_Guerra tra Sisto IV, alleato di Ferdinando di Napoli, ed i
Fiorentini. — Genova ricupera la sua libertà. — Continuazione e
fine della guerra di Venezia contro i Turchi_.
1478.
La condotta d'una cospirazione richiede sempre un certo grado di
dissimulazione, ed ancora di falsità; gli uomini contro i quali vengono
diretti somiglianti attentati, lagnansi frequentemente con amarezza
della perfidia di coloro ch'essi avevano risguardati come loro amici;
essi scordano le loro proprie offese, perchè coloro che sonosene
vendicati non ne mostrarono risentimento, e chiedono di essere attaccati
a viso scoperto e con armi eguali, mentre ch'essi medesimi si chiudono
nelle fortezze, si circondano di guardie, ed armano una intera
popolazione per difendersi. Ma perchè il rimprovero di dissimulazione
non faccia torto alla riputazione dei cospiratori conviene che un
eminente pericolo, un pericolo personale li giustifichi. Coloro che
scagliano i loro colpi da un luogo sicuro, che potendo combattere colle
armi dei principi adoperano invece il pugnale degli assassini, meritano
essi soli l'obbrobrio che deve ricadere sul tradimento. I Pazzi ed i
Salviati possono parer grandi e degni di rispetto, quand'ancora
addormentano i Medici con false carezze, e che stringendoseli al seno in
segno di amicizia, cercano sotto i loro abiti se queste vittime portano
la corazza[127]; ma Sisto IV che benedice le armi de' cospiratori, e
Ferdinando di Napoli che fa avanzare le sue armate per assecondarli;
questo sommo pontefice e questo monarca, che violano essi stessi la
legislazione, sotto la protezione della quale vivono, non meritano
maggiore stima di que' vili, che pagano mercenarj assassini per appagare
le loro vendette. Qualunque volta è aperto l'adito alla pubblica
vendetta, rimane interdetta la privata. I vindici de' privati sono i
tribunali, il tribunale de' sovrani è la guerra. I tribunali sono
impotenti per difendere l'onore, infedeli quando converrebbe di
difendere la libertà; fu perciò dall'opinione renduta ai cittadini la
spada per difendere l'onore ne' duelli, e per ricuperare la libertà
nelle legittime congiure[128]. I duelli, non altrimenti che le congiure,
sono dall'onore vietati ai sovrani, che hanno un altro giudice
nell'esperimento delle armi pubbliche.
[127] Cioè risguardati come cittadini di una patria libera, che
credono caduta sotto la tirannide di un privato, e che sperano di
ritornare nel primo suo stato colla morte dell'ingiusto oppressore.
Ma altri meno nobili motivi si erano ne' Pazzi associati a quelli di
amor di patria, ed il loro attentato, ed i mezzi tutti posti in
pratica per giugnere al loro fine, perdono quell'illusione che
accompagna il disinteressato amor di patria. _N. d. T._
[128] La cospirazione per essere legittima deve eseguirsi dalla
maggiorità della nazione, o dai suoi rappresentanti, contro
l'usurpatore del legittimo governo. Rispetto al duello possono
consultarsi i pubblicisti che hanno parlato _ex professo_. _N. d.
T._
Forse Sisto IV nudriva grandi pensieri e vasti progetti per
l'indipendenza d'Italia; senza apprezzarne la libertà, conosceva la
potenza delle repubbliche; voleva assicurare alla penisola tutti i mezzi
di respingere gli attacchi degli stranieri e de' barbari, riunendo la
Lombardia alla Toscana sotto l'egida di governi renduti forti dalla
confidenza e dall'amore dei popoli. Il piano che la sua mente aveva
concepito, e che noi vedremo svilupparsi, era degno di un uomo di genio,
e di un vero amico del suo paese; ma il carattere di questo papa
corrompeva il suo spirito, e frammischiava la falsità e la perfidia a'
suoi vasti concepimenti. Incapace di distinguere la virtù dal delitto,
gli erano indifferenti tutti i mezzi d'esecuzione, ed egli disonorava i
suoi progetti cogli strumenti che sceglieva per eseguirli. E per tal
modo quando ancora si armava a favore della libertà, rendevasi odioso
agli stessi repubblicani, facendo uso del potere della Chiesa,
scandalizzava i cattolici e progettando l'indipendenza dell'Italia, era
il primo ad esporla alle invasioni dello straniero.
Sisto IV e Ferdinando eransi apparecchiati alla guerra, avanti che i
Pazzi avessero scagliati i primi colpi contro i Medici. Per lo contrario
i Fiorentini non avevano ancora un'armata, nè potevano formarla in
sull'istante. Si andavano per loro assoldando in Lombardia tutti i
capitani che cercavano di servire; ed avevano di già riuniti sotto i
loro stendardi Niccolò Orsini, conte di Pitigliano, Corrado Orsini,
Rodolfo Gonzaga, fratello del marchese di Mantova, i due suoi figliuoli
ed altri capitani. Rispetto ai piccoli principi di Romagna, che tutti
facevano il mestiere di _condottieri_, i Fiorentini erano stati
prevenuti da Sisto IV, il quale aveva assoldati Federico, duca di
Urbino, Roberto Malatesta, signore di Rimini, e Costanzo Sforza, signore
di Pesaro. L'armata pontificia, renduta in tal modo assai numerosa,
entrò con quella del duca di Calabria nelle terre della repubblica, nel
mese di luglio[129]. I Fiorentini, non potendo tenere la campagna,
distribuirono i loro soldati nelle terre murate poste ai confini dello
stato di Siena e del ducato d'Urbino. Formarono inoltre un campo al
Poggio Imperiale; ma era composto di altrettante truppe indipendenti
quanti erano i condottieri che le comandavano; niuno voleva riconoscere
l'autorità di un altro; disprezzati erano gli ordini de' commissari
nominati dalla repubblica; ogni capitano riputavasi per lo meno eguale
ai cittadini che sedevano nel consiglio, ed avrebbe creduto di far torto
al proprio onore, ubbidendo agli ordini di un uomo, che i natali e la
carica non facevano soprastare agli altri.
[129] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 121._
Per ristabilire la subordinazione, i Fiorentini offrirono il comando
dell'armata ad Ercole, duca di Ferrara, colla paga di sessanta mila
fiorini in tempo di guerra e di quaranta mila in tempo di pace. Essi non
vollero abbadare ai consiglj della repubblica di Venezia, che loro
ricordava, che Ercole, avendo sposata una figlia di Ferdinando,
combatterebbe con poco vigore contro il duca di Calabria suo
cognato[130]. Lo stesso Ercole si mostrò lungo tempo indeciso, e
soltanto il 30 agosto segnò il trattato coi commissarj fiorentini[131].
[130] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, t. XXII, p. 1209._
[131] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 126._
Intanto erano in luglio cominciate le ostilità: i duchi d'Urbino e di
Calabria avevano guastato con estrema crudeltà il territorio fiorentino
da loro occupato, avevano successivamente assediato Rencina, la
Castellina, ragguardevole fortezza lontana otto miglia da Siena, e
Radda. Sebbene si difendessero valorosamente, questi tre castelli
dovettero capitolare a condizione di aprire le porte ai nemici, se non
venivano soccorsi avanti un determinato tempo; l'armata fiorentina,
informata di tale capitolazione, non aveva osato arrischiare una
battaglia per liberarli[132]. In appresso i nemici avevano preso
Mortajo, assediavano Brolio e minacciavano Cacchiano, quando finalmente,
l'otto settembre, giunse a Firenze il duca di Ferrara. Il dodici andò a
visitare il campo; ma frattanto Brolio s'arrese quasi sotto i suoi occhi
ai nemici, i quali, in onta alla capitolazione che avevano segnata,
saccheggiavano e bruciavano questo castello, come avevano poco prima
saccheggiato e bruciato quello di Radda[133].
