CAPITOLO LXXXV.

_Congiura de' Pazzi._

1478.

La repubblica di Firenze andava sempre più scostandosi dalla generale

politica dell'Italia e dell'Europa. Ella più non pensava a frenare gli

ambiziosi progetti di Ferdinando e di Sisto IV; non ajutava i Veneziani

nella loro guerra contro i Turchi, nè i Genovesi a ricuperare la loro

libertà, oppure la duchessa reggente di Milano o i fratelli Sforza,

rivali di lei, nella loro lite per il supremo potere. A Firenze si

andavano succedendo i magistrati senza che la loro amministrazione

venisse illustrata da verun fatto di qualche importanza; onde il

minuzioso storico, Scipione Ammirato, appena trova in sei anni da

riempire quattro pagine, ed il suo silenzio attesta il languore ed il

turpore universale[86]. I due fratelli Medici, giunti a matura

giovinezza, riponevano ogni loro ambizione nel sostituire in ogni cosa

la loro autorità personale a quella della repubblica. I Fiorentini,

diffidando degl'intrighi che spesso accompagnano le elezioni, avevano

creduto di ottenere una rappresentanza più eguale, lasciando in arbitrio

della sorte i loro magistrati; ma a questa forma d'elezione, di tutte la

più democratica, i Medici avevano sostituita la più arbitraria di tutte

le oligarchie. Nominavano essi medesimi cinque elettori o

_accoppiatori_, e questi facevano i gonfalonieri ed i priori senza

consultare il popolo, e senza che più si conservasse verun legame tra i

magistrati ed i loro rappresentanti. Siccome la signoria era ancora

troppo numerosa per essere facilmente mantenuta obbediente, i Medici

avevano accresciuto il potere del gonfaloniere a spese de' priori, suoi

colleghi, di cui prima non era che il presidente. I Medici li chiamavano

soli alle loro deliberazioni, e gl'incaricavano di dare gli ordini a

nome di un corpo ch'essi omai più non degnavansi di consultare. La

commissione straordinaria, chiamata _balìa_, non doveva, secondo le

antiche costumanze, crearsi che ne' tempi di turbolenze, per sottrarre

la repubblica ad un grande pericolo; ma i Medici l'avevano trasformata

in un corpo permanente, cui attribuivano il simultaneo potere

legislativo, amministrativo e giudiziario. Nè ciò bastava; essi la

collocavano al di sopra della medesima sovranità nazionale; perciocchè

le attribuivano poteri, che i popoli mai delegati non hanno ai loro

sovrani. Così la balìa condannava senza processure gl'individui sospetti

ai Medici, sostituiva alle imposte arbitrarie tasse, promulgava leggi

retroattive, aggravava le antiche sentenze, assoggettava a nuove pene

coloro che non avevano commessi nuovi delitti, e disponeva, senza

renderne conto, di tutte le finanze. Fu veduta impiegare cento mila

fiorini per salvare da un fallimento la casa di banco che Tommaso dei

Portinari dirigeva a Bruges per conto di Lorenzo de' Medici. Altre somme

in altre circostanze furono levate dalle pubbliche casse, per sovvenire

ai bisogni dei capi dello stato, i quali avevano l'imprudenza di

continuare, senza volervisi applicare ed ignorandone perfino i principj,

le grandi speculazioni di banco con cui si era arricchito il loro avo. E

per tal modo sarebbero stati in breve ruinati dal loro fasto e dalla

loro incapacità, se non avessero potuto impiegare a loro profitto il

danaro dello stato[87].

[86] _Scip. Ammirato Stor. Fior., l. XXIII, p. 111 a 114._

[87] _Ist. di Gio. Cambi, t. XXI, Deliz. Erud., p. 1-3._

I Medici, innoltrandosi in tale maniera sulla strada della tirannide,

avevano ciò nullameno in Firenze un numeroso partito, il quale era per

una parte formato da alcuni cittadini di antiche famiglie, che con loro

dividevano le magistrature e le pubbliche entrate, e che non si

assicuravano di conservare senza di loro la propria importanza; in

secondo luogo da tutti i letterati, poeti ed artefici, che Lorenzo e

Giuliano attiravano in casa loro, colmandoli di onori e di regali, e

trattandoli da eguali, mentre pretendevano separarsi da tutti gli altri;

in ultimo ingrossava il loro partito il basso popolo, sempre allettato

dai frequenti spettacoli e dalle feste loro date dai Medici. Il popolo

non si accorgeva che veniva corrotto col suo proprio danaro, e che gli

si prendeva con una mano ciò che fingevasi donargli coll'altra. Ma

d'altra banda, malgrado le rivoluzionarie sentenze, che dopo il 1434

avevano colpite per classe tutte quelle antiche ed illustri famiglie di

Firenze, che avevano inondato di esiliati la Francia e l'Italia, e

compresi nelle proscrizioni tutti i nomi storici della repubblica,

l'intera massa degli antichi cittadini era tuttavia opposta ai Medici.

Universali trasporti di gioja eransi manifestati dodici anni prima,

quand'erasi renduto alquanto di libertà alle elezioni, ed un cupo

abbattimento accompagnava da alcuni anni lo stabilimento della

tirannide.

Lorenzo de' Medici e suo fratello Giuliano non andavano perfettamente

d'accordo nel loro sistema d'amministrazione. Il secondo, più dolce, più

modesto, più disposto a vivere da eguale co' suoi concittadini, non era

affatto quieto rispetto al calore, all'orgoglio ed alle violenze del

fratello; onde studiavasi di trattenerlo colle sue esortazioni[88]. Ma

Lorenzo, vedendo le famiglie dei Ricci, degli Albizzi, dei Barbadori,

dei Peruzzi, degli Strozzi esiliate fino dal 1434, quella dei

Machiavelli nel 1458, quelle degli Acciaiuoli, dei Neroni, dei Soderini

nel 1466; e per ultimo quelle dei Pitti e dei Capponi spogliate del loro

antico credito, cercava soltanto di adoperare in modo che veruna di

queste potesse rialzarsi, veruna acquistare tali ricchezze o una tale

considerazione che potesse adombrarlo; persuaso che fintanto che non

lascerebbe avere alla moltitudine un capo, potrebbe senz'alcun rischio

provocare il suo risentimento.

[88] _Jo. Mich. Brut. Hist. Florent., l. VI, p. 143._ — Alfieri

seppe valersi di quest'opposto carattere nella sua tragedia della

_Congiura dei Pazzi_.

