CAPITOLO LXXXIV.

_Congiura di Niccola d'Este a Ferrara; di Girolamo Gentile a

Genova; d'Olgiati, Visconti e Lampugnani a Milano. Rivoluzioni

nello stato di Milano dopo la morte di Galeazzo Sforza_.

1476 = 1477.

Mentre la guerra si andava al di fuori rallentando, e che i diversi

stati d'Italia erano uniti da alleanze, che sembravano dover guarentire

la pace fra di loro, l'interna loro costituzione venne replicatamente

scossa da molte cospirazioni. In tre anni contansene, una a Ferrara, due

a Genova, una a Milano ed una a Firenze. Pareva che i popoli, finalmente

stanchi dell'oppressione sotto la quale tanto avevano sofferto, fossero

determinati di spezzare un indegno giogo; ma non pertanto ricaddero

dovunque sotto la catena che gli aveva oppressi. Non mancarono ai

cospiratori nè segreto, nè ardire, nè fedeltà; tutti eseguirono ciò che

avevano progettato, niuno ne raccolse il frutto: tanto è difficile di

rovesciare un governo esistente, e tanto l'abitudine dell'ubbidire

sostiene la potenza ancora del più odiato tiranno[45]! Odesi spesso

accusarsi una nazione di debolezza e di pusillanimità, in ragione del

giogo ond'è stata oppressa. Quando vedonsi migliaja d'uomini ubbidire

contro l'interesse loro, contro il loro sentimento ad un solo, quando si

vedono sottostare ai capricci ch'essi detestano, o diventare gli

strumenti delle passioni che essi hanno in orrore, non possiamo non

rimproverar loro di servire ove potrebbero comandare, e di non misurare

le forze loro colla individuale debolezza di colui ch'essi temono.

Sarebbe infatti vantaggioso che questo pregiudizio si stabilisse

nell'opinione, e che la vergogna si associasse alla servitù. Forse i

popoli farebbero allora per l'onore ciò che non fanno per la

libertà[46]. Pure ingiustizia sarebbe il condannare una nazione soltanto

a motivo del giogo che ha sopportato. Trovasi tanta potenza

nell'organizzazione sociale, le forze di tutti sono così ben dirette dal

despota contro ogni individuo, che per poco che questi o il suo ministro

sia destro, coraggioso, vigilante, è sempre in tempo d'opprimere i suoi

scoperti nemici col braccio medesimo de' suoi segreti nemici; in modo

che la più nobile e più generosa nazione non è bastantemente forte per

difendersi scopertamente dal suo tiranno. È dato solamente di poter

congiurare a colui che co' deboli suoi mezzi personali vuole lottare

coll'uomo che dispone della polizia, dell'armata, del tesoro. Molti,

cedendo ad una nobile ripugnanza, rifuggono da tale intrapresa, perchè

vi scorgono qualche apparenza di dissimulazione e di tradimento; non

riconoscono che l'estremo pericolo nobilita i mezzi meno virtuosi, e che

l'assassino di un tiranno dev'essere più coraggioso assai, che il

granatiere che prende una batteria colla bajonetta. Per altro

quest'opinione indebolisce ancora il partito de' cospiratori; spesso

allontana da loro, nell'istante del pericolo, quelli che il giorno

innanzi parevano partecipare ai sentimenti loro; e l'uomo coraggioso,

che si è fatto l'organo delle volontà di tutto un popolo, e lo strumento

delle sue vendette, perisce sul patibolo per le mani di quei medesimi

ch'egli servì[47].

[45] _Tutti eseguirono ciò che avevano progettato, niuno ne raccolse

il frutto_; quale più utile lezione di questa per convincere

gl'incauti che pensassero di tentare novità contro uno stato

qualunque! _N. d. T._

[46] L'autore, che altrove conosce per legittime le tre specie di

governo ammesse da Aristotele, ed in particolare il governo

monarchico che si mantiene con buone e sagge leggi fatte pel bene

de' suoi popoli, è cosa manifesta, che qui non parla che de' governi

rigorosamente chiamati tirannici; e sarebbe assurdo il credere che

chiamasse vergognosa la servitù, o per meglio dire sudditanza verso

il pacato governo di una monarchia legittima, e la di cui

successione è regolata da leggi riconosciute universalmente; il che

certamente non accadeva ne' principati che precedettero il XIV

secolo in Italia, tranne quello della santa sede, del Monferrato,

ec. _N. d. T._

[47] Ecco l'indubitata sorte del cospiratore. È stato dai politici

osservato, che le congiure dei pochi non riescono, perchè allora le

forze dei cospiratori sono deboli, e che le congiure, dove prendono

parte molti complici, vengono scoperte prima che abbiano esecuzione.

Dunque, dice il nostro autore, non è dato di congiurare che

all'individuo. Ma l'individuo non sarà mai il rappresentante della

volontà del popolo, che anzi quasi tutti gli esempi di antiche e

moderne cospirazioni individuali ci dimostrano, che personale odio e

desiderio di privata vendetta pongono il pugnale in mano del

cospiratore, non il desiderio di rendersi utile alla patria, che non

può non detestare colui che turba l'ordine e la tranquillità del

governo. _N. d. T._

La storia d'Italia, ove gli avvenimenti si presentano e si accumulano,

ove tutte le passioni hanno libero sfogo, ove tutte le instituzioni si

combinano in mille modi, ci presenta sotto variate forme questi sforzi

dei popoli e degl'individui per iscuotere il giogo della tirannide. Noi

vi vediamo a vicenda aperte ribellioni e congiure; vediamo cospirare a

vicenda a favore d'una stirpe reale, o di un sovrano risguardato come

più legittimo, ed in favore della repubblica; vi vediamo tutte le lotte,

quella della sublime lealtà, quella della fiera nobiltà e quella della

libertà. Malgrado i diversi principj che servono di fondamento alla

politica d'ogni uomo, non avvene alcuno, che non debba in così vasto

numero di cospirazioni trovarne una che non gli sembri legittima; non

avvene alcuno, che non debba associarsi di cuore a qualcuna delle

intraprese tendenti a rimettere o il governo reale dell'antica dinastia,

o la vecchia aristocrazia, o la libertà, o il regno glorioso d'un

condottiere, o il dominio della Chiesa; non avvene alcuno, che ardisca

considerare il potere, qualunque egli siasi, come sempre ugualmente

sacro; ed un più liberale sentimento dovrebbe insegnargli, che tutte le

congiure meritano un certo grado d'ammirazione[48], quando ancora

appariscono colpevoli ai suoi occhi, per lo scopo che si propongono i

congiurati; imperciocchè in tutte si trova un grande sagrificio di sè

medesimo ad un interesse più sublime di sè, un grande sagrificio della

sua persona ad una nobile causa, un grande spaventoso pericolo, posto in

non cale a fronte di lontane speranze[49].

