dovere. Si trovò che tale condotta era
troppo orgogliosa in faccia a Lorenzo, _principe del governo_, e questo
nome di principe, fin allora sconosciuto ad una libera città, cominciò a
pronunciarsi in Firenze[429].
[429] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 184-186. — Istorie di Gio. Cambi,
t. XX, p. 39._ Questo storico era figlio del gonfaloniere Neri Cambi
ammonito in quest'occasione.
La conseguenza di questo cambiamento fu di privare la storia di Firenze
di ogni movimento e di ogni interesse. Tutta la politica della
repubblica si concentrò nel gabinetto di Lorenzo de' Medici, e si trovò
per conseguenza sepolta nel silenzio e nel segreto. I suoi encomiatori
scrissero, ch'egli aveva mantenuto l'equilibrio d'Italia, che aveva
dissuaso Innocenzo VIII dal muovere guerra a Ferdinando, dopo averlo
scomunicato nel 1489, e dichiarato decaduto dal trono[430], che aveva
impedito al duca di Calabria di prendere colle armi la difesa di
Giovanni Galeazzo Sforza, suo genero, contro Lodovico il Moro, per
ultimo che costantemente era stato il garante ed il mediatore della pace
d'Italia. Quest'azione continua di Lorenzo dei Medici è possibile, non
improbabile; ma non trovasene indizio negli storici fiorentini. Questa
repubblica, centro in altri tempi di tutte le negoziazioni d'Italia,
pareva che si andasse rendendo straniera a tutti i grandi interessi di
questa contrada. I suoi annali sono vuoti. Scipione Ammirato passa
rapidamente sui nomi di molti gonfalonieri senza contrassegnare la loro
amministrazione con veruno avvenimento[431]. Anche gli altri storici
passano quest'epoca sotto silenzio, più non si sentendo tirati a
scrivere la storia, quando gl'interessi della patria più non erano
quelli di ogni cittadino.
[430] _An. Eccl. Raynaldi, 1489, § 8 e 9, p. 394._
[431] _Scipione Ammirato, t. XXVI, p. 184-185._
In questo universale silenzio richiama la nostra attenzione un
avvenimento quasi domestico. Lorenzo de' Medici, sempre impegnato nel
commercio ch'egli non esercitava personalmente, nè conosceva, lasciava i
suoi affari nelle mani di commessi e di agenti stabiliti in varie piazze
dell'Europa. Questi, risguardandosi quali ministri di un principe, si
trattavano con ridicolo lusso, ed aggiungevano la negligenza alla
prodigalità. Le immense sostanze che Cosimo aveva lasciate ai suoi
nipoti furono dissipate da un lusso insensato; ma lungo tempo le
obbligazioni de' ricevitori della repubblica cuoprirono il vuoto delle
operazioni della banca. Tutte le entrate dello stato erano così
distrutte, passavano in totalità nelle mani dei commessi della casa dei
Medici, e venivano dissipate, come gli altri beni di questa casa, prima
di essere riscosse. Giunse l'istante in cui tali ruinose operazioni non
si poterono continuare, e giunse in mezzo alla pace, che avrebbe dovuto
metter fine alle ristrettezze delle finanze della repubblica. Il 13
agosto del 1490, la signoria ed i consigli furono costretti a nominare
una commissione di diciassette membri, onde ristabilire l'equilibrio tra
le monete, le gabelle e tutte le finanze dello stato. Tale era la
corruzione in cui caduta era questa nobile città, che questa commissione
non si vergognò di disonorare la patria con un fallimento, per
risparmiarlo alla casa Medici. Il debito pubblico, il di cui merito era
fissato al tre per cento, si ridusse a non rendere che l'uno e mezzo, e,
la diffidenza accrescendo ancora questa riduzione, i _luoghi di monte_,
ossia le azioni di cento scudi, che prima di questo editto si vendevano
a ventisette scudi, caddero ad undici e mezzo. Le pie istituzioni fatte
dalla repubblica o da moltissime famiglie per pagare doti alle figlie
che si maritavano, furono soppresse; e soltanto ne fu promesso il frutto
dopo vent'anni, in ragione del sette per cento[432]. Poco dopo questi
magistrati, che si facevano chiamare i _Riformatori_, screditarono le
monete in corso, dichiarando che più non si riceverebbero nelle
pubbliche casse, che colla perdita del quinto del loro valore. Intanto
la signoria continuava ella stessa a darle in pagamento al corso
plateale, onde questo scredito fu una fraudolente invenzione di
accrescere di un quinto le entrate dello stato, senza che emanasse
un'apposita legge dai consigli che potevano avere il diritto di
stabilire le imposte[433]. Essendosi per tal modo salvata a spese della
patria la fortuna di Lorenzo de' Medici, egli sentì quanto fosse
imprudente consiglio il lasciarla ancora esposta in un ruinoso
commercio, ed impiegò i capitali, che gli erano rimasti, nell'acquisto
di vasti poderi[434].
[432] _Istorie di Gio. Cambi, t. XXI, p. 54._
[433] _Scip. Ammirato, l. XXVI, p. 185. — Machiavelli, l. VIII, p.
