Le insinuazioni d’Aniceto e i suggerimenti di Seneca.
Non fu sola Ottavia che quella notte vegliò fino a tarda ora per
aspettare Nerone; per la stessa ragione vegliò anche Agrippina. L’una
attendeva per vederlo tornare a lei a chiederle amore, l’altra per
vederlo pentito chieder perdono. L’una aspettava dolente, l’altra
sdegnosa.
Ma Nerone, invece di scendere nella propria coscienza, e riconoscere
i suoi torti, uscito dalle stanze della madre, chiese, com’era solito,
all’arte l’oblio delle male azioni commesse in quel giorno.
Seguito da uno schiavo, che portava la citara, scese nel giardino, e
sedutosi tra le piante del _gestazio_[16] si mise a cantare.
Le foglie, leggermente agitate dalla brezza di primavera, il chiarore
della luna, che avviluppava in un’aureola d’argento gli alberi, i
fiori e lo sterminato palazzo, il silenzio che regnava dintorno, tutto
quel tesoro di pace, col quale la natura lenisce le miserie umane,
raddolcirono il travagliato spirito di Cesare.
Cessò dal canto, depose la citara, e pensò, tornando suo malgrado ai
teneri ricordi.
Vide come in eterea visione la soave figura d’Ottavia; rammentò le
dolcezze di lei, i suoi vezzi, quasi infantili, la sua beltà che, al
dir d’Agrippina, tanti gl’invidiavano, e impetuoso, com’era in tutti
i suoi sentimenti, non resistette al desiderio di veder la moglie, e
balzato in piedi rientrò nel palazzo e mosse verso le stanze di lei.
Come si vede, i nobili sentimenti cercavano ancora di lottare in esso
contro il malvagio istinto. Ma erano pur troppo le lotte estreme.
Egli entrò a pian passo nel cubiculo, e fattosi presso il letto, stette
a contemplare la giovane sposa, che dormiva supina, facendo delle nude
braccia sostegno al capo. La temprata luce del _licno_[17] che pendeva
dal soffitto, dava alla bella dormente eterea forma.
Nerone, chino su lei, stette per qualche tempo a contemplare quel seno
palpitante sotto la sottilissima veste, quella fronte d’avorio e quelle
labbra, che parevano schiudersi ad un sorriso, lasciando travedere i
denti.
Come se fosse cosa nuova per lui, non resistette a lungo, e le diede
quel premuto bacio che la destò.
Ottavia, riconoscendo il marito, mandò un grido di gioia, e gli cinse
il collo colle braccia, dicendo:
— O Claudio, dunque la Dea m’esaudì.
— Di qual Diva tu parli?
— Della Viriplaca.
E qui gli narrò come si fosse recata a sera ad intercedere da lei la
concordia coniugale.
— Fu Venere invece che mi condusse a te, — soggiunse Nerone.
— E non Cupido? — chiese sorridendo Ottavia.
— Sì, Venere, Cupido, Volupia,[18] e sopratutto un irresistibile
desiderio di te.
E svestita, così dicendo, la lunga tunica, che lo ricopriva, s’adagiò
nel letto al fianco di lei, che accarezzandogli i capelli e baciandolo,
gli chiese se fosse a lei dedicato quel canto, che aveva udito prima
d’addormentarsi.
— Come! — esclamò Nerone con aria di compiacenza, — la mia voce giunse
fino a te! Eppure io non la spiegava del tutto, perchè l’aveva stancata
col gridare in questo dì nefasto: eppure da due giorni non ho tenuto
sul petto la lastra di piombo, per renderla chiara e sonora. Vedi
dunque tu stessa che la mia voce è potente, e posso sfidare qualsiasi
cantore, e lo stesso mio maestro Terpno.
E la presunzione nell’arte gli faceva quasi dimenticare l’ardore dei
sensi, che Ottavia nella sua pudica riservatezza non cercava di tener
desto.
La lascivia però non tardò a riprendere il disopra sull’arte, e quella
notte il talamo imperiale nulla ebbe da invidiare al _letto geniale_ in
cui la prima notte del matrimonio l’aveva condotta la Pronuba.