[48] Ciò sarà, quando uno cospira contro un usurpatore a favore del

legittimo antico governo, che per secoli aveva formata la felicità

d'un popolo, ma non quando la cospirazione tende a rovesciare il

legittimo regnante per sostituirvi l'anarchia o un tiranno. _N. d.

T._

[49] Le difficoltà infinite che incontra il cospiratore, l'evidente

pericolo di morte, ed anche d'infamia pubblica per le arti del

tradimento che è forzato usare, devono ritrarre chiunque da così

enorme attentato; ed il nostro autore, ponendo in vista al lettore

tutti questi pericoli, le difficoltà e la mala riuscita che le

congiure sortono quasi sempre, tende ad incutere un salutare terrore

in chiunque osasse soltanto pensare a fare novità contro uno stabile

legittimo governo. _N. d. T._

Tra le congiure che scossero l'Italia nel 1476, la prima a scoppiare fu

quella di Ferrara. Niccolò d'Este, figlio del marchese Lionello, viveva

in allora a Mantova presso suo cognato; molti emigrati ferraresi lo

avevano seguito, risguardandolo come il rappresentante ed il legittimo

erede di Lionello e di Borso, i due più amabili principi che avesse fin

allora prodotti la casa d'Este, e gli andavano insinuando che tutto il

popolo era partecipe del loro attaccamento e del loro rammarico. In ciò

confidando, Niccolò cercava i mezzi di rientrare in Ferrara, non

dubitando, che, ove giugnesse una volta a superare le mura della città,

non fosse da tutto il popolo salutato per sovrano. Il marchese di

Mantova, suo cognato, permettevagli d'adunare soldati nel suo

territorio, e Galeazzo Sforza, sempre geloso de' suoi vicini, sebbene

non covasse verun progetto contro di loro, gli somministrava danaro, e

prometteva soccorsi. Frattanto la città di Ferrara trovavasi

accidentalmente aperta; eransi in più luoghi atterrate le sue mura, per

rifabbricarle dietro un nuovo piano; e Niccolò aveva ogni giorno fedeli

avvisi di ciò che facevasi nella corte di suo zio. Seppe che il primo

settembre del 1746 Ercole uscirebbe di buon mattino di città per recarsi

alla sua casa di Belriguardo; e lo stesso giorno giunse da Mantova a

Ferrara con cinque vascelli aventi a bordo cinquecento uomini

d'infanteria; entrò per la breccia, che aprivasi nelle mura di mano in

mano che si andavano rifacendo, e corse subito le strade, facendo

ripetere innanzi a lui il suo grido di guerra: _La vela!_ In pari tempo

promise al popolo di rendergli l'abbondanza, mentre che la cattiva

amministrazione d'Ercole aveva fatto crescere il prezzo del frumento;

annunciò l'arrivo di quattordici mila uomini, che gli avevano dati per

quest'intrapresa il duca di Milano ed il marchese di Mantova, ed invitò

i cittadini a prendere le armi, senza aspettare che le truppe straniere

gli sforzassero a riconoscerlo per loro legittimo sovrano.

Don Sigismondo, fratello del duca, al primo sentore di questo tumulto,

erasi frettolosamente chiuso in Castelvecchio con donna Leonora

d'Arragona sua sposa; ma non vi aveva vittovaglie per tre giorni.

Ercole, cui alcuni fuggiaschi avevano annunciato l'ingresso in Ferrara

di una numerosa armata, omai rinunciava alla speranza di riprendere la

città, ed adunava soltanto i suoi soldati a Reggenta ed a Lugo per

difendere queste due fortezze. Intanto niun Ferrarese aveva ancora prese

le armi per unirsi a Niccolò, il quale vedendo d'aver corse invano tutte

le strade, chiamando il popolo in suo soccorso senza che alcuno si

muovesse, cominciava a scoraggiarsi. Eransi contati i soldati che lo

seguivano, e sprezzavasi il loro piccolo numero; non vedevasi giugnere

l'armata ch'egli aveva annunciata, e cominciavasi a non dare più fede

alle sue parole. Don Sigismondo, testimonio della mala riuscita del suo

avversario, si fece ancor egli a chiamare i Ferraresi in ajuto del loro

sovrano. Corse il borgo del Leone, e la grande strada della Giudecca, e

tutti gli abitanti presero per lui le armi. Di mano in mano che Niccolò

vedeva ii popolo attrupparsi, egli abbandonava i quartieri della città

uno dopo l'altro senza venire alle mani. Finalmente riconoscendo la sua

impresa disperata, uscì di Ferrara, attraversò il Po e fuggì colla sua

gente. Ma i contadini, di già contro di lui sollevati, occupavano tutti

i passaggi per fermarlo. Egli cadde infatti in loro potere colla maggior

parte di coloro che lo accompagnavano, e fu ricondotto a Ferrara. Il

duca Ercole, suo zio, lo fece subito decapitare, e la stessa sorte toccò

ad Azzo d'Este suo cugino. Vennero appiccati venticinque de' suoi

complici; e così severa giustizia atterrì tutti i nemici del duca

Ercole, la di cui successione, assicurata lo stesso anno dalla nascita

di suo figlio Alfonso, più non venne in seguito contrastata[50].

[50] _Diario Ferrarese, t. XXIV, p. 250, 251. — Diario Sanese di

Allegretto Allegretti, t. XXIII, p. 776._ — Gio. Battista Pigna, che

nel 1572 dedicò la sua storia dei principi d'Este ad Alfonso II, la

chiude col 21 luglio del 1476, epoca della nascita del figlio

d'Ercole, che fu poi Alfonso I. Termina cinque settimane prima della

morte di Niccolò, ch'egli stesso indubitatamente risguarda come una

macchia alla memoria d'Ercole. Il Pigna è un adulatore de' suoi

principi, ed uno scrittore credulo; tutta la prima parte della sua

storia non è meno favolosa che la genealogia innestata, quasi nella

stessa epoca, dall'Ariosto e dal Tasso ne' loro poemi. Ma gli ultimi

quattro libri, che comprendono gli anni 1472 al 1476, sono di

grandissimo ajuto alla storia d'Italia: sono elegantemente scritti;

gli avvenimenti delle altre parti dell'Europa, ed in particolare

quelli che si riferiscono alla casa d'Este in Germania sono

introdotti con arte; e quando la gloria della casa d'Este non è

compromessa, i fatti vengono giudicati con abbastanza di buona

critica e d'imparzialità.

