CAPITOLO XIII.

Il mago Simone e l’avvelenatrice Locusta.

Da alcune frasi a Nerone sfuggite nell’ira, Atte aveva indovinato il

fiero proposito ch’egli nutriva contro Aulo Plancio, e gli aveva detto:

— Se tu, o Claudio Nerone, ami ancora la tua schiava fedele, tu non

ucciderai quell’uomo.

— L’ami forse, poichè tanto ti cale di lui?

— Non è la pietà per esso, che mi fa parlare, è l’amore per te. Non

voglio che tu attiri sul tuo capo l’ira di Giove.

Nerone alzò le spalle con disprezzo.

— Non voglio che tu offuschi coi delitti lo splendore dei Cesari.

— Se i delitti, — interruppe l’Imperatore sogghignando, — avessero

dovuto offuscare quello splendore, il nome dei Cesari sarebbe sepolto

nelle tenebre.

Atte continuò a persuaderlo, a supplicarlo fino a gettarglisi ai piedi;

l’altro, freddo, inesorabile, la lasciò parlare senza rispondere.

Perduta ogni speranza d’indurlo alla clemenza, diede in un sospiro ed

esclamò:

— Poichè tu, crudele, mi nieghi la grazia, _Agathodaemon_ m’aiuterà a

salvar l’infelice.

Ed uscì dalla stanza.

Nerone la lasciò partire; poi fatti venire i due liberti Elio e

Doriforo ordinò loro di spiare ogni passo della citarista.

Ed essi la colsero mentre dall’uscio faceva segno ad Aulo Plancio

d’avvicinarsi, e la condussero piangente al cospetto dell’Imperatore

che le disse:

— Ebbene, il tuo Genio tutelare non venne a porgerti aiuto? Egli, più

prudente di te, ebbe paura d’opporsi ai miei decreti.

— Sii clemente, o divo Cesare, — essa mormorò tra i singhiozzi. —

Perdona! Perdona!

— A te, volentieri perdono, o Atte, perchè ottimo cuore è il tuo. Ma

guardati d’ora innanzi dal presumere che tu possa arrestare i fulmini

miei. Correresti il rischio di rimanerne tu stessa incenerita.

E dopo questo tremendo avviso la rimandò.

Atte, per quanto già intravedesse nell’amante suo malvagi istinti, non

avrebbe immaginato mai di trovarlo così indurito nella crudeltà, così

profondamente scellerato.

L’affetto suo aveva resistito alle infedeltà di lui, ma non v’era

fiamma dell’anima, che valesse a distruggere il ribrezzo pe’ suoi

delitti.

Aveva creduto d’esercitare ancora tanta potenza su quell’uomo fatale

per impedirli, per salvar le vittime, per non lasciar così miseramente

distruggere l’amor suo. Ma il disinganno era venuto a toglierle ogni

energia, ogni speranza, e le annunziava che l’ora dell’espiazione

era giunta. Si sentiva destinata a subire le umiliazioni inflitte per

cagion sua all’Imperatrice, che con esimia virtù si rassegnava.

Ottavia però era moglie, e lei invece poteva risparmiarsele,

abbandonando quel mostro, al quale non la legava che un vincolo osceno.

In quel momento di desolazione stava quasi per appigliarsi a codesto

partito. Ma poi cominciò a vagheggiare l’effimera lusinga di poter

riacquistare il perduto dominio su Nerone, d’averlo forse fatto già

rientrare in sè, d’aver col suo pianto salvata la vita d’Aulo Plancio,

e rimase.

Quando s’incominciò a sparger la notizia, che questi era scomparso, i

begli occhi d’Atte versarono lagrime, si riempì l’animo suo di doloroso

rammarico, ma non partì.

E forse la povera citarista fu la sola che veramente piangesse sulla

sorte della vittima.

E Agrippina?

La cinica donna fu la prima a sapere da Seneca del misterioso misfatto,

che s’attribuiva a Nerone, e immaginandosi che questi vi fosse stato

spinto da gelosia per lei, fece d’abbominevole compiacenza farmaco al

dolore.

