CAPITOLO VI.

_Disposizione e numero delle province del Regno sotto ALFONSO, ed

in che modo fossero dalla Regia Camera amministrate; e come fossero

numerati i fuochi di ciascuna città e terra che lo compongono._

Io non veggio donde Marino Freccia[421] abbiasi appreso che il Re

Alfonso avesse diviso questo Regno in sei province. Sin da' tempi

dell'Imperador Federico II, siccome si vide nel XVII libro di

quest'Istoria, era diviso in otto province. Il _Principato_, che

per la sua estensione si divise poi in due, _citra_ ed _ultra_. La

_Calabria_, che per la sua ampiezza bisognò poi dividerla parimente

in due, in _Terra Giordana_, che diciamo ora Calabria _ultra_, e _Val

di Crati_ che Calabria _citra_ oggi s'appella. La _Puglia_ divisa poi

parimente in due, _Terra d'Otranto_ e _Terra di Bari_, e _l'Apruzzo_,

che pur fu diviso in due province; onde a queste otto aggiunte l'altre

quattro, cioè _Terra di Lavoro_, _Basilicata_, _Capitanata_ e _Contado

di Molise_, venne il di lor numero ad arrivare a dodici, come è al

presente. Ed è tanto lontano che Alfonso avesse ristretto il di lor

numero, che fu costante opinione de' nostri Scrittori, ch'egli avesse

diviso l'Apruzzo in due province per toglier le brighe che solevan

insorgere fra' Questori per l'esazion delle tasse e dei dazj[422]. Ma

niun'altra scrittura più manifestamente convince nel Regno d'Alfonso

il numero di queste province essere di dodici, quanto la general

Tassa delle Collette che furono nuovamente imposte per l'entrata

trionfale di Alfonso, che fece in Napoli nel 1443, e per la quale fu

anche tassato il popolo napoletano. Fu questa scrittura impressa de

Camillo Tutini[423] nel suo libro de' sette Ufficj del Regno, ch'egli

estrasse dall'Archivio maggiore della Regia Camera. Mancavi solamente

la provincia di Terra d'Otranto, non sappiamo se per la voracità del

tempo, ovvero perchè possedendosi questa provincia per la maggior sua

parte dal Principe di Taranto, parente del Re, ne fosse stata perciò

eccettuata; e nel novero delle città e terre di tutte le altre province

mancano ancora le città demaniali, per le quali bisogna credere che

si fosse fatta tassa separata. I registratori però commisero errore in

notarne la rubrica, perchè in vece di dire: _Triumphi Regis Alphonsi_,

dissero: _Tassa Collectarum felicis Coronationis Regis Alphonsi noviter

imposita ad recolligendum a Baronibus Provinciarum Regni, ultra Terras

demaniales_; poichè ancor che Alfonso nel 1445 avesse ottenuta Bolla da

Papa Eugenio, per la quale se gli prometteva di mandargli il Cardinal

di S. Lorenzo o altra persona per solennemente coronarlo; nulladimanco

non fu mai questa solennità celebrata in tutto il tempo che visse. Si

registrano in questa cedola, toltane Terra d'Otranto, tutte l'altre

undici province, colle città e terre baronali ed i loro baroni con

quest'ordine e nomi: _Principato citra, et ultra: Basilicata: Terra di

Lavoro e Contado di Molise: Apruzzo citra: Apruzzo ultra: Provincia

Calabriae Vallis Cratis: Provincia Calabriae ultra: Capitanata:

Provincia Terrae Bari._

Ecco dunque che nel Regno d'Alfonso le province del Regno non erano

minori di quel che vediamo ora. Nel che si convince parimente l'errore

del _Guicciardino_[424], il quale scrisse che Alfonso avesse variata la

denominazione antica delle province, ed avendo rispetto a facilitare

l'esazioni dell'entrate, avesse diviso tutto il Regno in sei province

principali; cioè, in Terra di Lavoro, Principato, Basilicata, Calabria,

Puglia ed Apruzzi; delle quali la Puglia era divisa in tre parti, cioè

in Terra d'Otranto, Terra di Bari e Capitanata. Errore quanto degno di

scusa a questo Scrittore, che come forestiere non potè averne esatta

notizia, altrettanto da non condonarsi a Marino Freccia Scrittor

nazionale e regio Ministro di Napoli.

