Straordinarii spettacoli, ludi nuovissimi, esagerata prodigalità,
sfrenate libidini, ecco dopo gli effimeri trionfi dell’arte, quello che
ambiva, quello che sentiva Nerone.
Poco dopo il ritorno dall’Acaja furono da lui ordinate le feste
in onore di Giove, e volle che cittadini pervenuti alla dignità
consolare, Senatori, Cavalieri e Matrone avanzate in età concorressero
a celebrarle, prendendo parte alle corse, alle lotte, alle
rappresentazioni sceniche.
Questo nuovo capriccio del divo Cesare, il sapere che si
rappresenterebbero nuovi giuochi, e la voce sparsa che lo stesso
Imperatore vi prenderebbe parte, aveva solleticato straordinariamente
la curiosità del popolo romano, già di spettacoli avido tanto.
Il circo Massimo, sito tra il Palatino e l’Aventino, era lungo
duemila cento ottantasette piedi, e largo novecento sessanta, e
poteva contenere trecentomila spettatori. Pur tuttavia sembrava che
quel giorno dovesse riuscire angusto per quella fiumana di gente,
che irrompeva con furia sotto le dodici arcate dei portici, destinate
all’ingresso del popolo. I più impazienti salivano a prendere posto
nelle gradinate, altri affollavansi alle taverne dei mercanti, ch’eran
sotto i portici, per procurarsi di che soddisfar la fame e la sete
durante lo spettacolo. Altri andavano a leggere le tabelle infisse alle
colonne, che dividevano i ventiquattro compartimenti del circo, ove a
grandi caratteri erano scritti i nomi dei nobili aurighi.
Intanto i Consoli, gli altri dignitari, il Pontefice Massimo, l’Edile,
il Capo degli Auguri, le Vestali e i patrizii colle loro famiglie
entravano per le quattro alte edicole chiamate _moenania_ e ch’erano
sormontate da quadrighe di bronzo.
Per questa circostanza era stato assegnato ai Cavalieri un luogo
appartato perchè meglio godessero lo spettacolo della corsa, che
dovevano fare ventiquattro dei loro compagni.
All’ora detta _sol_, ch’era tra il meriggio e la sera, uno squillo
di tromba annunziò l’arrivo dell’Imperatore, che, lungo il tragitto,
aveva destata l’ammirazione del popolo, guidando un _decemjugis_,
ossia dieci cavalli di fronte attaccati ad un carro dorato. Seguiva un
elegantissimo cocchio, fatto a foggia di barca, che posava su cinghie
di cuoio, ed era tirato da quattro cavalli bianchi. In esso sedevano le
due Imperatrici. Accompagnavano il nobile corteo i soldati pretoriani e
i littori.
Allorchè l’Imperatore comparve nel pulvinare, e sedette tra Ottavia e
Agrippina, da quelle trecentomila bocche s’elevò un grido di saluto,
che fece rintronare l’aria.
Allora l’Edile, montato su cavallo a dorso nudo, uscì dalla porta
_pompae_ dell’_oppidum_ (città), edifizio che chiudeva da un lato
il circo e sotto il quale eran costrutte le stalle (_carceres_) pei
cavalli ed i carri.
Egli fece il giro della _spina_, muro basso costruito in senso
longitudinale attraverso il campo della corsa.
Alle due estremità della spina sorgevano le due mete dorate, e
sull’alto nel mezzo un obelisco dedicato al sole.
Compiuto il giro, fece distendere al punto dove i carri prenderebbero
la mossa, l’_alba linea_ o corda tinta di bianco, attaccata a due
piccoli pilastri detti _hermulae_.
Poscia salì sull’alto dell’_oppidum_ dov’erano i giudici, ai quali egli
presiedeva e ch’erano tutti pittori o scultori non romani.
Le trombe diedero un nuovo squillo, e come mosse da corrente elettrica,
s’agitarono le teste e le braccia di quell’immensa moltitudine, che poi
proruppe in entusiastiche acclamazioni, quando dalle carceri uscirono
le bighe disposte in tre file d’otto per ognuna e guidate da Cavalieri,
che non oltrepassavano il quinto lustro, ed avevano militato almeno
in due campagne. Alcuni s’erano guadagnata la corona _Civica_ o la
_Murale_ o altra onoranza guerresca. Per questi ultimi bastava una sola
campagna per essere ammessi ai circensi.
