Fa duopo riferir ora qualche circostanza di cui l'improvvisa partenza
da Venezia e la rapida sequela di casi susseguiti nel castello non ne
concessero d'occuparci.
La mattina istessa di quella partenza, Morano, all'ora convenuta, andò
a casa Montoni per ricevere la sposa. Fu sorpreso non poco dal
silenzio e dalla solitudine de' portici, pieni al solito di servitori;
ma la sorpresa fece luogo immediatamente al colmo dello stupore ed
alla rabbia, allorchè una vecchia aprì la porta, e disse che il suo
padrone e tutta la famiglia erano partiti di buonissim'ora da Venezia
per andare in terraferma. Non potendolo credere, sbarcò dalla gondola
e corse nella sala ad informarsi più minutamente dalla vecchia, la
quale persistè nella sua asserzione, e la solitudine del palazzo lo
convinse della verità. L'afferrò pel braccio, e parve volesse sfogare
sulla poveretta la bile che l'ardea. Le fece mille interrogazioni in
una volta, accompagnati da gesti così furibondi, che colei,
spaventatissima, non fu in grado di rispondergli. La lasciò, e si mise
a scorrere il portico e i cortili come un insensato, maledicendo
Montoni e la propria dabbenaggine.
Quando la donna si fu riavuta dal terrore, gli raccontò quanto sapeva;
per verità era poco, ma bastò a far comprendere a Morano come Montoni
fosse andato al suo castello degli Appennini. Ei ve lo seguì tostochè
la sua gente ebbe fatti i necessari preparativi, accompagnato da un
amico e da numerosa servitù. Era deciso di ottenere Emilia, o
sacrificare Montoni alla sua vendetta. Quando si fu alquanto calmato,
la coscienza gli rammentò alcune circostanze che spiegavano abbastanza
la condotta di Montoni. Ma in qual modo quest'ultimo avrebbe mai
potuto sospettare un'intenzione ch'egli solo conosceva, e che non
poteva indovinare? Su questo punto però era stato tradito
dall'intelligenza simpatica che esiste, per così dire, fra le anime
poco delicate, e fa giudicare ad un uomo ciò che deve fare un altro in
una data circostanza. Così infatti era accaduto a Montoni. Aveva
alfine acquistata la certezza di quanto già sospettava: che la
sostanza, cioè, del conte Morano, invece di esser ragguardevole, come
l'aveva creduto in principio, era al contrario in cattivissimo stato.
Montoni avea favorito le sue pretese sol per motivi personali, per
orgoglio, per avarizia. La parentela d'un nobile veneziano avrebbe
sicuramente soddisfatto il primo, e l'altro speculava sui beni di
Emilia di Guascogna, che doveangli esser ceduti il giorno stesso delle
nozze. Aveva già concepito qualche sospetto per le sregolatezze del
conte, ma non aveva acquistata la certezza della di lui rovina, se non
la vigilia del matrimonio. Non esitò dunque a concludere che Morano lo
ingannava per certo sull'articolo dei beni di Emilia, e questo dubbio
confermossi, quando, dopo aver convenuto di firmare il contratto la
notte medesima, il conte mancò alla sua parola. Un uomo così poco
riflessivo, così distratto come Morano, nel momento in cui s'occupava
delle sue nozze, aveva facilmente potuto mancare all'impegno senza
malizia; ma Montoni interpretò l'incidente secondo le proprie idee.
Dopo avere aspettato un pezzo, egli aveva ordinato a tutta la sua
famiglia di star pronta al primo cenno. Affrettandosi di arrivare al
castello d'Udolfo, voleva sottrarre Emilia a tutte le ricerche di
Morano, e sciogliersi dall'impegno senza esporsi ad alterchi. Se il
conte, al contrario, non avesse avuto che pretese onorevoli, com'ei le
chiamava, avrebbe certamente seguito Emilia, e firmata la cessione
concertata. A questo patto Montoni l'avrebbe sacrificata senza
scrupolo ad un uomo rovinato, all'unico scopo di arricchir sè
medesimo. Si astenne nullameno dal dirle una sola parola sui motivi di
quella partenza, temendo che un'altra volta un barlume di speranza non
la rendesse indocile ai suoi voleri.