448._
[434] _Ann. Bononienses Hier. de Bursellis, t. XXIII, p. 906._
Gli annali di Bologna, repubblica per tanti anni alleata di Firenze, e
che aveva avuto in Italia quasi la stessa considerazione, erano
egualmente senza interesse, dopo che un potente cittadino aveva abusato
del credito acquistato con lunghi servigi dalla sua famiglia,
impadronendosi di tutto il potere. Giovanni Bentivoglio occupava in
Bologna, fino dal 1462, precisamente lo stesso grado, che Lorenzo de'
Medici aveva a Firenze. Come Lorenzo, egli era circondato di artisti e
di distinti letterati, che con un efimero splendore abbagliavano i
Bolognesi intorno alla perdita della loro libertà. Come Lorenzo, aveva
contratti parentadi con famiglie sovrane: Annibale, il primogenito de'
suoi quattro figli, aveva sposata la figliuola di Ercole, duca di
Ferrara[435]; Violanta, una delle sette sue figlie, sposò, nel 1480,
Pandolfo Malatesta, signore di Rimini; ed abbiamo di già parlato
dell'altra sua figlia Francesca, moglie del principe di Faenza, da lei
assassinato. Come il Medici, anche il Bentivoglio dava ai popoli
splendide feste, e loro presentava, in cambio dei perduti diritti, lo
splendore e lo spettacolo di una corte: ornava, come egli, la sua
residenza di sontuosi edificj, di palazzi e di chiese, unico argomento
degli annali di Bologna[436]. Il Bentivoglio superava il Medici in virtù
militari; poteva egli stesso comandare le sue armate; faceva fare ai
suoi figli il mestiere di condottiere, ed egli non era costretto di
fidarsi totalmente a braccia mercenarie, per difendere il suo stato; ma
il Bentivoglio per molti altri rispetti era inferiore al Medici. Egli
non aveva quel gusto, quell'eleganza, che fecero dimenticare nel Medici
l'oppressore della repubblica fiorentina, per non ravvisare in lui che
il protettore delle lettere. Al Bentivoglio mancavano però quella
facilità di carattere, quella dolcezza nel privato conversare co' suoi
famigliari, che guadagnarono a Lorenzo tanti illustri amici, la di cui
testimonianza non lascia di fare illusione anche al presente.
[435] _Ann. Bonon. Hier. de Bursellis, p. 908._
[436] _Ivi, p. 903, 906, et passim._
Per altro la grandezza del Bentivoglio risvegliava tanta gelosia in
Bologna, quanta il Medici in Firenze: la famiglia dei Malvezzi nella
prima città, siccome quella de' Pazzi nell'altra, non sapeva ridursi a
scendere al grado di suddita, dopo avere gustata l'eguaglianza. Giulio,
figlio di Virgilio Malvezzi, e Giovan Filippo e Girolamo, figli di
Battista Malvezzi, ordirono una congiura per uccidere Giovanni
Bentivoglio. Furono scoperti, il 27 di novembre del 1488, prima di
averne tentata l'esecuzione: molti loro compagni fuggirono, come pure
Girolamo e Filippo Malvezzi, ma Giovanni Malvezzi, Giacomo Barzellini,
ed altri diciotto loro complici furono appiccati; tutti i membri della
numerosa famiglia Malvezzi vennero esiliati nella susseguente mattina,
sebbene non avessero avuto parte nella congiura, ed i loro beni furono
confiscati. Perfino due monache che trovavansi nel convento di
sant'Agnese, furono trasportate a Modena, perchè portavano quell'odiato
nome; e la congiura dei Malvezzi, cagionando la ruina di una casa, che
in opinione ed in ricchezze aveva in Bologna il secondo posto, non servì
che ad accrescere la potenza di coloro contro i quali era diretta[437].
[437] _Hier. de Bursellis, p. 907-908. — Diario Ferrarese, t. XXIV,
p. 281. — Stef. Infessura, Diario di Roma, p. 1222._
La città di Perugia, che molto tempo aveva figurato tra le repubbliche
della Toscana, non andava esente da turbolenze press'a poco simili,
sebbene avesse perduta la sua indipendenza, la sua popolazione e
l'antica sua ricchezza. Sempre divisa tra le due fazioni degli Oddi e
de' Baglioni, la loro guerra civile aveva avuto fine nel 1489
coll'esilio dei primi, e di tutti i superstiti della famiglia di Braccio
da Montone[438]. Questi esiliati, coll'ajuto del duca d'Urbino, e col
segreto assenso d'Innocenzo VIII, trovarono mezzo di tornare in Perugia
il 6 giugno del 1491, alle quattr'ore di notte. Molto si ripromettevano
dalle intelligenze che credevano di trovare in città; ma per lo
contrario, appena scoperti, vennero caldamente attaccati da tutti i
cittadini. All'incirca cinquanta degli emigrati rientrati furono uccisi
in questa zuffa, altri cento di già coperti di ferite furono fatti
prigionieri, e subito appiccati. Il protonotaro Fabricio ed un altro
prelato, chiamato Ridolfo, principali capi della fazione degli Oddi,
furono uccisi; ed il papa, udendo la sconfitta della parte ch'egli aveva
mostrato di spalleggiare, non si mostrò difficile ad accordare ai figli
dei vincitori i beneficj de' preti morti in questa battaglia[439].