Ottavia dapprima si mostrò incredula, non vedendo la ragione di quella

vendetta; ma quando venne un giorno Lucano, e le rese evidente la

realtà del fatto, cadde come prostrata sotto il peso della triste

rivelazione, quasichè l’infamia del marito potesse ricader sul suo

capo. Non le sfuggì però dal labbro esclamazione alcuna di dolore o

d’indignazione.

Sperò ancora che le venisse smentita quella notizia, e non abbandonò la

speranza finchè non venne da lei Menecrate, nel quale riponeva fiducia

grandissima.

La fiducia, la stima, la simpatia, l’amicizia sono quei tali

sentimenti, che s’offrono alle donne oneste come pseudonimo all’amore.

Venne il citaredo, ed essa gli dimandò se avesse sentito della grave

accusa, che si moveva all’Imperatore, e s’egli vi prestasse fede.

Menecrate rispose che lo sapeva da vari giorni, nè poteva non crederlo,

poichè lo stesso Nerone dichiarava d’aver voluto punire l’oltracotante

menzognero, che aveva offeso il suo amor proprio.

— E perchè finora me lo tacesti?

— Perchè le labbra del fido citaredo non devono dar per te che suoni

lusinghieri. Avrei riguardato come un delitto il darti un dolore, che

ti si poteva risparmiare.

— Ti ringrazio, o Menecrate, — disse la giovine Imperatrice con

un mesto sorriso. — Se la virtù mi vieta di corrispondere ai tuoi

sentimenti, non posso a meno di non apprezzar la nobiltà dell’animo

tuo. Ci proteggano gli Dei, poichè io adesso tremo per tutti.

— La mia vita t’è sacra, o divina Ottavia, e il fartene olocausto è un

bene che anelo. Non tremar dunque per me.

— Oh, no, preghiamo i Numi ch’egli non faccia nuove vittime.

E un’altra pur troppo era già designata. La Vestale Rubea.

Un giorno Nerone si presentò al Collegio delle Vestali, e ordinò che

gli fosse condotta innanzi.

È facile immaginare con quale trepidanza la vergine si presentasse a

lui.

Seppe però dominare l’interna apprensione, e come sempre, riservata e

severa, gli disse:

— Eccomi ai tuoi cenni. Cosa chiedi da me, o divo Cesare?

Nerone, seduto sopra uno sgabello, colle braccia conserte al petto,

dopo averla fissata con sguardo provocante, prese a dire:

— È vero, o Vestale, che se io il giorno dei Circensi avessi insistito

per ricevere l’alloro dalle tue mani, tu non avresti acconsentito?

— E come l’avrei potuto, se me lo vietano le leggi del nostro culto?

— Non v’è legge, non v’è culto che valga quando Cesare impone.

Rubea tacque.

Nerone riprese:

— E se, malgrado il divieto del Pontefice Massimo, io t’avessi

costretta ad accondiscendere al mio desiderio, cosa avresti fatto?

Rispondi.

— Avrei obbedito agli ordini del sommo Sacerdote.

— Non sai tu, o vergine, cosa sia oltraggiar Nerone?

— Il mio rifiuto non poteva arrecarti offesa, o divo Cesare, perchè

indipendente dalla mia volontà. Tu stesso comprendesti in qual bivio

tremendo avresti messa la povera Vestale, poichè chiamasti in mia vece

Antonina. Se non presti fede alle mie parole, se credi ch’io t’abbia

offeso, puniscimi.

— Lo vorrei, ma non ne ho il coraggio. E sai tu perchè? Perchè mi

sei cara; perchè dalla prima volta che ti vidi fui colpito dalla tua

bellezza. Infine perchè t’amo.

E in così dire levossi in piedi.

Rubea retrocedendo sdegnosa, proruppe:

— O Cesare, tu dimentichi che parli ad una Sacerdotessa di Vesta.

— La Sacerdotessa è scomparsa, ed io non vedo davanti a me che la bella

fanciulla del Laterano. Io non curo il tuo culto; sfido per te la tua

Dea. Io voglio rapirti a lei, voglio infranti i tuoi voti.

— Cessa, cessa, — esclamò la Vestale comprimendo colle mani le orecchie.

