La casa Aurea.
La fama del truce avvenimento, toccato alla Vestale, non tardò a
propalarsi. Molti eran convinti che l’autore ne fosse Nerone, molti lo
sospettavano, altri, più ingenui, non volevano ammettere che il divo
Cesare avesse potuto farsi reo di così sacrilego ed osceno attentato.
Nessun osava esternare publicamente la propria opinione, ad eccezione
di pochi che come Isidoro Cinico, erano felici di poter biasimare il
tiranno.
Il Clero e le Vestali, prudentemente asserivano che la vergine fuggita
era una povera pazza.
Lo stesso ripetevano le autorità e i cortigiani, e a coloro che
commentavano l’arresto di Simone, da cui era inseguita quell’infelice,
tutti si stringevano nelle spalle, e rispondevano:
— Cesare solo lo sa.
Invece tra le mura del palazzo Augustale era unanime il convincimento
che Nerone fosse colpevole di quel delitto.
Agrippina lo esternò francamente al figlio, dimandandogli con tutta
dolcezza s’era in grado di smentirla.
— Fui, e sono ancora perdutamente innamorato di quella Sacerdotessa.
Ora è morta e conviene ch’io la dimentichi. Dunque, o madre, non
chiedermi di più.
E la furba Imperatrice non aggiunse parola.
Ottavia, anche in questa circostanza, quantunque dolorosamente colpita,
serbò il solito dignitoso contegno.
Tacque con Nerone, come se il fatto ignorasse, limitandosi a pregare
Vesta di non vendicare l’atroce offesa fatta al pudore d’una sua
Sacerdotessa.
Ormai essa più non amava, nè stimava il marito, e malgrado l’affetto
che cresceva in lei per l’onesto Menecrate, serbava intatta la fede
coniugale pel solo sentimento del dovere.
Quanti uomini sarebbero rimasti contenti d’essersi risparmiate le
querimonie della moglie tradita!
Nerone invece, spirito sospettoso e bizzarro, ascrisse il contegno
d’Ottavia a indifferenza verso di lui.
Ciò lo sdegnava, e volle accertarsene.
Si recò da lei e le disse:
— E tu non t’unisci a quelli che m’accusano d’aver violata la Vestale
Rubea, ed esser stato cagione della sua morte?
Ottavia lo guardò sorpresa, e poi con tutta calma rispose:
— Io m’unisco a quelli che ti difendono, e prego i Numi che ti
proteggano.
— Voglio che tu dica se mi credi colpevole.
— Non posso supporre tanta ferocia ed abiezione in te da commettere
così turpe delitto.
Egli aveva provocato da lei una risposta categorica, ed essa lo aveva
accontentato, mentendo il proprio sentimento, per aver agio di dargli
la tremenda frecciata.
L’ingenua Imperatrice questa volta erasi mostrata ben scaltra; talchè
Nerone se ne tornò convinto che la moglie avesse detta la verità.
Non così prudente fu la concubina di Cesare, la quale, saputo
dell’oltraggio fatto alla sua sorella di latte e della fine
miseranda di lei, acciecata dal dolore e dalla gelosia, si presentò
all’Imperatore, e con forza di parlar concitato esclamò:
— Giurami, o Claudio, che la fama mente.
Nerone tacque.
Essa ripetè la dimanda.
E l’altro,
— Lasciami in pace — gridò con sdegno — e ricordati che parli
all’Imperatore.
— Dunque è vero, — rispose la donna strappandosi i capelli.
— Cessa da codeste smanie importune; non renderti uggiosa, che in me
dal fastidio allo sdegno è breve il passo.
Atte, piangendo e levando le braccia al cielo, proruppe:
— O Dei immortali, rivelatemi voi la verità.
— Interroga pure i Numi, interroga gli uomini: essi ti risponderanno,
non io. Nè più t’avvenga, o citarista, di presentarti a Cesare senza
essere chiamata.
— Mai non mi parlasti così, ed oggi lo fai, ch’io sono immersa in tanto
dolore!
— E così rimpiangi quella morta, da cui fosti un giorno respinta?
— Io oggi non ricordo di lei che il suo affetto per me, che l’orribile
tradimento di cui fu vittima.
— Ebbene, — rispose stizzito Nerone, — pasciti pure in queste memorie,
ma non importunarmi più oltre con simili querimonie, e torna nella tua
cella.
E le fe’ cenno d’uscire.
Atte, mortificata, sconsolata, mosse verso la porta a lento passo, e
quando fu sull’uscio si coprì il volto colle mani mormorando:
— Povera Rubea!
E scomparve.
Questa esclamazione di profondo cordoglio Nerone spiegò a senso di
rimprovero per lui, e rimase più irritato che mai contro l’audace
citarista, che tanto osava.
