CAPITOLO II.

La bella figlia d’Acaja.

Il citaredo Menecrate, superbo della sua complessa persona, della

sua faccia bruna e della sua testa ricciuta, e credendosi più esperto

che non fosse nell’arte, aveva innalzate le amorose aspirazioni fino

all’Imperatrice Ottavia.

La gioventù nelle sue esaltazioni d’amore prende sovente lucciole

per lanterne, e spiega a senso di tenero sentimento ogni tratto

d’innocentissima benevolenza della persona amata.

E in quel tempo di tanta corruzione tra le patrizie di Roma e

le stesse Imperatrici, che non disdegnavano d’abbassarsi fino ad

amare perdutamente gladiatori, mimi ed istrioni, non era difficile

l’illudersi per un giovine citaredo.

Ma la virtù d’Ottavia e la sua fedeltà coniugale erano troppo note

perchè Menecrate osasse dichiararsi.

Laonde egli teneva chiuso in cuore il suo segreto ed attendeva dal fato

il soccorso di qualche avvenimento che valesse a scuotere l’onestà e la

fede d’Ottavia.

Intanto egli partì per visitare a Corinto una sorella ammalata. A lui

Seneca affidò alcuni papiri da rimettersi al fratello Gallione, e fu in

casa del Proconsole ch’egli conobbe Atte.

Rimase abbagliato dalla splendida bellezza di quella schiava, e per un

momento, dimenticando Ottavia, tento di sedurla.

L’altera figlia d’Acaja lo respinse, dicendo:

— Non m’ebbe il Proconsole, e vuoi possedermi tu, povero citaredo?

— E a che aspiri mai, divina fanciulla?

— Alla libertà per togliermi dall’abietto stato in cui sono.

— E credi ch’io non possa procurartela?

— No, non puoi darmi un amore che appaghi i miei desideri, che lusinghi

il mio amor proprio.

— Agogneresti forse un trono?

— Colla bellezza e coll’arte tutto può anche una schiava.

Queste parole furono per Menecrate una rivelazione.

Essa era la donna capace d’affascinare Nerone.

Se la citarista cantatrice riusciva a sedurre il marito, più facilmente

il citaredo sedurrebbe la moglie.

— Ma Corinto, — le disse, — mi sembra campo troppo angusto alla tua

ambizione. Perchè non ti rechi a Roma?

— E lo vorrei, poichè là mi sarebbe dato forse di rintracciare una

sorella di latte, che amavo assai. Ma come lo posso io schiava di

Gallione?

— Lascia di questo la cura a me.

E Menecrate suggerì egli stesso al Governatore di spedire la bella

e valente citarista, come schiava dell’Imperatrice, il che sarebbe

riuscito graditissimo tanto a lei, che al divo Cesare, il sublime ed

appassionato cantore.

Gallione rimase dapprima incerto se accettare o no quel progetto; ma

sentendo che poteva ritrarre da quel dono merito grandissimo, si lasciò

persuadere.

E pochi giorni dopo, Atte s’imbarcò sopra una bireme dello Stato, che

faceva vela per Napoli, dove approdò dopo dodici giorni di viaggio, ora

vogando a vela, ora a remi.

Dopo due giorni di riposo Menecrate noleggiò un carro e tornarono a

partire. Traversarono la via Appia, e quando dalle alture si vide la

città dei Cesari, rischiarata dall’igneo splendore del sole già volto

all’occaso, Atte, che da qualche tempo era taciturna e pensierosa,

diede in un sospiro e disse:

— È splendida codesta Roma. Io l’ho tanto desiderata; ma adesso che

stiamo per giungervi mi fa paura.

— Che strana creatura sei tu! — esclamò Menecrate.

Prima d’entrare in città per porta Capena, Atte si coprì dal capo ai

piedi con un velo azzurro, desiderando vedere senza essere vista.

Menecrate ordinò all’auriga di dirigersi verso il Fornice Fabiano,

ove giunto lo fe’ arrestare all’imboccatura d’una viuzza, gli pagò il

viaggio e lo rimandò.

S’avviarono quindi a piedi per l’angusta strada, ed entrarono in

meschina casupola, seguiti da un uomo, che portava i fardelli.

— Questa è la mia povera casa, — disse Menecrate traversando il

protiro[13] — io qui vivo colla mia vecchia madre, ch’ora vedrai e che

ti darà ospitalità finchè non t’avrò condotta nel palazzo Augustale

all’Imperatrice Ottavia.