Tra le famiglie di cui i Medici potevano temere la rivalità teneva il

primo luogo quella de' Pazzi. I Pazzi di Val d'Arno, lungo tempo

compagni degli Ubaldini, degli Ubertini, dei Tarlati, erano antichi

feudatarj ghibellini ed abitualmente in guerra colla repubblica

fiorentina. Poichè l'ingrandimento di questa li consigliò ad abbandonare

le loro fortezze per venire a vivere nella capitale, continuarono ad

eccitare la diffidenza di una gelosa democrazia; vennero compresi nella

classe de' magnati, e coll'ordinanza di giustizia esclusi da tutti

gl'impieghi. Ma quando Cosimo de' Medici ebbe scacciata, nel 1434, la

nobiltà popolare dal governo, sentì la necessità di rendersi forte

coll'alleanza dell'antica nobiltà. A ciò mirando accordò a molti magnati

il privilegio di entrare nella classe del popolo. La famiglia de' Pazzi

fu una di quelle che accettò questo diritto di essere ascritta tra i

borghigiani, da molti giudicato un degradamento, ed Andrea fu, nel 1439,

il primo di questa famiglia che sedesse nella signoria. Ebbe Andrea tre

figli, Antonio, Pietro e Giacomo, uno de' quali gli diede cinque nipoti,

l'altro tre, e Giacomo il più giovane non si ammogliò[89]. Questa

numerosa casa non era soltanto stata ammessa con un decreto nell'ordine

del popolo, ma aveva inoltre prese le costumanze tutte dei popolani

fiorentini. Eransi i Pazzi dati al commercio e la loro casa di banco

veniva annoverata tra le più ricche e più riputate d'Italia. Non meno

superiori ai Medici come mercanti, che come gentiluomini, non avevano

bisogno per sostenersi, di volgere a loro profitto il danaro del

pubblico.

[89] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 115._

Cosimo de' Medici si era attaccato coi vincoli del sangue questa così

ricca e numerosa famiglia, il di cui credito poteva riuscire molto utile

o molto pericoloso. Aveva fatta sposare sua nipote, Bianca, sorella di

Lorenzo e di Giuliano, a Guglielmo de' Pazzi, figlio di Antonio e nipote

di Andrea[90]. Lorenzo aveva tenuta una politica tutt'affatto contraria,

mirando a ruinare quella famiglia, o per lo meno ad impedire

l'accrescimento della sua fortuna; e perchè Giovanni dei Pazzi, cognato

di sua sorella, aveva sposata l'unica figlia ed erede di Giovanni

Borromei, cittadino a dismisura ricco, Lorenzo fece emanare una legge,

quando venne a morte il Borromei, in forza della quale i nipoti di sesso

maschile erano preferiti alle figlie nell'eredità di un padre morto _ab

intestato_, e diede a questa legge un effetto retroattivo, sicchè il

Pazzi perdette l'eredità di suo suocero, che non aveva creduto

necessario di fare un testamento in favore dell'unica sua prole[91].

[90] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 116. — Jo. Mich. Bruti. Hist.

Flor., l. VI, p. 140._

[91] _Machiavelli Ist., l. VIII, p. 361. — Jacopo Nardi Istor.

Fiorentina, l. I, p. II._ Fa osservare che a' suoi tempi questa

legge era tuttavia in vigore. _Jo. Mich. Bruti, l. VI, p. 142._ Il

signor Roscoe, dissimulando la precisa natura di quest'ingiustizia,

suppone che spetti ad un'epoca in cui Lorenzo, ancora giovinetto,

era lontano dalla patria; ed adduce per prova queste frasi d'una

lettera di Luigi Pulci a Lorenzo de' Medici, del 22 aprile 1465. «Ho

chiamata più volte felicissima questa tua partenza, acciò che tu non

abbi commesso peccato ad ajutare nella sua petizione nuovamente

affermata quello con che l'_amico di Val d'Arno_ del Corno, voleva

entrare nell'orto del Borromeo per le mura; ovvero con che egli pota

le pergole, quando non v'aggiugne d'appiè, col suo pennatuzzo.» Io

non intendo abbastanza queste facezie in gergo del volgo, ma non so

se il signor Roscoe le intendesse meglio di me. In ogni caso

quand'anche si supponga che qui si tratti di Giovanni Borromei, che

l'amico di Val d'Arno sia un Pazzi, perchè i Pazzi erano stati

signori di Val d'Arno, che queste muraglie di giardino da scalarsi,

questo pennato da tagliare le viti, abbiano un senso figurato, e non

facciano piuttosto allusione ad imprese pur troppo reali di giovani

di diciassett'anni, si tratterebbe pur sempre d'una intrapresa,

nella quale Lorenzo de' Medici sarebbe stato compagno dell'amico di

Val d'Arno, e sarebbe riuscito, per esempio come il suo matrimonio,

non già di un'intrapresa diretta a spogliare quest'amico, la di cui

petizione, egli dice, è stata confermata. Rendonsi necessarie più

fondate supposizioni per distruggere la testimonianza di due storici

quasi contemporanei, ed una legge lungo tempo esistente. Dobbiamo

metterci in guardia contro un partigiano che scrive per la propria

fazione, contro un adulatore di un principe che scrive per il suo

sovrano, ed ancora contro un cittadino, che cerca di dare risalto

alla gloria della sua patria: ma potevasi sospettare che a

trecent'anni ed a trecento leghe di lontananza, un esperto scrittore

impiegherebbe la più vasta erudizione per ingannare sè stesso e gli

altri intorno all'importanza, ai diritti ed alle virtù del suo

'eroe? _Roscoe Life of Lorenzo, cap. IV. 182._ Merita poi

osservazione che un dotto italiano, monsignor Fabroni, non abbia in

tanti luoghi raddrizzati i giudizj del biografo inglese.

Di tre figliuoli d'Andrea Pazzi, il solo che ancora vivesse era Jacopo,

che non aveva avuto moglie. Nel 1469 era stato gonfaloniere di

giustizia, ed il popolo l'aveva creato cavaliere, ma dopo quest'epoca

Lorenzo de' Medici erasi adoperato per escludere i Pazzi dalla signoria,

ad eccezione di Giovanni, cognato di sua sorella, che aveva seduto una

sol volta tra i priori nel 1472[92]. Quest'esclusione era tanto più

offensiva, che a quest'epoca eranvi nove uomini di questa famiglia in

età d'esercitare le magistrature; che questi occupavano il primo rango

tra i cittadini, e che tutte le elezioni dipendevano unicamente da

Lorenzo de' Medici.