[132] _Diario Sanese di Allegretto Allegretti, p. 785. — Orlando
Malavolti Storia di Siena, p. III, l. III, f. 73._
[133] _Scipione Ammirato, l. XXIV, p. 127._
Fino alla venuta del duca di Ferrara i Fiorentini avevano potuto dolersi
di non avere un capo; ma non tardarono a pentirsi di averne scelto uno
che mancava di talenti o di risolutezza, se pure non era segretamente
d'accordo coi loro nemici. Erasi aspettato per dargli il bastone del
comando l'istante fissato dagli astrologi, i quali lo avevano
dilazionato fino al 27 di settembre, a dieci ore e mezzo, ossia alle
sedici ore italiane. Aspettando che giugnesse il favorevole istante,
Ercole aveva lasciato prendere Cacchiano in sua presenza, e lasciava
assediare in Val di Chiana Monte Sansovino, una delle più importanti
piazze poste ai confini, poichè signoreggiava l'ingresso del piano
d'Arezzo e di Cortona, di Val d'Ambra e di Val d'Arno[134].
[134] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 128._
Il duca di Ferrara ora aveva che dire coi commissarj fiorentini, ora coi
proprj ufficiali; mai non trovava luogo abbastanza sicuro per
accamparsi, ricusava di avvicinarsi ai nemici, ed invece affrettavasi di
fare con loro un armistizio a svantaggiosissime condizioni,
acconsentendo che, durante l'armistizio, il duca d'Urbino continuasse
l'assedio di Sansovino. Avendo quest'armistizio cessato alla fine
d'ottobre, il duca di Ferrara propose di porre Sansovino nelle mani d'un
terzo, per dar tempo di cominciare altre negoziazioni; suggerì pure
altri espedienti che tutta disvelavano la debolezza del suo carattere, o
la sua mala fede, e ricusò costantemente di venire a battaglia per
liberare gli assediati, sebbene le sue forze fossero press'a poco eguali
a quelle dei nemici, avendo con lui sette mila uomini di cavalleria e
sei mila pedoni, mentre il duca d'Urbino aveva mille cavalli di più e
due mila pedoni di meno[135]. Finalmente Sansovino s'arrese l'otto di
novembre quasi in sugli occhi del duca di Ferrara; ed i nemici avendo
presi i quartieri d'inverno tra Fojano, Lucignano ed Asinalunga in sui
confini dello stato di Siena, il duca terminò dal canto suo questa
vergognosa campagna, alloggiando le sue truppe tra Olmo e
Pulicciano[136].
[135] Si cominciava a que' tempi a contare la cavalleria per
isquadroni, o _squadre_, per lo più di 75 uomini. Il duca d'Urbino
ne aveva 109, ed i Fiorentini 94. _Diarium Parmense, p. 289._
[136] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 130. — Allegretto Allegretti
Diari Sanesi, t. XXIII, p. 784._
Non si può non essere maravigliati vedendo che Lorenzo de' Medici non
presentossi mai nel campo fiorentino durante una guerra che la sua
patria sosteneva per suo riguardo. Aveva permesso che l'armata fosse
prima esposta agli inconvenienti dell'insubordinazione avanti la venuta
del duca di Ferrara, poi della diffidenza e forse del tradimento dopo la
di lui venuta, senza tentare di stabilirvi l'ordine, o di affrettarne le
operazioni. Il governo e forse lo stesso Lorenzo non avevano troppa
fiducia nei suoi talenti militari; ma i commissarj che la repubblica
mandava all'armata non erano probabilmente più di lui bellicosi. Quando
fu portato a Firenze il manifesto di Sisto IV e di Ferdinando, Lorenzo,
vedendosi indicato come il solo nemico di questi due sovrani, aveva
convocato un consiglio de' _richiesti_, cui erano stati invitati
trecento cittadini. Aveva loro dichiarato di essere apparecchiato ad
andare in esilio, in prigione, ed ancora alla morte, se la sua patria
credeva doverlo sagrificare per sottrarsi all'attacco de' suoi nemici.
Ma in pari tempo aveva fatto loro sentire che la loro prudenza e la loro
perseveranza bastavano sole per resistere al turbine e giugnere al
termine de' mali ond'erano minacciati. I Fiorentini, chiamati a questo
consiglio, corrisposero a così generosa interpellazione, giurando di
consacrare le sostanze loro e la vita in difesa di Lorenzo de'
Medici[137].
[137] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 122. — Nicc. Machiavelli Istor.,
l. VIII, p. 380._
Mentre i decemviri della guerra facevano nuove leve di soldati,
raccoglievano munizioni, e rimontavano il materiale dell'armata, la
repubblica mandava i suoi più esperti negoziatori alle potenze da cui
poteva sperare soccorsi. Donato Acciajuoli, uno de' più riputati
letterati del secolo, era stato incaricato dell'ambasceria di Francia;
ma infermò e morì a Milano prima d'aver potuto giugnere alla corte di
Francia, e gli fu dato per successore Guid'Antonio Vespucci[138]. Ma
tutti gli attestati d'amicizia che Lodovico XI aveva dati alla
repubblica fiorentina non dovevano avere alcun utile risultato. Questo
monarca, vecchio ed infermo, temeva sempre che l'Europa si accorgesse
del suo decadimento, e vi ravvisasse un pronostico dell'imminente suo
fine; quindi cercava di occuparla con negoziazioni, di sorprenderla
colle minacce, di mantener viva l'opinione della sua costante attività;
e frattanto tenevasi lontano dall'entrare in intraprese che non avrebbe
avuta la forza di condurre a fine[139]. I Sienesi, invano accarezzati
dai Fiorentini, eransi scopertamente dichiarati pei loro nemici. I
Lucchesi, sempre gelosi de' potenti loro vicini, erano egualmente
disposti a dichiararsi contro Firenze, e Pietro Capponi, figliuolo di
Neri, mandato per ambasciatore a Lucca, potè a stento mantenerli
neutrali con concessioni d'ogni genere[140]. Giovanni Bentivoglio, che
in Bologna occupava press'a poco lo stesso rango che il Medici a
Firenze, restavasi inattivo, sebbene fosse alleato di Lorenzo. Nè di lui
più attivo era Manfredi, signore di Faenza. Di ciò n'erano forse cagione
i Veneziani, i quali per non accendere una guerra in Romagna eransi
formalmente opposti al progetto di questi due signori di attaccare il
principato d'Imola posseduto da Girolamo Riario.
[138] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 126. — Jo. Mich. Bruti Hist.
Florent., l. VII, p. 167._
[139] _Mémoires de Philippe de Comines, l. VI, c. VII, p. 53._
[140] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 130. — Nicc. Machiavelli, l.
VIII, p. 392._
Tutta la speranza del Medici e dei Fiorentini stava adunque riposta
nell'alleanza coi due stati di Milano e di Venezia: ma i Veneziani,
pretestando la dichiarazione degli alleati di fare la guerra a Lorenzo
de' Medici, non alla repubblica fiorentina, protestarono di non essere
tenuti alla difesa di particolari cittadini nelle private loro liti.
Altronde si trovavano tuttavia impegnati in una disastrosa guerra coi
Turchi, ed in quest'anno medesimo avevano tremato per una formidabile
invasione. La reggenza di Milano assecondava di buona fede il governo
fiorentino, ma il re di Napoli per privarlo di così potente ausiliario
aveva trovato il modo d'occupare la duchessa Bona più seriamente ne'
proprj stati.
