CAPITOLO LXXXIII.

_Lorenzo de' Medici subentra nel credito di suo padre sopra la

repubblica fiorentina. — Fasto ed ambizione dei nipoti di Sisto

IV; prima campagna di Giuliano della Rovere, che in appressa fu

Giulio II. — Progressi de' Turchi; primo assedio di Scutari;

assedio di Lepanto; presa di Caffa._

1469 = 1475.

Fin qui abbiamo veduto la repubblica fiorentina collocarsi nel centro di

tutte le negoziazioni, dirigendo tutti gli avvenimenti, ed avendo per lo

meno qualche parte in tutte le rivoluzioni, in tutte le guerre

d'importanza che agitarono l'Italia. Ma sotto l'amministrazione de'

Medici, Firenze non si sostenne in così elevato rango; acconsentì di

essere dimenticata nell'equilibrio dell'Italia; le rivoluzioni de'

vicini stati si concatenarono le une colle altre senz'essere da lei

dirette, o senza che ella si sforzasse di contenerle; e dopo avere

passate in rivista queste grandi scene della politica, siamo costretti

di tornare a dietro per vedere ciò che accadeva in questo tempo nella

sua interna amministrazione. Noi la troviamo languente per la precaria

sanità del suo capo, o debole per l'estrema giovinezza di quello che gli

succede; la vediamo partecipare all'infelicità delle reggenze delle

minorità, e comprendiamo in qual modo con tale cambiamento di spirito

dovette spegnersi la sua forza.

D'uopo era che l'antico amore dei Fiorentini per la libertà fosse

estremamente indebolito, perchè la morte di Pietro de' Medici non

cagionasse una rivoluzione nella repubblica. Di già il vecchio Cosimo,

dopo avere fondata la sua autorità piuttosto nella superiorità delle

ricchezze che ne' grandi servigi, l'aveva trasmessa a Piero, suo

figliuolo, come parte della sua eredità. Ma Piero era giunto a quella

matura età che richiedevasi, perchè la repubblica potesse ubbidirgli

senza vergogna. Le sue infermità lo avevano precocemente posto nel

numero de' vecchi; egli era forse più stimato e meno temuto, perchè

sembrava che omai non potesse sentire le passioni degli altri uomini.

L'abituale sua dimora in campagna, le difficoltà e la lentezza con cui

trasportavasi in lettica, quando tutti viaggiavano a cavallo, dava una

certa quale apparenza di dignità a colui, che mai non ommettevasi di

consultare come un oracolo in tutte le più importanti occasioni. Quando

Piero morì non lasciò per capi della famiglia che i due suoi figli, il

maggiore dei quali, Lorenzo, non giugneva ai ventunanni[1]. Faceva torto

all'onore della repubblica, che venerabili magistrati, invecchiati ne'

pubblici impieghi, rispettati da tutta l'Europa, ed accostumati a

dirigerne la politica, venissero risguardati quali semplici partigiani

di due giovinetti, le di cui pretensioni erano smentite dalla

costituzione e da tutte le leggi dello stato cui non avevano renduto

alcun servigio, i di cui natali erano più bassi di quelli di tutti i

loro rivali, ed il di cui merito personale non aveva ancora potuto

conoscersi. Pure coloro che avevano governata Firenze a nome di Piero,

imposero silenzio all'amore del loro paese, e ad un'ambizione degna di

un animo elevato per non ascoltare che circoscritti interessi, lo

spirito di partito e l'ebbrezza della vittoria. Vollero conservare gli

abusi di un governo di fazione, perchè essi soli ne approfittavano. Il

credito personale dei giovani Medici non doveva soverchiare il loro

proprio che in un'epoca creduta ancora lontana, e credevano inoltre più

facile il tenere unito il loro partito sotto un antico nome, che

innalzare ostensibilmente al primo posto quei medesimi che in fatti

l'occupavano.

[1] Era nato il primo di gennajo del 1448.

I cittadini, che in allora realmente governavano Firenze, erano Tommaso

Soderini, fratello di quel Niccolò ch'era stato esiliato nell'ultima

rivoluzione, Andrea de' Pazzi, che fu fatto cavaliere dalla repubblica

nel febbrajo del 1468, essendo gonfaloniere di giustizia[2], Luigi

Guicciardini, Matteo Palmieri e Piero Minerbetti. Questi erano coloro

che in tempo delle dolorose malattie di Piero de' Medici avevano diretta

la signoria, e s'erano fatti padroni dell'autorità del popolo per

nominare i magistrati; erano que' medesimi che Piero de' Medici,

stomacato dalla loro insolenza, e dalle vessazioni che esercitavano

sopra tutti i cittadini, aveva minacciati di far rientrare entro i

confini dell'ordine civile, richiamando in patria gli emigrati. Questi

dopo la di lui morte si concertarono per continuare, sotto un vano nome,

una giunta che loro assicurava la distribuzione di tutte le cariche, e

delle finanze dello stato. Gli ambasciatori, accostumati a trattare con

Tommaso Soderini, i cittadini, che da lungo tempo sapevano che la loro

fortuna era dipendente dal suo favore, gli rendettero una specie

d'omaggio, affrettandosi di visitarlo, tostocchè si ebbe notizia della

morte di Piero de' Medici. Ma il Soderini temette di risvegliare la

gelosia de' suoi colleghi, e d'indebolire il suo partito, accettando

queste dimostrazioni di rispetto. Rinviò perciò i cittadini, che gli

facevano visita, ai giovani Medici come ai soli capi dello stato; adunò

nel convento di sant'Antonio tutti gli uomini che avevano maggiore

influenza nella repubblica, e loro presentando Lorenzo e suo fratello,

loro raccomandò di conservare a questi giovani il credito di cui la loro

casa era in possesso da trentacinque anni; e gli avvisò essere più

agevole cosa il mantenere un potere consolidato dal tempo, che il

fondarne un nuovo[3].

[2] _Cronaca di Leonardo Morelli, t. XIX, Deliz. Erud., p. 185._

[3] _Machiavelli, l. VII, p. 328. — Scip. Ammirato, l. XXIII, p.

106. — Jo. Mich. Bruti, l. V, p. 103-106. — Ricordi di Lorenzo de'

Medici p. 45_. — Roscoe (_Life of Lorenzo. Capit. III, p. 132_)

dubita dell'intervento del Soderini, perchè Lorenzo ne' suoi

_Ricordi_ non ne parla. Il signor Roscoe suppone che la memoria de'

servigi renduti dalla famiglia di Lorenzo, le sue straniere

parentele, che pure gli facevano torto agli occhi de' Fiorentini, e

l'immensa sua ricchezza, bastassero per dargli senza difficoltà

un'autorità così vivamente contrastata al di lui padre. Il signor

Roscoe, ingannato dalla proporzione variabile del fiorino alla lira,

commette un grave abbaglio rispetto a tale ricchezza, valutando il

fiorino d'oro due scellini e sei _pences_, invece di dieci suo vero

valore. Secondo il suo conto la sostanza di Piero de' Medici non

sarebbe ammontata a 30,000 lire sterline di capitale, locchè non

sarebbe al certo bastato per comperare la libertà del più ricco

stato dell'Europa. Ma il signor Roscoe, com'è costume di tutti i

biografi, tutto fa piegare a vantaggio del suo eroe: allontana più

di cent'anni la prima apparizione di un Medici nella _storia

fiorentina_; il qual Medici fu all'assedio di Scarperia l'anno 1351,

non nel 1251, com'egli dice alla _p. 8_. Dà maggior peso a tutti i

servigi di quella famiglia; ne rimpicciolisce, o tace tutti i

delitti; per ultimo dissimula lo spirito indipendente e sospettoso

de' Fiorentini, ch'erano ancora lontani assai dal sottoporsi

volontariamente al giogo di un principe, sebbene permettessero che

la libertà loro fosse scossa da una fazione.

