Odio ed amore.
Nel giorno destinato alla gara, appena Aulo Plancio ebbe varcata la
soglia della sua casa per recarsi al circo, una donna, coperta da fitto
velo, s’avvicinò a lui e gli disse:
— Guardati dal vincere, o Aulo Plancio.
— E chi sei tu che così mi ammonisci?
— Non curarti di sapere chi io mi sia, — rispose la donna. — Guardati
dal vincere, ti ripeto, se t’è cara la vita.
E raggiunta una compagna, anch’essa velata e che l’attendeva a poca
distanza, s’allontanarono amendue con celere passo.
La sera innanzi, dopo un’orgia fatta con cantori, istrioni e meretrici,
Nerone stava supino sul suo letto, e ad Atte, che gli giaceva denudata
al fianco, diceva balbettante per ubriachezza:
— Il soverchio falerno e le tue carezze mi hanno fiaccate le fibre, e
domani ho bisogno di tutte le forze per condurre i miei dieci puledri e
fiaccar l’orgoglio di quel giovine presuntuoso.
— Ma tu lo sfidasti, o Claudio.
— Perchè il suo trionfo mi fece dispetto. Voglio mostrargli, che se gli
altri furono vinti da lui, non si vince Nerone.
— Dunque tu sei sicuro del trionfo.
— Tanto lo sono, che designai già la vergine dalle cui mani dovrò
ricever la corona.
— E chi sarà costei? — dimandò Atte con amarezza gelosa.
— Tu non lo indovineresti mai.
— Ma chi dunque?
— La tua sorella di latte, la Vestale Rubea.
A questo nome Atte si levò sul fianco e fissando Nerone negli occhi,
quasi volesse scrutarne l’intimo pensiero, gli dimandò come avesse
pensato a lei, cosa lo avesse indotto a quella scelta.
— Non ti ricordi, — rispose Nerone, — quanto un giorno esaltasti la
beltà di lei? Anche il pedagogo ne rimase abbagliato.
— Ebbene?
— Io voglio vederla, voglio che all’onore di pormi sul capo l’alloro
sia chiamata questa divina Sacerdotessa.
— Rifiuterà.
— Oibò, — mormorò Nerone, dimenando il capo.
— Rifiuterà per certo, — ripetè la citarista.
— Non si rifiuta a Nerone.
Atte, ponendosi le mani nei capelli, esclamò:
— Ah ch’io presento sventure!
Nerone fe’ le spallucce.
— Guardati bene, o Claudio.
— E tu guardati dal riuscirmi importuna.
— Quasi desidero che il vincitore sia Plancio, — mormorò la donna
scendendo dal letto, e ponendo i bei piedini sulla pelle di pantera
distesa in terra.
Nerone, pieno di dispetto, gridò:
— Ah! tu vuoi dunque la morte di quel disgraziato.
— Cosa intendi con questo? — chiese l’altra rivolgendosi.
— Ricordati che l’istrione Paride osò vantarsi in pubblico d’essermi
superiore nel recitar tragedie, e poco dopo traversò lo Stige.
— Ma tu non ucciderai quell’uomo che nulla ti fece.
— Nulla mi fece? — ripetè sogghignando il briaco tiranno, — e forse
egli osa, mentre parliamo, giacersi in letto colla diva Agrippina.
— Io t’impedirò questo nuovo delitto.
— Non avrai siffatta cura perchè la vittoria sarà mia.
— Ma se il fato....
— Lascia in pace il fato, e vattene.
— Voglio prima che tu mi rassicuri, o Claudio.
— Va, ti dico, ch’io sono stanco e più non ho volontà di parlare.
Atte s’avvolse nel suo amitto ed uscì.
Ridottasi nella sua stanza, si fe’ a fantasticare sulla tremenda
minaccia, e come si potesse prevenire il Plancio senza che lo sapesse
Nerone.
Finalmente si decise ad avvisarlo lei stessa, e levatasi di buon
mattino, prese a compagno Sporo, e velati ambidue si recarono davanti
alla casa d’Aulo, e sentendo dall’ancella ostiaria che questi non era
ancora uscito, lo attesero nella via.
Compiuta l’opera pietosa, a cui il cuore e la coscienza l’avevano
spinta, tornando verso la casa Augustale pensava a Rubea. Un vago
presentimento, misto a turbamento geloso, l’esortava ad avvisare anche
la sua sorella di latte dell’onore a cui la si voleva invitare.
Ma le verrebbe fatto di veder la Vestale? E vedendola potrebbe
consigliarla di rispondere con un rifiuto al desiderio cortese del divo
Cesare? E ciò per un chimerico dubbio, da cui il sacro carattere di
Sacerdotessa si sentirebbe offeso.