Fu per tai considerazioni ch'era partito improvvisamente da Venezia;
e, per motivi opposti, Morano eragli corso dietro attraverso i
precipizi dell'Appennino. Allorchè seppe il di lui arrivo, Montoni,
persuaso che venisse ad adempire la sua promessa, si affrettò di
riceverlo; ma la rabbia, le espressioni ed il contegno di Morano lo
disingannarono tosto. Montoni spiegò in parte le ragioni della sua
improvvisa partenza; e il conte, persistendo a chiedere Emilia,
colmollo di rimproveri senza parlare dell'antico patto.
Il castellano finalmente, stanco della disputa, ne rimise la
conclusione alla domane, e Morano si ritirò con qualche speranza
sull'apparente di lui perplessità; quando però, nel silenzio della
notte, si rammentò il loro colloquio, il di lui carattere e gli esempi
della sua doppiezza, la poca speranza che conservava l'abbandonò, e
risolse di non perder l'occasione di possedere Emilia in altro modo.
Chiamò il suo confidente, gli comunicò il proprio disegno, e
l'incaricò di scoprire fra i servi del castello qualcuno che volesse
prestarsi a secondare il ratto di Emilia: se ne rimise in tutto alla
scelta e prudenza del suo agente, e non a torto, poichè questi non
tardò a trovar un uomo stato recentemente trattato con rigore da
Montoni, e che non pensava se non a tradirlo. Costui condusse Cesario
fuori del castello, e per un passaggio segreto l'introdusse alla
scala, gl'indicò una via più corta, e gli diede le chiavi che potevano
favorirne la ritirata; fu anticipatamente ben ricompensato, ed abbiamo
veduto qual riuscita ebbe l'attentato del conte.
Il vecchio Carlo, frattanto, aveva sorpreso due servitori di Morano, i
quali avendo avuto ordine di aspettare colla carrozza fuori del
castello, comunicavansi la loro maraviglia sulla partenza improvvisa e
segreta del padrone. Il cameriere non aveva lor confidato, del
progetto di Morano, se non ciò ch'essi dovevano eseguire; ma i
sospetti eran destati, e Carlo ne trasse il miglior partito. Prima di
correre da Montoni, procurò di raccogliere altre notizie, ed a tal
uopo, accompagnato da un altro servo, si pose in agguato alla porta
del corridoio della camera di Emilia; nè vi restò indarno, giacchè,
poco dopo, sentì giunger Morano, ed essendosi accertato de' suoi
progetti, corse ad avvertire il padrone, contribuendo così ad impedire
il ratto.
Montoni, il giorno dopo, col braccio al collo, fece il solito giro
delle mura, visitò gli operai, ne fece aumentare il numero, e tornò al
castello, ov'era aspettato da nuovi ospiti. Li fe' venire in un
appartamento separato, e Montoni restò chiuso seco loro per quasi due
ore. Chiamato poscia Carlo, gli ordinò di condurre i forestieri nelle
stanze destinate agli uffiziali della casa, e di farli immediatamente
rifocillare.
Frattanto il conte giacea in una capanna della foresta, oppresso da
doppio patimento, e meditando una terribil vendetta. Il servo di lui,
spedito al villaggio più vicino, non tornò che il dì dopo con un
chirurgo, il quale non volle spiegarsi sul carattere della ferita, e
volendo prima esaminare i progressi dell'infiammazione, gli amministrò
un calmante, e restò con lui per giudicarne gli effetti.
Emilia potè nel resto di quella notte riposare un poco. Destandosi, si
rammentò che finalmente era stata liberata dalle persecuzioni di
Morano, e si sentì sollevata in gran parte da' mali che l'opprimevano
da tanto tempo. L'affliggevano ancora però i sospetti esternatile dal
conte sulle mire di Montoni: egli aveva detto che i suoi progetti
erano impenetrabili, ma terribili. Per iscacciarne il pensiero, cercò
le sue matite, si affacciò alla finestra, e contemplò il paese per
iscegliervi una bella veduta.
Così occupata, riconobbe sui bastioni gli uomini giunti di fresco nel
castello. La vista di quegli stranieri la sorprese, ma ancor più il
loro esteriore: avevano essi una singolarità di vestiario, una
fierezza di sguardi, che cattivarono la di lei attenzione. Si ritirò
dalla finestra mentr'essi vi passavano sotto, ma vi si riaffacciò
tosto per osservarli meglio. Le loro fisonomie accordavansi così bene
coll'asprezza di tutta la scena, che, mentre esaminavano il castello,
li disegnò come banditi nella sua veduta.
