CAPITOLO XX

La luce del giorno fugò i vapori della superstizione, ma non quelli

della paura. Si alzò, e per distrarsi delle importune idee, cercò

occuparsi degli oggetti esterni. Contemplò dalla finestra le selvagge

grandezze che le s'offrivano; i monti accatastati l'un sull'altro, non

lasciavan vedere che anguste valli ombreggiate da folte selve. I vasti

bastioni, gli edifizi diversi del castello, stendevansi lungo uno

scosceso scoglio appiè del quale rumoreggiava un torrente

precipitandosi sotto annosi abeti in profondo burrone. Una lieve

nebbia occupava le lontane fondure, e svanendo gradatamente ai raggi

del sole, scopriva gli alberi, le coste, gli armenti ed i pastori.

Osservando queste ammirabili vedute, Emilia si trovò alquanto

sollevata.

L'aria fresca del mattino contribuì non poco a rianimarla. Innalzò i

pensieri al cielo, chè sentivasi ognor più tranquilla allorchè gustava

le sublimità della natura. Quando si ritrasse dalla finestra, girò gli

occhi verso la porta da lei assicurata con tanta cura la notte

precedente. Era decisa di esaminarne la riuscita, quando,

nell'avvicinarsi per levar la sedia, si avvide ch'essa n'era già stata

alquanto scostata. È impossibile descrivere la di lei sorpresa nel

trovar poscia la porta chiusa. Rimase attonita come se avesse veduto

uno spettro. La porta del corridoio era chiusa come l'aveva lasciata;

ma l'altra, che non si poteva chiudere se non dal di fuori, eralo

stata necessariamente nel corso della notte. Si spaventò all'idea di

dover dormir ancora in una camera nella quale era sì facile penetrare,

e così lontana da qualunque soccorso: si decise pertanto di dirlo alla

signora Montoni, e domandarle il cambiamento della camera.

Dopo qualche difficoltà le riuscì di ritrovare la sala della sera

precedente, ove stava già preparata la colazione. Sua zia era sola,

Montoni essendo andato a visitare i contorni del castello, per

esaminar lo stato delle fortificazioni in compagnia di Carlo. Emilia

notò che la zia aveva pianto, e il suo cuore s'intenerì per lei con un

sentimento che si manifestò più nelle sue maniere che nelle parole. Si

fece coraggio non ostante, e profittando dell'assenza di Montoni,

chiese un'altra camera, ed informossi del motivo di quel viaggio. Sul

primo articolo, la zia la rimandò a Montoni, ricusando di

mescolarsene; e sul secondo, protestò la più assoluta ignoranza.

Parlarono quindi del castello e del paese che lo circondava; e la zia

non potè resistere al piacere di motteggiare la buona Emilia sul di

lei gusto per le bellezze della natura. Questi discorsi furono

interrotti dall'arrivo di Montoni, il quale si mise a tavola senza

mostra di avvedersi che vi fosse qualcuno vicino a lui.

Emilia, che l'osservava tacendo, vide nella sua fisonomia

un'espressione più tetra e severa del solito.--Oh! se io potessi

indovinare,--diss'ella tra sè,--i pensieri ed i progetti di

quella testa, non sarei condannata a questo crudele stato

d'incertezza!--Avanti la fine della colazione, passata nel silenzio,

Emilia arrischiò la domanda del cambiamento della camera, allegando i

motivi che ve la inducevano.

«Non ho tempo di occuparmi di queste inezie,» disse Montoni; «quella è

la camera che vi fu destinata, e dovete contentarvene. Non è

presumibile che nessuno siasi preso l'incomodo di salire una scala

per chiudere una porta; se non lo era quando entraste, è

probabilissimo che il vento abbia sospinto un chiavistello. Ma io non

so perchè dovrei occuparmi d'una circostanza così frivola.»

Questa risposta non soddisfece punto Emilia, la quale avea notato come

i chiavistelli fossero rugginosi, e per conseguenza non tanto facili a

moversi. Non fe' noto questa sua osservazione, ma rinnovò la domanda.

«Se volete essere schiava di simili paure,» disse Montoni severamente,

«astenetevi almeno dal molestare gli altri. Sappiate vincere tutte

queste frivolezze, ed occupatevi nel fortificare il vostro spirito.

Non avvi esistenza più spregevole di quella avvelenata dalla paura.»

Sì dicendo, egli guardava fisso la moglie, la quale arrossì, e non

proferì parola. Emilia, sconcertata ed offesa, trovava allora i suoi

timori troppo giusti per meritare que' sarcasmi; ma vedendo che

qualunque osservazione in proposito sarebbe inutile affatto, mutò

discorso.

Carlo entrò di lì a poco portando frutti. «Vostra eccellenza

dev'essere stanca di quella lunga passeggiata,» diss'egli mettendo le

frutta sulla tavola; «ma dopo la colazione ci resta da vedere assai

più: c'è un posto, nella strada sotterranea, che conduce a...»

Montoni aggrottò le ciglia e gli accennò di ritirarsi. Carlo troncò il

discorso e chinò gli occhi; poi, avvicinandosi alla tavola, soggiunse:

«Mi son presa la libertà, eccellenza, di portare alcune ciliege per le

mie padrone: degnatevi gustarle,» diss'egli presentando il paniere

alle donne; «sono buonissime; le ho colte io stesso; vedete, sono

grosse come susine.

--Andiamo, andiamo,» disse Montoni impazientito, «basta così. Uscite

ed aspettatemi, poichè avrò bisogno di voi.» Quando i due coniugi si

furono ritirati, Emilia cercò distrarsi esaminando il castello. Aprì

una gran porta e passò sui bastioni, contornati per tre lati da

precipizii. L'ampiezza di essi ed il paese svariato cui dominavano

eccitarono la di lei ammirazione. Percorrendoli, sostava ella sovente

a contemplare la gotica magnificenza d'Udolfo, la sua orgogliosa

irregolarità, le alte torri, le fortificazioni, le anguste

finestrelle, le numerose feritoie delle torrette. Affacciatasi al

parapetto, misurò coll'occhio la voragine spaventosa del sottoposto

precipizio, di cui le nere cime delle selve celavano ancora la

profondità. Dovunque volgea gli sguardi, non vedeva che picchi erti,

tetri abeti e gole anguste, che internavansi negli Appennini, e

sparivano alla vista tra quelle inaccessibili regioni. Stava così

intenta quando vide Montoni accompagnato da due uomini che si

arrampicavano per un sentiero praticato nel vivo sasso. Egli si fermò

sopra un poggio considerando il bastione, e voltandosi alla scorta, si

esprimeva con aria e gesti molto energici. Emilia conobbe che un di

coloro era Carlo, e che solo all'altro, vestito da contadino,

dirigevansi gli ordini di Montoni. Si ritirò dal muro al repentino

fracasso d'alcune carrozze ed al tintinnar della campana d'ingresso, e

le venne subito l'idea che fosse giunto il conte Morano. Tornò

celeramente alla propria stanza, agitata da mille paure; corse alla

finestra, e vide sul bastione Montoni che passeggiava con Cavignì:

parevano intertenersi in animatissimo colloquio.

