Il mago Simone e l’avvelenatrice Locusta.
Da alcune frasi a Nerone sfuggite nell’ira, Atte aveva indovinato il
fiero proposito ch’egli nutriva contro Aulo Plancio, e gli aveva detto:
— Se tu, o Claudio Nerone, ami ancora la tua schiava fedele, tu non
ucciderai quell’uomo.
— L’ami forse, poichè tanto ti cale di lui?
— Non è la pietà per esso, che mi fa parlare, è l’amore per te. Non
voglio che tu attiri sul tuo capo l’ira di Giove.
Nerone alzò le spalle con disprezzo.
— Non voglio che tu offuschi coi delitti lo splendore dei Cesari.
— Se i delitti, — interruppe l’Imperatore sogghignando, — avessero
dovuto offuscare quello splendore, il nome dei Cesari sarebbe sepolto
nelle tenebre.
Atte continuò a persuaderlo, a supplicarlo fino a gettarglisi ai piedi;
l’altro, freddo, inesorabile, la lasciò parlare senza rispondere.
Perduta ogni speranza d’indurlo alla clemenza, diede in un sospiro ed
esclamò:
— Poichè tu, crudele, mi nieghi la grazia, _Agathodaemon_ m’aiuterà a
salvar l’infelice.
Ed uscì dalla stanza.
Nerone la lasciò partire; poi fatti venire i due liberti Elio e
Doriforo ordinò loro di spiare ogni passo della citarista.
Ed essi la colsero mentre dall’uscio faceva segno ad Aulo Plancio
d’avvicinarsi, e la condussero piangente al cospetto dell’Imperatore
che le disse:
— Ebbene, il tuo Genio tutelare non venne a porgerti aiuto? Egli, più
prudente di te, ebbe paura d’opporsi ai miei decreti.
— Sii clemente, o divo Cesare, — essa mormorò tra i singhiozzi. —
Perdona! Perdona!
— A te, volentieri perdono, o Atte, perchè ottimo cuore è il tuo. Ma
guardati d’ora innanzi dal presumere che tu possa arrestare i fulmini
miei. Correresti il rischio di rimanerne tu stessa incenerita.
E dopo questo tremendo avviso la rimandò.
Atte, per quanto già intravedesse nell’amante suo malvagi istinti, non
avrebbe immaginato mai di trovarlo così indurito nella crudeltà, così
profondamente scellerato.
L’affetto suo aveva resistito alle infedeltà di lui, ma non v’era
fiamma dell’anima, che valesse a distruggere il ribrezzo pe’ suoi
delitti.
Aveva creduto d’esercitare ancora tanta potenza su quell’uomo fatale
per impedirli, per salvar le vittime, per non lasciar così miseramente
distruggere l’amor suo. Ma il disinganno era venuto a toglierle ogni
energia, ogni speranza, e le annunziava che l’ora dell’espiazione
era giunta. Si sentiva destinata a subire le umiliazioni inflitte per
cagion sua all’Imperatrice, che con esimia virtù si rassegnava.
Ottavia però era moglie, e lei invece poteva risparmiarsele,
abbandonando quel mostro, al quale non la legava che un vincolo osceno.
In quel momento di desolazione stava quasi per appigliarsi a codesto
partito. Ma poi cominciò a vagheggiare l’effimera lusinga di poter
riacquistare il perduto dominio su Nerone, d’averlo forse fatto già
rientrare in sè, d’aver col suo pianto salvata la vita d’Aulo Plancio,
e rimase.
Quando s’incominciò a sparger la notizia, che questi era scomparso, i
begli occhi d’Atte versarono lagrime, si riempì l’animo suo di doloroso
rammarico, ma non partì.
E forse la povera citarista fu la sola che veramente piangesse sulla
sorte della vittima.
E Agrippina?
La cinica donna fu la prima a sapere da Seneca del misterioso misfatto,
che s’attribuiva a Nerone, e immaginandosi che questi vi fosse stato
spinto da gelosia per lei, fece d’abbominevole compiacenza farmaco al
dolore.
