Montoni ed il suo compagno non erano ancora tornati a casa all'alba: i
gruppi delle maschere o dei ballerini si dispersero collo spuntar del
giorno, come tante chimere. Montoni era stato occupato altrove; la di
lui anima poco suscettibile di frivole voluttà, si pasceva nello
sviluppo delle passioni energiche, le difficoltà, le tempeste della
vita che rovesciano la felicità degli altri, rianimavano tutta
l'elasticità dell'anima sua, procurandogli i soli godimenti dei quali
potesse esser capace; senza un estremo interesse la vita non era per
lui che un sonno. Quando gli mancava l'interesse reale, se ne formava
di artificiali, finchè l'abitudine, venendo a snaturarli, cessassero
di esser fittizi: tale era l'amore pel giuoco. Non vi si era
abbandonato dapprincipio che per togliersi dall'inerzia e dal
languore, e vi aveva persistito con tutto l'ardore di una passione
ostinata. Aveva passata la notte con Cavignì a giuocare in una società
di giovani che avevan molto da spendere e molti vizi da soddisfare.
Montoni sprezzava la maggior parte di questa gente, più per la
debolezza de' loro talenti, che per la bassezza delle inclinazioni, e
non li frequentava se non per renderli strumenti de' suoi disegni. Fra
costoro però eranvene di più abili, e Montoni li ammetteva alla sua
intimità, conservando però sopra di loro quell'alterigia decisa che
comanda la sommessione agli spiriti vili o timidi, e suscita l'odio e
la fierezza degli spiriti superiori. Egli avea dunque numerosi e
mortali nemici; ma l'antichità del loro odio era la prova certa del di
lui potere; e siccome il potere era il suo unico scopo, gloriavasi più
di quest'odio che di tutta la stima che avessero potuto tributargli.
Sprezzava dunque un sentimento tanto moderato come quello della stima,
ed avrebbe disprezzato sè medesimo, se si fosse creduto capace di
contentarsene. Nel numero ristretto di coloro ch'egli distingueva,
contavansi i signori Bertolini, Orsino e Verrezzi. Il primo aveva un
carattere allegro e passioni vive; era di una dissipazione e d'una
stravaganza senza pari, ma del resto generoso, ardito e
schietto.--Orsino, orgoglioso e riservato, amava il potere più che
l'ostentazione: avea indole crudele e sospettosa; sentiva vivamente le
ingiurie, e la sete della vendetta non gli dava riposo. Sagace,
fecondo in ripieghi, paziente, costante nella sua perseveranza, sapeva
signoreggiare le azioni e le passioni. L'orgoglio, la vendetta e
l'avarizia erano quasi le sole ch'ei conoscesse: pochi riflessi che
valessero ad arrestarlo, e pochi gli ostacoli che potessero eludere la
profondità de' suoi stratagemmi. Costui era il favorito di Montoni.
Verrezzi non mancava di talenti; ma la violenza della sua
immaginazione lo rendeva schiavo delle passioni più opposte. Egli era
giocondo, voluttuoso, intraprendente, ma non aveva nè fermezza, nè
coraggio vero, ed il più vile egoismo era l'unico principio delle sue
azioni. Pronto ne' progetti, petulante nelle speranze, il primo ad
intraprendere e ad abbandonare non solo le sue imprese, ma anche
quelle degli altri; orgoglioso, impetuoso ed insobordinato: tal
Verrezzi; chiunque però conosceva a fondo il di lui carattere, e sapeva
dirigere le sue passioni, lo guidava come un fanciullo.
Questi erano gli amici che Montoni introdusse in casa sua, ed ammise a
mensa, il giorno dopo il suo arrivo a Venezia. Vi era parimente fra
loro un nobile Veneziano chiamato il conte Morano, ed una tal signora
Livona, che Montoni presentò alla moglie come persona di merito
distinto; essa era venuta la mattina per congratularsi del suo arrivo,
ed era stata invitata a pranzo.