Mentre stava agitata e perplessa, udì camminare nel corridoio, ed

Annetta entrò.

«Ah! signorina,» diss'ella, «è arrivato il signor Cavignì: son

contentissima di veder finalmente una faccia cristiana in questo

luogo. Egli è così buono, m'ha sempre dimostrato tanto interesse....

C'è pure il signor Verrezzi, ed un altro che voi non indovinereste

mai.

--Il conte Morano forse, suppongo...» E cedendo all'emozione, cadde

quasi svenuta sulla sedia.

--Il conte? Ma chi ve lo dice? No, signorina, egli non è qui, fatevi

coraggio.

--Ne sei tu ben sicura?

--Sia lodato Iddio,» soggiunse Annetta, «che vi siete riavuta presto.

In verità, vi credeva moribonda.

--Ma sei proprio sicura che il conte non c'è?

--Oh! sicurissima. Io guardava da un finestrino nella torretta di

settentrione, quando sono arrivate le carrozze: non mi aspettava certo

una vista tanto cara in questa spaventosa cittadella. Ma ora vi sono

padroni, servitori, e si vede un po' di moto. Noi staremo

allegri: andremo a ballare e cantare nel salotto, ch'è lontano

dall'appartamento del padrone. Ma, a proposito, Lodovico è venuto con

loro. Vi dovete ricordare di Lodovico, signora Emilia: quel bel

giovane che governava la gondola del cavaliere nell'ultima regata, e

guadagnò il premio! Quello che cantava poesie così belle, sempre sotto

la mia finestra, al chiaro della luna, a Venezia! Oh! come l'ascoltava

io!

--Temo che que' versi non ti abbiano guadagnato il cuore, Annetta mia.

Ma se è così, ricordati di non lasciarglielo capire. Adesso sono

riavuta, e puoi lasciarmi.

--Mi scordava di domandarvi in qual maniera avete potuto riposare in

questa antica e spaventosa camera la notte scorsa.

--Come secondo il solito.

--Non avete dunque inteso alcun rumore?

--No.

--Nè veduto nulla?

--Niente affatto.

--È sorprendente.

--Ma dimmi, per qual motivo mi fai tu queste interrogazioni?

--Oh! signorina, non ve lo direi per tutto l'oro del mondo, nè molto

meno quel che mi fu raccontato di questa camera... Vi spaventereste

troppo.

--Se è così, tu mi hai già spaventata. Potrai dunque dirmi tutto quel

che ne sai senza aggravarti la coscienza.

--Dio Signore! si dice che compariscano spiriti in questa camera, e da

un bel pezzo.

--Se è vero, gli è uno spirito che sa chiudere molto bene i

chiavistelli,» disse Emilia sforzandosi di ridere, malgrado la sua

paura. «Ieri sera lasciai quella porta aperta, e stamane l'ho trovata

chiusa.»

Annetta impallidì, e tacque.

«Hai tu inteso dire che qualche servitore abbia chiusa questa porta

stamattina prima ch'io mi alzassi?

--No, signora Emilia, vi giuro che non lo so, ma andrò a domandarlo,»

disse Annetta correndo alla porta del corridoio.

--Fermati, Annetta, ho altre domande da farti. Dimmi quel che sai di

questa camera e della scaletta segreta.

--Vado subito a domandarlo, signorina; eppoi son persuasa che la

padrona avrà bisogno di me, e non posso più restare.» Ed uscì ratta,

senza aspettare risposta. Emilia, sollevata dalla certezza che Morano

non era arrivato, non potè astenersi di ridere del repentino terrore

superstizioso di Annetta, benchè anch'ella se ne risentisse talfiata.

Montoni aveva negato ad Emilia un'altra camera, ed ella si decise a

sopportar rassegnata il male che non poteva evitare. Procurò di

rendere la sua abitazione più comoda che potè; situò su d'un

grand'armadio la sua piccola biblioteca, delizia dei giorni felici, e

consolazione nella sua malinconia, preparò le matite, avendo deciso di

disegnare il sublime punto di vista che scorgevasi dalla finestra; ma

rammentandosi quante volte avesse intrapreso anche altrove una

distrazione di quel genere, e quante ne fosse stata impedita da nuove

imprevedute disgrazie, titubò ad accingersi al lavoro, turbata dal

presupposto prossimo arrivo del conte.

Per evitare queste penose riflessioni, si mise a leggere; ma la sua

attenzione non potendo fissarsi sul libro che aveva in mano, lo buttò

sul tavolino, e risolse di visitare il castello. Rammentandosi la

strana istoria dell'antica proprietaria, si ricordò del quadro coperto

dal velo, e risolse d'andarlo a scoprire. Traversando le stanze che vi

conducevano, si sentì vivamente agitata: i rapporti di quel quadro

colla signora del castello, il discorso di Annetta, la circostanza del

velo, il mistero di quell'affare, eccitavano nell'anima sua un lieve

sentimento di terrore, ma di quel terrore che s'impadronisce dello

spirito, l'innalza ad idee grandiose, e, per una specie di magia,

all'oggetto medesimo, che n'è la cagione.

Emilia camminava tremando, e si fermò un momento alla porta prima di

risolversi di aprirla. Si avanzò verso il quadro, che parea di

straordinaria grandezza e trovavasi in un canto; si fermò nuovamente;

alla fine, con mano timida alzò il velo, ma tosto lasciollo ricadere.

Non era un dipinto che aveva veduto, e, prima di poter fuggire, svenne

sul pavimento.

Allorchè ebbe ricuperato l'uso de' sensi la rimembranza di ciò che

aveva veduto la fece quasi mancare una seconda volta, ed ebbe appena

la forza di uscir da quel luogo e di tornare nella sua camera. Quando

vi fu rientrata, non ebbe coraggio di restarvi sola. L'orrore la

dominava intieramente, e quando fu un poco riavuta, non seppe

decidersi se dovesse informare la signora Montoni di ciò che aveva

visto; ma il timore di esser nuovamente derisa, la determinò a tacere.

