CAPITOLO LXXXVII.

_Sisto IV chiama gli Svizzeri in Italia; loro vittoria sui

Milanesi a Giornico. — Eccita Lodovico il Moro ad usurpare il

governo di Milano. Angustie di Lorenzo de' Medici, che va a

Napoli, ove soscrive una pace che compromette l'indipendenza

della Toscana; progetto del duca di Calabria sopra Siena;

rivoluzioni di questa repubblica_.

1478 = 1480.

La pace de' Veneziani coi Turchi assicurava l'Italia dalla più

formidabile invasione, e facendo cessare un pericolo che non era mai

stato più imminente, avrebbe dovuto essere per que' diversi potentati un

motivo di confidenza e di riposo. Pure la notizia fu per la maggior

parte cagione di costernazione. Acciecati dalla loro gelosia, non videro

che il ristabilimento del credito della potente repubblica che temevano.

Videro che Venezia poteva oramai disporre di tutte le sue forze in

Italia come aveva fatto nel 1463; ed il re di Napoli e la repubblica di

Genova che le avevano dimostrata la loro nimicizia, temevano il suo

risentimento; e la duchessa di Milano, il duca di Ferrara, il marchese

di Mantova ed i piccoli principi della Romagna, sebbene alleati di

Venezia, furono in segreto dolenti di vedere con ciò diminuirsi la loro

importanza. In tempo della guerra del Levante, il senato avevali

cautamente accarezzati; ora dovevano a vicenda mostrare al senato veneto

la loro deferenza. Ma il papa in particolare, quand'ebbe avviso di

questa pace, non potè contenere il suo rammarico e la sua indignazione.

Il papa, che non aveva presa veruna parte in una guerra da lui chiamata

sacra, pretendeva che i Veneziani, come cristiani, non potessero

terminarla senza tradire la Cristianità. Annunciò all'Europa ch'egli

aveva in allora intavolato de' negoziati col re di Francia,

coll'imperatore Federico III e con Massimiliano, duca di Borgogna, di

lui figliuolo; che il suo scopo era quello di terminare la guerra di

Firenze, indi di volgere le armi di tutto l'Occidente contro i

Turchi[177]. In tali circostanze, egli diceva, i Veneziani, abbandonando

la causa comune, avevano fatta, e solennemente giurata, la pace. «Non

contenti di questa diserzione, aggiugneva egli in una nuova bolla, si

resero ancora più colpevoli; non arrossirono di dire alla nostra

presenza, alla presenza dei nostri venerabili fratelli i cardinali,

degli ambasciatori dell'imperatore, del re, del duca di Milano, dei

prelati e di una grande quantità di Cristiani, che fedelmente

osserverebbero il trattato coi miscredenti, e non vi contravverrebbero

in verun modo[178]». In fatti erano tornati vani tutti gli sforzi del

papa per ridurre i Veneziani a ricominciare la guerra.

[177] _Sixti IV liber Brevium et Bullarum; Epist. 119 apud Rayn.

Ann. Eccl. 1478, § 29, p. 277._

[178] _Bulla Sixti IV, 16 kal. septembris 1479 apud Raynald, § 11,

p. 281._

Per altro Sisto IV era ben lontano dal pensare alla riunione de'

Cristiani, nè a formare una lega contro i Turchi. L'ambizione andava in

lui crescendo coll'età; la passione della guerra e dell'intrigo erasi

impadronita del suo animo; la collera, l'odio ed il desiderio di

accrescere la potenza di Girolamo Riario, suo figliuolo o suo nipote,

gli ponevano a vicenda le armi in mano. Avrebbe voluto strascinare i

Veneziani in nuove ostilità per indebolirli e privare i Fiorentini del

loro appoggio. Nella stessa maniera volle turbare lo stato di Milano,

perchè ancor esso alleato dei Medici; per riuscirvi s'addirizzò ad un

popolo più religioso, più docile alla sua voce e più disposto di quello

che lo fossero i Veneziani a far dipendere le leggi della pubblica

morale dalle arbitrarie decisioni de' suoi preti. Persuase gli Svizzeri

a violare i giuramenti che gli univano al duca di Milano, ed a stornare

con una potente invasione i soccorsi che Lorenzo de' Medici poteva

sperare dalla famiglia Sforza.

Da circa due anni i venditori d'indulgenze eransi sparsi nella Svizzera,

in occasione di un giubileo, ed avevano trovato presso quella semplice

gente, che abitava sulle Alpi, quella fermezza di fede, quella cieca

confidenza nel papa, quella premura di spogliarsi di tutti i loro beni

per acquistare grazie spirituali, che più non conoscevano gl'Italiani,

testimonj dei disordini della corte di Roma. Si stabilì nella Svizzera

un tribunale di ottanta a cento preti per distribuire le indulgenze

della bolla, e decidere nei casi dubbiosi; e Roma vide con maraviglia

quanto danaro poteva trarre da quei cantoni, che credeva tanto poveri.

Ma quando l'attenzione di Sisto IV fu richiamata sopra gli Svizzeri,

osservò in quel popolo altra cosa che lo interessava assai più che il

commercio delle indulgenze. Vide quale profitto potrebbe cavare nelle

guerre della santa sede da tali fedeli e da tali soldati; loro mandò una

bandiera rossa, benedetta colle sue mani, e gli esortò a ricordarsi che

il loro dovere gli obbligava a non risparmiare il loro sangue per la

libertà della Chiesa. Il suo legato, Guido di Spoleti, vescovo d'Anagni,

fece adunare una dieta a Lucerna, e colà in una segreta assemblea,

tenuta il 1.º novembre del 1478, propose agli Svizzeri di ajutare un

numeroso partito di nobili e di borghesi di Milano, che desideravano di

ristabilire una repubblica in Lombardia. D'altro non trattavasi che

d'allontanare un fanciullo incapace di governare che in allora era capo

della casa Sforza; e Sisto IV, in ricompensa di questa spedizione, loro

offriva la divisione degl'immensi tesori ammassati ne' castelli di Pavia

e di Milano, cui Guido aggiugneva il pagamento di dieci mila ducati

all'anno, per agevolare il loro armamento. Ma i deputati de' cantoni

confederati non potevano prendere una così importante risoluzione, senza

il consentimento del popolo, e la cosa non era di tale natura da potersi

rendere pubblica[179]: perciò il legato, mentre comunicava ai capi i

suoi progetti politici, cercava in pari tempo d'eccitare il risentimento

de' contadini. La dieta si chiuse senza avere nulla conchiuso; ma era

scoppiato il malcontento e l'odio degli uomini d'Uri contro i Milanesi,

ed il legato ottenne finalmente di accendere la guerra tra la Svizzera e

la Lombardia in occasione che si tagliò un bosco di castagni, nella

valle Levantina, di controversa proprietà[180].