I Medici accolsero modestamente gli attestati di attaccamento e di

considerazione che erano loro dati a nome della repubblica, e per alcuni

anni essi non tentarono di acquistare un'autorità, che apparentemente

non esisteva che ne' magistrati, e che non poteva segretamente

esercitarsi sopra di questi, che da coloro cui i lunghi servigj ed i

conosciuti talenti davano altissima considerazione. Per lo spazio di

sette anni Firenze fu internamente abbastanza tranquilla; i Medici,

occupati ne' loro studj ed in giovanili cure, ora accoglievano in casa

loro i più celebri letterati ed artisti, ora trattenevano il popolo con

clamorose feste. Questi spettacoli si moltiplicarono con troppo maggior

lusso nel 1471, quando Galeazzo Sforza, duca di Milano, venne a Firenze

con sua moglie Bona di Savoja, sotto pretesto di soddisfare ad un voto.

Galeazzo, divenuto di già insopportabile a' suoi sudditi per la sua

vanità, per la sua instabilità e crudeltà, volle ostentare in su gli

occhi dell'Italia i tesori estorti ai suoi popoli con crudeli

vessazioni. Non resta memoria di un viaggio intrapreso con maggiore

ostentazione. Dodici carri coperti di drappi d'oro si trasportarono coi

muli a traverso agli Appennini per servigio della duchessa; non erasi

ancora aperta su quelle montagne alcuna strada carreggiabile.

Precedevano i principi sposi cinquanta palafreni per la duchessa,

cinquanta cavalli a mano pel duca, tutti bardati a drappi d'oro, cento

uomini d'armi e cinquecento fanti per guardia, cinquanta staffieri

vestiti di stoffe di seta con argento, cinquecento coppie di cani per la

caccia e moltissimi falconi. Il loro seguito, ingrossato da tutti i loro

cortigiani, era di circa due mila cavalli[4]. Dugento mila fiorini d'oro

erano stati dal duca destinati a questa insensata pompa: colla metà

della quale somma, pochi mesi prima, poteva difendersi l'isola di

Negroponte, ed impedire che cadesse in mano dei Turchi.

[4] _Antonii de Ripalta Annales Placentini, p. 929._

Lorenzo de' Medici accolse in sua casa il duca di Milano, e dispiegò

tutta la propria magnificenza per onorare un ospite così splendido.

Sopra i suoi abiti e ne' suoi palazzi non isplendevano tante gemme, ma

la pompa delle arti suppliva a quella dell'opulenza; i tanti antichi

monumenti, i quadri e le stupende statue, che Lorenzo aveva raccolte,

sorpresero il duca di Milano[5]. Dal canto suo la repubblica rivalizzò

nel lusso col suo ospite e col suo ricco cittadino. Tutto il numeroso

corteggio del duca fu alloggiato e mantenuto a spese del pubblico; tre

sacri spettacoli, rappresentanti misteri, si offrirono ai Lombardi.

Nella chiesa di san Felice si rappresentò l'Annunciazione della Vergine;

ne' Carmelitani l'Ascensione di Cristo, ed in santo Spirito la Discesa

dello Spirito Santo sopra gli Apostoli, la quale ultima rappresentazione

fu disturbata dall'incendio della stessa chiesa; perciocchè le fiamme,

che vi si facevano a guisa di lingue, si appiccarono alle decorazioni, e

le consumarono col palco e col tetto dell'edifizio[6]. Ma un danno assai

più reale per Firenze fu la comunicazione dei gusti, del lusso, dei

piaceri e dei vizj d'una corte corrotta, la comunicazione del suo ozio e

della sua galanteria ad una repubblica, che mantenevasi co' suoi austeri

costumi, coll'economia dei capi di famiglia, coll'attività e col

costante lavoro della gioventù. Fu a' tempi di Lorenzo de' Medici, che

si videro i Fiorentini accostumarsi alla servitù; eransi prima d'allora

assoggettati più volte all'autorità vessatoria di una fazione

vittoriosa; ma la molla delle antiche costumanze, più forte d'ogni

passaggiera oppressione, riconduceva bentosto il regno delle leggi.

Quando la mollizie e il libertinaggio ebbero occupato il luogo

dell'antica energia, i Medici trovarono moltissimi cittadini, che

preferirono il riposo dell'ubbidienza all'agitazione del comando[7].

[5] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 108._

[6] _Ivi._

[7] _Machiavelli Istor., l. VII, p. 336. — Jo. Mich. Bruti l. V, p.

114._

L'inconsiderata intrapresa d'un emigrato fiorentino aveva pochi mesi

prima richiamata l'esistenza e gl'intrighi del partito che era stato

espulso dalla patria nel 1466. Tutti i figli d'Andrea Nardi, ch'era

stato gonfaloniere nel 1446, erano esiliati; Bernardo, di tutti il più

giovane ed il più coraggioso, tentò di ricominciare la guerra, occupando

la città di Prato. Teneva in questa città molti amici, e ne contava

ancora molti di più tra i contadini di Pistoja: sapeva inoltre che in

queste due città non era affatto spento l'amore dell'antica

indipendenza, e che si accusava il governo fiorentino d'essere ingiusto

e vessatorio. Comunicò il suo progetto e le sue speranze a Diotisalvi

Neroni, risguardato dagli emigrati come loro capo, e ne ottenne

l'assicurazione che gli giugnerebbero soccorsi da Bologna o da Ferrara,

se poteva occupare Prato e mantenervisi quindici giorni. Dietro tale

promessa Bernardo Nardi, nella notte del 6 aprile del 1470, adunò un

centinajo di contadini fuori delle porte di Prato dalla banda di

Pistoja. Fece in appresso chiedere al podestà di aprire le porte ad un

viaggiatore, ch'era giunto a notte assai innoltrata. In tempo di pace

non si negava mai questo favore. Il Nardi gettossi addosso a colui che

portava le chiavi della città, ed avendogliele tolte, fece entrare tutti

i suoi compagni, e cominciò a correre le strade, eccitando gli abitanti

di Prato alle armi ed alla libertà. S'impadronì, senza trovare

resistenza, di Cesare Petrucci, podestà, del palazzo pubblico e della

città, senza che per altro verun cittadino prendesse le armi in suo

favore, osservando tutti sbalorditi un movimento tumultuoso che non

sapevano comprendere. Intanto, essendosi adunata la signoria di Prato,

Bernardo si recò innanzi a lei per esortarla a ricuperare la propria

libertà, ajutando in pari tempo i fuorusciti fiorentini a ricuperare la

loro. Ma la signoria rispose con calma di non volere altra libertà che

quella di cui godeva sotto la protezione di Firenze. Mentre ciò

accadeva, i Pratesi avevano potuto conoscere quanto ristretto fosse il

numero de' seguaci del Nardi, ed i Fiorentini, che trovavansi in Prato,

avevano cominciato a riunirsi ed a prendere le armi. Giorgio Ginori,

cavaliere di Rodi, si pose alla loro testa, attaccò i faziosi, molti ne

uccise, e gli altri tutti fece prigionieri. Questa sedizione, che si

terminò in cinque ore, e che non aveva cagionato alcun danno reale, fu

punita con eccessivo rigore. Si tagliò la testa a Nardi ed a sei de'

suoi compagni in Firenze, ad altri dodici in Prato; molti erano morti

difendendosi; di modo che quasi tutti coloro che avevano prese le armi,

perirono vittime della loro imprudenza[8].

[8] _Niccolò Machiavelli, l. VII, p. 330-336. — Scip. Ammirato, l.

XXIII, p. 107. — Filippo de' Nerli Comment., l. III, p. 53. — Jo.

