CAPITOLO XIV.

La vittima.

Nerone, che attendeva impazientemente, fece deporre l’addormentata su

ricchissimo letto, e in sua presenza la fe’ spogliare da due schiave.

A grado a grado che ne andavano scoprendo le belle membra verginali,

s’accresceva nel tiranno l’emozione lasciva, che lo faceva tremare come

per febbre.

La stanza era rischiarata da una lucerna _bilychnis_ (a due becchi)

appesa al soffitto e dal raggio della luna. Le due luci, confondendosi

insieme, davano maggior risalto alla pelle alabastrina della nuda

Rubea.

Rimasto solo, Nerone si gettò, come belva, su lei, che lascivamente

s’agitava nel sonno, mormorando parole d’amore, il che accresceva in

lui l’eccitazione.

Colle dita le apriva le labbra per premer le sue sui bianchissimi

denti. Non vi fu parte del bel corpo che non fosse profanato da’ suoi

baci selvaggi. Talora desisteva per fissarla con occhi di brace, e

pareva che i suoi sguardi volessero penetrarle nelle viscere.

Alla fine, più frenetico che mai, la strinse in amplesso, e la vittima

si scosse, mandò un grido, e parve volesse destarsi dal funesto

letargo. Ma lo scellerato non si trattenne per questo, e continuò

l’opera nefanda, finchè vide sollevarsi lentamente le pupille della

Vestale, e gli occhi di lei spalancarsi a dismisura; ma senza sguardo.

Credendo allora che la sua vittima si destasse realmente, disse,

afferrandola con forza maggiore:

— Vedi, o Rubea, cosa ti valse a disprezzare l’amor mio? Eccoti nuda

fra le mie braccia.

L’altra diede improvvisamente in così terribile scroscio di risa, che

Nerone ne rimase atterrito, e abbandonandola, saltò giù dal letto e

rimase a guardarla senza profferir motto.

Continuando nel riso convulso, essa stendeva le braccia e le portava al

petto come in un amplesso.

Nel tempo stesso pronunziava frasi insensate, e chiamava Alcandro, e si

contorceva in oscene movenze.

Il suo carnefice, per lascivia, si trattenne ancora a guardarla, ma poi

uscì, e mandò le schiave a rivestirla.

Al mago Simone, che attendeva di fuori,

— Miserabile, — disse con tuono severo, — quale funesta malia

esercitasti tu su quella disgraziata?

— Le diedi il torpore della mente e delle membra perchè i desiderii del

divo Cesare....

— Ella è pazza, — interruppe l’altro — e i desiderii miei non eran

questi. Riconducila adesso d’onde la togliesti. Ecco la tua mercede.

E gli gettò una borsa.

Quindi avvoltosi nel pallio, col capo coperto dal pileo, andò tutto

agitato a passeggiare negli orti al chiarore della luna.

La sorte della sua vittima lo addolorava. Non s’era immaginato che la

turpe sua colpa porterebbe così tremende conseguenze. Egli si proponeva

di difender contro tutti l’innocenza della Vestale, di cui le splendide

forme gli avevano sconvolto i sensi, e di tenerla ad ogni costo presso

di sè, sfidando le minacce e le censure dei Sacerdoti, del popolo, di

tutti.

Tornò ad un tratto verso la palazzina, nella speranza che passato il

supposto incantesimo, Rubea fosse tornata in sè.

A gran stento le schiave riuscirono a farle indossar le sacre vesti,

tanto la misera si dibatteva farneticando.

— Alcandro, o sposo mio, — essa ripeteva, mentre la conducevano fuori

per ricondurla colla lettiga al tempio.

Nerone s’avvicinò al mago, e gli disse imperiosamente:

— Se hai veramente la potenza magica che vanti, rompi l’incantesimo.

A siffatta ingiunzione il ciurmadore si trovò imbarazzato, e sul

momento non seppe cosa rispondere.

Pensando poi che Locusta potrebbe somministrargli un antidoto, che

distruggesse gli effetti del velenoso narcotico, rispose:

— Non è tempo ancora.

— Rendile la ragione, rendile la calma, ti dico!

