CAPITOLO XVI

Montoni ed il suo compagno non erano ancora tornati a casa all'alba: i

gruppi delle maschere o dei ballerini si dispersero collo spuntar del

giorno, come tante chimere. Montoni era stato occupato altrove; la di

lui anima poco suscettibile di frivole voluttà, si pasceva nello

sviluppo delle passioni energiche, le difficoltà, le tempeste della

vita che rovesciano la felicità degli altri, rianimavano tutta

l'elasticità dell'anima sua, procurandogli i soli godimenti dei quali

potesse esser capace; senza un estremo interesse la vita non era per

lui che un sonno. Quando gli mancava l'interesse reale, se ne formava

di artificiali, finchè l'abitudine, venendo a snaturarli, cessassero

di esser fittizi: tale era l'amore pel giuoco. Non vi si era

abbandonato dapprincipio che per togliersi dall'inerzia e dal

languore, e vi aveva persistito con tutto l'ardore di una passione

ostinata. Aveva passata la notte con Cavignì a giuocare in una società

di giovani che avevan molto da spendere e molti vizi da soddisfare.

Montoni sprezzava la maggior parte di questa gente, più per la

debolezza de' loro talenti, che per la bassezza delle inclinazioni, e

non li frequentava se non per renderli strumenti de' suoi disegni. Fra

costoro però eranvene di più abili, e Montoni li ammetteva alla sua

intimità, conservando però sopra di loro quell'alterigia decisa che

comanda la sommessione agli spiriti vili o timidi, e suscita l'odio e

la fierezza degli spiriti superiori. Egli avea dunque numerosi e

mortali nemici; ma l'antichità del loro odio era la prova certa del di

lui potere; e siccome il potere era il suo unico scopo, gloriavasi più

di quest'odio che di tutta la stima che avessero potuto tributargli.

Sprezzava dunque un sentimento tanto moderato come quello della stima,

ed avrebbe disprezzato sè medesimo, se si fosse creduto capace di

contentarsene. Nel numero ristretto di coloro ch'egli distingueva,

contavansi i signori Bertolini, Orsino e Verrezzi. Il primo aveva un

carattere allegro e passioni vive; era di una dissipazione e d'una

stravaganza senza pari, ma del resto generoso, ardito e

schietto.--Orsino, orgoglioso e riservato, amava il potere più che

l'ostentazione: avea indole crudele e sospettosa; sentiva vivamente le

ingiurie, e la sete della vendetta non gli dava riposo. Sagace,

fecondo in ripieghi, paziente, costante nella sua perseveranza, sapeva

signoreggiare le azioni e le passioni. L'orgoglio, la vendetta e

l'avarizia erano quasi le sole ch'ei conoscesse: pochi riflessi che

valessero ad arrestarlo, e pochi gli ostacoli che potessero eludere la

profondità de' suoi stratagemmi. Costui era il favorito di Montoni.

Verrezzi non mancava di talenti; ma la violenza della sua

immaginazione lo rendeva schiavo delle passioni più opposte. Egli era

giocondo, voluttuoso, intraprendente, ma non aveva nè fermezza, nè

coraggio vero, ed il più vile egoismo era l'unico principio delle sue

azioni. Pronto ne' progetti, petulante nelle speranze, il primo ad

intraprendere e ad abbandonare non solo le sue imprese, ma anche

quelle degli altri; orgoglioso, impetuoso ed insobordinato: tal

Verrezzi; chiunque però conosceva a fondo il di lui carattere, e sapeva

dirigere le sue passioni, lo guidava come un fanciullo.

Questi erano gli amici che Montoni introdusse in casa sua, ed ammise a

mensa, il giorno dopo il suo arrivo a Venezia. Vi era parimente fra

loro un nobile Veneziano chiamato il conte Morano, ed una tal signora

Livona, che Montoni presentò alla moglie come persona di merito

distinto; essa era venuta la mattina per congratularsi del suo arrivo,

ed era stata invitata a pranzo.

