CAPITOLO XVIII

Emilia profittò della prima occasione propizia per parlare a Quesnel

del castello della valle. Le sue risposte furono concise, e fatte

coll'accento di chi non ignorando il suo assoluto potere,

s'impazientisce di vederlo messo in dubbio. Le dichiarò che la

disposizione presa era una misura necessaria, e ch'essa doveva andar

debitrice alla di lui prudenza de' vantaggi che gliene sarebbero

ridondati.

«Del resto,» aggiunse «quando il conte veneziano, di cui non mi

ricordo il nome, vi avrà sposata, i fastidi della vostra dipendenza

cesseranno. Come vostro parente, mi rallegro per voi d'una circostanza

tanto felice, e, ardisco dirlo, così poco attesa dai vostri amici.»

Per qualche momento, Emilia restò muta e fredda; quindi procurò

disingannarlo a proposito del poscritto da lei aggiunto alla lettera

di Montoni; Quesnel parve avere ragioni particolari di non crederle, e

per assai tempo persistè ad accusarla di capriccio. Convinto alfine

della di lei avversione per Morano, e del rifiuto positivo che gli

aveva dato, si abbandonò alle stravaganze del risentimento,

esprimendosi colla maggiore asprezza. Lusingato segretamente dal

parentado d'un nobile, onde aveva finto dimenticar il casato, era

incapace d'intenerirsi dei patimenti cui poteva incontrare la nipote

nel sentiero che le segnava la propria ambizione.

Emilia vide tosto tutte le difficoltà che la minacciavano; e

quantunque nessuna persecuzione potesse farla rinunziare a Valancourt

per Morano, essa fremeva all'idea delle violenze di suo zio. A tanta

collera ed a tanto sdegno oppos'ella solamente la dolce dignità d'uno

spirito superiore; ma la fermezza misurata della sua condotta non

servì che ad esacerbare il corruccio di Quesnel, obbligandolo a

riconoscere la sua inferiorità. Finì per dichiararle che, se

persisteva nella sua follìa, e lui e Montoni l'avrebbero abbandonata

al disprezzo universale.

La calma nella quale Emilia erasi mantenuta in presenza dello zio,

l'abbandonò quando fu sola: pianse amaramente; ripetè più d'una volta

il nome del padre, di quel tenero padre che non vedeva più, e di cui

si rammentava tutti gli avvertimenti datile al letto di morte. «Oimè!»

diceva essa; «conosco bene adesso che la forza del coraggio è

preferibile alle grazie della sensibilità. Farò tutti gli sforzi per

adempire alla mia promessa; non mi abbandonerò ad inutili lamenti, e

procurerò di soffrire con fortezza d'animo l'oppressione che non posso

evitare.»

Sollevata in qualche modo dal suo fermo proposito di adempire in parte

alle ultime volontà paterne, terse il pianto, e comparve a tavola

colla consueta serenità.

Verso sera, le signore andarono a prendere il fresco nella carrozza

della Quesnel sulle rive della Brenta. La situazione d'Emilia formava

un contrasto malinconico coll'allegria delle brillanti società riunite

sotto gli alberi lungo il delizioso fiume. Taluni ballavano all'ombra,

altri, sdraiati sull'erba, prendevano gelati, mangiavano frutti e

gustavano in pace le dolcezze d'una bella sera all'aspetto del più bel

paese del mondo.

La fanciulla considerando le lontane vette nevose degli Appennini,

pensò al castello di Montoni, e fremè all'idea ch'egli ve la

condurrebbe, ed avrebbe saputo costringerla all'obbedienza. Questo

timore però svanì, riflettendo ch'era in di lui potere a Venezia, come

lo sarebbe stata in ogni altra parte.

Tornarono a Miarenti assai tardi; la cena era preparata nella

magnifica rotonda già tanto ammirata da Emilia: le signore si

riposarono sotto il portico, finchè Quesnel, Montoni ed altri

gentiluomini vennero a raggiungerle. Emilia faceva ogni sforzo per

tranquillarsi, allorchè una barca sostò d'improvviso alla scalea del

giardino, ed essa distinse la voce di Morano, il quale comparve poco

dopo. Ricevè i di lui complimenti in silenzio, e la sua freddezza

parve da principio sconcertarlo, ma in seguito si rimise, riprese il

suo brio, e la fanciulla osservò che la specie d'adulazione onde

l'opprimevano i suoi zii, e di cui ella maravigliossi forte, eccitava

solo il suo disgusto.