I primi movimenti contro Galeazzo Maria Sforza scoppiarono in Genova, e

furono quasi simultanei colla congiura di Ferrara. In forza del trattato

che Genova aveva fatto col duca Francesco Sforza, quando si pose sotto

la sua signoria, questa repubblica, lungi dal rinunciare alla sua

libertà, pareva averla vie meglio consolidata. Vero è che aveva ammessi

nelle sue mura un governatore ed una piccola guarnigione; ma questa

straniera forza era appena bastante per comprimere i tumultuosi

movimenti delle fazioni, per impedire quelle rivoluzioni, quelle

frequenti convulsioni, che ne' precedenti anni avevano esaurita la città

d'uomini e di danaro. Altronde il duca si era obbligato a non accrescere

il numero dei soldati, nè le fortificazioni della cittadella.

Riceveva annualmente da Genova un tributo di cinquanta mila ducati,

somma appena bastante al mantenimento della guardia della città e delle

fortezze. E non solo non aveva il diritto di accrescere questa

contribuzione, ma non poteva nemmeno immischiarsi nel modo di levarla.

Così non poteva aver parte alla legislazione, all'amministrazione della

giustizia, ed al governo interno della città[51].

[51] _Ant. Galli Comm. Rer. Gen. ab anno 1476 ad an. 1478, Rer.

Ital., t. XXII, p. 263._

Finchè visse Francesco Sforza, queste condizioni vennero religiosamente

mantenute; ma Galeazzo, suo figliuolo, era troppo volubile in tutti i

suoi progetti, troppo vano, troppo impetuoso per rispettare lungamente

le leggi cui erasi obbligato. Pure, perchè non era meno pusillanime che

arrogante, spesse volte si fermava nel corso di un'intrapresa ingiusta

ed offensiva, e cedeva al timore dopo di avere sprezzate le

rappresentanze del suo popolo. I Milanesi, tra i quali viveva, non solo

risentivano danno da' suoi difetti come sovrano, ma ancora da' suoi

privati vizj. La di lui dissolutezza sconvolgeva tutte le famiglie, e la

sua crudeltà, eccitata dalla più leggera resistenza, non era soddisfatta

che da spaventosi supplicj. Genova era, assai meno di Milano, esposta a

questa spicciolata tirannide, e sebbene fosse violato il contratto fra

il principe e la repubblica, e che perciò i Genovesi si risguardassero

come sciolti dai loro giuramenti, i più ricchi temevano una rivoluzione,

che poteva ruinarli assai più che i passaggeri abusi del potere cui

speravano di sottrarsi.

Non pertanto l'intera città parve vivamente offesa dal disprezzo che le

aveva mostrato Galeazzo, quando nel 1471 era passato per Genova,

tornando da quel suo sontuoso pellegrinaggio di Firenze. Eransi

apparecchiate per riceverlo splendidissime feste, magnifici regali. Egli

affettò di dare a questa pompa un'aria di ridicolo presentandosi con

abiti dimessi, ricusando gli alloggi che gli si erano apparecchiati, e

chiudendosi in castello, ove pareva rimanersi con timore. Per ultimo

alla fine dei tre giorni abbandonò Genova senza annunziarlo, come un

fuggiasco[52].

[52] _Ant. Galli de Rebus Gen. Comment., p. 265. — Uberti Folietae

Gen. Hist., l. XI, p. 625._

Dopo avere eccitato il malcontento di questa potente città, non

accostumata a soffrire i dileggi, Galeazzo ad altro non pensava che a

stringere talmente le di lei catene che vi si spegnesse per sempre ogni

spirito di libertà. Notabile è il progetto da lui immaginato per

giugnere a questo fine. Sopra Genova, all'estremità della scoscesa

montagna che divide le valli di Bisagno e della Polsevera, era situata

la fortezza del Castelletto, dove il duca di Milano teneva guarnigione.

Ordinò Galeazzo che una catena di fortificazioni si prolungasse da

questo castello fino al mare. Un doppio muro guarnito di ridotti doveva

dividere la città in due parti eguali, le quali, quando piacesse al

governatore, non avrebbero fra di loro veruna comunicazione, e

potrebbero essere separatamente oppresse. Di già tracciata sul terreno

era la linea delle mura e delle torri, e gli operai, sotto gli ordini

del luogotenente del duca ed alla di lui presenza, cominciavano a cavare

i fondamenti. Fremevano tutti i cittadini sulla sorte che loro era

riservata, ma niente facevano per prevenirla, quando Lazzaro Doria

ordinò agli operai, a nome della repubblica, di sospendere un lavoro

contrario alle leggi ed ai trattati, e strappò colle proprie mani le

pertiche del livello, che loro servivano di norma. La folla applaudì con

trasporto a quest'atto di vigore; gli operai si fermarono, ed il

luogotenente del duca, temendo una sollevazione, si ritirò nel

castello[53].

[53] _Pietro Bizarro S. P. Q. Genuens. Hist., l. XIV, p. 329. —

Agostini Giustiniani Storia di Genova, l. V, f. 228, EE._

Quando giunse a Milano la notizia di quest'avvenimento, Galeazzo Sforza

scoppiò in minacce ed in imprecazioni, ed ordinò che la città di Genova

gli mandasse subito gli otto più distinti cittadini dello stato. In

vista della violenta collera da lui manifestata, tenevasi per indubitato

che li destinasse al supplicio; ma un subito terrore aveva calmato il

suo irritamento: gli accolse con bontà e li rimandò senza aver loro

fatto alcun male. Frattanto aveva adunati trenta mila uomini per

invadere la Liguria; ed avendo determinato di non lasciare ai Genovesi

alcun capo, fece sorprendere a Vada Prospero Adorno, e senza accusa e

senza esame gettare nelle prigioni della fortezza di Cremona; ma tutt'ad

un tratto rinunciò alla sua spedizione, e licenziò tutte le truppe.

Le diverse risoluzioni a vicenda abbracciate da Galeazzo erano tutte a

Genova conosciute; conoscevasi la violenza della sua collera, ma non

avevasi veruna garanzia della durata della presente affettata

moderazione. Perciò da ogni banda si acquistavano armi, facevansi

apparecchi di difesa, e tutti si andavano incoraggiando a mantenere la

libertà qualunque volta fosse attaccata. Mentre tutto il popolo era

trepidante intorno a ciò che potesse accadere, Girolamo Gentile,

figliuolo d'Andrea, giovane mercante di non mediocri fortune, che non

aveva alcun personale motivo di odio contro il governo, risolse di

esporsi il primo per la libertà della sua patria. Adunò in casa sua nel

sobborgo, nel mese di giugno del 1476, molte genti armate. Nel cuore

della notte entrò in città per la porta di san Tommaso, di cui

s'impadronì, e corse le strade, chiamando i suoi concittadini alle armi

ed alla libertà. Molti Genovesi si unirono a lui, ed in breve occupò

tutte le porte; ma fu troppo lento ad attaccare il palazzo del pubblico.