Ma ciò che dovrà notarsi nel tempo di questo Re, sarà il vedere che non

pure tutte le isole a queste province adjacenti, delle quali si parlerà

più innanzi, ma anche l'isola di Lipari, non già alla Sicilia, ma alla

_Calabria_ era attribuita.

Accrebbe ancora questo Principe la provincia del _Principato

ulteriore_, col nuovo acquisto della città di Benevento, e distese

sopra lo Stato della Chiesa romana li confini di _Terra di Lavoro_ più

di quello che ora sono; ed aggiunse parimente al Regno la Sovranità

sopra lo Stato di Piombino.

La città di Benevento, come si è potuto vedere ne' precedenti libri di

quest'Istoria, per le cagioni ivi rapportate, fu lungamente posseduta

da' Pontefici romani; ed ancorchè sovente fosse stata interrotta la

loro possessione da Roberto Guiscardo, da Ruggiero I Re di Sicilia,

da Guglielmo II, dall'Imperador Federico II e da altri Re, secondo

che le congiunture della guerra o d'inimistà portarono; nulladimanco

sempre poi ne' trattati di pace fu alla Chiesa restituita, riputandosi

questa città come fuori del Regno; poichè quando di queste province se

ne formò un Regno, si trovava già da quella divisa e separata, e sotto

l'ubbidienza de' romani Pontefici; ond'è, che in tutte le investiture

fu sempre quella eccettuata. Nel Regno di Carlo III di Durazzo, Urbano

VI la diede in governo a Ramondello Orsino, che fu poi Principe di

Taranto, per averlo liberato dalle mani di Carlo, quando lo teneva

assediato in Nocera. Chiamato Alfonso alla conquista del Regno per

l'adozione della Regina Giovanna II essendo insorti que' contrasti

che finalmente proruppero in sanguinose guerre; Alfonso che tenne

contrarj due Papi, occupò Benevento, senza che pensasse di doverla

mai restituire, come avean fatto gli altri Re suoi predecessori.

Ne' trattati di pace che si s'ebbero in Terracina col Legato di Papa

Eugenio, fa molto dibattuto sopra la sua restituzione, la quale non fu

accordata dal Re; e sol si convenne che insieme con Terracina dovesse

ritenerla in nome della Chiesa per tutto il tempo di sua vita: ma che

all'incontro si lasciassero sotto il governo del Papa Città Ducale,

Acumoli e la Lionessa, terre importantissime della provincia d'Apruzzo

ulteriore. Ma da poi essendo ad Eugenio succeduto Niccolò V, furono

ad Alfonso restituite le suddette Terre della Montagna dell'Amatrice;

ond'è che il Contado di Acumoli, confinando con quello di Norcia,

perchè si togliesse ogni occasione di controversia di confini fu dal

Conte di Miranda, nell'anno 1389, pubblicata prammatica[425], colla

quale fu proibita ogni sorte d'alienazione de' territorj d'Acumoli, che

sono ne' suddetti confini, a' forestieri, e specialmente a' Norcesi; e

rimasero parimente Benevento e Terracina in potere del Re, assolvendolo

ancora dal tributo de' due Sparvieri, che per dette due città dovea

alla Sede Appostolica: onde la provincia di _Principato ultra_ in tutto

il tempo che regnò Alfonso, riconobbe, anche perciò che riguarda la

politia temporale, Benevento per suo capo e metropoli. Nè dopo la morte

d'Alfonso fu restituita alla Chiesa, ma Ferdinando I suo successore

parimente la ritenne per lungo corso di tempo: in appresso dopo varj

trattati avuti col Pontefice Pio II la restituì al medesimo; dal qual

tempo in poi, con non interrotta possessione, insino ad ora si vide

sotto il dominio della Sede Appostolica, e riputata città fuori del

Regno. Della medesima avea a' tempi de' nostri avoli tessuta una esatta

e piena istoria _Alfonso di Blasio_ gentiluomo Beneventano; ed il

quarto volume conteneva quest'ultimo stato, nel quale giacque suddita

a' Papi. Secondo una sua epistola del 1650 rapportata dal Toppi[426],

nella quale ci dà l'idea di quest'opera, egli v'avea travagliato

trent'anni, e secondo i varj suoi stati (prima d'essere stata

soggiogata da' Romani, nel tempo che fu dominata da' medesimi in forma

di Colonia, sotto i suoi Duchi e Principi, e finalmente sotto i Papi)

l'avea divisa in quattro volumi. Sosteneva che l'antichissima città di

Sannio fosse stata Benevento, rifiutando l'opinione di Cluverio e di

Salmasio che negarono la sussistenza della città di Sannio. Ma morto

al piacere dell'immortal suo nome che senza dubbio per cotal opera

avrebbesi acquistato, non potè vederne il fine; ed i suoi manuscritti

con tanta trascuraggine non curati, giacciono ora sepolti in profonda

caligine, senza che vi fosse stato chi se ne avesse presa cura o

pensiere di fargli imprimere.

