Grandezze ed insanie.
Appena salito sul trono il primo pensiero di Nerone era stato quello
d’edificare presso il palazzo dei Cesari un altro immenso edifizio che
occupasse oltre al Palatino tutto lo spazio tra il Celio e le Esquilie.
Nell’impazienza di vedere giunta presto a compimento quest’opera che
doveva riuscire una delle meraviglie dell’universo, aveva ordinato che
gli fossero spediti da ogni parte d’Italia tutti i prigionieri, anche
quelli già condannati a morte, perchè vi lavorassero sotto la direzione
degli architetti Severo e Celere. In tal modo fu l’opera assai
prontamente compiuta.
Il vestibolo della casa era di fronte alla Via Sacra, e il portico con
tre ordini di colonne era lungo mille passi e la statua che vi sorgeva
nel mezzo alta centoventi piedi.
Era già stato scavato il vastissimo bacino dello stagno, che
doveva essere riempito colle acque dell’Aniene, portate dagli archi
Celimontani. E ciò spiega l’impazienza addimostrata in quel giorno al
Senato perchè fosse decretata subito l’opera idraulica.
Al di là del bacino s’aggruppavano alcuni grandi magazzini fabbricati
con sassi quadrati di tufo litoide, ed altri edifizii.
Nerone li aveva comperati per atterrarli, e piantare al loro posto
boschetti e cascine, che dovevano specchiarsi nel lago.
Quella mattina, mentre i Padri della patria stavano discutendo
nel tempio di Giove, alcuni soldati balistarii avevano piantato
un _tormento_ a piccola distanza da quei magazzini, e da questo
scagliavano contro le loro mura massi di ogni forma e dimensione, che
incrinavano i tufi e finivano per farli cadere in ischeggie.
Folla immensa assisteva alla demolizione, e in mezzo alle _sordide_
della plebe, che la dicevano sempre avida di spettacoli, si notavano
l’ampia toga del vecchio patrizio, la toga virile del borghese, quella
_pretesta_ del nobile giovinetto, che giuocando col suo bastoncino,
andava in cerca di qualche grazioso visino.
La folla, che trovava di suo gusto quello spettacolo di distruzione, ad
ogni sasso lanciato dalla balista freneticamente applaudiva.
— Plebe stolta e codarda! — mormorò un cittadino.
A quanto sembra, a costui l’entusiasmo degli altri urtava i nervi.
Egli aveva nome Isidoro Cinico, uomo di mezza età, nel quale la tinta
giallognola del volto, i contratti lineamenti, ed il taglio austero
della bocca dinotavano apertamente di qual carattere irrequieto e
bilioso egli fosse.
Di fatto era noto all’universale come contraddicente e acerbo censore
di tutto e di tutti.
— E che ti fece mai, questa misera plebe?
Chi rivolgeva queste parole al Cinico era uno fra i più stimati
cittadini di Roma per sagacia, per intelletto, e per integerrimo
carattere. Si chiamava Gneo Calpurnio Pisone.
Ad esso Caligola rapiva la giovinetta sposa Livia Ostilla, e lui
cacciava in bando.
Salito sul trono Claudio Cesare, lo aveva richiamato e fatto Console.
Tornava alla vita privata dopo la morte dell’Imperatore, a cui serbava
riconoscenza, ma non poteva perdonargli d’aver ceduto alle esigenze
d’Agrippina, e spodestato Britannico del quale egli era amicissimo.
Isidoro rispose ch’egli apprezzava la plebe integra e laboriosa,
ma quella cui tutto era buono per uccidere l’ozio, gl’inspirava
grandissimo disprezzo.
— E perchè alla gente che qui si ferma per curiosità tu lanci un’accusa
che può essere ingiusta? Vi saranno moltissimi che tornano dal lavoro,
e che lo riprenderanno tra poco. Vuoi negar loro questo momento di
sollievo? E noi due, non ci siamo forse incontrati qui? E siamo oziosi
per questo? Confessa piuttosto che t’incresce di sentire acclamato
l’uomo che abborri. E comprendo in te questo sentimento per l’amicizia
che ti legava al misero Lucio Silano.
— Che codesto mostro coadiuvato da sua madre, — proseguì il Cinico,
— fe’ morire dopo avergli rapita la sposa, la giovine Ottavia, a cui
diede il manto imperiale per cangiarlo poi nella veste di Nesso.
— E tolgan gli Dei, — esclamò sospirando Pisone, — che qualche grave
sciagura non sia riserbata al fratello di lei, all’onesto Britannico.
— Onesto sì, ma inetto.
— Non parlarmi così di lui.
