Il dì dopo, il conte pranzò in casa Montoni; era straordinariamente
allegro. Emilia osservò nelle sue maniere con lei un'aria di fiducia e
di gioia che non aveva mai avuta; si provò a reprimerlo raddoppiando
la consueta freddezza, ma non le riuscì. Egli parve cercar l'occasione
di parlarle senza testimoni, ma Emilia non volle mai aderire ad
ascoltar cose che non si potessero dire a voce alta. Verso sera, il
signor Montoni e tutta la società andarono a divertirsi sul mare; il
conte, conducendo Emilia allo _zendaletto_[1], portò la sua mano alle
proprie labbra, e la ringraziò della condiscendenza che si era degnata
mostrare. La fanciulla, sorpresa e malcontenta, affrettossi a ritirar
la mano, e credette che scherzasse; ma quando in fondo alle scale
conobbe, dalla livrea, che era lo zendaletto del conte, e che il resto
della società, essendo già entrata in altre gondole, stava per
partire, risolse di non soffrire un abboccamento particolare; gli
diede la buona sera, e tornò verso il portico. Il conte la seguì,
pregando e supplicando, allorchè giunse Montoni, il quale la prese per
mano, e la condusse al zendaletto; Emilia lo pregava sottovoce di
considerare la sconvenienza di quel passo.
¹ Specie di gondoletta ornata con magnificenza.
«Questo capriccio è intollerabile,» diss'egli; «io non vedo qui
nessuna sconvenienza.»
Da quel punto, l'avversione di Emilia pel conte divenne una specie
d'orrore; l'audacia inconcepibile colla quale continuava a
perseguitarla ad onta del suo rifiuto, l'indifferenza ch'egli mostrava
per la sua opinione particolare, finchè Montoni favorisse le sue
pretese, tutto si riuniva per aumentare l'eccessiva ripugnanza ch'essa
non aveva mai cessato di sentire per lui. Si tranquillò però alquanto
sentendo che Montoni sarebbe venuto con loro. Egli si mise da una
parte e Morano dall'altra. Tutti tacevano mentre i gondolieri
preparavano i remi; ma Emilia, fremendo del colloquio che sarebbe
susseguito a quel silenzio, ebbe alfine bastante coraggio per romperlo
con qualche parola indifferente, all'uopo di prevenire le
sollecitazioni dell'uno ed i rimproveri dell'altro.
«Io era impaziente,» le disse il conte, «di esprimere la mia
riconoscenza alla vostra bontà: ma devo pure ringraziare il signor
Montoni, che mi procurò un'occasione tanto desiderata.»
Emilia guardò il conte con un misto di sorpresa e malcontento.
«Come!» soggiuns'egli; «vorreste voi diminuire la soddisfazione di
questo momento delizioso? Perchè rimpiombarmi nella perplessità del
dubbio, e smentire, coi vostri sguardi, il favore delle vostre ultime
dichiarazioni? Voi non potete dubitare della mia sincerità e di tutto
l'ardore della mia passione. È inutile, vezzosa Emilia, senza dubbio,
è inutile affatto che cerchiate di nascondere più a lungo i vostri
sentimenti.
--Se li avessi mai nascosti, signore,» rispose Emilia, «sarebbe
inutile senza dubbio il dissimularli viemaggiormente. Aveva sperato
che mi avreste risparmiata la necessità di dichiararli ancora; ma
poichè mi ci obbligate, vi protesto, e per l'ultima volta, che la
vostra perseveranza vi priva perfin della stima ond'io era disposta a
credervi degno.
--Perdio!» sclamò Montoni; «questo oltrepassa la mia aspettativa;
aveva conosciuto capricci nelle donne, ma... Osservate, madamigella
Emilia, che se il conte è vostro amante, io nol sono, e non servirò di
trastullo alle vostre capricciose incertezze. Vi si propone un
matrimonio che onorerebbe ogni famiglia: ricordatevi che la vostra non
è nobile; voi resisteste lunga pezza alle mie ragioni; il mio onore
adesso è impegnato, e non intendo fare una trista figura. Voi
persisterete, se v'aggrada, nella dichiarazione che m'incaricaste di
fare al conte.