Intanto i senatori si andavano adunando sotto la presidenza di Guido

Visconti, governatore della città. Coloro che si erano da principio

uniti a Gentile, temettero allora di essere condannati, come ribelli,

dall'autorità che riconoscevano legittima; e tutti, uno dopo l'altro, si

ritirarono prima che fosse giorno. Dopo la loro diserzione, vedendosi

Gentile troppo debole, ritirossi in buon ordine verso la porta di san

Tommaso e vi si fortificò[54].

[54] _Ant. Galli de Reb. Genuens., p. 267. — Uberti Folietae

Genuens. Hist., l. XI, p. 631. — P. Bizarri Hist. Genuens., l. XIV,

p. 332. — Agost. Giustinani, l. V, f. 229._

Il senato aveva nominati otto capitani del popolo per cacciare di città

Girolamo Gentile. Dietro i loro ordini avevano prese le armi circa

trecento uomini e marciavano ad attaccare porta san Tommaso, difesa da

Gentile con soli trenta uomini, tutti però determinati a difendersi fino

alla morte, mentre non era un solo tra i loro avversari che non si

esponesse di contro genio; quindi poco mancò che non fossero fatti

prigionieri i capitani del popolo, e dispersa tutta la loro gente: ma in

tale frangente si offrirono come mediatori i capi delle arti e mestieri.

Girolamo Gentile accettò la loro mediazione, facendo però sentire ai

loro compatriotti che non tarderebbero a pentirsi d'avere perduta

l'occasione di ricuperare la libertà. Chiese che gli si rimborsassero

settecento ducati, che gli erano costati i suoi apparecchi, fatti,

secondo egli diceva, pel vantaggio della repubblica. Dopo averli

ricevuti dal tesoriere del pubblico, consegnò la porta ai capitani del

popolo e si ritirò[55].

[55] _Ant. Galli de reb. Genuens. Comment., p. 268. — Uberti

Folietae Gen. Histor., l. XI, p. 632._

Quando conobbesi a Milano questa singolare capitolazione, Galeazzo

mostrossi fieramente adirato perchè si fosse rimborsato ad un capo di

faziosi quel danaro ch'egli stesso confessava d'avere impiegato per

isconvolgere lo stato. Non pertanto ratificò l'amnistia, ch'era stata

pubblicata dal senato; e se covava in segreto il pensiero di rivocare a

migliore opportunità questa grazia, non ebbe poi il tempo di farlo.

Galeazzo non era privo di tutte le qualità che illustrarono suo padre;

conosceva perfettamente la disciplina militare e la civile

amministrazione del suo stato; ed aveva saputo stabilire nel Milanese

una più rigorosa subordinazione che verun altro de' suoi predecessori. I

tribunali facevano incorrotta giustizia, ed una severa polizia manteneva

la pubblica sicurezza. Galeazzo parlava eloquentemente, ed aveva gentili

e disinvolte maniere, e quando lo voleva, sapeva ad un'imponente maestà

aggiugnere l'esteriore apparenza della bontà: ma ad un fasto stravagante

univa un'illimitata cupidigia; era naturalmente perfido, e compiacevasi

di mostrarsi tale particolarmente verso coloro, cui erasi mostrato più

parziale, abbassandoli tanto più, quanto gli aveva a maggiori dignità

innalzati; giammai non erasi mantenuto costante ne' suoi affetti, e

potevasi presagire prossima e terribile la caduta di colui che vedevasi

più favorito degli altri, ancor che questi non provocasse in verun modo

il suo sdegno. Avidissimo di tutti i piaceri de' sensi, ed inclinato a

disprezzare le costumanze e le leggi della società, portava la

desolazione ed il disonore in tutte le famiglie[56]; e non pareva pago

delle sue dissolutezze, se non erano condite dalla disperazione de'

genitori o dei mariti, che aveva disonorati. Compiacevasi singolarmente

nel farli ministri essi medesimi del loro disonore; abbandonava alle sue

guardie le consorti rapite ai mariti, e faceva poi pubblico il loro

oltraggio[57].

[56] _Ant. Galli de reb. Gen., p. 268. — Bern. Corio Ist. Milan., p.

VI, p. 982._

[57] _Allegretto Allegretti Diari Sanesi, t. XXIII, p. 777._

Tra coloro, le di cui case erano state da Galeazzo disonorate,

trovavansi due giovani di nobile schiatta, Carlo Visconti e Girolamo

Olgiati, di già predisposti dal loro precettore a detestare il giogo

della tirannide. Erano essi amicissimi di Andrea Lampugnani, che il duca

aveva ingiustamente spogliato del padronato dell'abbazia di

Miramondo[58]: tutti e tre avevano udite le lezioni di Cola de' Montani

di Gaggio, Bolognese, il quale circa il 1466 aveva aperta in Milano

scuola di eloquenza. Si pretende che fosse stato prima maestro dello

stesso Galeazzo, e che lo avesse più volte castigato colla severità

praticata nell'antica educazione. Galeazzo, diventato sovrano, volle

vendicarsi dei castighi sofferti nella sua infanzia con un'egual pena, e

fece pubblicamente sferzare il maestro[59][60]. Montano detestava la

tirannide anche senza quest'affronto. Nodrito nello studio

dell'antichità, non trascurava veruna occasione di far notare ai suoi

allievi, che tutte le virtù, ch'essi ammiravano ne' grandi uomini Greci

e Romani, eransi sviluppate nella libertà; che una libera patria

incoraggiava tutti i talenti, ogni genere d'energia, ed i progressi

dello spirito, perchè ogni specie di grandezza ne' suoi cittadini veniva

sempre impiegata pel vantaggio di tutti; mentre che un tiranno, geloso

di ogni forza, di cui non potesse egli stesso disporre, occupavasi

sempre a contenere, a comprimere, a distruggere i talenti, l'energia, la

sublimità del carattere, che poteva un giorno adoperarsi contro di

lui[61].

[58] _Machiavelli, l. VII, p. 349. — Allegretti Diari Sanesi, l.

XXIII, p. 777. — Diario Ferrarese, t. XXIV, p. 254._ Ma il Ripamonti

attribuisce al Visconti ciò che gli altri attribuiscono al

Lampugnani. _Hist. Mediol., l. VI, p. 630._

[59] _Giovio elogi degli uomini illustri, l. III, p. 179. —

Tiraboschi, l. III, c. V, § 28, p. 95._

[60] Ecco una riprova di quanto ho avvertito in una precedente nota,

che le particolari passioni di odio e di vendetta sono d'ordinario

la vera causa delle congiure. _N. d. T._

[61] _Machiavelli, l. VII, p. 348. — Ubertus Folieta, l. XI, p.