La signora Montoni ricevè di mala grazia i complimenti di quei

signori. Bastava, per dispiacerle, che fossero amici di suo marito; e

li odiava perchè accusavali d'aver contribuito a fargli passar la

notte fuori di casa. Finalmente l'invidiava, chè, sebbene convinta

della poca influenza di lei su Montoni, supponeva che preferisse la

loro società alla sua. Il grado del conte Morano gli fruttò

un'accoglienza che ricusava a tutti gli altri: il di lei portamento,

le maniere sprezzanti, ed il suo stravagante e ricercato abbigliamento

(essa non aveva ancora adottato le fogge veneziane), contrastavano

forte colla bellezza, modestia, dolcezza e semplicità della nipote.

Questa osservava con più attenzione che piacere la società che la

circondava: la bellezza però, e le grazie seducenti della signora

Livona l'interessarono involontariamente; la dolcezza de' suoi accenti

e la sua aria di compiacenza risvegliarono in Emilia le tenere

affezioni che sembravano sopite da lungo tempo.

Per profittare della frescura della sera, tutta la compagnia s'imbarcò

nella gondola di Montoni. Lo splendido fulgore del tramonto coloriva

ancora le onde, andando a morire a ponente; le ultime tinte parevano

dileguarsi a poco a poco, mentre l'azzurro cupo del firmamento

cominciava a scintillar di stelle. Emilia abbandonavasi ad emozioni

dolci e serie insieme; la quiete della laguna su cui vogava, le

immagini che venivano a pingervisi, un nuovo cielo, gli astri

ripercossi nelle acque, il profilo tetro delle torri e de' portici, il

silenzio infine in quell'ora solenne, interrotto sol dal gorgoglio

dell'onda e dai suoni indistinti di lontana musica, tutto sublimava i

suoi pensieri. Sgorgaronle lagrime; i raggi della luna, luminosi ognor

più che le ombre diffondeansi, proiettavano allora su di lei il loro

argenteo splendore. Semicoperta d'un nero velo, la sua figura ne

ricevea un'inenarrabile soavità. Il conte Morano, seduto accanto ad

Emilia, e che l'aveva considerata in silenzio, prese improvvisamente

un liuto, e suonandolo con molta agilità, cantò un'aria piena di

malinconia con voce insinuante. Quand'ebbe finito, diede il liuto ad

Emilia, che, accompagnandosi con quell'istrumento, cantò con molto

gusto e semplicità una romanza, poi una canzonetta popolare del suo

paese; ma questo canto le richiamò al pensiero rimembranze dolorose:

la voce tremante le spirò sul labbro, e le corde del liuto non

risuonarono più sotto la sua mano. Vergognandosi infine della

commozione che l'aveva tradita, passò tosto ad una canzone sì allegra

e graziosa, che tutta la conversazione proruppe in applausi e fu

obbligata a ripeterla. In mezzo ai complimenti che le venivano fatti,

quelli del conte non furono i meno espressivi, e non cessarono se non

quando Emilia passò il liuto alla signora Livona, la quale se ne servì

con tutto il gusto italiano.

Il conte, Emilia, Cavignì e la signora Livona cantarono quindi

canzonette accompagnate da due liuti, e da qualche altro istrumento.

Talvolta gli strumenti tacevano, e le voci, in accordo perfetto,

andavano indebolendosi fino all'ultimo grado; dopo una breve pausa si

rialzavano, gli strumenti riprendevan forza, ed il coro generale

echeggiava per l'aria.

Intanto, Montoni, annoiato di quella musica, rifletteva al mezzo di

disimpegnarsi per seguir coloro che volevano andare a giuocare in un

casino. Propose di tornare a terra: Orsino l'appoggiò con piacere, ma

il conte e tutti gli altri vi si opposero con vivacità.

Montoni meditava di nuovo il modo di sbarazzarsi da quell'impaccio;

una gondola vuota che tornava a Venezia passò accanto alla sua. Senza

tormentarsi più a lungo per una scusa, profittò dell'occasione, e

affidando le signore agli amici partì con Orsino. Emilia, per la prima

volta, lo vide andar via con rincrescimento, poichè considerava la di

lui presenza come una protezione, senza saper bene ciò che avesse a

temere. Egli sbarcò alla piazza San Marco, e correndo al casino, si

perdè nella folla de' giuocatori.

Il conte aveva fatto partire segretamente un suo servo nella barca di

Montoni per mandar cercare i suoi suonatori e la propria gondola.