[438] _Stef. Infessura, Diario di Roma, p. 1222._
[439] _Ivi, p. 1237. — Orl. Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. VI,
f. 96._
Per ultimo la città di Genova non era in allora più libera delle altre
repubbliche sue alleate. La rivoluzione dell'ottobre del 1488 l'aveva
assoggettata al duca di Milano, ed Agostino Adorno la governava a suo
nome; ma perchè poco prima una fazione aveva implorata la protezione del
re di Francia, offrendogli la signoria della loro patria, Lodovico il
Moro, per conciliare queste pretese con quelle del potente suo vicino,
aveva domandato di tenere Genova come un feudo mobile della corona di
Francia, ed infatti ne aveva avuta l'investitura a tal patto nel
1490[440].
[440] _Barth. Senaregae de Reb. Genuens., t. XXIV, p. 525. —
Philiph. de Comines, Mémoires, l. VII, chap. III, p. 151._
Gli altri stati dell'Europa, distrutti in tale epoca da intestine
guerre, esercitavano poca influenza sulla politica italiana; quindi il
riposo che si godeva in sul declinare del quindicesimo secolo, quel
riposo tanto vantaggioso alle lettere ed alle arti, e che fu celebrato
da tutti gl'Italiani in confronto alle lunghe e sanguinose guerre che
dovevano cominciare tra poco, non era altrimenti il frutto della
politica di un uomo, ma il risultamento di un'unione di circostanze che
non potevano lungamente durare. La Francia, di dove il turbine doveva
bentosto piombare sull'Italia, non era per anco apparecchiata a
sostenere la premeditata guerra. Nella sua giovinezza Carlo VIII aveva
di già concepito il progetto di conquistare il regno di Napoli, progetto
che eseguì in breve con un successo affatto sproporzionato alle sue
forze ed a' suoi talenti[441]. Ma la rivalità fra la signora di Beaujeu,
sua sorella, governatrice del regno, ed il duca d'Orleans, la guerra
contro il duca di Bretagna, e l'altra contro Massimiliano, figliuolo di
Federico III, che per parte di sua moglie aveva ereditata la casa di
Borgogna, tenevano in allora la Francia occupata in troppo pressanti
interessi, perchè si potesse prevedere, che tutt'ad un tratto porrebbe
da banda ogni altro pensiero per iscendere con tutte le sue forze in
Italia.
[441] _Phil. de Comines Mémoires, l. VII, chap. V, p. 158._
Massimiliano, che dal canto suo vi doveva portare la guerra ora come
rivale, ed ora come alleato del monarca francese, trovavasi in allora
implicato in contese ne' Paesi Bassi. In luglio del 1477 egli aveva
sposata Maria, erede della Borgogna, l'aveva perduta il 28 marzo del
1482, e dopo tale epoca i suoi sudditi avevano cominciato a
contrastargli la reggenza de' suoi stati, ed il diritto di allevare suo
figliuolo Filippo. Massimiliano fu tenuto nove mesi loro prigioniere a
Bruges; ed allora poco pensava a far valere i diritti di re de' Romani,
acquistati nel 1484, od a scendere in Italia per proteggere Innocenzo
VIII, che caldamente lo invitava nel 1490[442].
[442] _Ann. Eccl. Raynaldi, 1490, § 5, 6 e 7, p. 498. — Spiegel der
Ehren. B. V, c. XXXII, p. 936, c. XXXV, p. 978._
Federico III, suo padre, giunto all'estrema vecchiaja, dopo
cinquant'anni di regno, non poteva mostrare quel vigore, di cui non
aveva nemmeno date prove in gioventù. Egli non aveva saputo nè
respingere i Turchi, nè farsi rispettare dai Tedeschi, nè conservare i
diritti della sua corona. Trattando ingiuste guerre contro Mattia
Corvino, l'eroe dell'Ungheria, non aveva saputo difendere contro il
medesimo la propria eredità. L'Austria era invasa, ed egli andava
errando d'una in altra città imperiale, o d'uno in altro convento,
vivendo alle spese di coloro che gli davano ospitalità[443].
[443] _Spiegel der Ehren. der Erzhauses von Oesterreich, B. V, c.
