La Congiura di Pisone.
Era venuto l’autunno, autunno lugubre, di quelli in cui le morte
foglie sono portate via dal vento rigido e quasi brumale, e il cielo
si riveste di quel nuvolo grigio, uniforme, che impedisce al sole di
riscaldare coi suoi raggi la moribonda natura. Alla tetra atmosfera
aggiungasi la desolazione, che spargeva nella città una fiera
pestilenza, che mieteva vittime a migliaia[109].
Non si vedevano che agonizzanti e morti, trasportati dai vespilloni
sulle spalle, o distesi su _capuli_[110] o ammonticchiati su rozze
carrette.
Molti cittadini correvano esterrefatti per le vie e spesso cadevano
colpiti dal morbo, e da tutti fuggiti. Qua e là dalle case uscivano
i lamenti di qualche povero appestato, e i pietosi della famiglia
venivano sul limitare a chieder soccorso di medici e di farmacisti. Non
più feste, non più spettacoli. I patrizii andavano a cercare uno scampo
nelle ville suburbane, o si tenevano chiusi nei loro palazzi, ai quali
era a tutti impedito l’accesso. Male si riconosceva in quelle turbe
spaventate ed afflitte il gaio popolo del _panem et circenses_.
Ogni giorno i Sacerdoti offrivano sagrifizi ai Numi, e i devoti pagani
gremivano i templi e pregavano dinanzi ai delubri colle braccia levate
al cielo.
Nelle catacombe i cristiani supplicavano Dio per la salute di tutti,
curando nel tempo stesso gl’infermi, lavorando ad aprire incavature
nelle pareti delle callaje, dove i fossatori seppellivano i cadaveri.
I due Apostoli Paolo e Luca tutto dirigevano, e fra quelli che più si
mostravano ferventi in quell’opera di carità, notavasi un giovine, che
indossava la candida tunica di neofito.
Era costui il citaredo Menecrate, che da poco tempo aveva ricevuto il
battesimo.
Sua madre aveva lottato per dissuaderlo dall’abbracciare la nuova fede;
ma vedendolo fermo nel suo proposito e infervorato nel culto cristiano,
lo aveva lasciato fare. Essa però aveva voluto conservare la religione
dei padri suoi. Menecrate n’era desolato, ma non osava insistere per
indurla a seguire il suo esempio, perchè Paolo gli aveva detto che le
conversioni fatte per riguardo, e non per convincimento, non riuscivano
gradite a Dio.
Il terribile flagello dava occasione al citaredo di spiegare tutto il
fervore del neofito, portando l’opera sua pietosa dalle catacombe nelle
case visitate dal dolore.
Facevano sconcio contrasto alla costernazione della città i tripudi
della casa Aurea.
Nerone sfoggiava nell’ostentazione del buon umore e della
spensieratezza, quanto più forte era in lui l’interno turbamento.
Talvolta però la stessa sua esagerata ilarità lo tradiva.
Una sera gavazzava nella _comissatio_ co’ suoi cortigiani, e più
ebro del solito, ora cantava, ora dava la baia a qualcuno, ora si
portava ad atti osceni con Sporo, ch’eragli vicino vestito da donna, e
sollevandogli la tunica lo mostrava nudo agli altri.
Vedendo Cercopiteco, che sedeva pensieroso e non beveva, gli disse:
— O Panerote, dacchè è scoppiata la peste, tu non sei più quello. Le
tue paropsidi, i tuoi calici rimangono spesso vuoti. Hai tu forse paura
di morire?
— Sì, divo Cesare, perchè la morte è così brutta cosa, che a tutti
dispiace, specialmente ai gaudenti.
— Fatti cuore, e fingi almeno allegria.
— Io non so dominarmi come tu sai.
— Oseresti forse credere che in questo momento la mia gaiezza sia
maschera a qualche grave cura?
— È impossibile che ciò non sia, — entrò a dire Lucano, ch’era presente.