— Ascoltami! — gridò Nerone.

— Non lo debbo.

— Ascoltami; te lo impongo.

— I tuoi blasfemi mi fanno orrore.

— È divino anche il blasfema, quando è l’amore che lo spinge sul

labbro. Tu devi esser mia.

— Orrore! — esclamò Rubea, movendo per fuggire.

Nerone la trattenne, afferrandola per un braccio.

Essa riprese con foga di parlar concitato:

— Ma non temi i fulmini di Giove, l’ira dei Sacerdoti, il furore del

popolo?

— Tutto sfido per un tuo amplesso, per un tuo bacio.

— Dammi piuttosto la morte.

— No, voglio darti la vita, voglio toglierti da questa squallida

prigione, per condurti fra gli splendori della mia corte. Non sarai la

prima Vestale che sottomette la ragione al cuore.

— E furon sepolte vive nel campo scellerato. È questo che tu vuoi?

— Quelle non erano le amanti del più potente Imperatore del mondo.

A te nessuno oserebbe torcere un capello. Le verghe, colle quali il

Pontefice Massimo punisce le costoro negligenze, si spezzerebbero. Non

vi sarebbe forza umana capace di sollevare per te la pietra sepolcrale,

che si richiude sulle Vestali colpevoli d’amore. Tutti piegheranno il

capo, tutti taceranno davanti alla volontà di Cesare.

— Ma la tua volontà non varrà ad impedire l’obbrobrio mio, del mio

collegio, della mia famiglia. Lasciami!

E con sforzo energico si svincolò da lui e scomparve.

— Va, — gridò Nerone furente, — tu non mi sfuggirai.

Queste parole furono udite dalla Vestale, che rimase atterrita. Da quel

giorno non ebbe più pace, conoscendo l’indole perversa del tiranno,

capace di qualunque eccesso. L’interna agitazione non l’abbandonava

mai, e la faceva balzare ad ogni lieve rumore. Allorchè di notte

si trovava sola nel tempio, per mantenere il sacro fuoco, tendeva

l’orecchio ad ogni momento, e quando colla sacra verga attizzava le

brace, lo stesso crepitar delle scintille si cangiava per essa in suono

di passi, in mormorio di voci.

Non osava confidare ad alcuna delle compagne la sua ambascia,

per vergogna di rivelare l’obbrobriosa offerta; e quando la somma

Sacerdotessa le aveva chiesto cosa da lei volesse l’Imperatore,

rispondeva:

— Che implorassi perdono, perchè il giorno dei circensi non risposi

alla sua chiamata e non venni a porgergli la corona d’alloro.

Ma quello che aveva taciuto agli altri, confidava alla madre sua,

scongiurandola a non rivelarlo a chichessia, neppure al padre, e la

pregava di procurarle un rimedio, che calmasse i suoi terrori e il suo

turbamento nervoso e la salvasse dalle veglie angosciose.

Una notte, ch’era alla custodia del fuoco sacro, fu presa da tale

sonnolenza contro la quale cercò di lottare, ma inutilmente.

Volendo invocare l’aiuto della Dea, tentò genuflettersi, ma non potendo

sostenersi, sedette in terra, e col capo poggiato sul cuscino dello

sgabello profondamente s’addormentò.

Fra l’ira d’essere stato respinto e la libidine destata in lui dalla

venustà di Rubea, e dalla stessa lotta sostenuta con essa, Nerone

era tornato alla casa Augustale in preda ad agitazione, che aveva del

delirio.

Se non lo avesse trattenuto la tema del pericolo, al quale s’esponeva

pel sacrilegio commesso, la Vestale sarebbe stata tolta a viva forza

dal chiostro e trascinata nel cubiculo imperiale.

Non poteva egli però così impunemente affrontare le vendette

sacerdotali e il furore di Roma intera. Ma posseder la fanciulla del

Laterano voleva ad ogni costo.

Aniceto, benchè astuto e malvagio, non era da tanto per giovargli in

questa impresa.