La provincia di _Terra di Lavoro_ nel Regno d'Alfonso distese molto più

i suoi confini sopra lo Stato della Chiesa romana che ora non tiene.

Li Pontefici romani pretesero che la città di Gaeta s'appartenesse

allo Stato della lor Chiesa; e fondavano questa lor pretensione, come

si disse ne' precedenti libri di quest'Istoria, nella liberalità di

Carlo M. quando pretese toglierla a' Greci per farne un dono alla

Chiesa di Roma, siccome avea fatto di Terracina e dell'altre spoglie

de' Greci. Ma essendosi in que' tempi opposto Arechi Principe di

Benevento, frastornò ogni lor disegno, e proccurò che tosto questa

città ritornasse sotto la dominazione degl'Imperadori d'Oriente, i

quali vi mandavano i Patrizj loro Ufficiali per governarla. Ma non

per ciò si astennero i Pontefici romani, quando le congiunture lo

portavano, di far dell'intraprese, e quando vedevano non poterle

mantenere, ne investivano un Principe più potente. Così leggiamo che

Giovanni VIII la concedè a Pandolfo Conte di Capua, che morì nell'anno

882[427]; e Lione Ostiense[428] scrive, che Gaeta in que' tempi serviva

al Papa; ma ritornò ben tosto sotto gl'Imperadori d'Oriente, e ne'

tempi seguenti, avendo i Normanni spogliati i Greci di ciò che loro

era rimaso in queste nostre province, essi se n'impadronirono; ond'è

che s'intitolavano ancora Duchi di Gaeta. A' Normanni essendo succeduti

i Svevi, e poi gli Angioini, ed a questi ora Alfonso, e poi gli altri

Aragonesi e finalmente gli Austriaci, questa città fu con continuata

e non interrotta possessione da' nostri Re ritenuta, e come una delle

città di questa provincia fu sempre riputata.

Ma la medesima sorte non ebbe Terracina se non a' tempi d'Alfonso.

Questa città pure come spoglia de' Greci fu da Carlo M., avendola tolta

a' medesimi, donata alla Chiesa romana[429]; ma i Normanni, discacciati

i Greci, in lor vece la pretesero[430]. Non l'abbandonaron con tutto

ciò i Pontefici e la riebbero: tanto che con interrotta possessione

ora da Papi, ora da' nostri Re fu occupata e sempre combattuta, finchè

solamente Alfonso per via d'accordo e di capitolazioni avute con due

Pontefici, stabilmente non la unisse a questa provincia; e per lungo

tempo i confini del Regno verso quella parte si distesero sino a

questa Città. Eugenio IV come si è veduto, in iscambio d'Acumoli, città

Ducale e Lionessa, diede in governo ad Alfonso, Benevento e Terracina

per tutto il tempo di sua vita; da poi s'ampliò la concessione

a Ferdinando ed a' suoi successori perpetualmente. Niccolò V suo

successore confermò quanto Eugenio avea fatto; anzi restituì ad Alfonso

quelle Terre, e volle che Benevento e Terracina rimanessero a lui

senz'alcuna obbligazione di censo. Fu Terracina nel Regno d'Alfonso, e

ne' primi anni di Ferdinando suo figliuolo ritenuta. Ma poi Ferdinando

per tenersi amico Pio II, che gli diede l'investitura, negatagli da

Calisto, bisognò che la restituisse[431] insieme con Benevento; onde i

romani Pontefici di nuovo l'incorporarono al loro Stato, donde mai da

poi potè divellersi: sursero quindi le tante controversie ne' confini

tra la Sede Appostolica ed i nostri Re, i quali conservarono sempre

queste ragioni per riaverla secondo che le congiunture portassero; ed

il Chioccarello nel ventesimoprimo tomo de' suoi M. S. Giurisdizionali

di tutte queste ragioni ne fece particolare ed accurata raccolta[432].

