CAPITOLO XIX

Un colpo battuto alla porta di Emilia la scosse dalla specie di sonno

al quale erasi data in preda. Sussultò: le vennero tosto in mente

Montoni e Morano. Ascoltò qualche momento, e riconoscendo la voce di

Annetta rischiò ad aprire.

«Che ti conduce qui così di buon'ora?» le chiese tutta tremante.

--Per carità, signorina, non vi spaventate; siete così pallida, che

fate paura anche a me. Giù dabbasso fanno un gran rumore; tutti i

servi vanno e vengono con furia, e nessuno può indovinarne il motivo.

--Chi c'è con loro?» disse Emilia; «Annetta, non m'ingannare.

--Il cielo me ne guardi, per tutto l'oro del mondo non v'ingannerei.

Ho veduto soltanto che il signor Montoni mostra un'impazienza

straordinaria, e mi diede l'ordine di farvi alzare sul momento.

--Cielo! aiutatemi,» gridò Emilia disperata. «Il conte Morano è dunque

venuto?

--No, signorina, per quanto io sappia egli non c'è. Sua _eccellenza_

mandommi a dirvi che a momenti saranno qui le gondole, e partiremo da

Venezia. Bisogna ch'io mi sbrighi per tornar dalla padrona, la quale è

tanto confusa, che non sa più quel che si faccia.

--Ma insomma, che cosa significa tutto questo?

--Oh! signora Emilia, io non so altro se non che il signor Montoni è

tornato a casa agitatissimo, e ci ha fatti alzar tutti, dichiarandoci

che bisognava partir sull'istante.

--Il conte Morano viene egli con noi? e dove andiamo?

--Lo ignoro. Ho inteso che Lodovico parlava d'un castello che il

padrone ha in certe montagne.

--Negli Appennini?

--Appunto, signorina; ma sollecitatevi, e pensate all'impazienza del

signor Montoni. Dio buono! sento già i remi delle gondole che

arrivano.»

Annetta uscì a precipizio. Emilia si dispose a questo viaggio

inaspettato, ed appena ebbe gettati libri ed abiti nel baule, ricevè

un secondo avviso; scese nel gabinetto della zia, ove Montoni le

rimproverò la sua lentezza. Egli uscì quindi per dare alcuni ordini, e

Emilia chiese il motivo di quella partenza subitanea. La zia parve

ignorarlo come lei, e che non intraprendesse quel viaggio se non con

estrema ripugnanza.

Finalmente tutta la famiglia s'imbarcò, ma nè Morano, nè Cavignì si

fecero vedere. Questa circostanza rianimò un poco gli spiriti

abbattuti di Emilia, la quale somigliava ad un condannato a morte, cui

venga accordata una breve dilazione: il suo cuore si alleggerì ancor

più, quando ebbero fatto il giro di San Marco senza fermarsi per

prendere il conte.

L'alba cominciava appena a biancheggiar l'orizzonte ed il lido. Emilia

non ardiva fare veruna interrogazione a Montoni, che restò qualche

tempo in cupo silenzio, e s'avvolse quindi nel mantello, come se

avesse voluto dormire. Sua moglie fece altrettanto. Emilia, non

potendo prender sonno, alzò una cortina, e si mise a considerar il

mare. L'aurora illuminava grandemente la sommità dei monti friulani;

ma le loro coste e le onde che le bagnavano, erano tuttavia sepolte

nell'ombra: la fanciulla, immersa in dolce malinconia, osservava i

progressi del giorno, che stendevasi sul mare, illuminando Venezia, i

suoi isolotti, e finalmente le spiagge italiane, lungo le quali

cominciavano già a mettersi in moto le barche. I gondolieri venivano

spesso chiamati da coloro che portavano le provvisioni al mercato di

Venezia. Un'infinita quantità di barchette coperse in breve la laguna.

Emilia gettò l'ultimo sguardo su quella magnifica città; ma il di lei

spirito allora era soltanto occupato da mille congetture sui casi che

l'attendevano, sul paese ov'era trascinata, e sul motivo di quel

viaggio repentino.