XXXI, p. 926._ — Il Fugger enumera ventisei diverse guerre fatte da
questo sovrano. _Ivi, B. V, c. XLI, p. 1073._
Mattia Corvino, re d'Ungheria, il solo che avesse avuta la gloria di
fermare Maometto II in mezzo alle sue conquiste, e con ciò forse quella
di avere salvata la cristianità, si era trovato più implicato nella
politica d'Italia che verun altro de' suoi predecessori, tranne Luigi il
Grande della casa d'Angiò. La sua alleanza con Venezia, il suo
matrimonio con Beatrice d'Arragona, figlia di Ferdinando, e cognata
d'Ercole, duca di Ferrara, la sua ubbidienza ai voleri del papa, e le
sue guerre coll'imperatore, aveva moltiplicate le sue relazioni cogli
Italiani; ma egli morì il 5 d'aprile del 1490[444]. Cinque pretendenti
si presentarono per avere la sua corona. Giovanni Corvino, suo figlio
bastardo, era fra tutti quello che per avere ereditate quasi tutte le
paterne virtù, pareva assistito da migliori diritti: non pertanto gli fu
preferito Uladislao, re di Boemia, e figlio del re di Polonia. Ma tale
elezione fu cagione all'Ungheria di estreme ruine. I Tedeschi, i
Polacchi, i Turchi ed i malcontenti Ungari se ne contesero le province;
tutte le chiese cristiane furono incenerite fino a Varadino, la Croazia
e la Transilvania furono saccheggiate nel 1491, e Schabatz, il baluardo
della Cristianità, fu assediato dai Musulmani. Alba reale e Schabatz non
vennero per altro in potere dei Turchi; ma Paolo di Kinitz, che fece
levare l'assedio nel susseguente anno, macchiò la sua vittoria,
trattando i suoi prigionieri con ispaventose crudeltà[445].
[444] _Bonfinius de reb. Hung., D. IV, l. VIII, p. 672. — An. Eccl.,
1490, § 10, 11, p. 399. — Marin Sanuto vite dei Duchi di Venezia, p.
1247. — Diar. Ferrar., p. 281. — Spiegel der Ehren, B. V, c.
XXXVIII, p. 1023._
[445] _Bonfinius Rer. Ung., D. V, l. II, p. 717. — An. Eccles., 1491
§ 14, p. 405. — Spiegel der Ehren, B. V. c. XXXVIII, p. 1024._
Nel 1485 Enrico VII aveva in Inghilterra posto fine alla tirannia di
Riccardo III, e cercava di consolidare un'autorità tuttavia male
riconosciuta. Nella Spagna Ferdinando ed Isabella, re di Arragona e di
Castiglia, avanzavansi assai più rapidamente, che non tutti gli altri
sovrani, verso la potenza e la considerazione. Essi avevano acquistato
alla corte del papa un'influenza, che in addietro mai avuta non avevano
i loro predecessori, e tutti i potentati d'Italia tenevano costantemente
gli occhi rivolti alla Spagna. In questa stessa epoca essi ponevano i
fondamenti di una assai più vasta potenza: Cristoforo Colombo scuopriva
per loro, nel 1492, il nuovo Mondo, mentre che i Portoghesi dilatavano i
loro stabilimenti su tutte le coste dell'Africa, e mentre Bartolommeo
Diaz superava nel 1486 il Capo di Buona Speranza. Ma tutte le forze,
tutte le ricchezze de' sovrani della Spagna erano rivolte contro il
regno di Granata, il di cui acquisto era di quell'epoca il solo scopo
della loro ambizione. Soltanto la capitale di quest'ultimo regno de'
Mori nella Spagna, questa fiaccola da cui si erano sparse in tutto
l'Occidente i lumi, le arti e le scienze degli Asiatici e degli antichi,
conservava ancora la sua indipendenza. L'attacco di Ferdinando e di
Isabella risguardavasi dai Latini come una guerra sacra, sebbene non si
trattasse pei Cristiani di riconquistare i luoghi consacrati dalla
religione, come nella Siria, o di difendersi contro le barbare
invasioni, come in Grecia ed in Ungheria; ma per lo contrario di
scacciare un popolo più incivilito che i suoi aggressori da un luogo
ch'essi occupavano già da ottocento anni. La caduta del re Boabdil, e la
conquista di Granata, fatta il 2 gennajo del 1492, vennero festeggiate
in tutta l'Europa come il trionfo della Cristianità[446].
[446] Intorno alle feste d'Italia celebrate in quest'occasione
osservinsi _Barthol. Senaregae, de Rebus Genuens., p. 531. — Ann.
Eccl. Raynal., 1492, § 1, 2, 3, p. 406._
In tal modo tutto si andava apparecchiando per un'era nuova, non solo in
Europa, ma in tutto il mondo. Le regioni dell'Oriente e dell'Occidente,
ravvicinate da una navigazione fin allora creduta impossibile, venivano
a legarsi all'Europa come al centro della potenza e dell'incivilimento.