Mich. Bruti, l. V, p. 107._

Due anni dopo una sedizione di assai più grave natura scoppiò nella

città di Volterra a cagione d'una miniera d'allume ch'erasi scoperta. Un

Sienese, Benuccio Capacci, l'aveva presa in affitto dalla magistratura

della città; ma perchè pareva ritrarre da questa miniera maggiore

vantaggio d'assai che non erasi in principio creduto, e perchè quasi

tutto l'utile tornava a profitto degli stranieri, gli abitanti di

Volterra vollero prevalersi di alcune irregolarità del primo contratto

per annullarlo[9]. Alcuni Volterrani, trovandosi feriti nell'interesse e

nell'amor proprio, talmente si andarono esacerbando gli spiriti, che

queste contese dell'allume furono cagione di zuffe, di omicidj e

dell'esilio di varj cittadini, ed all'ultimo di una totale rivoluzione

nel governo municipale. Volterra era una città piuttosto alleata che

suddita de' Fiorentini; erasi soltanto obbligata a pagar loro ogni anno

mille fiorini, che non formavano la decima parte delle sue entrate, ed a

ricevere ogni sei mesi un podestà fiorentino. La magistratura estraevasi

a sorte ogni due mesi, secondo l'antica usanza delle repubbliche

italiane: governavasi in una maniera indipendente, faceva le sue leggi e

le abrogava, e nominava i comandanti di una ventina di castelli del suo

territorio: alcuni decemviri, nominati nel caldo delle dispute cagionate

dalla scoperta della miniera dell'allume, trovarono ingiusto che la

repubblica di Firenze s'immischiasse nella sua amministrazione, ed

avesse fatti rimettere in possesso della miniera gl'intraprenditori che

n'erano stati scacciati colla forza. Essi dimenticarono nelle loro

relazioni, fatte ai Fiorentini, que' riguardi e quel rispetto, che i

loro predecessori avevano sempre mostrato verso questo stato protettore,

ed all'ultimo rifiutarono di seguire i consigli di Lorenzo de' Medici,

che cercava di far loro sentire l'imprudente loro condotta, e che,

offeso da tale arroganza, opinò in appresso, perchè venissero sottomessi

colle armi[10].

[9] _Antonii Hyvani Commentar. de Bello Volaterrano, t. XXIII, Rer.

It. p. 9._

[10] _Antonii Hyvani Commentar., p. 14._

I Volterrani avevano di già spediti ambasciatori a diverse potenze

d'Italia per chiedere la loro protezione; e gli emigrati fiorentini, che

andavano in cerca di tutte le occasioni d'attaccare il governo, loro

promisero e danaro e gente. La rivoluzione scoppiò il 27 aprile del

1472. Frattanto Tommaso Soderini volle ancora tentare la via delle

negoziazioni; ma i suoi rivali preferirono quella delle armi, e furono

appoggiati da Lorenzo de' Medici, che desiderava illustrare la sua

amministrazione con qualche impresa militare. Non già ch'egli si recasse

personalmente all'armata, la quale si adunò senza di lui sotto gli

ordini di Federico da Montefeltro, conte d'Urbino, ed in breve ottenne

una vittoria, accompagnata più che da onore, da vergogna e da rimorso. I

Volterrani avevano adunato a stento un migliajo di soldati; i loro

avamposti furono superati con estrema facilità, e le antiche loro mura,

maravigliosa opera degli etruschi, vennero aperte dall'artiglieria.

Capitolarono circa la metà di giugno, venticinque giorni dopo cominciato

l'assedio: ma avendo un soldato, in onta alla capitolazione, percosso e

spogliato un antico magistrato di Volterra, che aveva in allora deposta

la carica, quest'esempio di militare licenza fu subito seguito da tutta

l'armata vincitrice. Volterra fu per un giorno intero abbandonata al

saccheggio, senza che venissero risparmiati nè i sacri edificj, nè

l'onore delle donne: il governo municipale fu abolito, s'innalzò una

fortezza sulla piazza del palazzo vescovile, e dal rango d'alleata la

città fu ridotta a quello di suddita[11].

[11] _Ant. Hyvani Comment. de bello Volaterrano, t. XXIII, p. 5-20.

— Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 111. — Machiavelli Istor., l. VII, p.

338-342. — Annales Forolivienses, l. XXII, p. 231._

I due tumulti di Prato e di Volterra furono le sole cose che alterassero

momentaneamente la pace di cui godette Firenze sotto l'amministrazione

dei tutori e degli amici dei giovani Medici. Omai il loro potere

trovavasi abbastanza rassodato, perchè le congiure, urtando contro di

loro, lo consolidassero invece di scuoterlo. Ma di questa stessa epoca

l'uomo, che doveva mostrarsi il loro più acerbo nemico, quello che

doveva promettere appoggio e favore a nuove congiure e santificarle

colle sue benedizioni, Sisto IV, era stato innalzato alla più eminente

dignità del cristianesimo.

Il pericolo dell'invasione de' Turchi era in Italia così universalmente

sentito, e tutti gli spiriti erano compresi da tanto terrore, che non

eravi un sol uomo nel collegio de' cardinali, che non si mostrasse

determinato ad impiegare tutte le ricchezze della chiesa romana, e tutte

le forze della cristianità per combattere i barbari. Salendo sul trono

un nuovo pontefice vi portava sempre questo voto, che aveva formato in

meno sublime condizione; e le sue prime congregazioni, le prime lettere

erano tutte piene di quell'ardore che voleva inspirare a tutti i fedeli.

Ma poichè aveva cominciato ad assaporare il piacere del comando, dopo di

avere sperimentato alcun tempo, da un canto la sorda ma costante

opposizione di tutti coloro il cui interesse non si accordava colla

guerra, dall'altro canto la soddisfazione d'arricchire le sue creature,

di soddisfare i proprj gusti o quelli degli uomini a lui più cari,

finalmente d'impiegare i tesori della chiesa nell'appagare le proprie

passioni piuttosto che nella difesa della Cristianità, tutto il suo zelo

si agghiacciava, trovava pretesti per dispensarsi dal prendere parte

alla crociata ch'egli stesso aveva predicata; e coloro cui egli stesso

aveva poste le armi in mano, dovevano riputarsi felici, s'egli non

approfittava dell'averli posti in guerra col comune nemico, per

attaccarli poscia nei loro stati e spogliarli.

Questo progressivo raffreddamento, che si era potuto osservare in

Calisto III, in Pio II, in Paolo II, si rese più manifesto in Sisto IV.

Dopo il pontificato di Niccolò V, lo scettro della Chiesa era

successivamente caduto in mani sempre meno pure, e questo progressivo

degradamento doveva avere per termine alla fine del secolo lo scandaloso

papato d'Alessandro VI. Francesco della Rovere, innalzato alla santa

sede sotto il nome di Sisto IV, vi era giunto, per quanto si disse, col

mezzo di simoniache pratiche. Il suffragio del cardinale Orsini era

stato comperato colla promessa dell'impiego di tesoriere o di

camerlengo, quello del cardinale pro-cancelliere coll'abbadia di

Subbiaco, e quello del cardinale di Mantova coll'abbadia di san

Gregorio[12]. In questo modo il cardinale Bessarione, che da principio

sembrava avere per lui il maggior numero delle voci, ed il cardinale di

Pavia, che avrebbe egualmente onorata la tiara, furono allontanati, non

senza ch'essi medesimi si avvedessero delle pratiche, che li privavano

tutti e due del papato[13].

[12] _Stefano Infessura Diario Romano, p. 1142._

[13] _Card. Papiens. Epist. 395, p. 333, et apud Rayn. Ann. Eccles.

1471, § 66, p. 233._

Tutta la Chiesa echeggiava di lagnanze contro l'avarizia di Paolo II,

che si era veduto accumulare le entrate de' beneficj ecclesiastici,

lasciandoli molti anni senza possessori; non conoscevasi che avesse

alcun favorito, nè vedevasi che spendesse in magnificenze, o in altri

oggetti; sapevasi che il suo gusto era quello d'ammassare tesori, senza

farne uso, ed eraglisi più volte udito a dire che i suoi forzieri erano

pieni d'oro. Pure Sisto IV dichiarò di non avervi trovati che cinque

mila fiorini[14]; ma la subita ricchezza de' suoi nipoti, e lo

scandaloso lusso che ostentarono bentosto in faccia a tutta l'Europa,

fecero sospettare che i tesori dell'ultimo pontefice non erano stati

preservati dal saccheggio.