[179] _Jo. Muller Geschichte der Schweiz. Buch. V, c. 11, p. 174._

[180] _Ivi, p. 175._

Fin dal 1467 un'antica capitolazione legava la Svizzera alla casa

Sforza; per la destrezza di Francesco Simonetta era stata rinnovata il

io luglio del 1477 tra Gio. Galeazzo ed i Cantoni. L'antica aveva

ricevute alcune modificazioni; erano stati pagati gli arretrati dovuti

agli Svizzeri, e terminate tutte le controversie di confine[181], quando

nella state del 1478 alcuni sudditi milanesi tagliarono degli alberi in

un bosco, che gli Svizzeri pretendevano essere di loro proprietà; Cecco

Simonetta, informato dell'irritamento degli uomini d'Uri, offrì di far

riconoscere il luogo da arbitri, e dove fosse ritrovata proprietà degli

Svizzeri, di compensarne il danno. Ma il vescovo d'Anagni riuscì a

rendere inutile la moderazione di questo vecchio e saggio ministro, ed a

soffocare le pacifiche rimostranze dei cantoni di Zurigo e di Berna. Il

cantone d'Uri dichiarò la guerra al duca di Milano; invitò i suoi

alleati a dargli gli ajuti dovutigli in forza del trattato federativo, e

tutti i cantoni, sebbene di malavoglia, fecero marciare il loro

contingente. In novembre del 1478 passò il san Gottardo un'armata di

dieci mila confederati, quando già cominciava ad essere coperto di nevi.

Un araldo d'armi era andato a sfidare il duca di Milano, ed il conte

Marsiglio Torelli con un'armata di diciotto mila uomini aspettava gli

Svizzeri ai confini[182]. Questi frattanto cominciarono a saccheggiare

il territorio d'Iragna; avanzaronsi fino a Bellinzona, di cui presero

d'assalto il primo ricinto; ed avrebbero colla stessa facilità potuto

occupare il secondo, se i loro stessi capi non avessero temuto di

esporre al sacco una città che serviva di deposito al loro commercio. I

confederati attraversarono in appresso il Cenere, montagna che divide i

due laghi, e minacciarono Lugano. Ma dopo avere atterrita la Lombardia

con una breve comparsa, perchè un rigorosissimo inverno di già si

annunciava sulle alte Alpi, essi le ripassarono prima che troppo alte

nevi ne chiudessero il passaggio[183].

[181] _Ivi, p. 169._

[182] _Muller Geschichte der Schweiz Buch. V, c. 11, p. 177. —

Diarium Parmense, t. XXII, p. 290._ Muller scrisse Borelli invece di

Torelli, errore corso senza dubbio nel copiare i proprj manoscritti.

[183] _Jo. Muller Geschichte dar Schweiz B. V, c. 11, p. 178._

Gli Svizzeri non avevano lasciati in val Levantina che dugento uomini

somministrati dai cantoni d'Uri, di Zurigo, di Lucerna e di Schwitz, e

la milizia della valle, che si univa a così debole guarnigione, non

eccedeva i quattrocento uomini. Il conte Marsiglio Torelli credette di

potere facilmente distruggere questa piccola truppa, ed impadronirsi di

Giornico, fortezza che sarebbe diventata la chiave del passaggio del san

Gottardo. Avanzossi fino a Poleggio con circa quindici mila uomini;

Enrico Troger, comandante di Giornico, ritirossi all'avvicinarsi di

forze tanto superiori, ma ebbe l'avvedutezza di deviare dal proprio

letto le acque del Ticino, facendo che si spargessero sulle praterie che

occupano il fondo della valle. L'acutissimo freddo della notte rese

questo bacino una sola lastra di ghiaccio. Gli Svizzeri, ritiratisi

sulle alture, eransi tutti provveduti di ferri da ghiaccio, ed

aspettarono, prima di attaccarla, che la cavalleria milanese si

avanzasse incautamente su questo piano di ghiaccio. Mentre i cavalli

cadevano ad ogni passo, che gli uomini, appoggiati alle loro lance,

potevano a stento reggersi in piedi, i montanari piombarono sopra di

loro, correndo su quel ghiaccio colla medesima facilità, come se fosse

stato une prateria. I Milanesi, non potendo valersi delle loro armi,

rinculavano ed avrebbero voluto fuggire; ma i cavalli, che cadevano

sotto di loro, chiudevano tutti i passaggi. Più di mille cinquecento

furono uccisi, e non fu piccolo il numero de' prigionieri: la buona

artiglieria caduta nelle mani del vincitore servì ad armare i bastioni

di Giornico, ed i soldati si divisero tra di loro un ricco bottino[184].

[184] _Muller Geschichte der Schweiz Buch. V, c. 11, p. 181. — Diar.

Parmense, t. XXII, p. 291. — Albert. de Ripalta An. Plac., t. XX, p.

958. — Bern. Corio Stor. Milan., p. VI, p. 991._

Frattanto Cecco Simonetta desiderava ardentemente la pace, e fece

riaprire le negoziazioni: que' cantoni, le di cui città sono sovrane,

non desideravano meno di lui di terminare una guerra, che danneggiava il

loro commercio, e costrinsero gli abitanti d'Uri alla moderazione. Il

bosco controverso fu ceduto agli Svizzeri, loro pagata l'indennizzazione

di alcune migliaja di fiorini, e ristabilita la buona armonia tra i due

stati. Ma questa breve spedizione rialzò l'opinione degli Svizzeri in

tutta l'Italia, ed accrebbe agli occhi di Sisto IV il vantaggio della

loro alleanza[185].

[185] _Muller Geschichte der Schweiz Buch. V, c. 11, p. 182. — Diar.

Parmense, p. 303._

Altre pratiche del pontefice avevano nello stesso tempo suscitati nemici

domestici alla reggenza di Milano ed ai Fiorentini. Sisto aveva fatti

entrare nella Lunigiana Roberto di Sanseverino, Luigi Fregoso ed Ibletto

dei Fieschi; e mentre che questi capitani con truppe genovesi prendevano

de' castelli ai Malaspina ed attaccavano Sarzana[186], i fratelli

Sforza, zii del giovane duca, lasciavano il luogo del loro esilio,

scorrevano la Toscana con minaccioso apparato, ed all'ultimo si

aggiugnevano al Sanseverino[187]. I Fiorentini, adombrati dalla comparsa

di questi nuovi nemici, chiamarono al loro soldo molti rinomati

condottieri. I Veneziani loro cedettero Carlo da Montone e Deifobo

dell'Anguillara. Roberto Malatesta, signore di Rimini, Costanzo Sforza,

signore di Pesaro, ed uno de' Manfredi, signori di Forlì, abbandonarono

le bandiere del papa per militare sotto le loro[188].

