Impudenza.
Mentr’essa tutta tremante gettava via l’amitto e tornava ad indossare
la tunica,
— Apri! — gridò Nerone imperiosamente.
Atte andò a disserrare i _claustri_ della porta e poi indietreggiò
atterrita, quando Nerone spalancò con forza i due battenti.
— Divo Cesare, — ella chiese con tremula voce, — che dimandi da me?
— Amore e voluttà. Se conosci i pregi immensi di cui ti fu larga
Venere, non devi sorprenderti se a Claudio Nerone ribollì il sangue al
solo vederti. Fanciulla divina, tu devi esser mia.
E le si avvicinò.
— Sii generoso, o Imperatore, — mormorò essa scostandosi: — non
vilipendermi perchè io sono una povera figlia di schiavi.
— Se io volessi vilipenderti, non lotterei qui adesso contro me stesso
per tenere a freno il mio temperamento, e non strapparti di dosso le
vesti, e stringendoti fra le mie braccia, gettarti su quel letto in
tutto lo splendore della tua nudità, e baciarti e morderti, sitibondo
di voluttà.
— E l’imperatore avrebbe cuore d’oltraggiarmi così? — mormorò Atte
guardandolo supplichevole.
— È appunto il cuore che trattiene i sensi, perchè t’amo, perchè voglio
essere riamato da te, voglio che tu in un trasporto d’amore mi conceda
quello ch’io non oso rapirti.
E questo egli diceva tenendola abbracciata e baciandola.
Atte cercava di rompere quell’amplesso, d’evitare quei baci, ed
implorava pietà, e pregava Nerone a non smentire le proprie parole, a
non violentarla.
— Claudio Nerone non mente, non ti faccio violenza; ma lascia ch’io
senta palpitare il tuo cuore sul mio, ch’io respiri del tuo respiro,
e se per caso smarrissi del tutto la ragione ti do quest’arma per
difenderti.
E, con una mano distaccato dal fianco sinistro il _pugio_,[27] lo
depose sulla mensa.
In quest’atto di mentita magnanimità trapelava l’indole dell’istrione.
Ma fors’egli in quel momento d’aberrazione era in buona fede.
Continuava a dichiarare di non voler usar violenza ad Atte, ma intanto
stringeva sempre più l’amplesso, sempre più fervidi si facevano i baci,
ond’essa, dopo aver cercato invano di respingerlo, di persuaderlo,
senza ottenere da lui altra risposta che iperboli d’amore, cessò dalla
resistenza, quasi dicesse tra sè:
— Il destino lo vuole, fa di me le tue voglie.
Allorchè Vesta, la Dea della verginità più nulla aveva a proteggere
nella fanciulla d’Acaja, questa, seminuda, balzò dal letto, sul quale
aveva giaciuto a fianco di Nerone, e fissandolo con aria imperterrita,
gli disse:
— Guarda, o Cesare, io non piango, io non tremo, io non mi pento
d’averti sacrificato il mio fiore verginale. Ma tu non menarne vanto
perchè non sei tu che hai trionfato, sono io che cedetti, e cedetti
perchè t’amo fin da quando udii in Corinto celebrar le tue gesta di
Principe e d’artista. Ov’io non t’avessi riamato, nessuna seduzione,
nessuna promessa, nessuna forza brutale sarebbero valse a vincermi.
L’arma che tu mi desti te l’avrei strappata dal fianco per immergermela
nel petto e lasciarti il mio cadavere. T’appartenni perchè t’amo e
t’amerò sempre. Ora so quello che m’aspetta; so che altra donna torrà
a me quel ch’io tolsi alla diva Ottavia. Ma ti giuro, che qualunque sia
il destino a me riserbato, io, benchè derelitta, non t’abbandonerò mai
e sarò l’_Agathodaemon_[28] della tua vita.