Carlo, avendo procurato a coloro i rinfreschi necessari, tornò da
Montoni, il quale voleva scoprire il traditore da cui, la notte
precedente, Morano aveva ricevute le chiavi; ma Carlo, troppo fedele
al suo padrone per soffrire che gli nuocessero, non avrebbe però
denunziato il camerata, neppure alla giustizia. Accertò che
l'ignorava, e che il colloquio de' servi del conte non gli avea
svelato altro che la trama. I sospetti di Montoni caddero naturalmente
sul guardaportone, e lo fece venire. Bernardino negò con tanta
audacia, che lo stesso Montoni dubitò della sua reità, senza poterlo
credere innocente; infine lo rimandò, talchè sebben fosse il vero
autore del complotto, ebbe l'arte di sfuggire ad un severo castigo.
Montoni recossi dalla moglie, ed Emilia non tardò a raggiungerli; essa
li trovò in una violenta contesa e voleva ritirarsi, ma la zia la
richiamò.
«Voi sarete testimone,» diss'ella, «della mia resistenza. Ora
ripetete, o signore, il comando al quale ho tante volte ricusato
d'obbedire.»
Egli ordinò severamente alla nipote di ritirarsi. La zia insistè
perchè restasse. Emilia desiderava sfuggire alla scena di
quell'alterco; voleva servire la zia, ma disperava di calmare Montoni,
nei cui sguardi dipingeasi a tratti di fuoco la tempesta dell'anima.
«Uscite,» gridò egli infine con voce tuonante, Emilia obbedì, e andò
sul bastione, dove non erano più gli stranieri. Meditando
sull'infelice unione fatta dalla sorella di suo padre, e sull'orrore
della propria situazione, cagionata dalla ridicola imprudenza della
zia, avrebbe voluto rispettarla quant'erale affezionata; ma la
condotta della Montoni aveaglielo sempre reso impossibile. La pietà
però che sentiva pel cordoglio di quella infelice, le faceva obliare i
torti dei quali poteva accusarla.
Mentre passeggiava così sul bastione, comparve Annetta, che, guardando
intorno con cautela, le disse:
«Mia cara padroncina, vi cerco dappertutto; se volete seguirmi, vi
farò vedere un quadro.
--Un quadro!» sclamò ella fremendo.
--Sì, il ritratto dell'antica padrona del castello. Il vecchio Carlo
mi ha or detto ch'era dessa, e pensai farvi cosa grata conducendovi a
vederla: quanto alla signora, voi sapete che non si può parlargliene.
--E perciò tu ne parli con tutti.
--Sì, signora; cosa farei qui, se non potessi parlare? Se fossi in un
carcere, e mi lasciassero chiaccherare, sarebbe almeno una
consolazione: sì, vorrei parlare, quand'anco fosse ai muri. Ma venite,
non perdiamo tempo: bisogna che vi mostri il quadro.
--È forse coperto da un velo?» disse Emilia dopo una pausa; «non ho
nessuna voglia di vederlo.
--Come! signora Emilia, non volete vedere la padrona del castello,
quella signora che sparve così stranamente? Quanto a me, avrei
traversate tutte le montagne per veder il ritratto. A dirvi il vero,
questo racconto singolare mi fa fremere al solo pensarvi, eppure è
l'unica cosa che m'interessa.
--Sei tu poi certa che è un quadro? l'hai tu veduto? È coperto da un
velo?
--Buon Dio! sì, no e sì: son certa che è un quadro. L'ho veduto, e non
è coperto da alcun velo.»
L'accento e l'aria di sorpresa con cui Annetta rispose, rammentarono
ad Emilia la sua prudenza, e con un sorriso forzato, dissimulando la
commozione, acconsentì ad andar a vedere il ritratto posto in una
stanza oscura attigua al tinello.
«Eccolo qua,» disse Annetta piano, mostrandole il quadro. Emilia
l'osservò, e vide che rappresentava una signora nel fior dell'età e
della bellezza. I lineamenti n'erano nobili, regolari e pieni d'una
forte espressione, ma non di quella seducente dolcezza che avrebbe
voluto trovarvi Emilia, nè di quella tenera melanconia che tanto
l'interessava.