Sedette alla finestra per riprender coraggio. Montoni e Verrezzi

passarono di lì a poco; essi parlavano e ridevano, e la loro voce la

rianimò alquanto. Bertolini e Cavignì li raggiunsero sul terrazzo.

Emilia, supponendo allora che la signora Montoni fosse sola, uscì per

recarsi da lei. Sua zia stava abbigliandosi pel pranzo. Il pallore e

la costernazione della nipote la sorpresero assai, ma la fanciulla

ebbe forza bastante per tacere, sebbene il labbro ad ogni momento

fosse in procinto di tradirla. Restò nell'appartamento della zia fino

all'ora del pranzo; essa vi trovò i forestieri, i quali avevano un

aria insolita di preoccupazione, e parevano distratti da interessi

troppo importanti, per fare attenzione a Emilia od alla zia: parlarono

poco, e Montoni anche meno: Emilia fremè nel vederlo. L'orrore di

quella camera le stava sempre innanzi, e cambiò colore temendo di non

poter contenere l'emozione; ma potè vincere sè medesima,

interessandosi ai discorsi ed affettando un'ilarità poco d'accordo

colla mestizia del cuore. Montoni mostrava evidentemente riflettere a

qualche grande operazione. Il pasto fu silenzioso. La tristezza di

quel soggiorno influiva perfino sul giocondo carattere di Cavignì.

Il conte Morano non fu nominato. La conversazione s'aggirò tutta sulle

guerre che in quei tempi laceravano l'Italia, sulla forza delle

milizie veneziane e sulla bravura dei generali. Dopo il pranzo, Emilia

intese che il cavaliere sul quale Orsino aveva saziata la sua

vendetta, era morto in conseguenza delle ferite ricevute, e che

l'omicida veniva cercato con cura. Questa notizia parve allarmar

Montoni; ma seppe dissimulare, e s'informò dove fosse nascosto Orsino.

Gli ospiti, eccettuato Cavignì, ignari che Montoni a Venezia ne avesse

favorito la fuga, risposero che desso era scappato la medesima notte

con tanta fretta e segretezza, che neppure i suoi più intimi amici non

ne avevano saputo nulla.

Emilia si ritirò poco dopo colla signora Montoni, lasciando quei

signori occupati nei loro consigli segreti. Aveva già Montoni

avvertito la consorte, con cenni espressivi, a ritirarsi. Questa andò

sui bastioni a passeggiare, nè aprì bocca: Emilia non interruppe il

corso de' suoi pensieri. Essa ebbe bisogno di tutta la sua fermezza

per astenersi dal comunicare alla zia il soggetto terribile del

quadro. Si sentiva tutta convulsa, ed era tentata di palesarle ogni

cosa per sollevarsi il cuore; ma, considerando che un'imprudenza della

zia poteva perderle ambedue, preferì soffrire un male presente anzichè

sottoporsi per l'avvenire ad uno maggiore. Essa aveva in quel giorno

strani presentimenti. Le pareva che il suo destino l'incatenasse a

quel luogo lugubre. Nondimeno, la rimembranza di Valancourt, la

perfetta fiducia che aveva del suo amore costante, bastavano a

versarle in seno il balsamo della consolazione.

Mentre appoggiavasi al parapetto del bastione, scorse in poca distanza

parecchi operai ed un mucchio di pietre che parevano destinate a

risarcire una breccia. Vide parimenti un antico cannone smontato. La

zia si fermò per parlare co' lavoranti, domandandoli cosa facessero.

«Si vuol risarcire le fortificazioni, signora,» disse uno di loro.

Ella fu sorpresa che Montoni pensasse a que' lavori, tanto più ch'ei

non le aveva mai manifestata l'intenzione di voler soggiornare colà

lunga pezza. Si avanzò verso un'alta arcata che conduceva al bastiono

di mezzogiorno, e che, essendo unita da una parte al castello,

sosteneva una torretta di guardia dominante tutta la valle.

Nell'avvicinarsi a quell'arcata, vide da lontano scendere dai boschi

una numerosa truppa di cavalli e d'uomini, cui riconobbe per soldati

al solo splendore delle lance e delle altre armi, giacchè la distanza

non permetteva di giudicare esattamente dei colori. Mentre guardava,

l'avanguardia uscì dal bosco, ma la truppa continuava a stendersi fino

all'estremità del monte. L'uniforme militare si distingueva nelle

prime file, alla testa delle quali inoltrava il comandante, che

pareva dirigere la marcia delle schiere, avvicinandosi gradatamente al

castello.

Un tale spettacolo, in quelle contrade solitarie, sorprese ed allarmò

singolarmente la Montoni, la quale corse in fretta da alcuni contadini

che lavoravano all'altro bastione, a domandar loro cosa fosse quella

truppa. Queglino non poterono darle alcuna risposta soddisfacente; e,

sorpresi anch'essi, osservavano stupidamente la cavalcata. La signora,

credendo necessario comunicare al marito il soggetto della di lei

sorpresa, mandò Emilia per avvertirlo che desiderava parlargli. La

nipote non approvava l'ambasciata, temendo il mal umore dello zio;

pure obbedì senza aprir bocca.

Nell'avvicinarsi alle stanze, ove si trovava Montoni cogli ospiti,

Emilia udì una contesa violenta. Si fermò temendo la collera che

poteva produrre il suo arrivo inaspettato. Poco dopo tacquero tutti;

allora essa ardì aprir la porta. Montoni si volse vivamente, e la

guardò senza parlare; ella eseguì la commissione. «Dite alla signora

che sono occupato,» ei le rispose.

La fanciulla credè bene raccontargli il motivo dell'ambasciata.

Montoni e gli altri si alzarono tosto e corsero alle finestre; ma, non

vedendo le truppe, andarono sul bastione, e Cavignì congetturò dovesse

essere una legione di _condottieri_ in marcia per Modena. Parte di

quella soldatesca era allora nella valle, l'altra risaliva i monti

verso ponente, e la retroguardia era ancora sull'orlo dei precipizi,

dond'erano venuti. Mentre Montoni e gli altri osservavano quella

marcia militare, s'udì lo squillo delle trombe e dei timpani, i cui

acuti suoni venivan ripetuti dagli echi. Montoni spiegò i segnali, di

cui pareva espertissimo, e concluse che non avean nulla di ostile. La

divisa dei soldati e la qualità delle armi lo confermarono

nell'opinione di Cavignì; ebbe la soddisfazione di vederli

allontanare, nè ritirossi fintantochè non furono intieramente

scomparsi.