Ferdinando si fece da principio a trattare con Prospero Adorno, che
continuava a governare Genova a nome del duca di Milano, ma che nel
precedente anno si era mostrato quasi non meno diffidente de' suoi
ausiliarj milanesi che de' proprj nemici. Ferdinando gli offriva
d'ajutarlo a ristabilire i Genovesi nell'antica loro dipendenza, e gli
mandava per quest'oggetto due galere con grosse somme di danaro. La
duchessa Bona, avuto subito avviso di questa pratica, incaricò il
vescovo di Como di andare a prendere le redini del governo di Genova.
Questi si portò in quella città senza accompagnamento e travestito; ed
avendo adunato il senato in san Siro, gli comunicò le lettere del
principe, che richiamavano Prospero, e lo nominavano in sua vece
governatore[141]; ma non si attentò di fare la stessa dichiarazione nel
palazzo pubblico, nè di chiedere l'investitura prima d'avere adunati
alcuni soldati. Prospero Adorno approfittò di quest'indugio, chiamò i
suoi partigiani, tutti quegli ancora che nelle precedenti fazioni si
erano mostrati affezionati alla libertà di Genova; fece da costoro
nominare sei capitani del popolo, scelti tra i borghesi e gli artigiani
e, cambiato il titolo di governatore in quello di doge, proclamò
l'indipendenza della sua patria[142].
[141] _Anton. Galli de Reb. Gen., p. 284. — Diar. Parm., t. XXII, p.
281. — Uberti Folietæ Gen. Hist., l. XI, p. 642. — P. Bizarri Hist.
Gen., l. XV, p. 346. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 237._
[142] _Ant. Galli de Reb. Gen., p. 285. — Uberti Folietæ, l. XI, p.
643._
Ma l'armata dei Milanesi non occupava soltanto le fortezze, si era
inoltre trincerata nelle isole delle case più vicine, di modo che ebbe
luogo ogni giorno nelle strade qualche scaramuccia. Le famiglie nobili
parevano tutte favorevoli al dominio dei duchi di Milano; ed i Doria e
gli Spinola si erano anzi chiusi nelle fortezze, per correre la medesima
sorte della guarnigione. Cadauno di que' magnifici palazzi, che fin
d'allora avevano a Genova meritato il titolo di superba, era attaccato e
difeso coll'artiglieria. Prospero Adorno invitò Roberto di Sanseverino,
di que' tempi rifugiato in Asti, a venire a mettersi alla testa dei
Genovesi, e Roberto avidamente colse l'occasione di combattere la
reggenza di Milano cui erasi a stento sottratto. Dal canto suo Luigi
Fregoso, che due volte era stato doge di Genova, condusse nel porto
della sua patria sette galere napolitane con un piccolo numero di
soldati[143].
[143] _Ant. Galli de Reb. Gen., p. 286. — Uberti Folietæ Gen. Hist.,
l. XI, p. 644. — Ann. Placent. Ant. de Ripalta, t. XX, p. 956. — P.
Bizarri Hist. Gen., l. XV, p. 348. — Agost. Giustiniani, l. V, f.
238._
Sentiva la reggenza di Milano di quanta importanza fosse la difesa di
Genova, prima che le sue fortezze fossero prese dal popolo; e perchè i
cavalli non potevano essere di grande utilità nelle montagne della
Liguria, aveva adunata un'armata di otto mila pedoni armati di corazze
come gli uomini d'armi, sei mila d'infanteria leggiere e soltanto due
mila cavalieri[144]. Ma la reggenza ne diede incautamente il comando a
Sforzino, figliuolo naturale di Francesco I, il quale non aveva nè le
virtù, nè i talenti di suo padre. Gli furono dati per consiglieri Pietro
Francesco Visconti e Pietro del Verme: erano uomini di sperimentato
merito negli affari civili, e si suppose che sarebbero egualmente capaci
di condurre le armate[145].
[144] _Uberti Folietæ, l. XI, p. 644._ — Il giornale anonimo di
Parma fa montare l'armata a 20,000 uomini, _t. XXII Rer. Ital., p.
282_; ed altri a 28,000.
[145] _Ant. Galli de Reb. Cen., p. 290._
Per lo contrario Roberto da Sanseverino era uomo turbolento e fazioso
nei consiglj, ma eccellente soldato. Lasciando dietro a sè le due
cittadelle occupate dalla guarnigione milanese, portò le sue linee di
difesa nelle più anguste gole degli Appennini, alla distanza di sette
miglia dalla città, in vicinanza delle fortezze, chiamate i _due
gemelli_. V'innalzò subito trinceramenti renduti dalla posizione assai
importanti; e la sua poco numerosa armata, e la milizia genovese
formavano tutta la di lui forza. Per essere più sicuro di riunirla, fece
leggere innanzi al popolo da un frate domenicano una lettera, che diceva
d'avere intercettata, colla quale la duchessa di Milano avvisava il
vescovo di Como dell'imminente arrivo dell'armata che veniva a
liberarlo. Promettevasi in questa lettera alla guarnigione, in premio
della sua costanza, il sacco di Genova per tre giorni, poichè era giunto
il tempo di domare questa inquieta città, che la sola povertà poteva
ridurre ad una passiva ubbidienza[146]. In fatti, dopo la lettura di
questa supposta scrittura, quanti eranvi uomini in Genova capaci di
portare le armi, tutti corsero a porsi sotto le bandiere di Roberto di
Sanseverino. Ebbe l'avvedutezza di disporli in battaglioni subordinati a
sperimentati ufficiali, ed in conseguenza della sua savia organizzazione
questa milizia valeva quasi quanto la truppa assoldata. Si assicurò del
vantaggio del terreno non solo di fronte, ma ancora in sui fianchi dei
Milanesi, ed aspettò di essere attaccato.