I ventiquattro aurighi vestivan tuniche l’una di tinta diversa
dall’altra, e ciascuno portava la fascia trasversale, e il nastro che
gli cingeva i capelli d’altro colore della veste.
E d’ugual nastro, e d’ugual fascia si vedevano adorne quel dì le
giovinette patrizie, molte delle quali palpitavano in quel momento e
facevan voti per la sorte del Cavaliere prediletto.
I tre ordini di bighe fecero al passo il giro del circo, rasentando le
balaustre dei _podi_ per essere meglio ammirati dagli spettatori, che
li accompagnavano col grido: _Salvete! Salvete!_
I cavalli, pressochè tutti puledri bellissimi o di puro sangue
romano, o nati da coppie incrociate o venuti direttamente dall’Asia,
procedevano saltellando e nitrendo. Parevan superbi dei loro graziosi
ornamenti e della gara a cui eran chiamati.
Compiuto il giro, i carri rientrarono nelle carceri, e i Cavalieri
tornarono poi ad uscire a piedi quando vennero chiamati ad uno ad uno a
prendere il posto loro assegnato dalla sorte.
Il posto migliore, quello più vicino all’Euripo[58], toccò ad Aulo
Plancio, con gran rammarico di Cesare.
Come furono messi in fila, la linea bianca cadde e i ventiquattro
giovani spiegarono la corsa.
Al terzo giro eran stanchi, sudati, ansanti, ma giunsero tutti alla
meta. Il primo però non era Aulo Plancio. Egli anzi fu tra gli ultimi.
Il divo Cesare era contento.
Rivoltosi ad Agrippina, le disse sommessamente, accompagnando le parole
con maligno sorriso:
— Forse lo trattenesti la scorsa notte?
La madre lo guardò fissa, poi si rivolse senza rispondere.
Il vincitore ebbe in premio un grosso anello gemmato e rientrò cogli
altri nelle carceri.
Poco dopo squillarono di nuovo le trombe; l’Edile impose silenzio al
pubblico, e le prime dodici bighe ricomparvero. Estratti a sorte da
un’urna i nomi degli aurighi, andarono ad uno ad uno a prendere il
posto loro designato. Come vi furono tutti, l’alba linea fu lasciata
cadere e i cavalli partirono. Da principio i più esperti conduttori
li trattenevano per non affaticarli, e durante il primo giro il gruppo
delle bighe procedette bastantemente serrato.
Nel secondo cominciò a diradarsi; ma si correva più forte, quantunque
alcuni trattenessero ancora la biga, mentre altri cominciavano a
sferzarla.
Nel terzo la carriera divenne vertiginosa, le zampe dei cavalli
sfioravano appena il terreno, sembrava che volassero. I colpi
della scutica li facevan balzare frementi, il grido dell’auriga ne
raddoppiava la foga. Il terreno cupamente rimbombava sotto quella
ridda, che sempre più si faceva ruinosa, talchè a tre o quattro dei
primi aurighi giunti, non riuscì di fermarsi alla meta, e furono dagli
animali, che non sentivano più freno, trascinati per un giro ancora.
La moltitudine li aveva seguiti cogli occhi senza trar respiro,
interessandosi a tutti gli episodi, e ciascuno facendo voto in cuor suo
per quella biga sul valor della quale aveva fatto scommessa.
E di scommesse ce n’erano infinite, dalle poche _as_ del popolano alle
centinaia di talenti.
Nerone, più di tutti, era intento allo spettacolo, nè mai si toglieva
dall’occhio il _lapis Neronianus_[59].
Il Cavaliere Marco Salvio Ottone era l’auriga vincitore ed ebbe in
premio una daga d’oro tempestata di pietre preziose.
Nerone fece avvicinare il Prefetto delle coorti pretoriane, che si
teneva in fondo al pulvinare, e gli dimandò:
— Dimmi, Vestino, codesto vincitore, è forse quel Cavaliere Ottone
che dicono posseder sposa splendidamente bella, più forse della tua
fidanzata Statilia Messalina?
— È lui, o divo Cesare.
— Giovane intraprendente, e a quanto sembra, fortunato in tutto, —
rispose Nerone con aria d’invidia e d’ammirazione.
Il Prefetto si trasse di nuovo indietro.
Le trombe annunziarono l’arrivo delle altre dodici bighe.
Di queste l’Imperatore ne seguì attraverso il suo smeraldo i giri con
interesse anche maggiore.
Aulo Plancio, l’uomo da lui odiato, aveva sortito uno dei posti
migliori, e la sua biga correva terza nel primo giro, e nell’altro,
sorpassato il secondo auriga, correva quasi allato al primo.