--Bisogna per certo che siate caduto in errore, signore,» disse
Emilia; «le mie risposte su questo soggetto furono costantemente le
medesime; è degno di voi l'accusarmi di capriccio. Se acconsentiste
ad incaricarvi delle mie risposte, è un onore ch'io non sollecitai. Ho
dichiarato io stessa al conte Morano, ed a voi, o signore, che non
accetterò mai l'onore ch'egli vuol farmi, e lo ripeto.»
Il conte guardava Montoni con meraviglia; il contegno di quest'ultimo
mostrava eziandio sorpresa, ma una sorpresa mista a sdegno.
«Qui c'è audacia e capriccio insieme. Negherete voi le vostre proprie
espressioni, signorina?
--Una tal domanda non merita risposta,» disse Emilia arrossendo; «voi
ve la rammenterete, e vi pentirete d'averla fatta.
--Rispondete categoricamente,» replicò Montoni con veemenza. «Dunque
ardite disdire le vostre parole? Vorreste negare che poco fa avete
riconosciuto esser troppo tardi per isciogliervi dai vostri impegni, e
che voi accettaste la mano del conte? lo negherete voi?
--Negherò tutto, perchè nessuna delle mie parole ha mai espresso nulla
di simile.
--Negherete voi quello che scriveste al signor Quesnel vostro zio? Se
ardite farlo, il vostro carattere attesterà contro di voi. Che potete
dire adesso?» continuò Montoni, prevalendosi del silenzio e della
confusione d'Emilia.
--Mi accorgo, signore, che siete in un grand'abbaglio, e ch'io stessa
fui ingannata.
--Non più finzioni, ve ne prego. Siate franca e sincera, se è
possibile.
--Io sono stata sempre tale, signore, e non men fo al certo nessun
merito. Non ho alcun motivo di fingere.
--Cosa vuoi dir tutto questo?» esclamò Morano alquanto commosso.
--Sospendete il vostro giudizio, conte,» replicò Montoni; «le idee
d'una donna sono impenetrabili. Ora, si venga alla spiegazione....
--Scusatemi, signore, se io sospendo questa spiegazione fino al
momento in cui voi sembrerete più disposto alla fiducia; tutto quel
ch'io potrei dire adesso non servirebbe che ad espormi ad insulti.
--Spiegatevi ve ne prego,» disse Morano.
--Parlate,» soggiunse Montoni, «vi accordo tutta la fiducia; sentiamo.
--Permettete che vi porti ad uno schiarimento, facendovi una domanda.
--Mille se v'aggrada,» disse Montoni sdegnosamente.
--Qual era il tema della vostra lettera al signor Quesnel?
--Eh! qual poteva mai essere? L'offerta onorifica del conte Morano.
--Allora, signore, noi ci siamo ingannati stranamente entrambi.
--Noi ci siamo spiegati male, suppongo, nel colloquio precedente alla
lettera. Devo rendervi giustizia; siete molto ingegnosa nel far
nascere un malinteso.»
Emilia procurava di trattenere le lagrime e risponderete con fermezza.
«Permettetemi, signore, di spiegarmi intieramente, o di tacer del
tutto.
--Montoni,» gridò il conte, «lasciatemi patrocinare la mia propria
causa; è chiaro che voi non potete farci nulla.
--Qualunque discorso a tal proposito,» disse Emilia, «è inutile; se
volete farmi grazia, non prolungatelo.
--È impossibile, signora, ch'io soffochi una passione che forma
l'incanto ed il tormento della mia vita. V'amerò sempre, e vi
perseguiterò con ardore instancabile; quando sarete convinta della
forza e costanza della mia passione, il vostro cuore cederà alla
pietà, e forse al ravvedimento.»
Un raggio di luna, cadendo sul volto di Morano, scoperse il
turbamento e l'agitazione dell'anima sua. D'improvviso esclamò: «È
troppo, signor Montoni, voi m'ingannaste, e vi domando soddisfazione.
--A me, signore? l'avrete,» balbettò questi.