[92] Vedasi il Priorato. _Delizie degli Eruditi, t. XX, p. 140 e

seguenti._

Francesco Pazzi, il maggiore de' cognati di Bianca de' Medici, non potè

più oltre soffrire che un uomo prendesse il luogo della patria, che

accordasse o ricusasse come un favore ciò che a tutti era dovuto, e che

esigesse riconoscenza da coloro cui egli ne andava debitore, poichè si

rendeva potente col loro credito e s'arricchiva col loro danaro. Egli

andò a soggiornare in Roma, ove teneva uno de' principali suoi banchi di

commercio; papa Sisto IV lo scelse per suo banchiere di preferenza ai

Medici, e questo pontefice, come suo figlio Girolamo Riario, formarono

bentosto con lui intime relazioni.

Quanta era la gelosia che i cittadini fiorentini nudrivano contro la

casa dei Medici, altrettanto era l'odio che covavano contro la medesima

Sisto IV e Girolamo Riario, risguardandolo quale potente ostacolo ai

loro progetti d'ingrandimento. Non aveva Sisto dimenticati gli ajuti

dati a Niccolò Vitelli, signore di Città di Castello, nè la lega formata

nel nord dell'Italia, nè le negoziazioni intavolate da Lorenzo per

impedire che Girolamo Riario facesse l'acquisto d'Imola. Girolamo dal

canto suo temeva che alla morte del papa i Medici non lo spogliassero

facilmente d'una sovranità che sarebbe mancata d'appoggio; onde

desiderava rendere a Firenze la sua libertà, per porsi in appresso sotto

la protezione di questa repubblica. Francesco de' Pazzi, che

familiarmente conversava con Sisto e col Riario, avvelenava il loro odio

coll'unione del proprio, ed andava con loro cercando i mezzi di mettere

fine ad un'usurpazione che ogni giorno acquistava maggior vigore[93].

[93] _Nic. Macchiavelli, l. VIII, p. 359._

La passata storia della repubblica non permetteva di sperare alcuna

buona riuscita dai tentativi degli emigrati, che anzi un'esterna

aggressione, lungi dallo scuotere il governo, lo rendeva più stabile,

dandogli cagione d'imprigionare o d'esiliare i suoi segreti nemici, e

d'impiegare le forze dello stato con maggiore energia. Affatto inutile

vedevasi pure lo sperimento di una riforma legale, perciocchè quando

pure si fosse trovato fra tanta corruttela de' consiglj un uomo

abbastanza coraggioso per riclamare a nome delle leggi il mantenimento

della libertà, il suo attaccamento alla buona causa non avrebbe avuto

altro risultamento che l'immediata sua ruina. I Medici più non erano

sottomessi alle leggi, nè a verun tribunale, ed ogni ricorso contro di

loro non avrebbe servito che ad indicar loro nuove vittime. Un subito

sollevamento in città riusciva ugualmente impraticabile, perchè la

vigilanza del governo avrebbe ai Pazzi impedito di adunare armati nella

propria lor casa i cittadini del loro partito, o i contadini dei loro

poderi. E quando ancora si fossero potuti celare ai Medici i primi

movimenti di un ostile attruppamento, trovandosi essi padroni del

palazzo, delle porte della città e di tutti i luoghi forti, ed essendo

loro clienti tutti i giudici e tutti i magistrati, sarebbersi rovesciate

addosso ai loro nemici tutte le forze militari dello stato e tutto

l'imponente apparato della giustizia. Altra via perciò non restava a

scegliersi che quella di una congiura; perciocchè si era ben sicuri,

che, spenti i due Medici, i cittadini, che tremavano innanzi a loro, si

affretterebbero di condannarne la memoria e di riconoscere come un atto

della pubblica vendetta l'attentato de' loro uccisori. Il recente

esempio della congiura di Milano, lungi dallo scoraggiare i cospiratori,

poteva ispirar loro confidenza, perchè aveva dimostrato come fosse

facile il privare di vita un tiranno; che se il popolo di Milano non si

era dopo il fatto sollevato, poteva allegarsi che riconosceva Galeazzo

Sforza, comunque odioso per i suoi mali portamenti, per suo legittimo

sovrano, mentre i Medici non osavano essi medesimi di confessare

apertamente che si credevano di un rango superiore a quello degli altri

Fiorentini.

Gli spiriti erano di già esacerbati da vicendevoli offese, ed i nemici

dei Medici di già si disponevano a congiurare, quando recenti ingiurie

loro procurarono alleati che non isperavano. Dall'una parte essendo

morto Filippo de' Medici, arcivescovo di Pisa, Sisto IV gli sostituì

Francesco Salviati, parente di un Jacopo Salviati, che i Medici avevano

fatto dichiarare ribelle[94]. Essi ricusarono di riconoscere il nuovo

prelato, e gli negarono il possesso del suo arcivescovado. D'altra parte

Carlo di Montone, figliuolo di Braccio, uno de' ristauratori dell'arte

militare in Italia, essendosi egli stesso guadagnata qualche riputazione

nelle armi, volle tentare di ricuperare l'autorità che suo padre ebbe in

Perugia. Terminata la sua condotta coi Veneziani, era passato a Firenze,

dove aveva ragunate alcune compagnie d'uomini d'armi. Ma quando aveva

saputo che i Fiorentini avevano rinnovata la loro alleanza con Perugia,

aveva rinunciato alla sua intrapresa contro quella città, e rivolte le

sue armi contro la repubblica di Siena, colla quale Firenze non era in

guerra, ma che pure desiderava di vedere umiliata. Carlo di Montone,

nella state del 1477, prese molti castelli ai Sienesi, dai quali

riclamava il pagamento di un debito contratto verso suo padre; e perchè

aveali trovati non apparecchiati a difendersi, erasi lusingato di

sottomettere questa repubblica; ma i Fiorentini avevano bensì permesso

di recare qualche danno ai loro vicini che non amavano, ma non volevano

perciò che si accendesse una guerra ai loro confini: sforzarono quindi

Montone ad abbandonare la sua intrapresa, ma la repubblica di Siena non

lasciò per questo di conservare un profondo risentimento per essere

uscita dagli stati fiorentini l'armata che aveva invaso il loro

territorio[95]. Per vendicarsi strinse alleanza col papa e col re di

Napoli[96], mentre dal canto suo Sisto IV adunò una piccola armata ai

confini dello stato fiorentino, sotto colore di assediare il castello di

Montone e di castigare in tal modo il capitano, che aveva di fresco

turbata la tranquillità[97].