Egli voleva essere per le sue donne, come per tutti, un Dio; e un Dio
lo si ama, lo si ammira, lo si rispetta, ma non lo si censura, e molto
meno lo si prende a scherno, com’egli sospettava che avesse fatto
Simone.
Era di poco partita la citarista, quando tornò il pedagogo.
Locusta, che non voleva tradir l’amico, aveva assicurato che il
farmaco, consegnato a Fausta Laterano, era un narcotico richiestole da
lei, per guarir la figlia dalle veglie e dalle paurose fantasie. Quale
poi fosse stata la cagione della follia e della morte essa ignorava,
nè potevasi certo attribuirla a’ suoi filtri, nè agli incantesimi di
Simone.
— Ma, — terminò Aniceto, — non conviene prestar troppa fede alle
asserzioni di quella giudea intimamente legata al mago cristiano.
— Non fosti scaltro nell’indagare, o pedagogo. Converrà che d’altro
mezzo mi serva per scoprire se sia falsa o vera la magica potenza di
Simone, se debba premiarlo, o insieme ad altri cristiani condannarlo in
pasto alle fiere.
Atte, decisa ad abbandonare il palazzo dei Cesari, era salita nei
cenaculi, e là aveva cominciato a radunare le sue robe, quando
sopraggiunse Sporo, e sentendo della determinazione presa da lei, la
scongiurò a rimanere.
La citarista si mostrò irremovibile.
— Allora verrò teco.
— E perchè?
— Perchè t’amo.
L’altra sorrise tra le lagrime, e lo esortò a smettere le ubbie amorose
e restar tranquillo nella casa Augustale.
Sporo, coll’ostinazione d’un fanciullo, sosteneva di non volere
assolutamente separarsi da lei, ripetendo:
— O tu rimarrai, o verrò con te.
Intanto, era venuta la sera, ed Atte, per liberarsi di lui, gli disse
di lasciarla; dovendo essa recarsi presso l’Imperatrice Ottavia.
— Cosa insolita, questa, — osservò il diffidente giovinetto, — è forse
un pretesto per fuggir subito senza di me.
Quantunque gli riuscisse molto importuno in quell’angoscioso momento,
rispose con tutta dolcezza:
— Vedi, che io lascio qui il _simikion_, il mio fardello, e l’amitto.
Non contento di questa prova, Sporo volle discendere con lei, e solo la
lasciò dinanzi alla porta, che metteva nelle stanze dell’Imperatrice.
Questa erasi recata nel Larario a pregare, e quando si rivolse per
uscire vide prostrata sul limitare una donna.
Al chiarore della lucerna pensile, riconobbe la citarista, che
alzando gli occhi lagrimosi verso di lei, colle mani giunte in atto
supplichevole mormorò:
— O diva Ottavia, perdona!
Erano scorsi due anni dacchè la figlia d’Acaja era stata sedotta da
Nerone, nè mai aveva osato presentarsi alla tradita sovrana.
Grande fu dunque la sorpresa d’Ottavia nel trovarsela improvvisamente
davanti e in quell’umile positura.
Abbassò sovr’essa uno sguardo severo, senza profferir parola.
Atte tornò ad invocare il perdono, annunziandole ch’essa abbandonava
la casa Augustale, dove aveva pur troppo molto amato, ma molto
sofferto, e andava lungi a vivere di dolorose memorie, e a continuare
nell’espiazione, già incominciata, dei falli suoi.
— Assai tardi ti penti, o citarista. Ed è proprio la coscienza che ti
spinge a questa risoluzione, o non piuttosto il disinganno?
— Sì, il disinganno, il dolore d’una speranza svanita. La vergine
caduta aveva sognato di poter col fascino dell’amore e della bellezza
rendere l’amante suo clemente e generoso, e se aveva, suo malgrado,
fatte delle vittime, altre riuscisse a salvare. Da pochi giorni questa
illusione perdetti, e parto. Ora, qui non mi trattiene più altro,
tranne il desiderio del tuo perdono.
— E la volontà di Cesare, — tuonò Nerone comparendo all’improvviso.
Sporo, volendo impedire ad ogni costo la partenza d’Atte, e temendo
ch’essa fuggisse furtivamente, dopo averla accompagnata fino
all’appartamento d’Ottavia, era andato ad avvertire l’Imperatore,
il quale rimaneva cogitabondo, e poi si recava nelle stanze della
moglie, ove il giovinetto gli aveva detto trovarsi in quel momento la
citarista.
Udendole a parlare presso il Larario, arrestavasi per poco ad
origliare, quindi si presentava.
Atte, alla voce del tiranno, cadde sull’anca, e poggiando la mano
sinistra sul pavimento, e la destra ponendo sull’orecchio, lo fissò
sbigottita.