Ottavia dapprima si mostrò incredula, non vedendo la ragione di quella
vendetta; ma quando venne un giorno Lucano, e le rese evidente la
realtà del fatto, cadde come prostrata sotto il peso della triste
rivelazione, quasichè l’infamia del marito potesse ricader sul suo
capo. Non le sfuggì però dal labbro esclamazione alcuna di dolore o
d’indignazione.
Sperò ancora che le venisse smentita quella notizia, e non abbandonò la
speranza finchè non venne da lei Menecrate, nel quale riponeva fiducia
grandissima.
La fiducia, la stima, la simpatia, l’amicizia sono quei tali
sentimenti, che s’offrono alle donne oneste come pseudonimo all’amore.
Venne il citaredo, ed essa gli dimandò se avesse sentito della grave
accusa, che si moveva all’Imperatore, e s’egli vi prestasse fede.
Menecrate rispose che lo sapeva da vari giorni, nè poteva non crederlo,
poichè lo stesso Nerone dichiarava d’aver voluto punire l’oltracotante
menzognero, che aveva offeso il suo amor proprio.
— E perchè finora me lo tacesti?
— Perchè le labbra del fido citaredo non devono dar per te che suoni
lusinghieri. Avrei riguardato come un delitto il darti un dolore, che
ti si poteva risparmiare.
— Ti ringrazio, o Menecrate, — disse la giovine Imperatrice con
un mesto sorriso. — Se la virtù mi vieta di corrispondere ai tuoi
sentimenti, non posso a meno di non apprezzar la nobiltà dell’animo
tuo. Ci proteggano gli Dei, poichè io adesso tremo per tutti.
— La mia vita t’è sacra, o divina Ottavia, e il fartene olocausto è un
bene che anelo. Non tremar dunque per me.
— Oh, no, preghiamo i Numi ch’egli non faccia nuove vittime.
E un’altra pur troppo era già designata. La Vestale Rubea.
Un giorno Nerone si presentò al Collegio delle Vestali, e ordinò che
gli fosse condotta innanzi.
È facile immaginare con quale trepidanza la vergine si presentasse a
lui.
Seppe però dominare l’interna apprensione, e come sempre, riservata e
severa, gli disse:
— Eccomi ai tuoi cenni. Cosa chiedi da me, o divo Cesare?
Nerone, seduto sopra uno sgabello, colle braccia conserte al petto,
dopo averla fissata con sguardo provocante, prese a dire:
— È vero, o Vestale, che se io il giorno dei Circensi avessi insistito
per ricevere l’alloro dalle tue mani, tu non avresti acconsentito?
— E come l’avrei potuto, se me lo vietano le leggi del nostro culto?
— Non v’è legge, non v’è culto che valga quando Cesare impone.
Rubea tacque.
Nerone riprese:
— E se, malgrado il divieto del Pontefice Massimo, io t’avessi
costretta ad accondiscendere al mio desiderio, cosa avresti fatto?
Rispondi.
— Avrei obbedito agli ordini del sommo Sacerdote.
— Non sai tu, o vergine, cosa sia oltraggiar Nerone?
— Il mio rifiuto non poteva arrecarti offesa, o divo Cesare, perchè
indipendente dalla mia volontà. Tu stesso comprendesti in qual bivio
tremendo avresti messa la povera Vestale, poichè chiamasti in mia vece
Antonina. Se non presti fede alle mie parole, se credi ch’io t’abbia
offeso, puniscimi.
— Lo vorrei, ma non ne ho il coraggio. E sai tu perchè? Perchè mi
sei cara; perchè dalla prima volta che ti vidi fui colpito dalla tua
bellezza. Infine perchè t’amo.
E in così dire levossi in piedi.
Rubea retrocedendo sdegnosa, proruppe:
— O Cesare, tu dimentichi che parli ad una Sacerdotessa di Vesta.
— La Sacerdotessa è scomparsa, ed io non vedo davanti a me che la bella
fanciulla del Laterano. Io non curo il tuo culto; sfido per te la tua
Dea. Io voglio rapirti a lei, voglio infranti i tuoi voti.
— Cessa, cessa, — esclamò la Vestale comprimendo colle mani le orecchie.