--Mi avete ingannato,» continuò Morano, «e volete punire l'innocenza
del cattivo successo dei vostri progetti.»
Montoni sorrise sdegnosamente. Emilia, spaventata dalle conseguenze
che poteva avere quel diverbio, non potè tacere più a lungo. Spiegò il
motivo dello sbaglio, e dichiarò che non aveva inteso consultar
Montoni se non per l'affitto della valle, concludendo, e supplicandolo
di scrivere sul momento a Quesnel onde riparare a siffatto errore.
Il conte poteva appena contenersi; nullameno, mentr'essa parlava,
entrambi stavano attenti ai suoi discorsi. Calmato alquanto il di lei
spavento, Montoni pregò il conte d'ordinare ai gondolieri di tornare
addietro, promettendogli un abboccamento particolare; Morano aderì
senza difficoltà.
Emilia, consolata dalla prospettiva di qualche riposo, adoprò le sue
premure conciliatrici a prevenire una rottura fra due persone che
aveanla perseguitata, ed insultata ben anco senza riguardo.
Lo zendaletto si fermò alla casa di Montoni; il conte condusse Emilia
in una sala, ove lo zio la prese pel braccio e le disse qualcosa
sottovoce. Morano le baciò la mano nonostante tutti i di lei sforzi
per ritirarla, le augurò la buona notte colla più tenera espressione,
e ritornò allo zendaletto, accompagnato dall'altro.
Emilia, nella sua camera, considerò con estrema inquietudine la
condotta ingiusta e tirannica di Montoni, la pertinacia impudente di
Morano e la propria tristissima situazione, lontana dagli amici e
dalla patria. Invano pensava a Valancourt, come a di lei protettore:
egli era trattenuto lontano dal suo servizio, ma si consolava almeno
nel sapere ch'esisteva al mondo una persona la quale divideva le sue
pene, ed i cui voti non tendevano che a liberarnela.
Risolse nondimanco di non cagionargli un dolore inutile
ragguagliandolo come le spiacesse d'aver respinto il suo giudizio
sopra Montoni, benchè però non si pentisse d'aver ascoltata la voce
del disinteresse e della delicatezza, rifiutando la proposta d'un
matrimonio clandestino. Ella nutriva qualche speranza nel suo prossimo
colloquio collo zio; era decisa a dipingergli la sua trista
situazione, e pregarlo di permettergli d'accompagnarlo al di lui
ritorno in Francia; quando d'improvviso ricordossi che la valle, suo
prediletto soggiorno, unico suo asilo, non sarebbe più a di lei
disposizione per lunga pezza. Pianse allora, temendo di trovar poca
pietà in un uomo come Quesnel, il quale disponeva delle sue proprietà
senza nemmen degnarsi di consultarla, e licenziava una serva vecchia e
fedele, mettendola così in istrada. Ma benchè certa di non aver più
casa in patria, e pochi amici, volea tornarvi, per sottrarsi al
dominio di Montoni, la cui tirannide verso di lei e la durezza verso
gli altri pareanle insopportabili. E neppur desiderava abitare collo
zio, il procedere del quale a di lei riguardo bastava a convincerla
del pari non avrebbe altro fatto se non cambiar d'oppressore.
La condotta di Montoni le pareva singolarmente sospetta, a proposito
della lettera a Quesnel. Poteva, da principio, essere stato ingannato;
ma essa temeva non persistesse egli volontariamente nel suo errore per
intimorirla, piegarla ai suoi desiderii, e costringerla a sposare il
conte. In qualunque caso però, era premurosissima di parlarne a
Quesnel, e considerava la sua visita imminente con un misto
d'impazienza, di speranza e timore.
Il giorno seguente, la Montoni, trovandosi sola con Emilia, le parlò
del conte Morano. Parve sorpresa che la sera innanzi non avesse
raggiunto le altre gondole, e ripreso così presto la volta di Venezia.
Emilia raccontò tutto l'accaduto, esprimendo il suo cordoglio per il
malinteso sorto fra lei e Montoni, e supplicò la zia d'interporre i
suoi buoni uffici, perchè questi desse al conte un rifiuto decisivo e
formale; ma si accorse in breve ch'ella sapeva già tutto.