[14] _Vita Sixti IV Platinae tributa, t. III, p. II, p. 1057._

Sisto IV aveva quattro nipoti, il di cui rapido innalzamento fu un

oggetto di scandalo a tutta la Cristianità. Leonardo e Giuliano, che

portavano come il papa il nome della Rovere, erano figliuoli di suo

fratello; Pietro e Girolamo Riario erano figli di sua sorella.

Vergognose vociferazioni ascrivevano la nascita degli ultimi due ad un

incesto, altri cercavano una causa ancora più infame, se è possibile,

della insensata predilezione di Sisto IV per questi due giovani:

l'obbrobrio di tali accuse era universalmente sparso, ed i costumi e la

condotta del papa contribuirono ad ottener loro credenza.

Frattanto tutti gl'interessi della Chiesa e della Cristianità erano

sagrificati all'ingrandimento de' nipoti. Leonardo della Rovere fu

nominato prefetto di Roma, sposò una figlia naturale di Ferdinando, ed

in occasione di questo matrimonio Sisto IV abbandonò al re di Napoli il

ducato di Sora, Arpino e tutti i feudi che Pio II aveva acquistati alla

Chiesa nell'ultima guerra, e che Paolo II aveva così vigorosamente

difesi. Nello stesso tempo Sisto condonò a Ferdinando, non senza

eccitare violenti lagnanze nel sacro collegio, quel tributo arretrato

che aveva fatto temere di guerra tra il re di Napoli e la santa

sede[15], e lo dispensò da tale obbligo a vita; formò in tale maniera

con danno della sua Chiesa la più stretta alleanza col governo di

Napoli. Giuliano della Rovere, che Sisto IV creò cardinale, e che

arricchì di beneficj ecclesiastici, fu poi papa Giulio II. Girolamo

Riario sposò, pel credito dello zio, Catarina, figlia naturale di

Galeazzo Sforza, duca di Milano, che gli portò in dote la contea di

Bosco, presso alle Alpi liguri, e ciò che più stimavasi dal papa, la

protezione della casa Sforza[16]. Ma ciò non bastava all'ambizione del

pontefice; nel 1473 fece comperare per Girolamo, da suo fratello Pietro,

pel prezzo di quaranta mila ducati d'oro la città ed il principato

d'Imola, ove Taddeo Manfredi, che in allora sosteneva una guerra civile

contro sua moglie e suo figlio, a stento si manteneva[17].

[15] _Vitae Roman, Pont. t. III, p. II, p, 1059. — Card. Papiens.

Epist. 439, p. 760. — Ann. Eccl. 1472, § 56, p. 247._

[16] _Hieron. de Bursellis Ann. Bonon., p. 901._

[17] _Vitae Roman. Pont., t. III, p. II, p. 1060. — Hier. de

Bursellis Ann. Bonon., t. XXIII, p. 900._

Sebbene un tale ingrandimento de' nipoti del papa fosse ancora senza

esempio negli annali della Chiesa, poteva fin qui spiegarsi per sola

cupidigia ed ambizione. Ma la predilezione di Sisto IV per suo nipote,

Pietro Riario, che di semplice frate francescano fu fatto prete

cardinale del titolo di san Sisto, patriarca di Costantinopoli ed

arcivescovo di Firenze, diede luogo a più odiosi sospetti. Pietro

Riario, nella fresca età di 26 anni, non era distinto nè per talenti, nè

per virtù; e niuno lo conosceva ancora, quando nel quinto mese del

pontificato di suo zio fu nominato cardinale. «D'allora in poi, dice

Giacomo Ammanati cardinale di Pavia, fu in corte onnipotente. Il suo

rango ed il suo fasto sorpassarono tutto quanto creder potranno i nostri

nipoti, e tutto quanto hanno potuto vedere i nostri padri. Quando andava

a corte o ne usciva, una quantità di persone d'ogni condizione e d'ogni

dignità lo accompagnava, ed anguste erano tutte le strade per la folla

che lo precedeva e lo seguiva. In casa sua assai più frequenti erano le

udienze che quelle del pontefice. I vescovi, i legati, gli uomini d'ogni

qualità riempivano sempre la di lui casa. Diede un convito agli

ambasciatori di Francia, che superò in sontuosità tutto ciò che

l'antichità ed i gentili conobbero in questo genere. Gli apparecchi si

continuarono molti giorni; vi si adoperò tutta l'arte degli Etruschi, ed

il paese dovette contribuire tutto quanto aveva di raro e di squisito;

ogni cosa facendosi al solo oggetto di ostentare un fasto che non

potesse superarsi dalla posterità. L'estensione degli apparecchi, la

loro varietà, gli ordini degli ufficiali, il numero de' coperti, il

prezzo delle vivande, tutto venne accuratamente notato dagl'ispettori,

tutto cantato in versi, sparsi poi con profusione non solo nella città,

ma in tutta l'Italia. Si ebbe perfino cura di mandarne alcuni esemplari

oltremonti[18].»

[18] _Papiens. Card. Epist, 548 ad Francis. Gonzagam cardinalem, p.

821. — Ann. Eccles. 1474, § 22-23, p. 256. — Onofrio Panvinio Vita

di Sisto IV ad calcem Platinae, edit. Ven. 1730, p. 456._

Pochi giorni dopo questo banchetto, il di cui fasto insultava ai voti di

povertà dell'ordine di san Francesco, in cui era stato allevato il

cardinale Riario, Eleonora d'Arragona, figlia di Ferdinando, promessa

sposa al duca di Ferrara, giunse a Roma, accompagnata da Sigismondo,

fratello d'Ercole, per recarsi presso al consorte; in tale occasione il

cardinale Riario spiegò un fasto più stravagante. Per ricevere Eleonora

fece innalzare sulla piazza de' santi Apostoli un palazzo tutto

risplendente d'oro e di seta. Tutti i vasi destinati al servigio di

questa corte, e perfino gli utensili più vili erano d'argento o

dorati[19]. Le feste succedevano alle feste, onde il cardinale Riario

trovò d'avere spesi in brevissimo tempo cento mila fiorini, e contratti

debiti per altri sessanta mila. Per supplire a così disordinate spese,

che uguagliavano o superavano l'entrate de' più ricchi sovrani, Riario

aveva riunite le più opulenti prelature della Cristianità. Patriarca

titolare di Costantinopoli, possedeva nello stesso tempo tre

arcivescovadi ed innumerabili altri beneficj.

[19] _Diario di Stefano Infessura, p. 1144. — Gio. Battista Pigna,

l. VIII, p. 789._

Bentosto Pietro Riario volle mostrare all'Italia tutta il lusso

ostentato in Roma. Recossi con real fasto a Milano, ove giunse il 12

settembre del 1473. Vi fu ricevuto col titolo di legato di tutta

l'Italia datogli da Sisto IV. Colà volle far prova di magnificenza in

concorso di Giovanni Galeazzo, che non era di lui meno vano. Fu creduto

inoltre che si fossero promessi reciproca assistenza nel progetto di

farsi, uno re d'Italia, e l'altro papa. Di là il Riario andò a Venezia

per cercarvi non solo lo splendore degli onori che gli si tributavano,

ma ancora la voluttà. Assicurasi che si abbandonò ad ogni eccesso, oltre

le forze della sua costituzione. Spossato da scandalosi stravizj, per

altro meno ruinosi ai popoli del suo fasto, morì pochi giorni dopo il

suo ritorno a Roma, il 5 gennajo del 1474, dopo di avere dato all'Italia

nello spazio di diciotto mesi uno spettacolo il di cui scandalo era fin

allora sconosciuto. Con costui ebbe principio il _Nipotismo_, che per lo

innanzi si erano avute poche occasioni di rimproverare alla corte di

Roma[20].

[20] _Diario di Stef. Infessura, p. 1144. — Roman. Pont. Vitae, p.