— Ascoltami! — gridò Nerone.
— Non lo debbo.
— Ascoltami; te lo impongo.
— I tuoi blasfemi mi fanno orrore.
— È divino anche il blasfema, quando è l’amore che lo spinge sul
labbro. Tu devi esser mia.
— Orrore! — esclamò Rubea, movendo per fuggire.
Nerone la trattenne, afferrandola per un braccio.
Essa riprese con foga di parlar concitato:
— Ma non temi i fulmini di Giove, l’ira dei Sacerdoti, il furore del
popolo?
— Tutto sfido per un tuo amplesso, per un tuo bacio.
— Dammi piuttosto la morte.
— No, voglio darti la vita, voglio toglierti da questa squallida
prigione, per condurti fra gli splendori della mia corte. Non sarai la
prima Vestale che sottomette la ragione al cuore.
— E furon sepolte vive nel campo scellerato. È questo che tu vuoi?
— Quelle non erano le amanti del più potente Imperatore del mondo.
A te nessuno oserebbe torcere un capello. Le verghe, colle quali il
Pontefice Massimo punisce le costoro negligenze, si spezzerebbero. Non
vi sarebbe forza umana capace di sollevare per te la pietra sepolcrale,
che si richiude sulle Vestali colpevoli d’amore. Tutti piegheranno il
capo, tutti taceranno davanti alla volontà di Cesare.
— Ma la tua volontà non varrà ad impedire l’obbrobrio mio, del mio
collegio, della mia famiglia. Lasciami!
E con sforzo energico si svincolò da lui e scomparve.
— Va, — gridò Nerone furente, — tu non mi sfuggirai.
Queste parole furono udite dalla Vestale, che rimase atterrita. Da quel
giorno non ebbe più pace, conoscendo l’indole perversa del tiranno,
capace di qualunque eccesso. L’interna agitazione non l’abbandonava
mai, e la faceva balzare ad ogni lieve rumore. Allorchè di notte
si trovava sola nel tempio, per mantenere il sacro fuoco, tendeva
l’orecchio ad ogni momento, e quando colla sacra verga attizzava le
brace, lo stesso crepitar delle scintille si cangiava per essa in suono
di passi, in mormorio di voci.
Non osava confidare ad alcuna delle compagne la sua ambascia,
per vergogna di rivelare l’obbrobriosa offerta; e quando la somma
Sacerdotessa le aveva chiesto cosa da lei volesse l’Imperatore,
rispondeva:
— Che implorassi perdono, perchè il giorno dei circensi non risposi
alla sua chiamata e non venni a porgergli la corona d’alloro.
Ma quello che aveva taciuto agli altri, confidava alla madre sua,
scongiurandola a non rivelarlo a chichessia, neppure al padre, e la
pregava di procurarle un rimedio, che calmasse i suoi terrori e il suo
turbamento nervoso e la salvasse dalle veglie angosciose.
Una notte, ch’era alla custodia del fuoco sacro, fu presa da tale
sonnolenza contro la quale cercò di lottare, ma inutilmente.
Volendo invocare l’aiuto della Dea, tentò genuflettersi, ma non potendo
sostenersi, sedette in terra, e col capo poggiato sul cuscino dello
sgabello profondamente s’addormentò.
Fra l’ira d’essere stato respinto e la libidine destata in lui dalla
venustà di Rubea, e dalla stessa lotta sostenuta con essa, Nerone
era tornato alla casa Augustale in preda ad agitazione, che aveva del
delirio.
Se non lo avesse trattenuto la tema del pericolo, al quale s’esponeva
pel sacrilegio commesso, la Vestale sarebbe stata tolta a viva forza
dal chiostro e trascinata nel cubiculo imperiale.
Non poteva egli però così impunemente affrontare le vendette
sacerdotali e il furore di Roma intera. Ma posseder la fanciulla del
Laterano voleva ad ogni costo.
Aniceto, benchè astuto e malvagio, non era da tanto per giovargli in
questa impresa.