Emilia, non sentendosi bastantemente rimessa per sopportare la

solitudine della sua camera, rimase sul baluardo fino a sera. Gli

uomini cenarono fra loro. La signora Montoni non uscì dalle sue

stanze: Emilia recossi da lei prima di ritirarsi, e la trovò piangente

ed agitata. La tenerezza della nipote era naturalmente così

insinuante, che riusciva quasi sempre a consolare gli afflitti; ma le

più dolci espressioni a nulla valsero colla zia. Ella finse, colla

solita delicatezza, di non osservare il dolore di lei, ma ne' modi usò

una grazia così squisita, una premura così affettuosa, che quella

superba se ne offese. Eccitare la pietà della nipote, era per lei un

affronto sì crudele pel suo orgoglio, che s'affrettò a congedarla.

Emilia non le parlò della sua estrema ripugnanza a trovarsi isolata;

le chiese soltanto in grazia che Annetta potesse restare con lei fino

al momento di coricarsi. L'ottenne a stento; e siccome Annetta allora

era co' servitori, le convenne ritirarsi sola. Traversò veloce le

lunghe gallerie. Il fioco chiarore del lume non serviva che a rendere

più sensibile l'oscurità, ed il vento minacciava di spegnerlo ad ogni

istante. Passando davanti la fuga delle stanze visitate la mattina,

credette udir qualche suono, ma guardossi bene dal fermarsi per

accertarsene. Giunta alla sua camera, non vi trovò neppure una

scintilla di fuoco. Prese un libro per occuparsi, finchè Annetta

venisse; ma la solitudine e la quasi oscurità la piombarono nuovamente

nella desolazione, tanto più ch'era prossima al luogo orribile

scoperto la mattina. Non sapendo risolversi a dormire in quella stanza

dove per certo la notte precedente era entrato qualcuno, aspettava

Annetta con penosa impazienza, volendo saper da lei un'infinità di

circostanze. Desiderava egualmente interrogarla su quell'oggetto

d'orrore, di cui la credea informata, sebbene inesattamente. Stupiva

però, che la camera che lo conteneva restasse aperta tanto

imprudentemente. Il fioco chiarore diffuso sulle pareti dal lume

presso a spegnersi, aumentava il suo terrore. Si alzò per tornare

nella parte abitata del castello, prima che l'olio fosse totalmente

consunto.

Nell'aprir la porta, intese alcune voci, e vide un lume in fondo al

corridoio. Era Annetta con un'altra serva. «Ho piacere che siate

venute,» disse Emilia; «qual cagione vi ha trattenute tanto? Favorite

di accendere il fuoco.

--La padrona aveva bisogno di me,» rispose Annetta un poco

imbarazzata. Vado subito a prendere le legna.

--No,» disse Caterina, «è incombenza mia.» Ed uscì. Annetta voleva

seguirla; ma Emilia la richiamò, ed ella si mise a parlar forte e a

ridere, come se avesse avuto paura di stare silenziosa.

Caterina tornò colle legna, e tostochè fu acceso il fuoco e la serva

se ne fu andata, la fanciulla domandò ad Annetta se avesse prese le

informazioni ordinatele.

«Sì, signora,» rispose la ragazza, «ma nessuno sa nulla. Io ho

osservato Carlo con attenzione, perchè dicono ch'egli sappia di cose

strane; quel vecchio ha una cert'aria che non saprei esprimere: mi

domandò più volte se era ben sicura che la porta della scaletta

segreta non fosse chiusa.--Sicurissima, gli risposi. In verità,

signorina, son tanto sbalordita, che non so quel che mi dica. Non

vorrei dormire in questa camera più che sul cannone del baluardo, là

in fondo.

--E perchè meno su quel cannone che in qualunque altra parte del

castello?» disse Emilia sorridendo. «Credo che il letto sarebbe duro.

--Sì, ma non si può trovarne un più cattivo. Il fatto sta che la notte

scorsa fu veduto qualcosa vicino a quel cannone, che vi stava come di

guardia.

--E tu credi a tutte le favole che ti spacciano?

--Signorina, vi farò vedere il cannone di cui si tratta. Voi potete

scorgerlo qui dalla finestra.

--È vero, ma è una prova che sia guardato da un fantasma?

--Come! Se vi faccio vedere il cannone, non lo credete neppure allora?

--No, non credo altro se non quel che vedo co' miei occhi.

--Ebbene, lo vedrete, se volete avvicinarvi soltanto alla finestra.»

Emilia non potè trattener le risa, e Annetta parve sconcertata.

Vedendo la di lei facilità a credere al maraviglioso, la fanciulla

credè bene astenersi dal parlarle del soggetto del suo terrore,

temendo ch'ella soccombesse a paure ideali. Parlò dunque delle regate

di Venezia.

«Oh! sì, signorina,» disse Annetta, «que' bei lampioni e quelle belle

notti al chiaro di luna: ecco che cosa c'è di magnifico a Venezia; son

certa che la luna è più bella in quella città che altrove. Che musica

deliziosa si sentiva! Lodovico cantava così spesso vicino alla mia

finestra, sotto il portico! Fu Lodovico a parlarmi di quel quadro che

avevate tanta smania di vedere ieri.

--Che quadro?» disse Emilia, volendo far parlare Annetta.

--Quel quadro terribile col velo nero.

--L'hai tu veduto?

--Chi? io? giammai; ma stamattina,» continuò la cameriera, parlando

sottovoce e guardandosi intorno, «stamattina, quando fu giorno

chiaro,--voi sapete ch'io aveva un gran desiderio di vederlo, ed aveva

inteso strane cose in proposito,--andai fino alla porta decisa di

entrarvi, ma la trovai chiusa.»

Emilia fremette, e temendo d'essere stata osservata, poichè la porta

era stata chiusa sì poco tempo dopo la sua visita, tremava la sua

curiosità non le attirasse la vendetta di Montoni; e comprendendo quel

soggetto essere troppo spaventoso per occuparsene a quell'ora, cambiò

discorso. Era vicina la mezzanotte, e Annetta accingeasi ad andarsene,

allorchè intesero suonare la campana della porta d'ingresso;

ristettero spaventate: dopo una lunga pausa udirono il rumore di una

carrozza nel cortile; Emilia si abbandonò sopra la sedia esclamando:

«È il conte senz'altro.

--A quest'ora! oh no! parendomi impossibile ch'egli abbia scelto

questo momento per arrivare in una casa.

--Cara mia, non perdiamo tempo in vani discorsi,» disse Emilia

spaventata; «va, te ne prego, va a vedere chi può essere.»

