Ottavia.
Ha di poco varcato il terzo lustro, è bella, gentile, amata dal
popolo romano, circondata dagli agi della vita, dallo splendore della
ricchezza.
Eppure la bionda figlia dell’Imperatore Claudio e di Messalina, la
sorella di Britannico ha i grandi occhi azzurri velati di lagrime.
Piange l’Imperatrice Ottavia....
E perchè piange?
Suol dirsi, che da lupa mai non nacque agnellino; eppure la illibata
Ottavia nasceva da colei, che lasciò di sè fama tristissima per le
sfrenate libidini, e che usciva stanca ma non sazia dalla Suburra.
Fin da bambina veniva Ottavia fidanzata a Lucio Silano nepote
d’Augusto; ma come la maggior parte delle lunghe promesse anche questa
fallì, perchè Agrippina, seconda moglie di Claudio, volle che la
fanciulla impalmasse Lucio Domizio Claudio Nerone figlio del suo primo
marito Domizio Enobardo.
E chi mai avrebbe potuto resistere alla imperiosa volontà d’Agrippina?
Tanto meno lo poteva la mite e soavissima Ottavia, che pure amando il
bruno giovinetto Silano, dovette abbandonarlo per andar sposa a Claudio
Nerone, dalla faccia lentiginosa, dai grossi lineamenti, dalla lunga
zazzera giallastra, dagli occhi azzurri ed enormi, dal ventre adiposo,
dalle gambe sottili.
Ma la giovinezza, il robusto temperamento, l’amore che professava alle
arti, il benigno carattere, non deturpato ancora dall’efferatezza del
tiranno, l’indole affettuosa, che doveva poi cangiarsi in lussuria
feroce, rendevano in lui men disgradevoli i difetti fisici.
E con tutto il trasporto dei diciassette anni amò la giovinetta
sposa, che a lui corrispose, dapprima per sentimento di dovere, poi di
riconoscenza per vedersi fatta segno di vero culto da parte di lui; e
finalmente di sincero amore.
Per molte lune l’appartamento loro assegnato nel palazzo dei Cesari fu
tempio della felicità coniugale.
Un dì Ottavia sedeva nel suo gabinetto, tenendo in mano uno specchio.
Le ancelle stavano cospargendole di profumi le chiome, quando entrò
Nerone tutto ilare, e piegando un ginocchio sulla pelle di pantera
ch’era ai piedi di Ottavia, stette lunga pezza a fissarla amorosamente,
le mani nelle mani di lei.
Finalmente, come le ancelle ebbero finito d’acconciarla, s’alzò e
accarezzandole i capelli le disse a bassa voce:
— Come starà bene su questa fronte così candida il diadema imperiale.
— Sei desto e sogni, o Claudio? — rispose essa, guardandolo
meravigliata; — il diadema a me?
— A te.
E sorridendo si pose l’indice a traverso le labbra, ed uscì.
La curiosità femminile, unita a vago presentimento spiacevole, non diè
più pace ad Ottavia.
Essa voleva sapere il significato recondito di quelle parole.
E a forza di preghiere e di moine vi riuscì il dì seguente all’ora del
_conticinio_[3] nei soavi misteri del _cubiculo_[4].
— Ebbene, — disse Nerone, — e sia. A me venne imposto il segreto; ma
posso io aver segreti per te, mia bella Iddia? Sappi dunque che per
opera di mia madre, coadiuvata da Lucio Anneo Seneca, Claudio oggi, con
legge apposita, me riconobbe, benchè figlio adottivo, a suo successore.
— E mio fratello?
— Britannico dovrà piegare il capo alla patria potestà. E quanto a
dritto, siam pari. Egli non è figlio di Claudio.
— Ma che dici tu! — esclamò tutta sorpresa la donna.
— L’anima tua purissima non cerchi di penetrare nefandi misteri.
Ottavia chinò la testa e tacque.
— Perchè assorta così? — chiese Nerone.
— Io tremo.