Dopo aver ventilati in sua mente varii progetti, fe’ venire il mago
Simone, e gli disse:
— Se tu sei veramente quel maestro d’incantesimi, che ti vanti, devi
darmene prova. Io voglio in mio potere la Vestale Rubea o per amore o
per forza. Il fatto però deve rimanere avvolto nel mistero, sia ch’essa
acconsenta, sia che opponga resistenza. Chiedo insomma a te uno di quei
miracoli, di cui ti dici capace, e che nessuno vide mai. Se riesci
avrai mille nummi[62] e dirò che fosti calunniato da Paolo di Tarso,
e da Simone Barione, quei due Apostoli cristiani che ti proclamarono
impostore. Se non riesci, i nummi si cambieranno in catene.
— Prepara i nummi, o Cesare.
— E credi riuscire?
— Nulla è impossibile al mago Simone, — rispose lo sfacciato. —
Concedimi qualche giorno, e ti prometto che tu potrai far di quella
Vestale la tua voglia, e l’avrai fra le braccia, senza che neppur essa
se ne avveda.
— Non prometter soverchio.
— Prometto per mantenere.
— Vedremo.
Convien dire che il ciurmadore fosse proprio sicuro del fatto suo,
perchè uscì disinvolto, e quantunque fosse già inoltrata la sera, con
passo fermo, sceso il Palatino, s’incamminò verso il Velabro.
All’estremità di quelle tortuose viuzze v’era un orto cintato da mura,
nel quale s’entrava per una rozza porticina.
Davanti a questa s’arrestò Simone e mandò un fischio. Poco dopo apparve
tra le piante un fioco chiarore, la porticina s’apri per richiudersi
tosto dietro il mago.
Una vecchia schiava, rischiarando i sentieri con una lucerna di terra
cotta, introdusse costui entro una casupola di sinistra apparenza,
ch’era in fondo all’orto.
In quella casa dimorava una donna ebrea, chiamata Locusta, celebre
incantatrice, e maestra nel compor filtri e veleni.
Allorchè dalla schiava le fu annunziato il mago Simone, essa era nel
suo laboratorio, occupata a far bollire una miscela sopra un braciere
di bronzo, in cui ardevano rami di sicomoro e di cipresso.
Era una donna, che s’avvicinava all’ottavo lustro, e quantunque i vizii
e le veglie l’avessero prima del tempo appassita, conservava un resto
della bellezza giudaica.
Vestiva una tonaca nera rilevata ai lati con due scarabei fino al
ginocchio, e stretta ai fianchi da cingolo d’argento tutto trapunto
a geroglifici. Aveva il capo coperto da un reticolo, dal quale le
cadevano sulle spalle le folte ciocche di capelli grigi.
Al chiaror della vampa, e d’un alto candelabro di bronzo, facevano
in quel laboratorio orrenda mostra di loro mummie, teschi, scheletri
d’uomini e d’animali, pesci, serpenti e coccodrilli disseccati ed
appesi con fili di ferro al soffitto; truogoli pieni di sangue
e di visceri, fiale contenenti polveri e liquidi d’ogni colore,
disposti sopra mense di legno, rospi che saltellavano in terra e
pipistrelli, che ora svolazzavano in giro per la stanza, ora andavano
a rannicchiarsi tra gli scheletri. E tutto questo ributtante addobbo
mandava fetore siffatto, che non riuscivano a vincere nè i fuscelli
odorosi che ardevano in quel momento, nè i timiami che di tratto in
tratto Locusta accendeva.
Malgrado la sinistra fama che correva su Locusta, uomini e donne anche
del patriziato, ricorrevano per la salute a’ suoi farmachi, per gli
oroscopi a’ suoi incantesimi, per l’amore la gioventù e la bellezza a’
suoi filtri, per delittuose brame ai suoi veleni.
Perfino le vergini Vestali erano state più volte in rapporti con essa,
e di questo era certo consapevole il mago Simone, l’amante suo.
Di fatto quand’essa lo raggiunse nella stanza attigua, perchè a
nessuno, neppure a lui, era permesso l’accesso nel laboratorio, le
disse che aveva bisogno dell’arte sua per addormentare una giovine
Sacerdotessa di Vesta e darla in braccio ad un uomo.