— Perchè non agisce? Perchè non vendica l’ingiustizia che gli venne
fatta? Perchè s’accontenta di nutrire un livore infecondo?
— Prima d’accusare il suo prudente contegno aspetta, o Cinico. E
intanto allontaniamoci di qui. Guarda chi ci sta d’appresso.
L’altro si rivolse e vide fermo a pochi passi da loro Aniceto, e più
oltre Cercopiteco Panerote, che parlava con Menecrate.
Lo spione cercava di prendere con una fava due piccioni, e mentre
tendeva l’orecchio per afferrare qualche parola del dialogo fra Pisone
ed Isidoro Cinico, che sospettava ostili all’Imperatore, attendeva il
parassita per cavargli con astuzia i calcetti sul conto del citarista.
Gneo Calpurnio e il Cinico s’allontanarono, e poco dopo, Cercopiteco,
rimasto solo, si fermò a contemplare le paste dolci d’un _dulciario_
ambulante.
Intanto continuavano i colpi dei proiettili, il rovinio delle pietre, e
le grida del popolo.
Cercopiteco, dopo essere stato alcun tempo indeciso, tirò fuori il suo
_marsupio_, ne cavò fuori due _as_[30] e datele in mano al _dulciario_
prese dal canestro una piccola torta di latte, farina, frutta e
miele, e mangiandola tornò ad avviarsi, allorchè gli venne incontro il
pedagogo e gli disse arrestandolo:
— Bon pro ti faccia, o Panerote.
— Tutto a me fa buon pro.
— Te felice! E che metodo adoperi per ciò?
— Non vado a pesca di guai, non m’impaccio de’ fatti altrui, lascio
che ogni acqua corra per la sua china, guardo bene a varcar la soglia
della mia casa col piè destro, non mormoro d’alcuno, e lodo tutti, e le
mie sole censure le riserbo pei cattivi cuochi. Non ho mai pregato nel
tempio dell’ambizione, e in me non esercitarono la loro potenza nè la
figlia della notte[31] nè il figlio di Venere.
— La persona che teco conversava poc’anzi, — interruppe tosto Aniceto,
— non può dir lo stesso.
— Chi, Menecrate?
— Tu lo dici.
— Io dico ch’egli è giovane dabbene e sagace, e che coll’arte
onestamente sostenta sè e la sua vecchia madre.
— Ed io faccio eco alle tue parole; ma ch’egli non senta al tempo
stesso ambizione ed amore, questo non puoi negarmelo.
— Nè affermo, nè nego, perocchè è questione questa che non mi riguarda.
— Ma quello che ho inteso....
— Quello che tu hai inteso non voglio intendere io. Sta sano.
E lasciò lo spione in asso, che invece di mostrarsi adirato, diede un
ghigno satanico di contentezza.
La onesta discrezione di Cercopiteco gli prestava il destro di farsi
merito presso Nerone.
Di ritorno dal Senato, questi andò nella stanza d’Ottavia, ch’era in
quei giorni alquanto sofferente, ed egli mostravasi affettuoso con
essa, tanto più che i medici la supponevano gravida.
La trovò distesa col capo appoggiato all’_anaclinterio_ d’un sofà, ai
piedi del quale sedeva sopra uno sgabello Menecrate suonando la citara.
Quella vista fe’ torvo Nerone, che dimandò ove fossero le due ancelle
di servizio.
Ottavia rispose ch’erano, come sempre, nella stanza attigua, pronte ad
ogni squillo di timbro.
L’altro, non del tutto rasserenato, partecipò alla moglie il
Senatus-consulto, che decretava la costruzione degli archi Celimontani,
aggiungendo che sperava ben presto di veder riempito il lago Neroniano.
— Intanto, — soggiunse Ottavia, — so che stamane cominciasti la
demolizione degli edifizii prospicienti la _casa transitoria_, e che il
popolo v’assistè entusiasmato.
— Davvero! — esclamò Nerone, — e d’onde lo sai?
— Da Menecrate, — essa rispose, — che viene di là.
Allora l’Imperatore, cominciando a rasserenarsi, si rivolse al
citarista, che al suo apparire erasi levato in piedi, e si teneva in
disparte, e gli disse:
— Avanzati e racconta.
E l’altro confermò che ad ogni masso lanciato dalla ballista, la folla
mandava grida di gioia ed acclamava a Cesare.
— In questa guisa, — osservò Nerone, — Roma risponde a quegli spiriti
gretti, che m’accusano di pazze prodigalità, perchè amo tutto ciò ch’è
grande, tutto ciò ch’è bello. Ma io disprezzo le censure di codesti
Catoni, che m’ascrivono perfino a colpa l’idolatria che nutro per
l’arte, e proclamano gli allori suoi indegni d’un Imperatore romano.