Le parve dopo mature riflessioni, che Montoni la conducesse al suo

castello isolato per costringerla più sicuramente all'obbedienza con

mezzi di terrore. Se le scene tenebrose e solitarie che vi si

disponevano non sortissero il bramato esito, il suo matrimonio vi

sarebbe celebrato per forza, e con maggior mistero forse e meno smacco

per l'onore di Montoni. Il poco coraggio resole dalla proroga svanì a

questa terribile idea, e quando si toccò la riva, ell'era ricaduta nel

più penoso abbattimento.

Montoni non rimontò la Brenta, ma continuò in carrozza per andare agli

Appennini. Durante questo viaggio fu così severo con Emilia che ciò

solo avrebbe servito a confermare le sue congetture allarmanti.

I viaggiatori cominciarono a salire gli Appennini: a quell'epoca que'

monti erano coperti da immense foreste di abeti. La strada passava in

mezzo a questi boschi, e non lasciava vedere che rupi spaventevoli

sospese sul loro capo, a meno che qualche radura non lasciasse

distinguere momentaneamente il sottoposto piano. L'oscurità di quei

luoghi, il loro cupo silenzio, quando neanche il più lieve vento

agitava la cima degli alberi, l'orrore dei precipizi susseguentisi,

ciascun oggetto, in una parola, rendeva più imponenti le triste

riflessioni d'Emilia. Essa non vedeva a sè intorno che immagini di

spaventosa grandezza e di tetra sublimità.

A misura che i viaggiatori montavano attraverso le selve, le rupi

accatastavansi a rupi, i monti parevano moltiplicarsi, e la cima di

un'eminenza sembrava servir di base ad un'altra. Finalmente

trovaronsi sopra un piccolo piano, ove i mulattieri sostarono. La

scena vasta e magnifica che si presentava nella valle, eccitò

l'ammirazione universale, ed interessò perfino la signora Montoni.

Emilia obliò un momento i suoi mali nell'immensità della natura. Al di

là d'un anfiteatro di montagne, le cui masse parevano numerose quanto

le onde del mare, e le cui falde erano coperte di folti boschi,

scuoprivansi le campagne d'Italia dove i fiumi, le città, gli oliveti,

le vigne e tutta la prosperità della coltura si mischiavano in una

ricca confusione. L'Adriatico circoscriveva l'orizzonte. Il Po e la

Brenta, dopo aver fecondato tutta l'estensione del bel paese, venivano

a scaricarvi le loro fertili acque. Emilia contemplò a lungo lo

splendore di quei luoghi deliziosi che abbandonava, e la cui

magnificenza sembrava non ispiegarsi davanti a lei se non per

cagionarle maggior rincrescimento. Per lei, il mondo intero non

conteneva che Valancourt, il di lei cuore dirigevasi a lui solo, e per

lui solo versava tante lacrime.

Da quel punto di vista sublime i viaggiatori continuarono a salire

penetrando in una gola angusta che mostrava soltanto minacciose rupi

sospese sulla strada. Nessun vestigio umano, verun segno di

vegetazione compariva colà. Questa gola conduceva nel cuore degli

Appennini. Si allargò finalmente, scoprendo una catena di monti

sterilissimi, attraverso i quali bisognò viaggiare per più ore.

Verso sera, la strada svoltò in una valle più profonda, circondata

quasi tutta da scoscese montagne. Il sole tramontava allora dietro lo

stesso monte che scendevano i viaggiatori, prolungandone l'ombra verso

la valle; ma i suoi raggi orizzontali, traversando qualche spaccatura,

doravano le sommità dell'opposta foresta, e scintillavano sulle alte

torri ed i comignoli d'un castello, i cui vasti bastioni estendevansi

lungo uno spaventoso precipizio. Lo splendore di tanti oggetti bene

illuminati veniva accresciuto dal contrasto dell'ombre che avvolgevano

già la valle.

«Ecco il castello di Udolfo,» disse Montoni, parlando per la prima

volta dopo parecchie ore.

