L’ultimo amore.
Alla dimane della _novendiale_, Menecrate s’incontrò coll’Apostolo
Paolo nell’ospizio di Salvidieno Orfido, e a lui riferì le parole
dettegli da Nerone dopo la cena, nelle quali aveva rimpianto il
passato, aveva ricordata la potenza che Atte esercitava su lui,
e parlando del palazzo d’Antonina, aveva mormorato che forse là
ritroverebbe la pace.
— Indovino, — disse l’Apostolo, — la sua intenzione; forse egli
pretende che a Poppea succeda Antonina; ecco la pace ch’egli cerca.
Ma la sorella d’Ottavia e di Britannico non ricambierà mai l’amore del
tiranno che li ha trucidati.
— E sei tu sicuro, o maestro, che si tratti di Antonina e non d’Atte?
— Sia dell’una, o dell’altra, ch’egli intendeva parlare, preghiamo, o
Menecrate, che Dio tenga lontana da loro la sventura.
Credè prudente di non ripetere alle due donne le rivelazioni del
citaredo. Antonina ne sarebbe rimasta sgomenta, e Atte forse commossa,
con grave rischio della riconquistata virtù.
Quando Nerone ebbe superata la perniciosa, e furono scomparse le
spaventose visioni, si tranquillizzarono i suoi rimorsi, e tornando
alle amorose fantasie, andò avvalorandosi in lui il proposito di
sposare Antonina.
Questo desiderio di Cesare non tardò a propalarsi fra i cittadini, e
allo stesso Apostolo lo ripeteva un giorno Salvidieno Orfido, che lo
aveva udito in una _tonstrina_[135].
Allora stimò opportuno di renderne avvisata Antonina, che ne fu
sinistramente colpita.
— Quell’uomo mi fa paura, — essa disse.
— E a me fa pietà, — rispose Atte ch’era presente.
E qui narrò che Menecrate le aveva ripetute le parole dette a lui
dall’Imperatore, esternando il sospetto che questi avesse rivolto i
suoi pensieri sopra Antonina. Per sentimento di delicatezza non aveva
osato farne parola alla sua padrona. Parlava adesso, poichè il maestro
glie ne dava l’esempio.
Aggiunse inoltre, che imbattutasi quella mattina stessa nel giovinetto
Sporo, questi le aveva descritti i deliri spaventosi e le fisiche
sofferenze di Cesare, l’abbattimento di spirito, in cui si trovava,
e la speranza d’udire una voce che non fosse quella di scellerati
consiglieri.
Atte terminò dicendo:
— Ecco, mia adorata signora, perchè io dissi che Cesare m’inspirava
pietà.
Con siffatta dichiarazione essa voleva distruggere ogni sospetto, che
sul conto di lei potesse nascere in Antonina, e Paolo pel suo pietoso
sentimento verso il tiranno.
— O figlia, — le disse Paolo, — non proviene forse la tua pietà
dall’aver inteso che Cesare si ricordò di te e con rimpianto? Rispondi
colla franchezza d’un’anima onesta.
— Credi tu, o maestro, ch’io possa conservare un resto d’affetto per
l’uccisore della divina Ottavia, la sorella della mia generosa padrona,
e di suo fratello Britannico? No, ho compassione dell’Imperatore, come
l’ho per qualunque altro che sia colpito dalla sventura. Se sapessi
che la mia voce e le mie parole potrebbero confortarlo, e per giovare
a tutti, indurlo a frenare d’ora innanzi, gl’istinti malvagi, non avrei
difficoltà alcuna di presentarmi a lui, tanto sono sicura di me, tanto
mi sento purificata dalla nuova fede. E poi, quand’anco tutto ciò non
bastasse, sappiate ch’io amo, riamata, Menecrate, che ho speranza di
potermi presto chiamare sua sposa, e che nessuno al mondo mi indurrebbe
a tradirlo. Ora palesai interamente la verità e dovete credermi.
— Sì, ti credo, o Atte, e tutto farò perchè tu sii felice.
— E tu, o maestro? — chiese Atte a Paolo, vedendo ch’egli taceva.
— Vorrei, — rispose, — esser certo che tu non faccia troppo a fidanza
colla tua forza d’animo, e ti direi: va, e qualunque sia l’uomo che
tu credi poter confortare e fors’anco redimere colle tue esortazioni,
compi coraggiosamente la tua missione.