— Tremi perchè la fortuna arride al tuo sposo?
— Tremo perchè t’amo, o Claudio; ma di che io tema non so. Forse che
s’accresca la discordia fra Britannico e te, che non puoi perdonargli
di non averti chiamato mai col nome di Claudio, ma sempre Enobardo.
Nerone compose il volto a un sogghigno di sprezzo, e rispose:
— Rinfrancati, mia divina Ottavia, che io siffatte miserie non curo. E
se le cura Britannico, tanto peggio per lui. Io non lo temo; sono nato
al levar del sole, e questo fu presagio che la fortuna mi proteggeva.
D’altronde io non ricambierò mai l’odio di Britannico, perchè malvagi
sentimenti non allignano in me; anzi del povero epilettico[5] ebbi
sempre pietà. E poi è fratello a te, che mi sei tanto cara. Cara così,
che se mi seduce lo splendore del trono, è pel pensiero di poterlo
dividere con te.
— Eravamo tanto felici anche adesso!
— Lo saranno ancora di più l’Imperatore Claudio Nerone e l’Imperatrice
Ottavia.
Malgrado il lieto pronostico, l’animo gentile di lei non potè liberarsi
dal vago presentimento di spiacevoli contingenze, nè valevano a
cancellarlo le reiterate assicurazioni del marito.
Faceva voti perchè il padre vivesse ancora lungo tempo, e fosse così
ritardata l’esaltazione del consorte al trono.
Ma questo fatto non tardò ad avvenire, e Claudio Nerone, che da soli
tre anni aveva cambiata la toga pretesta nella toga virile[6], indossò
il manto imperiale l’anno 54 di G. C.
Non aveva allora che diciassette anni.
Oh se la misera avesse saputo che un delitto affrettava la morte di suo
padre!
Agrippina, ansiosa di vedere il figlio proclamato Imperatore, aveva
avvelenato il suo terzo marito come aveva ucciso il secondo per andar
sposa a Claudio.
Appena spirato l’Imperatore, Nerone, tra sua madre e il suo maestro,
e seguito dai liberti si presentò ai soldati di guardia adunati nel
pretorio sotto gli ordini del loro Prefetto Attico Vestino, potente
per la sua carica e per la fiducia che aveva in lui l’Imperatrice
Agrippina, e fu da loro acclamato Imperatore.
Quindi entrò nella lettiga, circondata dai littori, scese il clivo
della Vittoria, e uscito dalla porta antica presso il tempio di Giove
Statore, andò a visitare l’accampamento delle coorti pretoriane, dalle
quali fu accompagnato al tempio di Giove, dove s’adunava il Senato.
I Senatori vestiti del _laticlavio_[7] stavano attendendo nei loro
stalli al di sopra dei quali sedevano i due Consoli presso la statua
d’oro di Giove.
Il podio, che rigirava sotto alla vôlta, era gremito di popolo; quello
più basso, che girava per una sola terza parte della elissi, era chiuso
da graticcio dorato.
Era questo destinato alle Vestali e alle matrone romane.
Quand’anco vi fossero stati Senatori partigiani del legittimo
Britannico, l’entusiasmo del popolo e il contegno delle coorti li
esortava a far buon viso a sorte avversa ed acclamar Lucio Domizio
Claudio Nerone.
Intanto i _Pollintori_, lavato, unto ed imbalsamato il corpo del
defunto Imperatore, l’avevano deposto su ricco letto adorno di
ghirlande e coperto di lini bianchi listati di porpora.
Le Prefiche gemevano presso il letto, ai piedi del quale, vestita a
lutto, pregava la vedova Imperatrice.
Allorchè il rombo della folla, e le grida di plauso annunziarono
che il nuovo Imperatore tornava al Palatino, Agrippina passò dalla
stanza mortuaria nella sala, ove l’attendevano molte matrone romane e
dignitarii.