— Chi è costui, chi è colei?
— Il nome di lui non posso dirlo.
— Io l’ho già indovinato.
— La Vestale è la figlia dei Laterano. Se non fallo, tu avesti sovente
occasione d’intrattenerti colla madre sua.
— Gli spiriti d’Averno ti proteggono, o Simone. Ieri venne da me
Fausta Laterano, a chiedermi un farmaco, che tempri le sofferenze della
figlia, e ritorni la calma nel suo spirito agitato.
— E lo consegnasti?
— Non ancora. Soltanto dimani la vecchia Sempronia deve portarlo a lei,
perchè possa la Vestale servirsene il dì seguente, e poter così nella
notte adempiere al suo ufficio, senza essere in preda a spaventose
fantasie, mentre si trova sola nel tempio.
— E tu invece nel tempio la farai addormentare, le darai
l’insensibilità del cadavere, non è vero, o mia bella giudea? — disse
il mago tutto lieto di veder quasi assicurata la riuscita dei suoi
disegni.
Locusta rispose:
— Io posso darle un sonno profondo, come quello della morte, e nel
sonno il delirio dei sensi; ma questo non farò finchè non sappia quale
mercede ti fu promessa da Cesare.
Simone, ch’era astuto ma vile, ebbe paura per un momento d’ingannare
l’incantatrice, e con tutta ingenuità le disse che aveva indovinato, ma
dei mille nummi non confessò che la metà, ed aggiunse;
— Poichè tu così bene m’aiuterai, divideremo il danaro fra noi. Esigo
però che l’Imperatore non sappia della tua complicità e creda il
risultato tutto effetto dei miei incantesimi.
Locusta, sorridendo e fissandolo con aria di compatimento, esclamò:
— Oh, l’infelice negromante che tu sei!
— Lascia fare, o Locusta. La tua scienza, unita alla impostura mia
porteranno buoni frutti, per ambidue. Dunque, il patto è segnato, tu
accetti i duecentocinquanta nummi, e nella notte del posdimani farai
trovar la vergine addormentata nel tempio. Suggeriscimi ora com’io
potrò penetrare coi miei satelliti nel chiostro.
— A questo pensa tu, — rispose la donna, alzando le spalle. — Debbo io
forse far tutto per te?
E per quanto l’altro pregasse di dargli un consiglio, Locusta, ad onta
del suo vantato prestigio, non sapendo cosa suggerirgli, lasciò che da
sè stesso trovasse il modo di rapir la Vestale.
Nell’uscire egli le ricordò d’avergli promessa una certa bevanda, che
lo renderebbe leggero ed agile, come un augello, e potrebbe volare e
confondere in tal guisa Paolo, Simone, e tutti quei cristiani, che gli
davano del ciurmadore.
Quando voltò le spalle per uscire, Locusta lo accompagnò collo sguardo
tentennando il capo, e sogghignando.
Il mago meditò tutta la notte sul modo d’entrare nel chiostro.
Non v’era tempo da perdere; conveniva risolversi, e il miglior partito
gli sembrò quello d’ottenere col denaro la complicità dell’ostiario.
Questi da principio non voleva acconsentire; ma udendo ch’era ordine di
Cesare, che questi poteva ricompensarlo largamente o punirlo pel suo
rifiuto, che d’altro non si trattava se non d’aprir la porta e finger
poi di dormir profondamente e di nulla aver inteso, si rassegnò.
Alla mattina del terzo giorno Simone seppe da lui che Fausta Laterano
aveva portato una fiala, di cui la figlia doveva sorbire tutto il
liquido sul far della sera.
Corse allora al palazzo Augustale per annunziare a Nerone, che nella
notte darebbe in suo potere la Vestale addormentata; e il tiranno
ordinò che la si trasportasse in una palazzina presso gli orti
Neroniani.
Era da poco Rubea caduta nel sonno profondo, quando il mago, seguito da
due manigoldi, entrò nel tempio, la fe’ prendere di peso e portar via.
In quel mentre un’altra vergine Sacerdotessa, con un lumicino in mano,
entrava da una porticina, ch’era dietro al delubro.