Così stolto progetto non poteva essere concepito che da un uomo uscito
di senno.
Per quanto avvezzi a chinare il capo a tutte le sue volontà, pure si
trovò in quel gregge di pecore chi ebbe il coraggio di farsi innanzi e
parlare aperto.
Alcuni gli fecero osservare che l’esercito e il popolo romano, avvezzi
a conquistare colle armi e non colle lagrime, potrebbero spiegare
a mal senso quel progetto. Gli addimostrarono come assurdo fosse
il pretendere di commuovere Sergio Galba, già dai soldati eletto
Imperatore, e Giulio Vindice, l’ardente fautore di lui, il quale con
editti oltraggiosi, con bandi, e cento altre scritture, manifestava
chiaramente in quanto dispregio lo tenesse.
— È vero, — interruppe Nerone, cangiando ad un tratto in cipiglio
l’umile espressione del volto, — sono gravi assai gli oltraggi, che
lancia continuamente contro di me, quel ribaldo. Egli osò perfino
chiamarmi ridicolo cantore, istrione da trivio. Ciò mi ferisce quasi
più che l’opra audace di Galba. Tentai vendicarmi occultamente
d’entrambi, ma sventuratamente finora non sono riuscito per
l’imperdonabile inerzia dei Governatori. Egli è per questo che risolsi
di cambiare consiglio, ed ottenere colla benevolenza quello che potrei
ottenere colla forza.
— E pretendi, — gli fu risposto, — che quei ribelli t’ascoltino? Credi
che Galba e Vindice non sappiano della trama ordita da te contro di
essi? E non temi che s’impadroniscano di te e ti mettano a morte?
Parti, o Cesare, per combattere colle armi e non col pianto, e la tua
vittoria sarà più onorevole e più splendida.
A questa verità inoppugnabile Nerone entrò in pensiero. Poteva
veramente succedere quanto prevedevano quei Padri Coscritti; ma di
partire per combattere, il vile tiranno non voleva saperne; e dopo le
giuste osservazioni di loro, rifuggiva eziandio dal porre ad esecuzione
il suo progetto. Non volendo cedere nè opporsi, troncò bruscamente la
discussione, e li congedò, dicendo:
— Mediterò sui vostri consigli:.... Salvete.
La notizia della strana comunicazione fatta da Nerone al Senato si
sparse rapidamente per la città, e i libelli, i biasimi, le satire
crebbero a dismisura. Ad alta voce si gridava Cesare pazzo e vigliacco.
Le prigionie ed i supplizii, coi quali le autorità cercavano di porre
un argine a codesta marea, a nulla valevano.
Lo avrebbe potuto Nerone ponendosi alla testa delle legioni. Ma
decisamente non sentivasi capace di sì eroica risoluzione. Invece
d’evitare l’abisso, che gli si schiudeva sotto i piedi, studiava il
modo di sfogar l’odio suo contro il popolo romano, e sognava i più
strani propositi di vendetta.
Erano scorsi quasi tre mesi dal giorno in cui palesava il vergognoso
progetto al Senato, allorchè lo fe’ chiamare di nuovo, e scusandosi
di non aver potuto recarsi in persona al tempio di Giove Capitolino,
perchè essendo ammalato di gola, i medici gli vietavano d’uscire,
annunziò che l’Imperatrice Poppea Augusta, era di nuovo incinta, e
ch’egli intendeva di non abbandonarla, e rimaneva in Roma.
Diede loro incarico di provvedere perchè cessassero gli oltraggi
scagliati continuamente contro di lui da una plebe audace, e che si
facesse partire la legione sotto il comando d’uno dei Consoli, ai
quali, da quel momento rendeva i tolti onori e gl’incarichi. E tutto
ilare aggiunse:
— La vittoria delle aquile latine è sicura. Galba e Vindice pagheranno
il fio della loro temerità. Aniceto, tornando da un viaggio, vide
scolpito sopra una tomba un soldato delle Gallie trascinato pei capelli
da un Cavaliere romano. Questo è lietissimo augurio, che avvalora
quanto gli astri predissero all’astrologo Babilo.
I Padri Coscritti, nella maggior parte imbrattati della stessa specie
dei pregiudizii, presero quelle puerilità per buona moneta, e andarono
via contenti, che si facesse almeno partire la legione, e piuttosto che
dare in presenza dei ribelli spettacolo di viltà, Nerone rimanesse.
Questi, a sua volta, soddisfatto e sereno, consumò il resto della
giornata a divertirsi coi suoi organi d’acqua.
Alcuni giorni dopo, cessato il mal di gola, volle suonarli in teatro,
spiegandone egli stesso agli spettatori il meccanismo parte per parte.
Assicurando che le Gallie e le Spagne sarebbero presto dome, volle che
insieme a lui tutta Roma festeggiasse il nascituro erede.
Ordinò adunque i circensi ed altri spettacoli, ai quali presiedette con
gran pompa, mostrandosi a tutti sereno ed altiero.