Albeggiava di già quando si separarono.
Ottavia, nell’esuberanza del contento, discese dal letto, indossò
la sua tunica bianca, e prima di chiamar le ancelle, uscì sopra il
_meniano_ (o terrazzino) per salutar con un sorriso di gioia l’aurora.
Il cielo era limpidissimo. Come se fosse un riflesso dell’anima sua,
vide il Campidoglio, il Tabellario, il tempio di Castore e Polluce, e i
più eminenti edifizii di Roma avvolti nella tinta rosea del mattino, e
rimase a contemplar lungamente il sublime spettacolo.
Passò poscia nella stanza del bagno, e s’immerse nell’odoroso lavacro.
Sedette quindi nel cubiculo, e dalla famula, a ciò destinata, si fe’
quel giorno acconciar con cura maggiore. Si fece inanellare i biondi
capelli, lasciandoli cadere dietro le spalle, e tenendoli raccolti sul
capo con una _vitta_[19] di seta azzurra. Tra le sue gemme scelse due
orecchini di grossi _elenchi_.[20] Cinse il braccio sinistro con ricco
_spintere_[21], l’altro con braccialetto, formato da anelli a spirale;
e avvolse sotto il seno una _mamillare_[22] trapunta.
Benchè sempre elegante ed accurata, essa non aveva mai dimostrata la
ricercatezza di quel giorno nel farsi più bella.
Teneva a rendersi seducente, si proponeva di porre in opera tutti i
suoi vezzi, assoggettarsi a qualsiasi sacrifizio pur di conservare il
riconquistato affetto del marito.
Era ingenuo proposito il suo, perchè ignorava da quale impetuoso
turbine di lascivia foss’egli agitato.
Nerone, abbandonato il talamo, e rientrato nel suo appartamento, trovò
il suo antico pedagogo.
Costui aveva nome Aniceto, ed era il suo confidente, il suo complice,
la sua spia, il più abbietto de’ suoi cortigiani, l’uomo infine che per
avidità di lucro era pronto a qualsiasi malvagia azione.
Madre natura, che lo aveva così mal dotato nel morale, non era stata
più generosa nel fisico.
Sopra un corpo magrissimo e allampanato si posava la testa coperta di
radi capelli rufi, misti ad incipiente canizie, quantunque non toccasse
ancora i quarant’anni. Dalla faccia giallastra e rasa, si sporgeva in
fuori un gran naso aquilino, e sotto enormi sopracciglia, rufe come i
capelli, erano sepolti due occhietti piccoli e chiari, ma che avevano
guardatura furbesca e cattiva.
Nerone, che per quel mostro non aveva segreti, lo condusse nella
_zotheca_[23] e là adagiatosi sopra un lettulo coperto da una pelle di
pantera, gli narrò tutte le cose occorsegli il dì innanzi, il rancore
provato contro Ottavia per causa della citarista greca, la scena avuta
colla madre, e le delizie coniugali di quella notte nei più sconci
particolari, deridendo la goffaggine, con cui Ottavia rispondeva ai
suoi trasporti.
— È bella, — egli aggiunse, — è soave, ma non è quella ch’io cerco.
— Al divo Cesare, — rispose il cortigiano, — non sarà malagevole trovar
dovizia d’altri amori, se quelli del cubiculo coniugale lo tediano,
senza ricorrere all’incesto.
— Oh fu quella l’aberrazione d’un momento, prodotta dai fumi del
falerno. Oggi ne provo ribrezzo, come mi pento d’aver oltraggiata mia
madre. Ma credi tu, Aniceto, che Aulo Plancio sia l’amante di lei?
— Non so.
— Indaga.
— Obbedirò.
— Hai null’altro a riferirmi?
— Anneo Seneca è in questo momento nelle stanze dell’Imperatrice
Agrippina, che lo fece chiamare.
— Sarà per querelarsi contro di me, — osservò, sorridendo, Nerone. —
Vorranno ch’io dimandi venia alla madre oltraggiata, e a questo sono
pronto.