[186] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 131. — Alb. de Ripalta An. Plac.,

p. 958._

[187] Il 27 di gennajo. _Diar. Parm., p. 295. — Scip. Ammirato, l.

XXIV, p. 132._

[188] _Ivi, p. 133._

In ragione che lo spirito militare andava in Italia rinascendo, il

governo fiorentino sentiva ch'eragli pericoloso il rimanervi del tutto

straniero. Il duca di Ferrara, generale della repubblica, era stato

incaricato di respingere il Sanseverino, mentre che i suoi avversarj, i

duchi d'Urbino, e di Calabria, non uscivano dai loro quartieri

d'inverno. Lo fece effettivamente, ma con tanta lentezza e così

mollemente e con tanto timore d'un nemico troppo di lui più debole, che

impiegò tre settimane nello scorrere la costa da Pisa a Sarzana, lunga

cinquanta sole miglia: egli mai non raggiunse, mai non vide il

Sanseverino, cui permise di acquistare l'avvantaggio di due o tre marce.

Dopo questa spedizione, nella quale non fu dato un solo colpo di lancia,

tornò colla stessa lentezza ad occupare i confini del Sienese. Il duca

di Ferrara non avrebbe osato tenere una così vergognosa condotta, se

avesse dovuto darne conto ad un governo militare; ma poco sentiva i

rimproveri che potevano essergli dati dai Medici, e dal loro consiglio

di mercanti[189].

[189] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 134. — Diar. Parm., p. 303._

Un impreveduto disordine indebolì nell'aprirsi della nuova campagna

l'armata fiorentina. Vi si vedevano riuniti il conte Carlo di Montone

cogli ultimi avanzi della scuola di Braccio, suo padre, e Costanzo

Sforza coi soldati di Sforza Attendolo, suo avo. La loro rivalità aveva

cominciato da circa un secolo, ed avrebbe dovuto spegnersi per la morte

de' loro capi e pel cambiamento di tutta la loro organizzazione. Pure fu

impossibile di farli combattere sotto le medesime insegne. Violenti

contese, sfide, duelli, facevano temere una generale battaglia tra i due

corpi. Fu forza separarli[190]: Montone con Roberto Malatesta fu mandato

nello stato di Perugia, sua patria, ove sperava trovare partigiani, e

dove effettivamente una ventina di castelli si sottomisero a lui o a suo

figliuolo Bernardino; ma la sua morte accaduta in Cortona il 17 di

giugno, distrusse tutte le speranze che cominciavansi a fondare sopra di

lui[191].

[190] _Machiavelli Istor., l. VIII, p. 394._

[191] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 136._

L'altra armata sotto gli ordini di Ercole d'Este fu ancora più

sgraziata: durante la prima metà della campagna si tenne vergognosamente

inattiva. Avendola Ercole lasciata il 10 agosto sotto gli ordini di suo

fratello Sigismondo, per tornare ne' suoi stati, fu dal duca di Calabria

sorpresa il 7 di settembre al Poggio Imperiale e sgominata totalmente

quasi senza avere combattuto[192]. I castelli di Poggi Bonzi e di Colle

di Val d'Elsa trattennero per altro i Napolitani, avendo ambidue

sostenuto un ostinato assedio. Ma perchè i Fiorentini non fecero veruno

sforzo, dovettero capitolare prima che terminasse la campagna. Quello di

Colle fu l'ultimo ad arrendersi il 14 di novembre; e dopo questa

conquista il duca di Calabria pose le sue truppe ai quartieri

d'inverno[193].

[192] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 138. — Allegretto Allegretti

Diar. Sanese, t. XXIII, p. 793. — Jo. Michaelis Bruti Hist. Flor.,

l. VII, p. 170._

[193] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 142. — Allegretto Allegretti, p.

795._

Se due ruinose campagne facevano vacillare la potenza di Lorenzo de'

Medici, e prevedere l'imminente sua ruina, egli era ancora più

spaventato dalle rivoluzioni che nello stesso tempo rovesciavano la

potenza del suo più fedele alleato. Roberto di Sanseverino, dopo la sua

spedizione di Lunigiana, erasi ritirato nelle montagne che dividono gli

stati di Parma e di Genova. Colà aveva collocato il suo campo presso

Borgo di Val di Taro in modo da tenere in iscacco i Fiorentini e la

duchessa di Milano. I cognati della duchessa stavano presso il

Sanseverino, ed il suo campo era il centro de' loro segreti maneggi. Uno

di loro, il duca di Bari, morì subitamente il 27 di luglio, non senza

sospetto che fosse stato avvelenato dagli altri due[194]. Prima che

passasse un mese, Lodovico Sforza, che gli succedeva nel ducato di Bari,

presentossi improvvisamente col Sanseverino e colla sua armata alle

porte di Tortona, che gli furono aperte il giorno 23 d'agosto[195]; ne

prese possesso a nome del duca Giovanni Galeazzo, suo nipote, e della

duchessa Bona; dichiarò ch'era servitore dell'uno e dell'altra, e che,

lungi dal prendere le armi contro di loro, non avanzavasi che per

liberarli dai loro nemici, ed in particolare dai loro infedeli ministri.

I popoli, sempre disposti a dar colpa ai ministri dei mali che soffrono,

secondavano con piacere una rivoluzione che non sembrava diretta contro

il loro sovrano; e tutte le terre murate si affrettavano di mandare le

chiavi a Lodovico. Uno storico contemporaneo assicura che gli si

arresero in un sol giorno quarantadue castelli[196]: ma, ciò che era più

importante, era favoreggiato alla corte della duchessa da un partito

assai potente. Trovavasi questa corte divisa in due fazioni. Da una

banda Cecco Simonetta, più sovrano che ministro, esercitava un potere

avvalorato da cinquant'anni di favore sotto tre successivi regni; suo

figlio Antonio, suo fratello Giovanni, suo amico Orfeo da Ricavo, e

tutti i vecchi consiglieri, per la maggior parte innalzati alle cariche

sotto di lui, lo risguardavano quale loro capo e loro oracolo.

