Poche ore dopo, nel tempio di Venere Libitina il Libitinario notificava
al popolo l’avvenuto decesso.
Il cadavere di Poppea, lavato e profumato dalle sue schiave, alle
quali era stato affidato l’ufficio di _pollintori_[126] venne esposto
nell’atrio della casa Augustale coi piedi rivolti verso la porta.
Giaceva su letto funebre sostenuto da quattro piedi d’avorio e
ricoperto da coltri di porpora ricamate in oro, e ornato tutto intorno
da festoni di fiori e serti di fronde.
L’estinta aveva i capelli disciolti, la fronte cinta dalla diadema, e
il corpo avvolto nel manto imperiale. Presso la testa era deposto su
monopodio d’oro un vaso di pietra murrina a fiammeggianti colori, che
Nerone aveva acquistato per duecento cinquanta talenti[127] e conteneva
l’acqua lustrale.
Ai piedi del feretro da due bracieri d’argento si sollevava il vapore
d’incenso e d’erbe odorose. Sotto l’apertura del soffitto (compluvio)
era disteso un panno bruno per impedire che la luce del giorno
penetrasse nella camera mortuaria, rischiarata da ricchi candelabri,
sui quali ardevano fibre di papiro intrecciate insieme e ricoperte di
cera.
Le statue, che sorgevano tra le colonne, erano velate a bruno, e
prendevano aspetto di sinistre apparizioni. Ventiquattro littori si
tenevano immobili ai due lati del feretro, e i pretoriani custodivano
le porte, tenendo a dovere la folla, che silenziosa girava intorno.
Molte donne andavano a tuffare la mano nell’acqua lustrale, e se ne
spruzzavano per purificarsi. Le schiave, in gramaglie, e le chiome
disciolte, genuflesse in un canto, recitavano preghiere, mentre da un
lato un coro di fanciulle, vestite di bianco, tempravano al suono della
cetra funebri nenie.
Nerone intanto, colpito da febbre terzana in conseguenza del bagno
preso[128] e in preda al dolore, s’aggirava smanioso per le stanze di
Poppea, baciando gli oggetti che le avevano appartenuto e bagnandoli di
lagrime.
A notte, quando il palazzo era chiuso, si recava nell’atrio, e là,
genuflesso presso il cadavere, la chiamava singhiozzando e scongiurava
le Potenze celesti e le infernali perchè la facessero risorgere.
Per tre giorni venne distribuito al popolo carne, vino e olio, e questa
elargizione chiamavasi _visceratio_.
Alla sera del terzo, le vie che dal Palatino mettevano al Campo Marzio,
adornate con panneggiamenti oscuri e festoni di mirto e di cipresso e
rischiarate da candelabri d’elevato fusto, erano percorse da’ banditori
che invitavano il popolo a seguire il feretro dell’Imperatrice.
I balconi delle case erano del pari addobbati a lutto, e le famiglie,
riunite fuori della _janua_ (porta della strada) attendevano il
passaggio del funebre corteggio.
Lo precedevano i trombettieri, che dalle lunghe tube mandavano di
tratto in tratto prolungati squilli, e dieci _tibicini_ o suonatori
di flauto, che numero maggiore non ne permetteva nei funerali la
legge delle dodici tavole, e in mezzo ai littori, vestiti di nero, il
_designatore_ che dirigeva la funebre pompa.
Venivano poi il Pontefice Massimo circondato dai Sacerdoti, le Vestali,
molti patrizii e dame vestiti a lutto, i Padri Coscritti coi laticlavi
abbrunati, i Cavalieri, i Consoli, tutti gli altri ufficiali dello
Stato e numerosa schiera di cortigiani.
Seguivano le citariste, vestite di bianco e coronate d’alloro, le
prefiche scarmigliate, che piangevano, l’Arcimima colla maschera in cui
erano ritratte le fattezze dell’estinta[129] e che cercava d’imitarne
le movenze, i due gladiatori bustuarii, che dovevano combattere vicino
al rogo, ed infine i _vespilloni_ che portavano a spalla sopra tavole
coperte di drappo la statua di Poppea e i busti di Sabina e di Ollio
suoi genitori.