— Forse qualcos’altro si esigerà dal divo Cesare.
— E che mai?
— Venendo qui, m’imbattei nel cavedio in una fanciulla di splendida
bellezza accompagnata da Egloga. Al liberto Lucio Azzerino, che la
seguiva, chiesi chi fosse quella giovine.
— Era Atte per certo, — interruppe Nerone infiammandosi in volto. — E
che ti disse il liberto di mia madre?
— Essere una citarista e cantatrice di Corinto, mandata in dono da
Gallione all’Imperatrice Ottavia, e che Agrippina vuole assolutamente
che sia da te, o Imperatore, allontanata dal palazzo Augustale.
— Per Giove, — esclamò Nerone, balzando in piedi; — questo non
l’otterranno mai. Io, che cerco l’ebbrezza dell’arte e dell’amore,
non acconsentirò certo a separarmi da quella figlia d’Acaja, che colla
bellezza m’innamora, e mi rapisce col canto. Oh no!
E camminava agitato per la zotheca.
Aniceto, l’umile pedagogo, che nella coscienza della propria
inferiorità odiava Seneca, e non lasciava sfuggire occasione senza
lanciar contro di lui qualche maligna insinuazione, uscì in queste
parole:
— Non adirarti, o Cesare; qui solo imperi, e non devi permettere che
altri ti detti legge, non devi permettere che il tuo maestro abusi del
potere, che tu gli concedi.
— Lascio che Seneca e Burro s’occupino degli affari di Stato, perchè
ciò mi giova; ma delle mie azioni sono arbitro io solo. Di questo
voglio dar prova sul momento.
E lasciato Aniceto, si recò nella stanza della madre.
Seneca era ancora con lei.
La severa faccia del calvo filosofo dall’occhio ampio e bruno, dallo
sguardo espressivo, non si turbò affatto, vedendo comparire Nerone.
Invece le pallide guancie d’Agrippina, sorpresa per quella improvvisa
apparizione, si tinsero d’un leggiero incarnato.
Il figlio piegò un ginocchio davanti a lei e le disse:
— Pentito dell’offesa che ti recai, vengo a chiedertene venia.
Agrippina levossi in piedi, e rialzatolo, lo strinse fra le braccia e
lo baciò in fronte.
Quella spontanea ammenda del figlio la lusingava e le faceva rinascere
la speranza di non aver perduto del tutto il suo ascendente su lui.
Gli disse poi:
— La Dea Viriplaca ti ricondusse ad Ottavia, il Sommo Giove t’ha
ricondotto a me. Del nefasto giorno di ieri più dunque non si parli.
— E poichè venisti, o Nerone, — aggiunse Seneca, — lascia ch’io ti
parli invece di più gravi faccende.
L’altro, pensando che si trattasse d’Atte, sentì ribollire il sangue, e
stava per respingere la proposta prima che venisse fatta.
Riuscì però a trattenersi, ed attese che il maestro parlasse.
I Senatori meno facoltosi ringraziavano Cesare per aver accordato loro
un assegno mensile di cinquecento sesterzi (dodicimila cinquecento
scudi). Era stata approvata la gratuita distribuzione di grano ai
soldati pretoriani mese per mese.
Per evitare la falsificazione dei testamenti era intenzione del Senato
di emanare l’ordine che venissero suggellati e marcati con tre fori,
entro i quali si passasse per tre volte una cordicella, e che le
prime parti del testamento, dov’erano scritti i primi e secondi eredi,
fossero note soltanto a coloro che dovevano suggellarle e sottoscrivere
col nome del testatore; che i notai non potessero scrivere sè medesimi
eredi per alcuna porzione.
Quanto alle nuove cose edilizie ideate dall’Imperatore, il Senato
approvava il progetto di costruire dei portici fra i casamenti isolati,
e intorno alle altre case per garantire i cittadini dagli ardori della
canicola e dalle intemperie del verno; ma trovava per ora di difficile
esecuzione il protrarre fino ad Ostia le mura di Roma, e per un canale
condurre il mare fino alle mura vecchie di questa città.