«Quant'anni sono scorsi,» disse Emilia, «dacchè è sparita questa
signora?
--Venti anni circa, a quel che dicono.»
La fanciulla continuò ad esaminare il ritratto.
«Io penso,» ripigliò Annetta, «che il signor Montoni dovrebbe situarlo
in una camera più bella. A parer mio, il ritratto della signora, della
quale ha ereditate le ricchezze, dovrebbe stare nell'appartamento
nobile. In verità, era una bella donna, ed il padrone potrebbe, senza
vergognarsi, farlo portare nel grand'appartamento dove c'è il quadro
velato. (Emilia si volse). È vero che non lo si vedrebbe meglio: ne
trovo sempre chiusa la porta.
--Usciamo,» disse Emilia; «lascia, Annetta, che torni a
raccomandartelo; procura di esser riservatissima nei tuoi discorsi, e
non far sospettare che tu sappia la minima cosa, a proposito di quel
quadro.
--Santo Dio, non è già un segreto: tutti i servitori lo hanno veduto
più volte.
--Ma come può essere?» disse Emilia sussultando; «veduto! quando?
come?
--Non c'è nulla di sorprendente: già noi siam tutti un pochetto
curiosi.
--Ma se mi dicesti che la porta era chiusa?
--Se così fosse, come avremmo potuto entrare?» E guardava da per
tutto.
--Ah! tu parli di questo quadro qui,» disse Emilia calmandosi. «Vieni,
Annetta. Non vedo altro degno d'attenzione. Andiamo via.»
Avviandosi alla sua stanza, essa vide Montoni scendere nella sala, e
tornò nel gabinetto di sua zia, cui trovò sola e piangente. Il dolore
e il risentimento lottavano sulla sua fisonomia. L'orgoglio aveva
trattenuto fin allora le sue doglianze. Giudicando Emilia da sè
medesima, e non potendo dissimulare ciò che si meritava da lei
l'indegnità del suo trattamento, credeva che i suoi affanni avrebbero
eccitata la gioia della nipote, anzichè qualche simpatia. Credeva che
la disprezzerebbe, nè avrebbe, per lei la minima compassione; ma
conosceva assai male la bontà di Emilia.
Le pene vinsero finalmente l'orgoglioso carattere. Quando Emilia era
entrata la mattina nelle sue stanze, le avrebbe svelato tutto, se il
marito non l'avesse prevenuta; ed or che la di lui presenza non
glielo impediva, proruppe in amari lamenti.
«O Emilia,» esclamò ella, «io sono la donna più infelice! Vengo
trattata in un modo barbaro! Chi l'avrebbe preveduto, quando aveva
dinanzi a me una sì bella prospettiva, che proverei un destino così
terribile? Chi avrebbe creduto, allorchè sposai un uomo come Montoni,
che mi sarei avvelenata la vita? Non c'è mezzo d'indovinare il miglior
partito da prendere; non ve n'ha per riconoscere il vero bene. Le
speranze più lusinghiere c'ingannano, ingannando così anche i più
saggi. Chi avrebbe preveduto, quando sposai Montoni, che mi pentirei
così presto della mia generosità?»
Emilia sapeva bene che avrebbe dovuto prevedere tutti questi
inconvenienti, ma non essendo quello il momento di farle inutili
rimproveri, sedette presso la zia, le prese la mano, e con quell'aria
pietosa che la faceva somigliare ad un angelo custode, le parlò con
infinita dolcezza. Tutti i suoi discorsi però non bastarono a calmare
la signora Montoni, la quale non volle ascoltar nulla; essa aveva
bisogno di sfogarsi ancor prima di essere consolata.
«Ingrato!» diss'ella, «mi ha ingannato in tutte le maniere. Ha saputo
strapparmi dalla patria, dagli amici; mi chiuse in questo antico
castello, e crede costringermi a cedere a tutti i suoi voleri; ma
vedrà che si è ingannato, vedrà che nessuna minaccia basterà ad
indurmi a... Ma chi l'avrebbe creduto? Chi l'avrebbe mai supposto che,
col suo nome, la sua apparente ricchezza, costui non avesse nulla
affatto? No, neppure uno zecchino del suo! Io credeva far bene: lo
credeva uomo d'importanza ed opulentissimo, altrimenti non lo avrei
sposato. Ingrato! Perfido! Mostro!...