La signora Montoni ricevè di mala grazia i complimenti di quei
signori. Bastava, per dispiacerle, che fossero amici di suo marito; e
li odiava perchè accusavali d'aver contribuito a fargli passar la
notte fuori di casa. Finalmente l'invidiava, chè, sebbene convinta
della poca influenza di lei su Montoni, supponeva che preferisse la
loro società alla sua. Il grado del conte Morano gli fruttò
un'accoglienza che ricusava a tutti gli altri: il di lei portamento,
le maniere sprezzanti, ed il suo stravagante e ricercato abbigliamento
(essa non aveva ancora adottato le fogge veneziane), contrastavano
forte colla bellezza, modestia, dolcezza e semplicità della nipote.
Questa osservava con più attenzione che piacere la società che la
circondava: la bellezza però, e le grazie seducenti della signora
Livona l'interessarono involontariamente; la dolcezza de' suoi accenti
e la sua aria di compiacenza risvegliarono in Emilia le tenere
affezioni che sembravano sopite da lungo tempo.
Per profittare della frescura della sera, tutta la compagnia s'imbarcò
nella gondola di Montoni. Lo splendido fulgore del tramonto coloriva
ancora le onde, andando a morire a ponente; le ultime tinte parevano
dileguarsi a poco a poco, mentre l'azzurro cupo del firmamento
cominciava a scintillar di stelle. Emilia abbandonavasi ad emozioni
dolci e serie insieme; la quiete della laguna su cui vogava, le
immagini che venivano a pingervisi, un nuovo cielo, gli astri
ripercossi nelle acque, il profilo tetro delle torri e de' portici, il
silenzio infine in quell'ora solenne, interrotto sol dal gorgoglio
dell'onda e dai suoni indistinti di lontana musica, tutto sublimava i
suoi pensieri. Sgorgaronle lagrime; i raggi della luna, luminosi ognor
più che le ombre diffondeansi, proiettavano allora su di lei il loro
argenteo splendore. Semicoperta d'un nero velo, la sua figura ne
ricevea un'inenarrabile soavità. Il conte Morano, seduto accanto ad
Emilia, e che l'aveva considerata in silenzio, prese improvvisamente
un liuto, e suonandolo con molta agilità, cantò un'aria piena di
malinconia con voce insinuante. Quand'ebbe finito, diede il liuto ad
Emilia, che, accompagnandosi con quell'istrumento, cantò con molto
gusto e semplicità una romanza, poi una canzonetta popolare del suo
paese; ma questo canto le richiamò al pensiero rimembranze dolorose:
la voce tremante le spirò sul labbro, e le corde del liuto non
risuonarono più sotto la sua mano. Vergognandosi infine della
commozione che l'aveva tradita, passò tosto ad una canzone sì allegra
e graziosa, che tutta la conversazione proruppe in applausi e fu
obbligata a ripeterla. In mezzo ai complimenti che le venivano fatti,
quelli del conte non furono i meno espressivi, e non cessarono se non
quando Emilia passò il liuto alla signora Livona, la quale se ne servì
con tutto il gusto italiano.
Il conte, Emilia, Cavignì e la signora Livona cantarono quindi
canzonette accompagnate da due liuti, e da qualche altro istrumento.
Talvolta gli strumenti tacevano, e le voci, in accordo perfetto,
andavano indebolendosi fino all'ultimo grado; dopo una breve pausa si
rialzavano, gli strumenti riprendevan forza, ed il coro generale
echeggiava per l'aria.
Intanto, Montoni, annoiato di quella musica, rifletteva al mezzo di
disimpegnarsi per seguir coloro che volevano andare a giuocare in un
casino. Propose di tornare a terra: Orsino l'appoggiò con piacere, ma
il conte e tutti gli altri vi si opposero con vivacità.
Montoni meditava di nuovo il modo di sbarazzarsi da quell'impaccio;
una gondola vuota che tornava a Venezia passò accanto alla sua. Senza
tormentarsi più a lungo per una scusa, profittò dell'occasione, e
affidando le signore agli amici partì con Orsino. Emilia, per la prima
volta, lo vide andar via con rincrescimento, poichè considerava la di
lui presenza come una protezione, senza saper bene ciò che avesse a
temere. Egli sbarcò alla piazza San Marco, e correndo al casino, si
perdè nella folla de' giuocatori.
Il conte aveva fatto partire segretamente un suo servo nella barca di
Montoni per mandar cercare i suoi suonatori e la propria gondola.