[94] _Niccolò Machiavelli, l. VIII, p. 359. — Scip. Ammirato, l.

XXIV, p. 116. — Conjurationis Pactianae Comm. Politiani, p. 6._

[95] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 114. — Nic. Machiavelli, l. VII,

p. 346._

[96] _Allegretto Allegretti Diari Sanesi, p. 782._

[97] _Nic. Machiavelli, l. VIII, p. 364. — Jo. Mich. Bruti, l. VI,

p. 146._

Frattanto tra Francesco de' Pazzi e Girolamo Riario si convenne di

mandare ad esecuzione il progetto del cambiamento del governo di Firenze

e dell'uccisione dei Medici; e ne diedero parte all'arcivescovo Salviati

che sapevano irritato da fresche ingiurie, e che realmente abbracciò con

ardore il mezzo che gli offrivano di vendicarsi. Francesco Pazzi venne

poscia a Firenze per associare alla congiura suo zio Jacopo, il capo

della famiglia; ma egli vi trovò più difficoltà che non aveva creduto.

Giovan Battista di Montesecco, condottiere abbastanza riputato ai

servigj del papa, e confidente di Girolamo Riario, venne pure spedito

presso questo vecchio magistrato per persuaderlo. Il Montesecco era

venuto in Toscana quale incaricato di una finta negoziazione con Lorenzo

de' Medici, e prima di partire aveva avuto un'udienza dal papa, che

offriva tutte le sue forze in appoggio della congiura[98]. Fu

quest'adesione del papa alla trama, che finalmente strascinò Jacopo dei

Pazzi; acconsentì in allora di stare a quanto per lui farebbe suo nipote

in Roma. In fatti Francesco vi era tornato per maturare i suoi progetti

di concerto col papa, col conte Riario e coll'ambasciatore di

Ferdinando, che dal canto suo prometteva una possente cooperazione. Si

convenne che sotto pretesto di attaccare Montone, si adunerebbe

un'armata pontificia nello stato di Perugia; che Lorenzo Giustini di

Città di Castello, il rivale di Niccolò Vitelli, farebbe leva di

soldati, sotto colore di proseguire la sua lite; che Gian Francesco di

Tolentino, uno de' condottieri del papa, passerebbe colla sua truppa in

Romagna, e che Francesco de' Pazzi, l'arcivescovo Salviati e

Giambattista di Montone tornerebbero a Firenze per accrescere il numero

de' congiurati, e trovare l'istante di opprimere nello stesso tempo i

due fratelli[99].

[98] _Machiavelli, l. VIII, p. 364. — Jo. Mich. Bruti, l. VI, p.

146._

[99] _Machiavelli, l. VIII, p. 366._

Tra coloro che si obbligarono ad assecondare il Pazzi ed il Salviati,

contavasi Jacopo, figlio di quel Poggio Bracciolini, celebre scrittore,

cui andiamo debitori di una storia fiorentina; e lo stesso Jacopo era

autore di alcune erudite opere[100]. Vi si trovavano inoltre due Jacopi

Salviati, fratello l'uno, l'altro cugino dell'arcivescovo; Bernardo

Bandini e Napoleone Francesi, giovani audacissimi ed affatto ligi alla

casa dei Pazzi; Antonio Maffei, prete di Volterra e notajo apostolico, e

Stefano Bagnoni, altro prete che insegnava la lingua latina ad una

figlia naturale di Jacopo Pazzi. Tutti i membri della famiglia di

quest'ultimo non presero parte alla trama; Renato uno de' cinque

fratelli, figlio di Pietro, ricusò con fermezza di entrarvi e ritirossi

in campagna onde non essere confuso coi cospiratori[101].

[100] _W. Roscoe, Life of Lorenzo, c. V, p. 185. nota._

[101] _Machiavelli, l. VIII, p. 367. — Politianus Conjur. Pactianae

Comment., p. 8-9._

Il papa aveva mandato all'università di Pisa Raffaele Riario, nipote del

conte Girolamo, giovanetto di soli diciott'anni, che il 10 dicembre del

1477 fu creato cardinale. Il suo innalzamento a questa nuova dignità

doveva essere festeggiato. Pensarono i congiurati che ciò appunto

offrirebbe una facile occasione di unire nello stesso luogo Lorenzo e

Giuliano de' Medici, onde ucciderli assieme; ed era necessario che i due

fratelli fossero assaliti nello stesso tempo, altrimenti la morte

dell'uno avrebbe avvisato l'altro di porsi in guardia. In conseguenza il

papa scrisse al cardinale Riario di fare tutto quanto gli ordinerebbe

l'arcivescovo di Pisa, e questi pochi giorni dopo fece venire il

cardinale a Firenze. Jacopo de' Pazzi gli diede una festa nella sua

villa di Montughi, lontana un miglio dalla città. Vi aveva invitati i

due fratelli Medici, ma Giuliano non eravi andato. Non intervenne nè

meno ad una festa data al cardinale da Lorenzo a Fiesole; all'ultimo si

seppe che non troverebbesi pure a quella che Lorenzo destinava a Riario

nella sua casa di città il 26 aprile del 1478. Allora solamente si

determinò d'assalire lo stesso giorno i due fratelli nella cattedrale,

dove il cardinale Riario dovea udire la messa, e dove i Medici mal

potevano dispensarsi d'assistere con lui al divino servigio[102].

[102] _Machiavelli, l. VIII, p. 368. — Scip. Ammirato, l. XXIV, p.

117. — Jo. Mich. Bruti, l. VI, p. 148._

Francesco de' Pazzi e Bernardo Bandini s'incaricarono d'uccidere

Giuliano. Risguardavasi la parte loro come la più difficile, perchè

questo giovane, naturalmente timido, portava sempre una corazza sotto le

vesti; era stata data la commissione di uccidere Lorenzo a Giovan

Battista Montesecco. Il Montesecco ne aveva di buon grado assunto il

carico, quando il fatto doveva aver luogo in tempo d'un banchetto, ma

quando fu cambiato il luogo dell'esecuzione, e seppe che in chiesa ed in

tempo della messa doveva uccidere un uomo cui era legato da relazioni di

ospitalità, dichiarò di non sentirsi capace di aggiugnere al tradimento

il sacrilegio. Gli scrupoli di questo militare furono cagione della

cattiva riuscita della congiura; perchè più non trovavansi tra i

congiurati che preti, che l'abitudine del vivere in chiesa rendesse

indifferenti rispetto al luogo in cui si trovavano, e non fossero

atterriti dall'idea del sacrilegio[103]. Fu dunque forza d'incaricare di

ferire Lorenzo lo scrivano apostolico, Antonio di Volterra, e Stefano

Bagnoni, parroco di Montemurlo. Il momento fissato fu quello in cui il

prete, alzando l'ostia, le due vittime, stando a ginocchio, chinerebbero

il capo, e non potrebbero vedere gli assassini. Le campane della messa

dovevano far conoscere agli altri congiurati, incaricati d'attaccare il

palazzo del pubblico, l'istante del sagrificio. L'arcivescovo Salviati

co' suoi, e Giacomo, figlio di Poggio Bracciolini, dovevano rendersi

padroni della signoria e forzarla ad approvare un assassinio di già

eseguito[104].