Dall'altra banda Antonio Tassini, nudrito nel favore della nuova corte,

erasi formato un partito di tutti gl'invidiosi del ministro, di tutti

coloro che si lusingavano d'ingrandirsi in un cambiamento di cose. Il

Tassini era un Ferrarese di vile condizione: ricevuto prima come

cameriere presso il duca Galeazzo, era in appresso passato ai servigj

della duchessa, di cui aveva saputo in modo guadagnarsi l'animo, ed

ispirarle tanta confidenza, e forse amore, che altri in fuor di lui più

non era dalla duchessa consultato negli affari di stato. Il cancelliere

Simonetta vedeva non senza dispetto innalzarsi sulle proprie ruine così

indegno rivale; ed il Tassini, forse offeso dal disprezzo del vecchio

ministro, aveva per lui concepito un implacabile odio. Sperando di

rovesciarlo, aveva intavolata qualche relazione coi cognati della

duchessa, e quando Lodovico il Moro presentossi sotto Tortona, il

Tassini persuase la duchessa a chiamarlo alla sua corte. «Il partito che

voi prendete, le disse il Simonetta quando n'ebbe sentore, costerà a voi

l'impero, a me la vita[197]»; e tale profezia non tardò ad avverarsi.

Lodovico Sforza entrò in Milano il giorno 8 settembre, protestò di

giugnervi come servitore della duchessa e come suo fedele custode[198],

ma il giorno 11 Cecco Simonetta venne arrestato col suo figlio, fratello

ed amici[199].

[194] _Diar. Parm., p. 315. — Alb. de Ripalta Ann. Plac., p. 958._

[195] _Diar. Parm., p. 316. — Bernard. Corio Ist. Milan., p. VI, p.

992._

[196] _Alb. de Ripalta Ann. Placent., t. XX, p. 959._

[197] _Machiavelli Istor., l. VIII, p. 402. — Bern. Corio Ist. Mil.,

p. VI, p. 993._

[198] _Diar. Parm., t. XXII, p. 318._

[199] _Ivi, p. 319._

Il Simonetta, tradotto al castello di Pavia, vi fu da principio trattato

con molti riguardi; ma in ottobre Lodovico Sforza gli mandò uno de' suoi

segretarj ad avvisarlo, che se voleva ricuperare la libertà doveva

comperarla rilasciandogli circa quaranta mila fiorini, che teneva presso

alcuni banchieri a Firenze. «Io sono stato illegalmente carcerato,

rispose il Simonetta, la mia casa è stata saccheggiata, ed io venni

coperto d'obbrobrj; tale fu la ricompensa ch'io mi ebbi per avere con

fedeltà e con zelo servito lo stato di Milano. Se ho commesso qualche

mancamento mi s'infligga il meritato castigo; ma la sostanza che io ho

ammassata con onorate fatiche e con lunghi risparmj passerà a' miei

figli. Dio mi ha bastantemente favorito prolungando la mia vita fino a

questo giorno, altro adesso non bramo che la morte[200]». Dopo ciò il

Simonetta fu trattato con estremo rigore, assoggettato ad indegna

tortura per istrappargli la confessione di delitti, dei quali nè pure

sospettavasi reo: sua moglie, ch'era della casa Visconti, impazzì per

disperazione, ed, il 30 ottobre del 1480, il Simonetta fu decapitato nel

castello di Pavia[201].

[200] _Diar. Parm., t. XXII, p. 343. — Bern., Corio, p. VI, p. 993,

994._

[201] _Alb. de Ripalta Ann. Placent., p. 961. — Diar. Parm., p. 354.

— Bern. Corio, p. 997._ Il Corio era presente ed attore in questi

avvenimenti; ma egli non li racconta di buona fede, per non far

torto alla riputazione di Lodovico il Moro.

La predizione che il Simonetta aveva fatta alla duchessa avverossi a

puntino, ed il Tassini, che lo aveva soppiantato, non godette lungamente

del suo trionfo. Il 7 d'ottobre Lodovico il Moro fece dichiarar maggiore

suo nipote, Giovanni Galeazzo Maria; pretese che questo principe,

sebbene non ancora giunto ai dodici anni, fosse di già in istato di

governare, e con questo pretesto privò la duchessa d'ogni partecipazione

agli affari. Lo stesso giorno venne arrestato Antonio Tassini e chiuso

nel castello di Porta Zobia: Gabriele, padre del Tassini, ch'era stato

creato consigliere ducale, fu arrestato nello stesso tempo; e spogliati

ambidue de' loro beni, furono esiliati dal ducato di Milano. La duchessa

Bona, irritata ed umiliata, uscì il 2 novembre da Milano per ritirarsi a

Vercelli; ma in appresso si stabilì in Abbiate Grasso, ove visse

totalmente lontana dagli affari[202].

[202] _Alb. de Ripalta Ann. Placent., p. 961. — Diar. Parm., p. 351.

— Bern. Corio Istor. di Milano, p. VI, p. 998. — Machiavelli Ist.,

l. VIII, p. 403._

Lorenzo de' Medici, tanto sventurato nelle sue prime campagne, tanto

sventurato nell'alleanza su cui aveva fondate le principali sue

speranze, non si scoraggiava, e cercava nella stessa Italia e fuori

soccorsi contro la potente lega che lo attaccava. Di concerto coi

Veneziani tentò di far rivivere l'antico partito d'Angiò per opporlo nel

regno di Napoli all'eccessiva potenza di Ferdinando. Gl'inviati delle

due repubbliche andarono a cercare in Lorena l'erede del vecchio re

Renato, e lo trovarono apparecchiato ad entrare negl'intrighi e nelle

guerre d'Italia per far rivivere diritti che davano maggior lustro alla

sua casa.

Viveva tuttavia il vecchio Renato, conte di Provenza, il rivale

d'Alfonso e di Ferdinando. Egli non morì che il 10 di luglio del

susseguente anno nella sua contea; ma era sopravvissuto a tutta la sua

discendenza maschile, ed arrivato ad un'età nella quale mancavagli la

forza e la volontà di entrare in nuovi travaglj. Il generoso suo figlio,

Giovanni, duca di Calabria, era morto nel 1470, lasciando, del suo

matrimonio con Maria di Borbone, due figli, il maggiore dei quali,

chiamato ancor esso Giovanni, non gli sopravvisse che pochi giorni, e

l'altro, Niccolò, morì di venticinque anni nel 1473 senza aver avuta

prole[203]. Ma una figliuola di Renato, Jolanda, erasi maritata con

Terry, conte di Vaudemont, e gli aveva portati i diritti che aveva sua

madre sopra la Lorena. Da questo matrimonio, cui Renato aveva di mala

voglia acconsentito per ricuperare la libertà, era nato Renato II, duca

di Lorena, che, per la morte de' suoi cugini Giovanni e Niccolò,

diventava pure l'erede di tutti i diritti della casa d'Angiò sul regno

di Napoli. Vero è che il vecchio Renato non aveva perdonato a questo suo

nipote i suoi natali dal sangue di Vaudemont, ed il 22 luglio del 1474

aveva fatto un testamento per privarlo della propria eredità,

chiamandovi Carlo del Maine, figliuolo d'un altro conte del Maine, suo

minor fratello[204]. Questi fu quel Carlo che chiamò erede di tutti i

suoi diritti Lodovico XI, con suo testamento del 10 dicembre del 1481, e

che morì nel susseguente giorno.