Emilia guardò il castello con una specie di terrore, quando seppe

ch'era quello di Montoni; sebbene illuminato in quel momento dal sole

all'occaso la gotica magnificenza di quell'architettura, le antiche

mura di pietra bigia, ne formavano un oggetto imponente e sinistro. La

luce s'affievolì insensibilmente, spargendo una tinta purpurea che si

estinse grado grado, e lasciò i monti, il castello e tutti gli oggetti

circonvicini in tetra oscurità.

Isolato, vasto e massiccio, esso sembrava dominare la contrada. Più la

notte diveniva oscura, più le sue alte torri parevano imponenti.

L'estensione e l'oscurità di quegli immensi boschi erano considerate

da Emilia come adatte soltanto a servir di covile a masnadieri.

Finalmente, le carrozze giunsero alle porte del castello. La lunga

oscillazione della campana che fu suonata alla porta d'ingresso

aumentò il terrore di Emilia. Mentre si aspettava l'arrivo di qualcuno

che aprisse quelle imposte formidabili, ella considerò il maestoso

edifizio. Le tenebre che l'avvolgevano non le permisero di discernerne

il recinto, le grosse mura, i bastioni merlati e d'accorgersi che era

vasto, antico e spaventoso. La porta d'ingresso conduceva nei cortili,

ed era di proporzioni gigantesche. Due fortissime torri ne difendevano

il passaggio. Invece di stendardi si vedevano svolazzare, su per le

sconnesse pietre, erbe lunghissime e piante salvatiche abbarbicate

nelle rovine, e che parevano crescere a stento in mezzo alla

desolazione che le circondava. Le torri erano congiunte da una cortina

munita di merli e casematte. Dall'alto della vôlta cadeva una pesante

saracinesca. Da questa porta, le mura dei bastioni comunicavano con

altre torri sporgenti sul precipizio; ma queste muraglie quasi

rovinate mostravano i guasti della guerra. Mentre Emilia osservava con

tanta attenzione, si udì aprire i grossi catenacci. Un vecchio

servitore comparve, e spinse le imposte per lasciar entrare il suo

signore. Mentre le ruote giravano con fracasso sotto quelle

saracinesche impenetrabili, Emilia si sentì mancare il cuore, credendo

entrare nella sua prigione. Il cupo cortile che traversarono

confermònne la lugubre idea; e la di lei immaginazione, sempre attiva,

le suggerì un terror maggiore di quel che potesse giustificarlo la sua

ragione.

Un'altra porta l'introdusse nel secondo cortile, ancor più tristo del

primo. Emilia ne giudicava alla fioca luce del crepuscolo, vedendone

le alte mura tappezzate d'ellera e di musco, e le merlate torri

giganteggianti. L'idea di lunghi patimenti e d'un assassinio le colpì

l'immaginazione d'improvviso orrore. Questo sentimento non diminuì

allorchè entrò in una sala gotica, immensa, tenebrosa. Una face che

brillava da lontano traverso una lunga fila d'arcate serviva solo a

renderne più sensibile l'oscurità.

L'arrivo inaspettato di Montoni non aveva permesso alcun preparativo

per riceverlo. Il servo da lui spedito partendo da Venezia, l'aveva

preceduto di pochi momenti, e questa circostanza scusava in qualche

modo lo stato di nudità e disordine del castello.

Il servo che venne a far lume, salutò il padrone tacendo, e la di lui

fisonomia non fu animata da veruna apparenza di piacere. Montoni

rispose al saluto con leggiero moto della mano e passò. La moglie lo

seguiva, guardandosi intorno con una sorpresa ed un malcontento, cui

pareva temer di esprimere. Emilia, vedendo l'immensa estensione di

quell'edificio, con timido stupore si avvicinò ad una scala marmorea.

Qui gli archi formavano una vôlta altissima, dal centro della quale

pendeva una lampada a tre becchi, che il servitore si affrettò di

accendere. La ricchezza delle cornici, la grandezza di una galleria

che conduceva a molti appartamenti, ed i vetri coloriti d'un

finestrone gotico, furono, gli oggetti che scuoprironsi

successivamente.