E dietro di loro la salma dell’Imperatrice deposta entro palanchino
fastosamente addobbato e sorretto da otto letticarii.
Nerone, circondato dai littori, lo seguiva a piedi appoggiandosi ai
liberti Pitagora e Doriforo. Egli era contraffatto così che metteva
spavento.
Isidoro Cinico, che assisteva al passaggio del corteggio, quando lo
vide, lo additò ad alcuni amici dicendo:
— Veh, veh, il coccodrillo che segue la sua vittima e piange.
— Eppure, — rispose un altro, — dicono che l’amasse molto.
Il Cinico, facendo le spallucce, rispose:
— Non passeranno due lune che ne amerà un’altra, e benedirà il piede
che diede il calcio. In quell’anima scellerata non possono allignare
nobili sentimenti. Poppea credette di domare la belva, e la belva la
uccise.
— Oh! — osservò un altro, — Cercopiteco Panerote che segue il funebre
convoglio; lui che assicurava di non prender mai parte a riti funebri
per non rattristarsi e turbare le digestioni.
— Avrà avuto paura, — rispose Isidoro, — che mancando, Cesare non lo
invitasse alla _novendiale_.
Questo dialogo si teneva nel Foro, ove giunto, il corteggio fe’ sosta,
e la folla si strinse più fitta intorno alla tribuna per ascoltare
l’oratore che doveva recitare le lodi dell’estinta.
S’era sparsa voce che questo cómpito dovesse essere affidato ad uno dei
più eloquenti Senatori.
Invece, con meraviglia universale, fu visto salire sulla tribuna lo
stesso Nerone.
Anche in questa triste circostanza la sua vanità non gli aveva
consentito di cedere ad altri la parola.
Volle far pompa d’eloquenza, ed invece la sua laudazione, pronunziata
con voce rauca e tremante, non riuscì che un’ampollosa filastrocca
sulle doti fisiche della morta.
Il publico, già indignato contro di lui pei suoi delitti, per la sua
viltà, ed ora per l’inaudita sfrontatezza di venire egli stesso a
commemorare la sua vittima, accompagnò il discorso con bisbigli di
disapprovazione, e la plebe lo lasciò finire senza una voce di plauso.
Il presuntuoso oratore spiegò questo a senso di commozione e di
rispetto; ma per non essere disingannato, vedendo altra commemorazione
diversamente accolta, ordinò che il corteggio proseguisse la via.
Come giunsero al Campo Marzio, diviso allora in Campo di Marte per gli
esercizii militari e in Campo Minore, dove sorgevano i sepolcri dei
patrizii, la salma fu tolta dal palanchino.
Prima che venisse avvolta nel lenzuolo d’amianto e consegnata agli
_ustori_, che dovevano metterla sulla pira, Nerone andò a baciarla,
scoppiando di nuovo in dirottissimo pianto.
Quindi montò nella sua portantina, ne chiuse le cortine, per non vedere
alcuno e non esser veduto, e circondato dai littori, tornò al Palatino.
L’altissima pira, composta della più aromatica _acapna_[130], s’elevava
nel mezzo del campo.
Gli _ustori_ vi deposero sopra il cadavere coperto d’unguenti,
d’incenso e ricche suppellettili. Domizia ch’era la più prossima
parente che assistesse alla cerimonia, tenendo la faccia rivolta
indietro, appiccò il fuoco alla pira, che in poco tempo divenne rogo, e
il cadavere scomparve tra le fiamme, mentre le prefiche innalzavano una
nuova _conclamatio_.
Nello stesso tempo i due gladiatori bustuarii cominciarono a
combattere, e la lotta durò, finchè uno dei due venne portato via
semivivo.
Quel combattimento mortale era destinato, giusta il pregiudizio pagano,
a placare i Mani con quel sagrifizio di sangue.