632._

Voleva il Montani che i giovani gentiluomini, per rendersi degni della

libertà, imparassero a comandare le armate. Aveva perciò persuasi

l'Olgiati ed alcuni altri ad imparare l'arte della guerra sotto

Bartolommeo Coleoni. I parenti di questi giovanetti, che più di loro

temevano le fatiche ed i pericoli, eransi fieramente adirati contro il

maestro d'eloquenza, che aveva renduti soldati i loro figli. Il Montani,

perseguitato dai genitori, favoreggiato dagli scolari, era stato a

vicenda esiliato, e richiamato; imprigionato, indi festeggiato; ma in

particolar modo renduto caro ai suoi discepoli dalle persecuzioni che

sostenute aveva per istruirli[62].

[62] _Tiraboschi Stor. della Letter. Ital., l. III, c. V, § 28, p.

956._

Frattanto Galeazzo aveva spinto all'estremo l'odio del popolo coi

crudeli supplicj nuovamente ordinati. Aveva fatte seppellir vive alcune

sue vittime, altre sforzate ad alimentarsi d'escrementi umani, ed in tal

modo fatte lentamente morire; aveva aggiunte feroci facezie ai supplicj

che ordinava, e renduto più infame il disonore delle nobili matrone che

aveva sedotte, prostituendole pubblicamente[63]. Girolamo Olgiati

contava una sua in addietro carissima sorella tra le vittime della

brutalità di Galeazzo. Misurando colla propria l'universale

indignazione, cercò il Lampugnani, e gli propose di mettere fine ad una

intollerabile tirannide col punire i delitti dello Sforza. Poco dopo si

associarono Carlo Visconti, e si obbligarono con vicendevoli giuramenti.

Tennero la prima loro conferenza ne' giardini di sant'Ambrogio. Tutte le

circostanze di quest'avvenimento, e ciò che è più notabile, tutti i

concetti del principale congiurato, ci vennero fedelmente conservati dal

medesimo Olgiati in una relazione scritta pochi giorni dopo. «Uscendo da

questa conferenza, egli scrive, entrai in Chiesa; mi gettai ai piedi

della statua del santo vescovo che vi si venera, e feci questa

preghiera: Grande sant'Ambrogio, sostegno di questa città, speranza e

tutela del popolo di Milano, se il progetto che formarono i tuoi

concittadini, i tuoi figliuoli per cacciare di qui la tirannide,

l'impurità, la dissolutezza più mostruosa, è degno della tua

approvazione, non ci manchi il tuo favore in mezzo agli accidenti ed i

pericoli cui siamo vicini ad esporci per la liberazione della patria.

Poi ch'ebbi pregato, mi recai di nuovo presso i miei compagni, e gli

esortai a farsi coraggio, assicurandoli che io sentivo essersi in me

accresciute la speranza e la forza dopo avere invocato a favore della

nostra intrapresa il santo protettore della nostra patria[64]. Ne'

susseguenti giorni ci andavamo esercitando nella scherma coi pugnali per

acquistare maggiore destrezza, ed avvezzarci all'immagine del pericolo

cui stavamo per esporci... La sesta ora della notte avanti il giorno di

santo Stefano, destinato all'esecuzione, ci siamo riuniti un'altra

volta, potendo accadere che più non fossimo per rivederci. Si fissò

l'ora in cui entreremmo assieme in Chiesa, la parte che ognuno doveva

eseguire, e tutte le particolarità dell'esecuzione, per quanto si

potevano prevedere le cose, che dipendevano in parte dall'eventualità.

All'indomani di gran mattino ci siamo portati nella chiesa di santo

Stefano, e colà pregammo questo santo a proteggere la grande azione che

dovevamo eseguire nel suo santuario, e a non isdegnarsi se lordavamo i

suoi altari col sangue; poichè questo sangue serviva a liberare la città

e la patria. In seguito alle preci che si contengono nel rituale di

questo primo martire, ne recitammo un'altra composta da Carlo Visconti;

finalmente assistemmo al sagrificio della messa, celebrata

dall'arciprete di quella basilica, dopo la quale io mi feci dare le

chiavi della casa dell'arciprete per ritirarci nella medesima[65].»

[63] _Josephi Ripamontii Hist. Mediol., l. VI, p. 657._

[64] Così di que' tempi abusavasi maliziosamente o di buona fede

della religione, chiamandola in soccorso di un attentato, che il

divino autore della medesima aveva altamente disapprovato, ordinando

di essere fedeli ed ubbidienti anche ai principi discoli. _N. d. T._

[65] _Confessio Hieronymi Olgiati morientis, apud Ripamontium

Histor. Med., l. VI, p. 649._

I congiurati stavano in questa casa presso al fuoco, perchè un

acutissimo freddo gli aveva obbligati ad uscire di Chiesa, quando il

rumore della folla gli avvisò che giugneva il principe. Era il giorno

dopo il natale 26 dicembre del 1476. Galeazzo, che pareva trattenuto da

suoi presentimenti, non si era ridotto che di mal animo ad abbandonare

il suo palazzo[66]. Egli non pertanto andava alla festa tra

l'ambasciatore di Ferrara e quello di Mantova. Giovan Andrea Lampugnani

gli si fece innanzi nell'interno della chiesa fino alla pietra

degl'Innocenti, colla voce e colla mano sgombrando la folla. Quando gli

fu affatto vicino, portò, quasi in atto di rispetto, la mano sinistra

verso il berrettone che Galeazzo teneva in mano, pose un ginocchio a

terra, in atto di chi volesse presentargli una supplica, e nello stesso

tempo colla destra, nella quale teneva il pugnale nascosto entro la

manica, lo ferì nel ventre da basso in alto. Nell'istante medesimo

Girolamo Olgiati lo ferì nella gola e nel petto, e Carlo Visconti nella

spalla ed in mezzo al dorso. Lo Sforza cadde tra le braccia degli

ambasciatori che stavano al suo fianco, dicendo _oh Dio_! Così pronti

erano stati i colpi, che gli ambasciatori medesimi ancora non sapevano

ciò che fosse accaduto[67].

[66] Il patetico racconto che alcuni storici hanno fatto del

doloroso distacco di Galeazzo dai proprj figli nell'atto di

abbandonarli per andare alla chiesa di santo Stefano, ci fa quasi

scordare i suoi difetti. _N. d. T._

[67] _Ant. Galli de rebus Genuens., p. 269. — Machiavelli Ist., l.

VII, p. 354. — Ubertus Folieta Gen. Hist., l. XI, p. 633. — Ant. de

Ripalta An. Placen., t. XX, p. 952. — Diar. Parm. Anon., t. XVII, p.

247. — Bern. Corio, p. VI, p. 980._ Era in allora questo storico tra

i paggi del seguito di Galeazzo.