— Anche in questo, o divo Cesare, il popolo non divide la loro
opinione. So che molti anelano di sentirti a cantare, e s’apprestano a
chiedertelo ad alta voce quando ti vedranno in publico.
A quest’annunzio il broncio di Nerone scomparve del tutto, fu
dimenticata la gelosia e il citarista tornò in grazia.
Era fuori di sè dalla gioia. Quando si toccava quella corda
sensibilissima, la sua parlantina non aveva più freno e diveniva
eloquente quanto lo era stato a difendere gli altri Marco Tullio
Cicerone.
Egli disse che seconderebbe per certo il desiderio del popolo
romano; ch’era già sua intenzione, allorchè sarebbe compiuta la _casa
transitoria_, d’aprire le sale e gli orti di quella Augustale, e là
cantare alla presenza di tutti. Ora, aggiunse che poteva farlo perchè
la sua voce roca e debole alle prime lezioni dategli dal maestro Terpno
era diventata chiara e sonora, a forza di studi e di precauzioni
igieniche e meccaniche, come quella di non mangiar pomi, nè altri
cibi indigesti, di purgarsi spesso, d’eccitare il vomito, d’iniettare
liquidi nel corpo e tener sul petto quella finissima lamina di piombo
per gran parte della giornata, stando disteso bocconi sul letto.
Egli assicurava di potersi adesso esporre al publico anche sulle scene,
senza timore d’essere sopraffatto da altri, e di volerlo fare perchè
niuno è che ponga mente alla musica segreta.
Ottavia e Menecrate lo lasciarono parlare senza dir motto.
La prima, amante ancora, deplorava in cuor suo quella grande
aberrazione del marito. Il ridicolo, al quale s’esponeva, la feriva più
profondamente dell’infedeltà.
Menecrate, per rispetto all’Imperatore, non voleva contraddirlo, per
rispetto a sè stesso non voleva farla da cortigiano, approvando quel
che internamente disapprovava.
Egli aveva detto che il popolo desiderava di udirlo, e aveva detto
il vero; ma di suo nulla aveva aggiunto per incoraggiare Nerone ad
accontentarlo.
Inoltre, la segreta passione, che nutriva per Ottavia, gli faceva odiar
quell’uomo, che la rendeva infelice, quantunque egli, sedotto da una
vana lusinga, v’avesse contribuito, conducendo a Roma quella schiava.
Ma allora era il suo, più che sentimento vero, un’esaltazione di
giovanile baldanza. Adesso che amava davvero, vedendo d’aver formato
l’infelicità dell’adorata donna, malediceva il progetto malvagio da lui
concepito a Corinto.
Non aveva osato mai confessarlo ad Ottavia, vedendola sempre benevola
verso di lui.
Il dignitoso contegno della sovrana gli toglieva il coraggio, e
gl’imponeva il silenzio sulle condizioni dell’anima sua.
Anche quella mattina non fecero osservazioni di sorta sui pazzi
progetti di Nerone, quando questi, dopo essersi dimostrato
cordialissimo con Menecrate e tenero colla moglie, era uscito tutto
contento.
Allorchè giunse Aniceto, e cominciò a vantarsi d’aver indagato qualcosa
sul conto di Menecrate, spiegando malignamente a senso di reticenza
le ultime parole di Cercopiteco, Nerone lo interruppe bruscamente,
dicendo:
— Lascia in pace il citaredo. Quel modesto giovane è incapace d’osar
tanto. Vattene, che oggi non ho bisogno di te.
E il pedagogo se n’andò tutto sorpreso e mortificato.
Alcuni giorni dopo, venuta la sera, salì nella stanza d’Atte, e si
presentò a lei vestito colla _palla citharaedica_, che i suonatori di
musica portavano sulla scena, e la testa incoronata di lauro.
Volle che la donna si denudasse fino alla cintola, e si coprisse poi
colla _caliptra_.[32] Indi le ordinò di prendere il _simikion_ e di
seguirlo.
Atte si mostrava restia ad obbedire, e presa da timore e vergogna,
dimandò dov’egli volesse condurla.
— Vieni con me, e non temere, — disse Nerone.
— Oh Numi, che vuoi tu far di me!
— Inebriarmi sempre più nelle tue divine bellezze.
E cingendole colle braccia l’imbusto, la trasse seco nel vestibolo; la
fe’ sedere al suo fianco in una _carruca_ tirata da due cavalli.
L’auriga, forse già prevenuto, uscì dal palazzo senza attender
l’ordine, e la donna più non dimandava, più non parlava. Tanto era
confusa e atterrita, conoscendo di quali strani capricci fosse capace
il pazzo Imperatore.