— Cosa ne sai tu, o misero poeta! — chiese Nerone guardandolo bieco.
— E chi, — rispose l’altro, — oserebbe supporre il divo Cesare
indifferente alle sventure di Roma?
I fumi del vino impedirono a Nerone di rilevare il sarcasmo di quelle
parole.
— E quand’anche piangessi, la morìa non cesserebbe per questo. Tu pensa
ai casi tuoi e non occuparti d’indagare i sentimenti miei.
— Quello che ti dev’esser riuscito assai doloroso, — entrò a dire
Cercopiteco, — è la perdita della nave che ti portava cose preziose.
— Vedete, o amici, io son sicuro che i pesci me le renderanno, tanto
sono fortunato. Si beva dunque alla mia fortuna. Viva Bacco, Evoè!
Alzò il nappo e tosto lo gettò.
Egli aveva udito nelle altre stanze voci di pianto.
Sbarrò gli occhi, si fe’ livido in volto e corse via.
I pianti venivano dalle stanze, in cui dormiva la piccola Claudia, che
giaceva cadavere nella sua culla.
Da un lato si teneva ancora l’archiatro, che da varii giorni veniva
a visitarla, perchè sofferente, e tentava ancora in quel momento di
richiamarla in vita.
Dall’altro sedeva la madre, cogli occhi torvi, senza una lagrima, e
con espressione di volto in cui traspariva misto al muto dolore il
rammarico, mentre in fondo alla stanza Egloga, Alessandria ed altre
schiave mandavano grida, si stracciavano le vesti, e si strappavano i
capelli.
Il tiranno, briaco, barcollante s’avvicinò alla culla e diede in un
urlo da belva. In quello scatto di dolore tradì sè stesso e lasciò
libero sfogo ai rimorsi e alle apprensioni, che con tanto studio aveva
cercato di nascondere.
Per due volte, come un ruggito, uscì dalle sue labbra questa
esclamazione.
— La maledizione! La maledizione!
— Sì, — mormorò Poppea, cogli occhi fissi a terra.
Essa sembrava irritata contro il marito per aver provocato col
parricidio l’ira dei Numi, la maledizione della vittima. Ma non essendo
l’amor di madre molto possente in lei, che solo sè stessa amava, più
che per le sventure presenti se ne preoccupava per l’avvenire. Forse
potrebbe toccarle la stessa sorte di Claudia, forse potrebbe un morbo
danneggiarla nella bellezza. Potrebbe forse insieme a Nerone esser
precipitata dal trono, e perder così tutto ciò che lusingava la sua
ambizione.
In preda a sinistri presentimenti, rimaneva seduta, silenziosa,
guardando freddamente il marito, il quale, dopo aver dato in smanie
grandissime, uscì di là, e andò a chiudersi nella sua zotheca.
Intanto i convitati, udendo dagli schiavi triclinarii della sventura
da cui in quel momento era stata colta la famiglia imperiale,
s’allontanarono mogi mogi dalla casa Aurea.
Scendevano il colle, ragionando fra loro, e udivano qua e là dei
lamenti, ed imbattevansi in drappelli funebri rischiarati da torcie
resinose.
Cercopiteco uscì in queste parole:
— Morti di qua, morti di là. — Oh che allegre cene divennero quelle del
divo Cesare! Oh i deliziosi spettacoli che offre Roma! V’è da far morir
d’indigestione anche l’egizio Polifago, il divoratore di carne umana.
— La tua ingordigia è messa a dura prova, — gli disse Spettillo
Mirmillone. — Se la dura così, non godrai a lungo dei possedimenti, che
avesti in dono da Cesare.
— Taci, augello di malaugurio, — interruppe Epafrodito, scrivano di
memoriali, — non vedi come il povero Cercopiteco trema per la paura! È
più morto che vivo.