Nerone, affascinato più che mai dalla franca confessione d’Atte e dalle
sue nobili parole, attirandola a sè e di nuovo baciandola, le disse:
— L’avvenire che t’attende sarà più splendido forse che tu non creda.
Il crepuscolo mattutino cominciava appena a diradare il buio della
notte, quando Nerone uscì dalla cella d’Atte.
Sul limitare di quella attigua vide un giovinetto che malinconicamente
s’appoggiava con una spalla allo stipite.
Alzò la lanterna e riconobbe Sporo, che aveva gli occhi umidi di pianto.
— Che fai tu qui? — gli dimandò bruscamente.
— Nulla, — mormorò l’altro con flebile voce.
— Perchè piangi? Perchè uscisti dal tuo letto?
Sporo chinò la testa e tacque.
— Parla!
— Perderò certo la protezione di Cesare.
— E perchè lo temi?
Sporo accennò col capo la cella vicina.
Nerone alzò le spalle e gli disse:
— Torna nel tuo letto a dormire, e raccomandati agli Dei che ti
rendano più prudente e meno superbo della mia benevolenza, o fanciullo
corrotto.
L’ostiario, che quella notte vegliava, e alcune guardie del pretorio
avevano visto comparire e sparire attraverso le finestre dei cenaculi
il chiarore della lanterna, ma s’erano guardati bene dall’indagare il
mistero.
Le due nutrici e Sporo non parlarono; ma Nerone, che aveva tutti i
vizii, compreso quello dell’impudenza, si tenne per alcuni giorni in
riserbo, ma poi col suo contegno fe’ tutto palese.
Egli aveva interamente disertato il talamo, ed ogni notte faceva
discendere la concubina nel cubiculo del suo appartamento.
Ma come questo non gli bastasse, esaltato dalla passione, volle
publicamente far pompa della sua conquista, e sovente o di giorno
o a sera nei giardini, sfarzosamente illuminati, cantavano insieme
alla presenza di cittadini d’ogni classe dal Senatore al più volgare
istrione, dei quali riscaldava l’entusiasmo con dolci d’ogni sorta e
_poculi_ colmi di vino.
Il parassita Cercopiteco, ch’era tra gl’invitati, andava dicendo
sommessamente a questo e a quello che più di quei canti e di quelle
_dulcia_ avrebbe aggradita una sontuosa cena da riempiersi il ventre
per tre giorni almeno. Ancor egli però mentiva entusiasmo grandissimo
per non perdere la benevolenza di Nerone, e univa così la sua esca
all’erotico fuoco di lui.
Atte di mal animo si prestava a codeste feste, che a lei sembravano
una sfrontata manifestazione del suo disonore, e una disfida
all’Imperatrice Ottavia, che pure erasi mostrata verso di lei molto
benevola.
E questa sua non era ipocrisia ma bensì sincero rimpianto. Essa era
peccatrice per amore, ma non depravata, e la sua colpa non aveva
soffocato in lei i nobili sentimenti. Avrebbe voluto amar Nerone senza
recar dolore ad Ottavia, o per lo meno che questa avesse qualcosa a
rimproverarsi per essere più facilmente perdonata.
Ma invece la virtù di lei, così crudelmente oltraggiata, non le
lasciava speranza di pietà da parte della tradita.
Voleva per questo che s’occultasse il più possibile l’oltraggio agli
occhi dei quiriti.
Nerone però, non intendeva accondiscendere, dicendo di volere
dichiarare in faccia agli uomini ed agli Dei la sua felicità, e che il
publico doveva abituarsi a riguardarla come nuova sovrana.
La donna, per quanto ambiziosa, non si lasciò commuovere da queste
parole, pronunziate nel primo delirio della passione, ed insistette
perchè si cessasse da quella sfacciata ostentazione della colpa.
— In questo modo, — essa gli diceva un giorno, — tu mesci, o Cesare,
nel calice dell’amor mio l’amarezza dell’onta e del rimorso. E poi, qui
mi sento circondata dall’odio di tutti.