Emilia, ignara di tutto questo, intese le allegre canzonette de'
gondolieri che, turbando coi remi le onde argentine, ove ripercoteasi
la luna, si avvicinavano, e distinse poco dopo il suono degli
istrumenti, ed una sinfonia veramente armoniosa; nell'istante medesimo
le barche si avvicinarono, il conte spiegò tutto, e passarono nella di
lui gondola parata col gusto più squisito.
Mentre la società gustava rinfreschi di frutti e gelati, i suonatori
nell'altra barca eseguivano deliziose melodie: il conte, seduto
accanto ad Emilia, occupavasi di lei sola, e le prodigava con voce
soave ed appassionata complimenti, il cui senso non poteva esser
dubbioso; per evitarli, essa parlava colla signora Livona, e prendeva
con lui un tuono riservato ed imponente, ma troppo dolce per contenere
le di lui sollecitudini. Egli non poteva vedere, nè ascoltare altri
che Emilia, e non poteva parlare che a lei. Cavignì l'osservava con
mal umore, e la fanciulla con imbarazzo.
Sbarcarono tutti alla piazza San Marco; la serenità della notte
determinò la Montoni ad accettare le proposte del conte, di passare
cioè alcun tempo prima di andare a cena, al di lui casino col resto
della società. Se qualche cosa avesse potuto dissipare gli affanni di
Emilia, sarebbe stata per certo la novità di tutto ciò che la
circondava, gli ornamenti dei ricchi palazzi ed il tumulto delle
maschere.
Finalmente recaronsi al casino, ornato col miglior gusto: eravi
preparata una splendida cena; ma quivi il contegno riserbato di Emilia
fece comprendere al conte quanto gli fosse necessario il favore della
Montoni; la condiscendenza da essa già dimostratagli gl'impediva di
giudicare l'impresa molto difficile; rivolse allora parte delle sue
attenzioni sulla zia, la quale fu talmente lusingata di tale
distinzione, che non potè dissimulare la gioia, e prima della fine
della cena il conte possedeva tutta la sua stima. Quand'egli si
dirigea a lei, il suo volto accigliato si rasserenava, e sorridea a
tutte le sue parole, gradiva tutte le di lui proposte: Morano la
invitò colla società a prendere il caffè nel suo palco al teatro per
la sera dopo; Emilia, avendo inteso ch'ella accettava, non si occupò
più che di trovare una scusa per dispensarsene.
Era già tardi quando s'imbarcarono; la sorpresa d'Emilia fu estrema,
allorchè, uscendo dal casino, vide il sole sorgere dall'Adriatico, e
la piazza San Marco tuttavia piena di gente. Il sonno da gran pezza
le aggravava le palpebre; la frescura del vento marino la ravvivò, ed
essa sarebbe partita di colà con rincrescimento, se non fosse stata la
presenza del conte, il quale volle assolutamente accompagnar le
signore fino a casa. Montoni non era tornato ancora: la di lui moglie
entrò nelle proprie stanze, e liberò Emilia dalla noia della sua
compagnia.
Montoni tornò tardi ed era furente: aveva fatto una grossa perdita;
prima di coricarsi, volle parlare a quattr'occhi con Cavignì, e l'aria
di quest'ultimo fece conoscere abbastanza il dì seguente che il
soggetto della conferenza eragli riuscito poco gradevole.
La Montoni, che per tutto il dì era stata taciturna e pensierosa,
ricevè verso sera alcune Veneziane, la cui affabilità piacque assai ad
Emilia. Queste signore avevano un'aria di scioltezza e cordialità
inesprimibile co' forestieri; parevan conoscerli da molto tempo; la
loro conversazione era a vicenda tenera, sentimentale e briosa. La
Montoni istessa, che non aveva veruna attrattiva per quel genere di
trattenimento, e la cui asciuttezza e l'egoismo contrastavano sovente
all'eccesso colla loro squisita cortesia, ella stessa non potè essere
insensibile alle loro grazie.
