CAPITOLO VII.

_ALFONSO accrebbe il numero de' Titoli e de' Baroni, a' quali diede la

giurisdizion criminale. Sua morte, e leggi che ci lasciò._

Rese Alfonso più di quel, che era, il Regno assai numeroso di Baroni e

di Titolati. Prima non vi erano, che due _Principi_, quel di Taranto e

di Salerno, e poi s'aggiunse quello di Rossano; cinque _Duchi_, e pochi

_Marchesi_; de' _Conti_ ve n'era qualche numero e più di _Baroni_; ma

Alfonso gli accrebbe al doppio, siccome dice il Summonte[452], e si

vede dal catalogo che ne fece. In alcuni Seggi di Napoli non vi eran

Titolati, ed i primi furono al seggio di Nido il Conte di Borrello

ed il Conte di Bucchianico della famiglia Alagna. Questi furono due

fratelli della famosa Lucrezia d'Alagno figliuola d'un Gentiluomo di

Nido, la quale fu amata tanto da Alfonso, che avea tentato di aver

da Roma dispensa di ripudiare la moglie, che era sorella del Re di

Castiglia, per pigliar costei per moglie; e tra le altre cose notabili,

che fece per lei, subito che l'ebbe a' suoi piaceri, fece questi due

fratelli l'un Conte di Borrello e Gran Cancelliere, e l'altro Conte

di Bucchianico: e scrive Tristano Caracciolo nel libro _De varietate

fortunae_, rapportato dal Costanzo[453], che questi furono i primi

Titolati del seggio di Nido.

Ma quello di che non s'ebbero molto da lodare i secoli seguenti, fu

d'aver Alfonso conceduto a' Baroni il mero e misto impero. Avendo

questo Principe per la sua sterminata liberalità resi esausti tutti

gli altri fonti, cominciò ad esser profuso anche delle più supreme

regalie, che non doveano a verun patto divellersi dalla sua Corona,

quando i Re suoi predecessori erano stati di ciò cotanto gelosi, che il

Re Carlo I d'Angiò avendo donato al suo figliuolo unigenito la città

di Salerno, col titolo di Principe, con alcune altre città e terre

d'intorno, gli concedè sopra quelle solamente la giurisdizione civile,

e solo in Salerno per quanto si distendeva il circuito delle sue mura

e non oltre, gli concedè la giurisdizione criminale[454]; e gli altri

Re, siccome s'è veduto ne' precedenti libri, molto di rado, e solo

in premio d'una eminente virtù a qualche loro benemerito ed a qualche

segnalato Barone, solevano concederla; ond'era, che le concessioni ed

investiture, fatte prima che regnasse Alfonso, non abbracciavano la

giurisdizione criminale, essendo delle cose eccettuate e riservate;

poichè l'uso di que' tempi era, che i Feudatari, che possedevano Terre

con vassalli, non potevano esercitare, se non quella bassa ed infima

giurisdizione indrizzata a sedar le liti e le discordie, che sogliono

nascere tra gli abitatori de' luoghi; e perciò i Baroni ed i Feudatari,

non eleggevano se non Camerlenghi annuali, i quali esercitavano

giurisdizione in conoscere e giudicare di quelle brevi liti e cause

sommarie[455]: poichè la G. C. esercitava la giurisdizione sopra

tutti i luoghi e Terre del Regno. E la ragione era, perchè, siccome

fu saviamente considerato dal Consigliere Giuseppe di Rosa nostro

acutissimo Giureconsulto[456], nelle città e Terre con vassalli, era

solamente quella giurisdizione, che infima si chiama e che, secondo

il diritto de' Romani, s'amministrava da' minori Magistrati, che si

chiamavano _Defensores_, e consisteva nella cognizione delle Cause

civili: in luogo de' quali, secondo notò Andrea d'Isernia[457], nel

nostro Regno succederon poi i _Baglivi_ de' luoghi, i quali conoscevano

delle cause civili, dei furti minimi, de' danni, de' pesi e misure,

e d'altre cause leggiere e di picciolo momento[458]; ma le cose più

gravi e massimamente quelle, che risguardavano il mero imperio e

la giurisdizion criminale, s'appartenevano, secondo il diritto de'