Agrippina, vedova di tre mariti, benchè toccasse già il settimo lustro,
e dei fili argentei si mescessero al bruno de’ suoi ricchi capelli,
conservava ancora tutto lo splendore della prestante persona, i puri
lineamenti, il fiero sguardo.
Tutti s’inchinarono al suo apparire, argomentando dalla energia di
lei e dal docile carattere del figlio, ch’essa continuerebbe ancora a
imperare sui romani.
Entrò nel tempo stesso Ottavia, accompagnata da Britannico, col quale
erasi fino allora trattenuta nel suo gabinetto, esortandolo a non covar
rancore contro il fratello, ed assicurandolo della benevolenza, che
questi aveva sempre nutrita per lui.
Britannico le aveva finalmente promesso di far buon viso a sorte
avversa, e quando giunse Nerone, questi dopo aver abbracciata la madre
e la moglie strinse anche lui fra le braccia, e gli mormorò:
— Tu fosti sempre il mio caro fratello, e sempre lo sarai.
Britannico, senza dir motto, gli diede il bacio di pace.
Il nuovo Imperatore inaugurò il suo regno con atti di generosa
gratitudine verso il suo padre, il suo benefattore, ordinando splendidi
funerali. Le Prefiche, le donne vestite di bianco, i Libitinarii[8],
i Vespilloni[9], l’Arcimimo, che seguiva, facendo con altri buffoni,
condotti da lui, strane movenze, portando il volto coperto da una
maschera, nella quale erano ritratte le fattezze di Claudio e che in
quella occasione fu l’istrione Dato, ebbero tutti larghissima mercede.
Quando il convoglio giunse al Foro, furono deposte sulle sedie curuli
le immagini del defunto, e degli avi, ch’erano portate nel corteo dai
Vespilloni, e Nerone stesso pronunziò una orazione funebre di così
elevati sentimenti, di così forbito stile, che fe’ divenir purpurei per
la compiacenza la faccia ed il pelato cocuzzolo del suo maestro Anneo
Seneca.
E tutta Roma non fece che inneggiare al cuore e all’eloquenza di
Claudio Nerone, ringraziando Giove Ottimo Massimo d’averglielo dato a
sovrano, facendosi complice dell’ingiustizia fatta a Britannico.
Le sinistre apprensioni d’Ottavia erano andate a poco a poco
calmandosi. L’omaggio reso alla memoria di Claudio, e la pace avvenuta
tra il marito e il fratello le davano fiducia d’avere nell’ombra
paterna un Genio tutelare.
Di più Nerone continuava a mostrarsi verso di lei sposo premuroso,
affettuosissimo. Anzi, essa aveva la coscienza della propria
inferiorità nei loro rapporti amorosi, perchè l’indole sua vereconda
non sapeva corrispondere agl’impeti sensuali, che andavano sempre più
crescendo in lui.
Non s’immaginava però che il pudico ritegno finirebbe un giorno per
riuscirle fatale. Credeva che il mostrarsi tenera con lui, premurosa e
felice, lo stargli più che potesse vicina, bastasse a ricambiarlo, ad
accontentarlo.
E per qualche tempo bastò, perchè Nerone, poco occupandosi degli affari
dello Stato, di cui lasciava tutto il pondo ad Agrippina, a Seneca ed
al Prefetto Burro, erasi interamente dedicato agli studi dell’arte,
che sublimano gli spiriti eletti, ma danneggiano sovente le anime che
tendono alla depravazione.
Nei primordi del suo regno, Nerone, seguendo i saggi consigli di Seneca
e di Burro, si segnalò per atti di giustizia e di clemenza, disprezzò i
delatori, rifiutò le statue d’oro e d’argento che volevano innalzargli
il popolo ed il Senato, e fece quanto da lui si potesse per acquistarsi
il favore universale.