Cavignì andò a trovar le signore alla sera: Montoni aveva altri
impegni. S'imbarcarono esse nella gondola per andare alla piazza San
Marco, ove il concorso era numeroso. Dopo una breve passeggiata, si
misero a sedere alla porta di un casino; e mentre Cavignì faceva
portare il caffè e gelati, arrivò il conte Morano. S'avvicinò ad
Emilia con aria d'impazienza e di piacere, che, unita alle di lui
attenzioni della sera precedente, l'obbligarono a riceverlo con timida
riservatezza.
Era quasi mezzanotte allorchè andarono al teatro. Emilia
nell'entrarvi, si rammentò tutto ciò che aveva veduto, e ne fu meno
abbagliata. Tutto lo splendore dell'arte le pareva inferiore
alla semplicità della natura. Il suo cuore non era commosso
dall'ammirazione come alla vista dell'immenso Oceano e della grandezza
de' cieli, al fragor dell'onde tumultuanti, alle melodie d'una musica
campestre. Tai memorie doveano renderle insipida la scena affettata
che le s'offriva allo sguardo.
Scorsero così varie settimane, nelle quali Emilia si compiacque a
considerare un teatro i costumi tanto opposti ai francesi; ma il conte
Morano vi si trovava troppo frequentemente per la di lei tranquillità.
Le sue grazie, la sua figura, le sue belle doti, che facevano
l'ammirazione generale, avrebbero forse interessato anche Emilia, se
il suo cuore non fosse stato prevenuto per Valancourt. Fors'anco
avrebbe fatto meglio a mettere meno pertinacia nelle sue premure.
Qualche tratto del suo carattere che rivelò, indisposero Emilia, e la
prevennero contro le di lui migliori qualità.
Poco dopo il suo arrivo a Venezia, Montoni ricevè una lettera da
Quesnel, che gli annunziava la morte dello zio della propria moglie
nella sua villa sulla Brenta, ed il suo progetto di venir tosto a
prender possesso di cotesta casa e degli altri beni toccatigli. Questo
zio era fratello della madre della signora Quesnel. Montoni eragli
parente da parte di padre, e sebbene non avesse nulla a pretendere da
cotesta ricca eredità, non potè nascondere tutta l'invidia che tale
notizia suscitavagli in cuore.
Emilia aveva osservato che, dopo la sua partenza dalla Francia,
Montoni non aveva conservato nessun riguardo per sua zia: in principio
l'aveva trascurata, ed ora non le mostrava che avversione e cattivo
umore. Ella non aveva mai supposto che i difetti della zia fossero
sfuggiti al discernimento di Montoni, e che lo spirito e la figura di
lei avessero meritata la sua attenzione. La sorpresa cagionatale da
questo matrimonio era stata estrema; ma la scelta era fatta, e non
s'immaginava com'egli potesse così presto mostrarle il suo aperto
disprezzo. Montoni, allettato dall'apparente ricchezza della Cheron,
si trovò singolarmente deluso nelle sue speranze. Sedotto dalle
astuzie da essa messe in opra finchè l'avea creduto necessario, si
trovò incappato nel laccio in cui egli avrebbe voluto far cadere lei
stessa. Era stato giocato dall'accortezza d'una donna, della quale
stimava pochissimo l'intelligenza, e si trovava aver sacrificato
l'orgoglio e la libertà, senza preservarsi dalla rovina disastrosa
sospesa sul di lui capo. La signora Cheron erasi posta in testa
propria la maggior parte delle sostanze. Montoni s'era impadronito del
resto, e benchè la somma ricavatane fosse inferiore alla sua
aspettativa ed ai suoi bisogni, aveva portato questo danaro a Venezia
per abbagliare il pubblico, e tentar la fortuna con un ultimo sforzo.
Le voci riportate a Valancourt sul carattere e la situazione di
Montoni, erano pur troppo esatte. Toccava al tempo ed alle circostanze
a svelare il mistero.
La Montoni non era di carattere da soffrire un'ingiuria con dolcezza,
e molto meno dal risentirla con dignità. Il di lei orgoglio esacerbato
si spiegava con tutta la violenza, tutta l'acredine d'uno spirito
limitato, o almeno mal regolato. Non volea nemmen riconoscere avere
colla sua duplicità provocato in certo qual modo siffatto disprezzo.