Non trascurò Alfonso le sue ragioni sopra altri luoghi di quest'istessa

provincia pur pretesi ed invasi da' romani Pontefici. Il Castello di

Pontecorvo, non più che otto miglia lontano da Monte Cassino[433], dove

ora risiede il Vescovo d'Aquino, era certamente dentro il distretto

di questa provincia di Terra di Lavoro. Fu edificato nel tenimento

d'Aquino presso un ponte curvo, onde prese il nome, da Rodoaldo

Castaldo, ne' tempi dell'Imperador Lodovico, siccome narra Lione

Ostiense[434]. Il monastero Cassinense, a cui fu poi nel 1105 conceduto

da Riccardo Principe di Benevento, per lungo tempo lo tenne[435]: ma

gli Abati di questo monastero eran in que' tempi entrati in pretensione

di posseder tutte le terre del loro monastero, come Signori assoluti,

senza dipender da altro Principe, nè riconoscere altro supremo ed

eminente dominio: perciò independentemente ne infeudavano gli altri con

farsi prestare il giuramento di fedeltà e di ligio omaggio, de' quali

giuramenti l'Abate della Noce[436] ne porta due formole. Porta ancora

questo Autore l'investitura, che l'Abate Oderisio fece della metà di

questo castello a Giordano Pinzzast durante la sua vita solamente,

ma che dopo la sua morte tornasse al monastero. Questa pretensione

certamente in que' tempi se la fecero valere, poichè eran entrati in

tanta alterigia, che poser eserciti armati in campagna, e mosser guerre

in que' tempi turbolentissimi, difendendosi i loro castelli con mano

armata. Ma in decorso di tempo, sterminati da queste province tanti

piccioli Signori e ridotte quelle in forma di Regno sotto il famoso

Ruggiero I Re di Sicilia, le Terre di questo Monastero furono trattate

da' Re normanni, da' Svevi ed Angioini non meno che l'altre Terre

degli altri Baroni, delle quali i Re aveano il supremo ed eminente

dominio ed alta giurisdizione. Quindi noi leggiamo, che gli Abati di

Monte Cassino nel Regno di Carlo I d'Angiò, volendo tornar all'antiche

pretensioni fur ripressi da questo Principe, il quale nell'anno 1275

scrisse a' suoi Ufficiali, dicendo loro, che le Terre che possedeva il

monastero Cassinense erano soggette al Re, come tutte l'altre Terre e

vassalli del Regno, e che quel monastero e suo Abate non v'aveano altro

che il vassallaggio: onde ordina ad essi, che non facciano aggravare

i suddetti vassalli dall'Abate. Carlo II suo successore, nel 1292,

mentre questo Monastero era amministrato nel temporale e spirituale

dal Vescovo di Tripoli, mandò due Commessari a distinguere i confini

de' Territori tra le Terre di Rocca Guglielma e Pontecorvo, e porvi i

termini: e nel 1307 scrisse al Giustiziere di Terra di Lavoro e Contado

di Molise, che rendesse giustizia all'Abate e monastero suddetto di

non fargli molestare nella possessione d'alcuni beni stabili, ragioni

e vassalli, che tenevano nel distretto di Pontecorvo, spettanti al

suddetto monastero, ma che gli mantenesse nella possessione, nella

quale si trovavano.

Il Re Roberto nel 1311 ordinò all'abate Cassinense che tenesse ben

guardate le fortezze e luoghi di detta Badia esposti all'offesa de'

suoi nemici, e spezialmente S. Germano e Pontecorvo; e nel 1324 essendo

di nuovo insorta lite de' confini tra Rocca Guglielma e Pontecorvo,

commise al Giustiziere di Terra di Lavoro e Contado di Molise, che

dividesse i confini dei territorj delle Terre suddette e vi ponesse i

termini.

La Regina Giovanna I nel 1343 ordinò al Giustiziere di Terra di Lavoro

e Contado di Molise, che non procedesse _ex officio_ contra agli uomini

della Terra di Pontecorvo vassalli del monastero Cassinense negli

loro delitti, eccettuatine quelli, che _de jure_ spettano. E la Regina

Giovanna II, nel 1431, creò Capitano di Pontecorvo per lo rimanente di

quell'anno Niccolò di Somma di Napoli Milite.

Ancora dagli antichi Cedolarj regj si ricava, che la Terra di

Pontecorvo, dalli tempi del Re Carlo I insino alla Regina Giovanna II,

fu sempre tassata nelle tasse generali a pagar le collette alla Regia

Corte, conforme tutte l'altre Terre del Regno, come nell'anno 1274,

1275, 1292, 1295, 1304, 1306, 1309, 1316, 1319, 1320, 1321, 1322,

1323, 1324, 1328, 1333, 1335, 1339, 1395 e 1423, li quali documenti

furon tutti raccolti dal Chioccarello nel tomo 18 de' suoi M. S.