Ma poi l’influenza malvagia d’Agrippina, che voleva assoluto dominio
sul figlio, cominciò a farsi strada nell’animo di lui, e venne la
fase di quelle alternative di bene e di male, solite nelle menti, che
accennano a sconvolgersi del tutto; ed ora maltrattava aspramente i
liberti, ora largamente li rimunerava. Minacciava di quando in quando
severi castighi, e costretto poi a vergare una condanna di morte,
malediceva al momento in cui aveva imparato a scrivere. Aveva per la
moglie degli slanci appassionati, fino a chiamarla Dia, e da questi
impeti passava poi a freddo contegno.
Di questi cambiamenti cominciò ad avvedersi Ottavia, e non mancava di
rimproverarli allo sposo, ma con soavità che a lui sembrava riuscire
tediosa.
Egli è che la profumata nudità della bionda Imperatrice, e la sua
giovanile freschezza, gli parlavano ancora ai sensi: ma non bastavano
più a soddisfar la lussuria, che cominciava a sfrenarsi in lui.
Un giorno Nerone tornava coi suoi liberti favoriti Faonte, Elio e
Doriforo nel palazzo dei Cesari, dopo avere visitato i lavori di quello
veramente meraviglioso, che sotto la direzione degli arditi architetti
Severo e Celere, stava costruendo tra i colli Palatino, Celio ed
Esquilino.
Nel passare davanti alle stanze d’Ottavia udì voce gentile che cantava
una greca canzone, temprandola al suono del _simikion_.[10] S’arrestò
nel cavedio per non interrompere il canto, e come questo ebbe fine,
entrò nella sala ov’era Ottavia mollemente distesa col gomito poggiato
sull’anaclinterio[11] e facendo del braccio sostegno al capo.
A poca distanza da lei si teneva ritta in piedi una giovine di rara
bellezza: vestita di candida tunica, stretta sui fianchi flessuosi da
sciarpa azzurra ricamata in argento. Le braccia denudate fino alle
spalle erano nella parte superiore adorne d’un braccialetto che ne
faceva risaltare la perfetta rotondità. Dentro bianchi sandali erano
chiusi i piedini, e le chiome nerissime, strette sul capo da piccolo
cerchio d’oro, le scendevano disciolte fino al ginocchio. Gli occhi
neri tagliati a mandorla, le lunghe palpebre, che li velavano, le
labbra di vivo cinabro, gli splendidi denti, la slanciata persona, le
fidiache forme ammutirono per sorpresa Nerone, che rimase alcun tempo a
contemplarla con sguardo pieno di desiderio.
Ottavia, alla quale non era sfuggita quella ammirazione, gli disse:
— Tu che m’accusi di non dividere con te l’entusiasmo per l’arte,
vedi, che per quella di Melpomene seppi trovare tale interprete,
che veramente s’insinua nell’anima colla melodia della sua voce,
coll’armonia della sua bellezza.
— E come dunque codesta superba creatura si trova qui?
— Dimandalo a Menecrate, che la condusse.
Allora Nerone si volse al citaredo, ch’era presente, tenendosi ritto in
rispettoso silenzio, e gli chiese se fosse sua schiava, o sua allieva.
— O divo Claudio, — rispose Menecrate curvandosi, — nè l’una nè
l’altra. Essa è schiava del tuo Prefetto Gallione, che a me la
consegnò, perchè da Corinto la conducessi in Roma per farne dono da sua
parte all’Imperatrice.
— Oh inaudita generosità! — esclamò Nerone. — Convien dire, o ch’egli
sia cieco, o austero filosofo, come suo fratello Seneca, per non
apprezzare il possesso di questa fanciulla. Come ti chiami?
— Atte.
— Dove nascesti?
— Or son vent’anni a Corinto.
— I tuoi genitori?
— Morirono.
— E chi t’apprese il fascino del canto?
— Mia madre, che non aveva eguali in tutta l’Acaja per temprare sul
trigono le canzoni d’Anacreonte.
— Fa ch’io oda ancora la tua soavissima voce. Canta, fanciulla, e
questa volta, canta d’amore.
Ben s’avvedeva Ottavia come gli occhi della schiava cominciassero a
far divampare il marito; ma riservata e timida non si lasciò sfuggire
parola, nella quale trapelasse il suo malumore.