«Non dovete aspettarvi nessuna condiscendenza da me,» le disse: «ho
già dato il mio voto, ed il signor Montoni ha ragione di estorcere il
vostro consenso con tutti i mezzi che sono in suo potere. Quando la
gioventù s'accieca su' suoi veri interessi, e se ne allontana
ostinatamente, la maggior fortuna che possa avere è quella di trovare
amici che si oppongano alle loro follie. Ditemi, in grazia, se, per la
vostra nascita, potevate aspirare ad un partito così vantaggioso, come
quello che vi è offerto?
--No, signora,» rispose Emilia; «io non ho l'orgoglio di pretendere...
--Non si può negare che non ne abbiate una buona dose. Il mio povero
fratello, vostro padre, era anch'egli molto orgoglioso; ma, in verità,
bisogna confessarlo, la fortuna non lo favoriva troppo.»
Sdegnata per questa maligna allusione al padre, ed incapace di
rispondere con sufficiente moderazione, Emilia esitò un momento
confusa; la zia ne trionfava; finalmente le disse: «L'orgoglio di mio
padre, signora, aveva un oggetto nobilissimo; la sola felicità ch'ei
conoscesse, veniva dalla bontà, educazione e carità sua verso il
prossimo. Egli non la fece mai consistere nel superar gli altri in
ricchezza, nè era umiliato della sua inferiorità a tal riguardo. Non
respigneva i miseri e gli sventurati. Disprezzava talvolta quelle
persone le quali, in seno alla prosperità, si rendevano invise a forza
di vanità, d'ignoranza e di crudeltà. Io farò dunque consistere la mia
gloria nell'imitarlo.
--Non ho la pretensione, nipote mia, di comprendere quest'accozzaglia
di bei sentimenti; ne lascio tutta la gloria a voi; ma vorrei
insegnarvi un poco di buon senso, e non vedervi la maravigliosa
saviezza di sprezzare la vostra felicità. Non mi vanto d'una
educazione tanto raffinata come quella che vostro padre si piacque di
darvi, ma mi contento d'un po' di senso comune. Sarebbe stata una vera
fortuna, per vostro padre e per voi, se vi avesse insegnato ad
adoprarlo.»
Emilia, offesa sensibilmente da simili riflessioni sulla memoria del
padre, disprezzando questo discorso, la lasciò d'improvviso e
ritirossi nella sua camera.
Ne' pochi giorni che scorsero da questo colloquio alla partenza per
Miarenti, Montoni non rivolse mai una parola alla nipote; i di lui
sguardi esprimevano il suo risentimento; ma Emilia era molto sorpresa
com'egli potesse astenersi dal rinnovare il soggetto. Lo fu
viemaggiormente vedendo che, negli ultimi tre giorni, il conte non
comparve, e che Montoni non ne pronunziò neppure il nome. Parecchie
congetture le si affacciarono alla mente; temeva talora che la lite si
fosse rinnovata, e fosse riuscita fatale al conte; qualche volta
inclinava a credere che la stanchezza e il disgusto fossero state la
conseguenza del di lei rifiuto, e ch'egli avesse abbandonato i suoi
progetti; da ultimo, s'immaginava che il conte ricorresse allo
strattagemma di sospendere le sue visite, ottenendo da Montoni che non
lo nominasse, nella speranza che la gratitudine e la generosità
opererebbero molto su lei, e determinerebbero un consenso ch'egli non
attendeva più dall'amore. Passava il tempo in queste vane congetture,
cedendo volt'a volta alla speranza ed all'amore: partirono infine per
Miarenti, e quel giorno, come gli altri, il conte non comparve, nè si
parlò menomamente di lui.