Nell'istante in cui fu il duca ucciso si fece nel tempio un violento

tumulto: molti sguainarono le spade; gli uni fuggivano, altri

accorrevano, niuno ancora sapeva quali fossero le forze o lo scopo dei

congiurati. Ma le guardie del duca ed i suoi cortigiani, che avevano

conosciuti gli uccisori, si fecero subito ad inseguirli. Il Lampugnani,

volendo uscire di chiesa, entrò in un branco di donne, che stavano

inginocchiate, e le loro vesti intricandosi ne' suoi speroni lo fecero

cadere, ed in quell'atto fu raggiunto ed ucciso da uno scudiere moro del

duca. Girolamo Olgiati uscì di chiesa e si presentò alla propria casa,

ma suo padre non volle riceverlo, e gli fece chiudere le porte in

faccia. Lo accolse un amico, in casa del quale non fu a lungo in sicuro:

stava, com'egli stesso racconta, per uscirne, ad oggetto d'invitare il

popolo ad una libertà, che i Milanesi da molto tempo più non

conoscevano, quando udì le voci del popolaccio, che strascinava pel

fango lo squarciato cadavere del suo amico Lampugnani: compreso da

orrore, e perduto di coraggio, attese il fatale istante in cui fu

scoperto. Venne assoggettato ad un'orribile tortura, durante la quale,

colle lacerate membra e colle ossa slogate, dettò la circostanziata

confessione che gli fu chiesta, ed a noi conservata dal Ripamonti, della

sua congiura. Ma questa specie di confessione, scritta tra la tortura ed

il supplicio per ordine de' suoi giudici e sotto gli occhi de' suoi

carnefici, non è priva di quel coraggio e di quella fiducia nella

giustizia della sua causa, che resero famosi i nomi di alcuni personaggi

dell'antichità. Chiuse la confessione in tal modo. «Adesso, santa madre

di nostro signore, e voi, o principessa Bona, io v'imploro, affinchè la

vostra clemenza e la bontà vostra provvedano alla salute dell'anima mia.

Domando soltanto che si lasci a questo miserabile corpo abbastanza

vigore, onde possa confessare i miei peccati secondo i riti della

chiesa, e subire in seguito la sorte che mi è destinata[68].»

[68] _Confessio Olgiati apud Ripamontium Hist. Med., l. VI, p. 630.

In Grævii Thesauro Rer. Ital., t. II._

L'Olgiati contava in allora ventidue anni; fu condannato ad essere

tenagliato e tagliato vivo a pezzi. In mezzo di così atroci tormenti un

prete lo andava esortando al pentimento. «Io so, riprese l'Olgiati,

d'avere meritate per molti falli queste pene, e più grandi ancora, se il

debole mio corpo potesse sopportarle. Ma rispetto alla bella azione per

cui muojo, questa solleva la mia coscienza; e lungi dal credere che per

questa abbia meritata la presente pena, spero anzi che per essa il

supremo giudice mi perdonerà gli altri miei peccati. Non per una

colpevole cupidigia ho commessa tale azione, ma per solo desiderio di

liberarci da un tiranno, che non potevamo più soffrire. Invece di

esserne pentito, se io dovessi dieci volte rivivere per perire dieci

volte tra gli stessi tormenti, non lascerei di consacrare le mie forze

ed il mio sangue per così nobile oggetto[69].» Il carnefice,

strappandogli la pelle del petto, gli fece mettere un grido; ma si

rimise all'istante[70]. «Questa morte, disse in latino, è dura, ma

eterna è la gloria! _mors acerba, fama perpetua; stabit vetus memoria

facti_[71].»

[69] _Ant. Galli de reb. Gen., p. 269. — Allegretto Allegretti Diari

Sanesi, t. XXIII, p. 777. — Giovio elogi degli uomini illustri, l.

III, p. 180._

[70] Anche i delitti più atroci perdono l'aspetto loro proprio,

quando il fanatismo arriva a soffocare la ragione. _N. d. T._

[71] _Machiavelli, l. VII, p. 355. — Uberti Folietae Genuens. Hist.,

l. XI, p. 653. — Agost. Giustiniani Ann., l, V. f. 230._

Il figliuolo primogenito del duca di Milano, Giovanni Galeazzo Sforza,

non aveva in allora più di otto anni; pure fu riconosciuto senza

difficoltà. Più non esistevano nel popolo que' sentimenti di libertà che

i tre congiurati avevano creduto di far rivivere; e non si fece il più

leggier movimento per rovesciare un governo, che più non era in istato

di difendersi. I deputati di tutte le città d'Italia vennero a

complimentare la duchessa Bona di Savoja, vedova di Galeazzo, e ad

offrirle la loro assistenza per mantenerla sul trono col di lei

figliuolo. Il papa le mandò due cardinali, incaricati di scomunicare

coloro, che volessero tentare in Milano qualche novità[72]. Bona fu

senz'ostacoli riconosciuta reggente. Fin qui il governo non era quasi

cambiato, perchè l'anima di tutti i consigli continuava tuttavia ad

essere Cecco Simonetta, calabrese, ch'era stato segretario e consigliere

di Francesco Sforza, e che, dopo averlo servito con rara fedeltà, era

pure stato il primo ministro di suo figlio, ed aveva co' suoi talenti e

colle sue virtù celati i capricci e le stravaganze di questo tiranno.

Era suo fratello quel Giovanni Simonetta, che scrisse con tanta eleganza

e precisione la storia di Francesco Sforza. Godevano ambidue come

letterati una riputazione poco minore di quella che si erano acquistata

nella carriera politica. Avevano corrispondenza con tutti i dotti

d'Italia; erano stati i ministri di tutte le grazie, che i due duchi di

Milano avevano diffuse sui letterati, e conservansi tuttavia tra le

lettere del Filelfo, del Decembrio, ed in altre scritture di que' tempi,

i monumenti della protezione ch'essi accordavano agli studj[73].