Dopo aver girato appiè della scala, e traversata un'anticamera,

entrarono in una vastissima sala. L'intavolato di nero larice ne

aumentava l'oscurità.

«Portate altri lumi,» disse Montoni nell'entrare. Il servo depose la

lucerna ed uscì per ubbidire. La padrona osservò che l'aria della sera

era umida in quel clima, e che avrebbe gradito un po' di fuoco:

Montoni ordinò di accenderne.

Mentr'egli passeggiava pensieroso nella stanza, la signora Montoni

riposava silenziosa sopra un sofà, aspettando il ritorno del servo.

Emilia osservava l'imponente singolarità e l'abbandono di quel luogo,

illuminato da una sola lucerna posta in faccia al grande specchio di

Venezia, che rifletteva oscuratamente la scena, e l'alta statura di

Montoni, che passava e ripassava colle braccia incrociate, e la faccia

ombreggiata dalle piume del suo largo cappello. Il vecchio servitore

tornò di lì a poco carico d'un fascio di legna e seguito da altri due

servi con lumi.

«Vostra eccellenza sia il benvenuto,» disse il vecchio, dopo aver

deposte le legna. «Questo castello è stato lunga pezza deserto. Ci

scuserete sapendo che abbiamo avuto pochissimo tempo. Saranno due anni

il giorno di san Marco prossimo, che vostra eccellenza non è venuta

qui.

--Precisamente,» disse Montoni, «tu hai buona memoria, Carlo; come hai

tu fatto dunque a vivere sì lungamente?

--Ah! signore, molto a stento. I venti freddi che soffiano in questi

luoghi nell'inverno, sono cattivi per me. Aveva pensato più d'una

volta di domandare il permesso a vostra eccellenza di lasciarmi

abbandonare i monti per ritrarmi nella valle; ma non so come sia, io

non posso risolvermi ad abbandonare queste vecchie mura dove ho

vissuto per tanti anni.

--Bene,» disse Montoni; «cosa facesti tu in questo castello dopo la

mia partenza?

--Press'a poco come secondo il solito; ma tutto rovina qui: c'è la

torre di settentrione che ha bisogno di esser risarcita; molte

fortificazioni sono in cattivo stato; una parte del tetto della sala

grande è crollato, e poco mancò non cadesse sulla testa della mia

povera moglie (Dio l'abbia in pace). Tutti i venti vi s'inabissavano

l'inverno scorso. Noi fummo quasi per morir di freddo.

--Ci sono altre riparazioni da fare?» disse Montoni con impazienza.

--Oh! sì, eccellenza. Il bastione è rovinato in tre luoghi. Le scale

della galleria a tramontana sono piene di tante macerie, ch'è

pericoloso passarvi. Il corridoio che mette alla camera di quercia, è

nel medesimo stato. Una sera mi ci avventurai; e...

--Basta basta,» disse Montoni vivamente; «ne discorreremo domattina.»

Il fuoco era già acceso. Carlo spazzò il camino, dispose le sedie,

spolverò una tavola di marmo vicina e uscì.

I nostri personaggi s'accostarono al fuoco. La Montoni tentò appiccar

discorso, ma le brusche risposte del marito ne la distolsero. Emilia

procurò di farsi animo, e con voce tremante disse: «Poss'io

domandarvi, o signore, il motivo di questa improvvisa partenza?» Dopo

una lunga pausa ebbe bastante coraggio per reiterare la domanda.

«Non mi garba rispondere alle interrogazioni,» disse Montoni, «come a

voi non conviene di farmene. Il tempo spiegherà tutto. Desidero

adesso non essere importunato più a lungo. Vi consiglio ad adottare

una condotta più ragionevole. Tutte queste idee di pretesa sensibilità

non sono, a dirla schietta, che debolezze.»

Emilia si alzò per andarsene. «Buona notte,» diss'ella alla zia,

nascondendo con difficoltà la sua emozione.