Dovendosi poi trattare in Senato altre riforme riguardo ai Consoli
ed ai Questori, s’attendeva che l’Imperatore designasse il giorno per
assistere alla discussione.
Tutte queste cose riferì Seneca, senza che Nerone facesse osservazioni
di sorta.
Egli aspettava che si venisse a parlare d’Atte.
Ma su di lei non pronunziarono motto nè Seneca nè Agrippina.
Di questo silenzio fu meravigliato Nerone.
O il liberto Azzerino aveva mentito ad Aniceto, o qualcosa si
nascondeva sotto l’apparente indifferenza della madre e del maestro.
Spinto dal desiderio di porre in chiaro la cosa, dopo il _jentaculo_ (o
colazione) si recò nelle stanze della moglie.
Essa non v’era, e dalle ancelle seppe ch’era discesa nell’orto assieme
ad Atte.
Ciò accrebbe in lui la sorpresa.
Dopo la gelosa ostilità addimostrata il dì innanzi, come poteva Ottavia
condur seco a diporto la schiava greca?
Senza frapporre indugio le andò a raggiungere, sempre più impaziente di
sapere se si tramasse qualche cosa a sua insaputa.
Trovò Ottavia in un ombroso viale seduta sopra sedile di marmo, e Atte
ritta in piedi davanti a lei.
L’Imperatrice, come lo vide, andò ad incontrarlo e gli dimandò se
venisse, com’era suo costume, a declamar sotto quelle piante qualche
nuovo componimento.
— No; — rispose l’altro, — avendo inteso ch’eri qui colla tua
citarista, credevo che questa stesse allietandoti col suo canto, e
voleva dividerne il piacere con te, mia bella Ottavia.
Questa disse che aveva fatto chiamare la greca per condurla con sè
a diporto nella villa, e farle narrar le vicende della sua esistenza
passata.
— Povera fanciulla, — soggiunse poi, — essa pretende che la sua stirpe
da alto lignaggio sia discesa alla misera condizione degli schiavi.
— E in qual modo? — chiese Nerone rivolgendosi ad Atte.
— Questo ignoro, — rispose la citarista; — quanto esposi alla diva
Imperatrice, udii sovente ripetere nella mia famiglia.
Ottavia, ferma nel proposito di mostrare a Nerone come fosse scomparsa
in lei ogni sinistra prevenzione contro quella giovine, e mostrare
invece per essa interesse grandissimo, soggiunse:
— Conviene, o Claudio, aiutarla a rintracciare una sua sorella di
latte, che moltissimo l’amava, e che da alcuni anni lasciò Corinto per
trasportarsi in Roma colla famiglia in un suo palazzo.
— E chi eran costoro? — dimandò l’Imperatore.
— Dei ricchi mercanti. Il capo aveva nome Plauzio Laterano.
— Forse quello che fece testè edificare un palazzo presso la porta
Celimontana?
— Lo ignoro.
— E la fanciulla ha nome?
— Rubea.
— E ti sta veramente a cuore il rintracciarla?
— Quanto una vera sorella.
— E non ti scrisse mai?
— Ahimè, no!
— E se tanto ti portava affetto, come avviene ch’essa non siasi più
curata di te?
— Temo sempre che le sia accaduta sventura, e l’anima mia è piena di
dolore, e piango per quella cara, ne’ miei sogni, la piango vegliando
nelle mie canzoni.
— Oh, per gli Dei, — esclamò Nerone con forza di parlar concitato, —
conserva, o bella greca, la tua voce celeste, conserva le armonie del
tuo _simikion_ a più sublimi amori.
— E perchè, — entrò a dire Ottavia, — non vuoi tu che questa buona
fanciulla rimpianga l’amica sua e desideri di rivederla? Essa mi pregò
d’intercedere perchè se ne faccia ricerca, e tu, o Claudio, quasi
rifiuti.
— Non rifiuto; anzi lascio che l’Imperatrice dia ordine ai Consoli di
fare indagini e scoprire se codesta famiglia Laterano soggiorni ora
nella vastissima Roma.
