CAPITOLO XXV.

La Congiura di Pisone.

Era venuto l’autunno, autunno lugubre, di quelli in cui le morte

foglie sono portate via dal vento rigido e quasi brumale, e il cielo

si riveste di quel nuvolo grigio, uniforme, che impedisce al sole di

riscaldare coi suoi raggi la moribonda natura. Alla tetra atmosfera

aggiungasi la desolazione, che spargeva nella città una fiera

pestilenza, che mieteva vittime a migliaia[109].

Non si vedevano che agonizzanti e morti, trasportati dai vespilloni

sulle spalle, o distesi su _capuli_[110] o ammonticchiati su rozze

carrette.

Molti cittadini correvano esterrefatti per le vie e spesso cadevano

colpiti dal morbo, e da tutti fuggiti. Qua e là dalle case uscivano

i lamenti di qualche povero appestato, e i pietosi della famiglia

venivano sul limitare a chieder soccorso di medici e di farmacisti. Non

più feste, non più spettacoli. I patrizii andavano a cercare uno scampo

nelle ville suburbane, o si tenevano chiusi nei loro palazzi, ai quali

era a tutti impedito l’accesso. Male si riconosceva in quelle turbe

spaventate ed afflitte il gaio popolo del _panem et circenses_.

Ogni giorno i Sacerdoti offrivano sagrifizi ai Numi, e i devoti pagani

gremivano i templi e pregavano dinanzi ai delubri colle braccia levate

al cielo.

Nelle catacombe i cristiani supplicavano Dio per la salute di tutti,

curando nel tempo stesso gl’infermi, lavorando ad aprire incavature

nelle pareti delle callaje, dove i fossatori seppellivano i cadaveri.

I due Apostoli Paolo e Luca tutto dirigevano, e fra quelli che più si

mostravano ferventi in quell’opera di carità, notavasi un giovine, che

indossava la candida tunica di neofito.

Era costui il citaredo Menecrate, che da poco tempo aveva ricevuto il

battesimo.

Sua madre aveva lottato per dissuaderlo dall’abbracciare la nuova fede;

ma vedendolo fermo nel suo proposito e infervorato nel culto cristiano,

lo aveva lasciato fare. Essa però aveva voluto conservare la religione

dei padri suoi. Menecrate n’era desolato, ma non osava insistere per

indurla a seguire il suo esempio, perchè Paolo gli aveva detto che le

conversioni fatte per riguardo, e non per convincimento, non riuscivano

gradite a Dio.

Il terribile flagello dava occasione al citaredo di spiegare tutto il

fervore del neofito, portando l’opera sua pietosa dalle catacombe nelle

case visitate dal dolore.

Facevano sconcio contrasto alla costernazione della città i tripudi

della casa Aurea.

Nerone sfoggiava nell’ostentazione del buon umore e della

spensieratezza, quanto più forte era in lui l’interno turbamento.

Talvolta però la stessa sua esagerata ilarità lo tradiva.

Una sera gavazzava nella _comissatio_ co’ suoi cortigiani, e più

ebro del solito, ora cantava, ora dava la baia a qualcuno, ora si

portava ad atti osceni con Sporo, ch’eragli vicino vestito da donna, e

sollevandogli la tunica lo mostrava nudo agli altri.

Vedendo Cercopiteco, che sedeva pensieroso e non beveva, gli disse:

— O Panerote, dacchè è scoppiata la peste, tu non sei più quello. Le

tue paropsidi, i tuoi calici rimangono spesso vuoti. Hai tu forse paura

di morire?

— Sì, divo Cesare, perchè la morte è così brutta cosa, che a tutti

dispiace, specialmente ai gaudenti.

— Fatti cuore, e fingi almeno allegria.

— Io non so dominarmi come tu sai.

— Oseresti forse credere che in questo momento la mia gaiezza sia

maschera a qualche grave cura?

— È impossibile che ciò non sia, — entrò a dire Lucano, ch’era presente.