Annetta uscì portando via il lume, e lasciandola all'oscuro: ciò le

avrebbe fatto paura qualche minuto prima, ma in quel momento non ci

badava: aspettava ed ascoltava quasi senza respirare. Infine Annetta

ricomparve.

«Sì,» diss'ella, «avevate ragione; è il conte.

--Giusto cielo!» sclamò Emilia; «ma è proprio lui? l'hai realmente

riconosciuto?

--Sì, l'ho veduto distintamente; sono andata al finestrino della corte

occidentale che, come sapete, guarda nel cortile intorno. Ho veduto la

sua carrozza, ov'egli aspettava qualcuno: vi erano molti cavalieri con

torce accese. Quando gli si presentò Carlo, disse alcune parole ch'io

non potei capire, e scese in compagnia d'un altro signore. Credendo

che il padrone fosse già in letto, corsi al gabinetto della padrona

per saper qualcosa; incontrai Lodovico, dal quale seppi che il signor

Montoni vegliava ancora, e teneva consiglio cogli altri signori in

fondo alla galleria di levante. Lodovico mi fe' segno di tacere, ed io

son tornata subito qui.»

Emilia domandò chi fosse il compagno del conte, e come li avesse

ricevuti Montoni; ma Annetta non potè dirle nulla.

«Lodovico,» soggiuns'ella, «andava appunto a chiamare il cameriere del

padrone per informarlo di questo arrivo, allorchè io lo trovai.»

Emilia restò alcun tempo incerta; finalmente pregò Annetta di andar a

scoprire, se fosse possibile, l'intenzione del conte venendo al

castello.

«Volentieri,» rispose l'altra; «ma come potrò io trovare la scala, se

vi lascio la lucerna?»

Emilia si offrì di farle lume. Quando furono in cima alla scala, essa

riflettè che poteva essere veduta dal conte, e, per evitar di passare

pel salone, Annetta la condusse per vari anditi ad una scala segreta

che metteva nel tinello.

Tornando indietro, Emilia temè di smarrirsi, ed essere nuovamente

spaventata da qualche misterioso spettacolo, e fremea all'idea di

aprire una sola porta. Mentre stava perplessa e pensierosa, le parve

udire un singulto; si fermò, e ne sentì un altro distintamente: avea a

destra parecchi usci; tese l'orecchio; quando fu al secondo, intese

una voce lamentevole, ma non sapeva decidersi ad aprir la porta, o ad

allontanarsi. Riconobbe sospiri convulsi e le querele d'un cuore alla

disperazione: impallidì, e considerò ansiosa le tenebre che

circondavanla: i lamenti continuavano; la pietà vinse il terrore.

Nella probabilità che le di lei attenzioni valessero a consolarlo,

depose il lume, ed aprì la porta pian piano: tutto era tenebre, tranne

un gabinetto in fondo d'onde trapelava una fioca luce. Parendole

riconoscere la voce, si avanzò adagio, e vide sua zia appoggiata al

tavolino, col fazzoletto agli occhi... Essa restò immobile per lo

stupore.

Un uomo stava assiso vicino al caminetto, ma non potè distinguerlo,

perchè le voltava le spalle; tratto tratto egli diceva qualche parola

sottovoce, che non potevasi intendere, ed allora la zia piangeva più

forte. Avrebbe Emilia voluto indovinare il motivo di quella scena, e

riconoscere colui che a quell'ora si trovava colà: non volendo però

aumentare le smanie della zia scuoprendo i suoi segreti, si ritirò con

cautela, e, sebbene a stento, le riuscì di trovare la sua camera, ove

in breve altri interessi le fecero obliare la di lei sorpresa.

Annetta tornò senza risposta soddisfacente. I servi, coi quali aveva

parlato, ignoravano il tempo che il conte doveva restare nel castello:

non parlavano che delle strade cattive percorse, dei pericoli

superati, e maravigliavansi che il loro padrone avesse fatto quella

strada a notte così avanzata. Ella finì col chiedere il permesso

d'andarsi a riposare.

Emilia, conoscendo che sarebbe stata una crudeltà il trattenerla, la

congedò. Rimase sola, pensando alla propria situazione ed a quella

della zia; e gli occhi di lei fermaronsi alfine sul ritratto trovato

nelle carte che il padre aveale imposto di ardere, e che stava sul

tavolo con vari disegni estratti da una scatoletta poche ore innanzi:

tal vista la immerse in tristi riflessioni, ma l'espressione

commovente del ritratto ne addolciva l'amarezza. Guardò intenerita

que' leggiadri lineamenti; d'improvviso, ricordossi conturbata le

parole del manoscritto trovato colla miniatura, e che allora aveanla

compresa d'incertezza e d'orrore. Infine, si riscosse, e decise di

coricarsi; ma il silenzio, la solitudine in cui si trovava a quell'ora

tarda, l'impressione lasciatale dal soggetto cui stava meditando, le

ne tolsero il coraggio. I racconti di Annetta, benchè frivoli, aveanla

però conturbata, tanto più dopo la spaventosa circostanza ond'ella era

stata testimone poco lungi dalla sua camera.

La porta della scala segreta era forse il soggetto d'un timore meglio

fondato. Decisa a non ispogliarsi, si gettò vestita sul letto; il cane

di suo padre, il buon Fido, coricato ai di lei piedi, le serviva di

sentinella.

Preparata così, procurò di bandire le triste idee; ma il suo spirito

errava tuttavia sui punti che più l'interessavano, e l'orologio suonò

le due prima ch'ella potesse chiuder occhio. Cedè finalmente ad un

sonno leggero, e ne fu svegliata da un rumore che le parve sentire in

camera. Tremante alzò il capo, ascoltò attenta: tutto era nel

silenzio; credendo essersi ingannata, si riadagiò sul guanciale.