E poi, non sarebbe da parte sua un atto biasimevole l’andare essa
stessa, tanto amante, tanto beneficata, ad accusare l’Imperatore di
malvagie intenzioni?
Deposto il pensiero di quel tentativo tornarono al palazzo.
Giunta l’ora di recarsi al circo Massimo, desiderosa di restarsene
a meditare mestamente nella sua stanza, volle che Sporo vi si
recasse senza di lei. Non le riuscì però di liberarsi del giovinetto
innamorato, ch’era tutto felice di trovarsi solo in sua compagnia,
poichè anche Egloga ed Alessandria v’erano andate in compagnia di
Fusco, Procuratore dell’Egitto, e figlio di quest’ultima.
Prima di recarsi al circo, Nerone andò al tempio di Giove Ottimo
Massimo e là depose davanti al simulacro un ricchissimo cofanetto
d’oro. In esso erano rinchiusi i peli dei suoi mustacchi, che quella
mattina stessa s’era fatti radere, per offrirli in olocausto al Nume,
perchè gli ottenesse il trionfo.
Erasi inoltre servito per acconciarsi le chiome d’un drizzatoio
ch’eragli stato donato da uno del volgo, e pel quale aveva grande
venerazione, assicurando che gli prediceva l’avvenire.
Riferisco queste strane fantasie di quel monomane, appoggiandomi
all’autorità di Caio Svetonio.
I dignitari dello Stato e del clero, i patrizii colle loro famiglie
sedevano nel circo, perchè Nerone lo aveva quasi imposto loro.
Agrippina ed Ottavia erano nel pulvinare, circondate dalla corte, e
l’una e l’altra facevano voti perchè vincesse l’Imperatore, supponendo
che sarebbe stato terribile in lui lo sdegno del vinto.
Quantunque Nerone sapesse d’essere valente maestro nel guidare
dieci cavalli di fronte, pure mostravasi preoccupato, tanto più
che aveva dato ordine all’Edile e ai Giudici che fossero osservate
scrupolosamente le leggi della corsa.
Prima d’uscire dalle _carceri_ col suo avversario ripeteva a questi di
guardarsi bene dal non metter tutto l’impegno per riuscir vincitore.
Dopo aver fatto il solito giro al passo, quando al prolungato squillo
delle trombe cadde l’_alba linea_ e partirono, l’Imperatore, durante
i tre giri, di tratto in tratto toglieva lo sguardo dalle teste de’
suoi cavalli per rivolgerlo a quelli del suo competitore, che rimaneva
indietro, e vedere se ciò facesse per non giunger primo alla meta.
Dal modo incerto però col quale procedevano i dieci puledri d’Aulo
Plancio, si capacitò che se non riusciva a mandarli innanzi, era in lui
inesperienza, non astuzia.
Nè l’una nè l’altra. Il giovine Cavaliere, durante la corsa, titubava
ancora tra il desiderio e la tema di vincere, e questa incertezza
s’appalesava nel guidare il _decemjugis_.
Nerone toccò il primo la meta, e tra gli urli del popolo e lo squillar
delle trombe, fece due giri ancora attorno alla _spina_, prima di poter
trattenere gli sfrenati puledri.
Ricevuta ch’ebbe dalle mani dell’Edile la corona d’alloro, scese dal
carro e montato sopra quadriga dorata insieme al sommo Sacerdote di
Vulcano, cominciò il giro trionfale, e come fu dinanzi al pulvinare, ad
alta voce pronunziò il nome della Vestale Rubea.
S’udì nel circo un prolungato mormorio, che non denotava certo
approvazione da parte del publico. Tutti gli occhi si rivolsero al
recinto riserbato alle Vestali, che agitate gesticolavano, parlando fra
loro.
Nerone, disceso dal cocchio, attendeva sull’alto della gradinata,
che metteva dall’arena al pulvinare, quando venne a lui il Pontefice
Massimo, seguito da altri Sacerdoti e così gli parlò:
— O divo Cesare, tu sai che ufficio delle Vestali fu sempre quello
di porgere la _laurea insigne_ ai guerrieri che tornavano dopo aver
debellato i nemici. Quello era sacro rito e s’addiceva loro. La corona
dei ludi deve porgerla una nobile fanciulla del patriziato, e tu non
puoi disconoscere questo loro diritto.
— Io tutto posso, — interruppe Nerone facendosi torvo. — Se a me piace,
cangiando in sacra una cerimonia profana, ch’è pure consacrata agli
Dei, chiamare una Sacerdotessa di Vesta all’onore di cingermi il lauro,
chi può impedirlo?