[203] _Contin. Monstrelet, vol. III, f. 174._

[204] _Ivi, f. 187._

Ma il diritto delle genti non accorda ai monarchi la facoltà di disporre

arbitrariamente della successione de' loro stati; successione regolata

dalle leggi di ogni popolo; e l'ordine immutabile stabilito per

l'eredità è la sola garanzia delle monarchie contro le guerre civili.

Perciò non sogliono vedersi testamenti di tale natura, che quando il

contratto tra il sovrano ed il suo popolo viene infranto da una

conquista, e che il monarca spossessato più non trasmette ai suoi eredi

che un vano titolo. Il regno di Napoli era un feudo femminino, e finchè

viveva un discendente in linea diretta dell'ultimo sovrano, i

collaterali non potevano avervi verun diritto. I Veneziani, i Fiorentini

e tutta l'Italia, riconoscevano in Renato II l'erede della casa d'Angiò,

e per questo titolo gli offrivano di ajutarlo a conquistare il regno di

Napoli, e dal canto suo lo trovavano dispostissimo ad adoperarvisi con

tutte le sue forze.

Mentre che da loro agitavansi quest'importanti negoziazioni, Lorenzo dei

Medici ricevette inaspettatamente dal duca di Calabria e dal duca

d'Urbino, suoi avversarj, proposizioni di pace. Lo stesso Lodovico il

Moro, reggente di Milano, ch'egli credeva suo nemico, vi aveva qualche

parte. Questi, dopo avere prese le redini del governo, aveva adottate le

affezioni de' suoi predecessori; voleva salvare Firenze, di cui

conosceva utile l'alleanza, e staccarla da Venezia; voleva inoltre

staccare il re di Napoli dal papa, e già vedeva germogliare tra di loro

i semi della divisione. Il 24 novembre, quando meno si aspettava, andò

un trombetta ad annunciare a Firenze, ch'era stata sottoscritta una

tregua tra il re di Napoli, il papa e la repubblica, per trattare la

pace[205].

[205] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 142. — Alleg. Allegretti Diari

Sanesi, t. XXIII, p. 797._

Ferdinando non nudriva verun personale risentimento contro Lorenzo dei

Medici; la guerra che gli faceva era puramente politica, e poteva

terminarla senza rancore, tostocchè avesse in vista nuovi progetti

d'ingrandimento. Padrone dell'Italia meridionale, desiderava di dilatare

i suoi confini verso l'Italia superiore. La rivoluzione gli aveva di già

data molta influenza sopra la Lombardia; la repubblica di Genova poteva

quasi risguardarsi come da lui dipendente; il duca di Calabria formava

già su quella di Siena progetti cui pareva favoreggiare un potente

partito, e poteva sperare che entro pochi mesi questo stato lo

riconoscerebbe per suo sovrano. Non conveniva dunque a Ferdinando di

continuare d'accordo con Sisto IV una guerra, di cui questi avrebbe per

lo meno voluto dividere i frutti. Tornava assai meglio al re il lasciare

a Firenze un governo che s'andava ogni giorno più indebolendo per l'odio

di una numerosa fazione, di porre frattanto un piede stabile in Toscana,

aspettare gli avvenimenti, e soprattutto la morte del pontefice. Diverse

affatto erano le disposizioni di Sisto IV; egli sentivasi umiliato dallo

stesso male che aveva voluto fare ai Fiorentini, non meno che dai

rimproveri e dalle minacce di tutta la Cristianità; non poteva perdonare

a Lorenzo nè la morte di tanti amici di Girolamo Riario, nè gli

scandalosi processi che avevano palesati all'Europa le loro congiure, nè

il terrore del giovane cardinale suo nipote. Era stato sforzato a

dichiarare a quali condizioni farebbe la pace, ed umilianti erano tutte

quelle che aveva osato di proporre. Voleva che Lorenzo ed i Fiorentini

fabbricassero una cappella, e che fondassero legati di messe per le

anime di coloro ch'erano morti nella congiura de' Pazzi; voleva che la

repubblica domandasse solennemente perdono alla Chiesa per avere

attentato alla vita di persone sacre, l'arcivescovo ed i suoi preti; e

finalmente voleva che restituisse alla santa sede Borgo san Sepolcro,

Modigliana e Castro Caro, sebbene queste città fossero state dai

Fiorentini legittimamente acquistate molto tempo avanti la presente

guerra[206].

[206] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 136._

Frattanto la situazione di Lorenzo anche in Firenze rendevasi ogni

giorno più pericolosa. La città era omai stanca di così disastrosa

guerra sostenuta con così infelice successo, le sue truppe erano state

assoldate con gravissimo dispendio, i nemici, padroni delle migliori

fortezze, avevano successivamente stesi i loro guasti nel Pisano,

nell'Aretino, in Val d'Elsa, in Val di Nievole, in Val d'Arno, e nella

Lunigiana: quasi niuna provincia era rimasta intatta; il commercio,

minacciato nella capitale, era stato ne' più rimoti paesi travagliato

dalle confische pronunciate dal papa; tutti sentivano che la guerra non

era sostenuta che per la difesa di Lorenzo, ed affatto estranea ai veri

interessi dello stato; ognuno voleva porvi fine; e Girolamo Morelli, che

risguardavasi come uno degli amici e dei più zelanti partigiani de'

Medici, disse a Lorenzo in pieno consiglio: «La nostra città è oggi

stanca, più non vuole guerra, più non vuole rimanersi interdetta e

scomunicata per difendere il vostro credito[207].»

[207] _Jacopo Nardi Ist. Flor., t. I, p. 12. — Ist. Mich. Bruti, l.

