Il parricidio.
Il giorno seguente Nerone si recò nelle stanze d’Agrippina e le disse:
— Madre, io voglio che sia pace fra noi. Abbracciami e baciami sulla
bocca e promettimi che questa sera ti presenterai alla cena, che
offro agli amici. Saremo tutti bizzarramente travestiti, e tu avrai il
capo coronato di pampini, i capelli disciolti, porterai sulla spalla
sinistra un manto di pelle di capra e avrai nelle mani il _tirso_[104].
— E che follia è questa? Ti prendi forse giuoco della madre tua?
— La zia Domizia mi narrò che una volta ad un’orgia di Claudio si
presentò improvvisamente una baccante col petto a metà denudato, e col
viso coperto dalla persona[105]. E quella baccante eri tu.
— Fu nella spensieratezza della gioventù, che mi prese quella
vergognosa fantasia.
— E se tale tu la giudichi, o madre, perchè la proponesti a mia moglie?
— Ora comprendo: — rispose Agrippina, — fui denunziata, e tu vieni a
rinfacciarmi la supposta offesa che feci all’Augusta tua sposa.
Ed accompagnò le ultime parole con un sogghigno sardonico.
Nerone, reprimendo gl’impeti della rabbia, rispose sogghignando pur
esso:
— Se non la moglie di Cesare, dovevi almeno rispettare in Poppea
Augusta la madre del tuo drudo.
— Di chi parli? — dimandò Agrippina.
— Del giovinetto Ruffo Crispino, mio figliastro. Negheresti forse che
di quell’imberbe facesti le tue voglie? Anco stanotte tu l’attendevi
forse, ma lo attendesti invano.
— Che facesti di lui? — chiese con ansia la donna.
— Lo desideri?
— Sì, lo desidero ardentemente, poichè vuoi saperlo.
— Confessi dunque che l’amavi.
— E a te che importa? Non sono tua madre, la vedova di Claudio,
arbitra de’ miei sentimenti? E a te, figlio perverso, chi dà il diritto
d’investigare le mie azioni? Palesami tosto ov’egli si trovi.
Nerone rispose con calma terribile:
— Nelle voragini del Tebro, ove fu gettato mentre si divertiva a
pescare.
Agrippina, in preda a furente desolazione, s’avvicinò al figlio colle
braccia levate, e le mani strette in pugno esclamando:
— Ah per tutti gli Dei belva più efferata di te non cinse mai la
diadema dei Cesari.
— Frenati, e ascolta: — rispose Nerone, — quantunque la tresca mal
s’addicesse a te, vedova e madre d’Imperatori, io avrei forse lasciato
quel fanciullo agli amorosi godimenti del tuo cubiculo; ma lo punii per
averti vituperata publicamente, ed aver pronunziate frasi oltraggiose
contro la madre sua, la divina Poppea. E la sua fine sia d’esempio a
tutti coloro, che ardiscono offendere la moglie di Cesare.
— S’egli è a me, che rivolgi queste parole, sappi ch’io disprezzo le
tue minacce; e bada, o scellerato, bada a te stesso, poichè il sangue
delle tue vittime grida vendetta.
E lanciando al figlio uno sguardo terribile, aggiunse gridando:
— Ti sfido.
— Ed io, — rispose Nerone, — la sfida accetto.
Crispino, colla iattanza dei giovinetti, erasi vantato in publico nella
taverna di Salvidieno Orfido dei favori che gli accordava Agrippina,
scendendo ai più laidi particolari dei godimenti notturni, vantando le
belle forme di lei, e sostenendo valer queste assai più che le carni di
sua madre Poppea, avvizzite per le molte battaglie amorose.
Avendolo qualcuno redarguito per le sconvenienti parole, egli aveva
risposto che non essendosi la sua madre mai curata di lui, non aveva
per essa che profondo disprezzo.
Fra i molti ascoltatori dell’imprudente discorso v’erano Isidoro
Cinico, che non mancò di ripeterlo all’universale, e Lucano, dal quale
fu riferito a Seneca, che lo esortò a tacere per non provocare la
vendetta di Cesare contro quel disgraziato.