--Cara zia, calmatevi; il signor Montoni sarà forse men ricco di
quello che credevate, ma non è poi così povero. La casa di Venezia e
questo castello sono suoi. Posso io domandarvi quali sono le
circostanze che vi affliggono più particolarmente?
--Quali circostanze!» sclamò la zia furibonda. «Che! non basta? Da
molto tempo rovinato al giuoco, ha perduto anche tutto ciò che gli ho
donato, ed ora pretende che gli faccia cessione di tutti i miei beni.
Fortuna che la maggior parte di essi sono in testa mia: ei vorrebbe
dilapidare anche questi e gettarsi in un progetto infernale di cui
egli solo può comprendere l'idea; e... tutto questo non basta?
--Certo,» disse Emilia, «ma rammentatevi, signora, ch'io l'ignorava
assolutamente.
--E non basta, che la sua rovina sia compiuta, che sia pieno di debiti
d'ogni sorta al punto che, se dovesse pagarli, non gli resterebbe nè
il castello, nè la casa di Venezia?
--Sono afflittissima di ciò che mi dite...
--E non basta,» interruppe la zia, «che mi abbia trattata con tanta
negligenza e crudeltà, perchè gli ricusai la cessione; perchè
invece di tremare alle sue minacce, lo sfidai risolutamente,
rimproverandogli, la sua vergognosa condotta? Io l'ho sofferto con
tutta la dolcezza possibile. Voi sapete bene, nipote, se mi sfuggì mai
una parola di doglianza fino ad ora; io, il cui unico torto è una
bontà troppo grande ed una troppo facile condiscendenza! E per mia
disgrazia mi vedo incatenata per la vita a questo vile, crudele e
perfido mostro!»
Emilia, comprendendo che i suoi mali non ammettevano consolazione
reale, e spregiando le frasi comuni, stimò meglio tacere; la signora
Montoni però, gelosa della sua superiorità, interpretò quel silenzio
per indifferenza o disprezzo, e le rimproverò l'oblio de' propri
doveri e la mancanza di sensibilità.
«Oh! come diffidava io di quella sensibilità tanto vantata, quando
sarebbe stata messa alla prova!» soggiuns'ella; «io sapeva benissimo
che non v'insegnerebbe nè tenerezza, nè affetto pei parenti che vi
hanno trattata come loro figlia.
--Perdonate, zia,» disse Emilia con dolcezza, «io mi vanto poco, e se
lo facessi, non mi vanterei già della mia sensibilità, ch'è un dono
forse più da temere che da desiderare.
--A meraviglia, nipote, non voglio disputar con voi; ma, come io
diceva, Montoni minacciommi di violenze, se persisto più a lungo a
negargli la cessione; era appunto il soggetto della nostra contesa
quando entraste stamattina. Ora son decisa; non v'ha forza sulla terra
che possa costringermivici, e non soffrirò con calma tanti mal
trattamenti; gli dirò tutto ciò che merita, a dispetto delle sue
minacce e della sua ferocia.»
Emilia profittò di un momento di silenzio per dirle: «Cara zia, voi
non fareste che irritarlo senza necessità; non provocate di grazia, i
mali crudeli che temete.
--Poco men cale, ma non lo appagherò mai; voi mi consigliereste forse
a spogliarmi di tutto il mio?
--No, zia, non intendo dir questo.
--E che intendete voi dunque?
--Voi parlavate di far rimproveri al signor Montoni...» disse Emilia
titubante.
--Che! Forse non li merita?
--Certo; ma non credo sia prudenza il farglieli nella situazione
attuale.
--Prudenza! prudenza con un uomo che senza scrupolo calpesta perfino
le leggi dell'umanità! ed userò prudenza con costui? No, non sarò vile
a tal segno.
--Pel vostro solo interesse, e non per quello di Montoni,» disse
Emilia modestamente, «stimerei bene di consultar la prudenza. I vostri
rimproveri, quantunque giusti, riescirebbero vani, nè farebbero che
spingerlo a terribili eccessi.
--Come! Dovrei dunque sottoporrai ciecamente a tutto ciò ch'ei mi
comanda? Pretendereste ch'io me gli gettassi ai piedi per ringraziarlo
della sua crudeltà? Pretendereste che gli facessi donazione di tutti i
miei beni?
