CAPITOLO XII.

Odio ed amore.

Nel giorno destinato alla gara, appena Aulo Plancio ebbe varcata la

soglia della sua casa per recarsi al circo, una donna, coperta da fitto

velo, s’avvicinò a lui e gli disse:

— Guardati dal vincere, o Aulo Plancio.

— E chi sei tu che così mi ammonisci?

— Non curarti di sapere chi io mi sia, — rispose la donna. — Guardati

dal vincere, ti ripeto, se t’è cara la vita.

E raggiunta una compagna, anch’essa velata e che l’attendeva a poca

distanza, s’allontanarono amendue con celere passo.

La sera innanzi, dopo un’orgia fatta con cantori, istrioni e meretrici,

Nerone stava supino sul suo letto, e ad Atte, che gli giaceva denudata

al fianco, diceva balbettante per ubriachezza:

— Il soverchio falerno e le tue carezze mi hanno fiaccate le fibre, e

domani ho bisogno di tutte le forze per condurre i miei dieci puledri e

fiaccar l’orgoglio di quel giovine presuntuoso.

— Ma tu lo sfidasti, o Claudio.

— Perchè il suo trionfo mi fece dispetto. Voglio mostrargli, che se gli

altri furono vinti da lui, non si vince Nerone.

— Dunque tu sei sicuro del trionfo.

— Tanto lo sono, che designai già la vergine dalle cui mani dovrò

ricever la corona.

— E chi sarà costei? — dimandò Atte con amarezza gelosa.

— Tu non lo indovineresti mai.

— Ma chi dunque?

— La tua sorella di latte, la Vestale Rubea.

A questo nome Atte si levò sul fianco e fissando Nerone negli occhi,

quasi volesse scrutarne l’intimo pensiero, gli dimandò come avesse

pensato a lei, cosa lo avesse indotto a quella scelta.

— Non ti ricordi, — rispose Nerone, — quanto un giorno esaltasti la

beltà di lei? Anche il pedagogo ne rimase abbagliato.

— Ebbene?

— Io voglio vederla, voglio che all’onore di pormi sul capo l’alloro

sia chiamata questa divina Sacerdotessa.

— Rifiuterà.

— Oibò, — mormorò Nerone, dimenando il capo.

— Rifiuterà per certo, — ripetè la citarista.

— Non si rifiuta a Nerone.

Atte, ponendosi le mani nei capelli, esclamò:

— Ah ch’io presento sventure!

Nerone fe’ le spallucce.

— Guardati bene, o Claudio.

— E tu guardati dal riuscirmi importuna.

— Quasi desidero che il vincitore sia Plancio, — mormorò la donna

scendendo dal letto, e ponendo i bei piedini sulla pelle di pantera

distesa in terra.

Nerone, pieno di dispetto, gridò:

— Ah! tu vuoi dunque la morte di quel disgraziato.

— Cosa intendi con questo? — chiese l’altra rivolgendosi.

— Ricordati che l’istrione Paride osò vantarsi in pubblico d’essermi

superiore nel recitar tragedie, e poco dopo traversò lo Stige.

— Ma tu non ucciderai quell’uomo che nulla ti fece.

— Nulla mi fece? — ripetè sogghignando il briaco tiranno, — e forse

egli osa, mentre parliamo, giacersi in letto colla diva Agrippina.

— Io t’impedirò questo nuovo delitto.

— Non avrai siffatta cura perchè la vittoria sarà mia.

— Ma se il fato....

— Lascia in pace il fato, e vattene.

— Voglio prima che tu mi rassicuri, o Claudio.

— Va, ti dico, ch’io sono stanco e più non ho volontà di parlare.

Atte s’avvolse nel suo amitto ed uscì.

Ridottasi nella sua stanza, si fe’ a fantasticare sulla tremenda

minaccia, e come si potesse prevenire il Plancio senza che lo sapesse

Nerone.

Finalmente si decise ad avvisarlo lei stessa, e levatasi di buon

mattino, prese a compagno Sporo, e velati ambidue si recarono davanti

alla casa d’Aulo, e sentendo dall’ancella ostiaria che questi non era

ancora uscito, lo attesero nella via.

Compiuta l’opera pietosa, a cui il cuore e la coscienza l’avevano

spinta, tornando verso la casa Augustale pensava a Rubea. Un vago

presentimento, misto a turbamento geloso, l’esortava ad avvisare anche

la sua sorella di latte dell’onore a cui la si voleva invitare.

Ma le verrebbe fatto di veder la Vestale? E vedendola potrebbe

consigliarla di rispondere con un rifiuto al desiderio cortese del divo

Cesare? E ciò per un chimerico dubbio, da cui il sacro carattere di

Sacerdotessa si sentirebbe offeso.