Romani, a' _Presidi_ delle province, in luogo de' quali nel nostro

Regno furono, come si è veduto ne' precedenti libri, costituiti i

_Giustizieri_[459], che ora pur Presidi appelliamo, da' quali per

via d'appellazione si riportavano alla G. C. della Vicaria, Tribunale

supremo sopra tutti i Giustizierati del Regno. Così le investiture,

che prima d'Alfonso eran concedute a' Baroni delle città e Terre

con vassalli, abbracciavan solo quell'infima giurisdizione come a

loro coerente e da esse inseparabile, e non il mero imperio e la

giurisdizion criminale, che non poteva dirsi alle medesime coerente,

siccome quella, che non da' proprj Magistrati, ma da' Presidi prima

soleva esercitarsi, e da poi non da' Baglivi de' luoghi, ma da'

Giustizieri delle province.

Ne' tempi d'Alfonso e degli altri Re aragonesi suoi successori,

cominciò a porsi in uso nell'investiture de' Feudi la concessione

della giurisdizion criminale[460] e delle quattro lettere arbitrarie

ancora, come fu da noi altrove rapportato. Quindi in decorso di tempo

fu veduto quel che ancor oggi si vede, che qualunque, benchè picciol

Barone, abbia ne' suoi Feudi il mero e misto imperio, con non picciol

detrimento delle regalie del Re, e danno de' suoi sudditi. Ben Carlo

VIII Re di Francia, in que' pochi mesi che vi regnò, pensò di toglierlo

affatto a' Baroni, con ridurgli all'uso di Francia[461]; ma il poco

tempo, che vi ebbe, e per le difficoltà che s'incontravano, non potè

mettere in esecuzione questo suo disegno; molto meno oggi è ciò da

sperare, che il male è antico, e che senza grandi ravvolgimenti e

scompigli non potrebbe ridursi ad effetto.

Dopo avere questo Principe in cotal guisa riordinato il Regno, ancor

che negli ultimi suoi anni si fosse rinovata la guerra co' Fiorentini,

ed ultimamente per non aver voluto far restituire alcune navi predate

dai suoi legni a' Genovesi, se gli avesse resi nemici; nulladimanco

invilito negli amori di Lucrezia d'Alagno proccurò tosto pace co'

primi, nè molto curò de' secondi, ed attese il rimanente tempo di

sua vita in cacce, conviti, giostre ed altri piaceri; e mentre era

già vecchio, il Duca di Milano mandò Ambasciadori a trattare doppio

matrimonio con la sua casa regale, perchè dubitava molto, che il Re di

Francia non pigliasse a favorire il Duca d'Orleans, che pretendeva,

che il Ducato di Milano toccasse a lui per esser figlio di Valentina

Visconte legittima sorella del Duca Filippo[462]; ed in tal caso gli

parea di non potere avere più fedele ajuto che da Alfonso, il quale

avea sempre in sospetto Re Renato, che ancor teneva in Italia molte

pratiche. Così in breve fu conchiuso matrimonio doppio, ed Ippolita

Maria figliuola del Duca fu data per moglie ad Alfonso primogenito del

Duca di Calabria; e Lionora figliuola del Duca di Calabria fu promessa

a Sforza figliuolo terzogenito del Duca di Milano, e tanto gli sposi,

come le spose, non passavano l'età di otto anni.