Intanto le schiave, per indurla ad adagiarsi nella lettiga, le avevano

fatto credere che la conducevano al tempio, dove l’attendeva il suo

sposo.

Ed essa obbedì, gridando fra nuovi scrosci di risa:

— Alcandro! Alcandro!

Simone approfittò di questo per far credere a Nerone che l’incantesimo

cominciava a dileguarsi, e che al tempio di Vesta, ove incominciò,

sarebbe del tutto cessato.

L’Imperatore, con tuono di voce che aveva del ruggito, gli rispose:

— Va, e se t’è cara la vita non comparirmi più dinanzi finchè colei è

fuori di senno.

Così dicendo, tornò a percorrere con passi concitati i viali dell’orto.

Avvicinatosi al palazzo Augustale udì nel silenzio della notte la voce

d’Atte, che s’accompagnava sul _simikion_ una canzone.

Quella soave melodia calmò l’agitato suo spirito.

Entrò nel palazzo, e salito nei cenaculi, si presentò nella cella della

citarista.

Questa aveva cessato di cantare, e deposto presso di lei l’istrumento,

rimaneva assorta nei suoi pensieri.

L’improvvisa apparizione dell’amante la fe’ trabalzare.

— È già spuntato il diluculo e tu vegli ancora? — le disse Nerone.

— Era notte così divina.

— Notte d’averno! — mormorò l’altro.

— Cosa t’avvenne?

— Non dimandarlo. Il vulcano getta fuori le lave che gli ardono in

seno, e porta d’intorno la desolazione, nè sa perchè. Così vuole

natura. Udii la tua voce, e nella turbata anima mia rinacque la calma.

Canta dunque, canta, o Atte, nè chieder di più.

— Obbedirò, — rispose la donna, — ma mi trema il cuore. Le tue

misteriose parole vi gettarono il presentimento, che questa notte

avvenne qualche grave sciagura.

— Non ritogliermi adesso, — interruppe quasi stizzito Nerone, — con

queste malinconiche espressioni la tranquillità che mi diede il tuo

canto.

La citarista mandando un sospiro prese l’istrumento e tornò ad

intuonare l’anacreontica.

Il canto, e più la luce del giorno, dissiparono del tutto le nere

fantasie di Nerone.

Rubea però non gli usciva di mente, ed anelava di sapere cosa fosse

accaduto di lei.

Se il mago non si presentava, era indizio che l’effetto funesto

dell’incantesimo durava ancora.

Impaziente d’attendere, stava per mandare in cerca di lui, quando

venne Aniceto, e gli riferì d’aver udito nella taverna di Salvidieno

Orfido, che quella mattina stessa allo spuntar del sole erasi vista una

Vestale che fuggiva inseguita da Simone il mago, il quale raggiuntala,

voleva trascinarla seco, e mentre che l’altra si dibatteva furiosa, era

sopraggiunto il cristiano Saulo di Tarso e l’aveva salvata, imponendo

all’altro d’allontanarsi all’istante. Simone aveva obbedito, e la

Vestale, accompagnata dal suo difensore, aveva presa la direzione del

Celio.

— Cosa sarà mai accaduto? — soggiunse il pedagogo, a cui Nerone non

aveva confidato l’infame progetto.

— E chi narrò codesto strano avvenimento? — chiese torvo l’Imperatore.

— Un _equiso_ che menava a spasso i cavalli e che conosce il cristiano.

— Che Seneca ordini a questi di presentarsi a me, e tu chiamami il mago.

La Vestale, che vedemmo comparire nel tempio, appena rapita la dormente

Rubea, era Giulia, l’amica del cuore, che sapendola sofferente e in

preda a vaghi timori, veniva a farle compagnia.

Grande e dolorosa era stata la sorpresa di lei, non trovandola.

Come poteva aver dimenticati i doveri del culto, essa cotanto onesta e

diligente?

Nella speranza di vederla ricomparire, rimaneva alla custodia del sacro

fuoco.

Ma le ore passavano, il crepuscolo mattutino rischiarava già le

finestre del tempio, e Rubea non tornava.

Allorchè fu desta la grande Sacerdotessa non aveva potuto a meno di non

prevenirla della misteriosa assenza.