[72] Bolla in data del 3 delle calende di marzo. _Annal. Eccl. 1477,

§ I, p. 268._

[73] _Tirab. Stor. della Letter., l. I. cap. I, § IV, p. 18, secolo

XV._

D'altra parte Galeazzo aveva lasciati cinque fratelli, che, durante la

minorità di suo figliuolo, potevano pretendere di avere parte alla

reggenza. I primi quattro, Sforza, duca di Bari, Lodovico il Moro,

Ottaviano ed Ascanio, avevano di già risvegliata la diffidenza di

Galeazzo, onde li teneva lontani da Milano. Quando ebbero avviso della

sua morte, si affrettarono di ritornarvi, cercando di occupare

un'autorità, cui, dicevano essi, il maggiore della loro casa aveva

maggiore diritto che una femmina ed un ministro stranieri. Per celare la

loro rivalità cercavano di far rivivere l'antico spirito del partito

ghibellino. Dichiararonsi i protettori di quella fazione, cui la casa

Visconti andava debitrice del suo innalzamento: accusarono la duchessa e

Cecco Simonetta di parzialità per i Guelfi, e li costrinsero infatti a

gettarsi tra le loro braccia; imperciocchè le famiglie, in addietro

divise dalla lite dell'impero e della chiesa, conservavano l'antica

rivalità, sebbene le cagioni de' vecchi odj più non esistessero. Per

conciliare, se possibile fosse, le pretese de' fratelli Sforza e quelle

della duchessa, si convenne, sulla proposizione fatta da Luigi Gonzaga,

marchese di Mantova, che il consiglio di reggenza sarebbe formato in

egual parte di Guelfi e di Ghibellini[74].

[74] _Diarium Parmense Anonym., t. XXII, p. 250._

Quando si seppe in Genova la morte di Galeazzo, Giovan Francesco

Pallavicini, luogotenente del duca, adunò il senato, onde persuaderlo a

prevenire colla sua vigilanza le rivoluzioni che potrebbero eccitarsi da

quest'avvenimento. Furono nominati dalla repubblica otto capitani del

popolo, secondo praticavasi in tutte le difficili circostanze, e

ragunate alcune truppe per tener in dovere i malcontenti[75].

[75] _Ant. Galli de reb. Genuens, p. 271. — Uberti Folietae Genuens.

Hist., l. XI, p. 635. — P. Bizzarro S. P. Q. Genuens. Hist., l. XIV,

p. 338. — Agost. Giustiniani, An. di Genova, l. V, f. 231._

Tutte le fazioni di Genova si mostravano egualmente desiderose di

ritornare alla repubblica l'antica sua libertà. Gli Sforza per

contenerle aveano avuta la precauzione di disperdere i loro capi per

tutta l'Italia. Prospero Adorno trovavasi nelle prigioni di Cremona, i

Fieschi erano ritenuti in Roma sotto la sopraveglianza del papa,

esiliati erano i Fregosi e gli altri uomini potenti. Non pertanto i loro

partigiani, privati di direttori, erano ovunque in movimento. Il 16

marzo del 1477 gli amici dei Fieschi si avvicinarono alle mura di

Genova, condotti da due giovani di quella famiglia, Giorgio e Matteo, i

soli che il governo non avesse ancora allontanati, perchè di poco usciti

dalla fanciullezza. Questi faziosi scalarono la città dalla banda di

Carignano[76], chiamarono il popolo alla libertà, e vi eccitarono subito

un vivissimo movimento; ma caddero nello stesso errore che aveva perduto

Girolamo Gentile pochi mesi prima, tardarono troppo ad attaccare il

pubblico palazzo; omai vedevansi da tutti abbandonati, quando Pietro

Doria, soffocando ogni risentimento di famiglia, esortò coloro che gli

stavano intorno a non perdere forse l'unica occasione di tornare la

patria in libertà. Uscì nello stesso tempo dalle file del partito

milanese e si trasse dietro il popolo genovese, onde la guarnigione si

ritirò nelle due fortezze, e la città, vedendosi libera, nominò i suoi

magistrati popolari.

[76] _Ant. Galli de Reb. Gen. p. 271. — Uberti Folietae Genuens.

Hist., l. XI, p. 635. — P. Bizarro S. P. Q. Genuens. Hist., l. XIV,

p. 338. — Agost. Giustin. Ann. di Genova, l. V, f. 231._

Di già, avuta notizia di questa rivoluzione, Ibletto Fieschi, il vero

capo della famiglia, aveva trovato modo di fuggire da Roma per venire a

mettersi alla testa del suo partito, ed i Fregosi, con lui d'accordo, si

andavano avvicinando alla loro patria, senza avere per altro il coraggio

d'entrar in città. La reggenza di Milano sentì allora che non potrebbe

salvare la sua autorità in Genova che per mezzo d'un capo di partito

genovese. Simonetta fece uscire di prigione Prospero Adorno, gli offrì a

nome del giovane duca di Milano il comando dell'armata destinata a

soccorrere le due fortezze, purchè promettesse di scordar totalmente le

sofferte ingiurie e di ristabilire in Genova, non la dispotica autorità

del duca di Milano, ma la stessa limitata autorità accordata da un

trattato a Francesco Sforza. Prospero Adorno lo promise[77], si pose

alla testa d'un'armata di circa dodici mila uomini, adunata da Roberto

da Sanseverino, da Lodovico il Moro e da Ottaviano Sforza, e marciò alla

volta di Genova.

[77] _Ant. Galli p. 273. — Uberti Folietae, l. XI, p. 638. — Alb. de

Ripalta Annal. Placent., t. XX, p. 954. — P. Bizarro, l. XIV, p.

340. — Ag. Giustiniani, l. V, f. 232._ Il Bizarro in questa

narrazione condanna l'Adorno, ed il Giustiniani lo difende.

Volendo l'Adorno conciliare gl'interessi della sua patria e quelli del

duca di Milano, egli ebbe bisogno d'infinite cautele per evitare una

decisiva battaglia, che avrebbe ruinato o il proprio partito o la

libertà della patria. Fece passare suo fratello Carlo Adorno nella

fortezza del Castelletto, commettendogli di scendere in città, per

iscacciare Ibletto dei Fieschi, nell'istante in cui egli medesimo si

troverebbe impegnato in una scaramuccia coi Fregosi. I suoi ordini

vennero rigorosamente eseguiti. Prospero combatteva contro i Fregosi a

Promontorio ma senza spingere troppo avanti i suoi vantaggi, e suo

fratello occupava intanto la città, e porta san Tommaso, che poteva

dargli comunicazione coll'armata milanese[78]. Fu allora in particolare,

che Prospero Adorno mostrò la sua moderazione e la sua destrezza; fece

rimanere nell'accampamento le truppe del Sanseverino, ed entrò in città

accompagnato soltanto dagli uomini della sua fazione. Questi andavano

crescendo di numero di mano in mano ch'egli s'innoltrava; le strade

risuonavano delle grida _viva gli Adorni e gli Spinola_, e niuno fra

tanta gente pronunciava il nome del duca di Milano. Prospero, arrivato

al palazzo, dichiarò che accordava l'impunità a tutti coloro che avevano

preso parte alle ultime turbolenze; adunò il senato, che lo riconobbe

per governatore; chiese un regalo di sei mila fiorini pei capi

dell'armata; onde i cittadini, che prevedevano di essere aggravati di

più gagliarde contribuzioni, pagarono lietamente, prima che spirassero

tre giorni, così leggiera somma[79].