VII, p. 172._

In così difficili circostanze Lorenzo dei Medici prese una risoluzione

apparentemente ardita, ma che pure era la sola prudente, quella di

recarsi egli stesso presso di Ferdinando, di conoscere le segrete sue

disposizioni, e di approfittarne per negoziare con lui; metter fine alle

lagnanze de' malcontenti di Firenze colla speranza di una prossima pace,

e di mostrare nello stesso tempo all'Europa, ch'egli non era altrimenti

il tiranno della sua patria, poichè osava, come ogni altro cittadino,

porsi tra le mani de' nemici sotto la sola salvaguardia del diritto

degli ambasciatori. La sorte provata dal Piccinino alla stessa corte di

Napoli dava agli occhi de' meno veggenti tutto il merito di un grande

coraggio a cotale condotta, sebbene Lorenzo non si esponesse a verun

rischio. Il Piccinino, solo capo della sua armata, non lasciava dietro

di sè nè stati, nè vendicatori; la sua morte costava a Ferdinando un

delitto e non guerre. Per lo contrario la repubblica di Firenze sarebbe

tutta intera sopravvissuta a Lorenzo, avrebbe mostrato più zelo nel

punire gli uccisori di quest'illustre cittadino, che nel difenderlo, e

Ferdinando non avrebbe raccolto altro frutto da un tradimento, che la

vergogna di averlo commesso. Lorenzo, invitato a fare questo viaggio dal

duca di Calabria e dal duca d'Urbino[208], aveva già da Napoli ricevuta

l'assicurazione di esservi ben accolto, quando il 5 dicembre fece per

mezzo del gonfaloniere adunare un consiglio dei _Richiesti_ per

comunicar loro le proprie intenzioni[209]. Egli partì lo stesso giorno,

ed all'indomani scrisse da Samminiato alla signoria per prendere da lei

congedo. Rappresentavasi in questa lettera come una vittima che si offre

in sagrificio per calmare la collera di potenti nemici[210]. Giunto a

Pisa vi trovò i pieni poteri dei decemviri della guerra per trattare in

nome della repubblica poteri che i suoi partigiani non avevano osato

domandare al consiglio dei cento, per timore di trovarvi

opposizione[211]. Una galera napolitana lo aspettava per ordine di

Ferdinando a Livorno, ed il capitano lo ricevette a bordo coi più grandi

onori.

[208] La lettera di Lorenzo del 6 di dicembre a questi due duchi ci

fu conservata dal Malavolti. _Stor. di Siena, p. III, l. IV, f. 76._

Il Medici dichiara d'intraprendere questo viaggio dietro i loro

consiglj, ed in sua assenza loro raccomanda i proprj interessi.

[209] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 143._

[210] _Presso Roscoe Life of Lorenzo, t. I, p. 226._

[211] _Epist. Barthol. Scalae apud Roscoe. Appendix XXX, t. III, p.

174._

L'arrivo di Lorenzo de' Medici a Napoli fu un vero trionfo; il secondo

figlio del re, Federico, e suo nipote Ferdinando vennero a riceverlo

alla riva, e lo stesso monarca mostrò di credersi onorato dalla venuta

di un tale ospite[212]. Ebbe con lui lunghe conferenze intorno alla

politica d'Italia. Il Medici svelò al re il trattato di già intavolato

con Renato II di Lorena, in forza del quale obbligavasi questo duca

verso le due repubbliche a condurre sei mila cavalli in Italia per

muovere guerra alla casa d'Arragona[213]. Gli comunicò altresì le

offerte di Lodovico XI, che sembrava voler far valere a vicenda o i

diritti della casa di Lorena, o i suoi proprj sul regno di Napoli.

Questo monarca colla sua attività, colle sue complicate negoziazioni,

colla sua misteriosa politica faceva in allora illusione a tutta

l'Europa, mentre la sua salute andava declinando. L'invasione francese,

che rovesciò quindici anni più tardi dal suo trono il re di Napoli,

pareva di già minacciarlo. L'appoggio che Ferdinando trovava nella corte

di Roma era troppo incerto per equilibrare questo pericolo. Il papa era

vecchio ed infermiccio, e, venendo a morte, il di lui successore

potev'essere egualmente premuroso di dare stato ai proprj nipoti, e

perciò di gittarsi in un opposto partito, che gli offrisse le spoglie di

Girolamo Riario e de' suoi amici. Ma Lorenzo de' Medici, presentando

questo quadro dell'Europa a Ferdinando, convenne che alla repubblica

fiorentina era più facile il vendicarsi che il difendersi. Convenne che

quando avesse una volta chiamati gli oltremontani in Italia, non sarebbe

più in suo potere il fermarne l'impeto, e che probabilmente non verrebbe

a soffrir meno da una guerra, nella quale la Toscana sarebbe la loro

piazza d'armi. L'interesse di Ferdinando e de' Fiorentini era troppo

conforme, perchè essi non dovessero anteporre una fedele alleanza ad una

guerra senza scopo. Era del comune loro interesse di mantenere l'Italia

in pace, di chiuderne l'ingresso ai Turchi per mezzo de' Veneziani, ed

ai Francesi per mezzo del duca di Milano, di consolidare il governo di

quest'ultimo, che nell'ultima rivoluzione era stato scosso, di tenere

per lo contrario aperti gli occhi sull'ambizione ed i progressi della

repubblica di Venezia, che, dopo avere ricuperata la pace ai confini

d'Oriente, poteva dettare leggi ai suoi vicini; all'ultimo di tenere a

freno lo spirito turbolento del papa, che per ottenere a suo figlio un

piccolo principato aveva colle più funeste pratiche compromessa tutta

l'Italia[214].

[212] _Valori in vita Laurentii, p. 34._

[213] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1163. — Scip. Ammirato, l.

XXIV, p. 144._

[214] _Jo. Mich. Bruti Hist. Flor. l. VII, p. 176._

Queste considerazioni non riuscivano nuove a Ferdinando, e fecero sul di

lui animo grandissima impressione; ma perchè gli si era sempre parlato

dell'odio e del malcontento da Lorenzo eccitato in Firenze, prima di

fare fondamento sull'alleanza di questo capo di parte, premevagli di

sapere se i Fiorentini non separerebbero i loro interessi da quelli di

Lorenzo. A tale oggetto Ferdinando lo trattenne lungamente presso di sè,

e nello stesso tempo osservò attentamente se la di lui lontananza dava

luogo a qualche movimento. I nemici del Medici colsero quest'occasione

per manifestare altamente i loro timori intorno alla di lui sorte, e

ricordavano la crudele morte del Piccinino, sperando di suggerire al re

il pensiero di trattare nello stesso modo il loro avversario. Nello

stesso tempo opponevansi ostinatamente ne' consiglj a tutte le domande

de' suoi amici, deplorando la sorte della repubblica, implicata

contemporaneamente in due guerre, mentre il suo capo trovavasi assente,

imperciocchè nello stesso giorno in cui Lorenzo era partito da Firenze

per trattare col re di Napoli, Agostino, figliuolo di Luigi Fregoso, in

onta della tregua, si era per sorpresa impadronito di Sarzana, che suo

padre, molti anni prima, aveva venduta alla repubblica fiorentina[215].