[103] _Parumper Haesitatum est, cum obtruncando Laurentio miles

delectus, et multa emptus mercede, negaret sese in loco sacro caedem

ullam perpetraturum, deinde alio negotium suscipiente, qui

familiarior, ut pote sacerdos, et ob id minus sacrorum locorum

metuens. — Ant. Galli de reb. Genuens., t. XXIII, p. 282._

[104] _Machiavelli, l. VIII, p. 369. — Politiani Comment., p. 11._

I congiurati stavano di già in chiesa, vi erano arrivati Lorenzo ed il

cardinale, la folla riempiva la chiesa, il divino sagrificio era

cominciato, ed ancora Giuliano non compariva. Francesco de' Pazzi e

Bernardo Bandini andarono a cercarlo, e gli fecero sentire che la sua

presenza era omai necessaria; nello stesso tempo, in atto motteggevole,

passarono le loro braccia a traverso al suo corpo per verificare se

aveva la corazza. Ma Giuliano, che soffriva d'un male di gamba, non

aveva presa veruna armatura, ed aveva pure, contro il suo costume,

lasciato il suo coltello da caccia, perchè gli batteva contro la gamba

inferma. Intanto Giuliano, entrato in chiesa, s'accostò all'altare; due

congiurati tenevansi vicini a lui; due altri presso di suo fratello, e

la folla che li circondava, dava loro ragionevole pretesto di stringersi

più presso ai Medici. Il prete alzò l'ostia, ed all'istante Bernardo

Bandini ferì col suo pugnale Giuliano nel petto, il quale dopo aver

fatto qualche passo cadde a terra. Francesco de' Pazzi gli fu addosso e

lo percosse replicatamente con tanto furore, che nello stesso tempo ferì

sè medesimo gravemente in una coscia. Nel medesimo istante i due preti

attaccavano Lorenzo: Antonio da Volterra, appoggiando la mano sinistra

sopra la di lui spalla, volle ferirlo nel collo; ma Lorenzo si distrigò

rapidamente, ed avviluppatosi il mantello intorno al braccio sinistro

per farsene scudo, sguainò la spada e si difese coll'ajuto de' suoi due

scudieri, Andrea e Lorenzo Cavalcanti. L'ultimo fu ferito, e lo stesso

Lorenzo lo era egli pure leggermente nel collo, quando i due preti si

scoraggiarono e presero la fuga. Per lo contrario Bernardo Bandini,

lasciando già morto Giuliano, corse verso Lorenzo, ed uccise Francesco

Nori, che gli tagliava la strada. Lorenzo erasi ricoverato in sagristia

co' suoi amici. Il Poliziano ne chiudeva le porte di bronzo, mentre

Antonio Ridolfi succhiava la ferita del suo padrone e la medicava.

Frattanto gli amici dei Medici dispersi nel tempio adunaronsi colle

spade sguainate innanzi alla porta della sagristia, chiedendo che si

aprisse e che Lorenzo si mettesse alla loro testa. Questi, temendo

d'essere ingannato da queste grida, non ardiva aprire, finchè Sismondi

della Stufa, giovane a lui affezionatissimo, salito per la scala

dell'organo ad una finestra di dove poteva vedere l'interno della

chiesa, osservò da un lato Giuliano, di cui Lorenzo ignorava la sorte,

steso a terra intriso nel proprio sangue; dall'altro lato potè

assicurarsi che coloro che chiedevano d'entrare erano i veri amici dei

Medici. Allora si aprirono le porte, e Lorenzo si pose fra di loro per

recarsi alla sua casa[105].

[105] _Conjur. Pactianae Comm., p. 13 e 14. — Comment. di Ser

Filippo Nerli, l. IV, p. 54._

I congiurati non avevano disposte altre forze in chiesa per isnidare le

vittime dai loro asili, lo che probabilmente non sarebbe stata

malagevole cosa; ma le avevano disposte tutte per impadronirsi del

palazzo pubblico. Sapevano in fatti che la moltitudine non giudica che

all'ingrosso, e che riconoscerebbe per depositarj della sovrana autorità

i vincitori, qualunque si fossero, tostocchè li vedrebbe circondati

dalle guardie della signoria e seduti sul tribunale. L'arcivescovo erasi

portato al palazzo coi Salviati suoi parenti, con Jacopo Bracciolini e

con una truppa di minori congiurati, quasi tutti Perugini. Lasciò in sul

primo ingresso parte de' suoi satelliti con ordine di occupare la porta

principale, tostocchè udirebbero del rumore: altri seco condusse fino

all'appartamento occupato dai membri della signoria, loro ordinando di

stare nascosti in cancelleria per non dare sospetto. Ma questi spinsero

per di dentro la porta, che si trovò chiusa a molla in modo che più non

poteva aprirsi senza chiave; onde questo corpo di congiurati, il più

necessario a tutta l'azione, rimase nella impossibilità di prendervi

parte.