1060. — Bernard. Corio Hist. Milan., p. VI, p. 976._

Sisto IV pareva che non potesse dispensarsi dall'avere un favorito, onde

prodigargli tutte le ricchezze della Chiesa. Quando perdette Pietro

Riario, pianse amaramente, e si affrettò di sostituirgli un altro suo

nipote, che la sua giovinezza aveva fin allora tenuto lontano dalla

fortuna. Era questi Giovanni della Rovere, fratello di Leonardo e di

Giuliano. Sisto IV gli fece sposare Giovanna di Montefeltro, figlia di

Federico, conte d'Urbino, il più dotto ed il più virtuoso di tutti i

feudatarj della Chiesa. Perchè questa figlia d'un principe non isposasse

un semplice particolare, il papa staccò dall'immediato dominio della

santa sede, e diede in feudo a Giovanni della Rovere, le città di

Sinigaglia e di Mondavio col loro territorio. Richiedevasi per

convalidare queste cessioni il consenso del concistoro de' cardinali, e

non fu facile l'ottenerlo. Il cardinale Giuliano, fratello del nuovo

principe, adoperò le più vive istanze per persuadere i suoi colleghi; il

papa acquistò con ricchi beneficj un dopo l'altro i loro voti; onde i

più caldi sostenitori degl'interessi della Chiesa furono all'ultimo

strascinati dal voto della pluralità[21]. In appresso volle Sisto IV

dare nuovo lustro alla dignità del principe che aveva di fresco

aggregato alla sua famiglia. Federico di Montefeltro, che faceva

prosperare il suo piccolo stato, risguardavasi come uno de' migliori

generali d'Italia; aveva sempre sotto i suoi ordini una buona armata,

che manteneva come un condottiere, ricevendo il soldo da qualche più

potente sovrano. La posizione de' suoi stati nella vicinanza di Roma

dava maggior prezzo alla sua alleanza; e il papa per affezionarselo

maggiormente lo decorò del titolo di duca d'Urbino, il 21 agosto del

1474, colla pompa medesima e colle cerimonie, che avevano tre anni prima

accompagnata la nomina di Borso d'Este al ducato di Ferrara[22].

Bentosto il genero di Federico passò ad una nuova dignità; perchè,

essendo morto l'11 novembre del 1745 il di lui fratello Leonardo, gli

successe nella carica di prefetto di Roma.

[21] _Card. Papiens. Epist. 589-590, p. 838, 839._ Le citazioni del

Raynaldi non si riferiscono esattamente a queste lettere. Indica

l'ultima come fosse la 588 e 589. — _Vitae Rom. Pont., t. III, p.

II, p. 1062._

[22] _Card. Papiens. Epist. 568, p. 832. — Raynal. Ann. Eccl. 1474,

§ 21, p. 256. — Vitae Roman. Pontif., t. III, p. II, p. 1062._

L'altro fratello della Rovere, quel cardinale Giuliano, che in età

avanzata doveva poi mostrarsi il più bellicoso pontefice, apprendeva in

questi tempi l'arte militare nello stato della Chiesa. La città di Todi

fu la prima scena delle sue imprese. Erasi veduto ripullulare in questa

città l'antica discordia de' Guelfi e dei Ghibellini, che doveva

credersi affatto spenta dopo avere per tre secoli tenuta l'Italia

divisa. Era stato ucciso Gabriele Castellani, capo de' Guelfi del paese,

e Matteo Canali, capo de' Ghibellini, erasi in certa maniera fatto

sovrano di Todi. Tutta la provincia si era sollevata per questo

avvenimento; e la memoria delle antiche offese aveva risvegliati gli odj

con tanto furore, come se le due fazioni discutessero tuttavia i diritti

dell'Impero e della Chiesa. Gli abitanti di Spoleti, il conte Giordano

Orsini ed il conte di Pitigliano erano accorsi in ajuto de' Guelfi; e

Giulio da Varano, signore di Camerino, erasi dichiarato pel contrario

partito. Per altro le opinioni che avevano in addietro dato origine a

queste fazioni erano affatto dimenticate, ed i Guelfi erano così lontani

dall'essere i campioni dei diritti della Chiesa, che il legato del papa

abbracciò la difesa dei Ghibellini. Questi entrò in Todi alla testa

della sua piccola armata, ne scacciò i contadini che v'erano stati

introdotti, punì i sediziosi colla prigione o coll'esilio, e ridusse di

nuovo la provincia nell'assoluta dipendenza della santa sede. Da Todi

Giuliano condusse la sua armata a Spoleti. Quando lo videro avanzarsi si

ritirarono l'Orsini ed il Pitigliano, e la città capitolò: ma non furono

poi osservate le condizioni accordate agli abitanti dal cardinale

legato; i soldati, a dispetto de' suoi ordini, svaligiarono i cittadini.

Pure in appresso la Chiesa non punì i soldati per la loro

insubordinazione, ma insevì contro gli abitanti di Spoleti, cui il

cardinale non credevasi obbligato a nulla, da che la loro capitolazione

non era stata osservata. Molti di loro furono posti in prigione, altri

esiliati, e venne abolita la loro giurisdizione sopra la provincia[23].

[23] _Roman. Pont. Vitae, t. III, p. II, p. 1061. — Onofrio Panvino,

Vita di Sisto IV, p. 457._

Più non restava a Giuliano della Rovere per ultimare la campagna che di

sottomettere Niccolò Vitelli, principe di Tiferno, o Città di Castello.

Il Vitelli non assumeva che il titolo di vicario della santa Chiesa;

dichiaravasi apparecchiato ad ubbidire agli ordini del papa; ma intanto

manteneva nella sua piccola sovranità un'indipendenza, che per molte

generazioni vi avevano mantenuta ed a lui trasmessa i suoi antenati.

Egli respinse la forza colla forza, ottenne un vantaggio sopra le truppe

del cardinale Giuliano, e nello stesso tempo chiese ajuto ai Fiorentini.

Questi non vedevano senza inquietudine il torbido governo del pontefice

e de' suoi nipoti, e quel cambiamento nell'amministrazione della Chiesa,

che pareva formarne una monarchia militare. Avevano essi ragione di

temere per Borgo san Sepolcro, città vicinissima al teatro della guerra,

che si erano fatta cedere dai papi, e che poteva essere loro ritolta. Vi

mandarono adunque una piccola armata, comandata da Pietro Nasi; fecero

in pari tempo passare alcuni soccorsi al Vitelli, ed eccitarono in tal

modo la collera del pontefice, che più loro non perdonò d'averlo fermato

nell'esecuzione de' suoi progetti[24]. Il cardinale, perduta la speranza

di sottomettere il Vitelli colla forza, gli accordò un'onorata

capitolazione. Duecento soldati della Chiesa vennero ricevuti in Città

di Castello in segno di sommissione; ma non fu cambiato il governo, e

venne riconosciuta la sovranità del Vitelli. Del resto tale trattato fu

altamente biasimato dal sacro collegio. I più virtuosi cardinali erano

quelli che più s'interessavano per l'ingrandimento del temporale dominio

della Chiesa. Avevano sperato che Città di Castello sarebbe ridotta

sotto il diretto dominio della santa sede; e risguardarono la cessione

fatta al Vitelli, come contraria alla dignità ed alla sovranità del

papa[25].

[24] _Scip. Ammirato, l. XXIV, p. 113._ Spedirono nello stesso tempo

un'ambasciata a Lodovico XI per domandare la sua protezione.

_Continuat. de Monstrelet. Chr. Vol. III, f. 179._

[25] _Epist. Card, Papiens. 570, p. 833. — Raynald. Ann. 1474, § 17,

p. 256._

Se i Fiorentini avevano concepita dell'inquietudine per i movimenti

dell'armata del cardinale Giuliano ai loro confini, avevano ancora più

forte motivo di porsi in guardia dell'alleanza strettissima del papa col

re di Napoli; particolarmente dopo che questi due sovrani eransi

attaccati a Federico d'Urbino, che fin allora era stato quasi sempre

capitano della repubblica. I Fiorentini avevano veduto con istupore

disporsi il duca Federico a fare un viaggio a Napoli, ed avevano cercato

di ritenerlo, osservandogli che se ponevasi una volta tra le mani di

Ferdinando, riceverebbe il trattamento fatto al Piccinino[26]. Ma quando

seppero per lo contrario che Federico era in Napoli festeggiato ed

onorato assai, ed inoltre nominato generale della lega del re e del

papa, credettero che fosse tempo di cautelarsi contro l'ambizione di

così formidabili vicini. Da un canto nominarono loro capitano Roberto

Malatesta, principe di Rimini, e dall'altro canto spedirono Tommaso

Soderini a Venezia per conchiudervi una più stretta alleanza con questa

repubblica[27].