Poco dopo il rumore ricominciò: pareva venir dalla parte della

scaletta. Si rammentò allora il disgustoso incidente della notte

scorsa, in cui una mano ignota aveva socchiuso quell'uscio. Il terrore

le agghiacciò il cuore. Si alzò sul letto, e stirando lievemente il

cortinaggio, osservò la porta della scala. Il lume che ardeva sul

caminetto spandeva una luce fiochissima. Il rumore che credeva venire

dalla porta continuò a farsi sentire. Le pareva che ne smovessero i

chiavistelli; poi si fermavano, e quindi ricominciavano pian piano,

come se avessero temuto di farsi udire. Mentre Emilia fissava gli

occhi da quella parte, vide l'imposta muoversi, aprirsi lenta e

qualcosa entrare in camera, senza che l'oscurità le permettesse

distinguer nulla. Quasi morta dallo spavento, fu abbastanza padrona di

sè stessa per non gridare e lasciar ricader la cortina. Osservò

tacendo quell'oggetto misterioso, il quale pareva cacciarsi nelle

parti più oscure della camera, poi talvolta fermarsi; ma quando si

avvicinò al camino, Emilia potè distinguere una figura umana. Una

tetra rimembranza fu quasi per farla soccombere. Continuò nonostante

ad osservar quella figura, la quale restò immobile buona pezza, e si

avvicinò quindi pian piano ai piedi del letto. Le cortine, socchiuse

alquanto, permettevano alla fanciulla di vederla; ma il terrore la

privava perfin dalla forza di fare un movimento. Dopo un istante, la

figura tornò al camino, prese il lume, considerò la camera, e

riaccostossi adagio al letto. I raggi della lampada svegliarono

allora il cane, il quale saltò a terra, latrò forte, e corse

sull'incognito, che lo respinse colla spada coperta dal fodero. Emilia

riconobbe il conte Morano. Essa lo guardò muta dallo spavento. Egli

cadde in ginocchio, scongiurandola di non temere, e gettando il ferro,

volle prenderle una mano. Ma, ricuperando allora le forze paralizzate

dal terrore, Emilia saltò giù dal letto, Morano si alzò, la seguì

verso la porta della scaletta, e la fermò mentre ne toccava il primo

gradino; ma già al chiarore d'un lume, essa aveva veduto un altr'uomo

a metà della scala medesima. Gettò un grido di disperazione, e,

credendosi tradita da Montoni, si diè per perduta.

Il conte la trascinò in camera. «Perchè tanto spavento?» diss'egli con

voce tremante. «Ascoltatemi, Emilia, io non vengo per farvi alcun

male; no, giuro al cielo, vi amo troppo, senza dubbio pel mio riposo.»

Emilia lo guardò un momento coll'incertezza della paura. «Lasciatemi,

signore,» gli disse, «lasciatemi dunque sul momento.

--Ascoltate, Emilia,» soggiunse Morano, «ascoltatemi: io vi amo, e

sono disperato, sì, disperato. Come posso io guardarvi, forse per

l'ultima volta e non provare tutte le furie della disperazione? Ma no,

voi sarete mia a dispetto di Montoni, a dispetto di tutta la sua

viltà.

--A dispetto di Montoni!» sclamò Emilia con vivacità. «O cielo! che

sento mai?

--Che Montoni è un infame,» gridò Morano con veemenza, «un infame che

vi vendeva al mio amore, che...

--E quello che mi comprava lo era egli meno?» diss'ella gettando sul

conte un'occhiata sprezzante. «Uscite, signore, uscite sull'istante.»

Poi soggiunse con voce commossa dalla speranza e dal timore, benchè

sapesse di non poter essere intesa da nessuno: «Od io metterò sossopra

tutto il castello, ed otterrò dal risentimento del signor Montoni ciò

che implorai indarno dalla sua pietà.

--Non isperate nulla dalla sua pietà; egli mi ha tradito indegnamente:

la mia vendetta lo perseguiterà da per tutto; e quanto a voi, Emilia,

ha senza dubbio progetti più lucrosi del primo.»

Il raggio di speranza che le prime parole del conte avevano reso ad

Emilia, fu quasi spento da queste ultime espressioni. La di lei

fisonomia ne fu conturbata, e Morano procurò di trarne vantaggio. Ei

disse:

«Io perdo il tempo, non venni per declamare contro Montoni, venni per

sollecitare, per supplicare Emilia; venni per dirle tutto ciò che

soffro, per iscongiurarla di salvarci amendue: me dalla disperazione e

lei dalla rovina. Emilia, i progetti di Montoni son tali, che voi non

potete concepirli; sono terribili, ve lo giuro. Fuggite, fuggite da

quest'orrida prigione coll'uomo che vi adora. Un servo, guadagnato a

forza d'oro, mi aprirà le porte del castello, e fra breve vi sarete

sottratta da questo scellerato.»

Emilia era oppressa dal colpo terribile ricevuto nel mentre appunto

rinascevale la speranza in cuore. Si vedeva perduta senza riparo.

Incapace di rispondere e quasi di riflettere, si abbandonò sur una

sedia, pallida e taciturna; era probabilissimo che in principio

Montoni l'avesse venduta a Morano, ma era chiaro che in seguito avesse

ritrattata la sua promessa, e la condotta del conte lo provava.

Appariva eziandio che un progetto più vantaggioso aveva solo potuto

decidere l'egoista Montoni ad abbandonare quel piano, che aveva sì

vivamente sollecitato. Queste riflessioni la fecero fremere delle

parole di Morano, ch'ella non esitava a credere. Ma mentre tremava

all'idea delle sventure che l'attendevano nel castello di Udolfo,

considerava che l'unico mezzo di uscirne era la protezione d'un uomo,

col quale non potevano mancarle sciagure più certe e non meno

terribili; mali in fine, di cui non poteva sostener il pensiero.

Il silenzio di lei incoraggì le speranze del conte, che l'osservava

con impazienza; ei le prese la mano e scongiurala a decidersi. «Tutti

gl'istanti di ritardo,» le disse, «rendono la partenza più pericolosa;

i pochi momenti che noi perdiamo, possono dare a Montoni il tempo di

sorprenderci.

--Per pietà, signore, non m'importunate» disse Emilia fiocamente; «io

sono infelice, e debbo continuare ad esserlo. Lasciatemi, ve ne prego,

lasciatemi al mio destino.

--Non mai,» gridò il conte con impeto; «io perirò piuttosto... ma

perdonate questa violenza: l'idea di perdervi mi altera la ragione.

Voi non potete ignorare il carattere di Montoni; ma potete ignorare i

suoi progetti, sì, voi li ignorate certo, chè diversamente non

esitereste fra l'amor mio ed il suo potere.

--Io non esito punto,» disse Emilia.

--Partiamo dunque,» soggiunse Morano baciandole la mano, ed alzandosi

in fretta. «La mia carrozza ci aspetta sotto le mura del castello.

--V'ingannate, signore; vi ringrazio dell'interesse che prendete per

la mia sorte, ma io resterò sotto la protezione del signor Montoni.

--Sotto la sua protezione!» sclamò violentemente Morano; «la sua

_protezione_! Emilia, deh! non vi lasciate ingannare... Ve l'ho già

detto quale sarebbe la sua _protezione_.

--Scusate se in questo momento non presto fede ad una semplice

asserzione, e se esigo qualche prova.

--Non ho il tempo nè il mezzo di produrne.

--Ed io non avrò nessuna volontà di ascoltarle.