Dopo aver ventilati in sua mente varii progetti, fe’ venire il mago

Simone, e gli disse:

— Se tu sei veramente quel maestro d’incantesimi, che ti vanti, devi

darmene prova. Io voglio in mio potere la Vestale Rubea o per amore o

per forza. Il fatto però deve rimanere avvolto nel mistero, sia ch’essa

acconsenta, sia che opponga resistenza. Chiedo insomma a te uno di quei

miracoli, di cui ti dici capace, e che nessuno vide mai. Se riesci

avrai mille nummi[62] e dirò che fosti calunniato da Paolo di Tarso,

e da Simone Barione, quei due Apostoli cristiani che ti proclamarono

impostore. Se non riesci, i nummi si cambieranno in catene.

— Prepara i nummi, o Cesare.

— E credi riuscire?

— Nulla è impossibile al mago Simone, — rispose lo sfacciato. —

Concedimi qualche giorno, e ti prometto che tu potrai far di quella

Vestale la tua voglia, e l’avrai fra le braccia, senza che neppur essa

se ne avveda.

— Non prometter soverchio.

— Prometto per mantenere.

— Vedremo.

Convien dire che il ciurmadore fosse proprio sicuro del fatto suo,

perchè uscì disinvolto, e quantunque fosse già inoltrata la sera, con

passo fermo, sceso il Palatino, s’incamminò verso il Velabro.

All’estremità di quelle tortuose viuzze v’era un orto cintato da mura,

nel quale s’entrava per una rozza porticina.

Davanti a questa s’arrestò Simone e mandò un fischio. Poco dopo apparve

tra le piante un fioco chiarore, la porticina s’apri per richiudersi

tosto dietro il mago.

Una vecchia schiava, rischiarando i sentieri con una lucerna di terra

cotta, introdusse costui entro una casupola di sinistra apparenza,

ch’era in fondo all’orto.

In quella casa dimorava una donna ebrea, chiamata Locusta, celebre

incantatrice, e maestra nel compor filtri e veleni.

Allorchè dalla schiava le fu annunziato il mago Simone, essa era nel

suo laboratorio, occupata a far bollire una miscela sopra un braciere

di bronzo, in cui ardevano rami di sicomoro e di cipresso.

Era una donna, che s’avvicinava all’ottavo lustro, e quantunque i vizii

e le veglie l’avessero prima del tempo appassita, conservava un resto

della bellezza giudaica.

Vestiva una tonaca nera rilevata ai lati con due scarabei fino al

ginocchio, e stretta ai fianchi da cingolo d’argento tutto trapunto

a geroglifici. Aveva il capo coperto da un reticolo, dal quale le

cadevano sulle spalle le folte ciocche di capelli grigi.

Al chiaror della vampa, e d’un alto candelabro di bronzo, facevano

in quel laboratorio orrenda mostra di loro mummie, teschi, scheletri

d’uomini e d’animali, pesci, serpenti e coccodrilli disseccati ed

appesi con fili di ferro al soffitto; truogoli pieni di sangue

e di visceri, fiale contenenti polveri e liquidi d’ogni colore,

disposti sopra mense di legno, rospi che saltellavano in terra e

pipistrelli, che ora svolazzavano in giro per la stanza, ora andavano

a rannicchiarsi tra gli scheletri. E tutto questo ributtante addobbo

mandava fetore siffatto, che non riuscivano a vincere nè i fuscelli

odorosi che ardevano in quel momento, nè i timiami che di tratto in

tratto Locusta accendeva.

Malgrado la sinistra fama che correva su Locusta, uomini e donne anche

del patriziato, ricorrevano per la salute a’ suoi farmachi, per gli

oroscopi a’ suoi incantesimi, per l’amore la gioventù e la bellezza a’

suoi filtri, per delittuose brame ai suoi veleni.

Perfino le vergini Vestali erano state più volte in rapporti con essa,

e di questo era certo consapevole il mago Simone, l’amante suo.

Di fatto quand’essa lo raggiunse nella stanza attigua, perchè a

nessuno, neppure a lui, era permesso l’accesso nel laboratorio, le

disse che aveva bisogno dell’arte sua per addormentare una giovine

Sacerdotessa di Vesta e darla in braccio ad un uomo.

— Chi è costui, chi è colei?