[146] _Ant. Galli, l. I, p. 289. — Ubertus Folieta, l. XI, p. 645._
La battaglia cominciò la mattina del 7 agosto 1478 e si continuò più di
7 ore con estremo accanimento. Furono successivamente condotte
all'attacco delle linee genovesi tre divisioni, e furono sempre
respinte. I Milanesi, avendo avuti seicento uomini uccisi, e moltissimi
feriti, dovettero in ultimo pensare alla ritirata; ma incautamente si
erano avanzati entro un'angusta valle, da cui non potevano uscirne che
per mezzo d'una vittoria. Il Sanseverino non acconsentì che fossero
immediatamente inseguiti in quegli angusti passi delle montagne per cui
dovevano ripassare. Temette che fossero ancora in tempo a voltare la
fronte, e che le milizie, che si staccavano per inseguirli, si
disordinassero. Ma quando i Milanesi si videro in mezzo a quelle
pericolose, gole, sentirono essi medesimi con quanta facilità potevano
essere disfatti, e questo timore bastò a disordinarli; ognuno voleva
passar oltre per giugnere prima del compagno in luogo più aperto;
gettarono le armi per essere più agili, e l'armata, che aveva fin allora
combattuto valorosamente, altro più non sembrò che una timida mandra che
fuggiva. Allora i Genovesi attaccarono i Milanesi alle spalle senza
trovare resistenza, e gli alpigiani gli oppressero dall'alto delle
giogaje, facendo rotolare sopra di loro grossi sassi. Gli assalitori
erano principalmente attenti a fare de' prigionieri per venderli come
forzati ai capitani delle galere di Napoli, che in quell'istante erano
entrate in porto[147]. Pure limitato era il numero di coloro che
potevano impiegarsi in quest'ufficio, mentre quasi tutta l'armata
milanese fu costretta ad arrendersi, prima d'avere ripassata la catena
delle montagne. I contadini, non trovando allora più vantaggio nel fare
prigionieri, si accontentavano di spogliarli non solo delle armi, ma
ancora degli abiti e delle camicie, onde si videro tornare in Lombardia
molte migliaja di soldati, che non avevano altre vesti che una cintura
di frasche[148]. La reggenza di Milano, perduta ogni speranza di riavere
Genova, cercò almeno di eccitare una nuova guerra civile, risvegliando
partiti che omai parevano spenti. Ella rendette ad un tempo la libertà
ad Ibletto dei Fieschi, e persuase la fazione dei nobili a richiamare a
Genova Battista Fregoso, figlio del doge Pietro. I Milanesi, assediati
nelle due fortezze, più non isperando soccorso, la consegnarono a questo
Battista Fregoso. Alcuni colpi di cannone avendo annunciato ai suoi
partigiani ch'egli ne aveva preso il possesso, questi pigliarono le armi
in tutta la città ed attaccarono con accanimento la porta di san
Tommaso. Pareva che il partito di Prospero Adorno fosse il più
avvantaggiato, quando Ibletto dei Fieschi, che con tutti i suoi clienti
erasi posto dalla banda del doge, acconsentì alle proposizioni fattegli
per parte di Battista Fregoso. Si fece pagare sei mila fiorini per
abbandonare la causa degli Adorni, e per lo stesso prezzo trasse
nell'opposto partito il luogotenente del re di Napoli. Nulla montava a
Ferdinando che un Fregoso, o un Adorno fosse il doge di Genova, purchè
la città più non ubbidisse al duca di Milano. Prospero, che aveva
abusato della sua vittoria condannando a pena capitale, come ribelli,
alcuni suoi nemici, si trovò improvvisamente abbandonato dalla maggior
parte de' suoi seguaci, e costretto ad uscire di città il 26 novembre
del 1478, e ad imbarcarsi sopra una galera di Napoli. Pochi giorni dopo
Battista Fregoso, di già possessore di tutte le fortezze, venne
proclamato doge e riconosciuto da tutti i partiti[149].
[147] _Ubertus Folieta Gen. Hist., l. XI, p. 646. — P. Bizarri Hist.
Genuens., l. XV, p. 350. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 238._
[148] _Ant. Galli de reb. Gen., p. 291-292. — Diar. Parm., t. XXII,
p. 284._
[149] _Ant. Galli de reb. Gen., l. II, p. 296-300._ Qui termina
questo breve libro, scritto con calore, con eleganza e con amore
grandissimo di libertà. _Diarium Parm., t. XXII, p. 287 e 290. — Ub.
Folietae, l. XI, p. 647-648. — Ann. Placent., t. XX, p. 977. — P.
Bizarri, l. XV, p. 353. — Agost. Giustin., l. V, f. 240._
Quando la reggente di Milano avea mandata la sua armata nelle montagne
di Genova, aveva ordinato a Sforzino, che la comandava, di concentrarsi
tosto che avesse sottomessi i ribelli Genovesi e di secondare a tutto
suo potere Lorenzo dei Medici. La disfatta di quest'armata distrusse le
speranze di Lorenzo, e la rivoluzione di Genova lo minacciava ancora di
un'altra sventura. I mercanti fiorentini, affidati all'alleanza del duca
di Milano, signore di Genova, avevano fatto di questa città un grande
emporeo del loro commercio marittimo. Quattro galere, caricate per loro
conto, il di cui valore ammontava a più di trecento mila fiorini,
dovevano entrare in quel porto entro pochi giorni. Se venivano prese e
confiscate dal nuovo governatore, alleato di Ferdinando, così grossa
perdita avrebbe scoraggiati i Fiorentini e privatili dei mezzi di
continuare la guerra. Perciò Lorenzo si trovò costretto ad accarezzare i
Genovesi, anche a risico di disgustare il duca di Milano. La signoria di
Firenze felicitò Battista Fregoso intorno alla sua elezione, e gli offrì
la sua amicizia, scusandosi in pari tempo presso la duchessa Bona di
questi forzati riguardi verso i suoi nemici[150].
[150] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 130._
Le negoziazioni di Lorenzo de' Medici con Venezia acquistavano tanto
maggiore importanza in quanto che minori erano i sussidj che gli
offrivano gli altri alleati. Questa repubblica diventava l'unica
speranza, l'unico appoggio de' Fiorentini. Ma durante tutto il primo
anno della guerra, Venezia era stata battuta da tali calamità, che non
le fu possibile di soccorrere i Medici. La prima e la più grande, comune
a Venezia ed a Firenze, fu la peste, che pare essere stata prodotta in
Italia da un'invasione di locuste. In giugno del 1478 un'armata di
questi formidabili insetti coprì trenta miglia di lunghezza e quattro di
larghezza ne' territorj di Mantova e di Brescia. Il marchese Lodovico di
Mantova impiegò migliaja di persone ad ammazzarli, ma non prese la
precauzione di farli subito sotterrare; e la contagione si manifestò
bentosto, quale conseguenza della loro decomposizione[151]. L'epidemia
si comunicò alla Toscana, guastò Firenze ed il suo territorio, e privò
la repubblica di molti de' suoi più illustri ufficiali; aveva fatto pure
abbandonare senza difesa alcune terre murate, e rapiti in un mese alle
due armate più di due mila soldati[152]. A Venezia si era la peste
manifestata con tanta violenza che più non potevasi adunare il consiglio
dei Pregadi, essendosi rifugiati in campagna tutti i nobili che lo
formavano. In questo sempre imminente pericolo d'una atroce morte tutti
i calcoli di una lontana politica rimanevano senza interesse; onde i
Veneziani, lungi dal poter somministrare ai Fiorentini que' soccorsi
d'uomini e di danaro, che dovevano in forza de' trattati, non poterono
che dopo lunghissimi indugi adunare il senato, per dare i loro ordini
agli ambasciatori che mandavano a Roma. Furono questi incaricati di
rappresentare al papa che metteva in pericolo la Cristianità colla
guerra che eccitava in Italia, che in certo modo era lo stesso che far
causa comune col gran Turco, dal quale dovevasi ad ogni istante temere
un'invasione; che se il papa non desisteva da tale condotta, la signoria
di Venezia, d'accordo coll'imperatore e col re di Francia, gli
ritirerebbe la sua ubbidienza, e si appellerebbe de' suoi ingiusti
decreti ad un futuro concilio[153].
[151] _Diar. Parmense, t. XXII, p. 280._
[152] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 125. — Diarium Parm., p. 289._
[153] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1158._
L'accusa promossa contro il papa di secondare i progetti di Maometto II
era pur troppo fondata. Giammai gli avanzamenti de' Turchi avevano posta
l'Italia in maggiore pericolo; la stessa esistenza di Venezia trovavasi
compromessa, e la più leggiera diversione delle sue forze poteva farla
soggiacere agli attacchi della Cristianità.
I Veneziani, spossati da così lunghi sforzi, avevano fino dal 1475 fatto
fare a Maometto proposizioni di pace. Questi aveva domandato che Croja
venisse rimessa in suo potere, con tutte le fortezze che la signoria
aveva acquistate dopo il cominciamento della guerra. Inoltre chiedeva il
pagamento di cento cinquanta mila fiorini a titolo di un debito
contratto dagli amministratori delle miniere d'allume, e per un furto
fatto al suo fisco, in certo qual modo autorizzato dalla repubblica.
