CAPITOLO XXIII.

Il volo del Mago Simone.

Erano scorsi molti giorni dalla sera del misfatto, e ancora si

discuteva tra quelli che le precauzioni di Nerone aveva tratti

in inganno e gli altri che avevano soltanto sospetto, o assoluta

convinzione dell’avvelenamento.

Erano tra questi Agrippina e Seneca, che francamente avevano

rinfacciato a Cesare il suo delitto, dicendogli ch’egli, così operando,

scavava di sua mano l’abisso da cui sarebbe inghiottito.

Cesare negò, e nel suo cuore s’accrebbe l’odio per la madre, e pel

maestro, che osavano così sfacciatamente rinfacciarlo.

Già da lungo tempo il loro contegno severo, la loro autorità era a lui

divenuta fastidiosa, e cominciava a meditare di mandarli entrambi a

raggiungere i morti che rimpiangevano.

In quella circostanza però teneva a persuaderli della sua innocenza,

teneva a nascondere il delitto, non per essere stimato da loro, ma per

non essere odiato da Antonina.

Come il cane, che quantunque satollo, non permette agli altri di

mangiare, e li addenta se osano toccare l’osso da lui abbandonato,

così Nerone, benchè interamente appagato dalle attrattive di

Poppea, pretendeva ch’altri non osasse toccare alle donne, che a lui

inspiravano simpatia, nè a quelle che aveva amato.

L’astuta Domizia conosceva bene la frenesia del nipote, e per questo,

tornando dal palazzo d’Antonina, aveva a bella posta spiegato a mal

senso le tenerezze fraterne e la presenza d’Atte in quella casa, per

eccitarlo e spingerlo alla vendetta.

Ma quelli eziandio, ch’erano persuasi dell’avvelenamento, non

s’immaginavano quale fosse stato il vero scopo del delitto.

Chi lo attribuiva a gelosia di potere, chi al rifiuto del dono, chi

immaginava una cosa, chi l’altra.

Pochi soltanto avevano colto nel segno, e fra questi il furbo Isidoro

Cinico, che un giorno ne stava discutendo con Cercopiteco Panerote

nella taverna di Salvidieno Orfido.

— Tu erroneamente opini, — diceva Panerote, — se ci fosse stato veleno

nelle vivande, o nel vino, io che mangiai, e tracannai di tutto, più

che da me si potesse, non starei qui a persuaderti.

— E a persuadermi non riuscirai. Nerone nel compiere le sue malvagità,

adopera tali artifizii che nessuno riesce a scoprire. Non avvi sulla

terra versipelle maggiore di lui. Avrà saputo bene infingersi e

far presentare alla sola vittima designata la paropside o la copula

avvelenata. La fretta colla quale fe’ tumulare il povero Britannico è

prova irrefragabile del delitto.

— E invece, — rispose Cercopiteco, — fu quello atto di pietà verso

Antonina, per la quale nutre sempre somma benevolenza.

— Lo so, — disse con inarcato accento Isidoro.

— Lo sai, e pretendi che le abbia ucciso il fratello.

— Ma tu non ti desti mai la pena di studiare il carattere di Cesare?

Non ti sei mai accorto della sua feroce gelosia? È di questa, non

d’altro, che fu vittima Britannico.

— O Cinico, la tua smania di biasimo ti spinge tropp’oltre.

— Quanto io asserisco è verità.

— Tu non frequenti la corte, e pretendi conoscere gl’intimi pensieri

del muto Imperatore.

— Se Nerone è muto, è loquace sua zia Domizia, che palesò codesto

segreto.

— Ma s’egli adora la divina Poppea?

— È vero; ma ciò non toglie ch’egli sia geloso di tutte le altre donne,

alle quali porta affetto.

— Io credo che dal ripudio d’Ottavia egli non abbia più visto Antonina.

— T’inganni, or son pochi dì io stesso lo vidi entrare nel palazzo di

lei.

E Isidoro Cinico diceva il vero.

Un giorno Nerone si presentava improvvisamente ad Antonina, volendo

constatare egli stesso l’impressione prodotta in essa dalla morte del

fratello, e desiderando riveder Atte.