— O divo Cesare, io ti ringrazio, — rispose Atte inchinandosi, — e
t’assicuro che se Rubea è qui, la sua bellezza non sarà certo sfuggita
agli occhi dei cittadini.
E qui fece così entusiastica descrizione di lei, che Nerone la
interruppe dicendo:
— Se per una giovine amica han tanto bagliore i tuoi occhi, han tanto
fuoco le tue parole, che sguardi appassionati, che sublime eloquenza
dev’essere la tua parlando ad uomo amato.
— Quest’uomo non lo conobbi ancora.
— Asserisci il vero?
— Lo giuro per la memoria dei miei poveri morti. Come poteva
un’infelice schiava illudersi d’essere amata, come d’esserla io sogno?
— Lo sarai adesso ch’io ti diedi la libertà.
L’ingenua Ottavia ascoltava e taceva, non sospettando che il marito
parlasse per conto proprio, dopo l’affettuosa riconciliazione della
scorsa notte, e non osando fare osservazione di sorta, per non essere
costretta di ricorrere nuovamente alla Dea Viriplaca.
Atte fu rimandata nelle sue stanze, e Nerone si mise a passeggiare
sotto le piante, cingendo col braccio le spalle della moglie e cercando
d’investigare qualcosa sul conto di quanto il liberto d’Agrippina aveva
detto ad Aniceto.
Vedendo di non riuscire, prese, come suol dirsi, il toro per le corna,
e dimandò:
— Franca rispondi, Ottavia mia, spiace a te che io abbia annoverata la
citarista tra i famigli tuoi, che dimorano entro il palazzo?
— E perchè dovrebbe spiacermi? Ciò piace a te, e basta.
— Ma i tuoi sospetti, i tuoi rimproveri, il tuo cruccio di ieri?
— Non ricordarmeli, o Claudio! Ne feci ammenda al simulacro della Dea.
Vedi tu stesso com’oggi sia cangiata, poichè a quella figlia d’Acaja
tanto m’interesso.
— Saprai forse che l’Imperatrice Agrippina vorrebbe revocati gli ordini
miei.
— Lo so, perchè stamane mi chiamò per dirmi ch’io doveva assolutamente
esiger questo da te, per non compromettere la concordia rinata fra noi.
— È questo cómpito indegno ch’ella si assunse presso di te! — mormorò
Nerone facendosi livido e digrignando i denti.
— Calmati!
— E tu che rispondesti?
— Che i desiderii di Cesare eran legge per me, che la sua volontà
doveva esser fatta, e che del resto io m’affidava alla protezione degli
Dei.
Si scorgeva da queste parole che l’anima d’Ottavia non era del tutto
rassicurata sulla sua sorte avvenire.
Ma Nerone non le badò, e rientrò nei suoi appartamenti, fantasticando
sempre sulle intenzioni della madre.
Se questa non aveva parlato, lo si doveva alla sagace filosofia di
Seneca.
Egli fece osservare a lei che Nerone non era più il docile giovinetto
d’un giorno e che tal focoso temperamento, tale ferrea volontà s’erano
manifestati in esso, da rendere impossibile il dominarlo, ed anche ben
malagevole il renderlo deferente ai consigli altrui. Conveniva, per
averlo più mite, non osteggiare le sue velleità d’artista, e mostrarsi
indifferente ai suoi capricci erotici. Se essa non si fosse opposta a
farlo istruire negli studii della filosofia, forse oggi comprenderebbe
da sè stesso quale cosa sconveniente sia il farla da istrione. Ma
volendogli dimostrare adesso codeste verità si correrebbe rischio di
trascinarlo, per ostinazione, a maggiori volgarità. Così, volendogli
imporre lo sfratto della giovine greca, si esporrebbero a sicuro
rifiuto e andrebbero incontro a più gravi scandali. Se, come assicurava
Agrippina, il figlio erasi già innamorato di quella schiava, movendo
guerra al sentimento di lui, non si farebbe che accrescerlo, perchè la
cosa vietata acquista in chi la desidera pregio maggiore.
— Ma se quella donna, — osservò a sua volta Agrippina, — esercitasse
poi sull’animo di Cesare quell’impero, che Ottavia non ebbe mai, chi
giungerà a distruggerlo?