Ma la cosa non tardò a giungere all’orecchio del tiranno.
Lo seppe da un delatore il giorno stesso che partiva Poppea, ed egli
rimase per compire la vendetta sulla madre e sul drudo, senza curarsi
d’indagare se fosse questi veramente colpevole.
Poi cominciarono le persecuzioni contro la madre. La privò d’ogni
autorità, d’ogni onore, si liberò del tutto dal giogo di lei; la
guardia germanica che custodiva la sua persona le fu tolta. Non
volendola aver vicina per timore d’insidie, la costrinse a lasciare
il palazzo Augustale e prender dimora in uno dei grandi edifizii degli
orti Neroniani.
Non contento di ciò, ordinò ad alcuni suoi agenti segreti di
vilipenderla, di darle ogni sorta di tribolazioni con insulti e
querele. Quand’essa viaggiava per terra o per mare, ordinava a coloro
che l’accompagnavano di molestarla, motteggiandola e facendo rumore
perchè non avesse agio a prender riposo dormendo.
L’energica donna però non si dava per vinta, e con improperii e minacce
continuava a sfidare l’ira del figlio, sicura che questi non oserebbe
attentare ai suoi giorni.
Ma Nerone, meno ingenuo di lei, non aveva la stessa fiducia nei
sentimenti materni, sapendo come Agrippina fosse edotta nella scienza
del delitto.
Conveniva dunque por termine a quella guerra infeconda, che non domava
gli spiriti della madre, la quale provocava sempre e poteva tradurre in
atto le sue minacce.
Era venuto il momento di pensare alla propria salvezza, sacrificando
lei.
E cominciò a studiare il modo di farlo, senza essere accusato di
parricidio, adoperando le arti usate nell’uccisione di Britannico.
Servirsi del veleno era inutile, poichè l’astuta Agrippina era
provvista di tutti gli antidoti, rimedii indispensabili per chi viveva
in quell’epoca e in quella Corte.
Una sera essa ad ora tarda sedeva nel gabinetto attiguo al cubiculo e
lavorava per ingannare le insonnie, prodotte dal turbamento dei nervi,
dall’ira, dal desiderio della vendetta, combattuto in lei dalla tema e
da un resto d’affetto pel figlio.
Tutto a un tratto udì un fracasso nella stanza vicina.
Balzò in piedi esterrefatta, prese la lampada, e respirando a stento
pei violenti palpiti del cuore, andò a vedere cosa fosse accaduto.
La parte del soffitto soprastante al letto era precipitata a basso. Ove
in quel momento avesse giaciuto, essa sarebbe rimasta schiacciata.
Alla mattina un giovine dalle mani e dal volto anneriti, si teneva
tutto umile e pauroso davanti all’Imperatore, a poca distanza dal
palazzo ove abitava Agrippina.
— Stupido artefice, — gli diceva a bassa voce Nerone, — come hai tu
eseguito gli ordini miei?
— La credeva dormente da lungo tempo nel suo letto, — rispondeva
l’altro tremando. — Allorchè terminava di segare il ferro del palco,
era già da tre ore trascorsa la mezzanotte, e purtuttavia essa era
ancora levata. Come poteva io supporlo?
Nerone alzò le spalle con aria di disprezzo, e mosse verso la casa per
presentarsi alla madre.
La trovò nell’exedra in compagnia di Seneca, e andò per abbracciarla,
congratulandosi che fosse così miracolosamente scampata a certa morte.
Agrippina rimase impassibile. Non s’immaginava che la caduta del palco
fosse stata un attentato del figlio; ma alle ipocrite dimostrazioni non
credeva.
Seneca, ch’era rimasto in silenzio, non togliendo mai lo sguardo
scrutatore da Nerone, come questi stava per partire, gli disse:
— Mi giunse stamane un’inaspettata novella che anche a te riuscirà
gradita, perchè potrai finalmente compiere un atto di giustizia, che
tutta Roma reclama. In una _caupona_[106] a poca distanza da Roma,
travestito da villico, fu scoperto da alcuni soldati lo scellerato
Aniceto.
Fu sorpreso Nerone a tale annunzio; ma dimostrò più contentezza che
sdegno.