--Voi vi beffate della mia pazienza e delle pene mie,» continuò

Morano; «un matrimonio coll'uomo che vi adora, è egli dunque così

terribile ai vostri occhi? Preferite questa crudel prigionia? Oh! c'è

qualcuno, per certo, che m'invola gli affetti che dovrebbero

appartenermi, altrimenti non potreste ricusare un partito che può

sottrarvi alla più barbara tirannide.» E correva smarrito su e giù per

la camera.

--Il vostro discorso, conte Morano, prova abbastanza che i miei

affetti non potrebbero appartenervi,» disse Emilia con dolcezza.

«Questa condotta prova abbastanza ch'io sarei ugualmente

tiranneggiata, caso fossi in vostro potere. Se volete persuadermi il

contrario, cessate di molestarmi davvantaggio colla vostra presenza;

se me lo negaste, mi obblighereste di esporvi alla collera del signor

Montoni.

--Ma ch'ei venga!» sclamò Morano furibondo; «ch'ei venga! Ardisca

provocare la mia! ardisca guardare in faccia l'uomo che ha così

insolentemente oltraggiato! Gl'insegnerò io cosa sia la morale, la

giustizia, e specialmente la vendetta! venga, ed io gl'immergerò la

spada nel seno.»

La veemenza colla quale si esprimeva, divenne per Emilia un nuovo

motivo d'inquietudine. Si alzò dalla sedia, ma le tremavano le gambe,

e ricadde. Guardava attentamente la porta chiusa del corridoio,

convincendosi di non poter fuggire senza esserne impedita.

«Conte Morano,» diss'ella finalmente, «calmatevi, ve ne scongiuro, ed

ascoltate la ragione, se non la pietà. Voi v'ingannate egualmente

nell'amore e nell'odio. Non potrò mai corrispondere all'affetto onde

vi piaceste onorarmi, e certo io non l'ho mai incoraggito. Il signor

Montoni non può avervi oltraggiato: sappiate ch'ei non ha diritto di

disporre della mia mano, quand'anco ne avesse il potere. Lasciatemi,

abbandonate questo castello, finchè potete farlo con sicurezza.

Risparmiatevi le terribili conseguenze d'una vendetta ingiusta, ed il

rimorso sicuro di aver prolungato i miei patimenti.

--Una vendetta ingiusta!» esclamò il conte riprendendo a un tratto la

furia della passione. «E chi mai potrà vedere questo volto angelico, e

credere un castigo qualunque proporzionato all'offesa che mi fu fatta?

Sì, abbandonerò questo castello, ma non ne uscirò solo. La mia gente

mi aspetta, e vi porterà alla mia carrozza; le vostre strida saranno

inutili; nessuno può ascoltarle in questo luogo remoto. Cedete dunque

alla necessità, e lasciatevi condurre.

--Conte Morano,» diss'ella alzandosi, e respingendolo mentre si

avanzava, «io sono adesso in poter vostro, ma riflettete che una

simile condotta non può acquistarvi la stima di cui pretendete esser

degno.»

Qui fu interrotta dal brontolìo del suo cane, che saltò giù dal letto

per la seconda volta; Morano guardò verso la scala, e, non vedendo

alcuno, chiamò ad alta voce _Cesario_.

«Emilia,» le disse, in seguito, «perchè mi obbligate ad usar questo

mezzo? Oh! quanto desidererei persuadervi, anzichè obbligarvi ad

essere la mia sposa! Ma giuro al cielo che Montoni non vi venderà ad

un altro. Intanto verrete meco. Cesario, Cesario!...»

Un uomo comparve. Emilia gettò un alto strido, mentre il conte la

trascinava. In quel punto s'intese rumore all'uscio del corridoio. Il

conte si fermò, come esitante tra l'amore e la vendetta; l'uscio si

aprì, e Montoni, seguito dal vecchio intendente e da parecchi altri,

entrò precipitoso nella camera dicendo: «Ah traditore! pagherai il fio

del tuo infame attentato; in guardia!»

Il conte non aspettò una seconda sfida; consegnò Emilia a Cesario, e

voltosi con fierezza: «Sono da te, infame,» gridò egli menandogli un

colpo da disperato. Montoni si difese valorosamente, ma furono

separati dai seguaci, mentre Carlo strappava Emilia alla gente di

Morano.

«È per questo,» disse Montoni con ironia, «è per questo ch'io vi

riceveva nel mio tetto, e vi permetteva di passarvi la notte? Voi

adunque veniste a ricompensar la mia ospitalità con un indegno

tradimento, e per involarmi mia nipote?

--Che chi parla di tradimento,» rispose Morano con rabbia concentrata,

«osi mostrarsi senza arrossire. Montoni, voi siete un infame; se qui

c'è tradimento, voi solo ne siete l'autore.

--Ah vile!» gridò l'altro sciogliendosi da chi lo tratteneva e

correndo addosso al conte. Uscirono dalla porta del corridoio. Il

combattimento fu così furioso, che nessuno ardì avvicinarsi. Montoni,

d'altra parte, giurava di trafiggere il primo che si fosse frapposto.

La gelosia e la vendetta aumentavano la rabbia e l'acciecamento di

Morano. Montoni, più padrone di sè stesso, ed abilissimo, ebbe il

vantaggio, e ferì l'avversario; ma questi parendo insensibile al

dolore e alla perdita del sangue, seguitò a battersi, e piagò Montoni

leggermente nel braccio, ma nell'istesso momento toccò una larga

ferita, e cadde in braccio a Cesario. Montoni, appoggiandogli la spada

al petto, voleva obbligarlo a chieder la vita. Morano potè appena

replicare con un gesto ed una parola negativa, e svenne. L'altro stava

per trafiggerlo, ma Cavignì gli trattenne il braccio: cedette però con

molta difficoltà, e vedendo l'avversario rovesciato, ordinò di

trasportarlo all'istante fuori del castello.

Emilia, che non aveva potuto uscire dalla camera durante lo spaventoso

tumulto, entrò nel corridoio, e patrocinando con coraggio la causa

dell'umanità, supplicò Montoni di accordare a Morano, nel castello, i

soccorsi che esigeva il suo stato. Montoni, il quale non ascoltava

quasi mai la pietà, parea in quel momento sitibondo di vendetta. Colla

crudeltà d'un mostro ordinò per la seconda volta che il suo vinto

nemico fosse trasportato subito fuori del castello nello stato in cui

si trovava. Quei dintorni, coperti di boschi, offrivano appena una

capanna solitaria da passarvi la notte. I servi del conte dichiararono

che non l'avrebbero mosso di lì, finchè non avesse dato almeno qualche

segno di vita. Quelli di Montoni stavano immobili, e Cavignì faceva

invano rimostranze: la sola Emilia, non badando a minacce, portò acqua

a Morano, e ordinò agli astanti di fasciargli le ferite. Montoni,

sentendo finalmente qualche dolore alla sua, si ritirò per farsi

medicare.