Persistè a credere lei sola essere da compiangersi e Montoni da
biasimare. Incapace di concepire qualche idea morale d'obbligazione,
non ne sentiva la forza se non quando la si violava verso di lei. La
sua vanità soffriva già crudelmente per lo sprezzo aperto del
consorte; le restava da soffrir davvantaggio, scuoprendone lo stato di
fortuna. Il disordine della di lui casa faceva conoscere parte della
verità alle persone spassionate; ma quelle che non volevan credere
decisamente se non secondo i loro desideri, erano affatto cieche. La
Montoni non si credeva niente meno d'una principessa, essendo padrona
di un palazzo a Venezia, e di un castello negli Appennini. Talvolta
Montoni parlava di andare per qualche settimana al suo castello di
Udolfo ond'esaminarne lo stato e ritirarne le rendite. Parea non
esservi stato da due anni, e che il castello fosse abbandonato alle
cure d'un vecchio servo, ch'egli chiamava il suo intendente.
Emilia sentiva parlar di questo viaggio con piacere, poichè le
prometteva nuove idee e qualche tregua alle assiduità di Morano.
D'altronde, alla campagna, avrebbe avuto più agio d'occuparsi di
Valancourt, e della malinconica memoria dei luoghi natii.
Il conte Morano non si tenne lunga pezza al muto linguaggio delle
premure. Dichiarò la sua passione ad Emilia, e fece proposte allo zio,
il quale accettò a dispetto del di lei rifiuto. Incoraggito da
Montoni, ed in ispecie da una cieca vanità, il conte non disperò di
riuscire. Emilia fu sorpresa ed offesa sensibilmente della di lui
persistenza. Morano passava tutto il suo tempo in casa di Montoni, vi
pranzava, e seguiva da per tutto Emilia e la sua zia.
Montoni non parlava più d'andare ad Udolfo, e non era in casa se non
quando vi si trovavano il conte ed Orsino. Si notò qualche freddezza
tra lui e Cavignì, sebbene quest'ultimo abitasse sempre nel palazzo.
Emilia s'avvide che lo zio si rinchiudea spesso nelle sue stanze con
Orsino per ore intiere, e qualunque fosse il tema de' loro colloqui,
convien dire che fosse interessantissimo, perchè Montoni trascurava
fin la sua passione favorita pel giuoco, e passava la notte in casa.
Eravi qualcosa di misterioso nelle visite d'Orsino; Emilia n'era più
inquieta che sorpresa, avendo involontariamente scoperto ciò ch'egli
si sforzava di nascondere. Montoni, dopo le visite dell'amico, era
talfiata più pensieroso del solito; tal altra, le sue profonde
meditazioni l'allontanavano da quanto lo circondava, e spandevano
sulla di lui fisonomia un'alterazione tale da renderla terribile.
Altre volte i di lui occhi sfavillavano, e tutta l'energia dell'animo
suo parea prendere maggior vigore nell'idea d'una sorpresa
formidabile. Emilia cercava di seguire con interesse i di lui
mutamenti, ma si guardò bene dal far conoscere l'esito delle sue
osservazioni alla zia, la quale non vedeva ne' modi strani del marito
se non la conseguenza d'una ordinaria severità.
Una seconda lettera di Quesnel annunziò l'arrivo di lui e della moglie
a Miarenti: conteneva inoltre particolari sul fortunato caso che li
conducea in Italia, e finiva con un invito pressantissimo per Montoni,
sua moglie e sua nipote, di andarlo a trovare ne' suoi nuovi possessi.
Emilia ricevè, quasi nel medesimo tempo, una lettera molto più
interessante, e che per qualche tempo calmò l'amarezza del suo cuore.
Valancourt, sperando ch'ella fosse ancora a Venezia, aveva arrischiato
una lettera per la posta; le parlava del suo amore, delle sue
inquietudini e della sua costanza. Aveva languito per qualche tempo a
Tolosa dopo la di lei partenza, avendovi gustato il piacere di visitar
tutti i giorni quei luoghi, ov'ella si trovava del consueto, ed erane
partito per recarsi al castello di suo fratello, nelle vicinanze della
valle. Dopo le più tenere espressioni e lunghi dettagli, egli
aggiungeva:
«_Voi dovete osservare che la mia lettera è datata da parecchi giorni
diversi. Guardate le prime righe, e conoscerete che le scrissi subito
dopo la vostra partenza di Francia. Scrivere a voi, ecco la sola
occupazione che ha potuto rendermi sopportabile la vostra assenza.