Il Pontefice rispose risolutamente:
— Tu stesso, che non vorrai oltraggiare la Dea nella sua Sacerdotessa,
nè urtare colla religione del popolo romano.
— E se malgrado ciò, io m’ostinassi nel mio proposito?
— T’esporresti al rifiuto della vergine Rubea.
Nerone, dopo aver fissato il Pontefice con espressione di volto, dalla
quale traspariva un sinistro progetto, mormorò:
— Sta bene.
E rivolto verso l’interno del pulvinare, pronunziò un altro nome.
E fu quello d’Antonina, la sorella di Britannico.
Questa, che si teneva in disparte dietro i biselli delle due
Imperatrici, rimase alquanto incerta, se rispondere o no a
quell’invito.
Essa odiava Nerone per aver usurpato il trono del fratello, e rifuggiva
dall’accettare da lui onore qualsiasi.
Della sua titubanza s’avvide Ottavia, ed uno sguardo supplichevole di
lei la decise ad acconsentire.
La prestante persona, le splendide forme, la folta chioma castagnina,
la vivacità delle brune pupille, formavano la procace bellezza
d’Antonina.
Allorchè l’Imperatore, ascesa la scalea, s’inginocchiò sull’ultimo
gradino, essa maestosamente si fece innanzi, prese dalle mani del
Sacerdote di Vulcano la corona, e glie la pose sul capo.
Nerone discese, rimontò sul carro, e fece il giro trionfale.
Intanto i Consoli, l’Edile e le matrone romane colle loro figlie
andavano a fare omaggio d’ossequio ad Antonina, seduta su ricco trono,
e circondata dalle Vestali.
Compita la cerimonia, la moltitudine tumultuosamente sgombrò il
circo, senza neppure attendere che i trombettieri dessero il segnale,
e irruppe come fiumana per le vie più brevi, che dal circo Massimo
conducevano al monte Pincio.
Tutti erano in ansia di giunger presto su quella vetta dov’era l’ara di
Vulcano, e dove doveva chiudersi la sacra festività alla mezzanotte.
Antonina, accompagnata sempre dalle Vestali, giunse ch’era già venuta
la sera e andò a sedersi sopra il solio, entro un boschetto d’allori.
A stento i littori tenevano indietro i curiosi, che volevano vedere
l’Antistite della festa non solo, ma anche quella Vestale Rubea, che
invitata dall’Imperatore, non erasi presentata.
Alti candelabri di marmo, nelle cui tazze ardevano materie resinose,
rischiaravano la variopinta moltitudine, che sembrava agitarsi in un
mare di fuoco.
S’udì un frastuono lungo l’erta, di cui gli andirivieni si
rischiararono di nuova luce. Erano le faci dei pretoriani, che
accompagnavano il carro a quattro cavalli nel quale sedevano Nerone e
il Sacerdote dì Vulcano.
Fra le acclamazioni della plebe giunse la quadriga davanti al boschetto
degli allori.
Nerone discese, e presa per mano Antonina cominciarono a passeggiare
in mezzo alla folla stipata. Dietro di loro venivano le Vestali, poi
i Sacerdoti di Vulcano, e al corteggio facevano ala i soldati del
pretorio ed i littori.
Il vincitore non sembrava completamente lieto della vittoria.
Parlava con Antonina, salutava il popolo, cercando di nascondere più
che da lui si potesse l’interno dispetto per le severe rimostranze del
Pontefice. Di tratto in tratto volgeva la testa indietro, e lanciava
sguardi di fuoco sulla Vestale Rubea.
Tornati presso l’ara di Vulcano, egli piegò un ginocchio davanti ad
Antonina, che lo spruzzò, secondo il rito, d’acqua lustrale.
Quando fu terminata la festa alla mezzanotte, essa si congedò dalle
Sacerdotesse di Vesta e tornò al suo palazzo.
Al dì seguente era coricata ancora quando entrò nella sua stanza
Britannico colla faccia imbronciata.
Egli era dolentissimo che la sorella, da lui tanto amata, avesse
accondisceso all’invito di Nerone, ma non osava esternare il suo
rammarico. La predilezione e il rispetto che nutriva per essa non glie
lo consentivano.
Il penoso sentimento di lui però non isfuggì ad Antonina, che gli disse:
— Vieni qua, fratello, baciami, e non guardarmi sì torvo. Se
chiamata da Nerone dopo la Vestale Rubea, accondiscesi ad assumere
la parte di somma Sacerdotessa in quella risibile festa pagana, fu
per tranquillizzare Ottavia, che ha dell’infido marito così grande
timore. Se avessi rifiutato anch’io, chi sa a quali eccessi lo avrebbe
trascinato l’ira, che gli divampava dagli occhi.