Giurisdizionali.

Ma il monastero Cassinense, avendo patite varie mutazioni, e dalla

Corte romana ora dato in Commenda a qualche Vescovo o Cardinale, ora

restituito nel suo primiero stato, disponendone i Pontefici romani

a lor talento, fu molto ben da essi estenuato con appropriarsi

buona parte de' suoi dominj, tanto che Pontecorvo tolto a' Monaci,

finalmente pervenne in mano della Sede Appostolica. I Papi non vollero

riconoscere i nostri Re per supremi Signori della Terra, come prima

gli riconoscevano gli Abati di quel monastero, ma s'usurparono sopra

quella ogni diritto. Ma il Re Alfonso in tempo dell'inimicizia,

che ebbe con Eugenio IV gli tolse colle armi Pontecorvo, e fin che

regnò, lo tenne, e dopo la sua morte lo trasmise al Re Ferdinando suo

successore. Nella guerra poi, che questo Re ebbe con Giovanni figliuol

di Renato, cotanto ben descritta dal Pontano, gli fu tolto da Giovanni;

ma avendo Ferdinando fatta lega col Pontefice Pio II, il quale contro

Giovanni pose in piedi un fioritissimo esercito, l'esercito del Papa

discacciò Giovanni da que' luoghi che avea presi, e Pontecorvo ritornò

in questa guerra a Ferdinando suo vero padrone[437]. Ma i Pontefici

Romani, che mai trascurano il tempo e l'occasioni di riacquistar

ciò, che una volta possederono, vegghiaron sempre per riaverlo, e

secondo le congiunture portarono, con non picciola trascuraggine de'

Ministri de' nostri Principi, se n'impossessarono di nuovo, e con non

interrotta possessione lo tennero lungamente, ed in fine giunsero, che

nell'investiture del Regno se l'han riserbato, non meno che fecero di

Benevento[438]; ed ultimamente, perchè il Vescovo d'Aquino dimorasse

in più sicuro luogo, han mutata la sua residenza, ed in vece di farlo

risiedere in Aquino antica Sede Cattedrale, oggi risiede in Pontecorvo,

Terra da essi pretesa fuori del dominio de' nostri Re[439]. Anzi

rinovando l'antiche contese de' confini, intrapresero estendergli

sopra Rocca Guglielma, tanto che nel Ponteficato di Paolo V fu d'uopo

al Vicerè D. Pietro Conte di Lemos, mandar in S. Germano il reggente

Fulvio di Costanzo Marchese di Corleto, il quale coll'Arcivescovo di

Chieti Commessario appostolico mandato dal Papa, composero queste

differenze, ed a' 31 maggio 1762 ne fu in S. Germano stipulato

istromento tra il suddetto Arcivescovo e 'l Reggente per la distinzione

de' confini suddetti tra Pontecorvo e Rocca Guglielma, nel quale furono

inserite le loro commissioni sopra di ciò ricevute[440].

Vindicò Alfonso da' Pontefici romani non meno Pontecorvo, che le

picciole isole adiacenti ne' mari di Gaeta. Sono in questo mare quattro

isolette chiamate Ponza, Summone, Palmerola e Ventotene. In alcune

carte Summone e Palmerola, son dette S. Maria e le Botte. Pure sopra

quest'isole i Pontefici romani tentarono dell'intraprese, ancorchè

comprese nel Regno di Napoli, e fossero riputate sempre della diocesi

di Gaeta, e da' nostri Re sempre dominate.

Il Re Carlo I nel 1270 ordinò a' suoi Ufficiali di Terra di Lavoro, che

non facessero molestare l'Abate e Convento del monastero di S. Maria

dell'isola di Ponza dell'ordine Cisterciense della diocesi di Gaeta,

sopra alcuni beni che possedeva nella diocesi di Sessa; ed il nostro Re

Alfonso, avendo Fr. Marcellino d'Alvana ottenuto da lui sorretiziamente

un ordine, che fosse posto in possesso della Badia del monastero di S.

Maria di Ponza, scoverto l'inganno, ordinò che se gli levasse tosto il

possesso e la riscossione de' frutti di detta Badia.