E alcuni dei più spensierati e più ebri, i quali allontanandosi dalla
casa Augustale, avevano ripreso il buon umore, e più non pensavano alla
_comissatio_, così tristamente interrotta, e si ridevano della morìa,
circondarono Cercopiteco, imitando le grida e gli atteggiamenti delle
prefiche.
Panerote, senza sgomentarsi, esclamò:
— Oh come questa musica m’è grata! Io spero presto di godermela ai
funeri di tutti voi.
— Costoro m’infastidiscono coi loro motteggi, colle loro risa, — disse
Lucano all’orecchio di Flavio Sverino; — allontaniamoci da codesti
avvinazzati, che neppure la maestà della morte rispettano.
E preso sotto braccio l’amico, s’allontanarono, senza che il resto
della comitiva se ne avvedesse.
Dopo aver proceduto per alcuni istanti in silenzio, riprese:
— Oh come mi riesce grave ormai d’assistere a queste cene; e me ne
asterrei di buon grado, ove non imponesse a me questo sagrifizio
l’obbedienza a mio zio.
— Ed io ci vengo per non dar sospetti, — rispose Sverino.
Lucano riprese:
— La sventura toccata a Nerone temo che danneggi i nostri disegni. Il
popolo è volubile, e passa facilmente dall’odio alla pietà. È capace
di dimenticare la misera fine d’Agrippina per la morte di Claudia.
Egli ieri forse ci avrebbe seguiti per rovesciare dal trono il figlio
snaturato, ma oggi compiangerà il divo Cesare e non vorrà saperne di
ribellarsi a lui in questo momento.
Flavio Sverino, ch’era giovine ardentissimo, e che anelava al momento
di vendicare la morte di Britannico del quale era stato fervido
partigiano, rispose:
— Oh non dobbiamo perderci in simili riflessioni. Tutto è pronto
oramai, e il procrastinare riuscirebbe dannoso. Il pretoriano Missizio
persuade nascostamente i suoi compagni a proclamare Imperatore Gneo
Calpurnio Pisone, e il popolo, che lo ama, e lo apprezza, come uno dei
più eccelsi cittadini di Roma, s’unirà a loro per far giustizia dello
scellerato Enobardo, e proclamar Pisone.
— Vorrei dividere, o Flavio, le tue rosee previsioni, come divido i
tuoi desiderii; ma io non ho fede che l’odio del popolo sia ancora
così forte da farlo insorgere contro la mala signoria. Nerone sa
cattivarselo colla generosità e cogli spettacoli.
— Fu la volontà dei soldati pretoriani che impose a Roma l’Imperatore
Claudio, dopo il _répete_[111] fatale dei congiurati, che uccisero
Caligola. Così, ucciso Nerone, alzeremo sugli scudi Gneo Calpurnio.
— Tu conti sui pretoriani, ma non fai calcolo alcuno sopra i soldati
che si trovano nelle Gallie, nelle Spagne ed in altre regioni, che
tentano sottrarsi al dominio di Roma. Il vicepretore Giulio Vindice s’è
posto alla testa delle ribellate legioni delle Gallie.
— Questo m’è noto.
— Non sai però che altrettanto si minaccia nelle due Spagne. Lo seppi
oggi stesso da mio zio Seneca. E Sergio Galba, che comanda in quelle
provincia, non è uomo da lasciarsi sfuggire l’occasione per usurpare
il trono di Roma, tanto più che ve lo spinge lo stesso Giulio Vindice.
Quand’anco si riuscisse a porre sul capo di Pisone la diadema dei
Cesari, egli avrebbe in Galba un tremendo competitore.
— Ragione di più per non ristar dall’impresa. Quando l’opera sarà
compiuta, farà Pisone quello che non fece l’indolente Enobardo, che
pone in non cale il nome e la gloria di Roma. Intanto io ti scongiuro
per la nostra amicizia di non palesare a Gneo Calpurnio questi tuoi
dubbi. Egli che così a malincuore accettò la nostra offerta dopo la
morte di Britannico, potrebbe tornare nell’ostinato rifiuto, e ciò
produrrebbe forse lo scoraggiamento nei congiurati.