Quando converso con voi sulla carta, e vi esprimo ciascuno de' miei
sentimenti, e tutti gli affetti del cuore, mi pare che siate sempre
presente: non ho avuto fino ad ora altra consolazione. Ho differito a
spedire il plico unicamente pel piacere di aumentarlo. Quando una
circostanza qualunque aveva interessato il mio cuore ed infondeva un
raggio di gioia nell'anima mia, mi affrettava di comunicarvelo, e mi
pareva vedervi godere ad una tal descrizione._
«_Debbo farvi nota una circostanza che distrugge in un punto solo
tutte le mie illusioni. Son costretto di andare a raggiungere il mio
reggimento, e non posso più vagar sotto quelle ombre amene, ove mi
figurava di vedervi al mio fianco. La valle è affittata. Ho luogo di
credere che ciò avvenne a vostra insaputa, da quanto mi ha detto
Teresa stamattina, e perciò appunto ve ne parlo. Essa piangeva
raccontandomi che lasciava il servizio della sua cara padrona, ed il
castello nel quale passò tanti anni felici._ E quel che è peggio,
_aggiungeva_, senza una lettera della signora Emilia che me ne
raddolcisca il dolore. Questa è l'opera del signor Quesnel; e ardisco
dire ch'essa ignora tutto quel che si fa in questo luogo.
«_Teresa mi ha detto aver ricevuto una lettera da lui, annunziandole
che il castello era affittato, che non c'era più bisogno del suo
servizio, e che avesse a sloggiare entro una settimana. Qualche giorno
prima di ricevere questa lettera, ella era stata sorpresa dall'arrivo
del signor Quesnel e di un forestiero, i quali avevano esaminato
partitamente il castello._»
Verso la fine della lettera datata una settimana dopo quest'ultima
frase, Valancourt soggiungea:
«_Prima di partire pel reggimento, sono andato stamattina alla valle.
Ho saputo che il locatario vi è già alloggiato, e che Teresa n'è
partita. Ho procurato di aver notizie sul carattere di cotesto
signore, ma indarno. La peschiera era sempre aperta. Vi andai, e vi
passai un'ora, pascendomi dell'immagine della mia cara Emilia. O
Emilia mia! sicuramente noi non siamo separati per sempre, sì, lo
spero, e vivremo l'uno per l'altro._»
Questa lettera le fece versar molte lacrime, ma lacrime di tenerezza e
soddisfazione, sentendo che Valancourt stava bene di salute, e che il
suo affetto per lei non era indebolito nè dal tempo, nè dalla
lontananza. Quanto alla notizia che le dava intorno al suo castello,
era stupita ed offesa che Quesnel l'avesse affittato senza degnarsi
neppure di consultarla. Questo procedere provava evidentemente a qual
punto egli credesse assoluta la sua autorità ed illimitati i suoi
poteri nell'amministrazione del di lei patrimonio. È vero che prima
della sua partenza le aveva proposto di affittare que' fondi, e per
riguardo ad economia essa non aveva fatta obbiezione alcuna; ma
affidare al capriccio d'uno straniero i beni e la casa paterna,
privarla di un asilo sicuro nel caso che qualche disgraziata
circostanza potesse renderglielo necessario; ecco ciò che l'aveva
decisa ad opporvisi forte. Sant'Aubert, negli ultimi momenti della sua
vita, aveva ricevuto da lei la promessa solenne di non disporre mai
del castello, e, soffrendone la locazione, questa promessa era
violata. Era troppo evidente che Quesnel non aveva fatto caso delle di
lei obbiezioni, e considerava come indifferente tutto ciò che si
opponeva ai soli vantaggi pecuniari. Pareva eziandio ch'egli non si
fosse degnato d'informare Montoni di tale operazione, giacchè
quest'ultimo non avrebbe avuto alcun motivo per nascondergliela, se
gli fosse stata nota. Tale condotta spiacque forte ad Emilia e la
sorprese; ma ciò che l'afflisse maggiormente fu il licenziamento della
vecchia e fedel serva del padre suo. «Povera Teresa,» diceva Emilia,
«tu non puoi avere accumulato nulla del tuo salario; tu eri
caritatevole cogli infelici, e credevi morire in quella casa ove hai
passato il fiore degli anni! Povera Teresa! Ora ti hanno scacciata
nella tua vecchiaia, e sarai costretta d'andare mendicando un tozzo di
pane!»