E poi, non sarebbe da parte sua un atto biasimevole l’andare essa

stessa, tanto amante, tanto beneficata, ad accusare l’Imperatore di

malvagie intenzioni?

Deposto il pensiero di quel tentativo tornarono al palazzo.

Giunta l’ora di recarsi al circo Massimo, desiderosa di restarsene

a meditare mestamente nella sua stanza, volle che Sporo vi si

recasse senza di lei. Non le riuscì però di liberarsi del giovinetto

innamorato, ch’era tutto felice di trovarsi solo in sua compagnia,

poichè anche Egloga ed Alessandria v’erano andate in compagnia di

Fusco, Procuratore dell’Egitto, e figlio di quest’ultima.

Prima di recarsi al circo, Nerone andò al tempio di Giove Ottimo

Massimo e là depose davanti al simulacro un ricchissimo cofanetto

d’oro. In esso erano rinchiusi i peli dei suoi mustacchi, che quella

mattina stessa s’era fatti radere, per offrirli in olocausto al Nume,

perchè gli ottenesse il trionfo.

Erasi inoltre servito per acconciarsi le chiome d’un drizzatoio

ch’eragli stato donato da uno del volgo, e pel quale aveva grande

venerazione, assicurando che gli prediceva l’avvenire.

Riferisco queste strane fantasie di quel monomane, appoggiandomi

all’autorità di Caio Svetonio.

I dignitari dello Stato e del clero, i patrizii colle loro famiglie

sedevano nel circo, perchè Nerone lo aveva quasi imposto loro.

Agrippina ed Ottavia erano nel pulvinare, circondate dalla corte, e

l’una e l’altra facevano voti perchè vincesse l’Imperatore, supponendo

che sarebbe stato terribile in lui lo sdegno del vinto.

Quantunque Nerone sapesse d’essere valente maestro nel guidare

dieci cavalli di fronte, pure mostravasi preoccupato, tanto più

che aveva dato ordine all’Edile e ai Giudici che fossero osservate

scrupolosamente le leggi della corsa.

Prima d’uscire dalle _carceri_ col suo avversario ripeteva a questi di

guardarsi bene dal non metter tutto l’impegno per riuscir vincitore.

Dopo aver fatto il solito giro al passo, quando al prolungato squillo

delle trombe cadde l’_alba linea_ e partirono, l’Imperatore, durante

i tre giri, di tratto in tratto toglieva lo sguardo dalle teste de’

suoi cavalli per rivolgerlo a quelli del suo competitore, che rimaneva

indietro, e vedere se ciò facesse per non giunger primo alla meta.

Dal modo incerto però col quale procedevano i dieci puledri d’Aulo

Plancio, si capacitò che se non riusciva a mandarli innanzi, era in lui

inesperienza, non astuzia.

Nè l’una nè l’altra. Il giovine Cavaliere, durante la corsa, titubava

ancora tra il desiderio e la tema di vincere, e questa incertezza

s’appalesava nel guidare il _decemjugis_.

Nerone toccò il primo la meta, e tra gli urli del popolo e lo squillar

delle trombe, fece due giri ancora attorno alla _spina_, prima di poter

trattenere gli sfrenati puledri.

Ricevuta ch’ebbe dalle mani dell’Edile la corona d’alloro, scese dal

carro e montato sopra quadriga dorata insieme al sommo Sacerdote di

Vulcano, cominciò il giro trionfale, e come fu dinanzi al pulvinare, ad

alta voce pronunziò il nome della Vestale Rubea.

S’udì nel circo un prolungato mormorio, che non denotava certo

approvazione da parte del publico. Tutti gli occhi si rivolsero al

recinto riserbato alle Vestali, che agitate gesticolavano, parlando fra

loro.

Nerone, disceso dal cocchio, attendeva sull’alto della gradinata,

che metteva dall’arena al pulvinare, quando venne a lui il Pontefice

Massimo, seguito da altri Sacerdoti e così gli parlò:

— O divo Cesare, tu sai che ufficio delle Vestali fu sempre quello

di porgere la _laurea insigne_ ai guerrieri che tornavano dopo aver

debellato i nemici. Quello era sacro rito e s’addiceva loro. La corona

dei ludi deve porgerla una nobile fanciulla del patriziato, e tu non

puoi disconoscere questo loro diritto.

— Io tutto posso, — interruppe Nerone facendosi torvo. — Se a me piace,

cangiando in sacra una cerimonia profana, ch’è pure consacrata agli

Dei, chiamare una Sacerdotessa di Vesta all’onore di cingermi il lauro,

chi può impedirlo?