Così dure condizioni non vennero accettate, ma fecero luogo ad un
armistizio di sei mesi[154]. Durante il 1476 i Veneziani non avevano
agito contro i Turchi, ma non erano perciò rimasti senza inquietudine
pei loro possedimenti di Levante. La regina Carlotta di Cipro, cercando
sempre nuovi espedienti per rientrare nel suo regno, aveva adottato don
Alonzo, figliuolo naturale di Ferdinando. Due galere napolitane dovevano
prenderla a Rodi per condurla al Cairo, dove voleva guadagnarsi la
protezione del soldano d'Egitto. Avendone avuto avviso il consiglio dei
dieci, ordinò ad Antonio Loredano, capitano generale delle sue galere,
di portar via da Cipro i tre figli naturali dell'ultimo re, e sua madre
Marietta, sotto la di cui guardia erano stati lasciati. Tutti e quattro
vennero condotti a Venezia e tenuti sotto buona guardia, abusando in tal
modo la repubblica della confidenza in lei riposta dall'ultimo dei
Lusignani; perciocchè o egli medesimo era un usurpatore e non aveva
potuto trasmettere verun diritto alla sua vedova, o i suoi figli
naturali avevano i medesimi suoi diritti. Quando si riunivano alla
regina Carlotta, quando i legittimi figli ed i bastardi del Lusignano
confondevano assieme i loro interessi, le pretensioni della regina
Cornaro e della repubblica di Venezia diventavano affatto
insostenibili[155].
[154] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1145._
[155] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1146._
La guerra coi Turchi si rinnovò nel 1477. Acmeto, sangiacco d'Albania,
venne ad assediare Croja con otto mila cavalli. Le campagne furono
guastate, e gli abitanti fuggirono nelle montagne; ma così forte era la
città, non tanto per le opere dell'arte che per la naturale sua
posizione, che poteva sfidare gli attacchi dei nemici. Ne aveva il
comando Pietro Vettori, e Francesco Contarini, provveditore d'Albania,
era incaricato di adunare un'armata nella provincia per far levare
l'assedio. Durante tutta la state gli abitanti di Croja si difesero
vigorosamente: in sul finire d'agosto il Contarini giunse ad Alessio con
due mila uomini di cavalleria veneziana, cinquecento cavalleggeri, ed
una buona infanteria albanese, che gli aveva condotto Niccolò Ducaini.
Di là il 2 di settembre si avanzò nella pianura alle falde della
montagna di Croja, che gli abitanti chiamano la _Tiranna_, ed ove i
Turchi avevano formato il loro campo in distanza di quattro miglia dalla
città. La battaglia tra le due armate cominciò verso mezzo giorno, e
durò fino a sera senza che l'infanteria veneziana si staccasse mai dalla
cavalleria pesante. L'una e l'altra apponevano ai Turchi una linea che
le replicate cariche della loro cavalleria non poterono mai rompere. In
sul declinare del giorno i Turchi fuggirono a briglia sciolta,
abbandonando ancora il loro campo. Gli abitanti di Croja fecero una
sortita, rovesciarono i due ridotti che chiudevano il passaggio, e
vennero a dividere il bottino del campo ottomano, ove trovarono molte
ricchezze e molti viveri, de' quali Croja cominciava ad aver penuria. Ma
i Turchi ritiratisi sulle vicine montagne, vedendo al chiaro della luna
il disordine de' vincitori nel campo da loro abbandonato, piombarono
improvvisamente sui Veneziani che si contendevano le loro spoglie, ne
uccisero la maggior parte, tagliarono la testa al Contarini, caduto
nelle loro mani, dispersero tutta l'armata albanese, ed uccisero più di
mille uomini del solo corpo delle truppe italiane[156].
[156] _M. A, Sabellico Dec. III, l. X, f 223. — And. Navagero, p.
1147._
Venezia non erasi ancora riavuta dallo spavento cagionato da questa
rotta, quando in ottobre si seppe che il pascià di Bosnia aveva invaso
il Friuli. Per altro la repubblica, avvertita dalla precedente
invasione, aveva incaricato il procuratore Francesco Tron di fortificare
quelle frontiere: ed era stata tirata una linea di trinceramenti dalle
foci dell'Isonzo presso Aquilea fino a Gorizia. Si era per tale opera
approfittato delle dighe dei fiumi; si erano alzate lunghe cortine di
terra coperte di zolle, ed afforzate di tratto in tratto da torri o da
bastioni della stessa natura. In tutte queste opere eransi piantate
delle palafitte, o piuttosto tronchi di salci vivi, e così fitti che non
davano verun passaggio. Questo trinceramento, lungo dodici in quindici
miglia, pareva un muro di fortezza. Eransi inoltre fortificati due campi
ne' luoghi in cui l'Isonzo pareva guadabile, l'uno a Gradisca, l'altro a
Fogliano. Finalmente Gorizia aveva altresì un ponte su questo fiume, il
quale era stato diligentemente fortificato[157]. Girolamo Novello di
Verona, vecchio capitano, che aveva con lui suo figlio e molti valorosi
ufficiali, fu incaricato della custodia di questi trinceramenti con
circa tre mila fanti e molti corpi di buona cavalleria; onde gli
abitanti del Friuli riposavano sicuri, non si credendo esposti ad una
sorpresa del nemico.
[157] _M. A. Sabellico Dec. III, l. X, f. 223._
Ma i Veneziani non avevano prese le convenienti misure per essere
preventivamente avvisati de' movimenti de' Turchi. Una sera del mese di
ottobre videro comparire la cavalleria turca intorno a quello de' due
campi che trovavasi al di là del fiume, avanti che nemmeno si sapesse
ch'erano usciti dalla Bosnia. Il giorno era troppo innoltrato per
combattere; onde dall'una parte e dall'altra i soldati si
apparecchiarono alla battaglia pel susseguente giorno. Pure nella stessa
notte i Turchi occuparono il ponte di Gorizia, senza che ciò si sapesse
nel campo di Gradisca. Per prendere questo ponte il pascià Mar Beg, Amat
Beg, o piuttosto Achmet Giedick[158], fece passare un migliajo di
cavalli sull'opposta sponda del fiume, mentre che in un altro luogo la
cavalleria turca, avendo scoperto un luogo cinto e nascosto da alcune
piante e da folte macchie sull'altra riva, attraversò a nuoto l'Isonzo,
e collocò un'imboscata nel luogo in cui voleva attirare i Veneziani.
All'indomani Achmet fece passare l'Isonzo a tutta la sua armata, ed
offrì battaglia a Girolamo Novello che l'accettò. Fu sostenuta alcun
tempo con molto coraggio, ed il figlio di Girolamo, che comandava la
prima squadra, ributtò valorosamente i nemici; ma malgrado gli avvisi
del padre, che diffidava della loro facilità a darsi alla fuga, si
lasciò trasportare dal calore della vittoria ad inseguirli, e cadde
nell'imboscata che gli era stata tesa, ed il suo corpo venne interamente
distrutto. La seconda squadra che gli teneva dietro, atterrita da questo
cambiamento di fortuna, si ritrasse, e la sua fuga, resa nota fino alle
ultime linee, fu cagione che tutta l'armata si disordinasse; ad altro
più non si pensò che alla individuale sicurezza. La cavalleria turca,
formidabile nell'inseguire il nemico, era alle spalle de' fuggitivi, e
continuò ad abbattere teste fino al di là di Merzano. Girolamo Novello e
suo figlio furono uccisi in battaglia, come pure Giacomo Badoero,
Anastasio Flaminio e molti altri ragguardevoli personaggi. Inoltre i
Turchi fecero molti prigionieri[159].