Emilia, ignara di tutto questo, intese le allegre canzonette de'

gondolieri che, turbando coi remi le onde argentine, ove ripercoteasi

la luna, si avvicinavano, e distinse poco dopo il suono degli

istrumenti, ed una sinfonia veramente armoniosa; nell'istante medesimo

le barche si avvicinarono, il conte spiegò tutto, e passarono nella di

lui gondola parata col gusto più squisito.

Mentre la società gustava rinfreschi di frutti e gelati, i suonatori

nell'altra barca eseguivano deliziose melodie: il conte, seduto

accanto ad Emilia, occupavasi di lei sola, e le prodigava con voce

soave ed appassionata complimenti, il cui senso non poteva esser

dubbioso; per evitarli, essa parlava colla signora Livona, e prendeva

con lui un tuono riservato ed imponente, ma troppo dolce per contenere

le di lui sollecitudini. Egli non poteva vedere, nè ascoltare altri

che Emilia, e non poteva parlare che a lei. Cavignì l'osservava con

mal umore, e la fanciulla con imbarazzo.

Sbarcarono tutti alla piazza San Marco; la serenità della notte

determinò la Montoni ad accettare le proposte del conte, di passare

cioè alcun tempo prima di andare a cena, al di lui casino col resto

della società. Se qualche cosa avesse potuto dissipare gli affanni di

Emilia, sarebbe stata per certo la novità di tutto ciò che la

circondava, gli ornamenti dei ricchi palazzi ed il tumulto delle

maschere.

Finalmente recaronsi al casino, ornato col miglior gusto: eravi

preparata una splendida cena; ma quivi il contegno riserbato di Emilia

fece comprendere al conte quanto gli fosse necessario il favore della

Montoni; la condiscendenza da essa già dimostratagli gl'impediva di

giudicare l'impresa molto difficile; rivolse allora parte delle sue

attenzioni sulla zia, la quale fu talmente lusingata di tale

distinzione, che non potè dissimulare la gioia, e prima della fine

della cena il conte possedeva tutta la sua stima. Quand'egli si

dirigea a lei, il suo volto accigliato si rasserenava, e sorridea a

tutte le sue parole, gradiva tutte le di lui proposte: Morano la

invitò colla società a prendere il caffè nel suo palco al teatro per

la sera dopo; Emilia, avendo inteso ch'ella accettava, non si occupò

più che di trovare una scusa per dispensarsene.

Era già tardi quando s'imbarcarono; la sorpresa d'Emilia fu estrema,

allorchè, uscendo dal casino, vide il sole sorgere dall'Adriatico, e

la piazza San Marco tuttavia piena di gente. Il sonno da gran pezza

le aggravava le palpebre; la frescura del vento marino la ravvivò, ed

essa sarebbe partita di colà con rincrescimento, se non fosse stata la

presenza del conte, il quale volle assolutamente accompagnar le

signore fino a casa. Montoni non era tornato ancora: la di lui moglie

entrò nelle proprie stanze, e liberò Emilia dalla noia della sua

compagnia.

Montoni tornò tardi ed era furente: aveva fatto una grossa perdita;

prima di coricarsi, volle parlare a quattr'occhi con Cavignì, e l'aria

di quest'ultimo fece conoscere abbastanza il dì seguente che il

soggetto della conferenza eragli riuscito poco gradevole.

La Montoni, che per tutto il dì era stata taciturna e pensierosa,

ricevè verso sera alcune Veneziane, la cui affabilità piacque assai ad

Emilia. Queste signore avevano un'aria di scioltezza e cordialità

inesprimibile co' forestieri; parevan conoscerli da molto tempo; la

loro conversazione era a vicenda tenera, sentimentale e briosa. La

Montoni istessa, che non aveva veruna attrattiva per quel genere di

trattenimento, e la cui asciuttezza e l'egoismo contrastavano sovente

all'eccesso colla loro squisita cortesia, ella stessa non potè essere

insensibile alle loro grazie.