Frattanto l'arcivescovo Salviati era entrato presso il gonfaloniere, col

pretesto di avergli a comunicare qualche cosa per parte del papa. Questo

primo magistrato era in allora quello stesso Cesare Petrucci, ch'era

stato poc'anzi sorpreso a Prato da Bernardo Nardi, ed era stato in

pericolo di essere ucciso in quella congiura. Dopo questo avvenimento

era diventato più diffidente d'ogni altro, ed inoltre osservò che

l'arcivescovo, parlando, era talmente disturbato, che le parole che

balbettava quasi non avevano senso. Il Salviati mutava spesso colore,

volgevasi verso la porta, tossiva come volesse dare qualche segno, e non

sapeva contenere la propria agitazione. Cesare Petrucci lanciossi egli

stesso alla porta, e vi trovò Giacomo Bracciolini, cui, preso pei

capelli, rovesciò a terra, e diede in guardia ai suoi sergenti. Chiamò

nello stesso tempo i priori a difendersi, ed attraversando con loro la

cucina del palazzo, prese uno spiedo, col quale si pose di guardia alla

porta della torre, ove la signoria si ritirò. Intanto i sergenti

chiusero le diverse porte de' corridoj del palazzo, ed attaccarono

sparsamente i congiurati, la maggior parte de' quali eransi da sè chiusi

in cancelleria. Tutti coloro che avevano seguito il Salviati nel piano

superiore, furono bentosto arrestati, ed immediatamente uccisi o gittati

a basso dalle finestre. Ma l'altra banda de' congiurati, rimasta

all'ingresso principale, erasene resa padrona; e nel momento del

tumulto, quando gli amici dei Medici accorsero in folla al palazzo per

soccorrere la signoria, i congiurati difesero la porta e sostennero per

qualche tempo una specie d'assedio[106].

[106] _Machiavelli, l. VIII, p. 373. — Conjurat. Pactianae Comment.,

p. 15. — Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 118. — Diar. Parmense, t. XXII,

p. 278._

Tra coloro che si erano incaricati dell'uccisione de' Medici, i due

preti ch'eransi vilmente dati alla fuga, vennero inseguiti dagli amici

dei Medici e fatti a pezzi. Bernardo Bandini, quando vide in salvo

Lorenzo e ferito Francesco Pazzi e che il popolo dichiaravasi contro di

lui, conobbe la sua fazione perdente, ed uscì subito di città e si pose

in salvo. Francesco Pazzi, tornato a casa sua, si sentì talmente

indebolito dal sangue che aveva perduto per la ferita fattasi da sè

medesimo, che non poteva sostenersi a cavallo. Rinunciando adunque a

correre la città per chiamare il popolo alla libertà, siccome aveva

ideato di fare, pregò Giacomo Pazzi, suo zio, a fare le sue veci. Questi

malgrado l'estrema sua vecchiaja si pose alla testa di un centinajo

d'uomini raccolti in casa sua per tale motivo, e marciò verso la piazza

del palazzo invitando i cittadini, cui presentavasi l'opportunità di

tornare liberi, a prendere le armi; ma niuno lo raggiunse, mentre che i

priori dall'alto del palazzo ch'essi occupavano gli lanciavano addosso

delle pietre. Suo cognato Serristori, che scontrò solo sulla strada, gli

rinfacciò il tumulto ch'egli cagionava in Firenze, e lo consigliò a

ritirarsi. Giacomo de' Pazzi, non ricevendo soccorso da veruna banda, si

volse colla sua truppa verso una porta della città, ed uscì, prendendo

la via di Roma[107].

[107] _Machiavelli, l. VIII, p. 375. — Jo. Mich. Bruti, l. VI, p.

152._

Lorenzo, ritiratosi nella propria casa, non aveva presa ancora veruna

misura per fermare i cospiratori; aveva abbandonata la sua vendetta al

popolo, la quale perciò non fu che più crudele. Il gonfaloniere, Cesare

Petrucci, irritato pel corso pericolo, fece strozzare alle finestre del

palazzo l'arcivescovo Salviati, il di lui fratello, il cugino e Jacopo

Bracciolini. Perirono pure tutti coloro che lo avevano seguito, tranne

un solo che si era nascosto sotto un mucchio di legni. Quando venne

scoperto dopo quattro giorni si risguardò come bastantemente punito

dalla sofferta fame e dalla paura. Intanto il popolo furibondo andava in

traccia di tutti coloro che avevano mostrata qualche opposizione

all'ambizione dei Medici, o qualche relazione d'amicizia coi congiurati.

Tostocchè gli veniva denunciata qualche vittima era subito uccisa e

strascinato il di lei cadavere per le strade[108]; le squarciate sue

membra portavansi sulle lance ne' diversi quartieri della città; questa

frenetica sete di vendetta non si poteva mai spegnere. Il giovane

cardinale Riario, che nulla sapeva della cospirazione, erasi posto in

salvo sull'altare, ove a stento era stato difeso dai preti. Francesco

Pazzi, strappato fuori del letto, su cui dalla sua ferita era stato

costretto a gettarsi, venne condotto al palazzo senza che gli si

permettesse di vestirsi, e fu strozzato come l'arcivescovo ad una

finestra. Lungo la strada tutti gli strappazzi del popolo non gli

cavarono di bocca una sola parola; guardava con occhio immobile i suoi

concittadini che tornavano in ischiavitù e sospirava[109]. Guglielmo de'

Pazzi erasi rifugiato nella casa di Lorenzo, suo cognato, e fu salvato

dalle preghiere di Bianca de' Medici sua sposa. Renato dei Pazzi,

ch'erasi più giorni avanti ritirato in villa per non aver parte alcuna

nella rivoluzione, volle per altro fuggire, quando seppe che la

rivoluzione era scoppiata; ma conosciuto sotto il mentito abito di

contadino, che aveva preso, venne arrestato e condotto a Firenze ove fu

appiccato. Fu pure arrestato Giacomo dei Pazzi dai montanari nel

passaggio degli Appennini; li supplicò di ucciderlo subito, e gli offrì

perciò anche un premio, ma li trovò inflessibili e fu appiccato con suo

nipote Renato. Era già il quarto giorno dopo la congiura, ed in tutto

questo tempo il popolaccio erasi bagnato nel sangue. Più di settanta

cittadini, colpevoli o sospetti d'aver avuto parte nella trama, erano

stati sbranati e le loro membra strascinate per le strade[110]. Il corpo

di Jacopo de' Pazzi fu più volte esposto a tanta indegnità; era stato

prima messo nel sepolcro de' suoi antenati, ma perchè si pretese

d'averlo udito bestemmiare nell'atto di morire, abitudine che aveva da

lungo tempo contratta, si attribuirono le dirotte pioggie de'

susseguenti giorni al trovarsi il cadavere di un bestemmiatore in

terreno sacro. Venne disumato per essere seppellito lungo le mura; ma i

fanciulli lo trassero ancora da questa seconda sepoltura per

istrascinarlo molto tempo per le strade, avanti di gettarlo in Arno. A

Giovan Battista di Montesecco fu troncato il capo dopo un lungo

interrogatorio, nel quale diede notizia della parte che il papa aveva

avuta nella cospirazione. Bernardo Bandino, senza fermarsi nella sua

fuga, aveva cercato ricovero in Costantinopoli, ma colà Lorenzo de'

Medici ebbe abbastanza influenza per farlo arrestare. Il sultano

Maometto II lo consegnò, e Bandino, ricondotto in Firenze il 14 dicembre

del susseguente anno, fu appiccato alle finestre del bargello il 29

dicembre del 1479[111].