Come fu consumata la pira, se ne spensero col vino le ceneri ardenti,
e Domizia, dopo l’usuale lavanda delle mani, fece l’_ossilegio_[131],
asperse quei resti d’ossa inaridite con latte e vino, le asciugò con
pannilini, e miste a sostanze odorose le chiuse nell’urna cineraria.
Dopo ciò uno dei Sacerdoti andò ad immergere un ramo d’olivo nell’acqua
lustrale, e consegnatolo al Pontefice Massimo, questi ne asperse gli
astanti.
Allora la prefica principale disse ad alta voce:
— Ilicet[132].
E migliaia di voci risposero:
— _Ave anima candida; terra tibi lævis sit; molliter cubent ossa_[133].
L’urna venne consegnata a Domizia, che la prese fra le braccia, e
camminando in mezzo ad Egloga ed Alessandria, seguita dalle schiave e
scortata dai littori, la portò sul Palatino.
Quel giorno stesso negli orti neroniani ebbe luogo il
_silicernio_[134]; e nove giorni dopo l’urna cineraria fu sepolta nel
sarcofago fatto costruire sollecitamente nel giardino.
Prima che venisse chiusa coll’epitaffio, un Sacerdote vi gettò sopra
tre volte della terra, e quel dì stesso si celebrò il _novendiale_ o
cena funeraria.
I convitati, avvolti in manto nero, erano raccolti nell’exedra ed
attendevano che comparisse Cesare per condurli nel triclinio.
Erano undici, perchè i romani tenevano a non varcare il numero di
dodici nelle publiche solennità a tavola, come avevano cura di non
trovarsi in numero dispari.
Allorchè Nerone si presentò, vestito in gramaglie, col volto macilento
e tetro, gli occhi sbarrati e cavi, camminando lentamente, pareva
l’ombra del tremendo Imperatore.
— Salvete, — egli disse, traversando l’exedra e accennando alle dame e
agli altri di seguirlo.
Al loro comparire nel triclinio, i musici, raccolti sopra palco parato
di bianco e nero, intuonarono una mesta elegia, composta espressamente
dal citaredo Terpno.
Questi aveva voluto condur seco Menecrate, perchè dirigesse i tibicini
ed i suonatori di cetre, che accompagnavano il coro.
Prima d’accettare l’invito il citaredo aveva voluto consultarsi
coll’Apostolo, per sentire da lui se fosse cosa conveniente ad uno che
professava la fede di Cristo, il prender parte a rito pagano.
Paolo gli aveva risposto:
— L’arte che eserciti dà pane a te e alla tua vecchia madre; e quando
ti si offre il mezzo di guadagnarne non puoi rifiutare i doni della
Provvidenza. D’altronde è dovere in te di servire al tuo sovrano, senza
curarti d’indagare cosa esso sia. Va senza paura, perchè il tuo Dio
sarà con te.
E Menecrate era andato; ma tra quelle pareti testimoni di tante orgie,
di tanti delitti, e dove per lui aleggiava sempre lo spirito d’Ottavia,
si trovava a disagio.
Prima che intorno alle mense andassero i convitati a distendersi sui
letti triclinarii, una vergine, velata a bruno, entrò nella sala,
portando il vaso di pietra murrina, ch’era stato presso il cadavere di
Poppea, pieno d’acqua lustrale.
Quel giorno conteneva invece del falerno consacrato all’ara di Bacco.
La fanciulla, accompagnata da due giovinette parimenti in gramaglie,
e che le tenevano sollevato il peplo, andò a presentare il vaso
all’Imperatore, che lo portò alle labbra, e tutti dopo lui bevvero
di quel vino, che giusta l’usanza rituale era stato primo sorseggiato
dalle labbra delle Vestali.
Terminata questa cerimonia, i convitati smesse le gramaglie, si
presentarono in bianche toghe e gli schiavi triclinarii, splendidamente
vestiti, cominciarono a dispensare le vivande e a mescere il vino.
L’Imperatore non toccò cibo, ma molto bevette, credendo con questo
vincere i brividi della febbre.
Uno dei convitati disse piano a Cercopiteco che gli stava accanto:
— Come Cesare è contraffatto! Osservalo.