[78] _Ant. Galli, p. 276. — Uberti Folietae, l. XI, p. 639._

[79] _Ant. Galli de reb. Gen. p. 276. — Uberti Folietae, l. XI, p.

640. — P. Bizzarro Hist. Genuens., l. XIV, p. 343. — Agost.

Giustiniani, l. V, f. 223._

E per tal modo il 30 aprile Genova tornò sotto la limitata signoria del

duca di Milano. Roberto di Sanseverino vi entrò senz'armi con Lodovico

ed Ottaviano, zii di Giovanni Galeazzo, e coi loro principali ufficiali;

ne uscirono quasi subito per condurre la loro armata all'assedio di

Savinione, castello dei Fieschi, posto negli Appennini. Per far levare

l'assedio, Ibletto de' Fieschi raccolse cinque mila paesani: Giovan

Battista Goano si affrettava di raggiugnerlo cogli abitanti della

Polsevera, ma il Sanseverino ritrasse costoro con ingannatrici

negoziazioni, e disperse l'armata di Goano. Quella d'Ibletto, avendo

sofferto qualche perdita, ritirossi nelle montagne, e Savinione

capitolò. Ibletto fece allora la pace coi generali milanesi, ai quali lo

associarono la stessa attività e la medesima inclinazione per l'intrigo;

onde, essendo ultimata la spedizione di Genova, Ibletto accompagnò il

Sanseverino e gli Sforza a Milano[80].

[80] _Ant. Galli, p. 277. — Uberti Folietae, l. XI, p. 641. — P.

Bizarro, l. XV, p. 344._

Gli ultimi erano ansiosi di tornare alla corte del loro nipote, per

attentare alla autorità di Cecco Simonetta. Vedevano essi quest'accorto

ministro esercitare sotto il nome della duchessa un'assoluta sovranità;

alla cui volontà tutto era subordinato dalla superiorità de' suoi

talenti e del suo carattere. Era invalsa sotto i due ultimi duchi

l'abitudine di non resistergli; altronde i fratelli del duca, che

manifestavano soltanto il desiderio di limitare il di lui potere,

avevano forse di già formato il progetto di soppiantare lui ed il suo

signore. Si assicura, che l'intenzione loro fosse quella di far perire

la duchessa ed i due suoi figli, di dare a Lodovico il Moro il titolo di

duca di Milano, ed a ciascheduno de' suoi fratelli la signoria di una

città, a Roberto Sanseverino quella di Parma, e quella di Genova ad

Ibletto de' Fieschi[81].

[81] _Diarium Parmense, t. XXII, p. 259._

Per dare esecuzione a tali progetti avevano precipitosamente terminata

la guerra della Liguria, e ricondotti a marcie sforzate alla volta di

Milano la loro armata. Ma il Simonetta, che teneva aperti gli occhi

sopra di loro, fece il 25 di maggio arrestare Donato de' Conti, il

principale loro agente ed il depositario di tutti i loro segreti[82].

[82] _Alberti de Ripalta Ann. Placent., t. XX, p. 954._

I fratelli Sforza trattenevansi a mensa cogli altri capi del loro

partito, quando ebbero avviso dell'arresto di Donato dei Conti. Uscirono

precipitosamente dal loro palazzo, chiamando il popolo alle armi; subito

molta gente si adunò intorno a loro, e gli ajutò ad impadronirsi di

porta Tosa. Roberto di Sanseverino ed Ottaviano Sforza vollero attaccare

il palazzo, ed affezionarsi il popolaccio, abbandonandogli il tesoro ed

il magazzino del frumento, che trovavansi nel medesimo. Il duca di Bari

e Lodovico il Moro vi si opposero. Di già la duchessa, ch'erasi

rifugiata nella cittadella, aveva promesso di lasciare in libertà Donato

de' Conti; ma in questo frattempo i di lei amici le furono tutti

intorno, e gli amici dei suoi cognati si andavano scoraggiando. Roberto

di Sanseverino, Ibletto ed Ottaviano tentarono nuovamente d'ammutinare

il popolo, scorrendo la città, e facendo gridare: _a morte i

forestieri!_ Ma i fratelli Simonetta, che venivano indicati sotto tal

nome, non erano dai Milanesi odiati, e nissuno prese le armi.

All'indomani tutti questi capi uscirono di buon mattino dalla città per

la porta di Vercelli. Roberto da Sanseverino ed Ibletto de' Fieschi non

si fermarono, finchè non si credettero in salvo nel territorio d'Asti.

Giunti al confine di quello stato, Ibletto, oppresso dalla fatica, entrò

in un albergo per riposarsi, e vi fu arrestato. Roberto andò più oltre,

e si pose sotto la protezione del duca d'Orleans. I fratelli Sforza

erano fuggiti per diverse strade. Ottavio, più degli altri formidabile

pel suo turbolento carattere, perì nel passaggio dell'Adda, ove si dice

che annegasse nell'attraversarla a nuoto; ma altri assicurano che fu

ucciso sulla sponda dai satelliti del Simonetta, che lo inseguivano. I

suoi fratelli furono condannati all'esilio con sentenza della reggenza;

il maggiore, Sforza, ebbe ordine di risiedere nel ducato di Bari, di cui

portava il titolo, Lodovico in Pisa ed il cardinale Ascanio in Perugia.

A tale condizione venne assegnata a cadauno di loro una pensione di

dodici mila ducati[83]. Il sesto fratello, Filippo Sforza, rimase solo a

Milano, perchè non aveva presa parte nelle pratiche de' fratelli, e si

era anzi posto dalla banda della duchessa e del Simonetta[84].

[83] _Alberti de Ripalta Ann. Placent., t. XX, p. 954, 955. — Bern.

Corio Istor. Milan., p. VI, p. 987. — Ant. Galli de Reb. Genuens.,

p. 278._

[84] _Ant. Galli, p. 278._

Allorchè si annunciò a Sisto IV la morte di Galeazzo Sforza, aveva

esclamato: «la pace d'Italia oggi è perita con lui[85]!» Infatti

quest'imponente potenza, che forzava al riposo tutto il settentrione

dell'Italia, era distrutta. Genova e Milano si trovavano di bel nuovo in

balìa delle guerre civili: crollava la lunga alleanza che Francesco

Sforza aveva contratta colla repubblica fiorentina; più non esisteva il

contrappeso che il ducato di Milano opponeva all'ambizione di Ferdinando

re di Napoli; aperto era il campo a nuove politiche combinazioni; e noi

vedremo in breve quello stesso papa, che lagnavasi della perduta pace

d'Italia, spargere i semi di una nuova guerra, ed accrescere la generale

confusione.

[85] _Jos. Ripamontii, l. VI, p. 750. — Bernardino Corio, p. 983._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16) · 第 3 / 14 题