Successe in questo anno 1455 la morte di Papa Niccolò V, e dopo 14 dì,

che vacò la Sede Appostolica, fu nel mese d'aprile eletto in suo luogo

il Cardinal di Valenza Alfonso Borgia, che, come si disse, era stato

molti anni caro al Re Alfonso e suo intimo Consigliere, che _Calisto

III_ nomossi. Costui, benchè fosse d'età decrepita, fece gran disegno

di fare cose che avrebbono ricercata un'età intera d'un uomo. Come

suole avvenire che i più confidenti ai Principi, quando sono elevati

al Papato, sogliono divenire i più fieri loro nemici; così Calisto

assunto al trono cominciò a pensar nuove cose, e ad opporsi ai disegni

d'Alfonso: e non piacendogli questo nuovo parentado conchiuso col

Duca di Milano, fece ogni sforzo per disturbare le nozze; ma Alfonso,

avendo conosciuto l'animo del Papa, tanto più lo sollecitava: onde nel

principio dell'anno seguente 1456 furono solennemente celebrate, ed

Elionora fu condotta a Milano al suo sposo Sforza.

A questi tempi medesimi Giovanni Re di Navarra, fratello secondogenito

del Re Alfonso, stava in gran discordia con D. Carlo suo figliuolo

primogenito che s'intitolava _Principe di Viana_; e la cagione della

discordia era, perchè il Regno di Navarra era stato dotale della madre

del Principe ch'era già morta, ed il Re Giovanni avea tolta per seconda

moglie la figliuola dell'Ammirante di Castiglia. Il Principe non poteva

soffrire di vedere la Regina sua matrigna sedere, dove avea veduta sua

madre, ed esso vivere privatamente; perchè la matrigna s'era in tal

modo fatta Signora del marito, già vecchio, che tanto nel Regno di

Navarra, quanto in Aragona, dove il padre era Vicerè, non si faceva

altro che quel che volea la matrigna, e per questo avea tentato nel

Regno di Navarra farsi gridare Re, perchè era molto amato per le virtù

sue e per la memoria della madre, Regina naturale di quel Regno. Il

disegno non gli riuscì, onde venne ad accostarsi col Re Alfonso suo

zio, il quale gli costituì dodicimila ducati l'anno pel vivere suo;

ma perchè vedeva ch'era di corpo bellissimo e di costumi amabili ed

atto ad acquistare benevolenza, non gli piaceva che dimorasse molto

in Napoli; ma lo mandò al Papa a pregarlo, che pigliasse assunto di

ridurlo in concordia col padre. Il Principe andò, ed il Papa lo ricevè

con gusto, e gli diede trattenimento da vivere; ma poichè vide che

Calisto per l'età decrepita era tardo a trattare la riconciliazione sua

col padre, e che Re Alfonso era assai declinato di salute, e non potea

molto vivere, si fermò in Roma, con speranza che i Baroni del Regno

che stavano mal soddisfatti delle condizioni del Duca di Calabria,

chiamassero lui per Re dopo la morte di Alfonso. Intanto Alfonso

ne' principj di maggio di quest'anno 1458 cominciò ad ammalarsi, e

peggiorando tuttavia, s'incominciò a pubblicare che il suo male era

pericoloso, di che avvisato il Principe di Viana venne tosto da Roma a

visitarlo, ciò che rese più travagliato il fine di così gran Re; perchè

giunto il Principe a Napoli tre giorni avanti che morisse, essendo

già disperato da' Medici, gli raddoppiò l'agonìa della morte, sapendo

ch'era venuto per tentare d'occupar Napoli; e perchè conosceva che

morendo al Castel Nuovo, donde non potea cacciare il Principe, avria

potuto il Castellano più tosto ubbidire al Principe, che al Duca di

Calabria massimamente essendo la guardia del Castello tutta di Catalani

che restavano vassalli del Re Giovanni, il qual avea da succedere ne'

Regni d'Aragona e di Sicilia; fece subito dire ch'era migliorato, e

che i medici lodavano che si facesse portare al Castello dell'Uovo per

la miglioranza dell'aria, il che s'eseguì subito, lasciando al Duca

di Calabria la cura di guardarsi il Castel Nuovo; e da poi giunto al

Castello dell'Uovo il dì seguente morì a' 27 giugno di quest'anno 1458,

essendo giunto all'anno 64 di sua vita[463].