— No, — rispose il parassita, — perchè mi farebbe pena e perderei quel
po’ d’appetito che mi rimane. Molto già me ne tolgono queste lugubri
cene.
Levate le mense, Nerone si trattenne ancora a bere nella _comissatio_.
Poi licenziò i convitati, dicendo loro:
— Valete, o voi più felici di me, poichè tornando alle vostre case,
troverete forse quella pace, ch’io perdetti per sempre.
— Così soavemente non ha mai parlato, — osservò Panerote: — brutto
sintomo questo.
E in verità, fosse conseguenza del male che lo travagliava o sincero
dolore per la perduta donna, Nerone mostravasi cangiato.
L’uomo feroce accennava a divenir benigno.
Avendo notato tra i suonatori la presenza di Menecrate, lo fece venire
a sè e gli disse:
— T’inflissi un giorno ingiusto supplizio, che tu sostenesti
eroicamente. Più nulla seppi di te, ed oggi tu sei tornato nella casa
Aurea. Dunque non m’odii più?
— Non t’ho mai odiato. A Cesare non debbo che obbedienza e rispetto.
D’altronde io venni alla reggia, come tutti gli altri suonatori, per
esercitare l’arte mia, e guadagnare del danaro.
— Sappi, o Menecrate, che la tua presenza ridestò in me i ricordi del
passato, e in questi giorni funesti furono un sorriso per l’anima mia.
Voglio proprio ricompensartene. Ponti ad armacollo questa crumena,
e quando sarai tornato ai tuoi lari, i mille nummi ch’essa contiene
offrirai da mia parte a tua madre, se pur vive ancora.
Menecrate rispose di sì, e Nerone ripensando in quel momento alla
maledizione materna, senza ricordarsi del parricidio, che l’aveva
provocata, mormorò sospirando:
— Tu sei felice.
Queste parole, che il citaredo spiegò a senso di malvagia ipocrisia,
erano invece l’espressione d’un’anima trambasciata, che invidiava in
quel momento le intemerate coscienze.
Dopo alcuni istanti di silenzio Nerone riprese:
— Son maledetto!... Son condannato a non udir più una voce soave,
che mi parli all’anima, che acqueti il mio furore. Atte ebbe un
giorno questa potenza, e dopo lei l’ebbe Poppea, e tutte e due le ho
perdute!... Poppea è morta, ed Atte m’odierà per certo.
— Non crederlo, o divo Cesare.
— Dimmi, è tuttora presso mia cognata Antonina?
Menecrate affermò col chinar del capo, e l’altro, come parlando a sè
stesso, mormorò:
— Forse là, ritroverei la pace e l’amore.... Illusione!... Più per me
non esistono sogni di rose. Io non debbo avere che orride immagini.
E le aveva di fatto, e più terribili si presentarono a lui quando pochi
giorni dopo, assalito da perniciosa, fu in preda a continuo delirio.
Si vedeva perseguitato dagli spettri delle sue vittime, Agrippina
continuava a gridargli maledizione, e la sua voce aveva il fragore
del tuono. Aulo Plancio ed il giovine Crispino, lividi e gonfi gli si
gettavano addosso, agghiacciandolo col loro gelo di morte. Britannico
e Burro gli sputavano in viso la bava avvelenata. Seneca faceva
cadere sopra di lui una pioggia di sangue, Rubea gl’intronava le
orecchie cogli urli della pazza, Paride l’istrione lo percoteva e lo
beffeggiava, Calpurnio Pisone e gli altri congiurati, armati di gladii
e pugnali, lo tempestavano di ferite. Poppea lo incalzava, portando
sulle braccia il bambino schiacciato, e la dolce Ottavia in lagrime gli
additava le cicatrici del petto.
Codeste tormentose visioni s’alternavano continuamente davanti alla
sua fantasia e lo rendevano furente. Egli s’agitava, cercava balzar dal
letto, e gridava che lo liberassero da quegli spettri.