[158] Demetrio Cantemirio attribuisce questa spedizione ad Achmet
Giedick. l. III, _cap. I, § 32_; ed osserva che i nomi di Alabey,
Amatbey, Marbeg non sono Turchi. Anche il Fuggero chiama Achmet il
capo di questa spedizione, senza dire che fosse il visir. _Spiegel
der Ehren, Buch V, cap. 25, p. 826._
[159] _M. A. Sabellico Dec. III, l. X, f. 224. — Marin Sanuto Vite,
t. XXII, p. 1205._
Frattanto la cavalleria ottomana si sparse per tutta la campagna tra
l'Isonzo ed il Tagliamento. Tutto ciò che il fuoco poteva distruggere fu
dato alle fiamme. Vedevansi nello stesso tempo bruciare i foraggi, il
raccolto, i boschi, gli abituri, i villaggi ed un centinajo di palazzi
ossia ville de' nobili veneziani. Lo storico Sabellico, che allora
trovavasi in un castello non molto lontano da Udine, aveva sotto gli
occhi questo vasto incendio, che, veduto dalla sommità di una torre,
pareva in tempo di notte un mare di fuoco. Dopo avere per due interi
giorni guastato questo piano, i Turchi passarono ancora il Tagliamento e
bruciarono il paese posto tra questo fiume e la Piave. In tempo di notte
vedevansi ancora da Venezia le fiamme di quest'incendj, e vi spargevano
la costernazione. Fu eletto un provveditore generale per l'Istria, fu
dato ordine a quello d'Albania di recarsi nel Friuli, s'incaricò il
provveditore di Lombardia di raccogliere le milizie di Verona, di
Vicenza e di Padova; varj nobili veneziani vennero deputati al comando
di ogni fortezza, ed il 2 novembre si pose in cammino una nuova armata
per iscacciare i Turchi dai luoghi che occupavano; ma erano
spontaneamente partiti ed avevano di già ripassato l'Isonzo[160].
[160] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1148. — M. A. Sabellico Dec.
III, l. X, f. 225. — Diarium Parm., t. XXII, p. 268._
Tutte le conquiste dei Turchi erano state precedute da scorrerie
somiglianti a quelle che avevano adesso fatte nel Friuli. Ruinavano il
paese con molte consecutive campagne prima di pensare a stabilirvisi; e
se si fosse loro permesso di penetrar di nuovo nel nord dell'Italia,
queste ruinate province bentosto non sarebbero più state suscettibili di
difesa, ed in pochi anni le armi della mezzaluna si sarebbero avanzate
fino nel cuore della Lombardia. I Veneziani fecero tutto quanto potevano
per allontanare questo disastro. Avevano conosciuto per prova che non
avevano bastante cavalleria su questi confini, e vi richiamarono Carlo
di Montone, figlio di Braccio, che tornava dalla sua spedizione contro
di Siena. Fortificarono Gradisca, rialzarono i distrutti baluardi,
descrissero in reggimenti venti mila uomini di milizie delle loro
province di terra ferma, e distribuirono in compagnie tutti gli abitanti
di Venezia, obbligandoli ad esercitarsi nelle evoluzioni militari[161].
[161] _And. Navagero, t. XXIII, p. 1149. — M. A. Sabellico Dec. III,
l. X, f. 225._
Frattanto l'assedio di Croja aveva sempre continuato, e questa città
cominciava a mancare di vittovaglie. La repubblica di Venezia,
abbandonata dagli altri stati dell'Italia, inquietata dagl'intrighi e
dalla ambizione del papa e di suo figlio Girolamo Riario, temeva di non
essere più abbastanza potente per chiudere lungo tempo ai barbari
l'ingresso della penisola, e cercò di nuovo di ottenere la pace da
Maometto II. Tommaso Malipieri, provveditore della flotta, fu
autorizzato, in gennajo del 1478, a passare personalmente a
Costantinopoli per offrire alla Porta la città di Croja, l'isola di
Stalimene, il braccio di Maino nel Peloponneso, tutti gli altri luoghi
che la signoria aveva conquistati in tempo della guerra, e cento mila
ducati in nome dell'appalto dell'allume contro il quale riclamava
Maometto. Tutte queste condizioni vennero dal sultano accettate, ma egli
vi aggiunse quello di un annuo tributo di sei mila ducati. Il Malipieri
rispose che non era autorizzato a prometterlo, e domandò, per consultare
i suoi committenti, due mesi dal 15 aprile al 15 giugno. In questo tempo
seppesi in Venezia che il re d'Ungheria ed il re di Napoli avevano
trattato col gran signore e riconosciute tutte le sue conquiste. Non
potevasi sperare veruna diversione dal canto della Persia, perciocchè
Ussun Cassan era morto ed i quattro suoi figli avevano fra di loro
divisa la paterna eredità. Croja trovavasi alle più dolorose estremità
ridotta, e più non poteva difendersi. In così difficili circostanze il
senato di Venezia risolse il 3 maggio di accettare le condizioni dettate
dai Turchi, sebbene assai dure. Ma quando fu portata la risposta a
Maometto, rispose di non essere più tenuto a mantenere la parola. Diceva
che la situazione delle due parti aveva cambiato dopo le prime
negoziazioni; risguardava Croja come di già sua, poichè verun umano
potere poteva salvarla; e se i Veneziani erano pure determinati ad
acquistare la pace col sagrificio di una città d'Albania, era Scutari e
non Croja che gli dovevano rilasciare. Il Malipieri, non avendo
istruzioni rispetto a questa nuova domanda, abbandonò Costantinopoli
senza aver nulla convenuto[162].
[162] _And. Navagero, p. 1152._
Gli abitanti di Croja avevano di già sostenuto un anno d'assedio, e
negli ultimi mesi trovaronsi ridotti a nudrirsi dei più immondi
alimenti. Seppero intanto che il sultano, preceduto dal sangiacco
Solimano e dal beglierbey della Romania, era arrivato sotto Scutari con
un numeroso esercito. Gli spedirono il 15 giugno una deputazione per
offrirgli di arrendersi a sua altezza, e ne riportarono un firmano da
lui sottoscritta, colla quale prometteva a tutti di ritirarsi coi loro
beni, qualora non preferissero di vivere in Croja sotto la protezione a
favore della sublime Porta. A fronte di quest'alternativa tutti
dichiararono di rinunciare alla loro patria e di vivere ne' luoghi che
loro verrebbero assegnati dalla repubblica veneta. Consegnarono la loro
fortezza, ed uscirono sotto la scorta loro data dal pascià Aaron,
comandante dell'assedio; ma giunti appena in sul piano, questi li fece
tutti incatenare per condurli al gran signore, il quale, dopo avere
prescelti alcuni prigionieri più distinti che potevano pagare la taglia,
fece decapitare tutti gli altri. Così finirono gli ultimi compagni
d'arme di Scanderbeg. Tutto il suo popolo doveva in breve seguirlo nel
sepolcro[163].
[163] _And. Navagero, t. XXIII, p. 1153. — Marinus Barletius de
Scodrensi expugnatione. l. II, p. 399._
Intanto Maometto stringeva già d'assedio Scutari, ma gli abitanti di
questa città, che avevano preveduto quest'attacco, eransi apparecchiati
ad una vigorosa resistenza. Tutti coloro che non erano abili alle armi
furono mandati fuori di città, entro la quale non erano rimasti che
mille seicento cittadini, e dugento cinquanta donne, oltre la
guarnigione di seicento soldati sotto il comando del provveditore
Antonio de Lezze. Maometto aveva nel suo campo il beglierbey di Romania,
il sangiacco Solimano, ed i più distinti ufficiali del suo impero. I
padiglioni della sua armata coprivano tutto il piano di Scutari, le
falde delle montagne, e tutto il paese a perdita d'occhio[164].