Questo fu il fine di sì gran Re; Principe celebratissimo per infinite

virtù che l'adornavano, e sopra tutto per liberalità e magnificenza.

Egli liberalissimo arricchì molti con preziosi doni, ed ingrandì altri

assai, donando loro grandissimi Stati. Fu magnificentissimo nel dare al

Popolo spettacoli, ne' quali si sforzò di emulare la magnificenza de'

Romani, come si vide quando ricevè in Napoli Federico III, designato

Imperadore e Lionora figliuola del Re di Portogallo, e di sua sorella,

che dovea sposarsi con Federico.

(Il matrimonio tra _Federico III_ e _Lionora_, fu trattato in Napoli

da Alfonso suo zio, da' Legati mandati dal Re di Portogallo e da Enea

Silvio Piccolomini, poi Papa _Pio II_, dove dopo quaranta giorni fu

conchiuso; siccome narra Gobellino, lib. 1, p. 16. _Quam rem, e' dice,

diebus quadraginta tractatam, cum denique conclusissent coram Rege,

Cardinale Morinensi Apostolico Legato, Clivensi, Calabriae, Suesae,

Silesiaeque Ducibus, et Magna Praelatorum, Comitumque multitudine, in

Curia Novi Castri Neapolitani; Aeneas Sylvius de Nobilitate, virtuteque

contrahentium orationem habuit, quae postmodum a multis transcripta

est_. Lo stesso narra _Nauclero pag._ 1056 e _Fugger. lib._ 5, _c_. 7,

_n_. 1. Anzi _Enea Silvio_ stesso _Hist. Friderici p._ 82 rapporta che,

dopo i travagliosi viaggi della sposa, accolta da _Alfonso_ in Napoli,

nella dimora, che quivi fecero gli sposi, fu il matrimonio consumato,

siccome scrisse anche _Struvio Syntag. Hist. Germ. Diss.,_ 30, § 22.

_Invitatus inde ab Alphonso Siciliae Rege cum nova nupta, et reliquo

comitatu suo Neapolim venit, ubi matrimonium demum fuit consummatum_).

Si conobbe ancora Re Alfonso nelle alte gran feste, cacce, giostre e

conviti, dando spesso diletto al Popolo napoletano vaghissimo di simili

divertimenti. Tenne il palazzo abbondantissimo di tappezzerie di lavoro

d'oro e d'argento, e d'arredi ricchissimi e preziosi. Splendidissimo

ancora negli edificj, onde adornò Napoli a pari di qualunque altra

illustre città del Mondo: fece ingrandire il molo grande, e diede

principio alla gran sala del Castel Nuovo, che senza dubbio è delle

stupende macchine moderne che sia in tutta Italia: fortificò il

castello con quelle altissime torri che ora s'ammirano: fece ampliare

l'Arsenale di Napoli, la Grotta onde da Napoli vassi a Pozzuoli, e fece

un fondaco reale e molti altri edificj per diversi usi.

La sua morte fu amaramente pianta da' Napoletani, come quella che non

solo gli privò di tante grandezze e felicità, e che disturbò la pace

del Regno; ma che poi dovea recar loro una lunga guerra, e porgli

in nuove calamità e disordini. Non abbastanza compianto, fu il suo

cadavere, con funerale superbissimo, rinchiuso dentro un forziere che

rimase in deposito nel Castello dove morì; e benchè nel suo testamento

avesse ordinato che fosse portato alla Chiesa di S. Pietro Martire, e

di là quanto prima si mandasse in Ispagna al monastero di Santa Maria a

Pobleto, ove sono sepolti gli antichi Re d'Aragona; nulladimeno restò

il suo deposito in Napoli, ov'era additato da' Padri Domenicani nella

Sagrestia della lor chiesa di S. Domenico Maggiore di questa città con

molti segni di stima e di venerazione.