Entro il vestibolo s’imbattè nell’Apostolo Paolo, che usciva, e gli

chiese alquanto bruscamente cosa egli venisse a fare in quel luogo.

— A consolare gli afflitti, — rispose l’altro, — come m’impongono i

comandamenti del mio Dio.

— Dimmi, o cristiano, l’afflitta che tu qui vieni a consolare, divide

forse l’opinione di quelli che attribuiscono a un tradimento la morte

di Britannico?

— In anima retta, come quella d’Antonina, non può allignare il sospetto

di così enorme scelleratezza. Sono soltanto le fiere che uccidono

gl’innocenti; e i cristiani lo sanno.

Nerone comprese il senso di queste ultime parole e rispose con accento

sdegnoso:

— I seguaci del tuo Dio non sono innocenti poichè insultano ai nostri

Numi, ne irridono i Sacerdoti, ne devastano i templi. Hai tu capito,

o sedicente Apostolo? Ciò altra volta ti dissi, ed ora te lo ripeto,

perchè apprenda a tacere e a rispettare la giustizia di Cesare.

E s’avviò verso l’atrio, pieno di mal talento contro l’Apostolo.

Quando fu annunziato ad Antonina, questa sedeva nella zotheca lavorando.

Al nome del tiranno si fe’ ancora più pallida, aggrottò le ciglia, e

deposto il lavoro, levossi, e passò nella stanza, dove l’Imperatore

attendeva.

Le gramaglie, dando maggior risalto alla splendida carnagione,

accrescevano venustà alla bella persona di lei.

Non più torvo lo sguardo, ma austera in volto,

— Salve, o Cesare, — essa disse.

— Salve, o bella Antonina, — rispose Nerone con dolcezza grandissima e

raffinata ipocrisia.

— E che ti conduce, — riprese la donna, — presso la sorella d’Ottavia e

di Britannico?

— Questi due nomi sulle tue labbra suonano rampogna, non è vero?

— La tua coscienza risponda per me.

— Punii Ottavia credendomi tradito da lei. Fui tratto in inganno dallo

scellerato Aniceto, che si nasconde; ma io saprò trovarlo per fargli

scontare la calunnia infame coi tormenti e la morte. Accusami di quel

delitto, e avrai ragione; ma non unirti ai miei nemici nel credermi

l’uccisore di tuo fratello.

— Come sia morto il mio adorato Britannico non so. So che il suo

cadavere, caldo ancora, fu per ordine tuo sepolto, e a me togliesti il

conforto di dargli un ultimo bacio, e rendere alla cara salma gli onori

dovuti al figlio d’un Imperatore.

Qui Nerone, raddoppiando di sfrontatezza e d’ipocrisia, volle con

sdolcinate parole persuadere Antonina d’essere stato spinto ad agire

così dal profondo affetto, che conservava sempre per lei.

Insomma voleva farle credere quello che aveva dato ad intendere agli

altri.

E continuò nelle tenere proteste, dichiarandosi pronto a darle prova in

qualsiasi circostanza de’ suoi sentimenti per essa.

E in quel momento i sensi parlavano in lui, non il cuore.

Vedendo però che la donna rimaneva impassibile, esclamò con impeto:

— Ah vedo bene che tu sei circondata da gente che m’odia e credi più ad

essi che a Cesare.

— Io non ascolto altra voce che quella della mesta anima mia.

— E fra i più accaniti nemici v’è certo quel cristiano Paolo.

— Lo accusi a torto.

— Egli, esaltando i meriti del suo Dio, cerca forse di far di te

un’apostata. Guai a lui!

Antonina, con un amaro sogghigno, interruppe dicendo:

— Vendicati pure di quell’uomo santo, rapiscimi anche questo amico, ed

io avrò, o Cesare, una nuova prova della tua benevolenza per me.

— A quanto sembra, ti sta molto a cuore quel Tarsiotto, poichè temi per

lui, — disse con mal celata stizza Nerone.

— Temo per tutti coloro che son fatti segno all’ira tua.