— Confida in me, — riprese Atte, — sotto l’usbergo della fede e
dell’amore la mia virtù si sente invulnerabile. Sono pronta ad andare,
ove la mia diletta signora me lo consenta.
— Anzi io stessa t’invio, — disse Antonina, — perchè tu indaghi se
veramente l’audace Enobardo nutre il proposito di chiedere la mia mano.
— Grande vantaggio, — soggiunse l’Apostolo, — e grande consolazione
sarebbe pei cristiani il veder sulla tua fronte la diadema imperiale,
e se Nerone, di cui le passioni non ammettono ostacoli, acconsentisse a
sposarti anche cristiana, tu....
— Rifiuterei lo stesso, — interruppe Antonina, — rifiuterei, perchè mi
parrebbe un oltraggio ai Mani d’Ottavia e di Britannico.
Paolo riprese:
— Comprendo la tua ripugnanza; ma pel bene dei nostri fratelli in
Gesù Cristo dobbiamo essere pronti a sacrificare tutti i materiali
interessi, come i sentimenti del cuore. Tu sei forse destinata da
Dio a far dell’efferato tiranno un giusto, e vorresti rinunziare a
quest’opera santa?
— Sii certo, o maestro, che non avrò occasione di compire sagrifizii,
nè merito di convertire Nerone; poichè questi, nell’odio suo contro i
cristiani, s’è vera la voce che si sparse, o rinunzierà al suo progetto
o vorrà costringermi a ritornar pagana. Non c’illudiamo, o maestro, non
è la grandezza che m’aspetta, è forse la sventura. Quando questa mia
fida liberta, — ed additò Atte, — tornerà dalla casa Aurea, vedrò da
quanto essa mi riferirà, cosa mi resti a fare, se cercare uno scampo o
prepararmi al martirio.
— Della vita nostra non è arbitro che Dio. Allorchè non v’è più mezzo
di salvarsi, è bello il sacrificarla per la fede. Nessuno però per
vanagloria deve affrontare il martirio, quando è pronto lo scampo.
Alla sera Atte s’avvolse nella calyptra e si diresse verso il palazzo
di Cesare.
Stava questi adagiato sopra una cattedra, presso un desco sul quale
ardeva una lucerna _polimixa_ e suonava sul liuto una malinconica
melodia, quando venne il liberto Doriforo ad annunziargli la citarista.
— Atte! — esclamò Nerone sorpreso.
— Atte! — ripetè Sporo, che seduto sopra uno sgabello ascoltava la
musica.
E balzato in piedi, corse verso la porta, e condusse entro la zotheca
la donna, stringendole con trasporto la mano.
Ma, con grave suo disappunto, venne tosto mandato fuori; e dovette
accontentarsi di passeggiar sospirando davanti alla porta, e di tratto
in tratto orecchiando.
— Atte, — chiese Nerone alla donna come furono soli, — che vuoi da
me? Vieni forse a ricordarmi le gioie del passato o a rinfacciarmi i
delitti?
— No, divo Cesare, io ti seppi mesto e infelice, e mossa da pietà,
venni a portarti conforto.
— Ti son grato d’essere venuta, poichè colla tua presenza mi richiami
alla memoria giorni più felici. Però la tua pietà non accetto: io
voglio essere temuto, amato, ma non compianto. Una sola persona in Roma
vorrei che fosse pietosa con me, ma quella tu non sei.
Atte comprese di chi si trattasse, ma non volle nominare Antonina.
— La donna, di cui parlo, io l’ho offesa, crudelmente offesa, e non oso
sperare da lei pietà. Essa, appagando i miei desiderii, potrebbe far
di me un uomo felice, redimere l’anima mia dai vizii e dai delitti, e
cangiare il perverso tiranno nel più giusto e magnanimo del Cesari.
Un suo rifiuto invece mi renderebbe di nuovo demente, inesorabile,
formerebbe la perdizione mia, la sventura di Roma. Codesta divina
creatura è Antonina.
Tutto ciò aveva detto Nerone nella certezza che la citarista lo
ripeterebbe alla sua Signora. Sperava così di trovare questa più mite e
benigna allorchè egli andrebbe ad offrirle la diadema imperiale.