La vecchia, che stava nella sua stanza filando al chiarore d’una

lucerna a due luminelli, dapprima aggrottò le ciglia, vedendo giungere

il figlio in così perigliosa compagnia. Sentendo però ch’era una

schiava mandata dal Governatore Gallione all’Imperatrice, cangiò

all’istante, ed ebbe tutte le cure per lei, durante i tre giorni che

precedettero la sua presentazione.

Quando Menecrate uscì, lasciando Ottavia col torvo Nerone, era tutto

contento, poichè non s’immaginava mai che sarebbe così presto riuscito

nel suo intento.

Ottavia, dopo aver pianto, attese sperando che il marito, conosciuto il

suo torto, smetterebbe lo sdegno e tornerebbe a lei.

Vana speranza! Quale lo aveva lasciato tale lo ritrovò nel triclinio.

Parlò colla madre Agrippina, parlò con Anneo Seneca, rise alle facezie

del parassita Cercopiteco Panerote, ma alla moglie non rivolse mai

la parola, e quasi volesse farle dispetto, si mostrava soverchiamente

gentile pel giovinetto Sporo, suo favorito, che lo serviva.

La misera Ottavia tratteneva a stento le lagrime, e appena terminato il

pranzo, si ritirò nelle sue stanze.

Agrippina, che aveva osservato il contegno del figlio e l’ambascia

della nuora, pochi momenti dopo raggiunse questa, e trovatala in

dirotto pianto, le chiese cosa fosse avvenuto.

E Ottavia, gettandosele fra le braccia, le narrò la scena avvenuta

quella mattina stessa per causa d’Atte e terminò esclamando:

— Ahi misera, Nerone è per me cangiato!

— Lo è per tutti, — rispose Agrippina tra mesta e crucciosa. — La

frenesia per l’arte lo ha affascinato in guisa da chiamare presso di sè

gente che non doveva mai porre il piede nella casa dei Cesari. Ma tu,

povera giovinetta, rinfrancati, io cercherò di ricondurlo a te. Esso

non resisterà, spero, ai voleri della madre, a cui deve il trono.

Agrippina, più che per deferenza verso la nuora, teneva a pacificarle

il marito, per tema che una concubina, assecondandone il lascivo

temperamento, non esercitasse su lui quell’influenza che l’ingenua

sposa non aveva mai cercato d’ottenere.

Dalle stanze d’Ottavia si diresse nel suo appartamento, e ordinò a

Lucio Azzerino suo liberto di chiamarle l’Imperatore.

Questi, ebro di falerno, era uscito dal triclinio conducendo seco nelle

sue stanze il favorito Sporo, dopo aver licenziati tutti gli altri.

Il liberto Elio, al quale Lucio Azzerino passò l’ordine d’Agrippina,

attese per comunicarlo all’Imperatore, che Sporo uscisse dalla camera

di lui.

Laonde dovette Agrippina lungamente aspettare, e quando il figlio le

si presentò colla faccia riarsa, gli occhi scintillanti e malfermo in

gambe, gli disse crucciata:

— Tanto mi facesti attendere per mostrarti in tal guisa? E sei tu quel

Nerone così saggio che emanasti decreti contro le publiche cene e le

crapule?

— Se sono ebro, o madre, rendine grazie agli Dei, perchè il vino

discaccia da me ogni tormentoso pensiero, e mi rende buono e cortese.

— S’egli è così, — interruppe Agrippina, — ascolta ora il consiglio di

tua madre.

— Parla.

— Tu arrecasti fiero dolore ad Ottavia. Essa ne pianse a calde lagrime.

— E perchè osò censurarmi prima alla presenza d’un citaredo e d’una

schiava, e importunarmi poi con rampogne di stolta gelosia? Siffatte

audacie io non sopporto. Non so chi mi trattenne dall’afferrarla e

strangolarla colle mie mani. La salvarono l’amore e il rispetto che

nutro ancora per lei.

— Se sono vere le entusiastiche lodi, colle quali in sua presenza tu

esaltasti quella figlia d’Acaja, certo che il tuo rispetto per lei fu

in quel punto da te dimenticato.

— Perchè avrei dovuto nascondere la mia ammirazione per l’arte e la

bellezza di quella donna?

— Dandole però asilo nel palazzo dei Cesari, tu non fai che accrescere

i sospetti e le angosce di tua moglie.

— È a Ottavia non a me che la mandò Gallione: dovevo scacciarla?

L’Imperatrice, — aggiunse poi sorridendo, — è gelosa delle canzoni

che udrò modulare dalla greca cantatrice; eppure io non lo sono delle

melodie colle quali ogni dì la delizia Menecrate.