[215] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 143. — Diar. Parm. p. 327. —

Machiavelli Ist., l. VIII, p. 403._

Finalmente Ferdinando acconsentì di sottoscrivere, il 6 marzo del 1480,

con Lorenzo de' Medici un trattato di pace fra il suo regno e la

repubblica fiorentina. Richiese che i Pazzi, tenuti prigione nella torre

di Volterra, sebbene non avessero avuto parte nella congiura, fossero

liberati; che i Fiorentini pagassero a suo figlio, il duca di Calabria,

a titolo di soldo l'annua somma di sessanta mila fiorini. Dal canto suo

prometteva la restituzione delle città e fortezze prese ai Fiorentini

nella presente guerra, ed i due governi si resero garanti degli stati

l'uno dell'altro[216]. Per quanti ostacoli frapponesse il papa a questo

trattato, per quanto si mostrasse scontento di non essere stato

consultato, per quante premure manifestasse di allearsi colla repubblica

di Venezia, la quale aveva egualmente motivo di lagnarsi della mancanza

di riguardi per parte de' suoi precedenti alleati, all'ultimo si lasciò

comprendere nel trattato di Napoli, e le ostilità, sospese nel

precedente anno in forza di una tregua, più non si rinnovarono[217]. La

pace pubblicossi ancora in Siena il 25 marzo del 1480[218].

[216] _Scip. Ammirato, p. 145. — Machiavelli l. VIII, p. 405. — Jac.

Nardi., l. I, p. 12._

[217] _Jacobi Volaterrani Diarium Romanum, t. XXIII, p. 105._

[218] _Alleg. Allegretti, Diar. Sanesi, p. 799. — Orlando Malavolti,

p. III, l. IV, f. 76._

Questa pace accrebbe in Firenze il credito di Lorenzo de' Medici che

l'aveva ottenuta. Egli fu ricevuto al suo ritorno come il salvatore

della patria. Approfittò di questa riconoscenza del popolo per

consolidare la propria autorità: il 12 aprile fece creare una nuova

balìa, ma con intenzione di non più crearne all'avvenire, perciocchè il

nome e l'autorità delle balìe contribuivano a rendere odioso il potere

de' Medici. Fece dunque attribuire questa superiore autorità, ch'egli

voleva conservare, ad un corpo permanente nello stato. Fu questo un

nuovo consiglio di settanta cittadini, che dovevano, primi fra tutti gli

altri, essere consultati intorno agli affari. Vi dovevano essere ammessi

i gonfalonieri di mano in mano che uscivano d'ufficio, quando non ne

fossero esclusi dalla maggiorità dei voti. Il consiglio de' settanta

cominciò un nuovo scrutinio d'elezione per formare in appresso le

magistrature, e lo fece durare quattro anni, onde più lungamente

mantenersi dipendenti coloro che aspiravano agl'impieghi. Nello stesso

tempo adoperò il danaro dello stato per pagare i debiti contratti da

Lorenzo de' Medici[219].

[219] _Ist. di Gio. Cambi. Deliz. degli Eruditi, t. XXI, p. 2, 3._

Lorenzo, cui la posterità accordò il nome di _magnifico_, mentre i suoi

concittadini e gli scrittori suoi contemporanei non gli davano

quest'epiteto che come un titolo d'onore comune a tutti i condottieri,

agli ambasciatori, ed ai principi che non ne avevano un altro, Lorenzo

meritava questo soprannome, di cui gli diede possesso un errore. La

magnificenza apparteneva non meno alla sua politica che al suo

carattere: egli amava di dare l'idea di una infinita ricchezza, per

sublimare l'opinione del suo potere; e mai non misurava il suo fasto

sulle sue entrate. In tempo della sua dimora in Napoli, dopo una ruinosa

guerra per lui e per la patria, distribuì doti a moltissime fanciulle

della Puglia e della Calabria, che avevano implorata la sua munificenza,

e dispiegò in sugli occhi de' Napolitani sia nelle compre, sia nel suo

accompagnamento e negli equipaggi tutta la pompa di una ricchezza che

non aveva più nulla di reale: sempre egli volle sorprendere ed

abbagliare[220].

[220] _Valori in vita Laurent., p. 35. — Diar. Parmense, t. XXII, p.

335._

Il trattato di pace che assodava la sua potenza non lasciava di esporre

la sua patria al più terribile pericolo che mai corso avesse. Ferdinando

vi si era, più che per altro titolo, determinato per dare tempo al duca

di Calabria di stabilire il suo credito in Siena, riducendo questa

inquieta repubblica nell'assoluta dipendenza della corona di Napoli.

Questo progetto era stato segretamente concepito dal re Alfonso quando

questi era venuto in Toscana nel 1446, e fu dal medesimo ripreso nel

1452 e 1466; ma non mostrossi mai tanto vicino alla sua esecuzione che

allora quando Lorenzo, sagrificando la sua patria alla sua personale

sicurezza e l'interesse dei secoli a quello del momento, aveva

acconsentito a favoreggiarlo cercando una pace che il duca di Calabria

desiderava più di lui.

Siena aveva colle sue leggi consacrata l'esistenza di tutti i partiti

che l'avevano successivamente dominata, ed i suoi cittadini si trovavano

divisi in molti ordini, che piuttosto erano fazioni, e che portavano il

nome di _Monti_. Il primo, e quello che aveva risvegliata la più

costante gelosia, era quello dei nobili, un tempo proprietarj di tutto

il territorio. Vennero successivamente privati di tutte le loro

fortezze, ed in pari tempo esclusi da tutte le magistrature. Il seguente

era il _Monte dei Nove_, che formava a Siena una nobiltà popolare,

press'a poco uguale a quella degli Albizzi e del loro partito in

Firenze. Erano uomini cui le antiche ricchezze, acquistate colla

mercatura, avevano procacciato un'antica riputazione, di cui

continuavano ad avere il godimento per un diritto ereditario. L'ordine,

o _Monte dei Dodici_ era il più immediato rivale di quello dei _Nove_,

ed era composto di ricchi mercanti, contando di quest'epoca circa

quattrocento uomini atti ad entrare ne' consiglj, dai quali erano però

costantemente tenuti lontani dalla gelosia del governo. Il restante

della nazione era diviso tra i due ordini o monti novissimi, dei

_riformatori_ e del popolo.