[108] _Comment. del Nerli, l. III, p. 55._

[109] _Machiavelli, l. VIII, p. 376._

[110] Assicura l'Allegretti, che ne' susseguenti giorni si fecero

ancora morire più di duecento persone. _Diarj Sanesi, p. 784._

[111] _Strinatus apud Adimarum, in notis ad Conjurat. Pactianae

Comment., p. 56. — Ann. Bonon. Hieron. de Bursellis, t. XXIII, p.

902._ Questo storico lo chiama Bernardo di Bandino Baroncelli. In

fatti Bandino è in Toscana nome di battesimo; pure tutti gli altri

prendono Bandini per nome di Famiglia.

Gli storici fiorentini, che scrissero sotto i Medici, fecero de' Pazzi

il più svantaggioso ritratto. Poliziano loro ascrive tutti i vizj, anche

i più incompatibili: vengono generalmente accusati d'eccessivo orgoglio;

Francesco lasciavasi accecare dalla collera, ed appunto in tale

traviamento si ferì da sè stesso, credendo ferire il suo nemico. Era

Jacopo dedito al giuoco, ed aveva l'abitudine di bestemmiare, per altro

era uomo assai caritatevole; e consacrava parte delle sue entrate al

soccorso de' poveri e ad arricchire le chiese. Per timore di avvolgere

nella propria sventura coloro che avevano qualche credito verso di lui,

aveva pagati tutti i suoi debiti la vigilia del giorno fissato

all'esecuzione della congiura, ed aveva consegnate ai loro proprietarj

tutte le mercanzie che teneva in dogana per altrui conto[112].

[112] _Machiavelli, l. VIII, p. 378._

Sebbene i congiurati non avessero ottenuto l'intento loro, la posizione

di Lorenzo de' Medici era sempre pericolosa assai. Le truppe, adunate

nella valle del Tevere sotto Lorenzo Giustini, ed in Romagna sotto Gian

Francesco di Tolentino, erano di già entrate nel territorio di Firenze;

ma, avendo udito il disastro dei Pazzi, eransi ritirate senza lasciarsi

raggiugnere dalle truppe della repubblica. Intanto il re Ferdinando

mandava altre truppe, che di già avevano passato il Tronto, ed aveva

renduta pubblica la sua alleanza col papa e colla repubblica di Siena.

Questa lega aveva scelto per suo generale il duca d'Urbino, Federico di

Montefeltro, ed aveva dichiarata la guerra, non già alla repubblica

fiorentina, ma al solo Lorenzo de' Medici, che non volevasi confondere

colla sua patria. Nello stesso tempo il papa intimava la scomunica alla

repubblica fiorentina, se entro un mese, da incominciarsi col primo di

giugno, giorno della pubblicazione della bolla, ella non consegnava ai

tribunali ecclesiastici Lorenzo de' Medici, il gonfaloniere, i priori e

gli otto della balìa con tutti i loro fautori, ond'essere puniti secondo

l'enormità del loro delitto[113]. Consisteva questo delitto nell'avere

portate le mani sopra un ecclesiastico. «Perchè i cittadini, dice il

papa, erano tra di loro venuti a qualche dissensione civile e privata,

questo Lorenzo coi priori di libertà ec..... avendo interamente scosso

il timore di Dio, e trovandosi infiammati di furore, vessati da

diabolica sugestione, e trasportati come cani da insensata rabbia,

infierirono con tutta possibile ignominia contro persone ecclesiastiche.

Oh dolore! oh inaudito delitto! portarono le violenti mani sopra un

arcivescovo, e lo appiccarono pubblicamente alle finestre del loro

palazzo[114].»

[113] _Bulla Sixti IV apud Raynald. Ann. Eccl. 1478, § 10, p. 273._

[114] _Ivi, § 9, p. 272._

Il papa non si difese intorno all'aver avuto parte nella congiura, e non

cercò in alcuna bolla di smentire quest'accusa; per lo contrario i

Fiorentini confessarono il loro torto d'avere fatto morire l'arcivescovo

di Pisa ed i preti congiurati, che erano soggetti soltanto alla

giurisdizione ecclesiastica; cercarono di calmare il papa

assoggettandosi alle sue censure, e restituirono la libertà al cardinale

Riario[115]. Tanta moderazione fu inutile; il dieci delle calende di

luglio una seconda bolla fulminò contro di loro più gravi pene: proibì

ai fedeli di avere comunicazione di veruna sorta con loro, ruppe le

precedenti alleanze, vietò a tutti gli stati di contrarne di nuove, ed

impedì ad ogni militare di mettersi al loro soldo[116].

[115] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 120._

[116] _Ann. Eccl 1478, § 12, p. 273, — Diarium Parmense, p. 279._

Intanto i Fiorentini si apparecchiavano a respingere colle armi

l'attacco onde erano minacciati, ed il 13 di giugno crearono, secondo

l'antica costumanza, i decemviri della guerra[117]. Spedirono nello

stesso tempo a tutti i principi cristiani una relazione della congiura;

chiesero col mezzo de' loro ambasciatori i soccorsi del duca di Milano e

della repubblica di Venezia in forza della loro alleanza[118]: adunarono

in Firenze un concilio provinciale di tutti i prelati toscani, loro

domandarono una protesta contro la sentenza di Sisto IV, ed un appello

della sua scomunica ad un concilio ecumenico[119]. Pubblicarono altresì

l'autentica confessione del Montesecco, onde togliere qualunque dubbio

rispetto alla parte che il papa aveva avuta nella cospirazione, e

mandarono questo documento col loro appello all'imperatore, al re di

Francia ed ai principi sovrani della Cristianità[120]. Finalmente per

sottrarre Lorenzo dei Medici ad attentati simili a quello da cui era

uscito salvo, la signoria accordò alla sua persona una guardia di dodici

uomini[121]. I monarchi d'Europa potevano difficilmente apprezzare i

motivi de' cittadini fiorentini per metter fine all'usurpazione della

casa de' Medici. Essi di già risguardavano i due fratelli come legittimi

sovrani, ed una congiura contro di loro sembrava un attentato contro la

maestà dei troni. Altronde senza esaminare i diritti che potevano avere

i congiurati, la condotta del papa, il quale si associava a costoro per

soddisfare l'odio e la cupidigia di un nipote, che passava per suo

figlio, loro sembrava sempre scandalosa. Quindi il re di Francia,

l'imperatore Federico, i Veneziani, il duca di Milano e quello di

Ferrara minacciarono Sisto IV di ritirarsi dalla sua ubbidienza, se

proseguiva a turbare la Cristianità con un'ingiusta guerra. Lodovico XI

richiamò le dispute intorno alla prammatica sanzione; volle trattenere

le annate, dacchè i tesori ch'esse portavano a Roma venivano impiegati

nel fare la guerra ai Cristiani, non a difenderli contro i Turchi. Citò

inoltre Sisto IV ad un concilio che diede voce di volere adunare in

Orleans, poi in Lione, ma che non ebbe mai luogo[122]. In ultimo mandò

ambasciatore a Firenze il celebre storico Filippo di Comines, per dare

maggiore importanza ai Medici con larga promessa di protezione[123].