E l’apprensione di lei s’accrebbe, allorchè si vide condotta in cima
all’altissima torre di Mecenate.
Sotto il cupo azzurro del cielo tempestato di stelle si vedevano
nereggiare giganteschi i più alti edifizii, e le buie vie rischiararsi
or qua or là di tetra luce. Erano torchi portati da drappelli di
soldati, che si facevano strada con bruschi modi tra la folla, la quale
camminava nella stessa loro direzione, procedendo a ondate come una
marea.
Il mormorio delle voci, il rotar dei carri, il calpestio giungevano
tramutati in confuso rombo fino all’alto della torre.
Atte dimandò, tremando, cosa succedesse mai, che significassero quelle
fiaccole e quel sordo frastuono, perchè egli l’avesse condotta là mezzo
denudata.
— Perchè, — la interruppe Nerone, — preparo a te sublime spettacolo, e
a me ben altro.
— E che mai?
— Io vidi il nudo tuo seno al chiaror della luna, allo splendore del
sole, ed ora lo voglio rischiarato da altra luce. Questo ti dica come
sia pazzo Nerone della tua venustà; come lo renda delirante la lascivia
che emana da tutto il tuo corpo. E tu, in ricambio di sì amorosa
frenesia, diffidi di me e tremi. No, rassicurati, o Atte, tocca le
corde del tuo strumento, e canta guardando agli astri, prima che un
denso velo non li nasconda agli occhi tuoi.
— E che può mai offuscarli se non vedo nube alcuna sull’orizzonte?
— Le nubi verranno dalla terra, — disse sorridendo Nerone.
— Dalla terra? — mormorò Atte.
— Cantiamo.
A questo la citarista non si sentiva punto disposta; ma si rassegnò, e
rimosso il velo dalla bocca, intuonò un canto a due voci, alternando
la sua voce potente, ma tremante per l’emozione, a quella rauca
dell’Imperatore.
A un tratto la donna cessò dal cantare, tendendo lo sguardo verso le
Esquilie.
Nerone aveva detto il vero.
Da quel punto si vedeva inalzare da terra una nube, che facendosi
sempre più densa si spandeva per l’aria, correndo in balia del vento,
che cominciava a soffiare alquanto impetuoso.
In mezzo a quel nero vapore cominciarono quindi a balenar delle vampe;
le vampe si cangiarono in fiamme, le fiamme in montagna di fuoco che
in un attimo rischiarò di sua luce sinistra tutti i monumenti, anche
lontani, del Palatino.
Nerone, come vide la donna rischiarata dal riflesso dell’incendio, le
tolse di mano il _simikion_, e quasi con furia le strappò di dosso la
_calyptra_, esponendo le nude forme di lei all’igneo splendore.
La lascivia dell’amante aveva fatto indovinare al frenetico artista
quale forma incantevole assumerebbe la bella figlia d’Acaja rischiarata
da quella luce tremenda. Sembrava di fatto che il fuoco le scorresse
nelle vene, che le balenasse negli occhi, che le scintillasse
attraverso le labbra, attraverso i capelli.
Era divenuta apparizione fantastica.
Nerone la prese per le braccia e fissandola con sguardo ardente ed
intenso, che sembrava volerle penetrar nelle viscere, esclamò:
— Ma quale Iddio, o divina creatura, stringeva fra le braccia tua madre
quando fosti concepita! Il mio amore per te diventa delirio.
E quasi muggendo, come leone, cominciò a baciarla tanto sulla bocca,
sugli occhi, sul dorso, sul petto, che sembrava non esser mai sazio.
Finalmente sentendo che lo scirocco continuava ad infuriare, riprese
con lena affannata e gli occhi rivolti al cielo:
— O Eolo, o Dio dei venti, tu non sei degno di lambir con me queste
carni. Basta per te.
E tornò a ricoprire Atte, che pareva trasognata e non sapeva in che
mondo si fosse.
Seppe finalmente che procedendo troppo lentamente la demolizione dei
magazzini, Nerone aveva ordinato che vi si appiccasse il fuoco, e
voluto assister con lei a quello spettacolo.
Le fiamme, spinte dal vento, si dilatavano sempre più, e Nerone,
inspirato da quella voragine ardente, prese a cantare, con quanto fiato
aveva, la presa e l’incendio d’Ilio.
Sperava forse che il canto fosse udito dalle vie, e che il popolo,
riconoscendo la sua voce, l’acclamasse.
Invece giunsero al suo orecchio lontane voci di gente che fuggiva e
chiedeva soccorso.