Atte rimase per un istante dubbiosa e sgomenta, ma poi, fedele agli
ordini ricevuti, cominciò ad adempiere alla sua missione, cercando di
distorre il tiranno dal suo progetto.
— La mia Signora, — essa disse, — è così buona e generosa che
non conosce odio, ch’è pronta sempre a dimenticare le offese e a
perdonarle. Se rifiutasse la tua generosa offerta dovresti ascriverlo
soltanto al desiderio di pace, alla sua avversione a tutto ciò ch’è
pompa e grandezza.
— E che ne sai tu? Parli forse per gelosia?
La donna melanconicamente rispose:
— O divo Cesare, io qui venni per farti del bene, e tu mi compensi con
ingiuriosi sospetti. Di qual cosa, di chi mai vuoi tu ch’io sia gelosa?
Ora non lo sono che della mia virtù e del mio fidanzato.
— Fidanzato! — esclamò Nerone accigliandosi, — e chi è costui?
— Menecrate.
— Così quella che fu un giorno tanto amata da Cesare, discende oggi ad
un citaredo.
Atte riprese:
— Da un amore impuro, che mi costò la vergogna, ad un amore santo, che
mi renderà felice.
— Taci: non irritarmi.
— E perchè t’irriti, o divo Cesare? Sono io forse Antonina?
— Hai ragione. Son pazzo. Or bene, poichè venisti, come tu dici, per
darmi sollievo, prendi il mio liuto, temprane le corde e canta, e la
tua voce calmi l’anima mia trambasciata, come l’arpa di David calmava i
furori del Re israelita.
Atte obbedì, e Nerone rimase ad ascoltarla assorto nelle memorie del
passato.
La dolce rassegnazione d’Ottavia, le notti d’ebbrezza voluttuosa,
le feste, i banchetti, gli spettacoli del circo e dei teatri gli si
schieravano dinanzi alla mente e lo forzavano a rimpiangere le delizie
perdute, e a viemmaggiormente desiderare nuove future gioie.
Come la citarista ebbe finito, le disse:
— È ben soave la tua voce. Se io ti dicessi: Atte, abbandona Menecrate
e torna a me, oseresti tu rifiutare?
— Dovrei osarlo a rischio di provocare il tuo sdegno.
— Rassicurati, — riprese Nerone sorridendo, — io non ti farò simile
proposta. Un’altra immagine mi sta scolpita nella mente e nel cuore, di
un’altra Dea dev’esser tempio la casa Aurea. E per addimostrarti che io
non parlai da senno, e che non sono geloso del tuo matrimonio, voglio
offrirti un regalo di nozze.
Così dicendo, levossi, e passato nell’attigua stanza, ne ritornò
poco dopo portando una cintura di cammei, chiusa in scatola d’argento
lavorata a cesello.
Con quest’atto generoso l’astuto Imperatore voleva rimediare a
quell’impeto di gelosia, a cui s’era lasciato andare pel matrimonio
della citarista, impeto che poteva compromettere le sue aspirazioni per
Antonina.
La donna rese grazie del dono, e poi attese d’essere congedata.
Nerone però la trattenne ancora lungo tempo, parlandole della sua
padrona, e cercando informarsi quale esistenza menasse, quali fossero
le sue abitudini, quali le persone che frequentavano la casa.
Atte, nell’intento di distorlo dal suo progetto, descrisse,
esagerandola alquanto, la vita solitaria d’Antonina, che trovava la sua
felicità negli studii, nei lavori e nelle occupazioni domestiche.
— È troppo giovine e bella, — interruppe Nerone, come indispettito, —
per starsene a casa a filar lana. E chi la spinge a questo? Forse quel
Saulo, quel cristiano intrigante?
Atte s’affrettò a distruggere codesta supposizione, perchè non
incorresse l’Apostolo nell’ira di lui, asserendo che l’istinto,
e forse le sofferte sventure, inducevano Antonina a prediligere
quell’esistenza.
— Non cale, — riprese Nerone, — la frequenza di quell’uomo in una casa
pagana mi dà sospetto, e saprò indagare la ragione che ve lo conduce.
Porta intanto il mio saluto alla tua Signora, e dille che si prepari a
regnare, che la mia volontà è questa, e che alla volontà di Cesare non
v’è ostacolo che possa opporsi. Vale.
E la congedò.