Cavignì andò a trovar le signore alla sera: Montoni aveva altri

impegni. S'imbarcarono esse nella gondola per andare alla piazza San

Marco, ove il concorso era numeroso. Dopo una breve passeggiata, si

misero a sedere alla porta di un casino; e mentre Cavignì faceva

portare il caffè e gelati, arrivò il conte Morano. S'avvicinò ad

Emilia con aria d'impazienza e di piacere, che, unita alle di lui

attenzioni della sera precedente, l'obbligarono a riceverlo con timida

riservatezza.

Era quasi mezzanotte allorchè andarono al teatro. Emilia

nell'entrarvi, si rammentò tutto ciò che aveva veduto, e ne fu meno

abbagliata. Tutto lo splendore dell'arte le pareva inferiore

alla semplicità della natura. Il suo cuore non era commosso

dall'ammirazione come alla vista dell'immenso Oceano e della grandezza

de' cieli, al fragor dell'onde tumultuanti, alle melodie d'una musica

campestre. Tai memorie doveano renderle insipida la scena affettata

che le s'offriva allo sguardo.

Scorsero così varie settimane, nelle quali Emilia si compiacque a

considerare un teatro i costumi tanto opposti ai francesi; ma il conte

Morano vi si trovava troppo frequentemente per la di lei tranquillità.

Le sue grazie, la sua figura, le sue belle doti, che facevano

l'ammirazione generale, avrebbero forse interessato anche Emilia, se

il suo cuore non fosse stato prevenuto per Valancourt. Fors'anco

avrebbe fatto meglio a mettere meno pertinacia nelle sue premure.

Qualche tratto del suo carattere che rivelò, indisposero Emilia, e la

prevennero contro le di lui migliori qualità.

Poco dopo il suo arrivo a Venezia, Montoni ricevè una lettera da

Quesnel, che gli annunziava la morte dello zio della propria moglie

nella sua villa sulla Brenta, ed il suo progetto di venir tosto a

prender possesso di cotesta casa e degli altri beni toccatigli. Questo

zio era fratello della madre della signora Quesnel. Montoni eragli

parente da parte di padre, e sebbene non avesse nulla a pretendere da

cotesta ricca eredità, non potè nascondere tutta l'invidia che tale

notizia suscitavagli in cuore.

Emilia aveva osservato che, dopo la sua partenza dalla Francia,

Montoni non aveva conservato nessun riguardo per sua zia: in principio

l'aveva trascurata, ed ora non le mostrava che avversione e cattivo

umore. Ella non aveva mai supposto che i difetti della zia fossero

sfuggiti al discernimento di Montoni, e che lo spirito e la figura di

lei avessero meritata la sua attenzione. La sorpresa cagionatale da

questo matrimonio era stata estrema; ma la scelta era fatta, e non

s'immaginava com'egli potesse così presto mostrarle il suo aperto

disprezzo. Montoni, allettato dall'apparente ricchezza della Cheron,

si trovò singolarmente deluso nelle sue speranze. Sedotto dalle

astuzie da essa messe in opra finchè l'avea creduto necessario, si

trovò incappato nel laccio in cui egli avrebbe voluto far cadere lei

stessa. Era stato giocato dall'accortezza d'una donna, della quale

stimava pochissimo l'intelligenza, e si trovava aver sacrificato

l'orgoglio e la libertà, senza preservarsi dalla rovina disastrosa

sospesa sul di lui capo. La signora Cheron erasi posta in testa

propria la maggior parte delle sostanze. Montoni s'era impadronito del

resto, e benchè la somma ricavatane fosse inferiore alla sua

aspettativa ed ai suoi bisogni, aveva portato questo danaro a Venezia

per abbagliare il pubblico, e tentar la fortuna con un ultimo sforzo.

Le voci riportate a Valancourt sul carattere e la situazione di

Montoni, erano pur troppo esatte. Toccava al tempo ed alle circostanze

a svelare il mistero.

La Montoni non era di carattere da soffrire un'ingiuria con dolcezza,

e molto meno dal risentirla con dignità. Il di lei orgoglio esacerbato

si spiegava con tutta la violenza, tutta l'acredine d'uno spirito

limitato, o almeno mal regolato. Non volea nemmen riconoscere avere

colla sua duplicità provocato in certo qual modo siffatto disprezzo.