Dopo il 27 novembre del 1403 tenevansi coalizzati i tre ordini dei

_nove_, dei _riformatori_ e del _popolo_. Avevano questi soli parte nel

governo, dopo l'esclusione degli altri due. La signoria veniva composta

di nove priori, tre d'ogni monte, e di un gonfaloniere di giustizia,

somministrato a vicenda dai tre ordini[221]. Questa forma di governo

erasi mantenuta con maggiore stabilità che verun'altra delle precedenti,

malgrado le pratiche di Pio II, ch'era nobile sienese della casa

Piccolomini. Chiesto aveva questo papa che si restituissero in tutti i

diritti di cittadinanza i nobili ed il monte dei dodici; nel 1458 era

stata esclusa la sua domanda, ma nello stesso tempo si cercò di

appagarla, ammettendo i membri della famiglia Piccolomini nell'ordine

del popolo. Nel susseguente anno eransi accordati alcuni pubblici

impieghi all'ordine dei nobili[222], ma si era costantemente negato lo

stesso favore al Monte dei Dodici[223], ed alla morte di Pio II,

accaduta nel 1464, i nobili erano stati di nuovo privati degli onori

loro accordati dietro istanza del pontefice[224].

[221] _Orlan. Malavolti Stor. di Siena, p. II, l. X, f. 194._

[222] _Orlando Malavolti Stor. di Siena, p. III, l. IV, f. 60-61._

[223] _Ivi, f. 64._

[224] _Ivi, f. 69._

Comunque imprudente fosse tale esclusione, i Sienesi non avevano motivo

di pentirsi d'essersi attenuti a ciò ch'essi chiamavano la _Trinità_ del

loro governo. Le tre fazioni riunite pareva che avessero confusi tra di

loro i reciproci interessi; e la loro amministrazione era stata

bastantemente buona, onde le ricchezze e la popolazione si andassero

visibilmente accrescendo. Siena intanto si ornava di sontuosi palazzi,

che mostravano ad un tempo i progressi dell'opulenza, delle arti e del

gusto; la repubblica non era stata frequentemente agitata da interni

movimenti, aveva preso parte in poche guerre straniere e sebbene

ecclissata dalla magnificenza di Firenze, potente vicina, e cagione ai

Sienesi di continua diffidenza, ella conservava esternamente l'onore

della sua indipendenza, e nell'interno la pace e la prosperità.

Ma l'esistenza di due partiti, formati di persone che non avevano parte

nel governo, era necessariamente pericolosa alla repubblica. Fra costoro

gli ambiziosi stranieri non mancavano mai di partigiani; questi erano i

segreti agenti del duca di Calabria, e questi egli cercava di far

rientrare nella signoria. Domandò prima il richiamo di tutti coloro

ch'erano stati esiliati nel 1456[225]. Non avendo potuto ottenerlo

seminò la discordia fra i tre ordini che governavano in comune; ne armò

due contro il terzo, ed il 22 giugno del 1480 i cittadini dei Nove e del

popolo presero le armi, e furono secondati dalle armi del duca di

Calabria che occupavano la piazza pubblica. Un consiglio generale, da

cui esclusero tutti coloro che non erano loro devoti, e che non pertanto

trovossi tuttavia formato di quattrocento quarantadue membri, dietro

inchiesta del gonfaloniere di giustizia, escluse per sempre dal governo

il Monte de' riformatori[226]. Questa violenta rivoluzione, che feriva

un terzo de' cittadini della repubblica, e gli spogliava di quella

partecipazione alla sovranità di cui erano in possesso da settantasette

anni, era stata apparecchiata con tanta segretezza, e così prontamente

eseguita, che non vi fu effusione di sangue. Il duca di Calabria, che

l'aveva diretta e sostenuta co' suoi soldati, erasi allontanato da Siena

il giorno in cui doveva scoppiare, onde non essere accusato di farla da

padrone nella repubblica; ma al suo ritorno fu dai nuovi magistrati

accolto quale benefattore dello stato. Aveva con loro convenuto di

formare un Monte nuovo che tenesse luogo di quello de' riformatori, e

partecipasse per un terzo alle pubbliche onorificenze. Questo nuovo

ordine, cui diedesi il nome di _Monte degli aggregati_, fu composto di

un limitato numero di gentiluomini conosciuti pel loro attaccamento al

duca di Calabria, di varj membri del Monte dei dodici e di quello dei

riformatori, che una privata ambizione staccava dai loro confratelli;

finalmente delle famiglie ch'erano state escluse nel 1456 dal Monte dei

nove e da quello del popolo, per avere voluto di concerto con Giacomo

Piccinino assoggettare la repubblica al re Alfonso. Così i cinque

antichi ordini avevano concorso alla formazione del nuovo Monte[227].

[225] _Orlando Malavolti, p. III, l. IV, f. 76. — Allegr. Allegretti

Diari Sanesi, p. 800._

[226] _Orlando Malavolti, f. 97. — Allegr. Allegretti, p. 803._

[227] _Orlando Malavolti, p. III, l. V, f. 78. — Jacobi Volaterrani

Diarium Romanum, p. 108._

Il nuovo governo, stabilito dalla violenza, era circondato di nemici, ed

aveva perciò maggiore bisogno di tenersi affezionato il duca di

Calabria, mostrandosi sempre dipendente dalla sua volontà. Malvagi

cittadini, che si lusingavano di ammassare più grandi ricchezze,

d'esercitare maggiori poteri, di soddisfare più facilmente tutte le loro

passioni sotto la protezione di un tiranno, piuttosto che nella loro

patria ancora libera, non avevano mal calcolato supponendo che questa

rivoluzione obbligherebbe in breve i Sienesi a darsi da sè stessi al

duca di Calabria. Tutti gli amici della libertà erano atterriti; nè il

timore era in Firenze meno grande che in Siena. Se l'acquisto che il re

di Napoli aveva fatto vent'anni prima di alcuni deboli castelli nelle

Maremme toscane aveva cagionato tanto spavento, come sperare di salvare

la libertà di Firenze una volta che tutto intero lo stato di Siena

sarebbe tra le mani di così formidabile vicino? Ma un inaspettato

avvenimento, che strinse di terrore il rimanente dell'Italia, liberò

Siena e Firenze da quasi inevitabile servitù, richiamando il duca di

Calabria a difendere i proprj focolari.

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16) · 第 6 / 14 题