Veniva cercata in tutto il chiostro, s’interrogava l’ostiario, che

fedele agli ordini ricevuti, rispondeva di nulla aver visto, nulla

udito.

Mentre Giulia procurava di difendere l’amica contro le maligne

supposizioni delle altre Vestali, e scongiurava la grande Sacerdotessa

di attendere ancora prima d’accusarla al Pontefice Massimo, s’udivano

da lontano delle grida strazianti, nelle quali era parso loro di

riconoscere la voce di Rubea.

Era di fatto questa, che giunta la lettiga presso il tempio, balzava

d’un tratto a terra, e si dava a fuga precipitosa, inseguita da Simone

il mago.

Come già sappiamo, l’Apostolo Paolo la liberò dal suo persecutore, e

la condusse in seno alla famiglia, colla quale fin da Corinto era in

rapporti d’amicizia. Durante il tragitto egli cercò, parlandole con

somma dolcezza, di calmarla, e di sapere cosa le fosse accaduto; ma

l’infelice continuava ad agitarsi, a divagare, e nulla gli riuscì di

scoprire.

Giunta in casa sua, non riconobbe nè il padre, nè la madre. Presa poi

da delirio furente, cominciò a mandare urli disperati, premendosi le

mani sul capo, e stramazzò come corpo morto.

Mandarono tosto in cerca d’un vecchio medico allievo d’Antonio Musa,

l’Archiatro d’Augusto. Intanto deposero sopra un letto il corpo inerte

di Rubea, la quale mandava di tratto in tratto fiochi lamenti.

La madre desolata, piangendo a dirotto, la chiamava, la copriva di

baci; mentre Plauzio, colle braccia conserte al petto, gli occhi

torvi, senza lagrime, le labbra senza parola, si teneva ritto ai piedi

del letto, e l’Apostolo cercava pietosamente di consolare l’infelice

Fausta.

Giunse finalmente il medico, e dopo molte interrogazioni per

conoscere la causa di quella crisi terribile, sentendo del narcotico

somministratole da Locusta, esclamò:

— Infelici! E chi vi spinse a porre la vostra fiducia nella scellerata

giudea?

Il Laterano, a cui la moglie aveva taciuto d’essersi rivolta a Locusta

per temprare le sofferenze fisiche e morali della figlia, cominciò a

redarguirla.

Ma Paolo lo interruppe dicendogli:

— Abbi pietà di lei: rispetta il suo dolore.

Nella faccia enfiata e livida dell’inferma, negli occhi spalancati e

sanguigni, non fu difficile al medico di riconoscere la malattia. La

Vestale era stata colpita da congestione cerebrale, prodotta forse

dalla violenta bevanda, e fors’anco da altre ignote cause.

Accorgendosi poi che l’infelice aveva esalato l’ultimo respiro, fe’ da

Paolo condur via i due genitori, ed egli rimase solo colla morta.

Poco dopo li raggiunse nell’altra stanza e disse loro:

— Prostratevi ai Dei Mani, e preparate i veli. La figlia v’ha già

mandato l’eterno vale.

Fausta, gettando un acuto grido, corse nella stanza della morta, mentre

il medico, preso per mano Plauzio, gli mormorò a bassa voce questa

semplice parola:

— Violata.

L’altro esclamò con voce tremenda:

— Non m’ingannava dunque il sospetto. Fu per certo la tigre incoronata,

che disonorò, che uccise mia figlia.

E come fuori di sè, corse nella stanza attigua e stese la mano sul capo

dell’estinta urlando:

— Vendetta! Vendetta!

Paolo, che lo aveva seguito, gli pose una mano sulla spalla e gli disse:

— Smetti, o Plauzio, i fieri propositi, tanto, la vendetta non

ti renderà la figlia. Nerone stesso ti vendicherà, correndo più

sfrenatamente verso l’abisso, che gli hanno scavato la giustizia degli

uomini e quella di Dio.

Quella sera stessa ricevette un foglio d’Anneo Seneca coll’ordine di

presentarsi a Cesare.

E al dì seguente egli v’andò.