— A ciò, — rispose Lucano, — non posso acconsentire, perchè mi ripugna
di nascondere la mia opinione ed ingannare l’insigne cittadino. E da
ciò dovrebbe rifuggire anche la tua coscienza, o giovine dabbene.
— No, perchè sono convinto che la nostra impresa avrà felice successo.
— Ne dubito.
— E i tuoi dubbi nascondi, poichè potrebbero dagli altri essere
interpretati a mal senso. Ti si accuserebbe forse d’essere entrato
nella congiura per sventarla.
— Lo pensi tu?
— Io no.
— E al pari di te non lo pensa certo Gneo Calpurnio, il quale sa bene
ch’io mi sono unito a voi, non solo per l’orrore che m’inspirarono i
delitti di Nerone, e sopratutto l’eccidio d’Ottavia, ma perchè credo
oggi minacciata la vita mia e quella di Seneca.
— Certo che hai ben ragione d’essere offeso della severità sua
contro di te, dopo la benevolenza che t’aveva dimostrata. E tutto ciò
pel dispetto che gl’inspira la tua maestria nell’arte poetica, che
pretenderebbe inferiore alla sua. Ma parlami franco, o Lucano, non v’è
forse latente in lui altra gelosia?
— E quale?
— Poppea Augusta nutre tuttora per te grande amicizia, e so che ti
protegge, e come poeta ti stima assai. È forse qui la ragione dell’odio
suo.
— Può darsi, tanto più ch’ella imprudentemente disse a lui che nessuno
poteva superarmi nel verseggiare. Dopo l’esempio d’Aulo Plancio e
dell’istrione Paride tutto ho da temere.
Sverino soggiunse:
— La vanità di lui è feroce, quanto la gelosia per le sue donne.
Così parlando, erano giunti davanti alla casa di Seneca, presso cui
dimorava Lucano.
— Il filosofo veglia ancora, — disse Flavio, guardando due finestre
internamente illuminate.
— Egli è uso a rimanere nella zotheca fino a tarda notte. Dopo la morte
d’Agrippina mi diceva un giorno che sentendo di dover morir presto,
voleva dormir meno per vivere di più ed aver tempo di correggere i
sette libri delle _Questioni naturali_, che dedica al suo amico Lucilio
Junio. Esso è omai convinto che lo attende la sorte di Burro, e cadrà
vittima ancor esso della ferocia di Cesare.
— E perchè, — osservò Sverino, — vuole sacrificarsi, perchè non
abbandona il tiranno, che egli troppo compiacque, assecondandolo anche
negli stessi delitti?
— Calunnie di Dione Cassio, e del pedagogo Aniceto, alle quali non
conviene prestar fede.
— In ogni caso, ora ch’egli non è più Pretore, ora che bene o male
ha radunato ingenti ricchezze, dovrebbe andare a godersele tranquillo
nella nativa Cordova.
— Io glielo consigliai, e mi rispose che se davanti un pericolo può
fuggire un poeta, non fugge uno stoico.
In questo videro avanzarsi una lettiga, che s’arrestò innanzi alla
casa, e ne discese Seneca.
Avendo saputa la morte della bambina, erasi recato alla casa Aurea per
visitar Nerone.
— E lo vedesti? — chiese Lucano.
— No, rifiutò di ricevermi, e a ciò m’attendeva, poichè ora mi ritiene
profeta di malaugurio. Ma lo sfregio non curo, e mi basta d’aver fatto
quanto m’imponevano la pietà e il dovere.
Detto ciò salutò Flavio Sverino, che congedandosi, disse a Lucano a
bassa voce:
— Non conviene tardare. All’opra! All’opra! A rivederci in casa di Gneo
Calpurnio. Vale.
— Vale, — rispose l’altro.
E seguì lo zio.