Il Pontefice rispose risolutamente:

— Tu stesso, che non vorrai oltraggiare la Dea nella sua Sacerdotessa,

nè urtare colla religione del popolo romano.

— E se malgrado ciò, io m’ostinassi nel mio proposito?

— T’esporresti al rifiuto della vergine Rubea.

Nerone, dopo aver fissato il Pontefice con espressione di volto, dalla

quale traspariva un sinistro progetto, mormorò:

— Sta bene.

E rivolto verso l’interno del pulvinare, pronunziò un altro nome.

E fu quello d’Antonina, la sorella di Britannico.

Questa, che si teneva in disparte dietro i biselli delle due

Imperatrici, rimase alquanto incerta, se rispondere o no a

quell’invito.

Essa odiava Nerone per aver usurpato il trono del fratello, e rifuggiva

dall’accettare da lui onore qualsiasi.

Della sua titubanza s’avvide Ottavia, ed uno sguardo supplichevole di

lei la decise ad acconsentire.

La prestante persona, le splendide forme, la folta chioma castagnina,

la vivacità delle brune pupille, formavano la procace bellezza

d’Antonina.

Allorchè l’Imperatore, ascesa la scalea, s’inginocchiò sull’ultimo

gradino, essa maestosamente si fece innanzi, prese dalle mani del

Sacerdote di Vulcano la corona, e glie la pose sul capo.

Nerone discese, rimontò sul carro, e fece il giro trionfale.

Intanto i Consoli, l’Edile e le matrone romane colle loro figlie

andavano a fare omaggio d’ossequio ad Antonina, seduta su ricco trono,

e circondata dalle Vestali.

Compita la cerimonia, la moltitudine tumultuosamente sgombrò il

circo, senza neppure attendere che i trombettieri dessero il segnale,

e irruppe come fiumana per le vie più brevi, che dal circo Massimo

conducevano al monte Pincio.

Tutti erano in ansia di giunger presto su quella vetta dov’era l’ara di

Vulcano, e dove doveva chiudersi la sacra festività alla mezzanotte.

Antonina, accompagnata sempre dalle Vestali, giunse ch’era già venuta

la sera e andò a sedersi sopra il solio, entro un boschetto d’allori.

A stento i littori tenevano indietro i curiosi, che volevano vedere

l’Antistite della festa non solo, ma anche quella Vestale Rubea, che

invitata dall’Imperatore, non erasi presentata.

Alti candelabri di marmo, nelle cui tazze ardevano materie resinose,

rischiaravano la variopinta moltitudine, che sembrava agitarsi in un

mare di fuoco.

S’udì un frastuono lungo l’erta, di cui gli andirivieni si

rischiararono di nuova luce. Erano le faci dei pretoriani, che

accompagnavano il carro a quattro cavalli nel quale sedevano Nerone e

il Sacerdote dì Vulcano.

Fra le acclamazioni della plebe giunse la quadriga davanti al boschetto

degli allori.

Nerone discese, e presa per mano Antonina cominciarono a passeggiare

in mezzo alla folla stipata. Dietro di loro venivano le Vestali, poi

i Sacerdoti di Vulcano, e al corteggio facevano ala i soldati del

pretorio ed i littori.

Il vincitore non sembrava completamente lieto della vittoria.

Parlava con Antonina, salutava il popolo, cercando di nascondere più

che da lui si potesse l’interno dispetto per le severe rimostranze del

Pontefice. Di tratto in tratto volgeva la testa indietro, e lanciava

sguardi di fuoco sulla Vestale Rubea.

Tornati presso l’ara di Vulcano, egli piegò un ginocchio davanti ad

Antonina, che lo spruzzò, secondo il rito, d’acqua lustrale.

Quando fu terminata la festa alla mezzanotte, essa si congedò dalle

Sacerdotesse di Vesta e tornò al suo palazzo.

Al dì seguente era coricata ancora quando entrò nella sua stanza

Britannico colla faccia imbronciata.

Egli era dolentissimo che la sorella, da lui tanto amata, avesse

accondisceso all’invito di Nerone, ma non osava esternare il suo

rammarico. La predilezione e il rispetto che nutriva per essa non glie

lo consentivano.

Il penoso sentimento di lui però non isfuggì ad Antonina, che gli disse:

— Vieni qua, fratello, baciami, e non guardarmi sì torvo. Se

chiamata da Nerone dopo la Vestale Rubea, accondiscesi ad assumere

la parte di somma Sacerdotessa in quella risibile festa pagana, fu

per tranquillizzare Ottavia, che ha dell’infido marito così grande

timore. Se avessi rifiutato anch’io, chi sa a quali eccessi lo avrebbe

trascinato l’ira, che gli divampava dagli occhi.