Le nazioni si addestravano nelle ultime guerre civili, sviluppando
quelle forze che in breve dovevano portare in estranie contrade. La
Spagna, la Francia, la Germania, l'Inghilterra si apparecchiavano a
scendere sul campo di battaglia come colossi, contro i quali più lottare
non potrebbero quelle potenze che fino a tale epoca avevano creduto di
tenere le bilance dell'Europa. Era giunta l'età in cui doveva mutarsi
l'antico ordine delle cose; la libertà dei piccoli popoli erasi a poc'a
poco perduta; tutti i principi di una stessa nazione, che indipendenti
essendo gli uni dagli altri, non erano uniti che dai deboli vincoli
della feudalità, erano caduti dal grado di rivali del monarca a quello
di sudditi. Quella forza di cui avevano tanto tempo fatto uso gli uni
contro degli altri per appagare le loro passioni, per difendere i loro
diritti o il loro orgoglio, dovevano in breve con prodigalità consumarla
sotto gli ordini di un padrone. Dovevano cercare in lontane parti la
guerra che per sì lungo tempo avevano trovata ai loro confini. Gli
eserciti erano vicini a contare tante migliaja di soldati, quante erano
in addietro le centinaja; le guerre dovevano vestire un nuovo carattere
di ferocia, perchè i popoli belligeranti avevano usanze, costumi,
opinioni e specialmente un linguaggio affatto diverso, di modo che la
preghiera e la compassione più non conservavano veruna comunicazione. Il
desiderio di vendetta delle lunghe privazioni sostenute in lunghi
viaggi, in lunghi accampamenti, in lunghe malattie, dovea chiudere i
cuori de' guerrieri alle voci della commiserazione. Gli spedali
militari, fino a tale epoca sconosciuti, dovevano bentosto consumare
assai più soldati che non il ferro ed il fuoco; eppure le battaglie
dovevano in pochi anni macchiare il suolo italiano con assai più di
sangue che non erasene versato in tutto l'intero ultimo secolo. Tutto
prendere doveva un più gagliardo e più severo carattere; tutto
apparecchiava a più dolorose rivoluzioni, a scosse più violenti; ed omai
più non dipendeva dall'ingegno di un solo uomo il ritardare o
l'affrettare una crisi, renduta necessaria dalla natura delle cose.
Gl'Italiani, che videro succedere tutto ad un tratto lo sconvolgimento
della loro patria a un periodo di calma, di ricchezza e di splendore
letterario, attribuirono le mutazioni di cui ne sperimentavano gli
effetti agli uomini ch'essi avevano conosciuti. Attribuirono a Lorenzo
de' Medici l'onore di avere conservata la pace in Italia, perchè la
terribile invasione che la pose sossopra accadde due soli anni dopo la
di lui morte. Accusarono Lodovico il Moro d'avere colla sua ambizione
privata e con una falsa politica, data la patria in mano a quegli
stranieri, ch'essi chiamavano _barbari_, perchè loro rinnovò l'invito,
di già fatto venti volte in questo e nel precedente secolo, di prendere
parte nelle guerre d'Italia. Ma Lorenzo de' Medici non aveva impedito a
Lodovico XI di dettare il 22 luglio del 1474 il suo testamento al
vecchio re Renato a favore del conte _du Maine_, o di dettare a
quest'ultimo il suo testamento del 10 dicembre 1481, a favore della
corona di Francia. Tutte le pretese dei re francesi sul regno di Napoli
erano state dunque apparecchiate da molto tempo, e precisamente dodici
anni prima della morte di Lorenzo. Queste pretese non potevano essere
cagione di guerra, nè finchè occupava il trono un re vecchio, infermo,
timido, avaro, sospettoso, nè in tempo della minorità di suo figlio. Ma
era bensì giunto l'istante in cui una tale ambizione diverrebbe così
naturale alla Francia, che tre de' suoi re, diversi di carattere,
d'ingegno, ed ancora pel sangue da cui uscivano, Carlo VIII, Lodovico
XII e Francesco I, vi si abbandonerebbero con eguale ardore. Nè Lorenzo
de' Medici avrebbe potuto trattenerli, quand'anche fosse vissuto fino
all'età cui poteva naturalmente giugnere; nè avrebbe parimenti potuto
prevenire o impedire l'unione di tutte le corone della Spagna nelle mani
di Ferdinando e d'Isabella, la riunione delle eredità della Borgogna e
dell'Austria in quelle di Massimiliano. Egli non aveva eccitata contro i
primi la guerra di Granata, nè contro il secondo la ribellione de'
Fiamminghi, onde non poteva appropriarsi il merito nè della loro
attività nè del loro riposo.
Un solo mezzo poteva esservi di salvare l'Italia, ed era di seguire il
progetto dei repubblicani Fiorentini, mandato a male da Cosimo de'
Medici; di mantenere la repubblica di Milano quando ricuperò la sua
libertà nel 1447, dividendo in tal modo la Lombardia tra due potenti
stati liberi, Milano e Venezia; di conservare tra loro l'equilibrio col
peso che Firenze e la Toscana porrebbero nella bilancia; di riunirle per
un comune interesse qualunque volta si trattasse di difendere la libertà
e l'indipendenza d'Italia; di spalleggiarle coll'alleanza degli
Svizzeri, secondo il progetto che alquanto più tardi Sisto IV comunicò
ai Cantoni; di riunire così, in caso di bisogno, le ricchezze di Firenze
e di Milano, le flotte di Venezia e di Genova, e l'indomabile milizia
degli Svizzeri, per la causa della libertà. In allora questa catena di
repubbliche avrebbe presentato alle straniere potenze uno steccato, che
non avrebbe potuto essere superato nè da Carlo VIII, nè da Massimiliano,
nè da Ferdinando e da Isabella. Ma questo progetto, che gli Albizzi
sarebbero stati degni di formare, che Neri Capponi concepì e
vigorosamente sostenne, che venne rinnovato da Sisto IV, fu distrutto
dalla personale ambizione di Cosimo e di suo nipote, i quali per essere
i primi cittadini della loro patria, e per portare la loro famiglia al
sovrano potere, abbisognavano di avere l'alleanza di altri principi, non
di stati liberi. Per la stessa ragione Lorenzo tenne sempre Firenze
lontana da Venezia, antica di lei alleata; ed ispirò al popolo uno
spirito di diffidenza e di rivalità, contrario a quell'antica unione che
aveva all'opportunità posto argine alle conquiste di Mastino della
Scala, di Barnabò, di Giovanni Galeazzo e di Filippo Maria Visconti. Di
modo che se della ruina d'Italia può darsene colpa ad un errore
politico, dobbiam piuttosto incolparne Lorenzo che Lodovico il Moro.