--Cara zia, io forse mi spiego male! non sono in caso di consigliarvi
sopra un punto tanto delicato; ma soffrite che ve lo dica: se amate il
vostro riposo, cercate di calmare il signor Montoni, anzichè
irritarlo.
--Calmarlo! è impossibile, ripeto, non voglio neppur provarmici.»
Emilia, benchè piccata dall'ostinazione e dalle false idee della zia,
sentiva pietà de' di lei infortunii, e fece il possibile per calmarla
e consolarla, dicendole:
«La vostra situazione è forse meno disperata che non crediate. Il
signor Montoni può dipingervi i suoi affari in uno stato più cattivo
di quello che lo siano realmente, per esagerare e dimostrare il
bisogno che ha della vostra cessione; d'altronde, finchè conserverete
i vostri beni, vi offriranno una risorsa, se la futura condotta di
vostro marito vi obbligasse a separarvi da lui....
--Nipote crudele e insensibile,» la interruppe impazientemente la zia,
«voi dunque tentate persuadermi che non ho motivo di querelarmi? Che
mio marito è in una posizione brillante? che il mio avvenire è
consolante, e che i miei affanni son puerili e romanzeschi come i
vostri? Strane consolazioni! Persuadermi che sono priva di criterio e
di sentimento, perchè voi non sentite nulla, e siete indifferentissima
ai mali altrui! Io credeva aprire il cuore ad una persona
compassionevole, che simpatizzasse colle mie pene; ma mi avvedo pur
troppo che le persone sentimentali non sanno sentire che per sè.
Andatevene.»
Emilia, senza risponderle, uscì con un misto di pietà e disprezzo.
Appena fu sola, cedè ai penosi pensieri che le faceva nascere la
posizione infelice della zia. Le proprie osservazioni, le parole
equivoche di Morano, l'aveano convinta che il patrimonio di Montoni
mal corrispondeva alle apparenze. Vedeva il fasto di lui, il numero
de' servi, le sue nuove spese per le fortificazioni, e la riflessione
aumentò la di lei incertezza sulla sorte della zia e la propria,
pensando al truce carattere dello zio che andava ognor più spiegandosi
nella sua ferocia.
Mentre versava in questi affliggenti pensieri, Annetta le portò il
pranzo in camera. Sorpresa da tal novità, domandò chi glielo avesse
ordinato. «La mia padrona,» rispose Annetta. «Il signore ha comandato
ch'essa pranzi nel suo appartamento ed ella vi manda il pranzo nel
vostro. Ci sono state forti discussioni fra loro, e mi pare che la
cosa si faccia seria.»
Emilia, poco badando alle sue ciarle, si mise a tavola, ma Annetta non
taceva sì facilmente: parlò dell'arrivo degli uomini da lei già veduti
sul bastione, e della loro strana figura, non meno che della buona
accoglienza lor fatta da Montoni. «Pranzano essi con lui?» disse
Emilia.
--No, signorina; hanno già mangiato nelle lor camere in fondo alla
galleria settentrionale. Non so quando se ne andranno. Il padrone ha
ordinato a Carlo di portar loro il bisognevole. Hanno già fatto il
giro di tutto il castello, e dirette molte interrogazioni ai manovali.
In vita mia non ho mai veduto ceffi così brutti; fanno paura a
vederli.»
La fanciulla le domandò se avesse udito riparlare del conte Morano, e
se vi fosse per lui speranza di guarigione. Annetta sapeva solo che
trovavasi in una capanna, e molto aggravato. Emilia non potè
nascondere la commozione.
«Signorina,» disse la ciarliera, «come le donne sanno ben nascondere
l'amore! Io credeva che voi odiaste il conte, e mi sono ingannata.
--Credo di non odiar nessuno,» rispose Emilia sforzandosi al sorriso;
«ma non sono innamorata certo del conte Morano; e sarei egualmente
dispiacentissima della morte violenta di chicchessia.»
Annetta tornò a parlare de' dissensi fra i coniugi Montoni. «Non è
cosa nuova,» diss'ella, «giacchè abbiamo inteso e veduto tutto fino da
Venezia, sebbene non ve ne abbia mai parlato.
--E facesti benissimo, ed avresti fatto meglio a continuare a tacere;
abbi dunque prudenza, che questo discorso non mi garba.