Nerone fremeva impaziente, tanto più che gli sembrava legger la
compiacenza sul volto della madre.
Erano forse il sospetto, l’odio, la gelosia, che lo facevano travedere.
Mancava poco per giungere alla meta, allorchè Plancio, rallentando le
redini, ed animando i cavalli colla scutica e colla voce, sorpassò la
prima biga e fu vincitore.
Nerone si morse il labbro inferiore, la sua faccia si contrasse, e la
sua fiera guardatura talora si rivolgeva ad Agrippina, talora fulminava
il Plancio nel suo giro di trionfo.
Una speranza gli rimaneva, che quell’odiato sarebbe soccombente nella
corsa _decretoria_, quella cioè, in cui dovevano misurarsi i due primi
vincitori Ottone e Plancio, e quello che ottenesse il premio nella gara
delle fazioni.
Di questa facevan parte tutti i conduttori di carri. Ciascuno aveva un
capo e vestiva colori differenti dalle altre.
Alle loro sfide, più che a quella dei nobili, s’interessava la plebe,
che mormorava ed agitavasi impaziente di veder uscire dalle carceri i
dodici aurighi delle tre fazioni bianca, gialla e verde.
Finalmente, poichè il Plancio ebbe terminato il giro trionfale e
ricevuto dalle mani dell’Edile il premio, un cameo contornato di gioie,
vennero fuori i dodici carri delle fazioni, tirati da cavalli di razza
romana allevati a spese dell’erario.
Il popolo, tra cui quei conduttori contavano infinità d’amici, li
salutò con un urlo entusiastico, e non potendo frenarsi poi, mentre
compivano i tre giri, ruppe più volte il silenzio imposto dall’Edile.
Vinse la livrea verde della fazione Prasina, ed ebbe il premio di
diecimila sesterzi.
Per rimandar contenti anche gli altri, Nerone aveva dato ordine che
ciascuno di loro avesse in dono un _dolio_ di vino.
Nella corsa _decretoria_ i tre vincitori montavano a cavallo e Nerone
sperava che Aulo Plancio sarebbe cattivo cavaliero com’era stato fiacco
corridore. Si turbò alquanto allorchè, da esperto conoscitore, col suo
prezioso occhialetto osservò che l’animale toccatogli in sorte era
un ardente puledro venuto dalle mandre africane. Bellissimo cavallo
andaluso era quello di Marco Salvio Ottone, come pure giovine e snello,
l’altro montato dal cavaliere della fazione verde.
Era questa una gara assai difficile e pericolosa pei contendenti, che
non conoscevano l’indole e i vizi di quegli animali tolti da poco alle
mandre.
Nel primo giro procederono serrati e quasi paralleli, nell’altro,
Ottone era innanzi d’un mezzo cavallo ad Aulo Plancio, ed il terzo
competitore cominciava a rimanere indietro.
La plebe non poteva più frenarsi e di tratto in tratto gridava a
quest’ultimo; _macte animo! Verbera! Curre!_[60] e invano gli araldi
alzavano il caduceo per imporre silenzio.
Nerone invece rimaneva muto, assorto, cogli occhi fissi sopra i due
cavalieri.
Allorchè nel terzo giro, a poca distanza dalla meta, Aulo Plancio,
adoperando la stessa tattica usata colla biga, frustò il cavallo e
chino sulle sciolte redini, lo spinse a maggior corsa, passò Ottone e
vinse, Nerone mandò un’imprecazione agli Dei. Di quel furore si stupì
Ottavia e gli dimandò cosa avesse.
— Non era costui ch’io voleva vincitore.
— Perchè?
— Perchè lo detesto.
— Che ti fece egli mai?
— Chiedine alla diva Agrippina.
— Io, — rispose questa, superba in cuor suo d’inspirare ancora nel
figlio cotanta gelosia — nulla so, nè degli odii nè degli amori tuoi,
perchè a me non ti confidi.
Ottavia, o non comprendendo l’enigma o fingendo di non comprendere,
rispose:
— Ma tu, così valente in simili giuochi, dovresti invece ammirarlo.
— E tanto lo ammiro, che intendo misurarmi con esso, e se il
sopraggiungere della _suprema tempesta_ non ponesse termine ai ludi,
oggi stesso lo sfiderei.
Appena tornato al palazzo dei Cesari, ordinò che gli fosse condotto
Aulo Plancio.