— Hai paura? — le dimandò Nerone.
La donna tacque ed egli riprese:
— Se hai paura, tanto meglio per te, così non oserai ribellarti agli
ordini miei, che t’impongono di rimanere. Tu varcheresti la soglia
della casa Augustale col piè sinistro, ch’è funesto augurio. Ma questo
non avverrà, poichè difficilmente ti riuscirebbe d’eludere la vigilanza
de’ miei pretoriani.
Atte lo scongiurò a lasciarla partire, a liberarla da un’esistenza
obbrobriosa e piena d’angosce e d’umiliazioni. Gli ricordò infine,
ch’egli generoso l’aveva fatta liberta.
— O liberi, o schiavi, — interruppe Nerone, — qui devono tutti chinarsi
davanti alla mia volontà.
E con queste parole la rimandò.
Rimasto solo con Ottavia, ch’erasi tenuta sempre in dignitoso silenzio,
le chiese cosa la citarista volesse da lei.
— Il mio perdono, — rispose Ottavia.
— E tu le hai perdonato?
— Da lungo tempo la rassegnazione si fece natura in me, o Claudio; io
ho perdonato alle offese di tutti.
— È nobile sentimento questo, o indifferenza verso di me? — chiese il
geloso tiranno.
— Questo ingiurioso sospetto mi prova che tu non apprezzasti mai al suo
giusto valore l’anima mia. Anche a questa nuova offesa perdono.
— Dunque tu m’ami sempre?
— E tu?
— Ti giuro, che ad onta delle colpe, a cui mi spinge l’incendio dei
sensi, il mio cuore è tutto per te. Dimmi che mi sarai fida sempre.
— Fino alla morte.
Nerone la strinse fra le braccia e la baciò.
Quindi si separarono.
Nè l’uno nè l’altra avevano in quel momento mentito.
Ottavia non amava più il marito, non credeva più alla sincerità dei
suoi amplessi, delle sue parole, de’ suoi baci; ma era decisa, malgrado
l’affetto che le ispirava Menecrate, a non dimenticare mai i doveri di
sposa.
Egli, nel fango dei vizii, conservava sempre predilezione grandissima
per lei, e non poteva a meno di non ammirarne il carattere nobile,
gentile e riservato.
Erano passati alcuni giorni dalla morte di Rubea, e in Roma si
continuava a non parlare che di lei.
Il sospetto che fosse stata violata e fatta poi uccidere da Nerone
andava sempre più cangiandosi in certezza.
Quegli stessi, che titubavano ancora, non sapendo spiegar la
prigionia del mago, cominciavano a persuadersi che questi era un
complice rinchiuso poi nel carcere Mamertino perchè non parlasse. Si
condannava publicamente il silenzio della somma Sacerdotessa di Vesta,
e del Pontefice Massimo, e dai più violenti si gridava vendetta per
l’oltraggio fatto alla Dea.
A tale fermento contribuivano gli amici dei Laterano, e i fautori di
Britannico, il cui nome taluni osarono acclamar per le vie, non sapendo
a qual rischio terribile esponevano il misero giovine.
Plauzio Laterano, sitibondo di vendetta, era andato ad offrire l’opera
sua, il suo braccio ai congiurati di Calpurnio Pisone, e li spingeva ad
agire.
Antonina però, apprezzando i consigli di prudenza, che le dava
l’Apostolo Paolo, li esortava a non compromettere con atti inconsulti
la sorte del fratello, non sembrando ancora a lei maturi gli eventi.
Nerone intanto addimostrava di non dar peso alcuno a codeste mene, nè
al broncio popolare, nè ai discorsi, nè alle satire sanguinose che si
facevano sul suo conto. Anzi ostentava il maggior disprezzo, assistendo
agli spettacoli publici, ai quali sovente prendeva parte, e dando
feste e sontuosi banchetti in mezzo agli splendori della nuova casa,
alla quale aveva tolto il titolo di _transitoria_ per chiamarla _casa
Aurea_.
E ben meritava codesto nome il superbo edifizio, nel quale Nerone aveva
profuso le ricchezze d’intere provincie.
Il portico a tre ordini di colonne s’apriva, come già dicemmo, di
fronte alla via Sacra dinanzi al vasto lago, al quale facevano cornice
altri palazzi cesarei, tra selve, giardini, grotte, vigneti e pascoli.
La statua colossale sorgeva in mezzo al vestibolo, dal quale conduceva
agli appartamenti vasta scala di marmi variopinti colle mura tutte a
fregi d’argento e d’avorio.
Per altre facili salite si poteva ascendere a cavallo fino al sommo del
palazzo.