Un altro giorno invitò il popolo nell’ippodromo degli orti neroniani a
vederlo gareggiare co’ suoi lottatori, i quali, naturalmente, per amor
della paga e della vita, si lasciarono da lui atterrare.
Non contento ancora, presenziò nel circo il giuoco cruento dei
gladiatori. E quando questi si presentarono sotto il suo palco,
salutandolo colla solita formola “Ave Cæsar, morituri te salutant„ quel
codardo ebbe la sfrontatezza di rispondere a quei forti di non temere
la morte.
E tre ne rimasero sull’arena, condannati dal _pollice verso_ delle
Vestali.
Ma più, che per proprio diletto, tutto ciò faceva Nerone per tornare
nelle grazie del popolo romano; ma era la sua opera vana.
Il popolo romano in quegli spettacoli dimenticava per un momento la
rivolta delle Gallie e delle Spagne, plaudiva ai vincitori, ma non un
_Ave_ indirizzava a Cesare, che tornava sempre da quelle feste pieno di
maltalento.
La stizza era in lui accresciuta da una specie di lebbra, ch’eragli
apparsa su tutto il corpo, dopo la guarigione della gola, e gli
dava così insopportabile prudore, che andava talvolta come pazzo a
gettarsi nel lago del giardino. Lo stesso fece un giorno, recandosi con
Cercopiteco ed altri cortigiani ad una merenda nella valle d’Arsoli,
dov’erano le sorgenti dell’Acqua Marcia[119].
Mentre passeggiavano, Nerone ad un tratto si fermò, e spogliatosi
interamente, diede ordine che si portasse una corda.
Gli altri gli dimandarono cosa intendesse di fare.
— Or lo vedrete, — rispose; — voglio rinfrescarmi la pelle, e togliermi
codesto insopportabile prudore.
E legatasi la corda sotto le ascelle, ne diede l’altro capo in mano ad
uno schiavo, e si tuffò nell’acqua, dicendo:
— Così i Romani beveranno la scabbia dell’Imperatore. Ne rimanessero
almeno avvelenati.
Rivolto quindi agli amici, che stavano ad osservarlo dalla sponda,
gridò loro:
— Voi guardatevi dal bere di quest’acqua, se non volete divenir
lebbrosi.
Cercopiteco rispose ridendo:
— Rassicurati, o Cesare, con un acquedotto che percorre sessantunmila
e settecento dieci passi quell’acqua avrà campo di purificarsi
nuovamente. D’altronde io correrei rischio se fossero queste sorgenti
di vino.
Com’ebbe terminato il bagno, Nerone tornò a vestirsi, e dopo la merenda
si rimise cogli amici in viaggio, durante il quale non trovava pace.
L’irritazione della pelle, aumentatasi per le soverchie libazioni, lo
faceva ruggire come una belva, e lo portava quasi al delirio.
E fu in questo stato miserando ch’egli a tarda notte giunse alla casa
Aurea.
Dimandò tosto di Poppea, e gli risposero che riposava.
— Nessuno, — egli disse, — deve dormire, allorchè veglia travagliato
Cesare.
E si diresse verso le stanze dell’Imperatrice.
Il cubiculo di Poppea dava sugli orti, che lo profumavano di fiori, e
col mormorìo delle fonti, collo stormir delle foglie, col canto degli
usignuoli, lusingavano il sonno della bella dormente.
Era quella una notte di paradiso.
Entro la stanza penetrava il raggio della luna, e confondendosi col
chiarore del _licno_, ricopriva di luce misteriosa i _litostroti_[120]
della vôlta e delle pareti.
In quel silenzio, in mezzo a quella ricchezza di stoffe e di
suppellettili, in quell’atmosfera odorosa, tutto spirava pace e
voluttà.
Invece, per distruggere l’incanto, vi penetrò Nerone, guidato dal suo
spirito maligno.
La schiava cubiculare, destinata quella notte a vegliare presso la
porta della sua signora, lo vide attraversare tutto agitato la stanza,
e sollevata la cortina trapunta, penetrare nel cubiculo.
Alcuni istanti dopo egli parlava con voce soffocata dall’ira, e Poppea
rispondeva indignata.
S’udì poscia il rumore d’una lotta, un grido acuto, e Nerone, che
urlando chiedeva soccorso.
Il laido tiranno, schifoso e briaco com’era, aveva desta bruscamente la
moglie, e pretendeva giacere con essa.
Poppea lo aveva respinto dicendo:
— Allontanati, rispetta almeno il mio stato: va a cercare gli amplessi
delle tue concubine.
E siccome l’altro colla forza e la minaccia voleva imporle la
sua volontà, la donna era balzata giù dal letto, difendendosi
energicamente.
Dandogli i più vituperosi titoli, riusciva ad allontanarlo da lei con
sì forte spinta, che quasi lo fe’ stramazzare.
Preso allora da delirio furioso, lo scellerato le lanciava un calcio, e
la colpiva nel ventre.
L’infelice madre, mandando un grido, era caduta riversa sulla sponda
del letto, ed aveva perduto i sensi.