— Cosa ne sai tu, o misero poeta! — chiese Nerone guardandolo bieco.

— E chi, — rispose l’altro, — oserebbe supporre il divo Cesare

indifferente alle sventure di Roma?

I fumi del vino impedirono a Nerone di rilevare il sarcasmo di quelle

parole.

— E quand’anche piangessi, la morìa non cesserebbe per questo. Tu pensa

ai casi tuoi e non occuparti d’indagare i sentimenti miei.

— Quello che ti dev’esser riuscito assai doloroso, — entrò a dire

Cercopiteco, — è la perdita della nave che ti portava cose preziose.

— Vedete, o amici, io son sicuro che i pesci me le renderanno, tanto

sono fortunato. Si beva dunque alla mia fortuna. Viva Bacco, Evoè!

Alzò il nappo e tosto lo gettò.

Egli aveva udito nelle altre stanze voci di pianto.

Sbarrò gli occhi, si fe’ livido in volto e corse via.

I pianti venivano dalle stanze, in cui dormiva la piccola Claudia, che

giaceva cadavere nella sua culla.

Da un lato si teneva ancora l’archiatro, che da varii giorni veniva

a visitarla, perchè sofferente, e tentava ancora in quel momento di

richiamarla in vita.

Dall’altro sedeva la madre, cogli occhi torvi, senza una lagrima, e

con espressione di volto in cui traspariva misto al muto dolore il

rammarico, mentre in fondo alla stanza Egloga, Alessandria ed altre

schiave mandavano grida, si stracciavano le vesti, e si strappavano i

capelli.

Il tiranno, briaco, barcollante s’avvicinò alla culla e diede in un

urlo da belva. In quello scatto di dolore tradì sè stesso e lasciò

libero sfogo ai rimorsi e alle apprensioni, che con tanto studio aveva

cercato di nascondere.

Per due volte, come un ruggito, uscì dalle sue labbra questa

esclamazione.

— La maledizione! La maledizione!

— Sì, — mormorò Poppea, cogli occhi fissi a terra.

Essa sembrava irritata contro il marito per aver provocato col

parricidio l’ira dei Numi, la maledizione della vittima. Ma non essendo

l’amor di madre molto possente in lei, che solo sè stessa amava, più

che per le sventure presenti se ne preoccupava per l’avvenire. Forse

potrebbe toccarle la stessa sorte di Claudia, forse potrebbe un morbo

danneggiarla nella bellezza. Potrebbe forse insieme a Nerone esser

precipitata dal trono, e perder così tutto ciò che lusingava la sua

ambizione.

In preda a sinistri presentimenti, rimaneva seduta, silenziosa,

guardando freddamente il marito, il quale, dopo aver dato in smanie

grandissime, uscì di là, e andò a chiudersi nella sua zotheca.

Intanto i convitati, udendo dagli schiavi triclinarii della sventura

da cui in quel momento era stata colta la famiglia imperiale,

s’allontanarono mogi mogi dalla casa Aurea.

Scendevano il colle, ragionando fra loro, e udivano qua e là dei

lamenti, ed imbattevansi in drappelli funebri rischiarati da torcie

resinose.

Cercopiteco uscì in queste parole:

— Morti di qua, morti di là. — Oh che allegre cene divennero quelle del

divo Cesare! Oh i deliziosi spettacoli che offre Roma! V’è da far morir

d’indigestione anche l’egizio Polifago, il divoratore di carne umana.

— La tua ingordigia è messa a dura prova, — gli disse Spettillo

Mirmillone. — Se la dura così, non godrai a lungo dei possedimenti, che

avesti in dono da Cesare.

— Taci, augello di malaugurio, — interruppe Epafrodito, scrivano di

memoriali, — non vedi come il povero Cercopiteco trema per la paura! È

più morto che vivo.