Allorchè il maestro gli dimandò se al colpevole si dovesse infliggere
l’estremo supplizio, l’altro rispose di farlo prima condurre davanti a
lui.
E Seneca, rimasto solo con Agrippina, disse a questa:
— Gl’innocenti muoiono: ma quel tristo vivrà.
Quando Aniceto incatenato si trovò alla presenza di Cesare, si gettò in
ginocchio piangendo e chiedendo pietà.
— No, — disse Nerone, — tu meriti mille morti per aver osato un giorno
attentare al pudore d’Ottavia, all’onor mio.
L’impudente negò: giurando per gli Dei che l’estinta aveva mentito.
— Ebbene, tu m’aiutasti a disfarmi di lei, ed ora, se vuoi salva
la vita, devi col tuo malvagio talento trovare il modo che scompaia
la madre, senza che venga a me attribuito il delitto, ma sibbene al
caso. Se l’ingegno non ti farà difetto, allora farò trarti dal carcere
Mamertino.
E lo fece di nuovo consegnare ai soldati.
Poscia partì per Baja, e di là, dopo qualche tempo scrisse una
tenerissima lettera alla madre, ch’erasi ritirata in una sua villa
presso il lago di Lucino, scongiurandola di venire, sentendosi egli
assai sofferente, e di riconciliarsi nuovamente con lui e con Poppea,
ed amar questa, come aveva amata Ottavia.
Agrippina protestò che tra lei e Poppea non poteva esservi che odio,
odio eterno; nè porrebbe il piede nella villa di Bauli, ove dimorava
chi aveva fatto uccidere Ottavia e discacciare lei dalla casa dei
Cesari.
Nerone però, colla più raffinata ipocrisia, continuò ad insistere,
dipingendo così al vivo il desiderio di riveder la madre, di
riabbracciarla, che questa finalmente acconsentì, e lasciata la sua
villa, recossi a Napoli dove l’attendeva la nave, mandatale dal figlio
per trasportarla a Baja.
Benchè spirasse propizio il vento, e fosse tranquillo il mare, appena
salpato, tanto essa, che la sua confidente Acerronia, s’avvidero che la
nave solcava le onde stentatamente e piegava a tribordo.
Volendo di ciò avere una spiegazione, mandò l’Acerronia nella stanzetta
a poppa, dov’era il maestro che dirigeva la navigazione.
Prima che la confidente tornasse, s’udì uno scroscio tremendo, e la
parte posteriore della nave, dov’era il padiglione dell’Imperatrice,
cominciò ad affondare.
Agrippina gridò al soccorso; ma tutti s’erano gettati in mare e,
quali nuotando, quali aggrappati ad assi e travi, senza darle ascolto,
continuavano innanzi.
La sola ad accorrere era stata Acerronia che cadde nelle onde con lei
e fu tosto sommersa, mentre Agrippina, che sapeva nuotare, ed era donna
coraggiosa e forte, malgrado l’impaccio delle vesti, riuscì a salvarsi.
Appena presa terra, cadde sfinita.
Un po’ più lungo tragitto a percorrere, e l’infernale invenzione
d’Aniceto avrebbe pienamente assecondati i desideri del parricida.
Il pedagogo, che dalla riva aveva assistito al disastro, come vide
sfasciarsi la nave, e l’opera sua compiuta, montò sopra un piccolo
naviglio, che salpava per le coste della Campania, e si recò a Baja per
darne l’annunzio a Nerone.
Lieto il tiranno d’essersi liberato alla fine di quella donna, divenuta
oramai nemica implacabile, rimunerò largamente il suo complice, e
comunicò la notizia alla moglie, dicendo:
— Così il Fato volle far vendetta dell’odio, ch’essa nutriva contro di
te.
— Sei tu forse che facesti uccidere la madre? — chiese Poppea,
turbandosi.
E Nerone cinicamente rispose:
— Forse. Anche il Fato obbedisce alla volontà di Cesare.
Alcuni giorni dopo ricevette un foglio, e impallidì, riconoscendo i
caratteri d’Agrippina.