Appena potè ritirarsi, le di lei riflessioni quasi involontariamente

si aggirarono sui mezzi possibili d'indurre il conte a desistere dalle

sue pretese; la sua delicatezza non ne trovò di più efficace fuor

quello di confessargli un vincolo già formato, e rimettersene alla di

lui generosità. Nullameno, quando la domane egli rinnovò le sue

premure, Emilia abbandonò quel progetto: sarebbe repugnato troppo al

di lei orgoglio lo svelare il segreto del suo cuore ad un uomo come

Morano, e domandargli un sacrifizio; talchè respinse con impazienza il

piano già concetto. Ripetè il suo rifiuto nei termini più decisi, e

biasimò severamente la condotta tenuta verso di lei. Il conte ne parve

mortificato, ma continuò a persistere nelle solite assicurazioni di

tenerezza; l'arrivo della Quesnel l'interruppe, e fu per Emilia un

gran soccorso.

Di tal guisa, Emilia passò i giorni più infelici in quella casa

deliziosa a motivo dell'ostinata assiduità di Morano, e della tirannia

crudele che esercitavano su di lei Quesnel e Montoni, i quali

parevano, al par della zia, più risoluti che mai a siffatto

matrimonio. Quesnel, vedendo infine che i discorsi e le minacce erano

egualmente inutili per venire ad una pronta decisione, vi rinunziò, e

tutto fu rimesso al tempo ed al potere di Montoni. Emilia intanto

desiderava tornar a Venezia, sperando colà sottrarsi in parte alle

persecuzioni di Morano; d'altro lato, Montoni, distratto dalle

occupazioni, non sarebbe sempre stato in casa. In mezzo alle sciagure,

pensò anche a raccomandar con forza la povera Teresa a Quesnel il

quale, la lusingò promettendole che non l'avrebbe dimenticata.

Montoni, in un lungo colloquio, concertò con Quesnel il piano da

eseguirsi riguardo alla nipote, e questi promise trovarsi a Venezia

tosto dopo la celebrazione del matrimonio.

Emilia per la prima volta, non provò verun rincrescimento a separarsi

da' parenti. Morano tornò a Venezia nella stessa barca di Montoni. La

fanciulla, la quale osservava gradatamente l'avvicinarsi di quella

superba città, si vide dappresso la sola persona che potesse

diminuirgliene il piacere. Arrivarono verso mezzanotte; Emilia fu

liberata dalla presenza del conte, che seguì Montoni in un casino, e

potè finalmente ritirarsi nella sua camera.

Il dì seguente, lo zio in un breve colloquio dichiarò ad Emilia che

non intendeva esser tirato più per le lunghe; il suo matrimonio col

conte era per lei di un vantaggio così prodigioso, che sarebbe follìa

l'opporvisi, ed una follìa inconcepibile, e che verrebbe celebrato

senza dilazione, e, se facea duopo, senza di lei consenso. La giovane,

la quale fino allora aveva impiegate le ragioni, ricorse alle

preghiere: il dolore le impediva di considerare che, con un uomo del

carattere di Montoni, le suppliche non produrrebbero migliore effetto

delle ragioni. Gli domandò poscia con qual diritto esercitasse egli su

di lei quell'autorità illimitata. In uno stato più tranquillo, non

avrebbe rischiato questa domanda che non le giovava a nulla, e faceva

trionfare Montoni della sua debolezza e del suo isolamento.

«Con qual diritto?» sclamò questi con un sorriso maligno; «col diritto

della mia volontà; se voi potrete sottrarvene, io non vi domanderò con

qual diritto lo faceste. Ve lo ricordo per l'ultima volta: voi siete

straniera, lontana dalla patria; deve interessarvi di avermi per

amico, e ne conoscete i mezzi; se mi obbligate a divenirvi nemico,

m'arrischierò a dire che la punizione supererà la vostra aspettativa;

dovreste ben sapere che non son fatto per essere burlato.»

Emilia restò immobile dopo che Montoni l'ebbe lasciata: era disperata,

o piuttosto stupefatta; il sentimento della sua miseria era il solo

che avesse conservato: la Montoni la trovò in quello stato. La giovine

alzò gli occhi, e il dolore espresso da tutta la di lei persona avendo

senza dubbio intenerita la zia, le parlò con insolita bontà; il cuore

di Emilia ne fu commosso, e dopo aver pianto alcun poco, raccolse

bastante forza per raccontarle il soggetto del suo dolore, e sforzarsi

d'interessarla per lei. La compassione della zia era stata sorpresa,

ma la sua ambizione non poteva moderarsi, e credeva esser già la zia

d'una contessa. I tentativi della fanciulla non riusciron meglio con

lei che con Montoni: ritornò nella sua camera, e cominciò nuovamente a

piangere, risolutissima di sfidare ad ogni costo tutta la vendetta di

Montoni, anzichè sposare un uomo di cui avrebbe disprezzata la

condotta, quand'anco non avesse mai conosciuto Valancourt.