Il tiranno amava Antonina, ma non di quell’amore che aveva portato a
Poppea. Ora, vedendo la difficoltà della conquista, vi si univa l’amor
proprio, ed era deciso a trionfare ad ogni costo.
Antonina attendeva ansiosamente il ritorno d’Atte, che giunse tutta
agitata, e le disse che purtroppo era tolto ogni dubbio, che Cesare
voleva dimandar la mano di lei, e si mostrava fermo nella sua
risoluzione.
— Sono certa, — aggiunse, — ch’egli non tarderà a presentarsi, e se
riceve un rifiuto, sa Dio che cosa accadrà.
— Avvenga ciò che può, — rispose Antonina, — io farò ciò che devo.
— E lo respingerai, quand’anco acconsentisse a sposarti benchè
cristiana?
— Sì, e rispondo a te quello che risposi a Paolo. Se l’interesse della
nostra chiesa m’imponesse il dovere di sacrificarmi, sposando un uomo
che mi fa ribrezzo, non me lo consentirebbe la mia onestà.
— E non pensi a fuggire finchè ne hai tempo per non affrontare l’ira
sua?
— Sarebbe una viltà. Se prega, io cercherò benignamente di persuaderlo
ad abbandonare il suo progetto, a cercare l’amore d’altra donna. E se
volesse impormi l’esecrato imeneo colla minaccia, allora eluderò in
qualche modo la sua ostinazione.
Nè si smentì allorchè alcuni giorni dopo venne Nerone a chiederla
in sposa adoperando i più lusinghieri blandimenti per convincerla ad
accettare.
Disse essere essa la sola donna capace di renderlo ormai felice e
saggio, di cangiare la sua malvagia natura, e far di lui un Principe
adorato e rispettato.
— Pensa, — aggiunse, — che se tu rifiutassi l’aureola di tanta gloria
commetteresti una colpa.
Antonina, nascondendo l’interno turbamento sotto mentita calma, rispose
con tutta dolcezza.
— Ma io, o divo Cesare, non m’illudo sulle mie attrattive. Queste non
sono tali da ottenere quello che non ottennero la soavità d’Ottavia e
la bellezza di Poppea, che tu amavi assai, ed aveva impero grandissimo
sull’animo tuo.
— Di ciò lascia giudice il mio cuore, e non la tua modestia. È da lungo
tempo ch’io t’amo, ed ora è giunto il giorno in cui l’amata di Cesare
deve abbandonare l’oscura esistenza per gli splendori della reggia.
Dopo aver fatto indarno nuovi tentativi per persuaderlo a rivolgere
altrove le sue aspirazioni Antonina finì per esclamare:
— È impossibile!
— Non v’è impossibilità che non debba cedere davanti alla volontà di
Cesare.
Sotto l’umile vello cominciavano a spuntare le unghie del leone.
— E vorresti espormi alle giuste censure di Roma intera, che vedrebbe
con raccapriccio la sorella d’Ottavia e di Britannico tra le braccia
di Nerone? E tu stesso potresti sacrificare il tuo amor proprio, la tua
dignità, sposando una donna che non potrà mai amarti?
— Tutto ciò non mi trattiene. Lascia la cura a me di far tacere i
censori e di conquistare il tuo cuore.
— T’illudi. Due ombre sanguinolenti mi difendono e mi terrebbero sempre
lontana da te. Abbandona il tuo progetto, ch’è meglio.
— No, — gridò con forza Nerone, — devi essere mia. Così voglio, così
comando.
— Ebbene, v’è un ultimo ostacolo di cui non ti parlai finora perchè il
rivelarlo può costarmi la vita. È una barriera formidabile, che sorge
fra noi.
— Apparterresti forse ad un altro? Perchè se ciò fosse, di codesta
formidabile barriera io riderei.
— Non crederlo, — disse Antonina, a cui in quel momento terribile
oscillava ogni fibra.
— Confessi dunque che appartieni ad altri?
— Sì.
— Il nome del mio rivale.
— Cristo.
Così dicendo, mostrò a Nerone una croce che teneva nascosta sotto il
peplo.
A questa rivelazione le furie del tiranno si scatenarono.
Gridò, stringendo le pugna:
— Cristiana! Cristiana! Ah, per gli abissi, avrei dovuto prevedere
l’opera del galileo impostore.