Persistè a credere lei sola essere da compiangersi e Montoni da

biasimare. Incapace di concepire qualche idea morale d'obbligazione,

non ne sentiva la forza se non quando la si violava verso di lei. La

sua vanità soffriva già crudelmente per lo sprezzo aperto del

consorte; le restava da soffrir davvantaggio, scuoprendone lo stato di

fortuna. Il disordine della di lui casa faceva conoscere parte della

verità alle persone spassionate; ma quelle che non volevan credere

decisamente se non secondo i loro desideri, erano affatto cieche. La

Montoni non si credeva niente meno d'una principessa, essendo padrona

di un palazzo a Venezia, e di un castello negli Appennini. Talvolta

Montoni parlava di andare per qualche settimana al suo castello di

Udolfo ond'esaminarne lo stato e ritirarne le rendite. Parea non

esservi stato da due anni, e che il castello fosse abbandonato alle

cure d'un vecchio servo, ch'egli chiamava il suo intendente.

Emilia sentiva parlar di questo viaggio con piacere, poichè le

prometteva nuove idee e qualche tregua alle assiduità di Morano.

D'altronde, alla campagna, avrebbe avuto più agio d'occuparsi di

Valancourt, e della malinconica memoria dei luoghi natii.

Il conte Morano non si tenne lunga pezza al muto linguaggio delle

premure. Dichiarò la sua passione ad Emilia, e fece proposte allo zio,

il quale accettò a dispetto del di lei rifiuto. Incoraggito da

Montoni, ed in ispecie da una cieca vanità, il conte non disperò di

riuscire. Emilia fu sorpresa ed offesa sensibilmente della di lui

persistenza. Morano passava tutto il suo tempo in casa di Montoni, vi

pranzava, e seguiva da per tutto Emilia e la sua zia.

Montoni non parlava più d'andare ad Udolfo, e non era in casa se non

quando vi si trovavano il conte ed Orsino. Si notò qualche freddezza

tra lui e Cavignì, sebbene quest'ultimo abitasse sempre nel palazzo.

Emilia s'avvide che lo zio si rinchiudea spesso nelle sue stanze con

Orsino per ore intiere, e qualunque fosse il tema de' loro colloqui,

convien dire che fosse interessantissimo, perchè Montoni trascurava

fin la sua passione favorita pel giuoco, e passava la notte in casa.

Eravi qualcosa di misterioso nelle visite d'Orsino; Emilia n'era più

inquieta che sorpresa, avendo involontariamente scoperto ciò ch'egli

si sforzava di nascondere. Montoni, dopo le visite dell'amico, era

talfiata più pensieroso del solito; tal altra, le sue profonde

meditazioni l'allontanavano da quanto lo circondava, e spandevano

sulla di lui fisonomia un'alterazione tale da renderla terribile.

Altre volte i di lui occhi sfavillavano, e tutta l'energia dell'animo

suo parea prendere maggior vigore nell'idea d'una sorpresa

formidabile. Emilia cercava di seguire con interesse i di lui

mutamenti, ma si guardò bene dal far conoscere l'esito delle sue

osservazioni alla zia, la quale non vedeva ne' modi strani del marito

se non la conseguenza d'una ordinaria severità.

Una seconda lettera di Quesnel annunziò l'arrivo di lui e della moglie

a Miarenti: conteneva inoltre particolari sul fortunato caso che li

conducea in Italia, e finiva con un invito pressantissimo per Montoni,

sua moglie e sua nipote, di andarlo a trovare ne' suoi nuovi possessi.

Emilia ricevè, quasi nel medesimo tempo, una lettera molto più

interessante, e che per qualche tempo calmò l'amarezza del suo cuore.

Valancourt, sperando ch'ella fosse ancora a Venezia, aveva arrischiato

una lettera per la posta; le parlava del suo amore, delle sue

inquietudini e della sua costanza. Aveva languito per qualche tempo a

Tolosa dopo la di lei partenza, avendovi gustato il piacere di visitar

tutti i giorni quei luoghi, ov'ella si trovava del consueto, ed erane

partito per recarsi al castello di suo fratello, nelle vicinanze della

valle. Dopo le più tenere espressioni e lunghi dettagli, egli

aggiungeva:

«_Voi dovete osservare che la mia lettera è datata da parecchi giorni

diversi. Guardate le prime righe, e conoscerete che le scrissi subito

dopo la vostra partenza di Francia. Scrivere a voi, ecco la sola

occupazione che ha potuto rendermi sopportabile la vostra assenza.