E alcuni dei più spensierati e più ebri, i quali allontanandosi dalla

casa Augustale, avevano ripreso il buon umore, e più non pensavano alla

_comissatio_, così tristamente interrotta, e si ridevano della morìa,

circondarono Cercopiteco, imitando le grida e gli atteggiamenti delle

prefiche.

Panerote, senza sgomentarsi, esclamò:

— Oh come questa musica m’è grata! Io spero presto di godermela ai

funeri di tutti voi.

— Costoro m’infastidiscono coi loro motteggi, colle loro risa, — disse

Lucano all’orecchio di Flavio Sverino; — allontaniamoci da codesti

avvinazzati, che neppure la maestà della morte rispettano.

E preso sotto braccio l’amico, s’allontanarono, senza che il resto

della comitiva se ne avvedesse.

Dopo aver proceduto per alcuni istanti in silenzio, riprese:

— Oh come mi riesce grave ormai d’assistere a queste cene; e me ne

asterrei di buon grado, ove non imponesse a me questo sagrifizio

l’obbedienza a mio zio.

— Ed io ci vengo per non dar sospetti, — rispose Sverino.

Lucano riprese:

— La sventura toccata a Nerone temo che danneggi i nostri disegni. Il

popolo è volubile, e passa facilmente dall’odio alla pietà. È capace

di dimenticare la misera fine d’Agrippina per la morte di Claudia.

Egli ieri forse ci avrebbe seguiti per rovesciare dal trono il figlio

snaturato, ma oggi compiangerà il divo Cesare e non vorrà saperne di

ribellarsi a lui in questo momento.

Flavio Sverino, ch’era giovine ardentissimo, e che anelava al momento

di vendicare la morte di Britannico del quale era stato fervido

partigiano, rispose:

— Oh non dobbiamo perderci in simili riflessioni. Tutto è pronto

oramai, e il procrastinare riuscirebbe dannoso. Il pretoriano Missizio

persuade nascostamente i suoi compagni a proclamare Imperatore Gneo

Calpurnio Pisone, e il popolo, che lo ama, e lo apprezza, come uno dei

più eccelsi cittadini di Roma, s’unirà a loro per far giustizia dello

scellerato Enobardo, e proclamar Pisone.

— Vorrei dividere, o Flavio, le tue rosee previsioni, come divido i

tuoi desiderii; ma io non ho fede che l’odio del popolo sia ancora

così forte da farlo insorgere contro la mala signoria. Nerone sa

cattivarselo colla generosità e cogli spettacoli.

— Fu la volontà dei soldati pretoriani che impose a Roma l’Imperatore

Claudio, dopo il _répete_[111] fatale dei congiurati, che uccisero

Caligola. Così, ucciso Nerone, alzeremo sugli scudi Gneo Calpurnio.

— Tu conti sui pretoriani, ma non fai calcolo alcuno sopra i soldati

che si trovano nelle Gallie, nelle Spagne ed in altre regioni, che

tentano sottrarsi al dominio di Roma. Il vicepretore Giulio Vindice s’è

posto alla testa delle ribellate legioni delle Gallie.

— Questo m’è noto.

— Non sai però che altrettanto si minaccia nelle due Spagne. Lo seppi

oggi stesso da mio zio Seneca. E Sergio Galba, che comanda in quelle

provincia, non è uomo da lasciarsi sfuggire l’occasione per usurpare

il trono di Roma, tanto più che ve lo spinge lo stesso Giulio Vindice.

Quand’anco si riuscisse a porre sul capo di Pisone la diadema dei

Cesari, egli avrebbe in Galba un tremendo competitore.

— Ragione di più per non ristar dall’impresa. Quando l’opera sarà

compiuta, farà Pisone quello che non fece l’indolente Enobardo, che

pone in non cale il nome e la gloria di Roma. Intanto io ti scongiuro

per la nostra amicizia di non palesare a Gneo Calpurnio questi tuoi

dubbi. Egli che così a malincuore accettò la nostra offerta dopo la

morte di Britannico, potrebbe tornare nell’ostinato rifiuto, e ciò

produrrebbe forse lo scoraggiamento nei congiurati.