Sopraggiunse poco di poi una faccenda che per qualche giorno sospese

l'attenzione di Montoni; le visite misteriose d'Orsino si erano

rinnovate con maggiore frequenza, dopo il ritorno di Montoni. Cavignì,

Verrezzi, e qualcun altro erano ammessi, oltre Orsino, a questi

conciliaboli notturni: Montoni divenne più riservato e severo che mai.

Se i propri interessi non l'avessero resa indifferente a tutto il

resto, Emilia si sarebbe accorta che meditava qualche progetto.

Una sera che non doveva tenersi riunione, arrivò Orsino agitatissimo e

spedì al casino un suo confidente in cerca di Montoni: lo pregava di

tornare a casa subito, raccomandando al messo di non pronunziar il suo

nome. Montoni tornò sull'istante, trovò Orsino, e seppe tosto il

motivo della visita ed agitazione sua, conoscendone già una parte.

Un gentiluomo veneziano, che aveva recentemente provocato l'odio di

Orsino, era stato pugnalato da scherani pagati da quest'ultimo. Il

morto apparteneva alle prime famiglie, ed il Senato erasi preso a

cuore quell'affare. Uno degli assassini fu arrestato, e confessò,

Orsino essere il reo. Alla nuova del suo pericolo, egli veniva a

trovare Montoni perchè gli facilitasse la fuga, sapendo che in quel

momento tutti gli officiali di polizia erano in cerca di lui per tutta

la città, talchè riuscivagli impossibile di uscirne. Montoni

acconsentì a nasconderlo per qualche giorno finchè la vigilanza fosse

rallentata, e potesse con sicurezza lasciar Venezia. Sapeva il

pericolo che incorreva accordando asilo ad Orsino; ma era tale la

natura delle obbligazioni sue verso quell'uomo, che non credeva

prudente negarglielo.

Tal era la persona ammessa da lui alla sua confidenza, e per la quale

sentiva tanta amicizia, quanto potevalo comportare il suo carattere.

Per tutto il tempo che Orsino rimase nascosto nella casa, Montoni non

volle attirare gli sguardi del pubblico celebrando le nozze del conte;

ma quando la fuga del reo ebbe fatto cessare questo ostacolo, informò

Emilia che il di lei matrimonio avrebbe avuto luogo la mattina

seguente. Essa protestò che non avrebbe mai acconsentito, ed egli

rispose con un maligno sorriso, assicurandola che di buonissima ora il

conte ed un sacerdote si sarebbero trovati in casa sua, e

consigliandola a non isfidare il di lui risentimento con

un'opposizione contraria ai suoi voleri ed al proprio di lei bene.

«Esco per tutta sera,» aggiuns'egli: «ricordatevi che domani do la

vostra mano al conte Morano.»

Emilia, la quale, dopo le ultime di lui minacce, si lusingava che la

crisi giungerebbe al suo termine, fu poco scossa da questa

dichiarazione; studiò dunque il mezzo di farsi coraggio considerando

che il matrimonio non poteva esser valido fintantochè in presenza del

sacerdote ella ricuserebbe di prender parte alla cerimonia. Il momento

della prova si avvicinava, ed essa era egualmente agitata dall'idea

della vendetta e a quella dell'imeneo. Assolutamente incerta sulle

conseguenze del suo rifiuto all'altare, temeva più che mai il potere

illimitato di Montoni, ed era persuasa che avrebbe trasgredite senza

scrupolo tutte le leggi per riuscire ne' suoi progetti.

Mentre stava immersa in questo mare di affanni fu avvertita che Morano

desiderava parlarle. Appena il servo fu uscito con le di lei scuse, se

ne pentì, lo chiamò indietro, e volendo provare se le preghiere e la

fiducia produrrebbero migliore effetto del rifiuto e dello spregio,

gli fece dire che sarebbe andata a trovarlo ella stessa.

La dignità e il nobile contegno con cui mosse incontro al conte,

l'aria rassegnata e pensierosa che ne addolciva la fisonomia, non

erano mezzi capaci per farlo rinunziare a lei, nè servirono se non ad

aumentare una passione che l'aveva già inebriato. Egli ascoltò ciò

ch'essa diceva con apparente compiacenza e gran desiderio di

contentarlo, ma la sua risoluzione era invariabile. Mise in opera con

lei l'arte e l'insinuazione la più raffinata. Persuasa Emilia che non

avesse nulla da sperare dalla di lui giustizia, ripetè solennemente le

sue proteste d'opposizione, e lo lasciò coll'assicurazione formale che

avrebbe saputo mantenersi nella negativa anche malgrado la violenza.