Atte, dopo alcuni accordi, intuonò appassionatissima anacreontica, che
fe’ andare in visibilio Nerone.
Da esperto conoscitore dell’arte, fe’ notare al citaredo come fosse
eguale e potente la voce della schiava, tanto nell’_Agoge_ che nella
_Ploke_ e nella _Jone_.[12]
— E non t’increbbe d’abbandonare la tua patria?
— Io stessa chiesi in grazia a Gallione di lasciarmi venire con
Menecrate a Roma, perchè sapeva come l’arte fosse tenuta qui in
pregio grandissimo sotto l’impero del divo Claudio Nerone. Benigno il
Governatore acconsentì alla mia dimanda, e mi fe’ da Menecrate condur
prima davanti ad Anneo Seneca e poi alla divina Ottavia.
E piegò un ginocchio in segno di rispetto.
L’Imperatrice mestamente sorrise, e Nerone riprese:
— Tu dunque qui rimarrai per allegrar gli ozii dell’Imperatrice e
guadagnarti allori nelle feste dell’arte, nelle quali Lucio Claudio
Nerone non è secondo ad alcuno nè in musica nè in poesia; neppure
all’insigne Terpno ch’è mio maestro di citara, neppure al presuntuoso
poeta Lucano. Noi, o bella greca, canteremo insieme.
— Sarà questo onore soverchio per una povera schiava.
— E ciò sembra anche a me, — soggiunse Ottavia, che più non potè
frenarsi.
Nerone, piccato da quella osservazione, guardò torvo la moglie e per
tutta risposta le disse:
— Da questo momento non è più schiava, io la faccio liberta.
E non dando ascolto all’espressioni di riconoscenza che gli rivolgeva
Atte, levossi in piedi e percosse un timbro d’argento.
All’ancella che comparve,
— Conduci teco, — disse, — la citarista dell’Imperatrice, ed abbia
stanza nel mio palazzo, e sia affidata alle cure delle mie nutrici
Egloga ed Alessandria.
Atte s’inchinò e preso il _simikion_ segui l’ancella.
Come furono uscite, Nerone, tutto rabbuffato, mosse anch’egli per
partire, ma Ottavia lo trattenne.
Menecrate, che prevedeva una tempesta, di cui per reconditi fini, che
sapremo in seguito, era soddisfatto, si congedò.
Come furono soli, Nerone chiese alla moglie cosa avesse a dirgli.
— Perchè, — dimandò questa, — quel guardo bieco che mi lanciasti
poc’anzi?
— Perchè osavi censurare Nerone alla presenza d’una schiava.
— E non trovò essa stessa che l’onoravi troppo?
— Nella giovine greca parlò la modestia, in te il cruccio. Atte dinanzi
a me s’umiliava, tu t’erigevi a giudice. E giudice di chi? Giudice di
Cesare.
— Ma tu, nelle tue enfasi, non t’avvedevi che l’umiliata ero io, perchè
in mia presenza, al cospetto d’un citaredo, tu mi dimenticavi per
esaltare un’oscura fanciulla.
— Non è più schiava perchè Cesare le diede la libertà, non è più oscura
perchè Cesare le prodigò le sue lodi.
— Vorrei investigare l’arcano sentimento che le dettò.
Come si vede, l’amor proprio offeso infondeva coraggio in quella
tortore incoronata.
Ma il coraggio fu di breve durata.
Quando Nerone, dopo aver dichiarato che nessuno doveva mostrarsi
temerario tanto da scrutare i suoi pensieri, che l’animo suo d’artista
non poteva a meno d’entusiasmarsi per le superbe creazioni, fossero
opera della natura o dell’arte, e che infine egli era padrone di sè, di
tutto e di tutti, ed uscì fissandola sdegnoso, l’infelice comprese che
per lei non v’era più speranza nè d’amore nè di pace.
Ed ecco perchè piangeva l’Imperatrice Ottavia.