— Tienti a mente, o Claudio, ciò che disse Caio Giulio: la moglie di

Cesare dev’essere rispettata.

— Vanitosa, quanto stolta teoria, che non impedì ad Augusto di scacciar

Scribonia, nè a Tiberio d’odiar Giulia, nè al divo Claudio di punir

colla morte le dissolutezze di Messalina, quantunque foss’egli il più

fiducioso dei mortali. E tu lo sai bene, o madre, che sapesti così

dominarlo da lasciargli vedere e sentire quello soltanto che a te

piacesse.

— E tu non puoi lagnartene.

— No, per gli Dei, e neppure Aulo Plancio.

Agrippina, facendosi rossa e levandosi in piedi, esclamò:

— E torni ancora al temerario sospetto!

Nerone l’abbracciò, e teneramente baciandola la costrinse di nuovo a

sedere e le disse sottovoce:

— O madre, tu conosci la cagione del mio odio contro quell’uomo.

— Mostro! — mormorò Agrippina, allontanandolo da sè, con espressione

di volto, non corrispondente alla severità di quelle parole, — è il

falerno che ti fa delirare.

— Madre, ti rammenti di quella sera che io....

— Non voglio, nè debbo rammentarlo, — interruppe Agrippina.

— Quella sera io non era ebro, e allorchè ti dissi che tu esercitavi su

me un fascino da rendermi tuo schiavo, tu mi baciasti.

— Ed anche oggi ti bacio, — essa rispose, premendogli le labbra sulla

fronte, — benchè tu non sii più per me il figlio d’un giorno.

— Come puoi dir questo, o madre! — esclamò Nerone stringendola al seno.

— Vuoi tu che te lo provi?

— Sì.

— Scaccia da te tutti gl’istrioni, i mimi, i parassiti, e manda altrove

ad albergare quella greca.

— Madre, tu chiedi troppo ai fumi del mio falerno.

— Vedi, se m’appongo al vero, dicendo che tu sei cangiato, e che in te

oggi parla il vino, ma non l’amore.

— Tu vuoi togliermi tutto quello che mi diletta, ed altro non lasciarmi

che le infantili carezze di Ottavia, e le conversazioni di Seneca,

il quale m’infastidisce colle esortazioni a non perseguitare così

spietatamente i cristiani.

— E non ti bastano, — replicò la madre, — i tuoi studii, l’arte del

canto, così nobile e soave, gli spettacoli del circo Massimo, gli

edifizii intrapresi, che t’offrono occupazione e t’assicurano fama, e

quei vezzi infine, che tu chiami infantili, ma che ti rendono invidiato

da molti? Ritorna, o figlio, ritorna interamente a lei, e non si dica

che tu la togliesti a Lucio Silano per renderla infelice.

Agrippina, più che a tutt’altro, teneva a che Nerone rimanesse marito

fedele e figlio ossequente, fosse pure troppo tiepido marito e troppo

fervido figlio.

Per ottenere da lui quanto gli aveva chiesto, continuava a tenerlo

abbracciato, ad accarezzarlo e fissarlo con sguardo di raffinata etèra.

Il desiderio di riprendere sul figlio il dominio che le sfuggiva, la

spingeva tropp’oltre nelle moine, e cominciava a confondersi in lei con

altro desiderio.

Alcune frasi però sussurratele da Nerone, ch’erasi acceso più che mai

in viso, la fecero rientrare in sè, e levatasi in piedi, gli disse:

— Tu vaneggi! Va nel cubiculo, ove t’attende la tua sposa. Il momento è

propizio. Là sarai esemplare marito, qui, saresti figlio malvagio.

Sotto mentita severità essa nascondeva l’emozione e la compiacenza.

Nerone invece, nel cui animo cominciavano a balenare diggià selvaggi

sensi, al rifiuto d’Agrippina, alle parole di lei, in cui traspariva

il sarcasmo, perdè il senno. Dopo avere invano implorato l’incesto,

si preparava ad assalire la madre, allorchè dal liberto Azzerino fu

annunziato Aulo Plancio.

A quel nome ruggì Nerone ed esclamò:

— Sempre codesto odiato! Va, va dunque, o madre di Cesare,

prostituisciti a Macco[14].

E lasciato bruscamente il nudo braccio d’Agrippina, che stringeva con

forza convulsa fuggì via.

A quell’impeto, a quell’ira, alle ingiuriose parole l’altra rimase

sbigottita.

Temette che il figlio fosse uscito di senno.

Era intanto da lungo tempo tramontato il sole e venuta l’ora della

_primae noctis intempestae_ (come chiamavano i romani le prime ore

della sera) e le lampade rischiaravano le sale del palazzo Augustale.