Quest'ultimo, ambizioso tutore di suo nipote, ch'egli voleva privare del
trono, luogotenente di un despota, ed aspirando alla tirannide, era
veramente fatto per sagrificare ogni cosa al suo personale interesse.
Non è già da tale razza d'uomini che possano pretendersi virtù
pubbliche, nulla potevasi da lui sperare fuorchè un giusto calcolo. A
dir vero egli s'ingannò, quando invocò l'ajuto degli stranieri, che
dovevano in breve schiacciarlo; ma il suo errore non era nuovo. Dopo il
primo Carlo d'Angiò, che viveva alla metà del XIII.º secolo, dopo
Filippo e Carlo di Valois, i papi, i baroni napolitani, i Toscani, i
Lombardi, i Veneziani, i Genovesi, avevano tutti ogni dieci anni
chiamati i Francesi in Italia. Lodovico I, Lodovico II, Lodovico III,
della seconda casa d'Angiò, il vecchio Renato, suo figlio Giovanni, duca
di Calabria, e Renato di Lorena, avevano tutti più volte tentato di
conquistare il regno di Napoli con eserciti francesi. Negli ultimi dieci
anni Renato II era stato due volte chiamato dai Veneziani e due volte
dal papa. Quasi nello stesso periodo i Genovesi si erano due volte
offerti al re di Francia. Per ultimo Innocenzo VIII, l'amico ed il
confidente di Lorenzo de' Medici, aveva di nuovo dichiarato guerra a
Ferdinando di Napoli in novembre del 1489, confidando soltanto
nell'ajuto di Carlo VIII, da lui chiamato a soccorrerlo[447]; e fu
l'indolenza di Carlo, e non le persuasioni di Lorenzo, che finalmente
obbligarono il papa a fare la pace nel 28 gennajo del 1492, allorchè
vide che i suoi brevi, e le sue bolle, sole armi da lui adoperate in tre
anni, non avevano avuta abbastanza forza di tirare i Francesi in Italia.
[447] _Raynaldi An. Eccl., 1489, § 7, 8, 9, p. 394. — Diar. Romano
di Stef. Infess., p. 1229._
Non pertanto temendo Ferdinando di vedere finalmente eseguirsi
quest'invasione, rinnovò con quest'ultimo trattato quasi tutte le
condizioni della precedente sua convenzione col papa. Promise di dare la
libertà ai figli dei baroni ch'egli aveva fatti morire; promise di
pagare l'annuo tributo cui si era assoggettato; per ultimo promise di
non turbare nel suo regno l'esercizio dell'ecclesiastica giurisdizione.
Mandò il suo nipote, il principe di Capoa, a rendere omaggio al papa, il
quale investì di nuovo il re del suo regno, siccome di feudo spettante
alla Chiesa. Innocenzo fissò l'ordine della successione, chiamandovi il
duca di Calabria, e, se questi premoriva al padre, il principe di Capoa;
ed infine ricevette il giuramento del re. La bolla, che terminava questa
contesa, è del 4 di giugno del 1492[448], e il 25 del susseguente luglio
Innocenzo VIII morì, prima d'avere avuto il tempo di vedere Ferdinando
mancare, secondo il praticato, a tutte le sue promesse[449]. Innocenzo
VIII soffriva da gran tempo molte infermità, ed il 27 di settembre del
1490 era già stato creduto morto per uno svenimento di venti ore. In
tempo della sua letargia Franceschetto Cibo tentò d'impadronirsi del
tesoro pontificio, poi di Zizim, che soggiornava nello stesso palazzo
del papa; ma le guardie dell'uno e dell'altro eransi opposte ai suoi
tentativi[450]. I cardinali, che in allora si trovavano in Roma, eransi
portati di buon mattino al palazzo ed avevano cominciato l'inventario
del tesoro. Sebbene Franceschetto Cibo avesse già da gran tempo deviata
una parte delle ricchezze della Chiesa, e le avesse mandate a Firenze, i
cardinali trovarono ancora nella camera apostolica grandissime somme,
che diedero a custodire al cardinale Savelli. Ma intanto il papa
rinvenne, e tosto che si sentì rinvigorire, congedò tutti i cardinali,
loro dicendo che sperava tuttavia di sopravvivere a tutti loro[451].
[448] _Diploma apud Raynaldum An. 1492, § 11, 12, 13, p. 408-410. —
Diar. di Stefano Infessura, t. III, p. II, p. 1240._
[449] _Istor. di Gio. Cambi, t. XXI, p. 71. — Il Diario Romano del
Nantiporto_ termina alla morte d'Innocenzo VIII, _t. III, p. II, p.