[26] _Machiavelli, l. VII, p. 345._

[27] _Scip. Amm., l. XXIV, p. 113._

I Veneziani trovavansi in allora più stretti che mai dalle armi turche,

e vedevansi in pari tempo compromessi per gli affari di Cipro con i due

più potenti stati d'Italia. Ferdinando sperava sempre di far ottenere la

corona di quel regno a suo figlio naturale, don Alfonso, che aveva fatto

adottare dalla regina Carlotta, legittima sorella di Giacomo, e che

aveva promesso sposo all'altra Carlotta, figliuola naturale dello stesso

Giacomo. Inoltre i Genovesi, sudditi del duca di Milano, non potevano

darsi pace della perdita di Famagosta, e minacciavano d'attaccare

l'isola di Cipro con truppe milanesi, per ricuperare quella

fortezza[28]. I Veneziani, inquieti per le pretensioni de' loro rivali,

colsero avidamente l'occasione di confederarsi con tutto il settentrione

dell'Italia. In Milano ed in Venezia le negoziazioni furono destramente

condotte, ed il 2 novembre del 1474 le due repubbliche sottoscrissero

con Galeazzo Sforza una lega difensiva per venticinque anni. Fu

convenuto che ognuna delle potenze contraenti manterrebbe anche in tempo

di pace tre mila cavalli e due mila fanti sul piede di guerra. In una

guerra continentale dovevano riunire tra di loro ventun mila cavalli e

quattordici mila fanti, in modo per altro che i Veneziani ed il duca di

Milano contribuissero ognuno come tre, ed i Fiorentini come due.

Finalmente nelle guerre marittime, i Fiorentini ed il duca di Milano

obbligavansi a somministrare ciascheduno ai Veneziani cinque mila

fiorini al mese. Fu inoltre convenuto che s'inviterebbero il duca di

Ferrara, il papa ed il re Ferdinando ad entrare in questa alleanza. In

fatti il primo vi prese parte il 13 febbrajo seguente; ma il papa ed il

re Ferdinando si limitarono a dare generali assicurazioni di mantenersi

amici delle parti contraenti, senza voler prendere verun positivo

impegno[29].

[28] _Vitae Roman. Pont., l. XXIV, p. 113._

[29] _Gio. Batt. Pigna Storia de' Principi d'Este, l. VIII, p. 794._

Ma sebbene l'Italia si trovasse divisa tra due leghe rivali, che si

adocchiavano, e che cercavano vicendevolmente di nuocersi, l'interna sua

pace non venne altrimenti turbata; le più minacciose negoziazioni non

ebbero alcun risultato. La storia di Firenze per più anni consecutivi

non offre niuna interessante memoria, e lo stesso può dirsi press'a poco

di quella di Milano, essendo tutti gl'interessi e tutta l'attività

degl'Italiani diretti verso il levante. La guerra de' Turchi teneva

occupati tutti gli spiriti, ed inattive tutte le forze. Soltanto il

papa, sempre più alienandosi dai Veneziani, andava a poc'a poco

ritirandosi dalla lotta. Nel 1472 la flotta pontificia aveva a tutto

potere ajutata quella della repubblica; nel 1473 non aveva fatta che una

vana mostra della sua forza ne' mari di Rodi; ed il terzo anno più non

ebbe parte in una guerra, cui la santa sede era immediatamente

interessata.

Prima che terminasse il 1473, Maometto II aveva spedito in Moldavia

un'armata comandata da Solimano, beglierbey di Romania. Il sovrano, che

aveva i titoli di palatino e di wayvoda della Moldavia, era Stefano,

degno successore del feroce Blado Dracula. Ma perchè le enormi sue

crudeltà erano eccitate dal più caldo zelo religioso, Sisto IV,

mandandogli parte del danaro prodotto dalle indulgenze, chiamavalo in

tutte le sue lettere _il suo prediletto figlio, il vero atleta di Gesù

Cristo_[30]. Stefano non si attentò di dare battaglia ai Turchi per

difendere il suo paese; egli al contrario lo guastò prima di loro con

tale attività, che i Musulmani, avanzandosi, bentosto mancarono di ogni

mezzo di sussistenza. Dopo che la loro armata, spossata dalla fame e

dalla malattia, ebbe perduto il coraggio e le forze, il vayvoda

l'attaccò il 17 di gennajo presso alla palude di Rackovieckz e

totalmente la disfece. Ebbe in appresso l'atrocità di far impalare tutti

i prigionieri, ad eccezione d'alcuni ufficiali generali; e lo stesso

storico, che racconta tale barbarie, aggiugne immediatamente; «che lungi

dall'abbandonarsi all'orgoglio per così grande vittoria, egli digiunò

quattro giorni a pane ed acqua, e fece pubblicare in tutto il suo stato,

che niuno avesse l'audacia di ascrivergli questo felice avvenimento, ma

che ognuno ne dasse tutta la gloria a Dio[31].» Il vayvoda continuò la

guerra ne' due susseguenti anni, senza venire a battaglia; ma la sua

cavalleria leggiera, volteggiando sempre intorno all'armata musulmana,

gli tolse migliaja di prigionieri, che Stefano fece scorticare vivi o

impalare[32].

[30] Bolla del gennajo 1476. _In Lib. Bullarum, l. XXIII, p. 91. —

Ann. Eccl. Rayn. 1476, § 5, p. 265._

[31] Lo storico Michele Michovias era contemporaneo, e canonico di

Cracovia in principio del XVI secolo. _Chron. Polon., l. IV, c. 70.

Rayn. Ann. Eccl. 1474, § 10, p. 254. — Andrea Navagero Stor. Venez.,

p. 1144._ Stefano, Vayvoda di Valacchia e di Moldavia, è uno degli

eroi favoriti di Dlugoss, storico polacco, suo contemporaneo. Nel

1467 aveva sconfitto Mattia Corvino (_l. XIII, p. 418_); nel 1469

aveva vinto Pietro, suo emulo, ed in appresso i Cosacchi Zaporovi,

ed aveva esercitate su gli uni e su gli altri le più orribili

crudeltà. Ivi, p. 445-450. Aveva poi fatto la guerra a Radul, figlio

di Blado Dracula, vayvoda di Bessarabia, e l'aveva forzato a darsi

in braccio ai Turchi, _p. 508, 516_. Finalmente la sua vittoria

presso le paludi di Rackowieckz, e presso il fiume Berlad, sopra il

Beglierbey di Romania, il supplicio di tutti i prigionieri, il

digiuno de' vincitori a pane ed acqua, sono raccontati colle

medesime circostanze da Dlugoss e da Michovias. _Hist. Polon., l.

XIII, p. 526. — Demet. Cantemir, l. III, c. 1, § 29, p. 111._

[32] _Rayn. Ann. Eccl. 1476, § 6 e 7, p. 265._

Il beglierbey di Romania, avendo rifatta la sua armata dopo la disfatta

di Rackovieckz, venne in principio di maggio del 1474 ad assediare

Scutari, una delle più forti città che i Veneziani possedessero

nell'Albania[33]. Assicurano i Latini, che Solimano aveva sotto i suoi

ordini sessanta mila uomini, capitanati da sette sangiaki. Antonio

Loredano era incaricato della difesa di Scutari col titolo di capitano e

di conte della città. Deboli erano le mura di Scutari, onde furono

bentosto aperte dall'artiglieria turca, che di que' tempi era molto

superiore a quella de' Cristiani. Ma il Loredano faceva innalzare ripari

di terra dietro le cadute mura, ed approfittava della vantaggiosa

posizione del terreno, che in tutte le città dell'Albania è più forte

delle mura. Il provveditore Lunado Boldù volle gettare un rinforzo nella

piazza, ma la sua piccola armata fu posta in fuga. Gli assediati avevano

consumati i loro approvigionamenti, e mancavano talmente di acqua, che

la piccola razione che davasi ancora ai soldati doveva asciugare in tre

giorni l'ultima cisterna, quando circa la metà di agosto Solimano diede

un assalto. Fu valorosamente sostenuto otto ore; i Turchi vi perdettero

tre mila uomini, e ritirandosi dalla battaglia, risolsero altresì di

levare l'assedio[34].