Non avendo avuti figliuoli dalla Regina Maria, figliuola d'Errico III

Re di Castiglia, nel suo testamento, che fece il dì avanti di morire,

istituì e nominò per successore nel Regno di Napoli D. Ferdinando Duca

di Calabria suo figliuolo naturale, legittimato; e ne' Regni della

Corona d'Aragona e di Sicilia D. Giovanni Re di Navarra suo fratello

secondogenito e suoi discendenti, conforme avea anche disposto nel suo

testamento D. Ferrante suo padre, che si conservava nell'Archivio reale

di Barcellona, donde prima di morire avea voluto Alfonso che se gliene

inviasse copia; ed ordinò in quello molti legati indrizzati ad opere

di pietà[464]. Narra S. Antonino Arcivescovo di Fiorenza, che prima

di morire non lasciava di ricordare al Duca di Calabria, ch'egli gli

lasciava il Regno di Napoli, ma che per potervi quietamente regnare,

bisognava che tenesse lontani, e s'alienasse da tutti gli Aragonesi

o Catalani ch'egli avea esaltati, e che in lor vece si servisse

d'Italiani e di questi componesse la sua Corte, e principalmente amasse

quelli del Regno, a' quali conferisse gli ufficj e non gli riguardasse,

come faceva, di mal viso e come sospetti. Che egli conosceva avere

gravato il Regno con nuove gravezze ed esazioni, alterando anche le

antiche, e ch'eran tante che i Popoli non potevano sopportarle: che

però l'ammoniva che le levasse tutte e le riducesse all'usanza antica.

E finalmente che coltivasse la pace, nella quale egli l'avea lasciato

colle Repubbliche e Principi d'Italia, e sopra tutto si tenesse amici

i Pontefici romani, da' quali in gran parte dependeva la conservazione

o la perdita del suo Regno: soffrisse con pazienza il lor fasto ed

alterezza, e loro si mostrasse per non isdegnarli, sempre umile e

riverente, perchè egli non avea conosciuti altri mezzi per rintuzzare

la loro ambizione.

(_St. Antonino in Chron. part._ 3, _tit_. 22, _cap_. 16 _ad A._

1458 scrisse così: _Rex vero Aragonum graviter infirmatus Neapoli

in fine mensis Junii ejusdem anni diem clausit extremum; qui ante

mortem Ferdinandum filium suum, etsi illegitimum, jam uxoratum, et

filios habentem, dimisit haeredem, et Regni Apuliae successorem, cum

maximo thesauro congregato. Quem etiam ut regnare posset quietius,

et obstacula non haberet, admonuit, ut viam, quam in Regno tenuerat,

non sequeretur in tribus, sed oppositum. Prima quidem, ut omnes

Aragonenses et Cathalanos, quos ipse exaltaverat; et totum se eis

crediderat, exosos hominibus, a se abjiceret, et in curia sua Italicos,

et praecipue Regnicolas, diligere ostenderet, et ad officia promoveret,

quos tamen ipse, ut suspectos non laeta facie respiciebat. Secundo, ut

nova gravamina et exactiones, quas instituerat, et antiqua auxerat,

quae tanta erant, ut homines respirare non possent, omnia removeret,

et ad morem antiquum deduceret. Nimiae enim fuerunt extorsiones ejus

ab hominibus Regni, et (ut de caeteris taccam) beneficia vacantia

etiam minora nullus obtinere valebat in curia, nisi prius manus Regis

implesset et quantitate non modica. Tertio ut pacem confectam per se

cum Ecclesia, et aliis communitatibus, et Principatibus ipse servaret,

nec a pacis foederibus declinaret_).