Essa gli partecipava d’essere sana e salva nella sua villa presso il
lago di Lucino, ed aggiungeva queste fiere parole:
“Muzio Scevola, per aver colpito invece di Porsenna il segretario di
lui, pose la mano sui carboni ardenti; tu che uccidesti la confidente
Acerronia, invece di tua madre, dovresti precipitarti nei crateri
dell’Etna, figlio perverso.„
Nerone, pieno di furore per vedersi scornato e scoperto, decise di
smettere l’ipocrisia e finirla una volta, compiendo sfacciatamente il
parricidio.
Partì per Roma, e fatto venire Aniceto, ch’eravi tornato da alcuni
giorni, lo rimproverò per la mala riuscita, e gli ordinò di recarsi con
alcuni centurioni sul lago di Lucino per uccidere Agrippina.
L’altro titubava, non volendo tramutarsi da occulto complice in aperto
sicario; ma Nerone ve lo costrinse colla minaccia d’eseguire contro di
lui la sospesa sentenza.
Allorchè partecipò alla moglie come la madre fosse riuscita a salvarsi,
essa diede in un sospiro ed esclamò:
— Sian rese grazie ai Numi.
— Per la sua vita tu preghi, o sconsigliata?
— Come Imperatrice, — essa rispose, — le improperie dei vivi non
curo, poichè non ponno salire fino a me; ma come moglie e madre la
maledizione delle vittime pavento.
A queste parole il tiranno superstizioso si turbò.
— Siano dunque rese grazie ai Numi per la salvezza di lei, — ripetè
Poppea.
La vecchia Domizia, il genio malefico di Nerone, ne provò dispetto, e
quando tornò Aniceto ad annunziare che Agrippina era morta, abbracciò
il nipote, e disse che andrebbe ad offrire olocausti a Nemesi[107].
Nerone volle che Aniceto gli narrasse il fatto nei più minuti dettagli,
e che fossero presenti al racconto i centurioni, che lo avevano
accompagnato, come testimonii che il pedagogo asseriva il vero.
— Giungemmo, — cominciò il malvagio, — ch’era alta la notte. La porta
della villa era chiusa, e noi ne percotemmo più volte l’ansa sul
picchio. Venne finalmente l’ostiario, ed aprì, sentendo ch’eravamo gli
inviati del divo Cesare.
— Sareste stati più saggi non pronunziando il mio nome, — interruppe
Nerone.
E senz’altro aggiungere gli ordinò di continuare.
— Entrammo nel palazzo, e penetrati nel cubiculo, la sopraccogliemmo
distesa nuda sul letto. Non potei a meno d’arrestarmi un istante ad
ammirare quelle bellissime forme. In questo essa aprì gli occhi, si
levò sul fianco, guardandoci bieca, e quasi sfidandoci. Io la colpii
col pugio, ma leggermente, ond’essa gettandosi supina e mostrando
coraggio inaudito, gridò: “_ventrem feri_„[108]. Allora il centurione
Fulvio v’immerse il gladio, ed essa prima di spirare, digrignando i
denti, e sbarrando gli occhi disse....
E qui Aniceto esitò.
— Che disse? — chiese imperiosamente il tiranno.
— Non oso....
— Parla.
— Disse: su lui, sulla moglie, sui figli la mia maledizione. Furono
queste le sue ultime parole.
Nerone impose loro di non ripeterle ad alcuno, e li rimandò.
Pose ogni studio cogli altri per simulare indifferenza dopo il
parricidio, e nascondeva il profondo terrore, che aveva prodotto
nell’anima sua la maledizione materna.
Aveva fatto uccidere Agrippina per timore dell’odio ch’egli le aveva
inspirato, e morta lo spaventava ancor più. Così lo scellerato trovava
la punizione nel suo stesso delitto.
Ma, come dissi, non volendo mostrarsi pusillanime, nulla dava a
divedere.
Colla bella sposa ostentava maggior desiderio di voluttuose ebrezze.
Nelle orgie cogli amici mentiva la più sfrenata allegria. Percorreva le
vie a cavallo, o guidando la biga, e si mostrava ai publici spettacoli,
fiero sempre guardando il popolo, che muto, e quasi irriverente
rimaneva sul suo passaggio, quantunque il Senato fosse stato costretto
ad approvare l’operato di Nerone.