Seguendo in ciò l'esempio d'Alfonso, li successori Re mantennero in

quest'isole il lor possesso; e, regnando l'Imperador Carlo V, abbiamo,

che il Conte di S. Severina Vicerè del Regno nel 1525 spedì più ordini

a' Castellani di Ponza e Ventotene, che le guardassero attentamente, e

con vigilanza contro i Turchi.

Ma nel Regno di Filippo II i Pontefici romani avanzarono le loro

pretensioni, e oltre averne spedite concessioni al Cardinal Farnese ed

al Duca di Parma, i Romani attentarono di fare alcuni Forti nell'isola

di Ponza, di che avendone il Duca d'Ossuna avvisato il Re, Filippo

nel 1584 gli rescrisse, che stasse in ciò con molta avvertenza, in non

permettere, che alcuno usurpi la sua giurisdizione, e che perciò voleva

che pienamente l'informasse di tutto con suo parere. Il Vicerè fece

far consulta dalla Regia Camera, nella quale fu con molta esattezza

dimostrato, che l'isola di Ponza con altre Isole convicine, cioè

Summonte, Palmerola e Ventotene erano comprese nel Regno, nè il Papa

poteva avervi alcun dritto, nè il Duca di Parma, il quale non era che

un semplice e nudo affittatore, avendosele nel 1582 affittate per scudi

13000 per ventidue anni: onde il Re con altra sua carta de' 3 novembre

del medesimo anno 1584 in vista di detta consulta gli ordinò, che

continuasse a conservare le ragioni che egli vi tenea, nè permettesse

che altri sopra quelle facessero innovazione alcuna.

Succeduto poi al governo del Regno il Conte di Miranda, il Cardinal

Farnese mosse trattato col Re Filippo, per mezzo del Conte d'Olivares

allora Ambasciadore in Roma, che queste isole si concedessero in

feudo al Duca di Parma suo fratello cugino: ed inclinando il Re

per le condizioni di que' tempi a farlo, scrisse al Conte nel 1587,

che l'informasse con particolarità di ciò che poteva occorrere in

contrario, ma che fra tanto non permettesse in dette isole vi si

facesse fortificazione alcuna, nè molo nè porto nè cosa simile, insino

che informata del tutto potesse risolvere quel che più conveniva al

suo regal servigio. Ed avendogliene il Conte di Miranda fatta piena

relazione, risolvè il Re d'infeudarle al Duca di Parma con darne avviso

al Vicerè di questa sua risoluzione; ed a' 22 settembre del 1588 ne

scrisse anche al Conte di Olivares suo Ambasciadore in Roma, che in

conformità di quel che avea scritto al Vicerè, veniva a concedere dette

isole in feudo al Duca di Parma con ergerle in Contado[441].

Accrebbe finalmente Alfonso il Regno colla sovranità, che acquistò

sopra lo Stato di Piombino (posto presso il mare tra il Pisano ed

il Sanese), e coll'acquisto della picciola isola del Giglio, di

Castiglione della Pescara e di Gavarra. Nella guerra che Alfonso mosse

in Toscana per indurre i Fiorentini alla pace, ed a richiamare le loro

truppe dall'assedio di Milano, essendogli da' Senesi dato il passo,

pensò, che non per altra parte potesse più utilmente muovere le sue

forze contro i Fiorentini, se non per lo Stato di Piombino, nel cui

Porto potesse far venire da Sicilia la sua armata di mare. Rinaldo

Orsino erane allora Signore, il quale se ben prima avesse seguita la

parte d'Alfonso, cominciò da poi ad aver intelligenza coi Fiorentini,

co' quali finalmente si unì contro il Re. Fece per tanto che Alfonso

deliberasse di fargli guerra; onde dopo aver per tutta la primavera

dell'anno 1488 guerreggiato in Toscana, nel principio di luglio andò a

poner il campo contro Piombino, cingendolo di stretto assedio. Rinaldo

chiamò i Fiorentini che venisser tosto a soccorrerlo, i quali non furon

pigri a farlo[442]; ed azzuffatesi le due armate, riuscì ad Alfonso

di batter in mare i Fiorentini, ed introdurre le sue navi nel Porto

di Piombino, le quali s'impadronirono ancora della vicina isola del

Giglio. Fece dar l'assalto alla città per ridurla; ma sopraggiunta

in quell'està una gran pestilenza nel suo esercito, fu d'uopo levar

l'assedio: trattatasi poi la pace tra 'l Re ed i Fiorentini, con gli

altri Potentati d'Italia, Alfonso l'accettò con queste condizioni,

che rimanessero sotto il suo dominio Castiglione della Pescara, il

Giglio, lo Stato di Piombino e Gavarra: ciò che gli fu accordato; ma

i Fiorentini vollero, che in questa pace si includesse anche Rinaldo

Orsino, e fu accordato che Rinaldo rimanesse Signore di Piombino, con

riconoscere il Re per sovrano, a cui pagasse per tributo ogni anno un

vaso d'oro di 500 scudi.