[117] I dieci della guerra nominati in questa occasione furono

Lorenzo de' Medici, Tommaso Soderini, Luigi Guicciardini, Bongiani

Gianfigliazzi, Piero Minerbetti, Bernardo Buongirolami, Roberto

Lioni, Gedo Serristori, Antonio Dini e Niccolò Fedini. _Scip.

Ammirato, l. XXIV, p. 120._

[118] _Machiavelli, l. VIII, p. 385._

[119] Il signor Roscoe ha pubblicata questa protesta, che forse non

venne giammai formalmente sanzionata dal concilio toscano. _Appen.

N.º 27, p. 114-153._

[120] Fu pure pubblicata dal signor Roscoe, _N.º 28, p. 154-172_. M.

F. H. Egerton pubblicò in Parigi (il 25 marzo del 1814 in 4.º) una

lettera della signoria di Firenze a Sisto IV in data del 21 luglio

1478. Questa lettera è nobile, soda ed elegantemente scritta.

[121] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 123._

[122] _Ann. Eccl. 1478, § 13, p. 274._

[123] _Mémoires de Phil. de Comines, l. VI, ch. V. — Collect. Univ.

des Mémoires, t. XII, p. 40._

I più saggi fra i cardinali vedevano con dolore compromessa l'autorità

pontificia dall'inconsiderazione di un papa; ma credevano assai più

importante di salvarla, che di costringere Sisto IV ad ascoltare i

consiglj della prudenza e della giustizia. In una delle sue ultime

lettere[124] il cardinale di Pavia scriveva al papa: «So che recasi

presso di noi per parte del re di Francia un ambasciatore riputato assai

nelle Gallie, la di cui commissione è oltremodo orgogliosa. È incaricato

di sottrarre i Francesi all'ubbidienza della santa sede, e di appellare

ad un concilio se non si revocano le censure pronunciate contro i

Fiorentini, se coloro che hanno ucciso Giuliano, quegli ancora che

approvarono questo assassinio, non vengono puniti; e per ultimo se non

rinunciamo alla guerra da poco cominciata.... Frattanto che potremmo noi

fare di più vergognoso, qual maggior piaga, qual morte più crudele

potremmo noi arrecare all'autorità di Roma, che di rivocare la nostra

sentenza, prima ancora che asciutto sia l'inchiostro con cui fu vergata.

Il solo flagello accordatoci da Dio per la nostra conservazione ci

caderebbe di mano, il bastone apostolico più non avrebbe forza di

rompere i vasi inutili; la potenza secolare avrebbe in allora un rifugio

contro le censure, e ciò che la debolezza nostra avesse una volta

abbandonato, più ricuperarlo non potrebbe il nostro coraggio.»

[124] Il cardinale di Pavia morì l'11 settembre del 1479.

Il cardinale propose in seguito al pontefice di acquistar tempo con

evasive risposte, di promettere di ricevere i Fiorentini in grazia, ove

manifestassero pentimento; ma di dichiarare di non lo poter fare che in

un'assemblea di tutti i cardinali, la quale assemblea era impossibile

durante la peste; di ritenere sotto lo stesso pretesto della peste gli

ambasciatori francesi in luogo lontano dalla corte; per ultimo di

seguire l'esempio dello stesso re di Francia, che talvolta aveva

differita un anno intero la risposta ai legati di Roma. «Se il re,

soggiugne egli, acconsente, com'è probabile, a questi indugi, voi avrete

tempo di atterrare le armi de' vostri nemici, e Dio nella sua

misericordia spesso ci concede inaspettati soccorsi: se il re non si

acquieta, saranno a lui imputabili tutte le conseguenze della sua

impazienza.... Allora vostra santità confidisi interamente in Dio;

quegli che regna nei cieli è più grande di quegli che vive sulla terra.

Il primo sostenne i suoi sacerdoti ne' più gravi travagli, non verrà

loro meno ne' minori pericoli: altronde i nostri nemici combatterebbero

per il peccato, noi contro il peccato; essi vorrebbero la nostra

perdita, e noi altro non vogliamo che la loro salute e la loro vita: in

così diversa situazione, e quando così giusta è la nostra causa, senza

dubbio che noi dobbiamo tutta in Dio riporre la nostra speranza[125].»

[125] _Card. Papiensis Epist. 693, 16 julii 1478. — Ann. Eccl. 1478,

§ 16, p. 274._

I consiglj del cardinale di Pavia vennero adottati. Sisto IV differì

fino al 27 gennajo seguente ad accordare la prima udienza agli

ambasciatori francesi; ed anche allora non diede loro un positivo

riscontro; disse che avrebbe incaricato un suo legato di portare a

Lodovico XI l'espressione de' suoi sentimenti; frattanto soggiunse che

aveva con dispiacere veduto questo monarca prestar fede a Lorenzo ed a'

suoi complici, piuttosto che a quegli che ha ricevuta la sua autorità da

Dio medesimo, e che a lui solo deve renderne conto; poichè sta scritto

nelle sacre carte: «L'orgoglioso, che non vuole ubbidire all'ordine del

pontefice che rende un culto al suo Dio, deve morire per sentenza del

giudice. Così tu toglierai il male dalla terra d'Israello; il popolo

vedendolo rientrerà nel timore, e niuno più non si gonfierà di vano

orgoglio[126].» Mentre il papa addormentava co' suoi indugi e con

ambigue risposte la lega che pareva formarsi contro di lui, proseguiva

vigorosamente la guerra intrapresa in Toscana.

[126] _Raynald. Ann. Eccl. 1478, § 18, 19, p. 275. Ex Archiv. MS.

Vaticani._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16) · 第 4 / 14 题