— A ciò, — rispose Lucano, — non posso acconsentire, perchè mi ripugna

di nascondere la mia opinione ed ingannare l’insigne cittadino. E da

ciò dovrebbe rifuggire anche la tua coscienza, o giovine dabbene.

— No, perchè sono convinto che la nostra impresa avrà felice successo.

— Ne dubito.

— E i tuoi dubbi nascondi, poichè potrebbero dagli altri essere

interpretati a mal senso. Ti si accuserebbe forse d’essere entrato

nella congiura per sventarla.

— Lo pensi tu?

— Io no.

— E al pari di te non lo pensa certo Gneo Calpurnio, il quale sa bene

ch’io mi sono unito a voi, non solo per l’orrore che m’inspirarono i

delitti di Nerone, e sopratutto l’eccidio d’Ottavia, ma perchè credo

oggi minacciata la vita mia e quella di Seneca.

— Certo che hai ben ragione d’essere offeso della severità sua

contro di te, dopo la benevolenza che t’aveva dimostrata. E tutto ciò

pel dispetto che gl’inspira la tua maestria nell’arte poetica, che

pretenderebbe inferiore alla sua. Ma parlami franco, o Lucano, non v’è

forse latente in lui altra gelosia?

— E quale?

— Poppea Augusta nutre tuttora per te grande amicizia, e so che ti

protegge, e come poeta ti stima assai. È forse qui la ragione dell’odio

suo.

— Può darsi, tanto più ch’ella imprudentemente disse a lui che nessuno

poteva superarmi nel verseggiare. Dopo l’esempio d’Aulo Plancio e

dell’istrione Paride tutto ho da temere.

Sverino soggiunse:

— La vanità di lui è feroce, quanto la gelosia per le sue donne.

Così parlando, erano giunti davanti alla casa di Seneca, presso cui

dimorava Lucano.

— Il filosofo veglia ancora, — disse Flavio, guardando due finestre

internamente illuminate.

— Egli è uso a rimanere nella zotheca fino a tarda notte. Dopo la morte

d’Agrippina mi diceva un giorno che sentendo di dover morir presto,

voleva dormir meno per vivere di più ed aver tempo di correggere i

sette libri delle _Questioni naturali_, che dedica al suo amico Lucilio

Junio. Esso è omai convinto che lo attende la sorte di Burro, e cadrà

vittima ancor esso della ferocia di Cesare.

— E perchè, — osservò Sverino, — vuole sacrificarsi, perchè non

abbandona il tiranno, che egli troppo compiacque, assecondandolo anche

negli stessi delitti?

— Calunnie di Dione Cassio, e del pedagogo Aniceto, alle quali non

conviene prestar fede.

— In ogni caso, ora ch’egli non è più Pretore, ora che bene o male

ha radunato ingenti ricchezze, dovrebbe andare a godersele tranquillo

nella nativa Cordova.

— Io glielo consigliai, e mi rispose che se davanti un pericolo può

fuggire un poeta, non fugge uno stoico.

In questo videro avanzarsi una lettiga, che s’arrestò innanzi alla

casa, e ne discese Seneca.

Avendo saputa la morte della bambina, erasi recato alla casa Aurea per

visitar Nerone.

— E lo vedesti? — chiese Lucano.

— No, rifiutò di ricevermi, e a ciò m’attendeva, poichè ora mi ritiene

profeta di malaugurio. Ma lo sfregio non curo, e mi basta d’aver fatto

quanto m’imponevano la pietà e il dovere.

Detto ciò salutò Flavio Sverino, che congedandosi, disse a Lucano a

bassa voce:

— Non conviene tardare. All’opra! All’opra! A rivederci in casa di Gneo

Calpurnio. Vale.

— Vale, — rispose l’altro.

E seguì lo zio.