— Il nome di lui non posso dirlo.

— Io l’ho già indovinato.

— La Vestale è la figlia dei Laterano. Se non fallo, tu avesti sovente

occasione d’intrattenerti colla madre sua.

— Gli spiriti d’Averno ti proteggono, o Simone. Ieri venne da me

Fausta Laterano, a chiedermi un farmaco, che tempri le sofferenze della

figlia, e ritorni la calma nel suo spirito agitato.

— E lo consegnasti?

— Non ancora. Soltanto dimani la vecchia Sempronia deve portarlo a lei,

perchè possa la Vestale servirsene il dì seguente, e poter così nella

notte adempiere al suo ufficio, senza essere in preda a spaventose

fantasie, mentre si trova sola nel tempio.

— E tu invece nel tempio la farai addormentare, le darai

l’insensibilità del cadavere, non è vero, o mia bella giudea? — disse

il mago tutto lieto di veder quasi assicurata la riuscita dei suoi

disegni.

Locusta rispose:

— Io posso darle un sonno profondo, come quello della morte, e nel

sonno il delirio dei sensi; ma questo non farò finchè non sappia quale

mercede ti fu promessa da Cesare.

Simone, ch’era astuto ma vile, ebbe paura per un momento d’ingannare

l’incantatrice, e con tutta ingenuità le disse che aveva indovinato, ma

dei mille nummi non confessò che la metà, ed aggiunse;

— Poichè tu così bene m’aiuterai, divideremo il danaro fra noi. Esigo

però che l’Imperatore non sappia della tua complicità e creda il

risultato tutto effetto dei miei incantesimi.

Locusta, sorridendo e fissandolo con aria di compatimento, esclamò:

— Oh, l’infelice negromante che tu sei!

— Lascia fare, o Locusta. La tua scienza, unita alla impostura mia

porteranno buoni frutti, per ambidue. Dunque, il patto è segnato, tu

accetti i duecentocinquanta nummi, e nella notte del posdimani farai

trovar la vergine addormentata nel tempio. Suggeriscimi ora com’io

potrò penetrare coi miei satelliti nel chiostro.

— A questo pensa tu, — rispose la donna, alzando le spalle. — Debbo io

forse far tutto per te?

E per quanto l’altro pregasse di dargli un consiglio, Locusta, ad onta

del suo vantato prestigio, non sapendo cosa suggerirgli, lasciò che da

sè stesso trovasse il modo di rapir la Vestale.

Nell’uscire egli le ricordò d’avergli promessa una certa bevanda, che

lo renderebbe leggero ed agile, come un augello, e potrebbe volare e

confondere in tal guisa Paolo, Simone, e tutti quei cristiani, che gli

davano del ciurmadore.

Quando voltò le spalle per uscire, Locusta lo accompagnò collo sguardo

tentennando il capo, e sogghignando.

Il mago meditò tutta la notte sul modo d’entrare nel chiostro.

Non v’era tempo da perdere; conveniva risolversi, e il miglior partito

gli sembrò quello d’ottenere col denaro la complicità dell’ostiario.

Questi da principio non voleva acconsentire; ma udendo ch’era ordine di

Cesare, che questi poteva ricompensarlo largamente o punirlo pel suo

rifiuto, che d’altro non si trattava se non d’aprir la porta e finger

poi di dormir profondamente e di nulla aver inteso, si rassegnò.

Alla mattina del terzo giorno Simone seppe da lui che Fausta Laterano

aveva portato una fiala, di cui la figlia doveva sorbire tutto il

liquido sul far della sera.

Corse allora al palazzo Augustale per annunziare a Nerone, che nella

notte darebbe in suo potere la Vestale addormentata; e il tiranno

ordinò che la si trasportasse in una palazzina presso gli orti

Neroniani.

Era da poco Rubea caduta nel sonno profondo, quando il mago, seguito da

due manigoldi, entrò nel tempio, la fe’ prendere di peso e portar via.

In quel mentre un’altra vergine Sacerdotessa, con un lumicino in mano,

entrava da una porticina, ch’era dietro al delubro.

Le donne di Nerone · 第 22 / 54 题