--Buona notte, mia cara,» rispose questa con accento di bontà

straordinaria in lei. La tenerezza inaspettata fece piangere la

fanciulla, che, salutato Montoni, s'avviò. «Ma voi non sapete dove sia

la vostra camera?» soggiunse la zia. Montoni chiamò il servo che

attendeva nell'anticamera, e gli ordinò di far venire la cameriera di

sua moglie, la quale arrivò poco dopo e seguì Emilia.

«Sai tu dove sia la mia camera?» diss'ella ad Annetta nel traversar la

sala.

--Credo saperlo, signorina, ma è una stanza molto stravagante; è

situata sul bastione meridionale, e ci si va dallo scalone: la camera

della signora è all'altra estremità del castello.»

Emilia salì la scala ed entrò nel corridoio. Percorrendolo, Annetta

ripigliò il chiaccherio.

«È un luogo solitario e tristo questo castello; io tremo tutta nel

pensare che devo soggiornarvi. Oh! quante volte mi son pentita di

avere abbandonata la Francia! non mi sarei mai aspettata, quando

seguii la signora per girare il mondo, di essere imprigionata in un

luogo simile. Oh! non sarei venuta via dal mio paese, quand'anco

m'avessero coperta d'oro.

--Da questa parte, signorina, voltate a sinistra. In verità, son quasi

tentata di credere ai giganti. Questo castello sembra fatto

espressamente per loro. Una notte o l'altra vedremo qualche folletto;

ne devono comparire in quella gran sala, la quale, ne' suoi pesanti

pilastri, somiglia più ad una chiesa, che ad altro.

--Sì,» disse Emilia sorridendo, lieta di sottrarsi a più serii

pensieri, «se noi venissimo qui a mezzanotte e guardassimo nel

vestibolo, lo vedremmo per certo illuminato da più di mille lampade.

Tutti gli spiriti ballerebbero in giro al suon di deliziosa musica; e'

soglion sempre tener lor congreghe in luoghi consimili. Temo, Annetta,

tu non abbia bastante coraggio per assistere a sì bello spettacolo. Se

tu parlassi, tutto svanirebbe all'istante.

--Epperciò credo che se abiterò qui un pezzo diverrò un'ombra anch'io.

--Spero che non confiderai i tuoi timori al signor Montoni; gli

spiacerebbero assaissimo.

--Come! voi dunque sapete tutto, signorina? Oh! no, no. So ben io cosa

devo fare, e se il padrone può dormire in pace, certo tutti qui

possono fare altrettanto... Per quest'andito, signorina; esso conduce

ad una scaletta. Oh! se vedo qualcosa, cado svenuta sicuramente.

--Non è possibile,» disse Emilia sorridendo, e svoltando l'andito che

metteva in un'altra galleria. Annetta si avvide allora d'avere

sbagliata strada, e si smarrì sempre più attraverso altri corridoi:

spaventata infine dai loro giri e dalla solitudine loro, gridò

chiedendo soccorso; ma i servi erano dalla parte opposta del castello,

e non potevano udirla. Emilia aprì la porta d'una camera a sinistra.

La cameriera sclamò:

«Non entrate là dentro, signora, ci perderemmo ancor più.

--Porta il lume: troveremo la strada traverso tutte queste stanze.»

Annetta stava alla porta titubando; essa tendeva il lume per lasciar

vedere la camera, ma i suoi raggi non vi penetravano a metà. «Perchè

non entri?» disse Emilia; «lasciami vedere per dove si va per di qui.»

L'altra si avanzò con ripugnanza. La camera dava adito ad una fuga di

stanze antiche e spaziose. I mobili che le adornavano erano antichi

quanto le muraglie, e conservavano un'apparenza di grandezza, sebbene

logorati dal tempo e dalla polvere.

«Come fa freddo qui,» disse Annetta; «a quanto si dice, non vi ha

abitato nessuno da molti secoli. Andiamo via.