[164] _M. A. Sabellico Dec. III, l. X, f. 225. — Marin. Barletius de
Scodrensi expugnatione l. II, p. 394._
Erasi aspettato l'arrivo di Maometto al campo musulmano per iscuoprire
le prime batterie contro Scutari, ma il sultano, lungi dal sapere buon
grado ai suoi generali di questa deferenza, loro rimproverò di non avere
fatti maggiori progressi. Una semplice linea di mura chiudeva la città,
e la formidabile artiglieria de' Turchi vi aprì bentosto una larga
breccia. Non pertanto il ripidissimo declivio del terreno, e la
difficoltà di salire la rupe, su cui erano poste le mura, supplirono
alla loro debolezza. I Turchi diedero l'assalto alla breccia il 22 di
luglio, ma dopo un'ostinata zuffa vennero con grave danno respinti,
maltrattati dai sassi e dai fuochi d'artificio che si facevano piovere
sopra di loro[165].
[165] _And. Navagero, p. 1154_. — Mar. Barlezio ci conservò questa
data, _l. II, p. 415._
Maometto fece allora piantare le batterie contro un lato delle mura di
cui gli parve più agevole l'accesso. Non essendo sostenute da un
terrapieno, furono in breve aperte, onde il sultano ordinò un secondo
assalto pel 27 luglio. Ma per approfittare dell'infinita superiorità
delle sue forze, divise il suo esercito, che gli storici veneziani
portano ad ottanta mila uomini, in più corpi, che dovevano succedersi
gli uni agli altri senza interrompimento, e rinnovare l'assalto finchè
gli abitanti di Scutari soggiacessero alla fatica. Avuto avviso di
quest'ordine, Antonio di Lezze divise pure la sua guarnigione in quattro
brigate, che dovevano mutarsi ogni sei ore. L'assalto cominciò prima di
giorno; i giannizzeri montavano alla breccia intrepidamente a traverso
alle pietre che si facevano rotolare sopra di loro, ai fuochi
d'artificio ed alle frecce; superavano le ruinate mura e sforzavansi in
appresso di salire sugli interni baluardi che formavano l'ultima difesa.
Nuovi assalitori s'innoltravano sempre dietro i primi, sostenendo in
certo modo la prima linea, e spingendoli per forza fino alla sommità del
bastione; ma non vi giugnevano mai che traforati da colpi di lance e di
spade, e prima d'aver potuto combattere cadevano morti sui loro
camerata, che per altro non si scoraggiavano. Maometto, furibondo per
così valorosa resistenza, ordinò di continuare l'attacco con sempre
nuove truppe durante tutta la notte e la metà del susseguente giorno.
All'ultimo, sia che i soldati, avviliti da tanti inutili sforzi,
ricusassero di combattere più oltre, o che lo stesso Maometto sentisse
l'inutilità di così spaventosa carnificina, fece suonare a raccolta dopo
avere perduto un terzo della sua armata[166].
[166] _And. Navagero, p. 1155. — Mar. Barletius de Scodrensi
expugnatione, l. II, p. 420-432._
Allora cambiando l'assedio in blocco, il sultano s'occupò nel
conquistare il rimanente della provincia, onde togliere agli assediati
ogni speranza di soccorso. E perchè la flotta veneziana avrebbe potuto
innoltrarsi, rimontando la Bogiana, fin presso a Scutari, chiuse la foce
di questo fiume con un ponte coperto da due ridotti. Mandò il beglierbey
di Romania ad assediare varie fortezze del vicinato: quella di Sebenico,
che apparteneva a Czernowitsch, si arrese senza combattere, e la città
di Drivas fu presa dopo sei giorni d'assedio. Giacomo del Mosto, che vi
stava per provveditore, fu condotto con tutti gli abitanti sotto le mura
di Scutari, ove Maometto lo fece decapitare, onde far conoscere agli
assediati la sorte che loro preparava se non si affrettavano di calmare
la sua collera. La città d'Alessio fu abbandonata, ma vennero sorprese
in quel porto due galere; ed i dugento marinaj, che ne formavano
l'equipaggio, furono condannati a morte. La sola città d'Antivari
resistette a tutti gli attacchi dei Turchi. La maggior parte dell'estate
essendosi consumata in questi diversi assedj, Maometto affidò il comando
dell'armata che bloccava Scutari al suo visir, Achmet Giedik, e tornò a
Costantinopoli[167].
[167] _And. Navagero, t. XXIII, p. 1155. — M. A. Sabellico Dec. III,
l. X, f. 225. — Mar. Barletius de Scodrensi expugnatione, l. III, p.
434._
Per tenere nello stesso tempo occupate altrove le forze della
repubblica, Maometto II aveva ordinato al pascià di Bosnia d'invadere il
Friuli, e pretendesi che il re d'Ungheria, così persuaso da Ferdinando,
re di Napoli, di cui nel 1476 aveva sposata la figlia, Beatrice,
accordasse ai Turchi il passaggio per i suoi stati, affinchè questa
diversione impedisse ai Veneziani di soccorrere i Fiorentini[168]. Il
pascià di Bosnia giunse alle rive dell'Isonzo con quindici mila cavalli,
ma le trovò difese dalle milizie adunate sotto gli ordini di Vittore
Soranzo, provveditore della provincia, mentre che il conte Carlo da
Montone comandava gli uomini d'armi chiusi nel campo di Gradisca. Invano
il pascià provocava Montone alla battaglia, che questi, ammaestrato
dall'esperienza del precedente anno, vedeva che meglio fermerebbe i
barbari tenendosi al suo posto. I Turchi, dopo molti inutili tentativi
per entrare nel Friuli, attraversarono le montagne della Carniola, e
portarono le loro stragi ai confini della Germania[169].
[168] _Diarium Parmense, p. 284._
[169] _M. A. Sabellico Dec, III, l. X, f. 226._
Quest'invasione si eseguì nell'istante in cui la peste infieriva in
Venezia, onde non si erano potuto armare le barche destinate a custodire
la foce dell'Isonzo[170]. La guerra d'Albania e quella del Friuli
desolavano contemporaneamente la repubblica, gli armamenti del papa e di
Ferdinando, e l'invasione della Toscana ne accrescevano il terrore; per
ultimo gli affari di Cipro erano cagione di vive inquietudini, mentre
che la violenza del contagio in Venezia non permetteva nemmeno di
adunare i consiglj. La regina Carlotta di Lusignano dopo avere
sollecitato il papa a ristabilirla nel suo regno, erasi finalmente
determinata a passare in Egitto, ciò che non aveva potuto, o non aveva
osato di fare nel precedente anno. Il re Ferdinando aveva per lei fatte
armare quattro galere a Genova, destinate a scortarla nel suo viaggio.