1108_. Il Muratori, pubblicandolo, intese di contrapporlo al
giornale di Stefano Infessura, che assume la qualità di segretario,
_scriba_, del senato e del popolo romano. Vuole che si richiamino in
dubbio le maldicenze dell'Infessura intorno a Sisto IV e ad
Innocenzo VIII, perchè nulla trovasi di simile nel giornale del
notajo di Nantiporto: ma a dir vero non trovasi in questo giornale,
nè la conferma delle cose dette dall'Infessura, nè altre cose,
tranne la data affatto nuda degli avvenimenti. I più insignificanti,
come i più importanti sono egualmente indicati da una breve frase,
non facendovi il notajo veruna diversità. «Il 15 di maggio, egli
dice, il cardinale de' Medici fu fatto legato del patrimonio: il 16
il duca di Ferrara partì da Roma e se ne andò; il 26 l'ambasciatore
di Venezia entrò in Roma con molto onore; il 27 il principe di
Capova, figlio del duca di Calabria, fece il suo ingresso in Roma
trionfalmente, tra il cardinale di Benevento e quello di Siena; seco
condusse molta signoria, ed alloggiò nel palazzo del papa; il 29 il
principe andò a visitare i cardinali, cominciando dal vice
cancelliere;» e tutta la sua narrazione seguita nello stesso modo.
Non si può di buona fede opporre il silenzio di un giornale, scritto
in questa maniera, all'autorità d'una storia ragionata e
circostanziata, dove si vede la volontà ed il sentimento dello
scrittore. Il giornale del notajo di Nantiporto è stampato nel _t.
III, p. II, p. 1071-1108_. Quello dell'Infessura trovasi nello
stesso volume _p. 1109-1252_. Ma il Muratori soppresse varie
circostanze che gli sembrarono scandalose sul conto di Sisto IV. Lo
stesso giornale trovasi senza lagune in _Eccardus Hist. Medii Aevi,
t. II. Lipsiae, 1723._
[450] _Diar. di Stef. Infessura, p. 1233._
[451] _Diar. di Stef. Infessura, p. 1234._
Nell'ultima sua malattia Innocenzo VIII si lasciò persuadere da un
medico giudeo di tentare il rimedio della trasfusione del sangue, spesso
proposto da certi empirici, ma fin allora non isperimentato che sopra
animali. Tre fanciulli dell'età di dieci anni furono successivamente,
mercè una ricompensa data ai loro parenti, assoggettati all'apparecchio
che doveva far passare il sangue delle loro vene in quelle del vecchio,
e il sangue di questi nelle vene de' fanciulli. Tutti e tre morirono nel
cominciamento dell'operazione, probabilmente per l'introduzione di
qualche bolla d'aria nelle loro vene, ed il medico giudeo si diede alla
fuga piuttosto che di sagrificare nuove vittime[452]. In tempo della
malattia d'Innocenzo VIII, precisamente a mezzo luglio, lo sventurato
Zizim, il di cui capo in certo qual modo era stato da Bajazette II posto
all'incanto, fu per ordine de' cardinali chiuso in Castel sant'Angelo,
venendo risguardato come una parte importante dell'eredità del futuro
pontefice.
[452] _Ivi, p. 1241. — Raynaldi An. Eccles., 1492, § 9, p. 412, ex
Volaterrano, l. XXII, et aliis._
Lorenzo de' Medici non conobbe la morte d'Innocenzo VIII, nè la
scandalosa elezione di Roderigo Borgia, che gli successe sotto il nome
d'Alessandro VI. Sorpreso da lenta febbre, che si aggiunse alla gotta,
ereditaria nella sua famiglia, si era in sul cominciare dell'anno
ritirato a Careggi, sua villa, per porsi tra le mani de' medici. Pareva
che questi proporzionassero i loro rimedj alla ricchezza piuttosto che
ai bisogni del loro ammalato; gli fecero prendere decomposizioni di
perle e di altre pietre preziose senza verun giovamento. Lorenzo,
circondato dai suoi amici, morì tra le loro braccia l'otto aprile del
1492, prima di avere compiuto l'anno 44 dell'età sua[453].
[453] _Machiavelli, l. VIII, p. 447. — Scip. Ammirato, l. XXVI, p.
186._
Qualunque si fosse la destrezza di Lorenzo de' Medici nel trattare gli
affari, non può essere come uomo di stato collocato tra i sommi uomini,
onde va gloriosa l'Italia. Tant'onore non è riservato che a coloro che,
portando le loro viste al dissopra dell'interesse personale, assicurano
col lavoro e colla loro vita la pace, la gloria o la libertà del loro
paese. Per lo contrario Lorenzo tenne quasi sempre una politica
egoistica; sostenne con sanguinose esecuzioni un usurpato potere; andò
ogni giorno aggravando il detestato giogo sopra una città libera; privò
i legittimi magistrati dell'autorità loro attribuita dalla costituzione,
e deviò i suoi concittadini da questa pubblica carriera, nella quale
prima di lui avevano mostrato tanto ingegno. Vedremo nell'ultima parte
di quest'opera le funeste conseguenze della sua ambizione, e del
rovesciamento delle nazionali istituzioni. Una disastrosa lotta si tenne
viva trent'otto anni tra la famiglia di Lorenzo e la sua patria, ed ebbe
soltanto fine collo stabilimento della tirannia di Alessandro dei
Medici.