— L’opera fu interamente dell’anima mia, — interruppe Antonina.
— Ebbene, l’anima tua abjurerà la nuova fede per tornare all’antica,
perchè io così voglio. Non già per essermi questa più a cuore
dell’altra. Cristo e Giove sono per me ugualmente miti risibili. Ma
la figlia di Claudio, la nuova Imperatrice di Roma dev’essere pagana.
Intendi?
Antonina, ferita nella sua dignità dall’imperiose parole, levò la
fronte altera, dicendo:
— Così parla ai tuoi schiavi.
— Egli è in tal guisa che Cesare deve parlare a quanti si ribellano
alla sua volontà. Preparati, ti ripeto, ad abjurare la nuova fede per
accettare da me la mano e il trono.
— Da te non voglio nè posso avere che la morte. Rimango fida al mio
Dio, e son pronta al martirio.
— Non lo sperare. Altri l’avranno in vece tua, e tu sarai mia, tuo
malgrado.
— Dio mi difenderà.
— Non tarderò a mostrarti ch’io sono più potente di lui.
— Per non udirti più oltre ti lascio, poichè discacciarti non posso.
Ed uscì dall’exedra.
Nerone voleva seguirla, forse colla prava intenzione di trarre
all’istante su lei una turpe vendetta. Ma poi si ravvisò, e tornò al
Palatino ripetendo tra sè:
— Mi vogliono di nuovo tremendo, e tremendo m’avranno.
Fe’ venire Aniceto, e gli ordinò di penetrare quella stessa sera a viva
forza con alcuni satelliti nel palazzo d’Antonina, rapirla e condurla
nella casa Aurea.
— Ordinerai nel tempo stesso al Tribuno Granio Silvano di scoprire la
dimora dell’Apostolo Saulo.
— Io so dov’egli alloggia, e tu non lo immagineresti mai, o divo
Cesare. Egli è con altri cristiani presso Salvidieno Orfido, il quale,
non curando il divieto, ha fatto della sua casa un ospizio.
— Ebbene, Salvidieno Orfido sia appeso alle forche davanti la sua
stessa casa, e Saulo e tutti i cristiani che si trovano nell’ospizio,
vengano tradotti al carcere Mamertino.
Quella notte Nerone vegliava agitato, mentre il pedagogo e il Tribuno
si recavano ad eseguire i suoi ordini.
— Essa forse, — ripeteva fra sè, — chiederà grazia pei cristiani e
forse per ottenerla si mostrerà più rassegnata ad obbedirmi.
La luce del primo _diluculo_ penetrava già dai balconi e i due messi
non tornavano ancora.
Nerone, in preda a nervosa agitazione, s’aggirava per le stanze,
parlando fra sè, mentre conserte le braccia, stringeva convulsamente
nel pugno le maniche della tunica.
Il primo a giungere fu Granio Silvano, e disse che gli ordini di Cesare
erano stati eseguiti, che tutti i cristiani dimoranti nell’ospizio
erano stati tradotti nel carcere, che Salvidieno aveva già subita la
condanna, e che l’Apostolo veniva catturato quando tutto polveroso e
stanco rincasava.
— Ora a noi, superba Antonina! — esclamò Nerone con aria di trionfo.
Ma erasi troppo affrettato a cantar vittoria.
L’impresa di Aniceto aveva fallito. Meno un vecchio ostiario infermo,
che pieno di spavento era venuto ad aprire, nessun’altra anima viva
era rimasta nel palazzo d’Antonina. Ne avevano visitato i più reconditi
luoghi, ma invano. Tutte le stanze erano buie, mute, deserte.
Il tiranno diede in urli selvaggi d’imprecazione, senza attendere che
Aniceto continuasse il racconto.
Quando però questi gli disse che il vecchio, dietro la minaccia
dei tormenti, aveva detto che uscito di là l’Imperatore, era venuto
l’Apostolo; che poco dopo tornava a uscire accompagnato da Antonina e
dalla citarista; che gli schiavi se n’erano iti anch’essi per ordine
della Signora; e ch’egli non aveva potuto obbedire perchè la vecchiezza
e le infermità non gli consentivano di muoversi.
— Quel Galileo parlerà, — gridò Nerone, — o tacerà per sempre. Che mi
sia condotto innanzi.