--Ah! cara signora Emilia, vedo qual rispetto avete per persone che si
occupano sì poco di voi! Io non posso soffrire di vedervi illusa in
tal modo; debbo dirvelo unicamente pel vostro interesse, e senza alcun
disegno di nuocere alla mia padrona, quantunque, a dir vero, abbia
poca ragione di amarla.
--Tu non parli certo di mia zia,» disse Emilia con gravità.
--Sì, signora; ma io sono fuori di me. Se voi sapeste tutto quel che
so io, non andreste in collera. Spesso, spessissimo ho inteso lei ed
il padrone che parlavano di maritarvi al conte: essa gli diceva sempre
di non lasciarvi cedere ai vostri ridicoli capricci, ma di saper
costringervi ad obbedire. Mi si straziava il cuore all'udire tanta
crudeltà; parendomi che essendo ella stessa infelice, avrebbe dovuto
compatire le disgrazie altrui e....
--Ti ringrazio della tua pietà, Annetta; ma mia zia era infelice, e
forse le sue idee erano alterate. Altrimenti io penso... son persuasa
che... Ma via, lasciami sola, Annetta, ho finito di pranzare.
--Voi non avete mangiato quasi nulla; prendete un altro boccone...
Alterate le sue idee? affè! mi pare che lo siano sempre. A Tolosa ho
inteso spesso la padrona parlare di voi e del signor Valancourt alla
signora Marville e alla signora Vaison in un modo poco bello: diceva
loro che durava fatica a contenervi ne' limiti del dovere, che
eravate per lei un gran peso, e che se non vi avesse sorvegliata bene,
sareste andata a scorrazzare per le campagne col signor Valancourt;
che lo facevate venir la notte, e....
--Gran Dio!» sclamò Emilia facendosi di fuoco; «è impossibile che mia
zia mi abbia dipinta così.
--Sì, signora, questa è la pura verità, sebbene non la dica tutta
intiera. Mi pareva che avrebbe potuto parlare in altra maniera di sua
nipote, anche nel caso che voi aveste commesso qualche fallo. Ma siate
certa che non ho mai creduto neppure una sillaba di tutti i suoi
discorsi. La padrona non guarda mai a ciò che dice, quando parla degli
altri.
--Comunque sia, Annetta,» disse Emilia, ricomponendosi con dignità,
«tu fai malissimo ad accusar mia zia presso di me; so che la tua
intenzione è buona, ma non parliamone più; sparecchia la tavola.»
La cameriera arrossì, chinò gli occhi ed affrettassi ad andarsene.
«È dunque questo il premio della mia onestà?» disse Emilia quando fu
sola. «È questo il trattamento che debbo ricevere da una parente, da
una zia, la quale doveva difendere la mia riputazione, invece di
calunniarla? Oh! mio tenero ed affettuosissimo padre, cosa diresti se
tu fossi ancora al mondo? Che penseresti della indegna condotta di tua
sorella a mio riguardo?... Ma via, bando alle inutili recriminazioni,
e pensiamo soltanto ch'essa è infelice.»
Per divagarsi alquanto, prese il velo, e scese sui bastioni, l'unico
passeggio che le fosse permesso. Avrebbe, sì, desiderato percorrere i
boschi sottoposti, e contemplare i sublimi quadri della natura; ma
Montoni non volendo ch'ella uscisse dal castello, cercava contentarsi
delle viste pittoresche cui osservava dalle mura. Nessuno eravi allora
colà; il cielo era tetro e tristo come lei. Però, trapelando il sole
dalle nubi, Emilia volle vederne l'effetto sulla torre di tramontana:
voltandosi, vide i tre forestieri della mattina, e si sentì un tremito
involontario. Coloro le si avvicinarono mentre esitava. Volle
ritirarsi, ed abbassò il velo, che mal ne nascondeva la beltà. Essi
guardaronla attenti, parlandosi tra loro: la fierezza delle fisonomie
la colpì ancor più del singolare abbigliamento. La figura in ispecie
di quello in mezzo spirava una ferocia selvaggia, truce e maligna che
l'atterrì. Passò rapida: quando fu in fondo al terrazzo, si volse, e
vide gli stranieri all'ombra della torretta, intenti a considerarla,
ed a parlare con fuoco tra loro. Ella affrettossi a ritirarsi in
camera.