Re Alfonso, oltre d'averci lasciate tante illustri memorie, e tanti

buoni istituti e nuove riforme, ci lasciò anche alcune leggi. Secondo

che narrano alcuni Autori, questo Principe dopo tante e sì lunghe

guerre, che sostenne in vita della Regina Giovanna II, e dopo la

costei morte con Renato suo competitore, avendo finalmente trionfato

de' suoi nemici, resosi pacifico possessore del Regno, pose tutto

il suo studio a riordinarlo ed a dargli ristoro de' passati danni e

disordini che le succedute guerre aveanvi recati. Stabilì pertanto

molte Costituzioni, cominciando dall'erezione del Tribunale del S. C.

alle quali da poi molte altre ne aggiunse. Queste Costituzioni, che,

come dice Toppi[465], prima si vedeano in Napoli, ora non l'abbiamo,

ma per sinistro fato si sono perdute. Ne sono solamente a noi rimase

alcune che ora si leggono sparse ne' registri del G. Archivio e ne'

volumi delle nostre Prammatiche[466]. La prima si legge sotto il

titolo _de Possessoribus non turbandis_, che in altre edizioni porta

questa epigrafe: Edictum Pentimae Gloriosissimi, et Divi Alphonsi Regis

clementissimi. Fu questo editto promulgato da Alfonso nel secondo anno

del suo pacifico Regno nel 1443, dopo finita la guerra con Renato,

per cui comandò, che per la preceduta guerra, essendo insorte molte

liti fra suoi sudditi intorno al possesso de' loro feudi e beni, non

si turbassero i possessori, ma che si lasciassero possedere come

si trovavano, nè i Giudici si proccurassero commessioni di queste

cause, senza consultarne prima lui. Nè procedessero in quelle, se non

precedente sua commessione. Ciò che fu steso anche nelle moratorie

prima a' medesimi possessori concedute[467]. Fu questa legge data nel

campo di _Pentima_, luogo posto in Apruzzo presso Sulmona[468].

Un'altra consimile, ch'estratta dal registro de' Capitoli d'Alfonso,

si vede anche impressa nelle nostre prammatiche[469] fu da questo Re

stabilita nel 1446 _nel Mazzone delle rose_ presso lo Spedaletto, non

molto da Capua lontano; e letta e pubblicata con gli altri capitoli nel

castel Capuano, dove ordinò che non dovessero inquietarsi coloro, che

innanzi la morte del Re Ladislao aveano continuamente per se e per loro

legittimi antecessori posseduto e possedevano terre, castelli ed altri

beni; nè astringersi a portare originalmente i loro titoli, e vedere ed

esaminare i loro antichi diritti, che sarebbe sovvertire diversi stati

e condizioni di molti nel Regno; della qual legge fu anche ricordevole

Capece nelle suo decisioni[470]. La prammatica 2 che leggiamo sotto il

_tit. de Off. S. C._ pure fu d'Alfonso, non di Ferdinando, come si è

detto.

L'altra[471] che parimente si legge nelle nostre prammatiche è quella

notissima che tratta de' censi, nella quale Alfonso inserì la Bolla

di Niccolò V, stabilita a sua richiesta dal medesimo per li suoi

Regni, in Roma nel 1451, per regolare i censi. Questo Re per mezzo di

tal prammatica confermò la Bolla, e volle che ne' suoi Regni avesse

forza e vigore non meno che le altre sue leggi e statuti, aggiungendo

altri suoi ordinamenti intorno alla validità e modo da tenersi nella

costituzione de' censi suddetti. Fu questa statuita nella _Torre

del Greco_, ove il Re dimorava negli ultimi anni di sua vita per

avere più dappresso la sua Lucrezia d'Alagno, e porta la data de' 20

ottobre dell'anno 1451. Altri editti, privilegi e diplomi d'Alfonso

si veggono ne' suoi registri nel Gran Archivio, de' quali alcuni,

secondo il soggetto, che aveano per le mani, furono impressi nelle

loro opere da diversi Autori: molti ne fece imprimere Toppi nei suoi

tomi dell'Origine de' Tribunali: alcuni altri, gli Reggenti Moles,

Tappia, Galeota ed altri moltissimi: ma i riferiti, come posti nel

corpo delle prammatiche hanno fra noi forza e vigor di legge: degli

altri può aversene buon uso, per quanto conduce all'istoria dei

tempi, all'istituzione de' Tribunali, alle riforme dei medesimi e per

illustrazione dell'altre sue leggi ed editti.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 6 · 第 54 / 64 题