— E a te che importa? T’ama Nerone e basta.
— Degli altri non mi cale; ma la diva Ottavia, che più non mi chiamò,
che più non vidi.... Oh, come vorrei gettarmi a’ suoi piedi.
— Atte, amor mio, smetti codeste fantasie. Non piangere perchè il tuo
pianto potrebbe costar la vita a chi n’è la cagione. Tu conosci l’amore
di Claudio, ma il suo sdegno non lo conosci ancora.
E per distruggere in lei le malinconiche impressioni, quel giorno
stesso partì con essa da Roma, accompagnati da Sporo, a cui Nerone per
nuovo capriccio, aveva fatti indossare abiti femminili, destinandolo a
compagno d’Atte.
E non poteva essere quel giovinetto un compagno pericoloso?
No.
Non andò nella suntuosa villa di Bauli presso Baja, perchè ivi erasi
recata sua madre, disgustata degli scandali che accadevano nella
casa Augustale. Si recò invece in altra villeggiatura ch’egli aveva a
Subiaco.
E qui, finalmente Atte raggiunse il sognato mistero dell’idillio.
Ed era beata di vivere d’amore in quelle mute sale, di respirare le
fresche aure autunnali, o girando tra i fiori, o vogando sui laghi
artificiali creati da Nerone coi rivi dell’Aniene.
Alla sera, al chiaror della luna, seduti, a fianco uno dell’altro
entro scafo sfarzosamente addobbato, cantavano condotti da Sporo, che
remigava fissando Atte; poichè smesso l’odio, cominciava a sentirsi
anch’egli ammaliato.
Nel tranquillo soggiorno di quella villa l’amore della giovine greca
erasi più che mai acceso e di molto erano diminuiti gli scrupoli suoi.
A ciò aveva contribuito Nerone, ripetendole sempre, che sotto la
rassegnazione d’Ottavia si nascondeva l’indifferenza e che ad essa
bastava di poter conservare il diadema imperiale, d’indossare il manto,
e far pompa di vesti e di gioielli.
Era questa una calunnia, che gli giovava in quel momento, per non
essere annoiato dai rimorsi della concubina, e distruggerli interamente
prima di restituirsi in Roma con lei.
E a questo ritorno egli anelava per poter di nuovo nelle feste far
pompa de’ suoi amori.
Avrebbe volentieri spogliata Atte dinanzi a tutti per farne ammirare la
splendida nudità.
A tanto delirio di depravazione erano giunti diggià i sensi di lui.
Ed essa, che del suo desiderio erasi accorta, per tema di riuscirgli
incresciosa, prevenne l’ordine e fu la prima a dire: torniamo.
Appena giunto al palazzo dei Cesari, Nerone si recò ad abbracciare
Ottavia, per vedere se continuasse in lei il gelido contegno a suo
riguardo, contegno che a lui giovava e spiaceva nel tempo stesso.
La moglie corrispose all’amplesso, ricambiò il bacio del ritorno, e
gli parlò delle occupazioni a cui erasi data, degli svaghi presi e
delle persone viste durante la sua assenza. Ma non fece la più lontana
allusione al viaggio di lui, non le sfuggì dal labbro alcun rimprovero.
Allorchè vide la sua citarista divenuta concubina del marito, e da lui
portata in trionfo, pianse nel segreto della sua stanza, ma in faccia
all’adultero, in faccia agli altri aveva nascosto il doloroso rancore
sotto la maschera dell’indifferenza, impostale dalla dignità offesa di
moglie e di sovrana. Fors’anco s’illudeva di potere con questo metodo
riconquistarlo, sapendo com’egli mal soffrisse d’esser posto in non
cale da una donna ch’egli aveva amata.
Di fatto quel giorno Nerone uscì poco soddisfatto dalla stanza della
moglie.