Era questo Stato della nobilissima famiglia Appiano, e Gherardo

Lionardo Appiano ne fu l'ultimo Signore. Questi essendosi casato

con Paola Colonna, dal cui matrimonio non essendone nati maschi, ma

una sola femmina chiamata Catterina Appiana, ordinò che nello Stato

succedesse non Catterina, ma Emmanuele suo fratello, nel caso, che

Giacomo altro suo fratello morisse, come avvenne, senza figli maschi.

Ma morto Gherardo, Paola sua moglie, avendo casata Catterina sua

figliuola con Rinaldo Orsino, proccurò che Rinaldo suo genero si

fosse reso Signore dello Stato, escludendone Emmanuele e per mezzo de'

Fiorentini ottenne, che Alfonso gli lasciasse lo Stato col tributo del

vaso d'oro, come si è detto.

(_Gherardo a Roo_[443], e per la costui testimonianza, _Struvio Syntag.

Hist. Germ. dissert._ 30 §. 22 rapportano, che gli Orsini collo sborso

di quindicimila ducati, che pagarono all'Imperadore _Federico III_,

ebbero dal medesimo il Principato di Piombino; il quale _Alfonso_ rese

a se tributario).

Essendone da poi morto Rinaldo, Catterina sua moglie mandò Oratori al

Re Alfonso, pregandolo a non darle travagli per li misfatti del marito;

poichè ella seguiterebbe a riconoscerlo per sovrano con prestargli

ogni ubbidienza e pagargli il tributo. Il Re ne fu contento, e fin

che visse Catterina rimase Signora dello Stato; ma quella poco da

poi morta, i Cittadini di Piombino chiamaron subito Emmanuele, e come

loro legittimo Signore l'invitarono allo Stato. Ritrovavasi questi in

Troja città del Regno, posta nella provincia di Capitanata, ove erasi

ricovrato sotto la protezione d'Alfonso: il ricevette molto contento

dell'invito fattogli da' suoi vassalli[444], e per tenerlo più fermo

in suo servizio, quando bisognasse contro i Fiorentini, inviò un suo

Segretario a coloro dello Stato, dichiarando il contento, che teneva

così per aver essi fatto il lor debito in richiamarlo, come anch'egli

avea molto caro, che quello Stato fosse ricaduto ad Emmanuele, che

avea sempre tenuto sotto la sua protezione sopra a qualunque altro;

onde Emmanuele, avendogli giurato omaggio, e promesso di pagare a lui

e suoi successori ogni anno un vaso d'oro di 500 scudi, fu stabilito

ancora con coloro dello Stato, che tutti gli altri, che succedessero

in quella Signoria, fosser obbligati di riconoscere il Re e suoi

successori nel Regno per lor sovrano con restar esenti e liberi

d'ogni altro vassallaggio. Giunto Emmanuele a Piombino fu salutato e

riconosciuto da tutti per lor Signore, il quale governò i suoi popoli

con molta prudenza ed amore, e fu sempre carissimo al Re Alfonso; e

morto che fu, lasciò suo successore Giacomo suo figliuolo, e per molti

anni in appresso si vide la Gente Appiana signoreggiare questo Stato.

Ma poi quella estinta, insorsero varie contese fra' Pretendenti, nella

determinazione delle quali vi ebbero sempre gran parte i nostri Re,

come successori di Alfonso, a' quali s'appartenevano le ragioni di

sovranità, onde narra il Summonte[445], che a' suoi tempi il Vicerè di

Napoli mandò a sequestrarlo e tenerlo in nome del Re Filippo II. Quindi

son derivate le ragioni a' nostri Re sopra la sovranità di questo

Stato, e le investiture, che poi di quello si fecero a varie altre

famiglie.