— Ma colui non ebbe finora da me che prove di clemenza. E clemente sarò

tuttavia con esso, poichè tu lo desideri; ma si guardi di non provocare

il mio sdegno, cercando di convertire i pagani alla fede del suo Dio,

non meno bugiardo e risibile dei nostri Numi. E guai però, ripeto, guai

ad esso sopratutto, se cerca colla sua eloquenza di traviar la mente di

persone a me care. È di te, che parlo, Antonina, di te, che dopo Poppea

sei l’unica donna ch’io amo. Ora sei avvisata. Vale.

E la lasciò senza nemmeno curarsi di vedere Atte; tanto usciva turbato

da quel colloquio.

Nè meno turbata rimase Antonina, in cui quelle ultime parole avevano

destato un senso di paura e di ribrezzo.

E Nerone non aveva certo parlato così per rispetto al culto pagano, pel

quale egli stesso confessava di professare profondo disprezzo; ma nel

timore che un altr’uomo, un cristiano, potesse esercitare tanto impero

sulla mente e sul cuore di quella donna, che non gli apparteneva, ma di

cui pretendeva d’esser arbitro.

Ed ora andiamo a trovare il mago Simone, che gli ozii e la vita

sedentaria del carcere avevano reso adiposo e mencio.

Egli è occupato a cucire alcune verghe nell’interno d’una casula[101]

nera. Di tratto in tratto manda un sospiro, lascia il lavoro e va ad

affacciarsi al pertugio, da cui prende luce la prigione.

Poi si mette a passeggiare nell’angusta cella, tornando di tratto in

tratto a guardar fuori, e alla sua occupazione.

E cosa mai rende quel tristo così agitato?

A Nerone, che fidava sempre nella magia di lui, benchè più volte

l’avesse trovato in fallo, era saltato il capriccio di vederlo

volare, sperando con quel miracolo, di buona o cattiva lega, umiliare

l’Apostolo Paolo.

Simone sentì agghiacciarsi il sangue allorchè il messo di Cesare venne

a dirgli ch’era venuto il tempo di mantenere la promessa, e che se

voleva riacquistare la libertà e la benevolenza imperiale, doveva

librarsi a volo dall’alto del carcere Mamertino.

Non era facile uscir da quel bivio tremendo. Il negare, o il confessare

ch’era stata la sua una spavalderia poteva costargli il flagello,

o fors’anco la morte. Il dichiararsi pronto ad obbedire gli dava a

pensare; ma purtuttavia finì per accettare.

Chiese soltanto che Cesare gli accordasse alcuni giorni di tempo per

riacquistare le forze perdute in carcere.

La sua speranza d’esito felice era tutta riposta nel filtro promessogli

da Locusta, e le aveva mandato una lettera col mezzo d’un inserviente

dell’ergastolario, dicendogli che gli verrebbe consegnato un medicinale

corroborante.

Ad onta però della sua ingenua fiducia nella portentosa bevanda della

giudea, lavorava nella _casula_ a quel modo per rendere in ogni caso

meno micidiale la caduta.

Ne voleva formare come due ali di pipistrello, legando le estremità

della casula ai polsi e alle tibie, come aveva visto a fare una volta

in Samaria da un giocoliere.

Il triste teneva moltissimo a conservare il predicato di _Gran Virtù di

Dio_, a riacquistare la stima di Cesare, a confondere l’Apostolo Paolo

e gli altri suoi nemici cristiani. Ma sopratutto teneva a salvar la

pelle.

Locusta, letta ch’ebbe la lettera di Simone, consegnò allo schiavo

dell’ergastolario una fiala dicendogli:

— Questo filtro darà al prigioniero forze bastanti per volare fino al

cielo.

E le parole accompagnò con un sinistro sogghigno, in cui si leggeva

tutto il piacere della vendetta pei ducentocinquanta nummi che gli

aveva truffato nel fatto di Rubea.

Quando lo schiavo tornò al Mamertino, e diede la fiala in mano a

Simone, questi si sentì sollevato di spirito, e fe’ sapere a Cesare

ch’egli era pronto ad operare il miracolo.

I banditori lo annunziarono al popolo, che accorse in folla davanti al

carcere, nella speranza che il prodigio si cangiasse in una catastrofe.

Paolo, Luca, ed altri cristiani si tenevano in gruppo a poca distanza

dall’Imperatore, che sedeva sopra un terrazzo attiguo al carcere.