Simone il mago, ch’era stato più sollecito ad obbedire, aveva fatto

credere a Nerone, che la sua magica potenza stava per sciogliere

l’incantesimo, quando la Vestale era fuggita e l’Apostolo poi gli aveva

impedito di continuare l’opera sua.

Aggiunse poi, che se gli venisse fatto di scoprire ove l’aveva

condotta, le renderebbe subito il senno, per assecondare i desiderii

sovrani, benchè a malincuore. Una volta tornata nella pienezza

delle facoltà mentali, consapevole della sua triste condizione,

riconoscerebbe per certo chi l’aveva violata e griderebbe vendetta.

Queste fandonie inventava il ciurmadore, nella speranza che Nerone

cangiasse progetto, e lo togliesse così da quella pania.

Invece gli disse sogghignando con aria di disprezzo:

— Poichè i tuoi oracoli sono così da poco, che non sanno suggerirti ove

sia la Vestale, lo saprai tra poco dalla bocca di Saulo. Vedrò allora

se terrai la promessa.

Il tristo sentì gelarsi il sangue, e avrebbe voluto trovarsi le mille

miglia lontano di là.

Nerone, appena comparve l’Apostolo, così l’interrogò alla presenza di

Simone:

— È vero, o Saulo, che tu togliesti dalle mani di costui una Vestale?

— È vero.

— E che t’indusse a far ciò?

— Il dovere e la carità.

— Vane parole.

— No, o Cesare, io aveva obbligo di salvare quella vergine

Sacerdotessa, avendo ravvisata in lei la figlia di Fausta e di Plauzio

Laterano. Quand’anche ciò non fosse, la carità cristiana impone di

proteggere il debole contro la violenza del forte.

— E il dovere e la carità, — entrò a dire Simone, — imponevano a me

di ricondurre nel suo chiostro la pazza fuggitiva, e colla mia scienza

renderle il senno. Tu impedisti l’opera pietosa.

— Non può esser certo opera pietosa quella nella quale tu sei

immischiato.

— Perchè insulti un tuo fratello, un seguace di Cristo? — replicò il

Mago.

— Taci, e che non sia vituperato sulle tue sozze labbra il nome santo

del Nazareno.

— Egli è il Dio d’entrambi.

— Il tuo Dio è Mammona. Tu hai sete d’oro, e per estinguerla ogni mezzo

è buono per te. La tua scienza è quella del ciurmadore, che mente e fa

pagar cara la menzogna.

— E se questo è vero, vedremo, — entrò a dire Nerone che non voleva

passare per uno dei gabbati. — Dimmi, o Saulo, dove conducesti la

Vestale?

— Nella sua casa paterna.

— Quella presso la porta Celimontana?

— Quella.

— Ebbene, io ordino a te, Simone, di seguire Saulo alla casa dei

Laterano, e in sua presenza rendere il senno a quell’infelice.

— Ciò è impossibile, — rispose il mago, che sentiva mancarsi la terra

sotto i piedi; — l’opera mia riuscirebbe vana, perchè gli sguardi

di quest’uomo, — ed additò Paolo, — come quelli di Simone Bariona,

esercitano su me un’influenza malefica.

— Perchè sai che i nostri sguardi penetrano nell’interno dell’animo tuo

perverso.

— Bando agli alterchi, ed obbedite ambidue agli ordini miei.

— I tuoi ordini sono vani ormai, o Cesare, — rispose l’Apostolo; — la

vittima è morta.

E qui si fe’ a descrivere con vivi colori gli ultimi momenti di

Rubea, la desolazione della famiglia, i rimorsi di Fausta, per aver

somministrato alla figlia la bevanda di Locusta, i sospetti e le

rivelazioni del medico. Si guardò bene però dal narrare i fieri

propositi di Plauzio contro l’autore del nefando attentato, per tema

che il tiranno prevenisse con un nuovo delitto le vendette di lui.

La sua eloquenza riuscì a destare in quell’anima brutale un senso di

doloroso rimorso.

Nulla però diede a divedere, e senza aggiungere parola licenziò

l’Apostolo, e diede ordine ai pretoriani di condur Simone nel carcere

Mamertino.

Le donne di Nerone · 第 23 / 54 题