A quella vista Nerone, rientrato in sè stesso, s’era messo ad urlare:
— Soccorso! Soccorso! Schiave, accorrete.
E intanto, tutto convulso, prendeva in braccio la moglie, l’adagiava
sul letto, e baciandola e bagnandole il viso di lagrime, esclamava:
— Ritorna in te, o divina Poppea!... Perdonami!... Son disperato!...
Son maledetto!... Perdona! Perdona! Io non ho amato al mondo che te
sola!
In questo doloroso delirio lo trovarono le ancelle accorse alle sue
grida.
Le due nutrici Egloga ed Alessandria lo persuasero a discostarsi,
per lasciare loro l’agio d’apprestare i rimedi necessarii a farla
rinvenire, finchè giungessero i medici.
Nerone obbedì, e smaniando e gemendo, si mise a passeggiare per la
stanza e sulla terrazza.
Alzando gli occhi al cielo, così sereno, malediceva a quel puro
orizzonte, alla luna, alle stelle, che a lui sembravano in quel momento
uno scherno, ed invocava l’uragano e i fulmini.
Primo a giungere fu il medico di Corte Quinto Stertinio.
Nerone lo chiamò in disparte, e dopo avergli narrato quanto era
accaduto, gli disse:
— Salvala, o Stertinio, e ti prometto di portare annualmente la tua
paga a seicentomila sesterzii[121].
E s’avvicinò con esso al letto di Poppea, che cominciava a rinvenire,
ad agitarsi e mandare lamenti.
Quand’essa lo vide, nascose tutta atterrita il viso nel seno ad
Alessandria, che la teneva abbracciata.
Il medico lo consigliò a ritirarsi per non turbare colla sua presenza
l’inferma, ed egli uscì disperato, strappandosi i capelli e mormorando
tra i denti:
— Son maledetto! Son maledetto!
Si ritirò nella sua zotheca e rimase là per alcuni istanti cogli occhi
lagrimosi fissi in terra, e colle braccia poggiate sulle ginocchia.
Però l’angoscia non gli consentiva di rimanere lungo tempo tranquillo,
e balzando in piedi tornava nell’appartamento di Poppea, e s’avvicinava
alla porta del cubiculo.
Poi, udendo tra il bisbiglio di quelli che le stavano attorno, i
lamenti della sua vittima, correva via, come pazzo, turandosi gli
orecchi.
Ansioso d’aver notizie, usciva nuovamente col cuore tremante dal suo
appartamento, quando s’imbattè in Domizia, che bruscamente gli dimandò
dove andasse.
— Lasciami in pace, — rispose Nerone, — voglio parlare cogli archiatri,
voglio veder Poppea.
— Torna indietro, o sciagurato, — rispose l’altra, — se non vuoi colla
tua presenza affrettare la morte di quell’infelice.
— Che parli tu di morte, o vecchia?
— Non hai più figlio, perchè l’uccidesti, e domani forse non avrai più
moglie.
Nerone cacciò un urlo selvaggio, e respinta violentemente la zia, andò
innanzi.
— Eppure, mi muove a pietà, — mormorò Domizia, seguendolo.
Come fu nella stanza, Nerone non ebbe dapprima il coraggio
d’avvicinarsi al letto insanguinato, presso al quale si tenevano da un
lato i medici, somministrando colliri all’inferma, dall’altro lato le
due nutrici e le schiave cubiculari, che eseguivano gli ordini loro.
Ma poi s’accostò pian piano, e potè veder Poppea senza esser visto da
lei.
La misera ansimava e mandava continui gemiti. Aveva i lineamenti
contratti, le gote suffuse d’un pallore mortale, le labbra bianche, i
negri occhi sepolti in livido cerchio.
Purtuttavia era ancora bellissima, e Nerone si ritrasse più innamorato
e più desolato che mai.
Fe’ venire Quinto Stertinio, e gli chiese se in conseguenza dell’aborto
corresse pericolo la vita della moglie.
L’altro rispose che quando l’aborto è prodotto da colpo violento v’è
più da temere che da sperare.
— La scienza però, — soggiunse il medico vanitoso e cortigiano, — tutto
porrà in opera perchè svanisca il timore, e la speranza si cangi in
realtà.
— Tutti i miei tesori, — esclamò Nerone, — per chi riescirà a
trattenere le _axisie_ della vecchia Atropo, perchè non tronchi il filo
di quella vita, a cui nel delirio attentai, e m’è pur tanto cara.
Quinto andò di nuovo presso l’inferma, e Nerone, non sapendo in qual
modo calmare l’agitato spirito, tornò improvvisamente, nell’impeto del
dolore, dal disprezzo al culto dei Numi.
Dopo aver pregato e pianto nel larario, mandò ordine al Pontefice
Massimo di far aprire tutti i templi per la cerimonia del
_lettisternio_[122] dedicato agli Dei _Averrunci_[123].
Alla dimane i Settemviri Epuloni[124] eseguirono l’ordine di Cesare,
e Senatori, e patrizii, e plebe, quali per istinto pietoso, quali per
accortezza, andarono alla _supplicazione_[125].