Nel tempo stesso però segretamente ordinava ad alcuni maghi di fare
certi incanti per scongiurare gli effetti della maledizione.
Quello che a lui riesciva grave oltremodo era il contegno di Seneca.
Lo vedeva malinconico, torvo, taciturno; ma dal suo labbro non era
sfuggita mai una sola parola che stimatizzasse l’orrendo delitto.
Avrebbe preferito ch’egli venisse da lui aspramente rinfacciato, per
potersi sfogare, opponendo all’audacia dell’accusatore, l’audacia
dell’accusato.
Un giorno, che lo vide presentarsi più cupo dell’usato, non potè
frenarsi, e gli disse:
— O tenebroso maestro, che hai? Perchè non parli?
— Ove tace la tua coscienza, — rispose Seneca, — ogni altra voce
riuscirebbe vana. D’altronde parla abbastanza il raccapriccio
universale, ed è inutile che il mio grido di riprovazione s’unisca a
quello dei popoli, che il tuo mal governo, la tua ferocia ha stancati.
— Ma di questo non vedo la prova.
— E che sono mai le satire atroci che si scagliano contro di te, e
nelle quali sei chiamato Oreste ed Alcmeone, uccisori delle madri;
Apollo cetratore, che lancia saette; vero discendente d’Enea, perchè
questi portò via il padre, e tu togliesti via la madre? E l’istrione
Dato, recitando in tua presenza, non ha detto forse: Va sano, padre
mio, va sana, madre mia! fingendo l’Imperatore Claudio a tavola, e la
diva Agrippina nuotando? E, rivolgendosi verso il Senato, non aggiunse:
l’orco, ora verso voi addrizza il piede?
— Tu narri cose ch’io già sapeva, — interruppe, sorridendo, Nerone. —
Si vede che ti racchiudi nel tuo broncio, e vivi solitario, altrimenti
avresti saputo che agli autori di siffatte contumelie perdonai, e
l’istrione, per le sue ardite allusioni, non condannai che all’esilio.
— Ebbene, se disprezzi tanto quello che contro di te si dice, e si
scrive, a che pro’ avrei parlato? Parlo adesso per riferirti cose nelle
quali tu forse intravedrai la vendetta divina.
Nerone, nascondendo l’interna trepidanza, dimandò di che egli
intendesse parlare.
Seneca rispose:
— Vergogne in Oriente, ove nella ribellata Armenia i nostri soldati
furono condannati all’ignominia del giogo e dove la Soria minaccia
di sottrarsi al dominio dell’Impero. Vergogne in Anglia, dove fummo
sconfitti, e dove due terre delle principali furono poste a sacco con
grande sterminio di romani e dei loro amici. Vergogne nella Gallia dove
il vicepretore Giulio Vindice ha chiamato a rivolta il popolo contro il
dominio tuo.
— Ebbene, rassicurati, — rispose Nerone, — che in Oriente, in Anglia,
in Gallia, la forza delle nostre legioni farà ragione delle vendette
celesti. Ricordati che l’Oracolo d’Apolline mi fu propizio, e mi
predisse lunga vita, dicendomi che pensassi all’anno settantesimo
terzo, volendo predirmi in quell’anno la morte. Come tu vedi, Apolline,
ch’è Nume anch’esso, mi concede ancora quasi dieci lustri d’esistenza.
— E sei tu sicuro d’aver giustamente interpetrato il suo responso?
Nerone, adirato esclamò:
— O imprudente Maestro, non farti profeta dei danni miei, non spingermi
all’ira, se non vuoi ch’io dimentichi d’aver giurato che a te non avrei
torto un capello.
— Altra volta te lo dissi, — rispose Seneca con ammirevole calma, — la
morte non temo, e con animo sereno, l’attendo. Uccidimi pure; ma pensa
a vendicare l’onore oltraggiato delle aquile latine.
Il tiranno invece pensava a cómpito più facile; quello di vendicarsi di
lui.
Altri funesti avvenimenti vennero però a distorlo dal fiero proposito.