L’Imperatrice Ottavia, indossata una veste d’oscuro bisso e coperta dal

peplo notturno, lasciò le sue stanze, traversò il cavedio ed uscì nel

peristilio.

Ivi l’attendevano due schiavi lettighieri colla sua lettiga.

Essa vi si adagiò, e preceduta da servi con torchi accesi e da due

ancelle, che in vassoi dorati portavano una ghirlanda di fiori e alcuni

oggetti preziosi, uscì dal palazzo.

Dopo breve tragitto la lettiga arrestò davanti al tempio della Dea

Viriplaca, che sorgeva sul Palatino.

Ivi assistita da due Sacerdotesse, che l’avevano accolta sulla porta

del tempio, Ottavia andò a prostrarsi al simulacro di quella Dea,

destinata a placare i mariti e ricondurre la concordia nelle famiglie.

Rimase a lungo genuflessa a pregare, poi, deposte le offerte ai piedi

della statua, uscì dal tempio e tornò al palazzo.

La giovine Imperatrice fidava nel patrocinio della Dea, quantunque

si fosse recata sola ad implorarla, mentre il culto esigeva che

v’andassero i due coniugi assieme, e là, prostrati al simulacro,

confessassero reciprocamente i loro torti, e si riconciliassero.

Era però sovente cosa malagevole l’indurre o il marito o la moglie a

questo passo, e allora quello dei due, che più teneva a ristabilire

la concordia, si recava al tempio da solo per invocar la pace della

famiglia.

Così aveva fatto Ottavia, e rientrata ne’ suoi appartamenti, rimase

qualche tempo sola, nella speranza di veder comparire da un momento

all’altro il marito sereno ed affettuoso.

Talvolta al desiderio di lei s’alternava il timore, ch’egli giungesse

sì, ma per scagliarle contro nuovi rimproveri ed altere parole.

Oh come la misera malediceva il momento in cui erasi presentata a

lei la giovine greca! Come rimproverava Gallione e Menecrate, all’uno

d’averla spedita, all’altro d’averla condotta, quantunque sentisse in

cuor suo d’essere ingiusta verso di loro.

Che se avesse potuto immaginare il recondito scopo del citaredo, questi

non avrebbe più messo piede per certo nel palazzo dei Cesari.

Tanto affetto e tanta abnegazione in una giovine e bellissima sposa non

meritava davvero Nerone, che, come si vide, pensava a tradirla nei più

nefandi modi.

Ed esempi siffatti di fede costante erano ben rari nella corruzione

dell’antica Roma.

Adagiata sovra elegante accubito Ottavia attendeva e pensava, e talora,

per distrarsi, prendeva dal desco, ch’erale vicino, un papiro e si

metteva a leggerlo al chiarore della lampada posta sovr’alto candelabro

a piede, dallo scapo finamente lavorato a cesello.

Erano alcuni brani del poema _La Farsaglia_ di Marco Anneo Lucano,

nepote di Seneca, giovine poeta, che Nerone allora colmava d’onori.

Intanto dagli spazii della clessidra si vedevano passare le ore, e il

desiderato sposo non compariva. Ebbe per un istante l’idea di farsi

coraggio e andarlo a trovare; ma contro questo consiglio si ribellò

l’amor proprio di lei.

Essa non doveva implorare venia perchè nulla aveva a rimproverarsi.

La sua dolcezza non doveva trascinarla fino a codesta umiliazione, e

per timore che il desiderio di pace finisse per costringervela, levossi

in piedi, e passò nella stanza da letto.

Ivi l’attendevano le ancelle per raccoglierle le chiome nella

reticella, ed aspergerle il corpo coll’irino di Corinto, mentre la

schiava _vestiplica_ ripiegava le biancherie e le vesti.

Compiuta la bisogna, Ottavia le licenziò e posto il nudo piedino sullo

scanno, entrò nel letto matrimoniale, ed attese ancora adagiata sul

fianco, posando il braccio sul _cubitale_[15].

Vegliò gran parte della notte, ma il sonno nei giovani finisce per

trionfare di qualsiasi cura. Sentì a poco a poco aggravarsi le palpebre

e cominciò a sonnecchiare.

Le parve nel dormiveglia udire da lungi la voce di Nerone che

cantava. Credette a un sogno, e alcuni istanti dopo era profondamente

addormentata.

Da più d’un’ora dormiva, allorchè fu desta all’improvviso da un

violento bacio sulla bocca.

Le donne di Nerone · 第 10 / 54 题