Per altro ingiusta cosa sarebbe lo spogliare Lorenzo de' Medici di una
gloria accordatagli dalla posterità. Per l'attiva ed illuminata
protezione da lui accordata alle arti, alle lettere, alla filosofia,
egli meritò di associare il suo nome alla più bella epoca della storia
letteraria dell'Italia. Colla prontezza e colla perspicacia del suo
ingegno, colla flessibilità de' suoi talenti, col calore della sua
anima, diventò il capo ed il promotore di un'associazione di grandi
uomini intenti a far risorgere le lettere ed il buon gusto. Lorenzo era
fatto per conoscere tutto, per apprezzar tutto, per sentire tutto. Egli
mostrava la medesima attitudine per le arti di cui andava ragunando e
moltiplicando i capi d'opera; per la poesia, cui ritornava l'antica
armonia del Petrarca; per la filosofia, che riceveva in casa sua una
nuova vita dallo studio profondo de' Platonici[454]. Lorenzo non era
forse un uomo di straordinario ingegno, nè come poeta, nè come filosofo,
nè come artista; ma aveva un così vivo senso del bello e del giusto, che
metteva in sul buon cammino coloro ch'egli stesso non poteva seguire.
Così il profondo pensare di Poliziano e di Pico della Mirandola, il
genio poetico di Marullo e di Pulci, l'erudizione del Landino, dei Scala
e dei Ficino, sono una parte essenziale della gloria del protettore cui
dovettero, per così dire, quasi la loro esistenza. Abbiamo creduto che
in un'epoca così gravida d'avvenimenti, bisognasse separare la storia
politica da quella della letteratura del mezzogiorno; ed è in un'altra
opera che abbiamo cercato di dare qualche idea del merito letterario di
Lorenzo. I signori Ginguenè e Roscoe rendettero un più luminoso omaggio
all'ingegno di quest'uomo straordinario. Lo rappresentarono in mezzo ai
suoi amici, agl'illustri letterati che lo amavano[455]; e posero in tal
modo in piena luce le attrattive del suo carattere, la sua facilità, il
suo buon umore, la sua costanza, la sua magnanimità. Ma per affezionarsi
così vivamente a Lorenzo conviene talvolta ammettere con poco scrupolo
le pie frodi de' suoi amici e de' suoi adulatori: conviene
particolarmente deviare lo sguardo dall'antica Firenze, e dimenticare,
se è possibile, ciò ch'ella fu nei giorni della sua vera gloria, ciò
ch'ella fu sotto la dittatura di Lorenzo, ciò ch'ella diventò dopo di
lui[456].
[454] _Machiavelli, Ist., l. VIII, p. 449._
[455] Il signor Roscoe pubblicò nell'appendice _§ 77, t. IV, p.
122_, una commovente lettera di Angelo Poliziano del 17 di giugno
del 1492, nella quale narra gli ultimi istanti e la morte di
Lorenzo. I suoi amici nel frenetico dolore per tanta perdita,
uccisero il medico Pietro Leoni di Spoleto, che lo aveva curato, o
almeno lo minacciarono con tanta violenza, che per disperazione
gittossi da sè medesimo in un pozzo, a San Cervagio. _Ricordanze di
Tribaldo de' Rossi, Deliz. Erud., t. XXIII, p. 275. — Scip.
Ammirato, l. XXVI, p. 187. — Alleg. Allegretti, Diari Sanesi, t.
XXIII, p. 825. — Istorie di Giovanni Cambi, t. XXI, p. 67. — Rime di
Jacopo Sannazzaro nella morte di Pier Leone medico. — Roscoe,
Appendix, § 78-79._
[456] La storia fiorentina del Machiavelli termina col 1492, alla
morte di Lorenzo, ma i suoi frammenti storici, i suoi decennali, ed
in particolare le lettere scritte in tempo delle sue legazioni, ci
serviranno ancora di guida per gran parte dello spazio che ci rimane
a scorrere.
_La storia fiorentina di Gio. Michele Bruto_, dotto Veneziano, che
visse dal 1513 al 1594, termina pure alla morte di Lorenzo de'
Medici, dopo avere cominciato con quella del vecchio Cosimo
(_Burmannus Thes. Ant. et Hist. Ital., t. VIII, p. II, p. 1-216_.)
Bruno viene collocato tra i principali storici latini del sedicesimo
secolo; ma ciò soltanto per l'eleganza del dire. Visse in Lione
cogli emigrati fiorentini, nemici della casa de' Medici, ed in
generale adottò le loro opinioni e l'odio loro: pure pochissimo
aggiugne a ciò che già si sapeva. Le sue autorità sono _Machiavelli,
i Commentari e le lettere del cardinale di Pavia, e la vita di
Lorenzo de' Medici di Niccolò Valori_. Egli disamina le loro
opinioni, e sceglie con poca buona critica; ed i lunghi sermoni
sparsi nella sua narrazione non sono che amplificazioni di quelli
del Machiavelli, cui ha tolto il loro colore originale.