Egli avrebbe preferito di trovare questa desolata e supplichevole, per
avere il merito di consolarla, oppure adirata per farle sentire il peso
della sua prepotenza.
Mandò tosto per Aniceto, il quale per avarizia abitava in una di quelle
vie plebee presso il monte Celio, dov’erano raccolti i più rumorosi
mestieri, e dove dalla vicina Suburra affluivano meretrici e lenoni, e
dove perfino dimorava il carnefice.
Ma il sordido pedagogo a siffatte miserie non badava.
In attesa di lui Nerone s’intratteneva con Seneca e Burro, che lo
consigliavano con tutta dolcezza ad aver maggiori riguardi verso la
moglie, se non per amore, almeno per politica, essendo essa l’idolo del
popolo.
— Il popolo, — rispondeva Nerone alzando le spalle, — deve adorare chi
vogl’io.
Il venerando Burro, che non aveva nè l’accortezza nè la prudenza di
Seneca, si mostrò offeso per quella risposta e censurò aspramente la
condotta di Nerone e terminò dicendo:
— Non toccare al popolo gl’idoli suoi, non far ch’egli si mostri
ingrato verso di te, dimenticando le tue munificenze, le opere insigni
di publica utilità, che tu compi, e le stesse tue virtù.
Questa chiusa diradò alquanto il torvo sguardo del tiranno.
— Ed è soltanto per parlarmi d’Ottavia che veniste? — chiese dopo
alcuni istanti di silenzio.
E i due lo esortarono a convocare il Senato per definire finalmente
la questione dei Questori, e combinare le due imprese d’Alessandria e
d’Acaja, ed altre faccende d’ordine interno.
— Domani sono le none: sia dunque convocato per gl’idi. Andate.
Seneca nell’uscire disse all’altro:
— Claudio non è più quello d’un giorno. Egli si fa tremendo, e come
tutti i prepotenti, la verità lo irrita. Abbi dunque prudenza un’altra
volta.
— Vorresti ch’io tacessi e che mentissi alla mia coscienza?
— No, parlare il vero, e farglielo accettare, senza ch’egli se ne
accorga.
Appena si presentò Aniceto, Nerone gli dimandò se fosse vero che in
Roma si osasse censurar la sua condotta, e ciò pel grande amore che il
popolo portava a Ottavia.
— Io nulla intesi, — rispose Aniceto, — neppure nella taverna di
Salvidieno Orfido, ove convengono i più fieri maldicenti della città.
Non meno dell’imperatrice, i romani amano e rispettano il divo Cesare.
— Forse diffidano di te, e avranno in tua presenza o taciuto o parlato
a bassa voce.
— Quando si tratta di servirti, basta agli occhi miei il movimento del
labbro per indovinar la parola.
— Non esagerare i tuoi meriti, astuto pedagogo, o perderai la mia
fiducia.
— Che Giove Ottimo Massimo tenga da me lontana così grande sventura.
— E d’Aulo Plancio che sai?
— Egli raggiunse a Bauli la diva Agrippina.
— Audace! — mormorò Nerone digrignando i denti.
— E che t’importa?
— Mi sdegna la sfrontatezza di quel drudo da _quadrantarie_[29] che osa
innalzarsi fino alla madre di Cesare.
— E perchè?
— Perchè sono di natura geloso, perchè la gelosia è in me ardentissima
febbre, capace di trascinarmi al delitto. Vorrei che mia madre, mia
moglie, che tutte le matrone di Roma, come Atte la bella, non avessero
altro Dio che me. A proposito, che pensi tu del citarista Menecrate?
— Io?
— Egli si reca quasi ogni giorno presso l’Imperatrice.
— E sospetteresti tu?
— Se la madre discese fino al gladiatore Bito, potrebbe la figlia
discendere fino al citaredo Menecrate. La rassegnazione, o indifferenza
che sia, per le mie infedeltà me lo farebbe supporre. Ma non voglio
crederlo ancora. Aspetterò che l’accusa mi venga da pubblica fama. Tu
nulla udisti?