La prima volta che s’adunarono presso Pisone, il saggio cittadino,

senza che Lucano parlasse, tentò egli stesso di frenare l’impeto

dei congiurati impazienti, tra i quali primeggiava Plauzio Laterano,

insofferente di lasciare ancora invendicata la figlia.

Il prudente Calpurnio minacciava d’abbandonarli, ove vedesse l’esito

dell’impresa compromesso dalle improntitudini.

— Già, — egli disse, — corre troppo sulle bocche il nome mio. Isidoro

Cinico mi riferì che nella taverna di Salvidieno Orfido qualcuno

asseriva d’aver inteso a vociferare d’una trama per rovesciare Nerone.

— Più si tarderà, — osservavano Flavio ed altri congiurati, — e più

correremo rischio d’essere scoperti.

Mentre così discutevano, senza che riuscisse a Pisone di persuadere gli

amici ardenti, giunse in ritardo Marco Anneo Lucano.

Dopo aver stretta la mano a Pisone e agli altri, chiamò in disparte

Flavio Sverino, e gli disse alcune parole all’orecchio.

L’altro, turbandosi, esclamò:

— Milito!!

— Sì, lo vidi uscire collo scellerato da una taverna della Suburra e

consegnare a lui un foglio.

Sverino rimase cogitabondo.

— Ma tu, — riprese Lucano, — hai fiducia in lui?

— L’ebbi finora, vedendolo così fervente nell’aiutare la nostra

impresa. E chi sa, forse in quel momento s’adoperava per noi, cercando

di scalzarlo su quanto si fa e si pensa nella casa Aurea.

— Noi lo sappiamo senza bisogno di lui. Quel tristo poi è uomo astuto,

che compra e non vende.

— Discaccerò Milito! — esclamò con impeto Flavio Sverino.

— Sorveglialo, e sarà miglior consiglio, — rispose Lucano.

Quindi, tornarono a riunirsi agli altri amici, che parlarono della

notizia giunta che le due Spagne s’erano ribellate sotto il comando di

Sergio Galba.

Lucano narrò come a quest’annunzio Nerone, già eccitato per le sventure

che lo colpivano, fosse rimasto a giacere per molto tempo quasi privo

di sensi, e tornato poi in sè, si fosse stracciate di dosso le vesti,

avesse dato del capo contro le pareti, dichiarandosi spacciato e

prevedendo di perdere l’impero.

Tutto ciò nell’assemblea diè causa vinta a coloro che chiedevano d’agir

subito.

— Popolo e soldati, — essi dicevano, — dimostrano apertamente il

loro malcontento contro l’imbelle Cesare, non buono ad altro che ad

assassinare gl’innocenti, a gozzovigliare, a manomettere lo Stato,

e nelle gravi contingenze a piangere come un fanciullo, invece di

sguainare la spada.

Lo stesso Pisone, associandosi loro, disse che il momento era veramente

propizio per tentar l’impresa.

E terminò dicendo:

— Si liberi dunque Roma da tanta vergogna. Sia precipitato dal

trono dei Cesari l’esoso Enobardo. Siete tutti pronti a vincere, e

se fallisse l’impresa ad affrontare coraggiosamente la vendetta del

tiranno?

— Tutti! — risposero gli altri ad una voce.

Siccome in quei giorni Nerone, in preda a profondo abbattimento, non

usciva dal suo palazzo, decisero d’introdursi di notte tempo nella

casa Aurea, e trucidatolo nel suo letto, proclamare all’istante Pisone

Imperatore.

Missizio sollevò dei dubbi su questo progetto, che in caso

d’insuccesso, poteva riuscir fatale ai soldati del pretorio. Gli altri

però infatuati com’erano, e sicuri dell’esito, non gli badarono.

Stabilito ch’ebbero il giorno e l’ora, si separarono, stringendosi la

mano e ripetendo il grido del congiurati di Caligola, _répete! répete!_

Le donne di Nerone · 第 35 / 54 题