Lo Stato adunque delle province ond'ora si compone il Regno, ne' tempi

d'Alfonso, si vide nel suo maggior vigore ed ampiezza; e poichè la

soverchia sua generosità l'avea portato ad invigilar pur troppo ad

accrescere il regal patrimonio, il Tribunale della regia Camera, che

soprastava all'esazione de' regali diritti, ed avea la soprantendenza

sopra i Doganieri, Tesorieri e sopra tutti gli altri Ufficiali minori

delle Province destinati a questo fine, si vide più numeroso, e

d'affari più carico. Quindi nacque lo stile, che ancor oggi dura, di

distribuire le province fra' Presidenti e Razionali della medesima,

acciò ciascheduno ne avesse particolar pensiero, e di mandare un

Presidente in Foggia a sopraintendere al governo della regia dogana

della mena delle pecore, donde il Re ne ricava somme immense di denaro,

e che oggi vien riputata per una delle maggiori rendite del regal

patrimonio.

Accrebbe parimente Alfonso il regal Patrimonio coll'esazione del

ducato a fuoco, onde s'introdusser nel Regno le _numerazioni_.

Prima sotto i Re normanni l'entrate del Fisco si riscuotevano per

apprezzo; cioè per ogni dodici marche d'entrate si pagavano tre

fiorini[446], e quest'esazione per licitazione soleva affittarsi a'

Pubblicani; il che durò fin al tempo dell'Imperador Federico II. Questo

Principe, acciocchè i poveri non fossero oppressi da' più ricchi e

potenti, proibì l'esazione in questo modo; ed avendo nel 1218 nel

castel dell'Uovo convocato un general Parlamento di tutt'i Baroni e

Feudatari del Regno, con i Sindici delle città e Terre, stabilì, che

per l'avvenire l'entrate regie si riscuotessero per _collette_, in

guisa, che chi più possedesse roba, più pagasse; chi meno, meno, chi

nulla, nulla. Furono imposte in cotal maniera le prime collette assai

moderate; ma poco appresso, non bastando a sovvenire alle necessità del

Regno, si venne alle seconde, e così di mano in mano insino alle seste

collette chiamate pagamenti fiscali ordinarj, secondo ci testificano

Andrea d'Isernia[447], Luca di Penna[448], Antonio Capece[449], e Fabio

Giordano nella sua Cronaca.

Durò questo modo fino al tempo d'Alfonso, il quale, siccome fu detto,

nel primo Parlamento, che convocò in Napoli nel 1442, stabilì, che in

iscambio delle sei collette, si riscuotessero da ogni fuoco carlini

diece. Nell'anno poi 1449 come si nota ne' Registri della regia

Camera[450], resedendo Alfonso nella Torre del Greco, fece radunare

un altro Parlamento, ed avendo proposto, che mantenendo egli grossi

eserciti così terrestri come marittimi per custodire il Regno, non

essendo l'entrate regie bastanti, era forzato quelle accrescere;

onde avea pensato, che per beneficio universale fosse bene, che

s'imponessero cinque altri carlini al fuoco, oltre a' diece, e che

all'incontro e' promettea di dare a tutti i fuochi del Regno un

tomolo di sale per ciascheduno: ciò che fu con consentimento di tutti

stabilito.

Furono perciò nel Regno introdotte le _numerazioni_, e la prima

cominciò dall'istesso Alfonso nell'anno 1447, la qual si trova

intera nel grande Archivio. Le altre si fecero ne' tempi de' Re suoi

successori, e la seconda fu fatta nel 1472, la terza nell'anno 1489, la

quarta, che non fu compita, si fece nel 1508, la quinta nel 1522, la

sesta nel 1532, la settima nel 1545, e l'ottava nel 1561, le quali si

trovano, ancor che alcune non intere, nel grande Archivio. Seguirono

da poi le altre, che si conservano presso i Razionali, cioè degli

anni 1595, 1642, 1648 e 1699 ch'è l'ultima, che ora abbiamo[451].

Oltre di questi pagamenti ordinari, che ad esempio d'Alfonso furon

da' suoi successori da tempo in tempo sempre accresciuti, tiene il Re

moltissimi altri fonti perenni, onde riscuote dalla città di Napoli,

dalle province e Baroni grandissime entrate, delle quali il Mazzella

tessè lungo catalogo; le quali, ora dopo un secolo che lo scrisse,

sono cresciute in immenso; ma in gran parte dalla Corona distratte

ed alienate, avendo gli Spagnuoli invogliati i Nazionali istessi a

comprarsi le proprio catene, perchè non potessero mai disciorsene.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 6 · 第 53 / 64 题