— Comprendo il tuo nobile sentimento, — rispose Britannico, — ma dovevi

rammentarti in quel momento ch’egli ha rapito a me la diadema dei

Cesari.

— Nè l’ho dimenticato, nè lo dimenticherò mai. Benchè nati da diversa

madre, tu sai, Britannico, che io ti porto affetto più che a vero

fratello, tu sai com’io m’adopri perchè sia riparata l’ingiustizia

di tuo padre verso di te. E della sollecitudine mia per raggiungere

codesto scopo possono farti fede i nostri amici.

Gli amici di cui parlava Antonina erano Gneo Calpurnio Pisone, Marco

Flavio Sverino ed altri, che parteggiando per Britannico, cospiravano

insieme ad Antonina.

Di codesta donna, saggia e risoluta ad un tempo, essi avevano stima

grandissima. Laonde dapprima rimasero meravigliati ch’essa si fosse

prestata a supplire la Vestale nel buffonesco trionfo di Nerone; ma

poi si persuasero che sovente giova l’infingimento per celar meglio i

reconditi propositi, e lungi dal censurarla, la lodarono.

Di fatto Nerone, illuso dalla cortese abnegazione di lei, che figlia di

Cesare acconsentiva ad accettar l’invito da Rubea rifiutato, espresse

colla madre e colla moglie ammirazione e gratitudine per essa.

L’immagine della bella Vestale però eragli rimasta impressa nella

mente, e nel tempo stesso non poteva dimenticare la dichiarazione

del Pontefice Massimo, che la vergine, quand’anche non vi fosse stata

costretta dal suo dovere, avrebbe egualmente risposto col rifiuto.

Intollerante di qualsiasi opposizione, per quanto ragionevole, quella

d’una fanciulla dalla quale avrebbe voluto essere obbedito ed amato, lo

esasperava ancor più e gli toglieva tutta la gioia del trionfo.

E questa gioia venne ad intorbidargli ancora il funesto Aniceto,

narrandogli che Aulo Plancio erasi vantato nella taverna di Salvidieno

Orfido, ch’egli avrebbe potuto vincere l’Imperatore, ma non aveva

voluto per non umiliarlo.

Nerone, balzando in piedi, s’avanzò verso il pedagogo cogli occhi

stralunati e il pugno in alto, e gli gridò:

— Menti!

L’altro, fattosi umile per la paura, mormorò:

— O divo Cesare, così mi fu riferito.

— Da chi?

— Da Cercopiteco Panerote.

— Ordina ai liberti d’andarne in traccia.

E allorchè giunse il parassita, confermò quanto aveva riferito Aniceto.

Vedendo però l’eccitazione di Nerone aggiunse:

— Ma tu, divo Cesare, non spiegare a mal senso le parole di quel

giovine Cavaliere. Certo, avrebbe fatto meglio a lasciar da banda

la vanità e tacere, accontentandosi di non averti per abnegazione

contrastata la palma....

— Dunque, — interruppe Nerone, digrignando i denti, — anche tu credi a

quel vituperato millantatore?

— Io... no... ma se fosse vero quello che asserisce sarebbe da lodarsi.

Al suo posto, ancor io avrei fatto lo stesso.

— Ebbene, — disse Nerone, con accento che incuteva terrore, — io saprò

premiar lui, come avrei premiato te, o Cercopiteco.

Come questi fu partito, fece venire il capo dei pretoriani e si

trattenne a lungo con lui.

Alla sera, Aulo Plancio, uscito dalle stanze d’Agrippina, mentre

attraversava l’atrio, vide alla fioca luce d’una lanterna una donna

affacciarsi dietro uno stipite, e fargli cenno d’avvicinarsi. Mentre

moveva verso di lei, una mano afferrò il braccio di quella donna e la

trasse a viva forza indietro.

La porta fu richiusa con violenza, ed Aulo Plancio uscì dal palazzo dei

Cesari alquanto preoccupato.

La scena, a cui aveva assistito poc’anzi, gli dava a pensare.

Giunto che fu alle falde del Palatino, dall’ombra d’un edifizio

sbucarono fuori quattro uomini armati di _sica_[61] che gli si

gettarono addosso, lo atterrarono, e dopo averlo crivellato di ferite,

allorchè lo videro esanime, ne deposero il cadavere sopra una bara, e

andarono a gettarlo nel Tevere.

Quando il capo dei pretoriani annunziò al tiranno che l’ordine era

stato eseguito,

— Sta bene, — disse Nerone.

E rimasto solo, aggiunse:

— Ed ora a te, bella e superba Vestale.

Le donne di Nerone · 第 21 / 54 题