— Comprendo il tuo nobile sentimento, — rispose Britannico, — ma dovevi
rammentarti in quel momento ch’egli ha rapito a me la diadema dei
Cesari.
— Nè l’ho dimenticato, nè lo dimenticherò mai. Benchè nati da diversa
madre, tu sai, Britannico, che io ti porto affetto più che a vero
fratello, tu sai com’io m’adopri perchè sia riparata l’ingiustizia
di tuo padre verso di te. E della sollecitudine mia per raggiungere
codesto scopo possono farti fede i nostri amici.
Gli amici di cui parlava Antonina erano Gneo Calpurnio Pisone, Marco
Flavio Sverino ed altri, che parteggiando per Britannico, cospiravano
insieme ad Antonina.
Di codesta donna, saggia e risoluta ad un tempo, essi avevano stima
grandissima. Laonde dapprima rimasero meravigliati ch’essa si fosse
prestata a supplire la Vestale nel buffonesco trionfo di Nerone; ma
poi si persuasero che sovente giova l’infingimento per celar meglio i
reconditi propositi, e lungi dal censurarla, la lodarono.
Di fatto Nerone, illuso dalla cortese abnegazione di lei, che figlia di
Cesare acconsentiva ad accettar l’invito da Rubea rifiutato, espresse
colla madre e colla moglie ammirazione e gratitudine per essa.
L’immagine della bella Vestale però eragli rimasta impressa nella
mente, e nel tempo stesso non poteva dimenticare la dichiarazione
del Pontefice Massimo, che la vergine, quand’anche non vi fosse stata
costretta dal suo dovere, avrebbe egualmente risposto col rifiuto.
Intollerante di qualsiasi opposizione, per quanto ragionevole, quella
d’una fanciulla dalla quale avrebbe voluto essere obbedito ed amato, lo
esasperava ancor più e gli toglieva tutta la gioia del trionfo.
E questa gioia venne ad intorbidargli ancora il funesto Aniceto,
narrandogli che Aulo Plancio erasi vantato nella taverna di Salvidieno
Orfido, ch’egli avrebbe potuto vincere l’Imperatore, ma non aveva
voluto per non umiliarlo.
Nerone, balzando in piedi, s’avanzò verso il pedagogo cogli occhi
stralunati e il pugno in alto, e gli gridò:
— Menti!
L’altro, fattosi umile per la paura, mormorò:
— O divo Cesare, così mi fu riferito.
— Da chi?
— Da Cercopiteco Panerote.
— Ordina ai liberti d’andarne in traccia.
E allorchè giunse il parassita, confermò quanto aveva riferito Aniceto.
Vedendo però l’eccitazione di Nerone aggiunse:
— Ma tu, divo Cesare, non spiegare a mal senso le parole di quel
giovine Cavaliere. Certo, avrebbe fatto meglio a lasciar da banda
la vanità e tacere, accontentandosi di non averti per abnegazione
contrastata la palma....
— Dunque, — interruppe Nerone, digrignando i denti, — anche tu credi a
quel vituperato millantatore?
— Io... no... ma se fosse vero quello che asserisce sarebbe da lodarsi.
Al suo posto, ancor io avrei fatto lo stesso.
— Ebbene, — disse Nerone, con accento che incuteva terrore, — io saprò
premiar lui, come avrei premiato te, o Cercopiteco.
Come questi fu partito, fece venire il capo dei pretoriani e si
trattenne a lungo con lui.
Alla sera, Aulo Plancio, uscito dalle stanze d’Agrippina, mentre
attraversava l’atrio, vide alla fioca luce d’una lanterna una donna
affacciarsi dietro uno stipite, e fargli cenno d’avvicinarsi. Mentre
moveva verso di lei, una mano afferrò il braccio di quella donna e la
trasse a viva forza indietro.
La porta fu richiusa con violenza, ed Aulo Plancio uscì dal palazzo dei
Cesari alquanto preoccupato.
La scena, a cui aveva assistito poc’anzi, gli dava a pensare.
Giunto che fu alle falde del Palatino, dall’ombra d’un edifizio
sbucarono fuori quattro uomini armati di _sica_[61] che gli si
gettarono addosso, lo atterrarono, e dopo averlo crivellato di ferite,
allorchè lo videro esanime, ne deposero il cadavere sopra una bara, e
andarono a gettarlo nel Tevere.
Quando il capo dei pretoriani annunziò al tiranno che l’ordine era
stato eseguito,
— Sta bene, — disse Nerone.
E rimasto solo, aggiunse:
— Ed ora a te, bella e superba Vestale.