[33] Marino Barlesio, quello che scrisse la vita di Scanderbeg,

comincia la sua storia del secondo assedio di Scutari sua patria con

una buona descrizione di quella città. Ci fa sapere ch'era stata

data in pegno alla signoria di Venezia da Giorgio Balsitsch,

principe epirota, contemporaneo d'Amurat II e di Scanderbeg; che la

città, ruinata dalle precedenti scorrerie dei Turchi, più non

dilatavasi sulle due rive dell'antico lido del Lodrino, che in

addietro gettavasi nella Bogiana, e che oggi bagna Lisso, e sbocca

in mare dieci miglia al di sotto. Scutari trovavasi in allora chiusa

presso al confluente dei due fiumi, nel recinto medesimo che serviva

di fortezza alla città nei tempi della sua più grande prosperità.

_Marinus Barletius de Scodrensi expugnatione, l. I, p. 391, edit.

Basil., f. 1556. Ad calcem Laonici Chalcocondylæ._

[34] _Marin. Barletius de Scodrensi expugn., l. II, p. 393. — Coriol

Cepio de reb. Venet., l. III, p. 367._

L'armata turca, che tenne assediata Scutari, aveva fatta una prodigiosa

perdita per le malattie generate dal terreno pantanoso in cui trovavasi

accampata. Il Sabellico porta tale perdita a sedici mila uomini; ma

l'armata veneziana non aveva meno sentita l'influenza dell'aria infetta.

Gritti e Bembo erano stati mandati i primi con sei galere alla foce

della Bogiana, fiume che, ricevendo le acque del lago Scutari, gettasi

in mare tra Dulcigno ed Alessio. Pietro Mocenigo era più tardi venuto

nella stessa rada colla flotta che aveva sottomessa l'isola di Cipro;

tutti e tre caddero successivamente ammalati, e furono costretti di

farsi portare a Cattaro. I marinai ed i soldati furono ancora più

esposti a questa fatale influenza. L'armata che Boldù ragunò in Albania,

ed alla quale si unì Giovanni Czernowitsch, aveva molti valorosi

epiroti, ma non trovossi mai abbastanza forte per misurarsi coi Turchi;

e mentre che stava aspettando rinforzi, la malattia gli rapiva i soldati

che di già aveva. Finalmente gli abitanti di Scutari, quando fu appena

partita l'armata musulmana, corsero in folla sulle rive della Bogiana

per dissetarsi dopo una così lunga e crudele privazione; e molti caddero

vittima della loro avidità; perchè appena avevano spenta la sete, che le

loro membra s'irrigidivano, ed essi cadevano di subita morte[35].

[35] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1141-1143. — Coriol. Cepio, l.

III, p. 363-368. — Rayn. Ann. Eccl. 1474, § 12, 13, p. 254. — M. A.

Sabellico, Dec. III, l. X, f. 220-221._

La repubblica di Venezia testificò ai valorosi abitanti di Scutari, ed

al loro comandante la riconoscenza dovuta alla loro fedeltà. Fece

appendere l'insegna de' primi nella chiesa di san Marco, come testimonio

della costanza loro, e creò cavaliere il Loredano, che rapidamente

promosse poi alle cariche di provveditore e di capitano generale[36].

[36] _And. Navagero Stor. Ven., p. 1143. — M. A. Sabellico Dec. III,

l. X, p. 222._

Durante l'inverno, che seguì l'assedio di Scutari, i Veneziani cercarono

di fare qualche trattato coi Turchi; ma le pretese del gran signore

erano troppo esorbitanti per potervi acconsentire. Chiesero nello stesso

tempo soccorso ai loro alleati per la prossima campagna. Il duca di

Milano loro pagò fedelmente il sussidio cui si era obbligato, ma il

papa, dopo avere nominati dieci cardinali per occuparsi intorno alla

guerra dei Turchi, ricusò di prendervi parte; onde la repubblica,

irritata da tale abbandono, richiamò il ministro che teneva a Roma[37].

[37] _And. Navagero, p. 1144._

La campagna del 1475 venne distinta da pochi avvenimenti. Solimano,

beglierbey di Romania, venne ad assediare Lepanto fortezza de' Veneziani

nell'Etolia all'ingresso del golfo di Corinto. Le mura di questa città

non erano state da lungo tempo ristaurate, e cadevano in ruina; ma la

sua posizione sopra uno scosceso scoglio, che la chiudeva dalla banda

del Nord ed era munito di un buon castello, suppliva alle opere

dell'arte. Tra questi dirupi ed il porto i Veneziani cavarono delle

fosse dietro le mura, e le sostennero con baluardi di terra. Erano

entrati in città cinquecento cavalleggeri, le di cui frequenti sortite

ebbero costantemente prosperi successi. Antonio Loredano occupava il

golfo colla flotta veneziana, e non lasciava Lepanto sprovveduto nè di

vittovaglie, nè d'armi, nè di fresche truppe. Dopo quattro mesi di

inutili attacchi, conoscendo Solimano di non aver fatto alcuno

avanzamento, abbandonò l'essedio[38]. In sul finire della stessa

campagna la flotta ottomana fece un tentativo sul castello di Coccino

nell'isola di Leuno, la sua artiglieria praticò una breccia nelle mura,

ma l'avvicinamento del Loredano colla flotta veneziana costrinse i

Turchi a ritirarsi[39].

[38] _M. A. Sabellici Dec. III, l. X, p. 222. — And. Navagero, p.

1146_. Ma egli differisce quest'assedio al 1477.

[39] _M. A. Sabellico. Dec. III, l. X, f. 222._

Frattanto nello stesso anno un'altra repubblica italiana venne suo

malgrado strascinata nella guerra coi Turchi. I Genovesi possedevano

tuttavia Caffa nella Crimea, che gli antichi chiamavano _Teodosia_, e

questa città, la più potente delle loro colonie, era inoltre il più

famoso mercato di tutto il mar Nero. Caffa, trovandosi già da due secoli

sotto il governo de' Genovesi, aveva acquistata una popolazione ed una

ricchezza che quasi la rendevano eguale alla metropoli. Il kan de'

Tartari, in mezzo ai di cui stati era posta, era convinto che la di lei

prosperità formava la ricchezza de' suoi sudditi. Caffa era il mercato

di tutti i prodotti del settentrione; il legno, la cera, le pellatterie,

sarebbero rimaste senza valore in mano ai Tartari, se non si fossero

presentati a comperarle i mercanti genovesi. Niuna delizia della vita,

verun prodotto dell'arte de' popoli inciviliti penetrava in que'

deserti, che per mezzo de' mercanti d'Italia. L'Europa comunicava

coll'Oriente per mezzo dei Genovesi di Caffa; le stoffe di seta e di

cotone, fabbricate in Persia, le derrate e le spezierie dell'India, vi

giugnevano per le strade d'Astracan, e le miniere del Caucaso venivano

scavate per conto de' Liguri. Il kan loro aveva accordati straordinarj

privilegj; aveva permesso che i magistrati genovesi giudicassero tutte

le cause de' suoi proprj sudditi fino ad una certa distanza da Caffa;

sempre li consultava nella nomina del governatore della provincia, e

mostrava una grandissima deferenza per tutte le domande di questa

potente città. Il governo di quella colonia era composto di un

consiglio, nominato ogni anno dal senato di Genova, di due assessori e

di quattro giudici delle campagne[40].