--Da questa parte potremo forse arrivare allo scalone,» rispose

Emilia, e andando sempre avanti, si trovarono in una sala guarnita di

quadri; prese il lume per esaminare quello d'un soldato a cavallo sul

campo di battaglia. Egli puntava la spada sopra un uomo disteso ai

piedi del suo destriero, e che sembrava chiederli mercè. Il soldato,

colla visiera alzata, lo guardava con l'aria della vendetta.

Quest'espressione e tutto il complesso sorpresero Emilia per la sua

somiglianza con Montoni; fremè e volse altrove lo sguardo. Passando

col lume accanto agli altri quadri, ne vide uno coperto da un velo

nero; questa singolarità la colpì; fermossi coll'intenzione di alzare

il velo e considerare ciò che v'era nascosto con tanta cura; pure

esitò. «Madonna!» gridò Annetta; «che vuol dir mai questo? È

sicuramente la pittura, il quadro di cui si parlava a Venezia.

--Che pittura?» disse Emilia. «Che quadro?

--Un quadro,» rispose Annetta, tremante e pallida. «Non ho mai potuto

sapere ciò che fosse.

--Alza quel velo, Annetta.

--Chi? io, signorina, io? No, per tutto l'oro del mondo.

--Ma che cosa hai saputo su questo quadro, che ti spaventa tanto?

--Nulla, signorina, non mi è stato detto nulla. Andiamo via.

--Sicuro, ma prima voglio vedere il quadro; piglia il lume, Annetta,

alzerò io il velo.»

La cameriera prese il lume e fuggì precipitosamente, senza volere

ascoltare Emilia, la quale, non volendo restar al buio, fu obbligata a

seguirla.

«Ma che cos'hai, Annetta? Cosa ti fu detto di quel quadro, che scappi

quando ti prego di restare?

--Non ne so il motivo, e non m'han detto nulla. Tutto quel che so, è

che ci fu qualcosa di spaventoso a tal proposito; che in seguito fu

sempre tenuto coperto d'un velo nero, e che nessuno lo ha veduto da

molto tempo. Si dice che ciò abbia qualche rapporto colla persona che

possedeva il castello prima che appartenesse al padrone; e...

--Benissimo, Annetta, mi accorgo che infatti tu non sai nulla del

quadro.

--No, nulla in verità, signorina; perchè mi hanno fatto promettere di

non parlarne mai. Ma...

--In tal caso,» soggiunse Emilia, vedendola combattuta dalla volontà

di rivelare un segreto, e dal timore delle conseguenze, «in tal caso,

non voglio saperne di più.

--No, signorina; non me lo domandate.

--Tu diresti tutto.»

Annetta arrossì, Emilia sorrise; finirono di traversare quelle stanze,

e si trovarono finalmente in cima allo scalone. La cameriera vi lasciò

la padroncina per chiamare una serva del castello, e farsi condurre

alla camera inutilmente cercata.

Intanto Emilia pensava al quadro. La curiosità la spingea a tornar

indietro per esaminarlo; ma l'ora, il luogo, il cupo silenzio che

regnava intorno, tutto ne la distolse. Pure risolse di tornar col

nuovo giorno al misterioso quadro e sollevarne il velo.

La serva comparve alfine, e condusse Emilia nella sua camera, situata

all'estremità del castello ed in fondo al corridoio, sul quale

s'apriva appunto la fila di stanze che avevano traversate. L'aspetto

deserto di quella camera fece desiderare alla fanciulla che Annetta

non partisse subito. Il freddo umido che vi si sentiva la gelava

quanto il timore; pregò Caterina, la serva del castello, di accenderle

un po' di fuoco.

«Oh! signorina, son molti anni che non venne acceso fuoco in questa

camera,» disse la fantesca.

--Non c'era bisogno di dircelo, buona donna,» soggiunse Annetta; «tutte

le stanze di questo castello son fresche come i pozzi in tempo di

estate: stupisco che voi possiate vivere in un luogo simile. Per me,

vorrei essere a Venezia, o piuttosto in Francia.»

Emilia fe' cenno a Caterina di andare a prender le legna.