Quando converso con voi sulla carta, e vi esprimo ciascuno de' miei

sentimenti, e tutti gli affetti del cuore, mi pare che siate sempre

presente: non ho avuto fino ad ora altra consolazione. Ho differito a

spedire il plico unicamente pel piacere di aumentarlo. Quando una

circostanza qualunque aveva interessato il mio cuore ed infondeva un

raggio di gioia nell'anima mia, mi affrettava di comunicarvelo, e mi

pareva vedervi godere ad una tal descrizione._

«_Debbo farvi nota una circostanza che distrugge in un punto solo

tutte le mie illusioni. Son costretto di andare a raggiungere il mio

reggimento, e non posso più vagar sotto quelle ombre amene, ove mi

figurava di vedervi al mio fianco. La valle è affittata. Ho luogo di

credere che ciò avvenne a vostra insaputa, da quanto mi ha detto

Teresa stamattina, e perciò appunto ve ne parlo. Essa piangeva

raccontandomi che lasciava il servizio della sua cara padrona, ed il

castello nel quale passò tanti anni felici._ E quel che è peggio,

_aggiungeva_, senza una lettera della signora Emilia che me ne

raddolcisca il dolore. Questa è l'opera del signor Quesnel; e ardisco

dire ch'essa ignora tutto quel che si fa in questo luogo.

«_Teresa mi ha detto aver ricevuto una lettera da lui, annunziandole

che il castello era affittato, che non c'era più bisogno del suo

servizio, e che avesse a sloggiare entro una settimana. Qualche giorno

prima di ricevere questa lettera, ella era stata sorpresa dall'arrivo

del signor Quesnel e di un forestiero, i quali avevano esaminato

partitamente il castello._»

Verso la fine della lettera datata una settimana dopo quest'ultima

frase, Valancourt soggiungea:

«_Prima di partire pel reggimento, sono andato stamattina alla valle.

Ho saputo che il locatario vi è già alloggiato, e che Teresa n'è

partita. Ho procurato di aver notizie sul carattere di cotesto

signore, ma indarno. La peschiera era sempre aperta. Vi andai, e vi

passai un'ora, pascendomi dell'immagine della mia cara Emilia. O

Emilia mia! sicuramente noi non siamo separati per sempre, sì, lo

spero, e vivremo l'uno per l'altro._»

Questa lettera le fece versar molte lacrime, ma lacrime di tenerezza e

soddisfazione, sentendo che Valancourt stava bene di salute, e che il

suo affetto per lei non era indebolito nè dal tempo, nè dalla

lontananza. Quanto alla notizia che le dava intorno al suo castello,

era stupita ed offesa che Quesnel l'avesse affittato senza degnarsi

neppure di consultarla. Questo procedere provava evidentemente a qual

punto egli credesse assoluta la sua autorità ed illimitati i suoi

poteri nell'amministrazione del di lei patrimonio. È vero che prima

della sua partenza le aveva proposto di affittare que' fondi, e per

riguardo ad economia essa non aveva fatta obbiezione alcuna; ma

affidare al capriccio d'uno straniero i beni e la casa paterna,

privarla di un asilo sicuro nel caso che qualche disgraziata

circostanza potesse renderglielo necessario; ecco ciò che l'aveva

decisa ad opporvisi forte. Sant'Aubert, negli ultimi momenti della sua

vita, aveva ricevuto da lei la promessa solenne di non disporre mai

del castello, e, soffrendone la locazione, questa promessa era

violata. Era troppo evidente che Quesnel non aveva fatto caso delle di

lei obbiezioni, e considerava come indifferente tutto ciò che si

opponeva ai soli vantaggi pecuniari. Pareva eziandio ch'egli non si

fosse degnato d'informare Montoni di tale operazione, giacchè

quest'ultimo non avrebbe avuto alcun motivo per nascondergliela, se

gli fosse stata nota. Tale condotta spiacque forte ad Emilia e la

sorprese; ma ciò che l'afflisse maggiormente fu il licenziamento della

vecchia e fedel serva del padre suo. «Povera Teresa,» diceva Emilia,

«tu non puoi avere accumulato nulla del tuo salario; tu eri

caritatevole cogli infelici, e credevi morire in quella casa ove hai

passato il fiore degli anni! Povera Teresa! Ora ti hanno scacciata

nella tua vecchiaia, e sarai costretta d'andare mendicando un tozzo di

pane!»