[40] _Ubertus Folieta Gen. Hist., l. XI, p. 626._

Le conquiste di Maometto II ed il suo odio pel nome latino teneva i

Genovesi inquieti intorno alla loro colonia. Il mar Nero era chiuso ai

loro vascelli, o almeno non potevano attraversare l'Ellesponto ed il

Bosforo, che coll'assoggettarsi alle avanie de' Turchi. Non potevano

mandar per mare soldati a Caffa, e non pertanto temevano che quella

piazza ne avesse pressante bisogno. Cerio, capitano d'una compagnia

d'avventurieri, offrì loro di condurre per terra in Crimea la sua

compagnia di circa cento cinquanta cavalli purchè gli fosse data una

paga proporzionata a così difficile spedizione, e che lo sembrava ancora

di più a motivo delle tenebre ond'era in allora avviluppata la

geografia. Infatti Cerio uscì d'Italia pel Friuli, attraversò

l'Ungheria, parte della Polonia, e finalmente parte della Tartaria, e

dopo un viaggio di più di mille duecento miglia, condusse i suoi

cavalieri sani e salvi a Caffa[41]. Questo rinforzo era poco

considerabile, e non pertanto i magistrati di Caffa, giudicando della

propria importanza e del proprio potere dai riguardi che avevasi per

loro, avevano provocati i più pericolosi nemici. Alla morte del

governatore della provincia in cui Caffa è situata, il kan de' Tartari

gli aveva sostituito Emineces (il Barbaro lo chiama Eminachbi[42]), che

dai Genovesi era stato riconosciuto. Il suo predecessore aveva lasciato

un figliuolo, detto Seifaces, che per giugnere alla carica occupata da

suo padre, sedusse a forza di danaro i magistrati di Caffa, e riuscì ad

impiegare il loro credito presso il kan: e tanto fece colle loro istanze

e colle minacce ancora, che l'imperatore tartaro acconsentì a destituire

Emineces, ed a nominare in sua vece Seifaces. Ma in mezzo a queste

erranti popolazioni l'autorità del monarca non era molto sentita, e poco

rispettati i suoi ordini. Emineces, corucciato contro l'imperatore

tartaro, e più ancora contro i Genovesi, si associò due altri capi della

nazione, Caraimerza ed Aidar. Col loro ajuto sollevò tutti i Tartari

della Crimea, e venne ad assediare Caffa, facendo in pari tempo chiedere

soccorsi a Maometto II. Il sultano, sempre apparecchiato a fare nuove

conquiste, mandò in faccia a Caffa la formidabile flotta che aveva

allestita contro Candia. Già durava da sei settimane l'assedio

cominciato dai Tartari, quando Ahmed, che comandava questa flotta, gettò

l'ancora avanti a Caffa il primo giugno del 1475, e piantò le sue

batterie contro le mura della città. Le fortificazioni di Caffa, dalle

armate tartare credute sempre inespugnabili, perchè non sapevano

attaccarle che colle loro sciable, colle frecce e colla loro cavalleria

leggiera, mostrarono dopo pochi giorni larghe brecce aperte

dall'artiglieria turca. Pure ancora quattro giorni gli abitanti difesero

le brecce aperte e praticabili, dopo i quali soscrissero una

capitolazione, che poi non fu osservata. Molti senatori ed antichi

magistrati furono condannati al supplicio, mille cinquecento fanciulli

vennero spediti a Costantinopoli per esservi allevati tra i giannizzeri,

ed il rimanente degli abitanti latini fu trasportato a Pera, e distrutto

il dominio dei Genovesi sul mar Nero[43].

[41] _Sansovino Origine ed Imperio de' Turchi, l. II, f. 167._ Un

altro tentativo dei Genovesi di Caffa per accrescere la guarnigione

aveva avuto men fortunato fine. Galeazzo, uno de' magistrati di

quella colonia, era andato in Polonia nel 1463, ed aveva ottenuto

dal re Casimiro la licenza di levarvi cinquecento cavalieri; ma nel

condurli verso Caffa, nell'attraversare le province russe dipendenti

dalla Lituania, questi soldati mal disciplinati bruciarono il borgo

di Bracslaw. Michele Czartoryski, signore della provincia, gli

inseguì per vendicarsene, ed avendoli raggiunti sulle rive del Bug,

gli uccise tutti, ad eccezione di Galeazzo e de' cittadini di Caffa

che lo avevano accompagnato. _Dlugossi Hist. Polon., l. XIII, p.

318._

[42] Giuseppe Barbaro, quello stesso che fu mandato per la Scizia ad

Hussun Cassan, descrive questa guerra alquanto confusamente. Pure la

sua lunga dimora in Caffa, ed alla Tana, ove aveva vissuto come

mercante quasi della sua infanzia, la conoscenza che aveva della

lingua tartara, e le sue relazioni in paese, fanno sì che la di lui

relazione sia uno de' più curiosi monumenti del secolo. Fu raccolta

da Jacopo Gender d'Heroltzberg e stampata in calce alla _Storia di

Persia di P. Bizarro_. Francfort, _in fol. 1601_: rispetto alla

presa di Caraffa ved. _p. 453_.

[43] _Laudivius vezanensis, Lunensis Eques Hierosol. Cardinali

Papiensi epist. 661, p. 873. — Ubertus Folieta, l. XI, p. 627-628. —

P. Bizarro S. P. Q. Gen. Hist., l. XIV, p. 327. — Agostino

Giustiniani Ann. di Genova, l. V, f. 226. — Turco Græciæ Hist.

Polit., l. I, p. 25. — Raynald. Ann. 1475, p. 262._ Il kan, ossia

imperatore de' Tartari, era allora Nurduwlad, il quale era, nel

1466, succeduto a suo padre Ecziger Gierai. (_Dlugoss. Hist. Polon.,

l. XIII, p. 403_). Regnava ancora nel 1478 (_ivi, p. 566_); ma la

sua autorità non era abbastanza riconosciuta. Gli abitanti di Caffa

avevano persuaso, nel 1469, suo fratello Mengili Gierai a ribellarsi

contro di lui (_ivi, p. 438_). L'altro di lui fratello, Aydar,

aveva, in disprezzo de' suoi ordini, invasa la Russia e la Podolia

con un'armata tartara nel 1474 (_ivi, p. 514_), ed i borghigiani di

Caffa eransi avvezzati a riguardarsi quali arbitri dei principi

tartari loro vicini. La conquista della Bessarabia, fatta da

Maometto II nel 1474, avrebbe dovuto aprir loro gli occhi sul

pericolo. L'occupazione di Caffa sparse in tutto il Settentrione la

più grande costernazione, perciocchè questa città era il solo punto

di comunicazione tra gli Europei ed i Persiani, egualmente nemici

de' Turchi, e che sentivano il bisogno di concertare le loro

operazioni. _Dlugoss Hist. Polon. l. XIII, p. 533._ Mengili Gierai,

il quale fu trovato da Achmet Giedik in Caffa, ove erasi rifugiato

sotto la protezione dei Genovesi, e che allora ebbe da Maometto II

un'armata con cui vinse suo fratello, fu il primo kan dei Tartari

che ricevesse l'investitura dai Turchi, e che facesse recitare nelle

pubbliche preghiere il nome del sultano. _Demetrius Kantemir. Hist.

Ottom., l. III, c. 1, § 28, p. 111._

Dal canto dell'Ungheria Mattia Corvino non corrispose alle calde premure

de' Veneziani, e non tentò veruna importante diversione. Pure in questo

stesso anno prese la fortezza di Schabatz, che minacciava il Sirmio, ma

non portò più in là le sue armi[44]. Da ogni banda, sia presso i

Musulmani che presso i Cristiani, i popoli trovavansi estenuati da così

lunga guerra, e verun vigoroso sforzo prenunciava più grandi

avvenimenti.

[44] _Ann. Eccl. 1475, § 28, p. 262._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 11 (of 16) · 第 2 / 14 题