Montoni avendo deciso di non partir da Venezia prima di sera, per
evitare il caldo e godere il fresco della notte, s'imbarcarono per
giungere alla Brenta un'ora prima del tramonto. Emilia, seduta sola a
poppa, contemplava in silenzio gli oggetti che fuggivano a misura che
la barca inoltrava: vedeva i palazzi sparire a poco a poco confusi
coll'onde; ben presto le stelle succedettero agli ultimi raggi del
sole, ed una notte fresca e tranquilla l'invitò a dolci meditazioni,
turbate sol dal romore momentaneo dei remi, e dal lieve mormorio delle
acque.
Giunti alle bocche della Brenta, si attaccarono alla barca i cavalli,
e la fecero avanzare speditamente fra due sponde ornate a vicenda
d'alberi altissimi, di ricchi palagi, di giardini deliziosi, e di
boschetti odorosi di mirti e d'aranci. Allora affacciaronsi alla
fanciulla tenere memorie; pensò alle belle sere passate nella sua
valle, ed a quelle trascorse con Valancourt presso Tolosa ne' giardini
della zia. Perduta in tristi riflessioni, e spesso colle lagrime agli
occhi, ne fu scossa d'improvviso dalla voce di Montoni, che l'invitava
a prender qualche rinfresco. Recatasi nella cabina, vi trovò la zia
sola. La fisonomia di questa era accesa di collera, prodotta, a quanto
parea, da un colloquio avuto col marito. Questi la guardava con aria
di corruccio e disprezzo, e per qualche tempo restarono ambedue in
perfetto silenzio. Montoni parlò ad Emilia di Quesnel.
«Mi lusingo, non vorrete persistere nel sostenere che ignoravate il
soggetto della mia lettera.
--Dopo il vostro silenzio mi era figurata, o signore, che non fosse
più necessario d'insistere, e che avreste riconosciuto il vostro
errore.
--Avevate sperato l'impossibile,» sclamò Montoni; «mi sarei dovuto
aspettare dal vostro sesso una sincerità ed una condotta più
riflessiva, colla stessa facilità con cui voi poteste immaginarvi di
convincermi d'errore.»
Emilia arrossì, e non parlò più. Conobbe allora troppo chiaramente che
aveva di fatti sperato l'impossibile, e che laddove eravi stato errore
volontario, non si poteva sperare di convincere; era evidente che la
condotta di Montoni non era stata l'effetto di un malinteso, ma quello
d'un piano concertato.
Impaziente di sottrarsi ad un colloquio tanto dispiacevole ed
umiliante per lei, Emilia tornò fuori a sedere a poppa. Là almeno le
veniva accordato dalla natura quella quiete che le ricusava Montoni.
Quando, svegliata dalla voce d'una guida o da qualche movimento nella
barca, essa ricadea nelle sue riflessioni, pensava all'accoglienza che
le farebbero i coniugi Quesnel, e che cosa direbbe a proposito della
valle. Poi cercava distogliere lo spirito da un soggetto tanto
fastidioso, divertendosi a contemplare i tratti del bel paese
illuminato dalla luna. Mentre la sua imaginazione distraevasi così,
scoprì un edifizio che s'innalzava al disopra degli alberi. Man mano
che la barca inoltrava, udiva rumor di voci; in breve distinse l'alto
portico d'una bella casa ombreggiata da pini e pioppi, e la riconobbe
per la casa medesima statale già mostrata come proprietà del parente
della signora Quesnel.
La barca si fermò vicino ad una scala marmorea che conduceva sotto il
portico, il quale era illuminato. Montoni sbarcò colla sua famiglia, e
trovarono i coniugi Quesnel in mezzo agli amici, assisi su sofà, che
godevano il fresco della notte mangiando frutti e gelati, mentre
alcuni suonatori, in qualche distanza, facevano una bella serenata.
Emilia era già avvezza ai costumi dei paesi caldi, e non fu sorpresa
di trovar quei signori di fuori dal loro portico a due ore dopo
mezzanotte.