Ora chiamava ad alta voce l’astrologo Babilo e Locusta perchè facessero
scongiuri; ora invocava il soccorso del suo Genio tutelare, ora
piangendo, chiedeva perdono ai Mani di quegli infelici, che aveva messo
a morte.
Come si sparse per Roma la notizia che la vita di Cesare era in
grave pericolo, i cittadini d’ogni classe, anche molti di quelli da
lui beneficati, attendevano con impazienza che suonasse l’ultima ora
dell’efferato tiranno, e i partigiani di Sergio Galba si preparavano ad
acclamarlo Imperatore.
Ritroviamo fra questi il pretoriano Missizio, che nella congiura di
Pisone non aveva diviso la sorte de’ suoi compagni, perchè il suo nome
era tra quelli che il delatore Milito non aveva iscritti nella lista
consegnata ad Aniceto. Morto Pisone e gli altri congiurati, egli s’era
gettato nel partito di Galba, ed ora s’adoperava con maggior lena, ma
non minore circospezione, per renderlo accetto al soldati del pretorio.
Egli teneva Nerone per ispacciato, ma l’aspettativa sua e quella di
tutti fu delusa.
Gli archiatri avevano vinta la febbre, e Nerone era salvo.
I più timidi allora tacquero paurosi, e gli amici di Galba cominciarono
a discutere se non convenisse ricorrere all’assassinio.
Era questo però periglioso progetto e di difficile attuazione, perchè,
dopo la congiura dì Pisone, il tiranno si teneva guardingo ed era
circondato da numerosi satelliti, oltre i littori sempre fidi, e i
pretoriani non ancora pronti alla ribellione.
In quel frattempo avvenne la morte di Giulio Vindice, il più fervido
sostenitore di Galba, il quale se ne mostrò tanto avvilito, che fu sul
punto di rinunziare all’impresa, e togliersi la vita.
Questo fatto accrebbe lo sgomento ne’ suoi partigiani di Roma, e fu
invece di grande sollievo all’abbattuto spirito di Cesare.
— Vedo, egli diceva, che la mia stella non è ecclissata, muoiono i miei
nemici ed io vivo. Sono certo che Galba sparirà, com’è sparito Vindice,
e che le mie legioni faranno giustizia delle provincie ribelli.
Domizia, che lo stava ascoltando, interruppe:
— Ora che le tue forze ritornano, e più nulla sventuratamente ti
trattiene in Roma, perchè non ti poni alla testa di quelle legioni?
Perchè vuoi lasciare ai Proconsoli l’onore della vittoria?
Così la vecchia tornava sempre a ribadire quel chiodo, irritando Nerone
coll’importuno suggerimento.
— Strana pretesa è la tua, — rispose concitato, — di voler ch’io vada a
combattere nel misero stato in cui mi trovo tuttora, affranto d’animo e
di corpo.
— La tua guarigione è completa, — interruppe l’altra.
— T’inganni, non tornerà la salute finchè non cesseranno le conseguenze
della sventura, finchè non mi sorriderà di nuovo l’amore.
— Allora non dovevi uccidere Poppea Augusta. Pretendi forse trovare
un’altra, che voglia unirsi a te dopo la miseranda fine....
— Cessa d’importunarmi coi funesti ricordi, vecchia malvagia, e sappi
che quella donna esiste, ed io l’otterrò.
— E chi è mai?
— Non voglio dirti il suo nome.
— Sospetto di chi si tratti.
— Tieni i tuoi sospetti per te, e lasciami solo, che la tua presenza
m’è odiosa.
Domizia, non potè a meno, quando fu presso alla porta, di lanciargli,
come una sfida, il nome d’Antonina.
Nerone balzò in piedi, afferrando un pugnale ch’era sul tavolo.
L’altra, vedendo l’atto minaccioso, s’arrestò, e mostrando il petto,
esclamò:
— Ferisci! I veri Domizi non temono la morte.
Nerone, gettando il pugnale disse:
— Va, che l’ora tua non è ancora suonata.
Domizia allora, alzando con disprezzo le spalle, s’allontanò.
Quella stessa sera una donna, avvolta nella calyptra, entrava nella
casa Aurea.