Questi non tardò a comparire.
Era un giovine d’atletiche forme, che aveva più del gladiatore che del
Cavaliero. Che la madre di Nerone, imitando Messalina, ne avesse fatto
il suo Bito molti supponevano, ma nessuno poteva asserirlo.
Era donna troppo astuta e troppo desiderosa d’essere apprezzata dal
figlio, per compromettere coll’imprudenza la sua dignità.
Nerone però, che di lei conosceva gl’istinti e le vecchie storie, era
pressochè sicuro di quella tresca. Chi era stata espulsa da Caligola
pei suoi disordini; chi aveva fatto assassinare il suo primo marito
Crispo Passieno; chi aveva strappato dalle braccia d’Ottavia Lucio
Silano per darla in isposa a lui, ed aveva poi accusato d’incesto il
misero giovine, l’aveva trascinato davanti ai giudici e costretto
al suicidio; chi aveva fatto morire nelle torture Lolia Paulina,
accusandola di magia, perchè gelosa della sua bellezza; chi finalmente
impaurita della condanna a morte inflitta dall’Imperatore Claudio ad
una adultera, aveva fatto uccidere col veleno il suo terzo marito;
poteva nutrire qualsiasi passione volgare.
Era già molto, secondo Nerone, ch’essa avesse preferito a schiavi ed
istrioni quell’Aulo Plancio.
Ciò però non toglieva ch’egli per gelosia non l’odiasse, perchè, come
già dicemmo, le donne, che appartenevano a Claudio Nerone, non dovevano
amare che lui.
Come Aulo Plancio gli fu dinanzi, Nerone, dopo averlo squadrato da capo
a piedi, gli disse:
— Tu ti mostrasti nel circo esperto auriga ed esperto cavaliere, talchè
mi nacque il desiderio di misurarmi con te.
L’altro, colto da sorpresa, non seppe che rispondere.
— Saprai per certo, — riprese Nerone, — condurre un _decemjugis_.
— O divo Cesare, non possedetti mai dieci cavalli.
— Avendoli, saresti capace di guidarli alla corsa?
— Forse.
— Non presumer tanto, poichè non è agevol cosa come tu credi. Ma se
ti senti di tentar la prova, le mie stalle ti provvederanno i cavalli.
Quanto tempo chiedi per esercitarti?
— Non saprei....
— Ebbene io voglio teco mostrarmi generoso avversario. Da dimani tu
troverai nelle carceri dell’_oppidum_ i dieci animali e il carro. Fa
le tue prove ogni dì, e quando sarai pronto ad accettar la mia sfida,
offriremo questo spettacolo al popolo in onore di Vulcano, e voglio che
il vincitore sia incoronato da una vergine, come s’egli fosse rimasto
superiore in tutte le gare dei circensi.
Il Plancio rimaneva come trasognato per siffatta proposta. Conoscendo
i sentimenti poco benevoli di Cesare verso di lui, sentiva che lo
scopo di quella sfida era il desiderio d’umiliarlo in presenza della
moltitudine e scemar la sua gloria.
Conveniva però sottomettersi alle brame di quel maniaco tiranno, ed
accettare, lasciandogli la vittoria, per non esporsi alle vendette di
lui.
— Mi sottometto, — disse, — ai desiderii del mio Imperatore, sicuro
d’esser vinto.
— Bada, — interruppe Nerone, — che se tu pretenderai nella sfida usar
dei riguardi all’Imperatore, se non mi tratterai com’altro qualunque
conduttore di carro, se non osserverai tutte le regole delle corse, non
te lo perdonerò.
Questa dichiarazione fe’ partire il Plancio dal palazzo dei Cesari, più
turbato che mai.
Allorchè Nerone riferì la cosa alla moglie e alla madre, l’angelica
Ottavia lo scongiurò a desistere da quel progetto, che poteva riuscire
periglioso per lui.
Agrippina invece se ne mostrò meravigliata; ma non fece osservazione
di sorta, per tema che le sue esortazioni fossero spiegate a senso
d’interessamento per Aulo Plancio.
Seneca e Burro apertamente gli dichiararono che non doveva davanti al
suo popolo un Imperatore romano darsi a spettacolo, cimentando l’onore
e la vita. Ma le loro parole non valsero che a sdegnare il despota ed
avvalorarlo nel suo divisamento.
E giunse il giorno tanto da Nerone desiderato, e al circo Massimo tutta
Roma accorse per assistere a quella nuova profanazione della grandezza
Cesarea.