«Non capisco,» disse la cameriera, «perchè questa si chiami la camera

doppia.»

La padroncina intanto l'osservava in silenzio, e la trovava alta e

spaziosa come tutte le altre già vedute. Le pareti erano intavolate di

larice; il letto e gli altri mobili pareano antichissimi, ed avevano

quell'aria di tetra grandezza che si osservava in tutto l'edificio.

Essa aprì un finestrone; ma l'oscurità non le permise di nulla

distinguere.

In presenza di Annetta, Emilia procurava di contenersi e trattener le

lacrime. Desiderava ansiosamente di sapere quando si aspettava al

castello il conte Morano; ma temeva di fare un'interrogazione inutile,

e divulgare interessi di famiglia in presenza della servitù. Intanto,

i pensieri d'Annetta occupavansi di oggetti ben diversi: essa amava

molto il maraviglioso; aveva udito parlare d'una circostanza relativa

al castello, che solleticava molto la di lei curiosità. Le avevano

raccomandato il segreto e la sua smania di parlare era così violenta,

che ad ogni istante stava per dir tutto. Era circostanza sì strana! Il

non poter parlarne era un castigo forte per lei; ma Montoni poteva

imporgliene de' più severi ed essa temeva di provocarlo.

Caterina portò le legna, e la fiamma sfavillante fugò alquanto la

nebbia lugubre della stanza; la fante disse ad Annetta che la padrona

la cercava: Emilia restò sola in preda alle sue tristi riflessioni.

Per sottrarvisi, si alzò a considerare meglio la camera ed i mobili.

Vide una porta chiusa poco esattamente; ma accorgendosi non esser

quella ond'era entrata, prese il lume per sapere ove conduceva.

L'aprì, e scorse i gradini d'una scaletta segreta. Volle vedere dove

mettesse, tanto più che comunicava colla camera; ma nello stato

attuale del suo spirito le mancò il coraggio per andar più oltre.

Chiuse la porta, e cercò d'affrancarla, avendo osservato che dalla

parte interna non aveva chiavistello, mentre di fuori ve n'erano fin

due. Appoggiandovi una sedia pesante, rimediò in parte al pericolo; ma

paventava molto d'esser costretta a dormire in quella camera isolata,

sola e con una porta della quale non conosceva la riuscita. Voleva

quasi andar a pregar la signora Montoni acciò permettesse ad Annetta

di passar la notte con lei, ma rigettò quest'idea, persuasa che i di

lei timori sarebbero stati chiamati puerili, e per non iscuoter anche

di troppo la fantasia già alterata della giovine. Queste affliggenti

riflessioni furono interrotte dal rumore di passi nel corridoio: era

Annetta ed un servo che le portavano la cena da parte della zia. Si

mise a tavola vicino al fuoco, ed obbligò la cameriera a mangiar seco

lei. Incoraggita da tale condiscendenza, e dallo splendore e calore

del fuoco, la buona ragazza accostò la sedia a quella d'Emilia, e le

disse:

«Avete mai udito parlare, signorina, dello strano caso che ha messo il

padrone in possesso di questo castello?

--Quale maravigliosa storia ti fu mai detta?» rispose Emilia, cercando

nascondere la viva curiosità che la tormentava.

--Io so tutto,» soggiunse Annetta guardandosi intorno, ed

accostandosele sempre più; «Benedetto mi ha raccontato tutto per

viaggio.--Annetta, mi diss'egli, voi non sapete nulla di quel castello

ove noi andiamo?--No, gli risposi, signor Benedetto; e voi che ne

sapete?--Ma mi lusingo che saprete custodire un segreto, altrimenti

non vi direi nulla per tutto l'oro del mondo.--Ho promesso di non

parlarne, e si assicura che al padrone spiacerebbe molto che se ne

ciarlasse.

--Se hai promesso il segreto,» disse Emilia, «fai male a rivelarlo.»

Annetta tacque alcun poco, poi soggiunse: «Oh! ma per voi, signorina,

so bene che vi posso confidar tutto.»

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 2 · 第 9 / 15 题