In quell'intervallo, il conte rinvenne. Il primo oggetto che lo colpì,

aprendo gli occhi, fu Emilia chinata su di lui coll'espressione della

massima inquietudine. Egli la contemplò dolorosamente.

«L'ho meritato,» diss'egli, «ma non da Montoni. Io meritava d'esser

punito da voi, e ne ricevo invece pietà.» Dopo qualche pausa

soggiunse: «Bisogna ch'io vi abbandoni, ma non a Montoni. Perdonatemi

i dispiaceri che vi cagionai. Il tradimento di quell'infame non

resterà impunito.... Non sono in istato di camminare, ma poco importa:

portatemi alla capanna più prossima. Non passerei la notte in questo

luogo, quand'anco fossi certo di morire nel breve tragitto che dovrò

fare.»

Cavignì propose di andare ad uniformarsi se vi fosse nelle vicinanze

qualche abituro, prima di levarlo di là, ma il conte era troppo

impaziente di partire. L'angoscia del suo spirito sembrava ancor più

violenta del patimento della ferita. Rigettò sdegnosamente la proposta

di Cavignì, nè volle che si ottenesse per lui il permesso di passar la

notte nel castello. Cesario voleva far venir innanzi la carrozza, ma

Morano glielo proibì. «Non potrei sopportarla,» diss'egli; «chiamate i

miei servitori: essi mi trasporteranno sulle braccia.»

Finalmente, calmandosi alquanto, acconsentì che Cesario andasse prima

in cerca di un ricetto. Emilia, vedendolo risensato, si disponeva ad

uscire, quando Montoni glie l'ordinò per mezzo d'un servo, aggiungendo

che se il conte non era partito, dovesse allontanarsi immediatamente.

Gli sguardi di Morano sfavillarono di sdegno, e si fece di fuoco.

«Dite a Montoni,» soggiunse, «che me n'andrò quando mi converrà.

Lascerò questo castello ch'esso _chiama il suo_, come si lascia il

nido di un serpente; ma non sarà l'ultima volta che udrà parlar di me.

Ditegli che, per quanto potrò, non gli lascerò _un altro omicidio_

sulla coscienza.

--Conte Morano, sapete voi bene quel che dite?» disse Cavignì.

--Sì, lo so benissimo, ed egli intenderà ciò ch'io voglio dire. La sua

coscienza, su questo punto, seconderà la sua intelligenza.

--Conte Morano,» disse Verrezzi, che fin allora stava zitto, «se

ardite insultare ancora il mio amico, v'immergo la spada nel cuore.

--Sarebbe azione degna dell'amico d'un infame,» disse Morano, e la

violenza dello sdegno lo fe' sollevare dalle braccia de' servi; ma la

di lui energia fu momentanea, e ricadde spossato. La gente di Montoni

tratteneva Verrezzi, il quale pareva disposto a compiere la sua

minaccia. Cavignì, meno irritato di lui cercava di farlo uscire,

Emilia, trattenuta fin allora dalla compassione, stava per ritirarsi,

quando la voce di Morano l'arrestò. Le fe' cenno di avvicinarsi. Ella

si avanzò timidamente, ma il languore che sfigurava la faccia del

ferito, eccitò la di lei pietà.

«Vi lascio per sempre,» ei le disse; «forse non vi vedrò più. Vorrei

portar meco il vostro perdono, e, se non fossi troppo importuno,

ardisco chiedere la vostra benevolenza.

--Ricevete questo perdono,» disse Emilia, «coi voti più sinceri per la

vostra pronta guarigione.»

Scongiuratolo quindi ad uscir tosto dal castello, recossi dallo zio.

Egli era nel salotto di cedro su di un sofà, e soffriva molto della

sua ferita, ma la sopportava con gran coraggio.

Emilia tremava nell'avvicinarsegli; ei la rampognò forte per non aver

obbedito subito, e attribuì a capriccio la di lei pietà pel ferito.

La fanciulla, punta da quelle oltraggiose parole, non rispose.

In quella Lodovico entrò nella stanza, riferendo che trasportavano

Morano su d'una materassa ad una capanna poco distante. Montoni parve

placarsi, e disse ad Emilia che poteva tornare alla sua camera. Ella

andossene volentieri; ma l'idea di passar la notte in una stanza che

poteva esser aperta a tutti, le fece allora più spavento che mai.

Risolse di andare da sua zia a chiederle il permesso di condur seco

Annetta.

Nell'avvicinarsi alla galleria, udì voci di persone che parevano

altercare; riconobbe ch'erano Cavignì e Verrezzi; quest'ultimo

protestava di voler andare ad informar Montoni dell'insulto fattogli

da Morano. Cavignì parea cercar di calmarlo.

«Non si deve badare,» diceva egli, «alle ingiurie d'un uomo in

collera; la vostra ostinazione sarà funesta al conte ed a Montoni; noi

abbiamo ora interessi molto più seri da discutere.»

Emilia unì le sue preghiere alle ragioni di Cavignì, e riuscirono in

fine a distoglier Verrezzi dal suo progetto.

Entrata dalla zia, la di lei calma le fece credere che ignorasse

l'accaduto; volle raccontarglielo con cautela; ma la zia l'interruppe

dicendole che sapeva tutto. Benchè Emilia sapesse benissimo ch'ella

aveva poche ragioni per amare il marito, pur non la credeva capace di

tanta indifferenza. Ottenne il permesso di condur seco Annetta, e si

ritirò subito. Una striscia di sangue, rigando il corridoio, conducea

alla sua stanza, e nel luogo del combattimento il suolo erane tutto

coperto. La fanciulla tremò, ed appoggiossi alla cameriera nel

passarvi. Giunta in camera, volle esaminare dove mettesse la scala,

dipendendo molto la sua sicurezza da questa circostanza. Annetta,

curiosa e spaventata insieme, acconsentì al progetto; ma

nell'avvicinarsi alla porta, la trovarono chiusa al di fuori, talchè

dovettero accontentarsi di assicurarla nell'interno, appoggiandovi i

mobili più pesanti che poterono smovere. Emilia andò a letto, e la

cameriera si mise sur una sedia presso al camino, ove fumava ancora

qualche tizzone.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 2 · 第 11 / 15 题