Anche senza ricorrere ai voli di fantasia, a cui talvolta si lasciarono
andare il monaco Floriacense Rodulfo Tortario nella sua _Mirabilia_, e
l’autore della _Graphia Urbis Romæ_, parlando della grandezza di Roma
in generale, e dei palazzi cesarei in particolare, basta accennare ai
pregi reali della _casa Aurea_ perchè rimanga meravigliato il lettore.
Sulle porte di bronzo dorato si vedevano sculture di finissimo lavoro,
ed intorno agli stipiti larghe fasce di marmi preziosi incrostati di
pietre dure, madreperle ed avorio.
Simili ornati abbellivano le pareti e gli scompartimenti del soffitto
nella vasta exedra. Nel triclinio, ampio pur esso e di forma rotonda,
la vôlta di bronzo, rappresentante il firmamento, poggiava sopra un
cornicione d’oro e mosaici, sostenuto da colonne d’azzurro turchino
venute di Grecia. Il riflesso di lumi nascosti faceva brillar le stelle
di quel firmamento, che per ingegnoso meccanismo continuamente girava.
Stoffe trapunte d’oro coprivano i triclini, e vicino ad ognuno di
questi era deposta una tavola d’avorio, che mossa in giro, spargeva
fiori e profumi sul convitato.
Ammiravasi poi nei cubiculi imperiali quanto di più sfarzoso e
raffinato poteva sognare la voluttuosa immaginazione d’un uomo.
I riflessi dell’oro, dell’argento, delle pietre preziose, delle
madreperle e degli avori, uniti alla sera allo splendore d’innumerevoli
fiamme, avvolgevano in un mare di luce le mobilia, le suppellettili e
gli altri oggetti d’arte.
E tante magnificenze accontentavano appena la superbia di Cesare,
se si deve giudicare dalle parole ch’egli profferì il giorno
dell’inaugurazione:
— Io pure ormai ho cominciato ad abitar come uomo[63].
In quelle sale fantastiche, sopratutto dopo il fatto di Rubea, come
dicemmo più sopra, s’alternarono con maggior frequenza le feste.
Erano accademie di declamazione e di canto, alle quali prendeva parte
Nerone insieme a citaristi ed istrioni, tutti coronati di rose. Erano
balli, a cui intervenivano le dame romane sfolgoranti per bellezza ed
ornamenti. Erano banchetti, dove in vasellame d’oro venivano serviti
i cibi più squisiti, i più generosi vini d’Italia e di Grecia. Erano
infine orgie, alle quali accorrevano le più procaci etère, la più
sfrenata gioventù di Roma.
Con queste feste riusciva Nerone a gettare la polvere negli occhi agli
altri: ma non a guarir sè stesso. Rubea era morta da un mese, ed egli
non poteva dimenticarne la splendida bellezza, i lascivi trasporti, la
follia, la morte.
E tali rimembranze lo infastidivano, tanto più che Seneca e
Burro, quegli colla solita calma, questi colla solita violenza,
si dichiaravano convinti che l’autore del misfatto foss’egli, e lo
rimproveravano d’aver con questo dato un’arma potente in mano a’ suoi
nemici, ai fautori di Britannico.
Vedendo ch’egli rimaneva impassibile alle loro esortazioni, e alle loro
minacce d’abbandonarlo, ove non si ravvedesse, Burro non potè frenare
lo sdegno ed esclamò:
— Ebbene, poichè le nostre sagge parole tu disprezzi, e quasi deridi,
io mi ritiro dal governo della Republica e saluterò con gioia il giorno
in cui il popolo e i tuoi stessi pretoriani acclameranno Imperatore il
figlio di Messalina.
— Quel giorno non lo vedrai spuntare, — rispose cupamente Nerone.
Quindi, cangiando espressione, come si fosse posta una maschera sul
viso, lo pregò a desistere dal suo proposito, e non privarlo de’ suoi
consigli.
Burro acconsentì, ma il dì seguente, forse in conseguenza della bile,
cadde ammalato.
Premurosamente Nerone gli mandò, col mezzo d’Aniceto, un farmaco atto a
troncare il mal di gola che lo tormentava.
L’infermo, nulla sospettando e quasi grato al cortese interessamento di
Cesare, bevve, e nella notte morì.
Seneca venne a partecipargli la notizia, e Nerone neppure si diede il
fastidio di fare dell’ipocrisia, mentendo sorpresa e dolore.
Tale cinico contegno avvalorò Seneca nel sospetto che Burro fosse stato
avvelenato con quel farmaco.
Ma reso anche più prudente dall’esempio, non si lasciò sfuggire
parola, dalla quale trapelasse il ribrezzo, che a lui inspirava il suo
scellerato discepolo.
Questi, incoraggito dall’impunità che gli accordavano la sua potenza e
il terrore degli altri, prese a meditare un nuovo delitto.