Non sapendo se il tiranno preferisse la moglie colpevole per potersene
sbarazzare, o l’innocenza di lei per andarne superbo, prese nella
risposta una via di mezzo, e disse che nulla aveva inteso fino ad ora.
Poi, soggiunse:
— Ma se ti tormenta il dubbio, perchè non vieti al citaredo l’accesso
nel palazzo Augustale?
— Insano consiglio è il tuo. Io voglio punire i colpevoli, non
condannar gl’innocenti.
— Parla franco, o Cesare, a te gioverebbe trovare un’equa ragione per
liberarti d’Ottavia.
— E chi ti dà il diritto, o pedagogo, d’indagare gl’intimi sentimenti
miei? Quando Nerone vuole, sa comandare, e gli altri devono eseguire i
suoi ordini e tacere.
— Perdona, o divo Imperatore, al mio ardire; ma tu sovente m’onorasti
de’ tuoi segreti....
— Li svelo quando a me giova, ma non permetto ad alcuno d’investigarli.
Hai inteso?
— Ho inteso, o divo Cesare, e continuerò ad essere sempre esecutore
prudente e fedele di ogni tuo cenno.
E se ne partì persuaso che Nerone erasi sdegnato, perchè le sue
intenzioni riguardo ad Ottavia erano state indovinate prima del tempo.
Alla mattina degl’idi, Nerone adagiato entro lettica aperta portata a
spalla da otto schiavi letticarii e circondato dai littori si recava al
Senato.
Egli vestiva la tunica bianca orlata al basso da limbo di squisito
lavoro. L’ampia toga purpurea gli copriva la persona fino ai calzari,
e passando a foggia di mezza luna sotto il braccio destro, andava
a cadere sulla spalla sinistra. Aveva in mano il bastone d’avorio
sormontato da un’aquila d’oro, e in capo una corona di lauro.
Allorchè lo squillo delle trombe annunziò l’arrivo dell’Imperatore,
i Senatori che s’intrattenevano nell’emiciclo, ragionando fra loro
di cose diverse, andarono ad occupare gli stalli, tutti, più o meno,
rassettando le pieghe del laticlavio il più artisticamente che da loro
si potesse.
Era questa una debolezza comune a patrizi e borghesi d’ogni età.
Claudio Nerone entrò acclamato nel suo passaggio, e andò ad occupare
il solio d’avorio, ch’era posto in alto sopra le due sedie curuli dei
Consoli.
Quand’egli rendeva giustizia era solito udir la domanda del postulante
e rimandarlo, senza aver parlato. Il giorno seguente poi, faceva noto
a questi l’esito del suo affare. Così in Senato ascoltava in silenzio
la discussione, poi si faceva dare in iscritto i diversi voti dei
Senatori, e su quelli deliberava in seguito.
Quel giorno invece acconsentì subito circa il migliorar la sorte dei
Questori, nel decretare che i figliuoli dei liberti non fossero più
ammessi nel Senato e nel deliberare su altre faccende d’ordine interno,
tra cui la questione degli archi Celimontani, che dovevano portare
818 quinarie d’acqua nei suoi orti. Dimandò che quel progetto venisse
tosto discusso, e i Senatori a lui devoti, ch’erano in maggioranza,
acconsentirono e lo approvarono.
Allorchè si trattò delle due spedizioni d’Alessandria e d’Acaja, tornò
all’antico sistema e tacque, rimandando la deliberazione alla dimane.
Alcuni Senatori a lui poco benevoli per prendere una rivincita
insistettero perchè la questione non fosse rimandata ad altro giorno, e
l’Imperatore per tutta risposta si levò dal solio ed uscì.
Mentre sul Tarpeo s’adunava il Senato, d’uno strano spettacolo godeva
il popolo sul Palatino.