E piangeva amaramente mentre faceva queste riflessioni, pensando a

quel che avrebbe potuto fare per Teresa, e al modo di spiegarsi in

proposito con Quesnel. Temeva assai che la di lui anima insensibile

non fosse capace di pietà. Volle informarsi se nelle sue lettere a

Montoni colui facesse menzione de' suoi affari; lo zio la fece

pregare, di lì a poco, di passare nel suo gabinetto, e immaginandosi

che egli volesse comunicarle qualche passo di lettera di Quesnel

relativo all'affare della valle, vi andò tosto e lo trovò solo.

«Io scrivo al signor Quesnel,» le disse egli, allorchè la vide

entrare, «in risposta ad una lettera che ho ricevuto ultimamente.

Desiderava parlarvi sopra un articolo di questa lettera.

--Anch'io desiderava intertenermi con voi di tal soggetto,» rispose

Emilia.

--È una cosa interessantissima per voi,» soggiunse Montoni; «voi la

vedrete al certo sotto il medesimo aspetto di me, poichè non si può

vederla diversamente; converrete adunque che qualunque obbiezione

fondata sul _sentimento_, come si dice, deve cedere a considerazioni

d'un vantaggio più positivo.

--Accordandovi questo,» disse Emilia modestamente, «mi pare che nel

calcolo dovrebbero entrare anche le considerazioni d'umanità; ma temo

non sia troppo tardi per deliberare a tal proposito, e mi spiace che

non sia più in mio potere di rigettarlo.

--È troppo tardi,» disse Montoni; «ma piacemi vedere che vi

sottomettete alla ragione e alla necessità, senza abbandonarvi a

querele inutili. Applaudisco assaissimo a tale condotta, la quale

annunzia una forza d'animo di cui il vostro sesso è difficilmente

capace. Quando avrete qualche anno di più, riconoscerete il servizio

che vi fanno gli amici vostri, allontanandovi dalle romanzesche

illusioni del _sentimento_. Non ho ancora chiusa la lettera, e potete

aggiungervi qualche linea per informar lo zio del vostro consenso: lo

vedrete fra breve, essendo mia intenzione di condurvi fra pochi

giorni a Miarenti con mia moglie; così potrete discorrere di

quest'affare.»

Emilia scrisse le linee seguenti:

«_È inutile adesso, o signore, il farvi osservazioni sull'affare del

quale il signor Montoni mi dice avervi scritto. Avrei potuto

desiderare che lo si concludesse meno precipitosamente; ciò mi avrebbe

dato tempo per vincere quant'egli chiama_ pregiudizi, _e il cui peso

mi opprime il cuore. Giacchè la cosa è fatta, io mi vi sottopongo, ma

nonostante la mia sommissione, ho molte cose da dire su altri punti

relativi al medesimo soggetto, e li riserbo pel momento in cui avrò

l'onore di vedervi. Intanto vi prego, signore, di voler prender cura

della povera Teresa, in considerazione della vostra affezionatissima

nipote._

«EMILIA SAINT-AUBERT.»

Montoni sorrise ironicamente a ciò che aveva scritto Emilia, ma non le

fece veruna obbiezione. Ella si ritirò nel suo appartamento, e

cominciò una lettera per Valancourt; vi riferiva le particolarità del

suo viaggio, e l'arrivo a Venezia. Vi descrisse le scene più

interessanti del suo passaggio nelle Alpi, le sue emozioni alla prima

vista dell'Italia, i costumi ed il carattere del popolo che la

circondava, e qualche dettaglio sulla condotta di Montoni. Si guardò

bene dal nominare il conte Morano, e meno ancora della di lui

dichiarazione, sapendo quanto il vero amore sia facile ad allarmarsi.

I misteri del castello d'Udolfo, vol. 2 · 第 6 / 15 题