La prima volta che s’adunarono presso Pisone, il saggio cittadino,
senza che Lucano parlasse, tentò egli stesso di frenare l’impeto
dei congiurati impazienti, tra i quali primeggiava Plauzio Laterano,
insofferente di lasciare ancora invendicata la figlia.
Il prudente Calpurnio minacciava d’abbandonarli, ove vedesse l’esito
dell’impresa compromesso dalle improntitudini.
— Già, — egli disse, — corre troppo sulle bocche il nome mio. Isidoro
Cinico mi riferì che nella taverna di Salvidieno Orfido qualcuno
asseriva d’aver inteso a vociferare d’una trama per rovesciare Nerone.
— Più si tarderà, — osservavano Flavio ed altri congiurati, — e più
correremo rischio d’essere scoperti.
Mentre così discutevano, senza che riuscisse a Pisone di persuadere gli
amici ardenti, giunse in ritardo Marco Anneo Lucano.
Dopo aver stretta la mano a Pisone e agli altri, chiamò in disparte
Flavio Sverino, e gli disse alcune parole all’orecchio.
L’altro, turbandosi, esclamò:
— Milito!!
— Sì, lo vidi uscire collo scellerato da una taverna della Suburra e
consegnare a lui un foglio.
Sverino rimase cogitabondo.
— Ma tu, — riprese Lucano, — hai fiducia in lui?
— L’ebbi finora, vedendolo così fervente nell’aiutare la nostra
impresa. E chi sa, forse in quel momento s’adoperava per noi, cercando
di scalzarlo su quanto si fa e si pensa nella casa Aurea.
— Noi lo sappiamo senza bisogno di lui. Quel tristo poi è uomo astuto,
che compra e non vende.
— Discaccerò Milito! — esclamò con impeto Flavio Sverino.
— Sorveglialo, e sarà miglior consiglio, — rispose Lucano.
Quindi, tornarono a riunirsi agli altri amici, che parlarono della
notizia giunta che le due Spagne s’erano ribellate sotto il comando di
Sergio Galba.
Lucano narrò come a quest’annunzio Nerone, già eccitato per le sventure
che lo colpivano, fosse rimasto a giacere per molto tempo quasi privo
di sensi, e tornato poi in sè, si fosse stracciate di dosso le vesti,
avesse dato del capo contro le pareti, dichiarandosi spacciato e
prevedendo di perdere l’impero.
Tutto ciò nell’assemblea diè causa vinta a coloro che chiedevano d’agir
subito.
— Popolo e soldati, — essi dicevano, — dimostrano apertamente il
loro malcontento contro l’imbelle Cesare, non buono ad altro che ad
assassinare gl’innocenti, a gozzovigliare, a manomettere lo Stato,
e nelle gravi contingenze a piangere come un fanciullo, invece di
sguainare la spada.
Lo stesso Pisone, associandosi loro, disse che il momento era veramente
propizio per tentar l’impresa.
E terminò dicendo:
— Si liberi dunque Roma da tanta vergogna. Sia precipitato dal
trono dei Cesari l’esoso Enobardo. Siete tutti pronti a vincere, e
se fallisse l’impresa ad affrontare coraggiosamente la vendetta del
tiranno?
— Tutti! — risposero gli altri ad una voce.
Siccome in quei giorni Nerone, in preda a profondo abbattimento, non
usciva dal suo palazzo, decisero d’introdursi di notte tempo nella
casa Aurea, e trucidatolo nel suo letto, proclamare all’istante Pisone
Imperatore.
Missizio sollevò dei dubbi su questo progetto, che in caso
d’insuccesso, poteva riuscir fatale ai soldati del pretorio. Gli altri
però infatuati com’erano, e sicuri dell’esito, non gli badarono.
Stabilito ch’ebbero il giorno e l’ora, si separarono, stringendosi la
mano e ripetendo il grido del congiurati di Caligola, _répete! répete!_