E piangeva amaramente mentre faceva queste riflessioni, pensando a
quel che avrebbe potuto fare per Teresa, e al modo di spiegarsi in
proposito con Quesnel. Temeva assai che la di lui anima insensibile
non fosse capace di pietà. Volle informarsi se nelle sue lettere a
Montoni colui facesse menzione de' suoi affari; lo zio la fece
pregare, di lì a poco, di passare nel suo gabinetto, e immaginandosi
che egli volesse comunicarle qualche passo di lettera di Quesnel
relativo all'affare della valle, vi andò tosto e lo trovò solo.
«Io scrivo al signor Quesnel,» le disse egli, allorchè la vide
entrare, «in risposta ad una lettera che ho ricevuto ultimamente.
Desiderava parlarvi sopra un articolo di questa lettera.
--Anch'io desiderava intertenermi con voi di tal soggetto,» rispose
Emilia.
--È una cosa interessantissima per voi,» soggiunse Montoni; «voi la
vedrete al certo sotto il medesimo aspetto di me, poichè non si può
vederla diversamente; converrete adunque che qualunque obbiezione
fondata sul _sentimento_, come si dice, deve cedere a considerazioni
d'un vantaggio più positivo.
--Accordandovi questo,» disse Emilia modestamente, «mi pare che nel
calcolo dovrebbero entrare anche le considerazioni d'umanità; ma temo
non sia troppo tardi per deliberare a tal proposito, e mi spiace che
non sia più in mio potere di rigettarlo.
--È troppo tardi,» disse Montoni; «ma piacemi vedere che vi
sottomettete alla ragione e alla necessità, senza abbandonarvi a
querele inutili. Applaudisco assaissimo a tale condotta, la quale
annunzia una forza d'animo di cui il vostro sesso è difficilmente
capace. Quando avrete qualche anno di più, riconoscerete il servizio
che vi fanno gli amici vostri, allontanandovi dalle romanzesche
illusioni del _sentimento_. Non ho ancora chiusa la lettera, e potete
aggiungervi qualche linea per informar lo zio del vostro consenso: lo
vedrete fra breve, essendo mia intenzione di condurvi fra pochi
giorni a Miarenti con mia moglie; così potrete discorrere di
quest'affare.»
Emilia scrisse le linee seguenti:
«_È inutile adesso, o signore, il farvi osservazioni sull'affare del
quale il signor Montoni mi dice avervi scritto. Avrei potuto
desiderare che lo si concludesse meno precipitosamente; ciò mi avrebbe
dato tempo per vincere quant'egli chiama_ pregiudizi, _e il cui peso
mi opprime il cuore. Giacchè la cosa è fatta, io mi vi sottopongo, ma
nonostante la mia sommissione, ho molte cose da dire su altri punti
relativi al medesimo soggetto, e li riserbo pel momento in cui avrò
l'onore di vedervi. Intanto vi prego, signore, di voler prender cura
della povera Teresa, in considerazione della vostra affezionatissima
nipote._
«EMILIA SAINT-AUBERT.»
Montoni sorrise ironicamente a ciò che aveva scritto Emilia, ma non le
fece veruna obbiezione. Ella si ritirò nel suo appartamento, e
cominciò una lettera per Valancourt; vi riferiva le particolarità del
suo viaggio, e l'arrivo a Venezia. Vi descrisse le scene più
interessanti del suo passaggio nelle Alpi, le sue emozioni alla prima
vista dell'Italia, i costumi ed il carattere del popolo che la
circondava, e qualche dettaglio sulla condotta di Montoni. Si guardò
bene dal nominare il conte Morano, e meno ancora della di lui
dichiarazione, sapendo quanto il vero amore sia facile ad allarmarsi.