Nerone, quasi sicuro di confondere l’odiato Apostolo, rivolgeva

di tratto in tratto il bieco sguardo verso quel gruppo con aria di

trionfo.

Finalmente s’udì un lungo squillo di tromba, e poco dopo, circondato da

soldati, comparve Simone sull’alto del carcere.

Allora tacque il bisbiglio della folla, tutti gli occhi si fissarono su

lui, che bevve il contenuto della fiala, ed esclamò ad alta voce:

— Tremi chi non crede Simone Gran Virtù di Dio!

— Empio bestemmiatore! — gridarono dalla via Paolo e gli altri

cristiani.

Il mago aprì le braccia e si slanciò nel vuoto.

Scoppiò un urlo universale di spavento. La folla si ritrasse da ogni

banda per non essere colpita dal corpo di Simone, che precipitando

abbasso, andò a cadere sulla terrazza ov’era Nerone, ch’ebbe la tunica

spruzzata di sangue[102].

Pieno di ribrezzo e di dispetto, scansò col piede il cranio sfracellato

del moribondo, e andò via.

Attribuì quella caduta ad esorcismi di Paolo, poichè non poteva

ammettere che Simone si fosse azzardato al volo senza l’aiuto

d’un’arcana potenza, o per lo meno d’un artifizio prodigioso.

E l’efficace facoltà, ch’egli supponeva nell’Apostolo, lo rendeva

turbato, giudicandolo nemico pericoloso. L’avrebbe di buon grado appeso

alla croce, ove non lo avesse trattenuto la promessa fatta ad Antonina,

e la vergogna di mostrarsi pusillanime, lasciando travedere la paura

che gl’inspirava il cristiano.

Fortunatamente per lui, altri avvenimenti vennero ad occupare la mente

del tiranno, che vedeva soddisfatto finalmente uno dei suoi più ardenti

desiderii, quello d’aver prole.

Poppea era madre, ma le sofferenze della gravidanza, il dispiacere di

vedersi sformata, essa che teneva tanto alle sue bellezze, la rendevano

triste ed intollerante di tutto. Nerone però non ci badava, e sfogava

la sua egoistica gioia in accademie, e in orgie con parassiti e

cortigiane.

Poppea non amava Nerone; purtuttavia si sentiva ferita nell’amor

proprio, vedendo com’egli fosse indifferente alle sue sofferenze; ma lo

stesso amor proprio le suggeriva di non mostrare il suo dispiacere.

Essa diede alla luce una figlia, alla quale fu imposto il nome di

Claudia, mentre la madre ebbe il titolo d’_Augusta_.

Durante il puerperio essa consultò archiatri e femmine, che vendevano

specifici per conservare la freschezza della pelle e la venustà delle

forme.

Un mese dopo il parto andò a Baja, insieme alla bambina colla sua

nutrice, seguita da un codazzo di schiavi, di carri e d’animali tra cui

le sessanta giumente.

Prima di partire era andata a congedarsi dall’Imperatrice Agrippina,

che conservava sempre contro la nuora un fondo di livore per la sua

bassa origine, per la morte d’Ottavia, e per esserle stato da lei

rapito il dominio sul cuore del figlio.

E il veleno di quel sentimento, allorchè si trovavano insieme, stillava

sovente dalle sue parole.

Essa le dimandava perchè lasciasse Roma in quei giorni che si dovevano

celebrare le feste di Bacco.

— Egli è appunto per evitarle, ch’io parto, — rispose Poppea.

— Peccato, — rispose Agrippina con ironia malvagia, — che tu non ami

assistere ai baccanali; anzi dovresti prendervi parte, poichè non

potrebbe trovarsi Dionisiade[103] più bella di te.

— Per quanto giovine io sia, — rispose Poppea, dandole pan per

focaccia, — non potrei vincere delle fanciulle. Ma se tu corressi con

me, diva Agrippina, la mia gioventù ti vincerebbe per certo.

E dopo essersi scambiati degli sguardi poco benevoli, si separarono.

Poppea riferì quel dialogo a Nerone, che si morse il dito, e poi disse

alla moglie:

— Parti.

— E tu non m’accompagni, come avevi divisato?

— No, io resto.

Le donne di Nerone · 第 33 / 54 题