— Il tempo, la sazietà, ed altre donne.
Queste teorie, alquanto ciniche, ma giustissime del filosofo, poco
garbavano all’Imperatrice Agrippina. Ma pure si lasciò persuadere a
non pronunziare più col figlio il nome d’Atte, tanto più che Ottavia
stessa, ch’era in questa faccenda la più interessata, si rifiutava di
chiedere al marito il congedo della citarista.
Quello stesso giorno, durante il pranzo (o merenda) e durante la cena,
Nerone si mostrò verso la moglie e la madre oltremodo cortese. Non
si curò affatto del giovinetto Sporo suo favorito, e fu affabile più
dell’usato verso il cognato Britannico, che non alloggiava nel palazzo,
ma era sovente invitato a cena insieme ad Antonina sorella di lui e
d’Ottavia.
Terminato il banchetto verso l’ora quinta dopo il meriggio, uscirono
tutti dal triclinio e passarono nell’exedra rischiarata dal raggi del
sole, che volgeva al tramonto. Sedettero in circolo, e Nerone, rivolto
alla moglie, le chiese di permettere che la sua citarista venisse a
deliziarli col canto. Intanto sottecchi guardava la madre per osservare
il contegno di lei a questa proposta.
Ma la furba Agrippina, memore dei suggerimenti di Seneca, fu pronta e
disse:
— Oh, sì, permettilo, Ottavia, poichè a me non venne fatto ancora
d’udirla cantare.
Ottavia, non meno sorpresa di Nerone per questo improvviso cambiamento,
ordinò che Atte venisse.
E questa apparve poco dopo bellissima colle sue ricche chiome disciolte
e la bianca tunica, che stretta ai fianchi da cingolo azzurro, faceva
risaltare mirabilmente i rilievi del seno.
Si fermò in mezzo alla stanza sotto il _compluvio_[24] dal quale
pioveva su lei lo splendore del sole, avviluppandola in un’aureola
dorata.
Se l’astuta fanciulla l’aveva fatto apposta per mandare in visibilio
l’Imperatore, otteneva pienamente l’intento. Nerone rimaneva così
estatico a guardarla, che non pensava più allo scopo per cui l’aveva
chiamata.
Ottavia, non riuscendo a nascondere interamente l’interno rammarico,
dimandò alquanto concitata al marito perchè non la facesse cantare.
— Ella t’appartiene, — rispose Nerone, — sei tu che devi comandarlo.
— Canta dunque, — le disse l’Imperatrice, — canta... dell’amica che
cerchi.
Atte fece un inchino, e dopo alcuni accordi temprò sul _simikion_
un’elegia, dando alla sua voce così mesta intonazione, che ogni nota
sembrava un gemito uscito dal cuore.
Terminato il canto, Nerone rimase assorto, Britannico applaudì,
Ottavia, sinceramente commossa, lodò la citarista, e Agrippina rimase
muta, accontentandosi d’approvare con un moto del capo.
Essa s’acconciava a non osteggiare le fantasie del figlio; ma non
voleva lusingarle troppo.
Allorchè venne congedata, Atte risalì nei _cenaculi_[25] dov’era la sua
cella, sita tra quella delle nutrici e la stanza di Sporo.
Era notte inoltrata e tutto buio e silenzio nella casa Augustale.
Atte mezzo spoglia e avvolta in un amitto, sedeva presso la piccola
mensa rotonda, ch’era presso il suo letto e sulla quale ardeva entro
lampada di bronzo l’_ellinio_.[26]
Ella erasi bene accorta del sentimento inspirato a Nerone, di cui
l’avevano profondamente colpita il carattere ardente e la generosità.
Doveva ritrarre il piede dalla china fatale, o lasciar che si
realizzassero i sogni suoi d’amore e di grandezza?
Stava assorta in questi pensieri quando fu picchiato all’uscio.
Balzò in piedi atterrita e dimandò chi fosse.
— Son io, — si rispose al di fuori.
— E chi sei tu?
— L’Imperatore.