Un giusto orgoglio aveane trattenute le lacrime in presenza di Morano,

ma appena si trovò sola, pianse amaramente, invocando il padre, ed

attaccandosi con dolore inesprimibile all'idea di Valancourt.

La sera era avanzatissima, allorchè la Montoni entrò nella di lei

camera cogli ornamenti nuziali che inviavale il conte. Essa aveva

scansata la nipote per tutta la giornata, temendo cedere ad

un'insolita sensibilità: non ardiva esporsi alla disperazione di

Emilia; e forse la sua coscienza, il cui linguaggio era sì poco

frequente, le rimproverava una condotta sì dura verso un'orfana figlia

di suo fratello, e della quale un padre moribondo le aveva affidata la

felicità.

Emilia non volle vedere quei regali, e tentò, sebbene senza speranza,

un nuovo ed ultimo sforzo per interessare la compassione della zia.

Commossa forse alternativamente dalla pietà o dai rimorsi, seppe

nasconder l'una e gli altri, e rimproverò alla nipote la follia di

affliggersi per un matrimonio che non poteva mancare di renderla

felice. «Certo,» le diss'ella, «se io non fossi maritata, e se il

conte mi offrisse la sua mano, sarei molto lusingata di questa

distinzione. Se io credo dover pensare così, voi, nipote mia, che non

siete ricca, dovete indubitatamente trovarvene onoratissima, e

mostrare una riconoscenza, un'umiltà verso Morano, tale da

corrispondere alla sua condiscendenza. Son sorpresa, ve lo confesso,

di veder lui così sommesso e voi così orgogliosa. Stupisco della sua

pazienza, e, se fossi in lui, vi farei per certo ricordare un po'

meglio dei vostri doveri. Io non vi adulerò, ve lo dico schietto; è

questa ridicola adulazione che vi dà tanta e tale opinione di voi

stessa, che vi fa credere non esservi nessuno che possa meritarvi.

L'ho detto spesso al conte; io non badava alla stravaganza de' suoi

complimenti, e voi li pigliavate alla lettera.

--La vostra pazienza, signora,» disse Emilia, «soffriva allora assai

meno della mia.

--Tutto questo è pura affettazione, null'altro,» rispose la zia; «io

so che l'adulazione v'insuperbisce e vi rende così vana, che credete

ingenuamente di vedere tutti gli uomini ai vostri piedi; ma

v'ingannate. Posso accertarvi, nipote mia, che non troverete molti

adoratori come il conte; chiunque altro vi avrebbe voltate le spalle,

e vi avrebbe lasciata in preda a un tardo pentimento.

--Oh! perchè mai il conte non fa quel che farebbero gli altri?» disse

Emilia sospirando.

--È una fortuna per voi che non sia così,» replicò la zia.

--Io non sono ambiziosa; desidero solo restare nello stato in cui mi

trovo.

--Non si tratta di ciò,» soggiunse la zia; «vedo che pensate sempre a

quel Valancourt. Scacciate, ven prego, queste ubbie amorose e questo

ridicolo orgoglio; diventate ragionevole. D'altronde son tutte ciarle

inutili; voi sarete maritata domani, vogliate o no, già lo sapete: il

conte non vuole esser più a lungo vostro zimbello.»

La fanciulla non tentò rispondere a siffatta singolare aringa,

sentendone l'inutilità. La zia depose i regali del conte sopra un

tavolino ove appoggiavasi Emilia, e le augurò la buona sera.

L'orfanella fissò gli occhi sulla porta dond'era uscita la zia;

ascoltava attenta se qualche suono venisse a rialzar l'abbattimento

spaventoso de' suoi spiriti. Era mezzanotte passata; tutti dormivano,

tranne il servo che aspettava il padrone. Il di lei animo, prostrato

dai dispiaceri, cedè allora a terrori imaginari; tremava considerando

le tenebre dell'ampia stanza in cui trovavasi; temeva senza saper

perchè. Durò in tale stato tanto tempo, che avrebbe chiamata Annetta,

la cameriera della zia, se la paura le avesse concesso d'alzarsi dalla

sedia e traversar le camere. Le tetre illusioni a poco a poco

svanirono; ed andò a letto, non per dormire, era impossibile, ma per

cercar di calmare il disordine dell'accesa fantasia e raccogliere le

forze che le sarebbero state necessarie per la mattina seguente.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 2 · 第 8 / 15 题