Nello stesso tempo aveva mandato a Venezia un brigantino catalano, il di
cui patrone, che fingevasi mercante, erasi incaricato di rapire la
giovanetta Carlotta, figliuola naturale di Giacomo. Il consiglio dei
dieci, avvisato di queste pratiche, fece, con decreto del 27 agosto del
1478, tradurre i tre fanciulli di Giacomo nel castello di Padova, ove la
fanciulla morì poco dopo, non senza sospetto d'essere stata avvelenata
da' suoi custodi. Fu spedito un provveditore ne' mari di Candia con
dieci galere, ordinandogli di star attento al passaggio delle quattro
navi genovesi, di attaccarle, e di perdere la regina Carlotta, dando
voce che fosse rimasta uccisa nella battaglia[171]. Questa flotta
ammontò in seguito fino a 27 galere; ma Carlotta era giunta in
Alessandria alcun tempo prima, ed il soldano le aveva date buone
speranze. Per ordine de' Veneziani l'altra regina di Cipro, Catarina
Cornaro, spedì pure un'ambasciata al soldano, per offrirgli l'annuo
tributo del regno, che fin allora non era stato pagato; e le due regine
cristiane trattarono la loro causa innanzi al soldano musulmano
dell'Egitto. Questi non pronunciò veruna sentenza, ma pareva favorevole
a Carlotta, e Venezia poteva aspettarsi di avere una nuova guerra coi
Mamelucchi, per la difesa d'un regno, che altro più non era che una
colonia veneziana[172].
[170] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venezia, p. 1206._
[171] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1156._
[172] _And. Navagero, p. 1157._
I consiglj della repubblica, scossi da tante sciagure, minacciati da
tanti pericoli, erano incerti intorno al partito da prendersi, quando
ricevettero una lettera del governatore di Scutari, che gl'informava
della situazione di quella piazza. Diceva loro di avere perduti
nell'ultimo assalto otto de' suoi migliori capitani con moltissimi
soldati; che non aveva viveri che per quattro mesi; e, se prontamente
non riceveva soccorsi, dichiarava che sarebbe ridotto a capitolare.
S'incontrò molta difficoltà nell'adunare il senato, disperso dalla
peste, per comunicargli questo rapporto. Finalmente si adunò il
quattordici di novembre, e, dopo una vivissima disamina, risolse di
assoldare sei mila cavalli ed otto mila fanti italiani; di sollevare
l'Albania coll'ajuto di Giorgio Czernowitsch per aggiugnere questi
bellicosi popoli all'armata veneziana; di richiamare il capitano
generale Venieri, che trovavasi colla sua flotta ne' mari di Cipro, e
d'impiegare in tal modo tutte le forze della repubblica per far levare
l'assedio di Scutari. Ma il senato si adunò nuovamente quattro giorni
dopo, e per abbandonarsi allo scoraggiamento. I militari rappresentavano
che, la Bogiana essendo chiusa da un ponte e da due ridotti, riuscirebbe
quasi impossibile uno sbarco. I direttori del tesoro fecero conoscere
l'esaurimento del medesimo e l'universale povertà, inevitabili
conseguenze di così lunga guerra. Altri facevano sentire che se
richiamavasi da Cipro la flotta del Venieri, si perderebbe quell'isola,
che rimarrebbe abbandonata alle pratiche della regina Carlotta e forse
all'invasione del soldano d'Egitto. Molti, spaventati dai frequenti
attacchi dei Turchi nel Friuli, dicevano che bentosto la repubblica non
sarebbe più in caso di respingerli. Gli amici di Lorenzo de' Medici e
quelli della duchessa di Milano cercavano di persuadere i loro colleghi
a terminare la guerra del Levante, affinchè Venezia fosse in istato di
farsi rispettare in Italia. Facevano osservare che i due più potenti
alleati della repubblica, i Fiorentini ed i Milanesi erano forzati di
ricorrere alla sua protezione, invece di assisterla nelle sue necessità;
che il re Ferdinando era scopertamente nemico, che aveva pure fatto coi
Turchi un trattato di pace e di alleanza; che il papa, in preda ai suoi
risentimenti, non parlava che minacciando; finalmente che la repubblica
di Genova aveva contro di loro cominciate le ostilità. In così
pericolosa posizione sembrava che soltanto la pace coi Turchi potesse
salvare la repubblica, ed il senato risolse di accettare le condizioni
che piacerebbe a Maometto di dettare.
Dietro tali deliberazioni Giovanni Dario, segretario di stato, fu
mandato a Costantinopoli, facendogli attraversare l'Albania. Trovò il
sultano disposto a mantenere press'a poco le stesse condizioni proposte
in principio dell'anno. In conseguenza il 26 gennajo del 1479 questo
ambasciatore soscrisse un trattato di pace tra la Porta e la repubblica
di Venezia, in forza del quale dovevano essere ceduti al gran signore
Scutari ed il suo territorio, e restituirsi reciprocamente tutte le
conquiste fatte in tempo dell'ultima guerra nella Morea, nell'Albania e
nella Dalmazia. I Veneziani dovevano pagare al Sultano cento mila ducati
a titolo delle miniere d'allume che avevano fatto fallimento in
Costantinopoli in principio della guerra, dovevano inoltre pagare un
annuo tributo di dieci mila ducati; ma questa condizione, che poteva
sembrare umiliante, non era in fondo che un compenso dei diritti e delle
gabelle dell'impero ottomano; perciocchè in virtù di tale pagamento i
Veneziani dovevano godere di un'assoluta franchigia per tutte le loro
merci in tutti gli stati di sua altezza. L'ambasciatore ebbe pure
l'accortezza di far comprendere in questo trattato, che se qualche stato
spiegasse la bandiera di san Marco prima di essere immediatamente
attaccato dal sultano, questi riconoscerebbe un tale stato per suddito
della repubblica, e ne rispetterebbe il territorio; di modo che i
Veneziani conservarono la speranza di fare acquisti col terrore delle
stesse armi musulmane[173].
[173] _And. Navagero Stor. Ven., p. 1159-1160. — Demet. Cantemir, l.
III, c. 1, § 32. — Callim. Experiens de Venetis contra Turcos, p.
419._
In esecuzione di questo trattato, il provveditore Antonio di Lezze uscì
da Scutari con quattrocento cinquanta uomini, e centocinquanta donne,
che soli erano sopravvissuti a questo terribile assedio. Seco portavano
le reliquie delle loro chiese, i vasi sacri, l'artiglieria e tutto ciò
che rimaneva delle loro ricchezze. Passarono così in mezzo all'armata
ottomana, cui pareva che questi valorosi guerrieri incutessero
rispetto[174]. La repubblica si obbligò a provvedere alla loro
sussistenza; voleva da principio dar loro dei feudi nell'isola di Cipro,
ma perchè temevano l'aria insalubre di quel paese, li distribuì nelle
fortezze dello stato, loro affidandone la guardia, e dando a tutti una
pensione di due ducati e mezzo al mese[175]. Nello stesso tempo la
repubblica fece consegnare agli ufficiali del sultano le montagne della
Chimera, Strimoli, il paese de' Mainoti nella Morea, Castel Rompano,
Saranfona e l'isola di Stalimene. Tutti i prigionieri fatti dai Turchi
furono posti in libertà senza taglia, e la pace venne giurata dal doge e
pubblicata in Venezia con universale allegrezza, il giorno
dell'evangelista san Marco, 25 aprile 1479, dopo quindici anni della più
formidabile guerra che la repubblica avesse fin allora sostenuta[176].
[174] _M. A. Sabellico Dec. III, l. X, f. 226. — Mar. Barletius de
Scodrensi expugnatione, l. III, p. 437-440._
[175] _And. Navagero, p. 1161-1162._
[176] Giovanni Adlzreitter negli Annali della Baviera, riporta le
lettere del doge del 25 febbrajo 1479, colle quali annuncia ai
principi cristiani la necessità in cui si era trovato di fare la
pace coi Turchi: Adlzreitter fa in pari tempo conoscere lo spavento
che comprese tutto l'impero di Germania, quando seppesi che Maometto
II non sarebbe più ritenuto dalle armi della repubblica di Venezia.
_An. Boicae gentis, p. II, l. IX, c. 35, p. 193._