Fatti i soliti complimenti, la compagnia prese posto sotto il
portico, e da una sala vicina le furono serviti rinfreschi
squisitissimi. Cessato il piccolo tumulto dell'arrivo, e quando Emilia
si fu rimessa dal turbamento provato in barca fu sorpresa dalla
bellezza singolare di quel luogo, e dai comodi che offriva per
guarentirsi dalle molestie della stagione. Era una rotonda a cupola
scoperta di marmo bianco, sostenuta da colonnati della medesima
materia. Le due ali guardavano su lunghi cortili, lasciando vedere
immense gradinate sulle sponde del fiume. Una fontana in mezzo, co'
suoi zampilli, formava, cadendo un piacevole mormorio, e l'odore soave
dei fiori profumava quel luogo delizioso.
Quesnel parlò dei propri affari col suo tuono ordinario d'importanza.
Vantò i nuovi acquisti, e compianse con affettazione Montoni delle
recenti perdite da lui fatte. Quest'ultimo, il cui orgoglio almeno era
capace di sprezzare una tale ostentazione, scuopriva facilmente, sotto
una finta compassione, la vera malignità di Quesnel. Lo ascoltò con
silenzio sdegnoso, quand'ebbe nominato sua nipote, si alzarono
entrambi ed andarono a passeggiare in giardino.
Emilia intanto si avvicinò alla signora Quesnel, la quale parlava
della Francia. Il solo nome della di lei patria erale caro: provava
gran piacere nel considerare una persona che ne veniva. Quel paese
d'altronde era abitato da Valancourt, e dessa ascoltava attentamente
nella lieve lusinga di sentirlo nominare. La Quesnel che, durante il
suo soggiorno in Francia, parlava con estasi dell'Italia, non parlava
in Italia che delle delizie della Francia, sforzandosi di eccitare la
curiosità altrui raccontando tutte le belle cose che aveva avuto la
fortuna di vedervi.
Emilia attese invano il nome di Valancourt. La signora Montoni parlò a
sua volta delle bellezze di Venezia, e del piacere che sperava gustare
visitando il castello di Montoni negli Appennini. Quest'ultimo
articolo non era trattato che per vanità. Emilia sapeva bene che la di
lei zia apprezzava poco le grandezze solitarie, e quelle in ispecie
che potea presentare il castello di Udolfo. La conversazione continuò
malignandosi vicendevolmente, per quanto poteva permetterlo la
civiltà, con reciproca ostentazione. Assise su morbidi sofà, sotto un
portico elegante, circondate dai prodigi della natura e dell'arte, gli
esseri meno sensibili avrebbero dovuto provare trasporti di
cordialità, buone disposizioni, e cedere con trasporto a tutte le
dolcezze di quei luoghi incantati.
Poco stante albeggiò; sorse il sole, e permise agli sguardi attoniti
di contemplare il magnifico spettacolo che offrivano da lunge i monti
coperti di neve, i declivi verdeggianti, e le ubertose pianure che si
estendevano alle loro falde.
I contadini che andavano al mercato passavano in battello. Gli
ombrelli di tela colorata, che portavano la maggior parte per
guarentirsi dai raggi solari; i canestri di frutti e di fiori che
andavano accomodando nel tragitto; l'abbigliamento semplice e
pittoresco delle villanelle, tutto formava un colpo d'occhio dei più
sorprendenti. La rapidità della corrente, la vivacità dei rematori, i
canti di quei contadini all'ombra delle vele, ed il suono di qualche
rustico strumento, dava a tutta la scena il carattere di una festa
campestre.
Allorchè Montoni e Quesnel ebbero raggiunte le signore, passeggiarono
tutti insieme nei giardini, la cui elegante distribuzione contribuì
molto a distrarre Emilia. La forma maestosa e la ricca verzura dei
cipressi, ch'ella trovava qui nella loro perfezione, l'altezza
smisurata dei pini e dei pioppi, i folti rami dei platani,
contrastavano coll'arte in quei giardini meravigliosi; i boschetti di
mirto ed altre piante fiorite confondevano gli aromatici effluvi con
quelli di mille fiori che smaltavano il terreno, e l'aria veniva
rinfrescata dai limpidi ruscelli, serpeggianti fra i verdi pergolati.
Intanto il sole s'innalzava sull'orizzonte, ed il caldo cominciava a
farsi sentire. La società abbandonò i giardini per andar in cerca di
riposo.