Montoni cenò tardi, e restò un pezzo a tavola cogli ospiti nel salotto
di cedro. Gonfio del suo recente trionfo su Morano, vuotò spesso la
coppa, e si abbandonò senza ritegno ai piaceri della tavola e della
conversazione. Il brio di Cavignì parea al contrario scemato: guardava
Verrezzi, cui aveva stentato molto a contenere fin allora, e che
voleva sempre manifestare a Montoni gli ultimi insulti del conte.
Un convitato mise in campo i casi della notte scorsa, e gli occhi di
Verrezzi sfavillarono: si parlò poscia di Emilia, e fu un concerto di
elogi. Montoni solo tacea. Partiti i servi, la conversazione divenne
più libera; il carattere irascibile di Verrezzi mescolava talvolta un
po' di asprezza in quanto diceva, ma Montoni spiegava la sua
superiorità perfin negli sguardi e nelle maniere. Uno di essi nominò
imprudentemente di nuovo Morano; Verrezzi scaldato dal vino, e senza
badare ai ripetuti segni di Cavignì, diede misteriosamente qualche
cenno sull'incidente della vigilia. Montoni non parve notarlo e
continuò a tacere, senza mostrare alterazione. Quell'apparente
insensibilità accrebbe l'ira di Verrezzi, il quale finì a manifestare
i detti di Morano, che, cioè, il castello non gli apparteneva
legittimamente, e che non avrebbegli lasciato volontariamente un altro
omicidio sull'anima.
«Sarei io insultato alla mia tavola, e lo sarei da un amico?» gridò
Montoni pallido dal furore. «Perchè ripetermi i motti d'uno stolto?»
Verrezzi, che si aspettava di vedere l'ira di Montoni volgersi contro
il conte, guardò Cavignì con sorpresa, e questi godè della sua
confusione. «Avreste la debolezza di credere ai discorsi d'un uomo
traviato dal delirio della vendetta?
--Signore,» disse Verrezzi, «noi crediamo solo quel che sappiamo.
--Come!» interruppe Montoni con gravità; «dove sono le vostre prove?
--Noi crediamo solo quel che sappiamo, e non sappiam nulla di quanto
ci affermò Morano.»
Montoni parve rimettersi, e disse: «Io son sempre pronto, amici,
quando si tratta del mio onore; nessuno potrebbe dubitarne
impunemente. Orsù, beviamo.
--Sì, beviamo alla salute della signora Emilia,» disse Cavignì.
--Con vostro permesso, prima a quella della castellana,» soggiunse
Bertolini. Montoni taceva.
--Alla salute della castellana,» dissero gli ospiti, e Montoni fece un
lieve cenno di capo in segno d'approvazione.
«Mi sorprende, signore,» gli disse Bertolini, «che abbiate negletto
tanto questo castello: è un bell'edifizio.
--E molto adatto ai nostri disegni,» replicò Montoni. «Voi non sapete,
parmi, per qual caso io lo posseggo?
--Ma,» disse Bertolini ridendo, «è un caso fortunatissimo, ed io vorrei
che me ne accadesse uno simile.
--Se volete compiacervi d'ascoltarmi,» continuò Montoni, «vi
racconterò la cosa.»
Le fisionomie di Bertolini e Verrezzi esprimevano ansiosa curiosità.
Cavignì, il quale non ne esternava, sapeva probabilmente già la
storia.
«Sono quasi venti anni che posseggo questo castello. La signora che lo
possedeva prima di me, era mia parente lontana. Io sono l'ultimo della
famiglia: essa era bella e ricca, ed io le offrii la mia mano, ma
siccome amava un altro, mi respinse. È probabile che il preferito
abbia respinto lei, che fu assalita da una costante malinconia, ed ho
tutto il fondamento di credere che troncasse ella stessa i suoi
giorni. Io non era allora nel castello: è un caso pieno di strane e
misteriose circostanze ch'io vo' ripetervi.
--Ripetetele,» disse una voce.
Montoni tacque, ed i suoi ospiti, guardandosi reciprocamente, si
chiesero chi avesse parlato, e s'avvidero che tutti si facevano la
stessa domanda.
«Siamo ascoltati,» disse Montoni; «ne parleremo un'altra volta:
beviamo.»